venerdì 6 febbraio 2009

Non praevalebunt

L'altro giorno il New York Times ha riportato una notizia sconvolgente: il fondatore dei Legionari di Cristo, padre Marcial Maciel Degollado, scomparso lo scorso anno, avrebbe avuto una relazione da cui avrebbe avuto una figlia. Fin da giovane il padre Maciel è stato molto chiacchierato; per un bel po' di tempo gli andò bene: era sempre uscito indenne dalle numerose inchieste condotte dalla Santa Sede sul suo conto. Anzi, durante il pontificato di Giovanni Paolo II, specialmente in occasione del 50° anniversario di fondazione dell'istituto, aveva ricevuto una specie di apoteosi. Poi le cose cambiarono improvvisamente con l'avvento al pontificato di Benedetto XVI. Il Card. Ratzinger aveva avuto a che fare col padre Maciel come Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede; conosceva perciò bene la situazione, ma, a quanto pare, era stato costretto ad archiviare la pratica. Diventato Papa, però, aveva deciso di riaprire i fascicoli per arrivare, senza processo canonico, a un provvedimento di rimozione. Fino ad allora le accuse rivoltegli vertevano soprattutto su presunti abusi sessuali compiuti sui suoi seminaristi; ma la cosa era sempre rimasta poco chiara: la Congregazione, pur accettando il provvedimento pontificio, aveva sempre rigettato ogni accusa, e le denunce potevano apparire come le vendette personali di qualche ex-legionario. Circolavano anche voci di uso di sostanze stupefacenti e di irregolarità finanziarie. Sinceramente, sembrava un po' troppo per il fondatore di un benemerito istituto religioso.
Ma ora la cosa sconvolgente è che la stessa Congregazione dei Legionari di Cristo riconosce gli errori del suo fondatore. Qui trovate il link alla notizia riportata dall'agenzia ZENIT, un'agenzia di notizie promossa appunto dai Legionari di Cristo (non so se farete in tempo a leggere la notizia: ho notato che nell'edizione inviata via posta elettronica la notizia è scomparsa, rimanendo solo il titolo).
Io conosco i Legionari di Cristo da lunga pezza. Furono miei compagni di scuola all'Angelicum per la filosofia e la teologia. Pur trovando in loro qualcosa di strano (anche se la maggior parte di loro era di lingua spagnola, parlavano fra loro in italiano dandosi del "Lei"; erano gentilissimi con noi, ma non attaccavano mai discorso; rispondevano solo se interpellati; e via di seguito), devo confessare che ho sempre nutrito una certa invidia nei loro confronti: nel bel mezzo della crisi delle vocazioni, quando noi eravamo una decina di seminaristi, loro arrivavano a scuola con due pullman, uno all'Angelicum e l'altro alla Gregoriana (50+50=100!). Li incontrai di nuovo negli anni della Querce, quando mostrarono un certo interesse per la nostra scuola... Soprattutto, ho sempre ammirato la loro serietà e la loro vitalità: mi sembravano davvero una grande speranza per la Chiesa. E ora? Non so che dire. Posso solo prendere atto che la Chiesa sta attraversando un brutto momento. Essa è sotto attacco, ma non tanto sotto l'attacco di potenze umane, quanto di forze soprannaturali: "La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti" (Ef 6:12). L'unico conforto mi viene dalla promessa del nostro Fondatore (quello con la F maiuscola): "Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa" (Mt 16:18).

giovedì 5 febbraio 2009

Come previsto

Dopo giorni di totale silenzio, la Segreteria di Stato si è finalmente espressa sul caso dei quattro Vescovi lefebvriani a cui è stata revocata la scomunica e in particolare su Mons. Williamson, che aveva fatto dichiarazioni negazioniste. Che cosa ha detto? Ciò che avevo ampiamente previsto: viene richiesto un "pieno riconoscimento del Concilio Vaticano II e del Magistero dei Papi Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II e dello stesso Benedetto XVI". Se non fosse che questa condizione preclude qualsiasi inizio di trattativa con la Fraternità San Pio X, si potrebbe anche essere d'accordo. Si potrebbe comunque osservare che il diritto canonico non prevede altra professione di fede che quella "approvata dalla Sede Apostolica" (can. 833), consistente nel Simbolo Niceno-Costantinopolitano integrato da tre commi emanati dalla Congregazione per la Dottrina della Fede nel 1988. Ma sentite quel che segue: "Il Vescovo Williamson, per una ammissione a funzioni episcopali nella Chiesa dovrà anche prendere in modo assolutamente inequivocabile e pubblico le distanze dalle sue posizioni riguardanti la Shoah". Come volevasi dimostrare: d'ora in poi, per poter essere ammessi all'esercizio del ministero nella Chiesa sarà necessaria una professione di fede nella Shoah!
Capisco lo scompiglio in cui si trova il Vaticano in questi giorni (si veda in proposito l'interessante articolo di Sandro Magister sul sito www.chiesa); ma non mi sembra proprio questo il modo di reagire. Appare sempre piú chiaro che il Papa sia vittima di un complotto (si legga l'articolo di Andrea Tornielli sul Giornale); fin dall'inizio del suo pontificato sapevamo che la sua elezione non era gradita a molti, in Vaticano e fuori. Proprio per questo — sia detto col dovuto rispetto — in qualche caso forse avrebbe dovuto muoversi con maggiore prudenza. Che cosa dice Gesú nel Vangelo? "Ecco: io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe" (Mt 10:16). Ma in ogni caso, quando siamo attaccati, non possiamo semplicemente giustificarci e adeguarci supinamente a quanto viene preteso dall'altra parte; dobbiamo reagire. Non si può stare sempre sulla difensiva e seguire il nemico dove lui ci vuol portare. Ho l'impressione che Benedetto XVI non conosca ancora abbastanza i suoi nemici. Non sa che le scuse, le dichiarazioni, le ritrattazioni non saranno mai abbastanza. Capisco che ha le mani legate: è tedesco; gli può essere sempre rinfacciato il suo passato (lo hanno già fatto all'inizio del suo pontificato). Ma in ogni caso, a un certo punto bisogna aver il coraggio di dire: "Ora basta!" Finché ci vedranno deboli, saranno sempre piú prepotenti. Qui non si tratta di porgere l'altra guancia; qui si tratta di difendere la verità.
Spero per lo meno che in Vaticano capiscano che la posizione di assoluta equidistanza assunta durante il massacro di Gaza (per favore, chiamiamo le cose col loro nome: non è stata una guerra, ma un semplice massacro) non paga. Molto meglio sarebbe stato assumere una posizione piú coraggiosa, come le circostanze richiedevano. Lo Stato di Israele e tutti gli Ebrei del mondo si sarebbero ribellati? E allora? Non vedete che tanto non gli va bene niente lo stesso e anzi pretendono di dettar legge anche all'interno della Chiesa?
Ho molto apprezzato nei giorni scorsi la coraggiosa presa di posizione del Primo Ministro turco Erdogan al summit di Davos (guardate il video su YouTube: è fantastico!). Certo, con quelle parole rivolte, senza peli sulla lingua, al Presidente Peres, probabilmente Erdogan ha firmato la sua condanna. Ma che importa? Ha avuto il coraggio della verità, e perciò merita il nostro rispetto e la nostra gratitudine. Che differenza rispetto ai politici occidentali e, ahimè, a tanti ecclesiastici! Mi è tornato allora in mente il passo del vangelo: "In verità vi dico: I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio" (Mt 21:31). Sí, mi sa proprio che turchi e palestinesi ci precederanno nel regno dei cieli!

martedì 3 febbraio 2009

Il prete e il blog

Continuo a provare un certo stupore nel vedere come è stato favorevolmente accolto il mio blog. Ringrazio tutti coloro che hanno voluto manifestarmi la loro solidarietà, simpatia, incoraggiamento: confratelli, ex-alunni (ritrovati dopo molti anni grazie a quella simpatica invenzione che è Facebook) e, soprattutto, scout. Confesso di aver fatto questo passo con una certa titubanza: non è facile esporsi; solitamente preferiamo rimanere nell'anonimato senza dare fastidio a nessuno, senza esprimere i nostri pensieri, vivendo in pace con tutti. Specialmente per uno che, come me, riveste qualche responsabilità, rappresenta in qualche modo una istituzione e, soprattutto, in quanto sacerdote, dovrebbe essere al di sopra delle parti e non dovrebbe mai occuparsi di questioni che esulano dalla sua missione pastorale, risulta piuttosto arduo "venire fuori". Ed è proprio questo che maggiormente ha colpito molti amici. Come? Non è possibile; non era mai successo; questo fatto esce fuori dagli schemi usuali (quegli schemi che ci fanno molto comodo, anche quando li contestiamo). Ma ho visto che questo "coraggio" è stato in genere apprezzato, sia da quanti condividono gli stessi ideali e le medesime preoccupazioni, sia da quanti sono magari piú indifferenti a certe problematiche.
Mi ha fatto molto piacere vedere come fra diversi Querciolini e, ripeto, soprattutto fra gli scout ci sia una sensibilità molto affine: segno che in quegli anni che abbiamo trascorso insieme, in un'aula scolastica o sotto una tenda, si è stabilito un legame profondo e una sintonia ideale, di cui forse allora non ci rendevamo conto. Se adesso sperimentiamo la stessa inquietudine, la stessa insoddisfazione per il mondo che ci circonda, significa che la Querce è stata qualcosa di piú di una semplice scuola.
Naturalmente non mi illudo che tutti coloro che mi leggono condividano le mie idee. So che molti sono sintonizzati su una diversa lunghezza d'onda. È normale ed è giusto che sia cosí. Qualcuno me lo ha anche voluto scrivere. La cosa non mi dispiace affatto; anzi, mi convince ancora di piú dell'opportunità dell'iniziativa, perché vedo quanto sia diffusa, anche in ambito ecclesiale, l'accettazione acritica della mentalità dominante. Voglio riportare uno di questi messaggi, senza naturalmente citare il nome di chi lo ha scritto e la provenienza (tengo molto alla privacy), giusto per darvi un'idea della realtà in cui viviamo:

"Sono una collaboratrice della parrocchia di ... Ho letto la tua pattaffiata. Scusa la mia ignoranza: non sono in grado di rispondere alla storia dei vari concili. Ti posso dire invece che non è giusto colpevolizzare solo gli Ebrei. Hamas come si comporta con il suo popolo? Se non la pensano come lui li tortura. Usa i bambini come scudo. Questa è libertà? Per me è un criminale che non lascia crescere il suo popolo. Tutto loro proprietà. Sono stata in Terra Santa ben tre volte, e posso dirti tante cose sulle attività che gli Ebrei sostengono a favore anche dei Palestinesi. Noi cattolici, di fronte alla provocazione, siamo invitati da Gesù a porgere l'altra guancia: loro si difendono, e allora? Non nego che i tuoi scritti mi hanno fatto reagire. Scusa e grazie."

Ho già risposto personalmente alla mia (non molto entusiasta) lettrice, per augurarle di aprire gli occhi e rendersi conto che la realtà non è quella che le mostrano giornali e TV. A quanto pare, la propaganda fa effetto su molte persone e il senso critico è un tantino carente. Forse anche colpa nostra — di noi preti, intendo — che non facciamo abbastanza per educare la gente a ragionare con la sua testa e a leggere criticamente la realtà che ci circonda. Un motivo in piú per impegnarci in questa missione, usando dei mezzi che la moderna tecnologia ci mette a disposizione. Qualcuno dirà: non è questo il mestiere del prete. Chi conosce i Barnabiti sa che la loro missione non si esaurisce sull'altare (da dove traggono ispirazione e forza), ma si compie nell'impegno educativo per formare cristiani e cittadini maturi.

PS: noto con piacere che questo blog è stato inserito nella lista dei Siti Cattolici Italiani, e che tra quelli aggiunti il 3 febbraio, è stato quello piú visitato.

lunedì 2 febbraio 2009

Due buone notizie

Non vorrei che qualcuno pensasse che sono un irriducibile tradizionalista anticonciliare, una quinta colonna lefebvriana in seno alla Chiesa cattolica. Ho già espresso, nel primo post di questo blog, la mia posizione nei confronti del Vaticano II; prima o poi si presenterà l'occasione di dire qualcosa sul movimento fondato dal Vescovo Lefebvre. Né vorrei che si pensasse che sono un vecchio brontolone a cui non va bene niente e ha sempre da ridire su ogni cosa. Ci sono cose, nella Chiesa post-conciliare, che anche a me fanno piacere. Due notizie di questi giorni.
La prima viene da Mosca. È stato eletto e ha fatto ieri il suo ingresso ufficiale come nuovo Patriarca della Chiesa Ortodossa Russa il Metropolita Kirill di Smolensk e Kaliningrad, dal 1989 responsabile del Dipartimento per le Relazioni Ecclesiastiche Esterne del Patriarcato di Mosca. Non c'è che da rallegrarsi, giacché con lui si apre una nuova fase nei rapporti con la Chiesa Cattolica. Ha detto di lui il Card. Kasper: "Conosciamo da molti anni Kirill. Ha una posizione ferma, ma con lui si può dialogare". Non è il caso di farsi eccessive illusioni; ma penso che sia lecito sperare.
Un'altra buona notizia viene dall'Australia. Il cammino di riavvicinamentto della Comunione Anglicana Tradizionale (TAC) alla Chiesa Cattolica continua. A quanto pare, la Congregazione per la dottrina della Fede avrebbe espresso un parere su come potrebbe avvenire il reinserimento di questi circa 400.000 fedeli anglicani nella Chiesa Cattolica. Si veda la notizia sulla CNA. Sembra che la CDF abbia consigliato di inquadrare giuridicamente questi fedeli in una prelatura personale. Non sono un canonista, ma su questa ipotesi mi permetto di avanzare qualche riserva. Sembra ora che ogni problema nella Chiesa si risolva con una prelatura personale. Tale istituto fu inventato appositamente per dare forma giuridica all'Opus Dei. Certamente esso potrà essere applicato ad altre realtà, p. es. sembra che questa sarà la soluzione per ricucire la frattura con i lefebvriani. Tempo fa il Vescovo Milingo propose qualcosa di simile per i preti sposati. Tutti lo presero per matto (e certamente non si può in alcun modo approvare il suo atteggiamento); ma quella proposta non era poi cosí assurda; potrebbe davvero essere una soluzione al problema del celibato: senza modificare l'attuale disciplina della Chiesa latina, permetterebbe di avere a disposizione un clero uxorato, di cui si sente sempre piú bisogno con l'attuale crisi di vocazioni. Ora, per venire al caso della TAC, non mi pare che si possa applicare lo strumento giuridico della prelatura personale. La TAC non è un gruppo di preti anglicani che chiedono di rientrare nella comunione con la Chiesa Cattolica. La TAC sono una serie di Diocesi, con Vescovi, preti e fedeli già organizzati. Mi sembra che in questo caso l'unica soluzione potrebbe essere quella di una Chiesa sui juris. So che, al presente, tale realtà esiste solo per le Chiese orientali, ma chi vieta che si possa estendere anche all'Occidente? Non è la realtà che si deve adattare al diritto, ma il diritto alla realtà. Nel nostro caso, si tratterebbe di conservare un vero e proprio "rito" (quello anglicano): anche qui, il Codice dei Canoni delle Chiese Orientali prevede solo cinque riti (alessandrino, antiocheno, armeno, caldeo e bizantino); chi impedisce che anche in Occidente esistano diversi riti (e di fatto già esistono, vedi il rito ambrosiano)? Rimane un solo problema, che lascio volentieri agli esperti della CDF risolvere: i Vescovi anglicani sono in genere sposati, mentre né nella Chiesa Cattolica né in quella Ortodossa esiste alcun vescovo sposato. Ma lasciamo che lo Spirito ispiri alla Chiesa la soluzione di questo problema.

domenica 1 febbraio 2009

Ai miei venticinque lettori

Devo dire che mi ha fatto non poco piacere vedere quale interesse ha riscosso l'annuncio del mio blog. Dopo due giorni di vita, può contare già su due "lettori fissi" (una media di un lettore al giorno...). Se devo essere sincero, la cosa mi ha meravigliato un po', perché viviamo in un mondo dove di parole se ne dicono fin troppe: siamo letteralmente sommersi da parole di ogni genere. Un nuovo blog? Quanti ce n'è già sulla rete? Cosa potrà dire di nuovo un "Querciolino errante" (prima o poi dirò qualcosa per spiegare ai profani il senso di questo Querculanus che ha deciso di incominciare a parlare "senza peli sulla lingua")? Eppure, pare che ci sia ancora spazio per aggiungere alle infinite parole una parola in piú. Che ci sia bisogno di una parola diversa, una parola libera e franca, che cerchi di dire la verità in questa marea di chiacchiere politically correct? A quanto pare, non solo nella società, ma anche nella Chiesa domina ormai il politically correct: guai a esprimere un'opinione diversa, con l'aggravante che nella Chiesa ti fanno sentire in colpa, perché, se lo fai, non rispetti l'autorità, vieni meno all'obbedienza, e via di questo passo. Devo dire onestamente che non ne posso piú. Non è questa l'idea di Chiesa che ho: la Chiesa è per me il luogo dove liberamente possiamo dirci le cose in faccia. Che il Papa e i Vescovi siano i successori degli Apostoli, nessuno lo mette in dubbio. Che il loro insegnamento, in materia di fede e di morale, anche quando non espresso ex cathedra, sia normativo per noi, nessuno ha mai pensato di metterlo in discussione. Ma quando si tratta di questioni di politica ecclesiastica, beh, allora siamo nel campo dell'opinabile, nel quale ciascuno può dire liberamente la sua. Unico limite: il rispetto reciproco. Ciò che mi ha deciso a espormi è stato quanto scrive il Codice di diritto canonico: "In modo proporzionato alla scienza, alla competenza e al prestigio di cui godono, [i fedeli] hanno il diritto, e anzi talvolta anche il dovere, di manifestare ai sacri Pastori il loro pensiero su ciò che riguarda il bene della Chiesa; e di renderlo noto agli altri fedeli, salvo restando l'integrità della fede e dei costumi e il rispetto verso i Pastori, tenendo inoltre presente l'utilità comune e la dignità della persona" (can. 212 §3; sottolineatura mia). Parole sante! Lasciamo perdere la scienza, la competenza e il prestigio di cui godo (non sono io che posso giudicare in materia); io sento il bisogno di manifestare ai Pastori della Chiesa il mio pensiero; e, visto che per il momento ciò non è permesso (perché dovunque ti rivolgi trovi la censura), incomincio a renderlo noto agli altri fedeli, nella speranza che, prima o poi, raggiunga anche i Pastori, i quali il piú delle volte, senza alcuna loro colpa, vivono lontani dalla realtà e pensano che la realtà sia quella che trovano in televisione o sui giornali. Quanto all'integrità della fede e dei costumi, state tranquilli, non sentirete mai dalla mia bocca una sola parola che possa mettere in discussione i dogmi di fede o l'insegnamento del Magistero.
Qualcuno mi ha chiesto se attiverò i commenti ai miei post. La risposta è "no". Non perché non gradisca di essere messo in discussione: chi ha qualcosa da dire, troverà il mio indirizzo email nel profilo. Ciò che voglio evitare è quel "chiacchiericcio" che dilaga sulla rete e nel mondo della comunicazione in genere. Io dico la mia opinione e un altro dice la sua (magari senza aver riflettuto neppure per un secondo) e cosí tutto finisce nel magma delle opinioni, dove l'unica verità rimane, appunto, il politically correct. Se uno vuole dire qualcosa, faccia almeno lo sforzo di riflettere un minuto e di scrivere, non dico una lettera, ma almeno un messaggio con un minimo di logica e grammaticalmente e sintatticamente corretto.
Ciò detto, buona lettura a tutti e grazie per la vostra attenzione.

sabato 31 gennaio 2009

Shoah di ieri e di oggi

Ho l'impressione che si stia passando la misura. È di ieri il commento del padre Federico Lombardi, Direttore della Sala Stampa vaticana, sulla Shoah: "Chi nega il fatto della Shoah non sa nulla né del mistero di Dio, né della Croce di Cristo". Non voglio entrare nel merito della realtà della Shoah (questione su cui non posso pronunciarmi per incompetenza, ma su cui dovrebbero avere la possibilità di discutere liberamente gli storici), quanto piuttosto su una questione di metodo. Non mi sembra molto corretto trasferire un evento storico (che per tale motivo, ripeto, dovrebbe rimanere oggetto di libera disputa scientifica) su un piano teologico, trasformandolo cosí in una sorta di dogma da accettare senza discussioni, pena l'esclusione dalla fede della Chiesa ("non sa nulla del mistero di Dio, né della Croce di Cristo"). Non ricordo di aver sentito usare espressioni altrettanto forti quando si trattava, in altre occasioni, di difendere la fede cattolica. Né ricordo di aver sentito alcuna interpretazione teologica dell'olocausto dei nostri giorni, quello del popolo palestinese.
A questo proposito, giacché sono in vena di rivelazioni, permettetemi di riportare la mia lettera al padre Bernardo Cervellera, Direttore di AsiaNews, lo scorso 17 gennaio, in seguito alla pubblicazione di un articolo del francescano israeliano David-Maria Jaeger (C'è chi non capisce il "pacifismo" del Vaticano)

"Caro Padre Cervellera,
Sono ancora io (...) Ma oggi, dopo la pubblicazione dell'articolo di P. Jaeger, mi sembra di dover nuovamente intervenire, spero non precipitosamente, ma perché mi sembra che la posta in gioco sia veramente notevole.
L'articolo di P. Jaeger dimostra come, nella presente situazione, non sia possibile un atteggiamento di equidistanza. Non è un caso che sia un israeliano a difendere la posizione estremamente ambigua che la Santa Sede ha scelto di adottare. L'articolo di P. Jaeger dimostra che essere equidistanti, nelle presenti circostanze, significa prendere posizione, significa mettersi dalla parte dell'oppressore, significa dare per buona la propaganda diffusa da Israele, quando è sotto gli occhi di tutti la vera realtà: quella di un popolo che da sessanta anni è oppresso e che ora si vorrebbe definitivamente cacciare dalla propria terra. Non mi sembra che i profeti, di fronte a simili ingiustizie, fossero equidistanti; non mi sembra che Gesú, di fronte alle ipocrisie di scribi e farisei, fosse equidistante. Ci sono delle situazioni di fronte alle quali è inevitabile prendere posizione: non perché si debba intervenire nel conflitto, ma semplicemente perché bisogna dire la verità e denunciare l'ingiustizia. È ovvio che, in ogni caso, l'obiettivo è la pace; ma è illusorio pensare di poter costruire la pace sull'ingiustizia e sulla menzogna.
Ricordo che in altre situazioni la Santa Sede non ha esitato a prendere posizioni nette: si pensi alla ex-Jugoslavia o alle due guerre del Golfo. Anche a proposito della Terra Santa, un tempo la politica della Sede Apostolica, pur nel suo tradizionale equilibrio, era molto chiara. Da qualche anno essa è diventata estremamente confusa. Perché? Perché si vogliono avere a tutti i costi buoni rapporti con gli Ebrei? Basta vedere quanto siano apprezzate da parte ebraica tali attenzioni nella dichiarazione di questi giorni del rabbino-capo di Venezia: con Benedetto XVI "stiamo andando verso la cancellazione degli ultimi cinquant'anni di storia della Chiesa"! Perché si ha paura di mandare all'aria i negoziati per l'attuazione degli accordi del 1993 (!) con lo Stato di Israele? Beh, allora significherebbe che le questioni di bottega sono piú importanti della verità e della giustizia. Se cosí fosse, sarebbe molto triste e la Chiesa dovrebbe prepararsi, ancora una volta, ad affrontare, ahimè, il giudizio della storia. Già, la storia... Mi sembra impossibile che proprio nel momento in cui la Chiesa si trova costretta a difendere uno dei suoi Papi (di cui, per altro, resta indiscussa la santità) dall'accusa di silenzio, stia commettendo esattamente l'errore che le viene addebitato. Che differenza fra l'atteggiamento risoluto di Pio XI e quello eccessivamente diplomatico di Pio XII! Pio XI non esitò a lasciare l'Urbe all'arrivo di Hitler; ebbe il coraggio di scrivere due encicliche contro Nazismo e Comunismo. Se vogliamo seguire quell'esempio, oggi come minimo si dovrebbe annunciare l'accantonamento di qualsiasi ipotesi di viaggio del Santo Padre in Terra Santa (a che pro? per stringere mani grondanti di sangue?). Ma non escluderei interventi ancor piú decisi, tipo — perché no? — il richiamo del Nunzio e una enciclica sul Sionismo, ideologia non meno perniciosa di Nazismo e Comunismo. Sto sognando? Forse; ma mi sembra che in una situazione del genere non si possa tacere. Non c'è ragion di stato che tenga. Finora l'unico che abbia avuto il coraggio di alzare sommessamente la voce è stato il povero Card. Martino. E la Segreteria di Stato? Completamente latitante. Non bisogna aver paura della verità; non c'è nulla da perdere. Prima o poi essa verrà a galla; ma a quel punto diventerà molto difficile trovare scusanti. Non si potrà dire: "Non sapevamo", quando la realtà è sotto gli occhi di tutti. Prego perché il Signore illumini e dia coraggio al Santo Padre e ai suoi collaboratori.
Un cordiale saluto".

Fin qui la mia lettera al P. Cervellera, dove appunto mi lamentavo del silenzio vaticano sulla vicenda di Gaza. Come mai allora, con una shoah in corso, nessun intervento, nessuna riflessione teologica? E ora non passa giorno senza un intervento sulla memoria dell'Olocausto?

venerdì 30 gennaio 2009

Il Concilio, la scomunica e l'Olocausto

Alcuni mesi fa, precisamente nel giugno 2008, avevo sentito il bisogno di scrivere alcune riflessioni sul Concilio Vaticano II e le avevo inviate a un paio di siti web, solitamente attenti a tale tipo di problematiche, nella speranza di vederle pubblicate. Ma in un caso fui completamente ignorato; nel secondo caso ricevetti solo un gentile riscontro. OK, pensai, forse le mie riflessioni non interessano a nessuno. Devi pur essere pronto ad accettare che il mondo è piú grande di te e che quello che tu pensi non sia poi cosí importante.
Ma quelle riflessioni mi sono tornate in mente in questi giorni, dopo la revoca della scomunica ai quattro Vescovi lefebvriani, con tutte le polemiche che tale remissione e soprattutto le dichiarazioni negazioniste del vescovo Williamson hanno comportato.

Permettetemi perciò di pubblicare oggi quelle riflessioni. Se avrete la pazienza di leggerle, alla fine capirete perché.


CONCILIO E “SPIRITO DEL CONCILIO”

A oltre quarant’anni dalla conclusione del Vaticano II (8 dicembre 1965), e soprattutto dopo l’ormai famoso discorso di Benedetto XVI alla Curia Romana (22 dicembre 2005) e il motu proprio “Summorum Pontificum” (7 luglio 2007), mi sembra che possa considerarsi non solo legittimo, ma in certa misura doveroso procedere a un ripensamento del Concilio. Naturalmente, le seguenti note non hanno alcuna pretesa di definitività; esse vogliono essere solo una riflessione ad alta voce, aperta a qualsiasi ulteriore contributo. La riflessione sarà caratterizzata da estrema franchezza, ma allo stesso tempo da profondo attaccamento alla Chiesa. Per esigenze di chiarezza, dividerò la trattazione in quattro punti: opportunità, valore, interpretazione e “spirito” del Concilio.

L’opportunità del Concilio

Fino a qualche tempo fa ero fermamente convinto dell’utilità del Concilio. Nonostante gli innegabili abusi, dicevo: “Ce n’era bisogno”. La mia convinzione si basava sull’esperienza — diretta (per quel che può valere l’esperienza di un bambino) e indiretta (attraverso gli studi e le testimonianze di quelli un po’ piú vecchi di me) — della Chiesa pre-conciliare. Oggi direi piuttosto: “C’era bisogno di un profondo rinnovamento della Chiesa”. Il fatto è che di tale rinnovamento c’è ancora bisogno. Ciò significa che l’auspicato rinnovamento non c’è stato. Dunque, il Concilio ha fallito il suo obiettivo. Il Concilio, è vero, ha promosso tutta una serie di riforme: talvolta, a seconda dei casi, utili, opportune o necessarie; talaltra inutili, se non addirittura dannose (si pensi alla burocratizzazione della Chiesa con l’istituzione dei vari sinodi, consigli pastorali, commissioni, e quant'altro). Ma tali riforme strutturali non hanno prodotto ipso facto il rinnovamento della Chiesa, che rimane un fatto eminentemente spirituale ed esclusivamente dipendente dalla grazia dello Spirito Santo e dalla nostra personale conversione. È stata una pia illusione pensare che bastasse un concilio per rinnovare la Chiesa. Anzi, sembrerebbe che gli effetti del Concilio siano stati opposti a quelli sperati: la riforma liturgica ha rese deserte le chiese; il rinnovamento della catechesi ha diffuso l’ignoranza religiosa; la revisione della formazione sacerdotale ha svuotato i seminari; l’aggiornamento della vita religiosa sta mettendo a rischio l’esistenza di molti istituti; l’apertura della Chiesa al mondo, nonché favorire la conversione del mondo, ha significato la mondanizzazione della Chiesa stessa. È vero che dobbiamo guardare a queste cose con un certo distacco e con senso storico: la Chiesa ha affrontato nel passato ben altre difficoltà e le ha sempre felicemente superate. Per cui, se crediamo, non c’è da preoccuparsi piú di tanto. Ma un fatto è certo: aspettavamo la “nuova Pentecoste”, ed è arrivata la settimana santa; aspettavamo la “primavera dello Spirito”, e sono arrivate le nebbie dell’autunno.

Dirò di piú. Solitamente si guarda al Concilio (sia da parte tradizionalista, sia da parte progressista) come a un fungo spuntato durante la notte. Dimenticandosi che esso si situa sulla scia di un cammino di riforma della Chiesa in corso già da alcuni decenni: pensiamo al movimento liturgico, al rinnovamento degli studi biblici, al movimento ecumenico, ecc., che erano già in corso da lunga data. I Papi solitamente piú ammirati dai conservatori (Pio X e Pio XII) sono stati tra i maggiori esponenti di tali movimenti. Tanto per fare un esempio, la riforma liturgica non è incominciata con il Vaticano II, ma era già in corso da svariati anni. Pio XII aveva dato un notevole contributo a tale riforma (si pensi alla revisione dei riti della settimana santa). Certo, essa era appena iniziata e avrebbe dovuto proseguire. Ma si rende inevitabile una domanda: era proprio necessario un concilio per continuare una riforma già egregiamente avviata, gradualmente attuata e, quel che piú conta, condivisa da tutti? Mi sembra assai significativo che nessuno tra i tradizionalisti abbia mai avuto nulla da eccepire sul Messale riformato dal Beato Giovanni XXIII nel 1962, che pure si differenzia da quello promulgato da San Pio V. Lo stesso discorso potrebbe farsi sulla rivalutazione della Sacra Scrittura nella vita della Chiesa o sulla promozione del dialogo ecumenico. Dunque, c’era proprio bisogno di un concilio? Le stesse riforme promosse dal Vaticano II non avrebbero potuto essere attuate (forse meglio, perché condotte con piú prudenza e tenute sotto maggiore controllo) dalla Sede Apostolica, come era avvenuto fino a quel momento? Non posso ancora dare una risposta definitiva a tali domande; ma, da quel che ho detto finora, appare evidente la mia propensione per una risposta negativa alla prima domanda e affermativa alla seconda.

Mi rimane solo una perplessità. Forse era opportuno, se non addirittura necessario, convocare un concilio per continuare il lavoro iniziato dal Vaticano I. Non dimentichiamo che tale Concilio era stato interrotto; in piú occasioni si era pensato di riprenderlo, senza poi farne nulla. A quanto pare, Pio XII lasciò il progetto nel cassetto, perché si rendeva conto di quel che sarebbe potuto accadere alla Chiesa convocando un concilio. Ci volle la santa incoscienza di Giovanni XXIII per riprendere quel progetto e darvi attuazione (anche se poi, non so per quale motivo, egli preferí convocare un nuovo concilio, il Vaticano II appunto, piuttosto che riprendere il Vaticano I). In ogni caso, era evidente a chiunque che l’opera del Vaticano I era rimasta incompiuta: la sua “Costituzione dogmatica prima sulla Chiesa di Cristo” Pastor æternus aveva trattato del primato e dell’infallibilità del Romano Pontefice, ma non aveva avuto tempo (forse provvidenzialmente) di considerare gli altri aspetti del mistero della Sposa di Cristo. Anche in questo caso la riflessione sulla Chiesa era continuata nei decenni successivi (si veda l’enciclica Mystici Corporis di Pio XII) e sfociò nel Vaticano II, che cercò di dare una visione piú completa ed equilibrata della Chiesa rispetto a quella forzatamente sbilanciata del precedente Concilio. Giustamente Paolo VI, nel suo discorso del 21 novembre 1964 (quello in cui proclamò Maria “Madre della Chiesa”), ebbe a dire che con la promulgazione della Lumen gentium era stata « compiuta l’opera del Concilio Ecumenico Vaticano I ». Va detto peraltro che tale opera non può ancora dirsi del tutto esaurita: dopo il Vaticano II la riflessione sulla Chiesa è continuata, dando ulteriori apprezzabili frutti. Si pensi alla cosiddetta “ecclesiologia di comunione”, che può realmente costituire un ripensamento radicale della teologia sulla Chiesa, che permette a tutti gli aspetti (anche a quelli apparentemente contrapposti come collegialità e primato, Chiese particolari e Chiesa universale) di trovare il loro posto.

Il valore del Concilio

Veniamo al secondo aspetto, quello del valore del Concilio. Il Vaticano II è stato convocato e si è autocompreso come un “concilio pastorale”. Che io sappia, era la prima volta nella storia della Chiesa che veniva convocato un concilio pastorale. Al massimo si erano avuti dei concili disciplinari, guarda caso tutti clamorosamente falliti (come avvenne per il Concilio Lateranense V, che solo pochi anni prima del Concilio di Trento aveva tentato invano di riformare la Chiesa del tempo); ma concili pastorali, mai. Solitamente i concili venivano convocati per definire la dottrina in cui credere; questa volta invece ciò veniva escluso ex professo: « Lo scopo principale di questo Concilio non è la discussione di questo o quel tema della dottrina fondamentale della Chiesa ... Per questo non occorreva un Concilio ... È necessario che questa dottrina certa e immutabile, che deve essere fedelmente rispettata, sia approfondita e presentata in modo che risponda alle esigenze del nostro tempo ... Si dovrà ricorrere a un modo di presentare le cose che piú corrisponda al magistero, il cui carattere è preminentemente pastorale » (Giovanni XIII, Discorso di apertura del Concilio, 11 ottobre 1962). Dunque, il problema non era definire la dottrina (in quanto già definita), ma trovare un modo nuovo di presentarla. Obiettivo piú che legittimo per la Chiesa, che ha non solo il compito di definire e custodire la verità, ma anche quello di diffonderla. Ma si potrebbe obiettare ancora una volta, usando le stesse parole del Pontefice: Per questo occorreva un concilio? Non ci si rendeva conto che, non trattandosi di questioni dottrinali, ma solo di strategie pastorali, si correva il rischio di fare uno sforzo immane, destinato a essere presto superato dall’evolversi degli eventi? Non ci si rendeva conto che, cosí facendo, si dava a quel Concilio un carattere assolutamente contingente, legato alla transitorietà di quel momento storico? Non è chi non veda che il mondo di oggi è totalmente diverso da quello di quaranta anni fa. Possiamo considerare ancora attuale nel mondo d’oggi, segnato dal disincanto se non dal pessimismo e dalla disperazione, la Costituzione Gaudium et spes col suo ingenuo ottimismo?

Anche qui, però, una perplessità. Una perplessità che scaturisce da un’osservazione sulla Chiesa d’oggi. Se facciamo un raffronto tra le diverse Chiese locali, ci accorgiamo che il Concilio è stato applicato in esse in maniera alquanto differenziata. Ebbene, in quesi paesi dove piú che il Concilio è stato applicato (vedremo piú avanti la distinzione) lo “spirito del Concilio” (si pensi alla Francia o all’Olanda), il risultato è stato... il deserto. La situazione però non può dirsi migliore in quei paesi, come la Polonia o l’Irlanda, dove il Concilio è stato attuato senza molta convinzione e solo in maniera formale. Solo in quei paesi, come l’Italia, dove, pur fra mille limiti e contraddizioni, ci si è sforzati di promuovere il rinnovamento pastorale voluto dal Concilio, la Chiesa continua a registrare una certa vitalità. Dunque, forse non è stato del tutto inutile un concilio pastorale.

L’interpretazione del Concilio

Mi sembra particolarmente importante definire con chiarezza il valore del Concilio, perché da esso dipende la sua corretta interpretazione. Opportuno o inopportuno che fosse, il Concilio c’è stato. È un dato di fatto. Se anche fosse stato un errore, mi sembra abbastanza impensabile che oggi lo si possa ignorare o addirittura, come qualche tradizionalista vorrebbe, abrogare. Non resta che interpretarlo correttamente. È la posizione assunta dal Papa Benedetto XVI nel discorso alla Curia Romana del 22 dicembre 2005, a pochi mesi dalla sua elezione, in occasione del 40° anniversario della conclusione del Vaticano II. La posizione del Papa è chiara: una “ermeneutica della riforma” in contrapposizione a una “ermeneutica della discontinuità e della rottura”. Il Concilio va interpretato alla luce della ininterrotta tradizione della Chiesa. Nulla da eccepire su questo. Semmai andrebbero indicati alcuni ulteriori criteri ermeneutici.

Primo fra tutti, appunto, la considerazione del carattere specifico del Concilio: se vogliamo interpretare correttamente il Vaticano II, dobbiamo sempre ricordare che si tratta, come dicevamo, di un concilio pastorale: questo significa che esso ha un carattere contingente, legato alle condizioni della Chiesa e del mondo del tempo in cui esso si è svolto. Non possiamo assolutizzare il Vaticano II. E invece questo è esattamente ciò che è successo: quello che era voluto essere, ed effettivamente era stato, un concilio pastorale (e quindi con tutti i limiti che ciò comportava), a un certo punto è diventato piú vincolante di un concilio dogmatico. Si potevano mettere in discussione tutti i dogmi della fede cattolica, ma guai a mettere in discussione il Vaticano II. Un esempio di questo assurdo: la riconciliazione coi lefevriani a tutt’oggi viene dai piú subordinata a un’accettazione incondizionata del Concilio. Ma non ci si rende conto dell’assurdità? Nel dialogo ecumenico ci si sforza giustamente di individuare l’essenziale su cui tutti possiamo ritrovarci d’accordo (in necessariis unitas), trascurando le diversità accidentali (in dubiis libertas); all’interno della Chiesa cattolica ciò che ci unisce non sarebbe piú la stessa fede, ma l’accettazione di un Concilio autodefinitosi pastorale!

Secondo criterio: il Concilio ha emanato svariati documenti, non tutti con il medesimo valore: ci sono quattro costituzioni, nove decreti e tre dichiarazioni. Non sarebbe corretto mettere sullo stesso piano una dichiarazione e una costituzione. Le stesse costituzioni non hanno tutte lo stesso valore: una, quella sulla liturgia, non è definita da alcun aggettivo; due, quella sulla Chiesa e quella sulla divina rivelazione, si dichiarano “dogmatiche” (sebbene non definiscano alcun nuovo dogma); l’ultima, la Gaudium et spes, si presenta come una costituzione “pastorale”. Credo sia importante fare ricorso a tale criterio ermeneutico, perché di fatto le principali contestazioni di parte tradizionalista al Concilio vertono, guarda caso, su dichiarazioni, non su costituzioni dogmatiche: ciò che i lefevriani maggiormente criticano del Concilio è la libertà religiosa (Dichiarazione Dignitatis humanæ) e il rapporto con le religioni non-cristiane (Dichiarazione Nostra ætate). Mi sembra che, sulla base dei criteri ermeneutici su esposti, sia piú che legittimo mantenere su tali argomenti posizioni differenziate.

Lo “spirito del Concilio”

Un ultimo punto. Quando si interpreta un testo, uno dei criteri ermeneutici fondamentali è quello di stabilire l’intenzione dell’autore; se il testo è giuridico, si ricerca la mens del legislatore (cf can. 17 CJC). Non hanno allora ragione i progressisti (fra loro, in primis, la cosiddetta “Scuola di Bologna”), a far riferimento allo “spirito del Concilio”, che si situerebbe al di là della lettera dei suoi documenti e di cui loro stessi sarebbero i depositari? Se devo essere sincero, sono giunto alla conclusione che i “dossettiani” (chiamiamoli pure cosí per comodità, senza con ciò voler esprimere alcun giudizio su Don Giuseppe Dossetti) non hanno tutti i torti ad appellarsi allo “spirito del Concilio”. Voglio dire: quello “spirito” non è una loro fantasia; quello era veramente lo spirito di buona parte dei padri conciliari; non saprei dire se della maggioranza o solo di un’agguerrita minoranza (oggi diremmo: una potente lobby). A leggere le cronache del Concilio, c’è da rimanere allibiti (molto interessante in proposito può risultare la lettura, sul sito Una vox, del resoconto “Il Concilio giorno per giorno”). Ricordo che Mons. Ettore Cunial una volta ci confidò di non aver mai sentito nella sua vita tante eresie come durante il Concilio: se non ci fosse stata l’assistenza dello Spirito Santo e se avessero prevalso quelle posizioni, si sarebbe distrutta la Chiesa in pochi giorni. Ma, per l’appunto, c’era lo Spirito Santo (Dio sa scrivere diritto sulle righe storte) e, aggiungiamo pure, c’era anche il buon Paolo VI, che tenne in pugno la situazione e seppe guidare il Concilio alla sua conclusione. Anche considerando le cose da un punto di vista puramente umano, le discussioni tra i diversi gruppi presenti in Concilio portò a onorevoli compromessi, che trovarono espressione nei documenti conciliari, equilibrati e fondamentalmente condivisi da tutti (a quanto mi risulta, anche Mons. Lefebvre firmò tutti i documenti, compresa la Dignitatis humanæ). Ma proprio perché frutto di umani compromessi, i dossettiani hanno continuato ad appellarsi allo “spirito del Concilio” (vale a dire allo spirito della lobby progressista del Concilio) come all’unica legittima chiave di lettura del Concilio. Dal loro punto di vista, non hanno tutti i torti: i documenti conciliari sono frutto di un compromesso; essi non riflettono lo spirito di chi aveva voluto il Concilio e avrebbe voluto un ben diverso esito di esso. Il problema è: siamo sicuri che quello “spirito” coincida con lo Spirito di Dio? Siamo proprio sicuri che lo Spirito Santo si sia espresso attraverso lo “spirito del Concilio” e non piuttosto attraverso la lettera dei documenti conciliari, quella lettera frutto di umani compromessi?

Il problema è tanto piú grave, in quanto quella mentalità (lo “spirito del Concilio” identificato con l’intentio auctoris o mens del legislatore) non era diffusa solo fra i circoli progressisti della Chiesa, ma influenzò in certa misura la stessa attuazione del Concilio da parte delle supreme gerarchie. Faccio un esempio tratto dalla riforma liturgica. Il Concilio aveva previsto la conservazione dell’uso della lingua latina nella liturgia in genere (Sacrosanctum Concilium, n. 36), nella celebrazione della Messa (ibid., n. 54) e nella recita dell’ufficio divino (ibid., n. 101). Ebbene, non è stato qualche prete ribelle a disattendere tali norme, ma è stato lo stesso Sommo Pontefice ad autorizzare la traduzione integrale della liturgia nelle lingue volgari (con conseguente, inevitabile abbandono della lingua latina). Perché questo? Perché, sebbene contro la lettera del Concilio, ciò sembrava corrispondere alla sua mens.

È questo che ha rovinato la Chiesa. La colpa della crisi della Chiesa non può essere addebitata al Concilio in quanto tale, o per lo meno ai documenti che ne sono scaturiti, e neppure alla mancata attuazione di esso da parte di qualche irriducibile contestatore, ma alla diffusione a tutti i livelli di quello che si credeva essere il vero “spirito del Concilio”, ma era in realtà, per usare l’immagine di Paolo VI, il “fumo di Satana” che si stava insinuando nella Chiesa. Con questo non si vuole criminalizzare nessuno, tanto meno il povero Paolo VI, che fece di tutto per opporsi alle interpretazioni estremistiche del Concilio. Ma purtroppo il clima era quello; tutti ne furono in qualche modo contagiati e, magari in buona fede, furono portati a discostarsi dalla lettera del Concilio. Lo “spirito del Concilio” è stato come un veleno che ha ammorbato la Chiesa in tutte le sue fibre. Se ora vogliamo risanare la Chiesa, non dobbiamo annullare il Concilio, ma liberarla dal preteso “spirito del Concilio”. Quale l’antidoto? Tornare alla lettera del Concilio, nella quale si esprime il vero spirito del Concilio, che è poi lo spirito dell’ininterrotta tradizione della Chiesa.

Questo può comportare, se necessario, anche la revisione di alcune riforme, laddove queste si siano discostate dalla volontà esplicita del Concilio. Si parla con sempre maggiore insistenza di una “riforma della riforma” liturgica. Perché no? L’attuale soluzione (la coesistenza di due forme del medesimo rito) può essere accettata solo come soluzione transitoria, ma non può certo essere considerata la soluzione ideale e definitiva. Si rende sempre piú necessaria quella reciproca interazione dei due usi liturgici, prevista dal Santo Padre nella lettera ai Vescovi accompagnatoria del motu proprio: «
Le due forme dell’uso del Rito Romano possono arricchirsi a vicenda: nel Messale antico potranno e dovranno essere inseriti nuovi santi e alcuni dei nuovi prefazi ... Nella celebrazione della Messa secondo il Messale di Paolo VI potrà manifestarsi, in maniera più forte di quanto non lo è stato finora, quella sacralità che attrae molti all’antico uso ». Ancor piú esplicita si rivela la lettera del 23 giugno 2003 dell’allora Card. Ratzinger al Dott. Heinz-Lothar Barth: « Credo che a lungo termine la Chiesa romana deve avere di nuovo un solo rito romano. L’esistenza di due riti ufficiali per i vescovi e per i preti è difficile da “gestire” in pratica. Il rito romano del futuro dovrebbe essere uno solo, celebrato in latino o in vernacolo, ma completamente nella tradizione del rito che è stato tramandato. Esso potrebbe assumere qualche elemento nuovo che si è sperimentato valido, come le nuove feste, alcuni nuovi prefazi della Messa, un lezionario esteso con più scelta di prima, ma non troppa, una “oratio fidelium”, cioè una litania fissa di intercessioni che segue gli Oremus prima dell’offertorio dove aveva prima la sua collocazione ». Piú o meno quanto aveva previsto il Concilio.

Pertanto, per quanto sia legittimo discutere sul Concilio, dobbiamo ammettere che, se si vuole trovare un punto di equilibrio tra le diverse anime della Chiesa, probabilmente quel punto non lo si troverà se non nella lettera del Concilio stesso, frutto degli sforzi dei padri conciliari, della sapiente mediazione di Paolo VI e, soprattutto, dell’assistenza dello Spirito Santo.



Fin qui le mie riflessioni del giugno scorso. Orbene questa mattina, aprendo la mia posta elettronica, leggo sull'agenzia ZENIT la dichiarazione dei Vescovi tedeschi sulla vicenda della remissione della scomunica ai Vescovi lefebvriani: "Esprimiamo la chiara e grande aspettativa e la richiesta urgente che nel corso dei colloqui, i quattro Vescovi e la Fraternità di S. Pio X manifestino in modo inequivocabile e credibile la loro fedeltà al Concilio Vaticano II e in particolare alla dichiarazione Nostra Aetate, le cui istanze vennero fatte proprie da Papa Giovanni Paolo II nel suo lungo pontificato in maniera insistente e con risultati benefici". Come volevasi dimostrare! Ciò che ci rende cattolici non è l'accettazione dello stesso Credo, ma la "fedeltà al Concilio Vaticano II e in particolare alla dichiarazione Nostra Aetate". Non solo tale dichiarazione conferma le preoccupazioni da me espresse sei mesi fa, ma mi fa venire un altro cattivo pensiero: sta' a vedere che ora, per essere riammessi alla comunione (e forse, chissà, anche per rimanere in comunione) con la Chiesa cattolica, sarà necessaria un professione di fede nell'Olocausto...