giovedì 12 marzo 2009

Tradizione e tradizione

Oggi ci sarebbe da commentare la lettera che il Papa ha inviato ai Vescovi sulla revoca della scomunica ai quattro Vescovi lefebvriani. È stata già pubblicata in tedesco dal Frankfurter Allgemeine Zeitung e, in traduzione inglese, dal New Liturgical Movement. Sono d'accordo che l'informazione debba essere tempestiva, ma non condivido affatto questa corsa allo scoop, questa smania di sapere tutto e subito: ora non basta piú neppure essere informati "in tempo reale"; ora bisogna esserlo in anticipo. Oltre tutto, non mi sembra molto corretto commentare un testo che non è stato ancora pubblicato ufficialmente. E inoltre ogni commento richiede un minimo di riflessione. La lettera verrà pubblicata quest'oggi; avremo tempo di parlarne nei prossimi giorni.

Preferisco perciò tornare su una questione che era emersa nel post Chi ha paura del Vaticano II? (7 marzo 2009). Facevo riferimento a una interessante distinzione fatta da Giuseppe Ruggieri fra tradizione immediatamente precedente al Concilio e grande tradizione della Chiesa. Credo che sia una distinzione importante: non tutto il passato, semplicemente perché è passato, può essere considerato "tradizione". C'è tradizione e tradizione. Non dimentichiamo che, nella storia della Chiesa, le novità non sono state introdotte solo dal Vaticano II; anche in passato ci furono numerosi mutamenti e, guarda caso, quando essi non erano radicati nell'autentica tradizione ma erano stati introdotti unicamente per adattarsi ai tempi, si sono rivelati estremamente caduchi. Per cui, di tanto in tanto, c'è bisogno di fare un po' di "pulizia", di rimettere un po' d'ordine, di fare una valutazione e distinguere fra ciò che è imperituro e continua ad avere valore, e ciò che è caduco e può essere tranquillamente abbandonato. Da questo punto di vista, credo che il Concilio abbia avuto una sua utilità. C'era bisogno di accantonare certe supposte "tradizioni", ma non per interrompere la continuità della Chiesa, bensí per riallacciarsi alla "grande tradizione della Chiesa", che da quelle successive "tradizioni" poteva essere stata offuscata. Per esempio, uno dei grandi meriti del Vaticano II è stato quello di aver incoraggiato e favorito un ritorno alle "fonti". Ho potuto sperimentare personalmente questo nella mia formazione. Ho avuto la fortuna di ricevere una formazione tomistica alla scuola dei Domenicani, all'Angelicum, dove i miei professori non si sono accontentati di fare riferimento alla manualistica neoscolastica, ma ci hanno spronato a rivolgerci direttamente alla fonte, vale a dire alla Summa di san Tommaso.

Per approfondire questa distinzione, che mi sembra fondamentale, vorrei riportare la conclusione della mia tesi di laurea. Essa era dedicata a Il rosminianesimo nell'Ordine dei Barnabiti; fu difesa all'Università di Bologna il 21 marzo 1991 (relatrice la prof. Tina Manferdini). Fu pubblicata, in tre puntate, su Barnabiti Studi, nn. 7-9. Certo, per cogliere appieno il senso di tale conclusione, bisognerebbe prima aver letto le ottocento pagine della tesi (p. es., i personaggi citati appariranno ai piú dei semplici nomi: chiedo scusa), il tema è filosofico (ma con ricadute di carattere teologico), l'approccio potrebbe risultare un tantino specialistico (ma spero di aver usato un linguaggio comprensibile a tutti). Tuttavia credo che, se farete lo sforzo di leggere con attenzione il testo, potrete cogliere che cosa intendo per "tradizione". Buona lettura.


I BARNABITI E IL ROSMINIANESIMO

Scopo del Rosmini fu la restaurazione della filosofia. Il medesimo scopo si prefiggevano i Barnabiti suoi contemporanei. Questi avevano un motivo tutto particolare per perseguire quell’intento: nel Settecento, col cardinale Gerdil, il loro Ordine era stato depositario della tradizione filosofica cristiana. Probabilmente per questo motivo, perché eredi del Gerdil, i Barnabiti sentivano come loro dovere di dare il proprio contributo alla restaurazione della filosofia.

All’interno dell’Ordine due furono le tendenze che miravano a questo scopo. Alcuni pensarono che restaurare la filosofia significasse rimanere pedissequamente fedeli all’eredità gerdiliana e, semmai, tornare ai classici della filosofia cristiana, in particolare a sant’Agostino. È la posizione che abbiamo incontrato nel Milone, piú o meno condivisa e riproposta dal Vercellone. Il programma di questi pensatori non può non essere condiviso: di fronte alla divisione dei filosofi cattolici fra ontologisti e psicologi, essi lavorarono per la loro riconciliazione, da farsi sulla base della piú autentica tradizione filosofica cristiana, che vede i suoi maestri in san Tommaso e, soprattutto, in sant’Agostino. Un intento encomiabile, non c’è dubbio, ma totalmente astratto. Esso potrebbe essere definito una specie di “archeologismo filosofico”, che tentava di riproporre tale e quale una filosofia del passato, senza tener conto che nel frattempo il mondo era cambiato e la stessa filosofia aveva compiuto un lungo cammino. È vero che il Vercellone e il Milone (quest’ultimo però solo in un primo momento) vedevano nel Gioberti l’interprete autentico della tradizione a cui loro si rifacevano; ma proprio questo dimostra come un’apparente fedeltà esteriore alla tradizione possa rivelarsi prima o poi come il peggiore tradimento di essa. La tradizione è qualcosa di vivo, che deve continuamente adeguarsi ai tempi, magari anche arricchendosi di alcune “novità”, che poi in realtà tali non sono, essendo piuttosto lo sviluppo di germi già contenuti nella tradizione stessa.

Altri Barnabiti, senza per questo rinnegare le loro ascendenze gerdiliane, anzi inverandole, capirono che per essere fedeli a quell’eredità era necessario aprirsi a chi, nel loro secolo, era diventato il nuovo interprete della filosofia perenne, Antonio Rosmini. Con ciò essi si mostrarono continuatori di quella tradizione dell’Ordine, che aveva voluto i Barnabiti non aderenti ad alcuna scuola filosofica, ma aperti a qualsiasi novità, purché in essa vedessero riflesso un raggio della Verità. I Barnabiti lombardi, che ebbero il privilegio di conoscere il Rosmini, si accorsero che quell’uomo era stato scelto dalla Provvidenza per compiere l’opera del rinnovamento della filosofia, della società e della Chiesa. I Barnabiti videro nel Rosmini innanzitutto il Santo: innumerevoli sono le testimonianze al riguardo. In certa misura è vero per molti Barnabiti quel che il Semeria diceva a proposito del Piantoni: il «suo Rosminianesimo era fatto se non esclusivamente principalmente di una venerazione affettuosa per quell’uomo di Dio che fu Antonio Rosmini» (I miei ricordi oratorî). Ciò non toglie che i Barnabiti, almeno alcuni tra loro, scorsero nel Rosmini pure il Filosofo, e tra i filosofi quello che, solo, poteva rispondere alle loro attese di restaurazione della filosofia.

Se il rappresentante piú benemerito del rosminianesimo fra i Barnabiti è, senza dubbio, il Villoresi, che di esso fu non solo diffusore, ma, in certo senso, anche martire; colui che meglio di ogni altro si fece portavoce di questa adesione dei Barnabiti al rosminianesimo ci sembra essere il Tondini. La sua lettera all’Ateneo religioso di Torino è una specie di professione di fede nel rosminianesimo: «Le sue opere sono, a mio avviso, un vero tesoro per la Chiesa ... Iddio stesso s’incaricherà di svelare quali fini Egli si proponeva, dotando in tempo la sua Chiesa di una cosí stupenda enciclopedia filosofico-cattolica ... Rosmini è quello che meglio d’ogni altro ha compreso San Tommaso». Anche il Tondini, come i suoi confratelli Vercellone e Milone, si proponeva l’accordo tra i filosofi cattolici, ma era convinto che questo ideale si sarebbe potuto realizzare non con la costruzione di un sistema artificiale che mettesse d’accordo le opinioni di tutti, ma solo con l’adesione all’unico sistema che fosse, allo stesso tempo, vero e completo: e questo sistema rinvenne nel rosminianesimo.

Gli interventi pontifici, come bandirono il rosminianesimo dalla Chiesa, cosí misero a tacere le voci rosminiane fra i Barnabiti. Interrompendo al tutto la tradizione gerdiliana dell’Ordine, si pensò di potervi sostituire una nuova filosofia creata in laboratorio, il neotomismo. Anche in questo caso si trattava di una forma di “archeologismo filosofico”: ci si illudeva che la Chiesa potesse far fronte alle esigenze dei tempi nuovi riproponendo, tale e quale, una filosofia che era stata elaborata per rispondere ai bisogni del sec. XIII. Il frutto piú autorevole di questo tentativo fra i Barnabiti fu il Semeria: la sua formazione coincise con la restaurazione del tomismo nella Chiesa e nell’Ordine. Egli credette fermamente nella bontà di quel tentativo; ma proprio lui è per noi la prova migliore del fallimento di esso: il tomismo non gli forní gli strumenti per far fronte alle esigenze dei tempi nuovi, e di fronte al modernismo egli ci appare estremamente disorientato. Ben diverso fu l’atteggiamento del Gazzola, il quale, armato di una formazione rosminiana, seppe muoversi con maggiore sicurezza fra le acque agitate del modernismo. Emblematico ci sembra al riguardo il diverso atteggiamento dei due di fronte al giuramento antimodernistico. Ai tentennamenti intellettualistici del Semeria si oppone l’umile risolutezza del Gazzola: «Io lo posso prestare [il giuramento] senza alcuna difficoltà e ... le mie convinzioni religiose non hanno bisogno di cambiarsi per questo. Bisogna dire che il mio modernismo è sempre stato molto cattolico» (lettera del 21 settembre 1910). Il motivo di tale risolutezza lo troviamo spiegato in una lettera di un paio d’anni prima, quando si trattava di aderire al decreto Lamentabili e all’enciclica Pascendi: «[L’adesione] mi riesce tanto piú facile e spontanea in quanto che tutta la mia educazione intellettuale si è svolta in perfetta antitesi al soggettivismo filosofico e religioso che è l’anima del modernismo condannato» (lettera del 6 febbraio 1908).

È vero che anche il Semeria a un certo punto sentí l’esigenza di un adattamento del tomismo ai tempi nuovi: capí che non si trattava tanto di ripetere san Tommaso, ma di rifare ai nostri giorni ciò che san Tommaso aveva fatto ai suoi tempi. Parlò a questo proposito di “filosofia progressiva” (Scienza e fede), ma si trattava, anche in questo caso, solo di un progetto astratto, per di piú incapace di accorgersi che quel tentativo era stato già compiuto, e per di piú con successo. Il Semeria ebbe, nei confronti del rosminianesimo, un complesso di superiorità: pretendeva di giudicarlo senza aver fatto lo sforzo di comprenderlo. Pensava di poter distinguere, all’interno del rosminianesimo, le dottrine morali da quelle ideologiche, senza rendersi conto che quelle avevano in queste il loro fondamento. A un certo punto egli si accorse che alla sua formazione mancava qualcosa, quello che il Gazzola chiamò “l’anello di congiunzione tra il vecchio e il nuovo spirito” (lettera del 24 gennaio 1900); intuí, attraverso la morale rosminiana, che anche nell’ideologia rosminiana doveva esserci qualcosa di vero, ma non riuscí mai a fare il salto. E allora, quasi cercando di giustificarsi, tirò fuori la favola della “costituzione organica intellettuale” di ciascuno (Diario), senza rendersi conto che non era un caso se lui, che era stato formato al tomismo, si ritrovava tomista, mentre il Gazzola e il Ghignoni, che avevano ricevuto una formazione rosminiana, erano rosminiani.

Gli ulteriori interventi pontifici contro il modernismo spensero fra i Barnabiti ogni interesse non solo per il rosminianesimo, ma anche per la filosofia e gli studi in genere. Continuamente sospettati e accusati di eterodossia, essi preferirono riversare tutte le loro energie nel campo pastorale: il nostro secolo [XX sec.] è stato quello dell’apertura a nuove forme di apostolato e della fondazione di nuove case in ogni parte del mondo. Ciò però ha inevitabilmente comportato un notevole impoverimento culturale. Ciò riflette in qualche misura quanto è accaduto nella Chiesa, con la differenza che, se un Ordine religioso può anche per un certo periodo ripiegarsi sull’attività pastorale per non occuparsi di questioni dottrinali, la Chiesa non può permettersi questo lusso: essa deve essere sempre pronta a rispondere alle sfide che le vengono lanciate in ogni tempo. Nel secolo scorso [XIX sec.] il mondo stava cambiando; la Chiesa non era ancora pronta a confrontarsi con l’epoca moderna; ci fu chi, suscitato da Dio, la dotò degli strumenti necessari per affrontare il dialogo; ma essa preferí continuare ad usare i vecchi strumenti. Il modernismo ha dimostrato che ciò non era piú possibile. Si pensò allora di arginare il fenomeno con la repressione, ma non si diede una risposta alle istanze dei tempi nuovi. La forza però può avere effetto solo per un certo tempo: poi i problemi si ripresentano tali e quali e, se non si è ancora in grado di dare una risposta, allora non c’è piú nulla da fare; la forza non è piú utilizzabile. È quanto stiamo vivendo ai nostri giorni: i problemi posti dal modernismo all’inizio del secolo e allora messi a tacere con le censure, si sono ripresentati oggi. Ma neppure oggi la Chiesa si è mostrata pronta a dare una risposta: non ha ancora gli strumenti per poterlo fare, o meglio non vuole rassegnarsi a riconoscere che quegli strumenti le erano stati forniti “per tempo” (Tondini) dal Rosmini. Ed è cosí che, non potendo piú reagire né con la forza né con le idee, in molti casi la Chiesa, invece che rispondere al modernismo, lo ha supinamente accettato, con tutti i rischi che ciò comporta per la sua stessa esistenza. Manca alla Chiesa di oggi un pensiero “forte”, un sistema solido e oggettivo, che le permetta di muoversi con sicurezza nel mare delle opinioni che la sconvolgono.

Naturalmente neppure il rosminianesimo potrebbe oggi essere riproposto tale e quale. Di questo era già consapevole il Gazzola all’inizio del secolo. Non si può ripetere per il rosminianesimo l’errore fatto con l’agostinismo nel Medio Evo e col tomismo nel secolo scorso. Non sono, questi, sistemi chiusi e definitivi: essi sono solo l’espressione, nel loro tempo, della filosofia perenne. E la filosofia perenne, appunto perché tale, continua a vivere e ha bisogno di esprimersi in nuove forme, anche nel nostro tempo. Ma, come san Tommaso nel Medio Evo poté formulare la sua filosofia solo ricollegandosi con sant’Agostino e come il Rosmini elaborò il suo sistema prendendo le mosse da san Tommaso, cosí noi oggi non potremo ridar vita alla filosofia perenne se non a partire dal Rosmini. Agostino, Tommaso e Rosmini sono i tre giganti della filosofia cristiana; essi sono l’espressione del progressivo sviluppo della medesima tradizione filosofica.

I Barnabiti, che non hanno mai costituito una scuola, né mai si sono sentiti legati ad alcuna scuola altrui, ma in tutte hanno cercato la Verità, nel rosminianesimo hanno scorto l’ultima manifestazione della Verità e per questo lo hanno abbracciato con entusiasmo; ma, con la stessa libertà con cui hanno accolto il rosminianesimo, rimangono aperti a qualsiasi ulteriore rivelazione della medesima Verità.

mercoledì 11 marzo 2009

Rivolti al Signore

Se avete letto il mio post If only... (6 marzo 2009), dovreste aver chiara la mia posizione in materia liturgica. Se poi avete letto il mio articolo su Concilio e "spirito del Concilio" (contenuto nel primo post di questo blog), dovreste sapere che non escludo una eventuale "riforma della riforma" liturgica: ci sono numerosi dettagli che potrebbero essere rivisti, alcuni elementi dell'antica liturgia che potrebbero essere recuperati, nuovi elementi che potrebbero essere introdotti. Tutto è possibile: la liturgia è qualcosa di vivo che può evolversi (purché rimanendo in continuità con la tradizione). Ma ciò non significa che nella riforma liturgica, voluta dal Vaticano II e attuata dopo di esso, sia tutto da rigettare (la "riforma della riforma" con può trasformarsi in una sorta di "controriforma" liturgica). La maggior parte di quanto stabilito dalla riforma liturgica continua ad avere pieno valore; e questo perché non è frutto di improvvisazione, ma il risultato di un serio sforzo di rinnovamento. La maggior parte delle scelte operate dalla riforma liturgica sono storicamente, teologicamente e pastoralmente fondate. Le vigenti norme liturgiche sono assai equilibrate; per cui prima di procedere a una loro eventuale revisione, bisogna, a mio parere, pensarci molto bene. Il rischio, non remoto, è quello di gettare, con l'acqua, anche il bambino.

Mi sono venute in mente queste riflessioni dopo aver letto l'articolo di Mauro Gagliardi "La centralità del Crocifisso nella celebrazione liturgica", pubblicato su L'Osservatore Romano del 9-10 marzo (purtroppo non posso darvi il link, perché il quotidiano vaticano rimuove immediatamente dal web i suoi articoli, ma potete leggere l'articolo sui blog Papa Ratzinger [2] e Messainlatino.it). Mauro Gagliardi è uno dei nuovi consultori dell'Ufficio delle celebrazioni liturgiche del Sommo Pontefice. Nell'articolo citato ho l'impressione che egli voglia giustificare certe scelte recentemente compiute dall'Ufficio. Non so se vi siete accorti che da qualche tempo in qua l'altare su cui celebra il Papa è arredato in maniera diversa da come si usava precedentemente: sette candelieri posti sulla mensa dell'altare con al centro la croce. Si tratta praticamente della soluzione data a un problema che era stato sollevato negli ultimi anni, quello dell'orientamento della preghiera liturgica. Lo studio piú importante in materia è quello di Uwe Michael Lang, Rivolti al Signore (se ne veda una esauriente recensione qui). Non voglio entrare nella discussione aperta da tale opera, perché riconosco che si tratta di un problema reale, che va affrontato seriamente, e qui non è il luogo. Mi vorrei invece soffermare sulla soluzione a tale problema introdotta dalla nuova prassi dell'Ufficio delle cerimonie pontificie, una soluzione che era stata proposta dall'allora Card. Ratzinger nella sua Introduzione allo spirito della liturgia: "Non procedere a nuove trasformazioni, ma porre semplicemente la croce al centro dell'altare, verso la quale possano guardare insieme sacerdote e fedeli, per lasciarsi guidare in tal modo verso il Signore, che tutti insieme preghiamo". Mi permetto di esprimere qualche perplessità su tale soluzione.

Personalmente ritengo che la croce sia solo uno degli elementi iconografici della liturgia, certamente importante; ma, a mio modesto parere, non ne costituisce l'elemento centrale. Nella liturgia abbiamo una molteplicità di segni; la croce è uno di questi, ma certamente non il piú importante.

Il punto di partenza di ogni riflessione, che non vedo mai richiamato in queste discussioni, è l'assicurazione di Cristo: "Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lí sono io in mezzo a loro" (Mt 18:20). Questa è la cosa piú importante: la presenza di Cristo nella sua Chiesa. Quando la comunità si raduna, Cristo è in mezzo a loro; gli sguardi di tutti devono essere rivolti a lui. Naturalmente c'è bisogno di segni per riconoscere tale presenza. Il primo segno è la comunità stessa, la "Chiesa" in cui Cristo è presente. Altro segno importante è il sacerdote, il quale, non dimentichiamolo, non è un semplice animatore del culto (né tanto meno un "attore"), ma è ministro di Cristo, che agisce in persona Christi. Se poi cerchiamo l'elemento iconografico centrale, dobbiamo ricordare che, prima della croce, c'è l'altare: "L'altare è il centro dell'azione di grazie che si compie con l'Eucaristia ... Conviene che ci sia in ogni chiesa l'altare fisso che significa piú chiaramente e permanentemente Gesú Cristo, pietra viva" (Ordinamento generale del Messale Romano, nn. 296 & 298). Solitamente si pensa che il motivo per cui è stato disposto che l'altare sia staccato dalla parete è che in tal modo è resa possibile la celebrazione verso il popolo. Ma leggendo attentamente il n. 299 del citato Ordinamento, mi pare di capire che il motivo vero sia un altro: "L'altare sia collocato in modo da costituire realmente il centro verso il quale spontaneamente converga l'attenzione dei fedeli". Durante la lituriga tutti siamo rivolti al Signore, perché tutti siamo rivolti all'altare. È ovvio che dopo la consacrazione il segno per eccellenza diventa l'Eucaristia, il Corpo e il Sangue di Cristo deposti su quell'altare. E a quel punto l'attenzione di tutti, sacerdote e fedeli, deve essere concentrata su quel segno sacramentale.

In tale prospettiva mi sembra che la croce, pur rimanendo un elemento importante e ineliminabile, passi in secondo piano. Anzi, potrebbe costituire un ostacolo al convergere degli sguardi sull'Eucaristia. Sull'altare non dovrebbe esserci nulla al di fuori delle specie eucaristiche e tutti dovrebbero avere la possibilità di contemplarle. Se c'è un vantaggio della celebrazione versus populum, non è tanto quello che il celebrante e i fedeli possono guardarsi in faccia (a che pro?), ma proprio quello di permettere ai fedeli di contemplare il mistero che si realizza sull'altare (cosa impossibile sull'altare attaccato alla parete). A parte alcuni problemi pratici (l'effigie del Crocifisso a chi deve essere rivolta: al sacerdote o ai fedeli? Per favore non ritiriamo fuori certi crocifissi bifronti che erano apparsi all'inizio della riforma liturgica!), la presenza della croce e dei candelieri sull'altare, oltre a sminuire l'importanza dello stesso (certi pur meravigliosi altari barocchi sembravano diventati un semplice supporto di arredi sacri), rischia di occultare l'unico protagonista della Messa, Cristo Signore, realmente presente sotto le specie eucaristiche.

martedì 10 marzo 2009

I miei Vescovi

Un lettore bolognese, ex-alunno dei due collegi dove ho insegnato (la Querce di Firenze e il San Luigi di Bologna), si è rallegrato nel constatare la mia ammirazione per il Card. Giacomo Biffi, per vent'anni Arcivescovo della sua città (1984-2003). Beh, per me il Card. Biffi è sempre stato e continua a essere un importante punto di riferimento. È stato mio Vescovo durante i miei due soggiorni bolognesi (1985-89 e 1999-2000). Il caro ex-alunno, ritrovato dopo tanti anni grazie a Facebook, mi ha dato lo spunto per questo post sui "miei" Vescovi. In quasi trent'anni di sacerdozio, in fondo, ho avuto solo tre Vescovi (non considerando i Papi, anche loro miei Vescovi, perché Vescovi di Roma). E, devo dire, uno meglio dell'altro.

Il mio primo Vescovo è stato il Card. Silvano Piovanelli, Arcivescovo di Firenze dal 1983 al 2001. Un vero pastore: cordiale, affabile, attento verso tutti, sempre disponibile. Una volta riuscii ad arrivare nel suo studio inosservato, senza neppure passare attraverso il segretario. Pensate che ogni anno, nei giorni precedenti al Natale, veniva a celebrare la Messa per noi alla Querce. In una di quelle occasioni, appena nominato rettore, lo accolsi con un indirizzo di saluto un tantino impertinente, al termine del quale mi abbracciò pubblicamente: un vero padre! Passava per essere "di sinistra" (sappiamo il valore di tali etichette), ma era aperto a qualsiasi tipo di esperienza ecclesiale. Fu lui ad accogliere in diocesi l'Istituto di Cristo Re Sommo ed Eterno Sacerdote, affidando loro la Villa di Gricigliano. Mi incoraggiò ad aprire un gruppo di Scouts d'Europa, quando una cosa del genere appariva ai piú come una specie di scisma lefebvriano. Aveva chiesto che il nostro gruppo entrasse a far parte della Consulta dei laici, ma poi fu costretto a fare marcia indietro a causa dell'opposizione dell'AGESCI (lo capisco, poveretto: anche lui "teneva famiglia..."). Nonostante ciò, continuò sempre a sostenerci. Quando mi congedai da lui, nel 1999, mi ringraziò per la testimonianza di fedeltà alla Chiesa. Non poteva farmi complimento migliore.

Il mio secondo Vescovo è stato, appunto, il Card. Giacomo Biffi. Un tipo completamente diverso: molto piú riservato, apparentemente freddo, distaccato. Non era facile avere un appuntamento. Un grande teologo, un maestro, direi pure un "dottore". Era un piacere sentirlo parlare: durante le omelie (in genere molto brevi, ma incisive) si rimaneva lí a bocca aperta, non si perdeva una parola. Non si lasciava mai sfuggire l'occasione per una battuta. Con lui ebbi una volta un momento di tensione: volendo aprire anche a Bologna un gruppo di Scouts d'Europa, mi rivolsi a lui fiducioso (passava per essere "di destra"), ma ne ricevetti un secco no. "Vede, Padre — mi disse — voi religiosi oggi ci siete e domani siete da un'altra parte. Non si può iniziare un gruppo che rischierebbe poi di essere abbandonato". Aveva perfettamente ragione: di lí a poco fui trasferito.

Il mio attuale Vescovo è Mons. Luis Antonio Tagle, Vescovo di Imus. Non è ancora Cardinale, ma presto lo diventerà. È in pole position per la sede di Manila (dove il Card. Rosales ha già superato i 75 anni); ma non è escluso anche qualche incarico romano (da sacerdote è stato già membro della Commissione teologica internazionale, allora guidata da Ratzinger, e ora è membro del Consiglio permanente del Sinodo dei Vescovi). È uno dei teologi piú quotati in Asia (pare che sia lui l'estensore dell'esortazione apostolica post-sinodale Ecclesia in Asia); ma è pure un grande pastore: anche lui sempre disponibile e conteso da parrocchie e istituti. Deve farsi in quattro per attendere ai numerosi impegni a livello diocesano, nazionale e internazionale (lo scorso anno, per esempio, è passato dalla Giornata mondiale della gioventú in Australia al Congresso eucaristico internazionale in Canada al Sinodo dei Vescovi a Roma). Tutti lo vogliono e tutti gli vogliono un gran bene. Quando parla, anche lui è sempre molto profondo, brillante e spiritoso. Sfugge a certi canoni tradizionali (non l'ho mai visto in talare), ma non si può dubitare della sua ortodossia (ex-alunno dell'Ateneo de Manila, gli fu chiesto come mai non si fosse fatto gesuita; rispose: "Perché volevo essere un prete cattolico!").

E poi ci sono altri tre Vescovi, in questo caso miei confratelli, perché appartenenti al mio stesso Ordine religioso (i Barnabiti). Innanzi tutto il Servo di Dio Mons. Eliseo Coroli, Vescovo missionario in Brasile ("Prelato del Guamà"), fondatore delle Missionarie di Santa Teresina. È stato colui che mi ha ordinato diacono. Era davvero un santo! Il suo chiodo fisso era la gioia: volle che le sue suore facessero un quarto voto: l'apostolato della gioia. Un giorno fu ricevuto da Paolo VI; pochi giorni dopo il Papa pubblicò l'esortazione apostolica Gaudete in Domino, e dichiarò pubblicamente che gliela aveva ispirata un Vescovo missionario. Anche durante l'ordinazione diaconale, l'unica cosa che ci raccomandò, all'abbraccio di pace, fu di essere sempre portatori di gioia. Era di una semplicità e una povertà disarmanti. Il giorno dell'ordinazione, siccome portava sempre la sua umile veste nera barnabitica (anche sotto il sole equatoriale), pensammo bene di bardarlo a dovere con tutti i paramenti pontificali, e lui, con grande umiltà, ci lasciò fare. Ma ci sfuggí un particolare: durante l'omelia, seduto al faldistorio dinanzi all'altare, ci accorgemmo che non portava le scarpe, ma un semplice paio di sandali, dai quali risaltava un bel paio di calze nere... bucate. È in corso la sua causa di beatificazione. Speriamo di vederlo presto sugli altari.

Il Vescovo che mi ha ordinato sacerdote è stato invece Mons. Placido Cambiaghi, come si diceva allora, "Vescovo già di Novara" (guai a chi anteponeva quel "già" a "Vescovo"!). Era un grande uomo: dopo essere stato rettore alla Querce di Firenze e al Carlo Alberto di Moncalieri, era diventato maestro degli studenti e assistente generale e quindi nominato Vescovo, di Crema prima e poi di Novara. Purtroppo, nel 1971 era stato costretto a dare le dimissioni per motivi di salute; ma poi visse a lungo: morí nel 1987, quasi novantenne. Aveva una grande apertura mentale (quando divenne maestro degli studenti, volle che potessero frequentare le pontificie università romane, anziché la scuola interna di teologia). Magari era un po' burbero, ma aveva un cuore grande. Quando dovevo essere ordinato sacerdote, essendo da solo (i miei compagni sarebbero stati ordinati nei loro rispettivi paesi), pensai di chiedere di essere ordinato dal Papa, che aveva introdotto questa nuova prassi delle ordinazioni sacerdotali annuali. Ma poi, proprio quell'anno, il 13 maggio ci fu l'attentato. L'ordinazione era fissata per il mese di giugno. Si trattava di trovare un altro Vescovo. Mi rivolsi a lui. Se l'era già presa un po' perché l'anno precedente, per il diaconato, ci eravamo rivolti a Mons. Coroli. Ora, quando gli chiesi se poteva ordinarmi, mi rispose: "Ah, no, no. Cércati qualche altro Vescovo. Vai dal Card. Poletti o da chi vuoi". "Ma Eccellenza — risposi — io desideravo essere ordinato dal Papa, perché il Papa è il Papa. Ma dopo il Papa, per me c'è solo Lei" (ed era vero). "Beh, beh, se è cosí, allora..." Poi se la prese, perché sull'immaginetta sotto il nome non avevo scritto: "Sacerdote barnabita", ma, forse con un pizzico di civetteria, un semplice "prete" (per imitare il nostro fondatore Antonio Maria Zaccaria). Ebbene la sua omelia durante il rito di ordinazione fu in due punti: "sacerdote" e "barnabita"! I suoi preti gli volevano un bene immenso e gli rimasero affezionati fino alla fine.

Infine c'è Mons. Andrea Maria Erba, Vescovo emerito di Velletri-Segni, la diocesi di cui era titolare il Card. Joseph Ratzinger. Per questo, lo scorso 18 febbraio, nel ricevere il pellegrinaggio organizzato dai Barnabiti in occasione dell'Anno Paolino, Benedetto XVI ha detto: "Vedo il mio Vescovo di Velletri, Monsignor Erba, con cui per tanti anni ho condiviso l'esperienza pastorale di Velletri". Era stato proprio Mons. Erba, il giorno dell'insediamento, a giurare fedeltà al nuovo Pontefice a nome di tutto l'episcopato. Perché lo considero fra i miei Vescovi? Perché è stato per alcuni anni mio maestro di studentato, poi divenne parroco della mia parrocchia di origine (San Carlo ai Catinari); era parroco quando morí la mia mamma e quando si sposò mio fratello; da Vescovo battezzò le mie nipotine. Insomma uno "di casa". E "di casa" è stato, credo, con tutti i fedeli (preti, religiose e laici) della sua diocesi. Tutti gli volevano e continuano a volergli bene. Anche di lui ammiro l'apertura mentale: pronto ad accogliere e a valorizzare in diocesi qualsiasi esperienza spirituale, religiosa o pastorale.

Una caratteristica, questa, che ritrovo in tutti i "miei" Vescovi. Veri pastori, perché padri di tutti. Questi sono i Vescovi che mi piacciono. Oggi è molto comune ingabbiare le diocesi in piani pastorali astratti, scritti a tavolino; si impone a tutti di adeguarsi a tali piani e, se qualcuno non lo fa, resta escluso dalla comunione ecclesiale. Certi Vescovi, anziché servitori delle loro Chiese, ne appaiono piuttosto i padroni. Loro invece, i miei Vescovi, sono sempre stati attenti all'azione dello Spirito nella Chiesa, pronti a discernere e a riconoscere l'opera della grazia. Si sono sempre sforzati di seguire le parole dell'Apostolo: "Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie, esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono" (1 Ts 5:19-21).

lunedì 9 marzo 2009

Chi la fa l'aspetti

Ieri c'era una notizia assai ghiotta, che avrei voluto commentare. Si tratta del crollo della CDU nei sondaggi, che sta provocando una rivolta di quel partito contro la Cancelliera tedesca Angela Merkel. La notizia è riportata da AGI News On ed è stata ripresa dai blog Papa Ratzinger [2] e Messainlatino.it. Ma mi sono trattenuto, pensando che siamo in Quaresima. Ieri poi era domenica, e l'inno di Gregorio Magno che recitiamo all'Officium lectionis ci invita a controllare, fra l'altro, anche le parole: "Utamur ergo parcius | verbis, cibis et potibus, | somno, iocis et arctius | perstemus in custodia". Ma oggi, pur essendo ancora Quaresima, è lunedí, e non c'è quell'inno nell'ufficio, per cui mi sento autorizzato a non tenere piú sotto controllo la mia lingua.

"Chi la fa l'aspetti", ammonisce il proverbio italiano. Non so se in Germania ne abbiano uno equivalente. Dalla figlia di un pastore protestante, però, ci si sarebbe aspettata una maggiore conoscenza della Bibbia: "Chi scaglia un sasso in alto, se lo tira sulla testa, | e un colpo a tradimento ferisce chi lo vibra. | Chi scava una fossa vi cade dentro, | [e chi colloca una pietra davanti al suo prossimo vi inciampa] | chi tende un laccio vi resta preso. | Il male si ritorce su chi lo fa, | egli non sa neppure da dove gli venga. | Derisione e insulto per il superbo, | la vendetta, come un leone, lo attende al varco. | Sono presi al laccio quanti gioiscono per la caduta dei pii, | il dolore li consumerà prima della loro morte" (Sir 27:25-29). Già, dimenticavo, per i protestanti il Siracide (o Ecclesiastico) è un libro "apocrifo". Da questa esperienza, forse, la Signora Angela imparerà, a sue spese, che si tratta di un libro ispirato.

L'articolo dell'AGI sistiene che Frau Merkel abbia voluto far piacere a socialdemocratici e verdi. Io, che sono un po' piú malizioso, sospetto che abbia voluto far piacere a qualcun altro, a chi ormai controlla completamente la politica europea, dopo aver messo sotto controllo quella americana, Israele. O meglio, se proprio vogliamo dirla tutta, non è stata lei a voler far piacere a Israele, ma è stato Israele a imporle quel gesto. E lei, da brava scolaretta, ha eseguito il compitino che le era stato assegnato. Capisco che, di fronte a certi ricatti (sembra proprio che anche la nostra povera Angela qualche scheletruccio nell'armadio ce l'abbia), bisogna pure piegarsi. Ma c'è modo e modo: abbiamo una dignità da salvare. Lei invece ha voluto strafare; ha voluto essere la prima della classe. Ed ecco i risultati. Ben le sta! Personalmente, ritengo che in certi casi sarebbe assai piú dignitoso rifiutarsi di eseguire gli ordini ricevuti: si perderà pure il potere, si interromperà la carriera; ma che importa? Almeno se ne esce a testa alta, con onore. In questo modo, il potere lo si perde lo stesso, e in piú si perde pure la faccia. Speriamo che quanto sta avvenendo serva da lezione anche a qualche politico di casa nostra. Nel frattempo vorremmo dare un consiglio fraterno alla povera Angela: si dimetta, chieda scusa al Papa e si ritiri a vita privata, magari — perché no? — una silenziosa vita di preghiera e di penitenza. Farebbe molto bene alla sua anima, al suo paese e all'Europa tutta.

domenica 8 marzo 2009

II domenica di Quaresima ("Reminiscere")

«Dio mise alla prova Abramo e gli disse: "Abramo!". Rispose: "Eccomi!". Riprese: "Prendi tuo figlio, il tuo unigenito che ami, Isacco, va' nel territorio di Moria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò"» (Gen 22:1-2).

«Leggo un brano di Kierkegaard anche se è un po' difficile per molti, però il concetto non è difficile: "Il dovere assoluto può allora condurre a fare ciò che l'etica proibirebbe (...), ma non può in nessun caso portare il cavaliere della fede a smettere di amare". L'obbedienza assoluta non fa smettere a noi, cavalieri della fede, persone che hanno rapporto consapevole con l'Infinito, di amare. Abramo non ha smesso di amare Isacco dicendo di sí a Dio. Nel momento in cui Abramo vuole sacrificare Isacco, secondo la misura comune bisognerebbe dire che lo odia, ma se odiasse veramente Isacco potrebbe star sicuro che Dio non esigerebbe da lui questo sacrificio.
Il sacrificio non è abbandonare l'amore ... Il sacrificio è nell'amore: è un amore piú grande dentro l'amore terreno; è l'amore piú grande che dà l'eternità all'amore terreno. Abramo ama Isacco con tutta l'anima, e quando Dio glielo domanda egli lo ama; lo ama — se fosse possibile — ancora di piú, e solo cosí egli può farne il sacrificio; solo perché lo ama ne fa il sacrificio.
... Dio non ci dice di non amare (come non ha chiesto ad Abramo di non amare Isacco), ma ci chiede il sacrificio di un amore piú grande — l'amore a Dio. In questo amore, l'amore per Isacco è diventato eterno, ed è diventato simbolo grande per tutta la storia
» (Luigi Giussani, Esercizi alla Fraternità, Rimini 1990, pp. 18-19).

«Per fede, Abramo, messo alla prova, offrí Isacco, e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrí il suo unigenito figlio, del quale era stato detto: Mediante Isacco avrai una tua discendenza. Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe anche come simbolo» (Eb 11:17-18).

sabato 7 marzo 2009

"Chi ha paura del Vaticano II?"

Ho appena finito di leggere il libro Chi ha paura del Vaticano II?, a cura di Alberto Melloni e Giuseppe Ruggeri (Carocci, Roma, 2009). Molto gentilmente si era premurato di inviarmelo il Padre Generale, dopo aver letto il primo post di questo blog, contenente il mio articolo su Concilio e "spirito del Concilio", che in questi giorni sta avendo larga diffusione in Francia, grazie alla traduzione di Béatrice Bohly.

Che dire? Mi sento molto imbarazzato, perché non sono in grado di replicare a un'opera di questo genere. Non sono uno storico; non ho letto la Storia del ConcilioVaticano II, diretta da Giuseppe Alberigo, in 5 volumi (Lovanio 1995-2001; ed. it. a cura di A. Melloni, Bologna 1995-2001), né tanto meno ho seguito il dibattito storiografico e teologico che si è sviluppato in questi anni sul Vaticano II. Per cui, forse, farei meglio a tacere.

Dirò solo che, quando si legge qualcosa, qualsiasi cosa, c'è sempre da imparare qualcosa. Per cui, se avessi scritto il mio articolo dopo la lettura di questo libro, forse lo avrei scritto in maniera un tantino diversa. Per fare un esempio, finora non avevo mai dato eccessivo rilievo al significato che ha avuto per il Concilio l'elezione di Paolo VI. Per semplificare, si potrebbe definire tale evento come una "svolta ecclesiologica", da contrapporre al "principio pastorale" voluto da Giovanni XXIII. E questo è estremamente interessante, perché, a quanto pare, il Concilio era stato pensato in un certo modo e poi si è sviluppato in una direzione del tutto imprevista. È Paolo VI, dunque, non tanto Giovanni XXIII, che ha portato a termine la riflessione iniziata dal Vaticano I sulla Chiesa.

Un altro punto da ritenere lo trovo nel saggio di Giuseppe Ruggeri (senza dubbio il piú interessante del volume), dove si parla di una effettiva discontinuità del Concilio, ma con la tradizione immediatamente precedente (la cosa andrebbe un tantino circostanziata, se è vero che Pio XII è l'autore piú citato del Vaticano II), in favore di un recupero della grande tradizione della Chiesa (e questo è senz'altro vero: si tratta di uno dei meriti maggiori del Concilio). Sono d'accordo: la continuità non va intesa superficialmente, ma in profondità.

Questione assai piú spinosa è la polarità fra il Concilio inteso come decisioni e il Concilio inteso come evento. Concedo che non si possa ridurre il Concilio alle sue decisioni, cioè ai suoi documenti; è ovvio che si tratta anche di un atteggiamento, di uno stile, che non sempre è facile ritrovare nelle singole deliberazioni. Ci sarà, come è normale per qualsiasi tipo di testo, un problema di interpretazione, soggetto ai consueti criteri ermeneutici (primo fra tutti, la lettura del testo alla luce del suo contesto). Ma mi sembra estremamente pericoloso insistere sul Concilio inteso come evento, perché la trovo una posizione estremamente soggettiva, dove chiunque può dire qualsiasi cosa, senza piú un punto di riferimento oggettivo. E invece è proprio qui che si fissa la polemica della "Scuola di Bologna": la Chiesa postconciliare fatica a cogliere la portata storica dell'evento conciliare, e in tutti questi anni non avrebbe fatto altro che procedere a una specie di "normalizzazione" a partire dagli stessi documenti conciliari. Il tentativo in corso consisterebbe nel voler "sottrarre il Vaticano II alla sua storicità e dunque ... negare che le sue scelte e il suo stesso essere accaduto possano dire qualcosa al presente e al futuro della chiesa" (cosí Melloni a p. 129).

E proprio qui sta il punto, o meglio i punti, su cui non mi trovo per nulla d'accordo. Primo, l'approccio storico al Concilio (come a qualsiasi altro evento del passato) è non solo legittimo, ma doveroso. Quel che non è legittimo è l'esclusivizzazione di tale approccio, come se non fossero possibili altri approcci (teologico, canonico, pastorale, ecc.). Gli storici della Scuola bolognese non possono pretendere che la Chiesa interpreti il Concilio come loro, che sono storici, lo interpretano. Mi sembra ovvio che la Chiesa ne dia altre letture, non solo altrettanto legittime, ma altrettanto doverose. Questi signori si sono appropriati del Concilio; pensano che loro ne siano gli unici custodi e interpreti e che tutti debbano adeguarsi alla loro esclusiva lettura.

Seconda considerazione. OK all'approccio storico; ma stiamo attenti, perché spesso la storia cessa di essere tale e si trasforma in ideologia. È quanto succede quando non si considera il Concilio semplicemente come un evento, per quanto importante, nella storia della Chiesa; ma lo si trasforma nell'evento (forse sarebbe piú giusto scrivere "l'Evento"), intorno al quale dovrebbe ruotare tutta la storia della Chiesa. Signori cari, di Evento con la "e" maiuscola nella storia dell'umanità ce n'è uno solo, Gesú Cristo. Tutto il resto sono semplici eventi. Il Vaticano II non fa eccezione. Studieremo con molta attenzione la sua storia (quante cose da imparare!), ma non ci lasceremo trascinare nella vostra lettura ideologica del Concilio. Preferiamo, molto piú modestamente, di leggerne i documenti e di interpretarli alla luce della ininterrotta tradizione della Chiesa, sotto la guida dei suoi Pastori.

venerdì 6 marzo 2009

If only...

Ieri il mio articolo su Concilio e "spirito del Concilio" è stato pubblicato su La Porte Latine, sito ufficiale del Distretto di Francia della Fraternità sacerdotale San Pio X. Potrei dire: "Missione compiuta". Quel testo è finalmente giunto a destinazione. Perché a loro era diretto. E mi fa piacere leggere, nel messaggio che mi hanno inviato per comunicarmi la pubblicazione, che il testo è considerato "très interéssant". Sono sempre stato convinto che con un diverso approccio alla questione del Concilio sia possibile trovare una qualche soluzione. Ringraziamo il Signore e preghiamo perché il seme gettato possa portare frutti.

A questo punto però il sottoscritto corre un grosso rischio: se l'articolo viene condiviso dai lefebvriani, significa che chi lo ha scritto è un loro simpatizzante. Si tratta di una delle tante semplificazioni a cui siamo abituati. Per fortuna, vedo che non tutti si lasciano trascinare in simili riduttivismi. Per esempio su Le Forum Catholique il mio articolo è stato cosí presentato: "Il provient d'un prêtre non traditionaliste". Confermo: non mi considero "tradizionalista", come non mi considero "progressista"; mi sembrano etichette banali, prive di significato. Mi sento, questo sí, radicato nella tradizione, ma una tradizione vivente, che si evolve, che progredisce. Il grande Biffi era solito dire, a proposito del razionalismo, che tra questo e la ragione intercorre la stessa differenza che passa fra i polmoni e la polmonite. La stessa cosa vale per la tradizione e il progresso: "tradizionalismo" e "progressismo" non ne sono che le rispettive degenerazioni.

Credo che possa essere utile riportare, per chiarire la mia posizione soprattutto in materia liturgica, la traduzione italiana di un articolo che pubblicai, in inglese, oltre un anno fa (Natale 2007) su iPaul, la newsletter del Saint Paul Scholasticate, a commento del motu proprio "Summorum Pontificum". Era intitolato If only...


Il 7 luglio 2007 (07/07/07! qualche significato recondito?) Papa Benedetto XVI ha pubblicato il motu proprio "Summorum Pontificum" sull'uso della liturgia romana precedente alla riforma del 1970. Già nel 1984 Papa Giovanni Paolo II, con uno speciale indulto, aveva permesso l'uso del Messale Romano pubblicato dal Beato Giovanni XXIII nel 1962 (l'ultima edizione prima della riforma liturgica); ma l'indulto doveva essere concesso dai Vescovi diocesani, i quali però, per i piú svariati motivi, spesso si rifiutavano. Pertanto nel 1988 lo stesso Pontefice, col motu proprio "Ecclesia Dei", aveva esortato i Vescovi a fare generoso uso di questa facoltà in favore di tutti i fedeli che lo desideravano. Ma anche dopo questo secondo intervento la situazione era cambiata poco. Non pochi fedeli erano costretti ad andare nelle chiese e nelle cappelle dei lefebvriani, se volevano partecipare alla Messa secondo il vecchio rito. Con questo nuovo motu proprio Papa Benedetto XVI liberalizza l'uso della liturgia tridentina per tutti quei sacerdoti e fedeli che amano questo rito. Non ci sarà piú bisogno di chiedere il permesso al Vescovo del luogo. D'ora in poi deputati ad accordare l'autorizzazione saranno i parroci, i rettori delle chiese e i superiori maggiori per le comunità religiose. Nel motu proprio, il Papa dichiara che il vecchio Messale non è stato mai abrogato, e perciò può essere liberamente usato come "forma straordinaria" della liturgia romana, rimanendo la "forma ordinaria" il Messale promulgato da Paolo VI nel 1970.

Nella lettera ai Vescovi che accompagna il motu proprio Benedetto XVI spiega il motivo che lo ha indotto a liberalizzare la celebrazione della Messa tridentina: "Si tratta di giungere ad una riconciliazione interna nel seno della Chiesa. Guardando al passato, alle divisioni che nel corso dei secoli hanno lacerato il Corpo di Cristo, si ha continuamente l’impressione che, in momenti critici in cui la divisione stava nascendo, non è stato fatto il sufficiente da parte dei responsabili della Chiesa per conservare o conquistare la riconciliazione e l’unità; si ha l’impressione che le omissioni nella Chiesa abbiano avuto una loro parte di colpa nel fatto che queste divisioni si siano potute consolidare. Questo sguardo al passato oggi ci impone un obbligo: fare tutti gli sforzi, affinché a tutti quelli che hanno veramente il desiderio dell’unità, sia reso possibile di restare in quest’unità o di ritrovarla nuovamente." Con tali parole il Santo Padre rivela il vero motivo che lo ha spinto a emanare il motu proprio. Potremmo chiamarlo un "motivo ecumenico", che è come dire l'unità della Chiesa. Il riferimento del Papa è evidente. Egli vuole recuperare alla piena comunione ecclesiale quei fedeli che al presente vivono ai margini della Chiesa per motivi liturgici (sebbene non solo liturgici), e cioè i sacerdoti e laici affiliati alla Società San Pio X, conosciuti come "lefebvriani" dal nome del loro iniziatore, l'Arcivescovo Marcel Lefebvre, CSSp (1905-1991).

Probabilmente nessun documento pontificio era mai stato avversato cosí duramente. Ciò che sorprende è che la piú forte resistenza ad applicare la decisione papale viene dai Vescovi stessi, ovviamente il piú delle volte non in maniera aperta, ma subdola, appigliandosi a ogni sorta di cavilli. Perché? Il motivo generalmente portato è che permettere di celebrare liberamente secondo il vecchio rito potrebbe provocare divisioni all'interno delle comunità parrocchiali. È curioso che quanti si sono sempre considerati fautori di libertà e pluralismo nella Chiesa, quanti dicevano che unità non significa uniformità, quanti hanno sempre tollerato spericolati esperimenti, creatività illimitata e scandalosi abusi, ora esigano assoluta uniformità, dimenticando che nella Chiesa sono sempre esistiti riti diversi, senza che ciò mettesse a rischio l'unità della Chiesa. È singolare che i sostenitori dell'ecumenismo con tutti e a ogni costo, gli stessi sempre pronti a criticare la Chiesa del passato per essere stata incapace di evitare divisioni, ora non solo non si curano della sorte dei loro fratelli tradizionalisti, ma neppure sono capaci di comprendere la sollecitudine del Santo Padre per i suoi figli erranti ai margini della Chiesa. È chiaro che la premura per l'unità delle comunità parrocchiali è solo un pretesto.

Forse il vero motivo di tali dure reazioni al motu proprio è un altro. Siccome la riforma liturgica è stato il "fiore all'occhiello" del Concilio Vaticano II, temono che permettere un ritorno alla liturgia preconciliare potrebbe condurre a mettere in discussione il Concilio nel suo insieme. Il Papa ha già chiarito che la riforma liturgica non è in questione, tanto meno il Concilio. Ma c'è qualcosa di vero nella preoccupazione degli "ammutinati". La decisione papale per lo meno mette in discussione un certo modo di interpretare il Concilio. Questo non è il luogo per discutere sul Concilio; ma è certo che, a piú di quaranta anni dalla conclusione del Vaticano II, una spassionata verifica del Concilio e delle successive interpretazioni diventa necessaria. Tanto piú che Benedetto XVI stesso ha già iniziato questo "ripensamento" del Concilio col suo autorevole discorso alla Curia Romana del 22 dicembre 2005 (e solo lui, che era stato uno dei protagonisti del Concilio, poteva farlo). In ogni modo, è curioso che coloro che si sono sempre appellati allo spirito del Concilio, ora si aggrappino alla sua lettera per contestare il Papa.

Ciò detto, vorrei aggiungere alcune considerazioni personali sul motu proprio. Io sono uno che ha fatto in tempo a conoscere la vecchia liturgia: quando divenni chierichetto, la Messa era ancora in latino. Ma proprio in quegli anni cominciò la riforma liturgica e io ne fui un convinto assertore. Io amo la nuova liturgia; la trovo bella, quando celebrata nel modo dovuto, ricca e teologicamente profonda. Da sacerdote non ho mai celebrato secondo il vecchio Messale, e dopo il Concilio ho partecipato alla Messa tridentina appena un paio di volte. Se devo essere sincero, non la trovo per nulla affascinante. Amo il latino e mi piace celebrare la Messa in latino, specialmente se cantata in canto gregoriano. Ma, nell'usus antiquior, a parte Dominus vobiscum e Oremus, non si sente nulla; tutto è detto sottovoce. Il mese scorso [novembre 2007] ho comprato un messalino, che riproduce il Messale del 1962, ma l'ho trovato estremamente povero in confronto al Messale di Paolo VI. Ciò che colpisce maggiormente è l'assenza dell'abbondanza della Parola di Dio che troviamo nella nuova liturgia. Perciò non ho alcuna nostalgia della vecchia Messa (per quanto la consideri un gioiello della tradizione) e non penso che mi avvarrò della possibilità concessa dal motu proprio, a meno che qualche gruppo di fedeli non mi chieda di celebrare la Messa tridentina (fa parte dello spirito paolino essere disponibili verso tutti).

Penso che il motu proprio, cosí come esso è stato pubblicato, non possa essere l'ultima parola in materia. Secondo me, a parte alcuni punti da chiarire (p. es. che cosa significa il "gruppo stabile di fedeli" autorizzato a richiedere al parroco la celebrazione secondo il vecchio rito), ci sono alcuni problemi che devono, prima o poi, essere affrontati. Vedo tre grossi problemi: l'uniformità del calendario (non ha senso avere due diversi calendari); l'adozione del nuovo lezionario (che considero uno dei frutti migliori della riforma liturgica); la partecipazione attiva dei fedeli. Ma mi sembra che il Santo Padre stesso lasci la porta aperta a possibili futuri sviluppi, quando nella lettera accompagnatoria ai Vescovi dice: "Le due forme dell'uso del Rito Romano possono arricchirsi a vicenda".

Vorrei concludere con un'esperienza avuta lo scorso ottobre [2007]. Una coppia di Filippini che vivono negli Stati Uniti e che di solito vanno a Messa in una chiesa della Fraternità San Pietro (da non confondersi con la Società San Pio X) a Phoenix in Arizona, mi ha chiesto se potevo celebrare una Messa tridentina in occasione del loro anniversario di matrimonio. Ho risposto che non potevo, innanzi tutto perché non sapevo come celebrare, in secondo luogo perché non avevo il Messale (non avevo ancora comprato il messsalino di cui sopra). Cosí, ho proposto di celebrare la Messa in latino secondo il Messale di Paolo VI, in canto gregoriano e con le letture in inglese. Sono rimasti cosí soddisfatti, che ho pensato: se tutti i sacerdoti avessero sempre celebrato il novus ordo nel modo dovuto, forse a questo punto nessuno avrebbe nostalgia del vecchio uso e non ci sarebbe stato bisogno di nessun motu proprio...


giovedì 5 marzo 2009

Qualche considerazione sul caso Wagner

Probabilmente molti di voi hanno seguito la vicenda di Mons. Gerhard Wagner, il quale in un primo momento era stato nominato dal Papa Vescovo ausiliare della diocesi austriaca di Linz e poi, per la mobilitazione mediatica avvenuta in seguito all'annuncio di tale nomina (e in seguito a una presa di posizione della stessa Conferenza episcopale austriaca) era stato costretto a rinunciare (non si capisce bene con quanta libertà) alla nomina stessa. La rinuncia è stata accolta dal Papa lunedí scorso: "Il Santo Padre ha dispensato il Monsignor Gerhard Wagner dall'accettare l'ufficio di Vescovo Ausiliare di Linz (Austria)". Se volete saperne di piú, andate a questo link, dove troverete tutti i riferimenti necessari per farvi un'idea della situazione.

Si tratta di una di quelle vicende, di cui solitamente preferisco non occuparmi, perché so che qualunque cosa dici sarà sempre sbagliata. Eppure, non mi sembra corretto far finta di nulla. Anche da questa situazione dobbiamo trarre qualche ammaestramento (non si tratta di giudizi, ma solo di alcune riflessioni).

1. La prima riflessione si collega con quanto dicevo negli ultimi giorni sulla complessità della realtà. Anche questa vicenda dimostra quanto sia complicata la situazione della Chiesa odierna, specialmente in alcuni paesi europei. Si fa presto a invocare la scure; si fa presto a esigere un ricambio dell'episcopato; si fa presto a dire che il Papa dovrebbe intervenire. Ecco, vedete che cosa succede, quando solo prova a farlo? Si noti: Mons. Wagner non sarebbe diventato Arcivescovo di Vienna, ma semplicemente Vescovo ausiliare di Linz. Si consideri inoltre che questo non è il primo tentativo di intervento della Santa Sede in Austria, e in altre Chiese in pericolo (specialmente l'Olanda): che cosa non ha fatto Giovanni Paolo II per recuperare queste Chiese locali? E che cosa ha ottenuto? Lo abbiamo sotto i nostri occhi. Gli è che, in certe situazioni, l'unica cosa possibile è "gestire" la situazione stessa, senza avere l'ambizione di cambiare tutto e subito, semplicemente perché non è possibile. Bisogna accontentarsi di navigare a vista, di salvare il salvabile. Ricordate Don Camillo? Quando arriva l'alluvione, che cosa può fare il contadino? Salvare il seme. Quando l'alluvione avrà fatto piazza pulita di tutto, allora il contadino potrà ricominciare a seminare (Don Camillo e Don Chichí). E questo, credo, Benedtto XVI lo sta facendo piú che egregiamente.

2. La seconda riflessione riguarda la libertà della Chiesa. Noi pensavamo che la Chiesa avesse raggiunto la piena libertà nelle nomine episcopali, senza interferenze del potere politico. E voi, questa, la chiamate libertà? Il potere politico ha cambiato le sue forme: non si chiamerà piú re o imperatore; oggi abbiamo il potere dei media (dietro cui si nascondono altri, ben peggiori, poteri occulti). Almeno una volta sapevamo con chi dovevamo prendercela; oggi con chi ce la prendiamo? Anche qui un piccolo ammaestramento dobbiamo pur trarlo. Spesso ci si lamenta (come, per esempio, nel penultimo capoverso del link su riportato) delle "risorse umane" della Chiesa. Teoricamente è giusto; facile a dirsi. Ma come volete poi che certi posti vengano ricoperti da persone competenti, con la testa, di carattere? È ovvio che, con questo clima, il piú delle volte ci finiscano i mediocri.

3. La terza riflessione riguarda la persona del Santo Padre. È ovvio che questa vicenda costituisca per lui un ulteriore smacco. Non è il primo e, probabilmente, non sarà l'ultimo. Vediamo con piacere che, dopo tutto, non si lascia spaventare piú di tanto da queste vicende. Evidentemente sa che, in certi casi, bisogna accettare di fare un passo indietro, per poi farne due in avanti. In questi giorni i vaticanisti si sono sbizzarriti a chiedersi se il Papa è solo, lasciato solo, isolato, solitario o solista, e chi piú ne ha piú ne metta. Certo, una certa solitudine umana deve provarla, se lo ha candidamente confessato di fronte ai suoi preti (il clero romano); ma anche questo non mi sembra turbarlo piú di tanto: evidentemente sa che fa parte del mestiere. Nonostante ciò, e senza voler in nessun modo insegnare il mestiere al Papa, un ammaestramento generale, per tutti noi, dovremo pur trarlo da questa vicenda. Un superiore, chiunque egli sia, può decidere quel che vuole; ma è buona norma, prima di decidere, creare consenso attorno a quella decisione; altrimenti essa sarà rifiutata. Un buon superiore non è solo quello che decide bene, ma quello che coinvolge tutti nelle decisioni, in modo che abbiano l'impressione che siano stati loro a decidere. Capisco che è facile a dirsi, non altrettanto facile a farsi.

4. L'ultima riflessione riguarda Mons. Wagner. Non ho il piacere di conoscerlo. Le uniche cose che so a suo riguardo sono quelle che sapete anche voi, le solite banalità ripetute fino alla noia dai media: è un "ultra-conservatore", ha affermato che l'uragano Katrina è una punizione divina e che Harry Potter è un'invenzione del diavolo. Ma vi rendete conto a che livello siamo arrivati? Vi rendete conto della serietà dei nostri mezzi di informazione? Semplificazioni piú idiote non si potrebbero immaginare. Come si fa a classificare una persona, con la sua storia, le sue opinioni, i suoi valori, i suoi drammi, in questi schemini che non sarebbero tollerati neppure per delle comari. Io non so (e non mi interessa piú di tanto) che cosa abbia effettivamente detto Mons. Wagner sull'uragano Katrina e su Harry Potter. Dico solo che, qualunque cosa egli abbia detto, è liberissimo di dirla. Ma da quando in qua debbono essere i media a stabilire i confini della nostra libertà di pensiero e di espressione? Ciò che viene chiesto a un sacerdote cattolico è di non insegnare nulla che vada contro la fede cattolica. Non mi risulta che Mons. Wagner abbia formulato alcuna eresia. Ha solo espresso delle legittime (sí, lo ripeto per chi non lo avesse capito: legittime) opinioni personali. Altrettanto legittimo discuterle. Si tratta di diritti garantiti dalla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo (art. 18 & 19). I requisiti per diventare vescovo sono elencati nel can. 378: tra essi non figura l'accettazione del candidato da parte dei media, e non è previsto l'esame delle sue opinione personali. Dai miei studi biblici e teologici mi risulta che non si possa escludere l'intervento di Dio nei fatti storici. Se, invece di stracciarci le vesti, ci lasciassimo interrogare da certe provocazioni (senza la pretesa di trovare immediate risposte, solo lasciarci interrogare), non sarebbe meglio? In una Chiesa che spesso si compiace di definirsi "profetica", un atteggiamento di maggiore apertura non guasterebbe.

mercoledì 4 marzo 2009

Primo bilancio

Non è mai simpatico parlare di sé, ma una volta tanto non si può evitare di farlo. Il blog sta avendo una discreta diffusione: ha superato ampiamente i cento visitatori quotidiani. Per essere nato da un mese, non ci si può lamentare. La maggior parte dei lettori è, naturalmente, in Italia; ma ci sono nutriti gruppi di visitatori in Brasile, in Francia, in Ungheria e in Portogallo. Altri sono sparsi nei vari continenti (c'è qualche lettore anche in Cina!). La cosa, naturalmente, non può che farmi piacere.

Alcuni post sono stati tradotti in altre lingue. Avevo già segnalato la traduzione in francese della mia replica a Küng (Benoît et moi); lo stesso post è stato tradotto pure in portoghese dal sito dell'Associazione culturale brasiliana Monfort. Ora il sito Benoît et moi ha pubblicato anche la traduzione francese del mio articolo su Concilio e "spirito del Concilio" (vedi qui), ripresa anche dal sito Eucharistie sacrament de la miséricorde e da Le Forum Catholique (molto interessanti e significativi i commenti finora pubblicati: ancora una volta la Francia dimostra di avere una marcia in piú rispetto all'Italia).

Segnalazioni del blog sono state fatte dalla Lista dei Siti cattolici in Italia, dal blog Papa Ratzinger [2], dal sito Maràn athà e infine, ieri, sul sito StoriaLibera.it. Bene. Grazie a tutti per l'apprezzamento.

Una cosa però vorrei aggiungere. Ho notato, in genere, una tendenza a prendere le distanze: non si può fare a meno di riconoscere che si tratta di "una voce fuori dal coro" (vedi la segnalazione di ieri su StoriaLibera.it), che desta una certa curiosità perché va controcorrente, ma, appunto per questo, meglio stare sul chi va là. Per carità, nulla da eccepire: si tratta di posizioni assolutamente legittime. Io per primo prendo le distanze da me stesso, non essendo poi neppure io cosí sicuro di quel che dico. Eppure, voglio aggiungere qualcosa.

Per esempio, il sito Monfort introduce il mio post su Küng con queste parole: "Embora não concordemos com todas as idéias e modos de expressão do autor, publicamos esse artigo pelas boas verdades que diz contra o modernista Hans Kung e outros inimigos do Papa Bento XVI. Viva o Papa!". Ripeto, pienamente legittimo dissentire su alcune o anche tutte le mie idee e, ancora di piú, sul mio modo di esprimermi (io stesso ho sentito il dovere di correggermi). Ma mi chiedo: possibile che in tutto l'orbe cattolico non si sia trovato nessun altro, piú autorevole, piú preparato, piú equilibrato di questo "Querciolino errante" (l'ultimo arrivato nella blogosfera) per replicare a certi moloc della moderna teologia?

Da parte sua, il sito Eucharistie sacrament de la miséricorde presenta il mio articolo sullo spirito del Concilio in questo modo: "A notre avis cet article pose plus de questions qu'il n'apporte de réponses". Gli autori del sito non immaginano che soddisfazione mi abbiano dato: non potevano farmi complimento piú bello. Non ho mai cercato di dare risposte; credo che sia piú che sufficiente porre domande. Ed è forse proprio questo che ci manca oggi: non siamo piú capaci di mettere nulla in questione. Accettiamo tutto passivamente. E se c'è qualcosa che fa problema, andiamo subito alla ricerca della soluzione bell'e pronta, della risposta pre-confezionata, che ci metta l'anima in pace. Esattamente quello che fanno le ideologie, di cui parlavo ieri: hanno sempre pronta una risposta per ogni questione. Ma il piú delle volte la realtà è un po' piú complessa delle loro facili spiegazioni. E noi non siamo capaci di accettare questa complessità; essa ci mette in crisi, perché richiede riflessione, apertura, spirito critico, disponibilità a rivedere le nostre conclusioni. Chi è capace di farlo? Meglio affidarsi al politicamente corretto. Se solo questo blog aiutasse qualcuno a porsi qualche dubbio, a ragionare con la sua testa, penso che avrà svolto un egregio servizio.

martedì 3 marzo 2009

Nazismo, Comunismo e Sionismo

Qualcuno, scorrendo questo blog, è rimasto un po' perplesso, notando come io sia portato a mettere sullo stesso piano sistemi di pensiero tanto distanti fra loro come Nazismo, Comunismo e Sionismo. Certo, se si ragiona in base agli sbrigativi schemini politici propinatici da giornali e TV, ben difficilmente si riuscirà a trovare qualcosa di comune fra i tre suddetti "-ismi". È cosí semplice: il Nazismo era di destra, mentre il Comunismo è di sinistra; perciò essi si situano su due versanti diametralmente opposti. Qualche problemino semmai lo porrà il Sionismo: dove collocarlo, a destra o a sinistra? Beh, in fondo il Sionismo è quel movimento che ha portato alla creazione dello Stato di Israele (l'«unica democrazia del Medio Oriente»), per cui potremmo metterlo al centro. D'altronde in Israele (l'«unica democrazia del Medio Oriente») — lo abbiamo visto alle recenti elezioni — ci sono partiti di destra (il Likud di Netanyahu), di centro (il Kadima di Sharon, Olmert e la Livni) e la sinistra (i Laburisti di Peres e Barak). Per cui qualsiasi paragone del Sionismo col Nazismo e col Comunismo sembra assolutamente fuori luogo.

Ma non ci sia accorge che questi sono gli schemini politici che fanno tanto comodo a chi vuole perpetuare un sistema di potere, dandoti l'illusione che tu stia vivendo nel migliore dei mondi possibili. Quante volte — diciamocelo chiaramente — abbiamo pensato: "Che fortuna essere nati e vivere nel libero Occidente! Pensa se fossi nato in Germania sotto il Nazismo o in Unione Sovietica al tempo di Stalin o nella Cambogia di Pol Pot!" E ci sentiamo tutti tranquilli, perché abbiamo raggiunto un punto di non-ritorno: viviamo in un sistema pienamente democratico, dove ciascuno può esprimersi liberamente, dove c'è il rispetto reciproco, dove non è piú possibile che si ripetano gli orrori del passato. Il ricordo delle vittime dell'Olocausto impedisce che ci possa essere anche solo la tentazione di far rivivere il Nazismo (e se la Giornata della Memoria non fosse sufficiente, c'è sempre pronta qualche saggia legge contro la negazione della Shoah); la celebrazione dei martiri delle foibe (finalmente dopo tanti anni ci siamo ricordati anche di questi poveri morti di serie B) ci ammonisce sugli orrori a cui anche il Comunismo può portare (adesso poi — che vogliamo di piú? — non è rimasto in Parlamento nessun deputato che porti il nome di comunista). E siamo tutti contenti.

Salvo poi accorgerci che anche nel nostro mondo (il «migliore dei mondi possibili») c'è qualcosa che non va: ci sono milioni di esseri umani che vengono eliminati prima di nascere; ci sono esseri umani che vengono condannati a morte per fame e sete; ci sono migliaia di esseri umani che muoiono sotto le bombe "intelligenti" ufficialmente destinate a colpire solo alcuni "terroristi"; ci sono centinaia di migliaia di essere umani che muoiono per l'esportazione della democrazia. È vero che i media o fanno di tutto per nasconderci tali realtà o ce le presentano come una ineluttabile necessità: dobbiamo pur difenderci dal terrorismo; dobbiamo pur difendere la nostra libertà (che ci è costata tanto sacrificio); dobbiamo pur difendere i valori della civiltà giudaico-cristiana contro la barbarie! Ma, se solo mettiamo il naso fuori del sistema mass-mediatico ufficiale (basta una giratina su internet, una sorta di moderno "samizdat"), qualcosa di quelle tragedie giunge alla nostra attenzione senza il filtro del politicamente corretto. Allora, che cosa c'è che non va?

Anche dopo la fine di Nazismo e Comunismo, il mondo non è ancora realmente libero; c'è ancora qualcosa che lo rende schiavo, qualcosa di molto simile a Nazismo e Comunismo. Ci sono altre ideologie che hanno preso il loro posto. Quali? Il Sionismo? Certo, il Sionismo non è l'unica ideologia sopravvissuta. La mia enumerazione non è sicuramente completa; forse bisognerebbe aggiungere Liberalismo e Capitalismo terminali. Ma non c'è dubbio che il Sionismo è, fra le ideologie esistenti, una delle piú perniciose.

Potete cosí vedere che cosa accomuna Nazismo, Comunismo e Sionismo (in buona compagnia con Liberalismo e Capitalismo terminali): sono ideologie. Che cos'è un'ideologia? Un sistema di pensiero, di "idee" che vengono assolutizzate. Ciò che conta non è piú la realtà, la realtà con tutte le sue miserie e le sue contraddizioni. No, ciò che conta sono le idee. Intendiamoci, le idee hanno la loro importanza, come rappresentazione della realtà; ma nel caso dell'ideologia l'ordine viene rovesciato: non sono le idee che devono adeguarsi alla realtà; è la realtà che deve adeguarsi alle idee. E, se non lo fa... ci pensa Robespierre, il quale, avendo una concezione molto alta della società, se qualcuno non si adeguava, gli tagliava la testa. Bisognava pur fare un po' di pulizia e creare una società perfetta! La stessa cosa hanno fatto il Nazismo e il Comunismo: chi non si adeguava, veniva eliminato. La stessa cosa, ahimè, sta facendo il Sionismo: bisogna ristabilire lo Stato d'Israele (non vi sembra giusto che un popolo che vive da duemila anni nella diaspora abbia una sua patria?); se poi questo comporta l'eliminazione fisica di un altro popolo, quello palestinese, è un dettaglio che non conta: si tratta di un semplice effetto collaterale, che bisogna pur tollerare.

È ovvio che qualsiasi sistema di pensiero può trasformarsi in ideologia. Anche la religione. Quando essa cessa di essere l'umile ricerca della Realtà ("Dio"), quando cessa di essere accoglienza di una rivelazione, per trasformarsi in un sistema dottrinale, a quel punto diventa ideologia. Quando, dimenticando che solo Dio è assoluto, assolutizziamo gli enunciati della fede (non solo i dogmi, ma anche... il Concilio Vaticano II), noi trasformiamo il Cristianesimo in ideologia.

Una caratteristica delle ideologie è che esse, come le antiche religioni pagane (loro pure, in un certo qual modo, "ideologie", cioè creazioni della mente umana), esigono le loro vittime sacrificali. I milioni di morti delle ideologie sono le vittime offerte a queste moderne divinità, che sono le nostre idee.

Nel corso dei tempi la Chiesa cattolica è stata sempre vigile nel difendere il popolo di Dio dalle ideologie. I Papi hanno continuato a mettere in guardia i cristiani dai pericoli di questi nuovi idoli, specialmente attraverso lo strumento dell'enciclica: sono state scritte encicliche contro il Liberalismo e contro il Socialismo. Ieri ricordavo un grande Pontefice che non ebbe paura dei totalitarismi del suo tempo e scrisse due encicliche rispettivamente contro il Nazismo e contro il Comunismo; ne aveva pronta un'altra contro il razzismo, ma non fece in tempo a pubblicarla. Anche oggi la Chiesa continua a metterci in guardia dai pericoli dei nuovi idoli, ma non mi sembra che abbia sempre il coraggio di chiamare il nemico per nome. È per questo motivo che in un mio precedente post invocavo la pubblicazione di una enciclica contro il Sionismo, perché mi pare che sia uno dei principali problemi del mondo d'oggi. Certo non l'unico, ma sicuramente uno dei piú urgenti.

Spero che questa mia riflessione, che non ha nessuna pretesa di completezza (siamo in un blog), possa aiutare qualcuno a rendersi conto dei pericoli delle ideologie, qualunque esse siano. Quando ero giovane era di moda essere di sinistra, e sembrava che un cristiano non fosse veramente tale se non conciliava la sua fede col marxismo. Oggi è di moda essere di destra, e sembra che un cattolico non possa che essere di destra, votare per Berlusconi e sostenere la crociata dell'Occidente contro il terrorismo. Israele è l'avamposto dell'Occidente in Medio Oriente (una specie di "Regno Latino di Gerusalemme" dei nostri giorni). La causa è comune: la difesa dei "valori giudaico-cristiani". Ma, se invece di difendere i "valori giudaico-cristiani" (anch'essi, dopo tutto, idee) tornassimo al Vangelo sine glossa, fossimo cristiani senza etichette, né di destra né di sinistra né di centro, alla ricerca della sola verità, non sarebbe meglio?

lunedì 2 marzo 2009

"Il piú grande Papa del XX secolo"

L'altro giorno L'Osservatore Romano ha pubblicato l'intervento del Card. Tarcisio Bertone in occasione del Convegno internazionale "La sollecitudine ecclesiale di Pio XI alla luce delle nuove fonti archivistiche", promosso dal Pontificio Comitato di Scienze Storiche e svoltosi in Vaticano dal 26 al 28 febbraio (potete leggerne il testo su ZENIT).

Mi ha fatto piacere sapere che era stato organizzato un convegno storico su Pio XI in occasione del 70° della scomparsa. Non nego che avevo provato un certo disappunto nel vedere come la ricorrenza (10 febbraio) fosse passata quasi inosservata, a ridosso com'era delle celebrazioni per l'80° della costituzione dello Stato della Città del Vaticano (11 febbraio).

Man mano che passano gli anni la figura di questo Pontefice cresce nella mia considerazione. Non sapevo (lo apprendo dall'interessantissimo intervento di Bertone) della stima nutrita per lui da due persone che ho sempre ammirato molto: il Card. Giacomo Biffi e don Divo Barsotti. Per Biffi Pio XI sarebbe il piú grande Papa del XX secolo; per Barsotti, degli ultimi secoli.

Colpisce l'insolita carriera di Pio XI: nel 1917, al compimento del 60° anno, era un semplice prete (un "topo di biblioteca", lo definiremmo noi oggi); dopo appena cinque anni, nel 1922, era Papa. Ebbene, quest'uomo che non aveva seguito la trafila della carriera ecclesiastica, né come diplomatico (come allora di solito avveniva) né come pastore (fu arcivescovo di Milano solo per pochi mesi), fu capace di governare la Chiesa per diciassette anni con una lucidità, una lungimiranza, una fermezza e, diciamo pure, una grinta, che lasciano sbalorditi.

In un precedente post (31 gennaio 2009) paragonavo l'atteggiamento risoluto di Pio XI nei confronti dei totalitarismi e quello eccessivamente diplomatico del suo successore Pio XII. Dopo aver letto questo articolo su Il Secolo XIX, confesso che le quotazioni di Papa Pacelli nella mia stima sono scese notevolmente. E mi chiedo pure se non abbiano un fondamento le voci di un possibile avvelenamento (potete trovare i riferimenti nella scheda su Papa Pio XI di Wikipedia: sembrerebbe essere stato il Card. Tisserant a mettere in giro la voce "Lo hanno liquidato"). Certo, colpisce che sia morto proprio alla vigilia del decennale della Conciliazione, quando avrebbe dovuto pronunciare un duro discorso contro fascismo e nazismo e avrebbe annunciato un'enciclica sul razzismo. Il testo del discorso e le bozze dell'enciclica sono misteriosamente scomparsi. Speriamo che prima o poi tali documenti possano tornare alla luce. Nel frattempo nazismo e fascismo sono miseramente scomparsi; mentre la figura di Papa Ratti si va viepiú ingigantendo.

domenica 1 marzo 2009

Chiesa e modernità

Non so che cosa sia successo: è misteriosamente scomparso da Papa Ratzinger blog [2] un post del 26 febbraio, nel quale Raffaella si chiedeva come mai la stampa cattolica e i movimenti non prendessero posizione dopo l'intervista di Küng, lasciando solo ai blog il compito di difendere la persona del Santo Padre. In quel post Raffaella metteva il dito sulla piaga (e forse proprio qui sta il motivo della sua scomparsa).

Vorrei prendere spunto da quel post per fare qualche riflessione di carattere piú generale sul rapporto tra Chiesa e modernità. Perché proprio di questo si tratta. Non so se vi siete accorti che la bufera provocata dalla remissione della scomunica ai quattro Vescovi lefebvriani (e dalle dichiarazioni negazioniste di uno di questi) si è scatenata proprio nel mentre la Santa Sede stava facendo un notevole sforzo di immagine per dimostrare che la Chiesa si è pienamente riconciliata con la modernità: celebrazioni galileiane, convegno su Darwin, lancio del canale vaticano su YouTube. Qualcuno ricorda nulla di queste iniziative? L'unica immagine rimasta è che il Papa toglie la scomunica a un Vescovo negazionista. Flop piú totale non si poteva immaginare. Mi dispiace per il Vaticano e per quelli che avevano ideato e stavano eseguendo questo intervento di lifting ecclesiale. Ma, mi duole dirlo, se la sono andata a cercare.

Eh sí, perché non è in questo modo che ci si riconcilia con la modernità. Non è abbracciando con secoli di ritardo le posizioni di chi era stato precedentemente condannato che si diventa moderni. Non è rincorrendo il mondo che si diventa ad esso accetti; perché il mondo cambia continuamente, e noi saremo sempre in ritardo. Oggi, diciamocelo chiaramente, non importa piú niente a nessuno di Galileo e di Darwin, se non quando c'è da polemizzare con la Chiesa. E noi procediamo a tardive quanto improbabili riabilitazioni?

Il problema della modernità non è tanto o solo un problema di contenuti, ma prima di tutto un problema di mentalità. E la mentalità è ancora, come dicevo in un post precedente, quella dell'ancien régime. Lo dimostra appunto quanto avvenuto con l'intervista a Küng. Nessuno che sia stato capace di controbattere e di farlo tempestivamente. Perché? La stampa cattolica non dovrebbe avere questo fra i suoi fini istituzionali? L'Osservatore Romano crede di essere moderno perché ora ci scrivono anche gli ebrei; Avvenire pensa di essere moderno perché ora ci scrivono anche gli atei. Poi, quando c'è da ribattere a Küng, latitano, lasciando che se ne occupino i blog. Come mai? Perché la loro mentalità è ancora quella del "bollettino ufficiale", quella delle "veline" (chiaramente, non quelle di Canale 5, ma quelle del MinCulPop): si aspetta che arrivi il comunicato ufficiale della Sala Stampa, altrimenti non ci si muove. Si ha paura di prendere posizione, perché si potrebbe sbagliare; si misurano le parole, altrimenti qualcuno potrebbe offendersi. Con tanti saluti alla tempestività e all'incisività dell'informazione. Certo che si può sbagliare. E con ciò? Se si sbaglia, ci si corregge; se si offende qualcuno, si chiede scusa. Dove sta il problema? No, noi non possiamo sbagliare! Ma non ci accorgiamo di essere ridicoli? Se fossimo un po' piú semplici, un po' piú umili, ma con un po' piú di passione per la verità, il problema del rapporto fra Chiesa e modernità, forse, sarebbe risolto.

sabato 28 febbraio 2009

Una Chiesa viva

Qualcuno si aspetterà che continui a parlare del caso Küng, viste le reazioni provocate dal mio post del 26 febbraio e dalla successiva "Pubblica ammenda" (che riguardava, sia ben chiaro, esclusivamente il titolo, non il contenuto del post). Ma, fra i motivi per cui ho deciso di escludere commenti nel mio blog fin dall'inizio, c'è anche quello che non posso e non voglio starci dietro. Richiederebbe tempo e attenzioni che, sinceramente, preferisco dedicare ad altro. Non voglio passare la mia giornata davanti al computer; non voglio vivere in un mondo cibernetico; voglio vivere nella realtà. Ringrazio tutti quanti sono intervenuti, sia quelli che hanno voluto incoraggiarmi ad andare avanti, sia i critici che lo hanno fatto con garbo. Ringrazio, in particolare, il sito Benoît et moi, per aver messo il mio post a disposizione dei lettori di lingua francese.

Qualcuno si aspetterà forse che dica qualcosa sulle scuse di Mons. Williamson e il successivo intervento di Padre Lombardi, che considera la dichiarazione del Vescovo negazionista insufficiente. Se devo essere sincero, la questione mi è venuta a noia.

Oggi preferisco parlare di qualcosa di piú positivo. Avete letto l'altro giorno su Avvenire la presentazione del libro Fare il prete non è un mestiere di Laura Badaracchi? Ebbene, a me ha fatto immenso piacere, perché dimostra che, tutto sommato, al di là delle lamentele (piú o meno giustificate) che possiamo fare, la Chiesa italiana è ancora una Chiesa viva. È vero, all'inizio del Novecento i preti erano quasi 70.000; dopo un secolo si sono praticamente dimezzati, ma non è poi cosí malaccio in confronto ad altri paesi europei. Anche l'età media non è poi cosí avanzata (60 anni), come in altre regioni. E questo libro si limita a descrivere esclusivamente la realtà del clero diocesano. Ci sarebbe poi da considerare la realtà del clero religioso. È vero che forse, in tal caso, la media dell'età sarebbe un tantino superiore; ma questo è compensato, nel caso degli istituti religiosi, da un ringiovanimento provocato dalla loro internazionalizzazione.

Lasciate, a questo proposito, che porti una testimonianza personale. Fino a sei anni fa sono vissuto in Italia, inserito nell'attività pastorale sia nella parrocchia, sia soprattutto nella scuola. Conosco i problemi della Chiesa italiana. E, finché ci vivevo, ero portato a evidenziarne soprattutto gli aspetti negativi. Ma è proprio vero che si scopre il valore di una cosa quando la si perde: ora che vivo lontano dall'Italia, ho imparato ad apprezzare le ricchezze della Chiesa italiana. Una di queste ricchezze è appunto il suo clero. Non possiamo lamentarci dei preti italiani, non soltanto di quelli di una volta, ma anche di quelli piú giovani. Penso che si possa affermare tranquillamente che, anche dopo il Vaticano II, nei seminari italiani si è lavorato seriamente. Lasciatelo dire a chi ora può fare qualche confronto (per favore, non chiedetemi di dire di piú). Certo, nella massa, ci sarà sempre la mela marcia; ma ciò non toglie nulla al valore dell'insieme. Troverete preti di tutti i tipi, ognuno è un tipo a sé; ma proprio questa varietà è un'immensa ricchezza.

Ho già detto che la ricerca andrebbe forse integrata con uno studio della vita religiosa italiana. Ma vorrei aggiungere che esiste un'altra realtà che è spesso trascurata, dimenticata o addirittura ignorata. È quella della Chiesa italiana fuori d'Italia: le migliaia di missionari — sacerdoti, religiosi e soprattutto religiose — presenti in ogni parte del mondo. Anche per me è stata una scoperta! Ve lo posso assicurare, siamo un piccolo esercito. Non piú cosí numerosi come una volta, ma ancora un numero ragguardevole (specie se confrontato con i missionari di altre nazionalità). Non piú giovanissimi, ma neppure vecchissimi. Devo dire di essere estremamente edificato dalla testimonianza di generosità, di disinteresse, di abnegazione e, diciamolo pure, di capacità operative. Certe suorine cosí semplici, che sono state capaci di realizzare meraviglie!

Ebbene, una Chiesa che è stata e continua a essere capace di esprimere tante vocazioni, è una Chiesa viva. Non possiamo che ringraziarne il Signore.

venerdì 27 febbraio 2009

Pubblica ammenda

Ancora grazie a Raffaella per aver voluto segnalare il mio post di ieri sull'intervista di Hans Küng. Dal suo blog vedo che il titolo da me usato ha scandalizzato qualche lettore. Accolgo il rilievo come una forma di correzione fraterna, e chiedo scusa. Capisco che non è molto carino far uso di certe espressioni, e capisco pure che esse potrebbero facilmente essere ritorte contro di noi. Chiedo solo che mi si conceda un'attenuante: il genere letterario. Ogni testo va letto tenendo conto del suo genere letterario. Questo è un blog, non è una rivista scientifica. Un blog con un titolo che è tutto un programma; un blog che di proposito vuole essere polemico, e nella polemica è ovvio che talvolta può scappare anche qualche espressione forte.

A questo proposito, vorrei fare una piccola riflessione. OK, il Vangelo è chiaro riguardo al massimo rispetto dovuto ai fratelli: "Chi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna" (Mt 5:22). Ma non vi sembra che nella Chiesa attuale siamo andati troppo in là nell'applicazione di questo principio? Non vi sembra che la Chiesa d'oggi abbia perso qualsiasi virilità; che essa sia diventata un po' smidollata, sempre pronta a subire qualsiasi ingiuria e incapace di reagire? È, questo, segno di mitezza evangelica ("Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anche se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l'altra", Mt 5:39) o non piuttosto di umanissima viltà ("Chi mi rinnegherà davanti agli uomini, anch'io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli" (Mt 10:33)? In fondo, Gesú, quando era necessario, non andava molto per il sottile: "Guai a voi, scribi e farisei ipocriti... guide cieche... sepolcri imbiancati" (Mt 23:13-32). Ecco, penso che dovremmo recuperare un po' di fierezza di essere cristiani e cattolici ed essere pronti a rintuzzare le provocazioni sempre piú numerose che ci vengono rivolte. Gli altri possono permettersi qualsiasi cosa contro di noi; noi invece dobbiamo pesare le parole. D'accordo, non possiamo metterci sullo stesso piano, perché cosí facendo negheremmo il Vangelo che professiamo; ma il Vangelo non ha mai prescritto la pusillanimità.

giovedì 26 febbraio 2009

Deliri di un ottuagenario

Non so se abbiate avuto modo di leggere l'intervista rilasciata l'altro giorno da Hans Küng a Le Monde (e diligentemente divulgata in Italia da La Stampa). Nonostante l'avanzare degli anni, il "piú grande teologo contestatore cattolico vivente" non demorde e continua a pontificare ex cathedra. La cattedra, come al solito, sono i grandi mezzi di comunicazione, sempre pronti a fare da grancassa al suo infallibile magistero.

Dall'intervista traspare chiaramente la stizza del teologo tedesco per non essere lui il Papa, ma il suo coetaneo-concorrente Ratzinger. Dopotutto, era lui l'esperto invitato al Concilio da Giovanni XXIII; Ratzinger era un semplice teologo privato dell'Arcivescono di Colonia! Un altro motivo di astio è dato dal fatto che ai lefebvriani è stata rimessa la scomunica; lui invece non è stato ancora "riabilitato".

Secondo il profeta del progressismo cattolico, la revoca della scomunica ai quattro vescovi lefebvriani "non è stata un difetto di comunicazione o di tattica, ma ha costituito un errore di governo del Vaticano". Il vero problema non è il negazionismo di Mons. Williamson, "il problema fondamentale è l'opposizione al Vaticano II, e in particolare il rifiuto di un rapporto nuovo con l'ebraismo". Sembra di leggere il comunicato della Conferenza episcopale tedesca (vedi il mio primo post del 30 gennaio: che Küng sia il consulente teologico della CET?) Ancora una volta, il valore assoluto è il Vaticano II, ma un Vaticano II completamente ideologizzato: un sostenitore del Concilio dovrebbe essere ecumenico, dovrebbe avere a cuore il problema dell'unità della Chiesa. Ma, a quanto pare, anche l'ecumenismo di Küng è solo un'ideologia. E poi — che volete? — ormai anche l'ecumenismo non è piú di moda; la cosa piú importante del Concilio è il "rapporto nuovo con l'ebraismo". Viene il sospetto che abbiano ragione quanti sostengono che il Vaticano II sia stato voluto dalla massoneria e dagli ebrei.

Papa Ratzinger è un povero idiota, che vive fuori del mondo: "Ha viaggiato poco. È rimasto chiuso in Vaticano, che è come il Cremlino di una volta"; per cui "non è stato in grado di misurare l'impatto di una tale decisione nel mondo". Di quale mondo sta parlando? Del mondo virtuale dei mezzi di comunicazione (controllati sappiamo bene da chi), nel quale lui si trova tanto a suo agio? In Vaticano "non c'è nessun elemento democratico, nessuna correzione. Il papa è stato eletto dai conservatori, e oggi è lui che nomina conservatori". Che il Vaticano fosse un luogo insidioso per la salvezza dell'anima lo sapevamo da tempo (e per questo, pur essendo nati e cresciuti all'ombra del cupolone, preferiamo starne a distanza), ma mi chiedo: che democrazia c'è nel mondo di Küng, dove tutto è controllato da poteri oscuri che usano la democrazia unicamente per coprire le loro malefatte?

Benedetto XVI "è fedele al Concilio alla sua maniera. Insiste sempre, come Giovanni Paolo II, sulla continuità con la tradizione". E chiamala la "sua maniera"! Non dovrebbe essere la maniera cattolica di interpretare non solo un concilio, ma qualunque atto ecclesiale? Ma, a quanto pare, il Concilio di Küng non è quello contenuto nei documenti ufficiali, bensí quello contenuto nella sua mente (e probabilmente di molti altri che parteciparono al Concilio). Secondo lui "il Vaticano II ha provocato una rottura, per esempio, sul riconoscimento della libertà religiosa". Non si accorge di dar ragione cosí ai lefebvriani? "Benedetto XVI ha una posizione ambigua sui testi del Concilio, poiché non è mai stato a suo agio con la modernità e la riforma". Ma che dice? Se c'è un appunto che si può fare all'attuale Pontefice da parte tradizionalista è proprio la sua insistenza sulla libertà religiosa (ha letto Küng il discorso alla Curia Romana del 22 dicembre 2005?) e sulla modernità (nel suo dialogo con l'Islam, sembra talvolta che gli stiano piú a cuore i valori dell'illuminismo che non quelli del Vangelo). Quanto poi alla "riforma", che significa? Papa Ratzinger sta cercando di fare una "riforma della riforma": perché la prima riforma (quella del Concilio) era legittima e questa (quella di Benedetto XVI) non lo dovrebbe essere? Chi giudica sulla bontà delle riforme?

Peccato mortale: il Papa, in occasione del 50° anniversario del Concilio, non ha "fatto l'elogio del suo predecessore" [= Giovanni XXIII], ma ha "scelto di revocare la scomunica di persone in opposizione a quel Concilio". Meraviglia che tali "progressisti" siano cosí rivolti a commemorare il passato. Abbiamo appena terminato la commemorazione dei 40 anni dalla chiusura del Concilio; ora dobbiamo ricominciare da capo? Prima il 50° dell'elezione di Papa Roncalli (ed è stato fatto); ora il 50° dell'annuncio del Concilio; poi ci sarà da celebrare il 50° dell'inizio del Concilio; e poi, di nuovo, il 50° della fine del Concilio. Basta! Non se ne può piú.

Papa Ratzinger difende l'idea del "piccolo gregge" (che, essendo espressione evangelica, non significa "chiesa di élite"). Lo sapevamo, lo ha sempre pubblicamente dichiarato. Ma a me risulta che questa idea non era l'idea degli "integralisti" (che hanno sempre difeso una chiesa di potere), ma esattamente il contrario, l'idea dei "progressisti" (che dicevano di rifarsi al Vangelo). "È un'illusione pensare che si possa continuare cosí, senza preti, senza vocazioni". Oibò, che succede? È la prima volta che sento un nume conciliare lamentarsi della crisi delle vocazioni! Significa proprio che il povero Hans sta invecchiando. Ma come? Dopo aver fatto di tutto per declericalizzare la Chiesa e promuovere il laicato, ora si lamenta che non ci sono piú preti? E perché mai un giovane dovrebbe farsi prete, dopo tutto quel che è stato fatto per spogliarlo della sua importanza?

Ma il bello deve ancora venire. "La Chiesa rischia di diventare una setta". Ma non si accorge che, proprio grazie a gente come lui, la Chiesa è già diventata una setta? Quando si afferma che le religioni si equivalgono, costituendo ciascuna una via di salvezza, non si nega la cattolicità della Chiesa e non se ne fa in tal modo una setta? La Chiesa postconciliare, fatta di qualche (vecchio) prete e di tanti "operatori pastorali" (ministri straordinari dell'Eucaristia, lettori, catechisti, presidenti di consigli pastorali e comitati vari), rinchiusa nelle sagrestie senza alcun contatto col mondo esterno, non è forse una setta?

Che cosa dovrebbe fare Benedetto XVI? "Innanzitutto occorrerebbe che riconoscesse che la Chiesa cattolica sta attraversando una crisi profonda". Come se non lo avesse già fatto. Ci si potrebbe chiedere semmai: di chi è la colpa di questa crisi? Ma sentite quanto segue, perché, alla fine dell'intervista, viene fuori ciò che stava e continua a stare a cuore a certi teologi conciliari: l'ammissione dei divorziati alla comunione, la correzione dell'Humanæ vitæ (per dire che "in certi casi la pillola è possibile"), l'abolizione del celibato dei preti, un nuovo modo di elezione dei vescovi. Chissà come mai s'è scordato del sacerdozio alle donne! Ecco le grandi preoccupazioni degli esperti conciliari; ecco i veri motivi per cui è stato fatto il Vaticano II! E noi che pensavamo che la Chiesa avesse bisogno di un rinnovamento spirituale!

Visto che Küng & C. non sono riusciti a raggiungere i loro obiettivi col Vaticano II, continuano a sperare nel Vaticano III. Ma non ri rendono conto (loro che vivono nel loro mondo virtuale) che, se davvero si facesse un nuovo concilio oggi, probabilmente avrebbero delle brutte sorprese...

mercoledì 25 febbraio 2009

Brutti presentimenti

Quanti seguono questo blog sanno che sono stato sempre personalmente contrario al viaggio del Papa in Terra Santa in questo momento, specialmente dopo il massacro di Gaza. Il motivo è semplice: come può il Santo Padre stringere le mani, ancora grondanti di sangue, dei carnefici? Quando il sionismo sarà finito (sono finiti nazismo e comunismo; volete che non finisca prima o poi anche il sionismo?) i nuovi potenti di turno (magari gli stessi di oggi, riciclati) mostreranno a tutti le foto del Papa che stringe la mano di Olmert (o di Netanyahu o della Livni, o chi per loro), per dimostrare che la Chiesa cattolica è stata complice dei crimini del sionismo. Oltre il danno, le beffe. Ma, come ho detto nel post del 16 febbraio, capisco che questo viaggio "s'ha da fare".

Da qualche giorno però mi tormenta uno strano presentimento: che possa succedere qualcosa al Papa. Finora non ne avevo parlato con nessuno, perché pensavo che potesse essere frutto della mia paranoia. Ieri invece ho ricevuto un messaggio da uno dei nuovi lettori, che si troverà in Terra Santa negli stessi giorni in cui ci sarà il Santo Padre. Ebbene, mi confidava la medesima preoccupazione. Ormai conosciamo i metodi usati dal Mossad. Non ci vuole nulla a organizzare un "gesto folle" di un fanatico musulmano, per poter poi promuovere il tanto atteso "scontro di civiltà" fra l'Occidente giudeo-cristiano e l'oscurantismo islamico. Lo stesso clima di odio anticristiano che si sta diffondendo in questi giorni in Terra Santa potrebbe non essere casuale. Certo è il clima piú propizio per qualche "gesto folle".

Spero che si tratti solo di una mia fisima. Ma intanto intensifichiamo le nostre preghiere per il Santo Padre, perché il Signore lo accompagni ("camminerai su aspidi e vipere, schiaccerai leoni e draghi") e lo conservi alla sua Chiesa.

martedì 24 febbraio 2009

Le scuse di Olmert

Dunque il Primo Ministro Olmert ha chiesto scusa per il programma blasfemo trasmesso dalla televisione israeliana la settimana scorsa. In apertura della seduta del Consiglio dei ministri, ha affermato: "Provo rammarico per le espressioni contro la religione cristiana manifestate la settimana scorsa in un programma televisivo. Io non desidero che il governo israeliano intraprenda una critica dei diversi programmi televisivi. Ma penso che se in un altro Paese fossero state dette cose analoghe contro la religione ebraica, di certo la comunità ebraica avrebbe reagito con un grido di allarme". Olmert ha assicurato di non avere alcuna intenzione di limitare il diritto di espressione in Israele: "Eppure è certo giustificato pretendere ragionevolezza e responsabilità, anche un po' di autocontrollo, anche nei programmi satirici".

Buon per lui che abbia riconosciuto che in nessun altro paese ci si sarebbe potuti permettere di offendere la religione ebraica. A parte il fatto che non so fino a che punto a buona parte degli ebrei odierni (completamente secolarizzati come la maggioranza dei cristiani) gliene importi nulla della religione ebraica, il problema è un altro. Nessun (vero) cristiano si sognerebbe mai di mettere alla berlina la religione ebraica, perché sarebbe come oltraggiare sé stessi (lo stesso discorso vale anche per loro: non so se il sedicente comico si sia reso conto che stava schernendo due ebrei, Gesú e Maria). Il problema è che a noi non è permesso non dico deridere, ma neanche semplicemente criticare gli ebrei in genere e le politiche dello Stato di Israele in particolare. Se lo facciamo, siamo immediatamente tacciati di antisemitismo e la nuova Inquisizione avvia i suoi processi mediatici per ottenere ritrattazioni, scuse, professioni di fede.

Olmert dice di non voler limitare il diritto di espressione in Israele (unici limiti da tutti condivisi: ragionevolezza, responsabilità, autocontrollo). Perché allora tale diritto può essere limitato in Occidente? Come mai in gran parte dei paesi occidentali ci sono leggi che proibiscono agli storici (si badi, non sto parlando di comici, ma di studiosi) di approfondire e discutere liberamente la Shoà? Come mai se qualcuno si permette di mettere in discussione le politiche criminali di Israele viene subito accusato di odio razziale? Il fatto è che quando si vive nella menzogna, e tutto il potere si fonda esclusivamente sulla forza (politica, economica, militare), si ha paura della verità e si fa del tutto per imbavagliarla. L'unica libertà che rimane è il dileggio della religione.