venerdì 20 febbraio 2009

I sogni e la realtà

Due notizie provenienti dalla Terra Santa, pubblicate ieri su ZENIT. La prima riguarda l'ennesimo inconcludente incontro della Commissione bilaterale permanente per l'attuazione dall'Accordo fondamentale firmato nel 1993 dalla Santa Sede e dallo Stato di Israele. Quell'Accordo, che portò al riconoscimento diplomatico di Israele da parte della Santa Sede, non è stato ancora ratificato dal Parlamento israeliano. Gli attuali negoziati, iniziati nel 1999, dovrebbero portare a un accordo per lo status giuridico e fiscale della Chiesa cattolica; ma dopo dieci anni (sedici dalla firma dell'Accordo fondamentale), ancora nulla di fatto. Tutte le riunioni (per la verità stranamente brevi: si veda la stessa notizia riportata da Asianews) si concludono con le consuete frasi di rito: "L'incontro è stato caratterizzato da grande cordialità e spirito di collaborazione"; ma senza alcun risultato. Ora, siccome la prossima riunione è stata programmata per il 7 aprile prossimo (un mese prima della visita del Papa in Terra Santa), tutti sperano che in quell'occasione si potrà ottenere qualcosa, almeno come gesto di buona volontà da mostrare al Pontefice. Sperano, ma si illudono.

La prova della malafede israeliana in questa trattativa e, in generale, nei rapporti con la Chiesa cattolica, la troviamo nella seconda notizia riportata da ZENIT. Se volete saperne di piú, leggetevi la notizia sul sito della Custodia di Terra Santa, il comunicato stampa dell'Assemblea dei Vescovi Cattolici della Terra Santa sul sito del Patriarcato Latino di Gerusalemme e, se ne avete il coraggio, guardate, sullo stesso sito, il video della trasmissione (vi avverto che è pesantemente blasfemo).

Direte: cosa c'entrano i dirigenti israeliani con una trasmissione televisiva? Mi spiace, ma lo spirito della società israeliana è lo stesso in tutti i suoi settori, con poche — encomiabili — eccezioni. E poi, visto che loro accusano la Chiesa cattolica dei crimini compiuti dal nazismo; se loro addebitano al Papa le dichiarazioni di un Vescovo che non è in comunione con la Chiesa cattolica; se loro pretendono dai cristiani di oggi le scuse per le persecuzioni che sarebbero state attuate ai loro danni da quelli dei secoli passati; perché noi dovremmo sottilizzare e distinguere tra governo israeliano e televisione israeliana? Se le colpe di alcuni sono colpe di tutti ("personalità corporativa"), è giusto che il governo israeliano sia chiamato a rispondere delle bestemmie della televisione israeliana.

A proposito, che fa Padre Lombardi? Non ha niente da dire sulla vicenda?

giovedì 19 febbraio 2009

Ancora sul Concilio

Sandro Magister ha pubblicato sul sito www.chiesa un Breve dialogo sul Concilio, tra un maestro e un allievo del magistrato Francesco Arzillo. Mi ci ritrovo pienamente. Chi segue questo blog dal suo inizio sa che esso è stato avviato con una riflessione sul Vaticano II. Leggendo quel dialogo mi sono in qualche modo identificato con l'allievo, che accetta il Concilio, ma ne rifiuta l'assolutizzazione, la mitizzazione, l'ideologizzazione. Ciò che è avvenuto nel post-concilio.

Il dialogo mette in luce un altro elemento, psicologico piú che teologico, finora forse non troppo evidenziato. Il maestro è un sessantenne, uno che ha vissuto il Concilio da giovane, mentre era in seminario. L'allievo è piú giovane (non ne conosciamo l'età); il Concilio non lo ha vissuto, ma è per lui un fatto storico avvenuto prima di lui; lo dà per scontato, ma si permette anche di metterne in luce i limiti (cosa che suona eresia agli orecchi del maestro).

Credo che tale elemento generazionale giochi un ruolo non secondario nella diatriba sul Vaticano II. Personalmente, mi situo a metà strada tra il maestro e l'allievo: sono un cinquantenne; il Concilio l'ho vissuto quando ero ancora bambino, per cui non ho fatto in tempo ad appassionarmici come avrebbe potuto fare un seminarista dell'epoca. Però è evidente che ne ho respirato l'aria; per cui esso fa parte di me; ma mi rifiuto di considerarlo una "svolta epocale". Capisco però quelli che hanno qualche anno piú di me (piú che i sessantenni, i settantenni), per i quali il Concilio è stato l'evento a lungo atteso, il compimento dei loro sogni, che ora vedono messo in discussione: Come? abbiamo fatto tanto per cambiare la Chiesa e ora arrivano questi sbarbatelli, che non sanno nulla di come era la Chiesa prima del Concilio, e pretendono di riportare la Chiesa indietro nella storia! Li capisco, è umano.

Quel che non capisco è come mai non si rendano conto, contrariamente a tutte le teorie da loro sempre professate, che il mondo si evolve e la Chiesa con esso. Loro si sono fossilizzati agli anni Sessanta, e non si accorgono che sta terminando la prima decade del XXI secolo. Almeno ci sono alcuni che si adeguano al cambiamento. Solo per citare un esempio, il piú illustre: il giovane Joseph Ratzinger, considerato uno dei piú avanzati artefici del Concilio, che oggi passa per uno dei piú reazionari papi della storia. Probabilmente non era allora cosí progressista e non è ora cosí conservatore; ma è certo che c'è stata un'evoluzione nel suo pensiero. L'evoluzione (non parlo dell'evoluzione in senso darwiniano) fa parte della natura: è solo evolvendosi che si può rimenere fedeli a sé stessi.

mercoledì 18 febbraio 2009

Auspici

Mons. Antonio Franco, Delegato apostolico in Palestina e Nunzio in Israele, ha rilasciato un'intervista all'Agenzia SIR riguardo all'annunciata visita del Papa in Terra Santa. Conosco Mons. Franco da quando era Nunzio nelle Filippine e ne ho sempre stimato le doti diplomatiche: un diplomatico all'antica, di quelli pratici e spicci, che dicono e non dicono, ma che sanno alzare la voce quando risulta necessario. Anche in quest'ultima intervista non smentisce le sue capacità (non so se notate come dica poco niente sul programma del viaggio, non ancora del tutto definito). Dall'intervista traspare il realismo di chi conosce a fondo la situazione e cerca di adattarvisi, ma alla stesso tempo non si lascia sfuggire l'occasione per mettere i puntini sugli i riguardo alla dimensione giuridico-istituzionale della regione ("Giordania e Terra Santa, dunque Israele e Territori palestinesi").

Molto interessante la sua risposta alla domanda su una eventuale tappa del Pontefice a Gaza: "Non sappiamo ancora se il Papa potrà recarsi o avvicinarsi a Gaza. Non era e non è nel programma, poiché ci sono tante considerazioni, anche di tempo, che vanno tenute presenti. Certamente ci sarà, auspichiamo, una presenza della piccola comunità di Gaza alla messa". La tipica risposta di un diplomatico. Non so se avete notato la contraddizione: "Certamente ci sarà, auspichiamo...". Se è certo, non c'è bisogno di auspicare; se si auspica, significa che non è certo. Probabilmente Mons. Franco conosce molto bene gli israeliani: sa che il Papa non potrà in alcun modo andare a Gaza e spera che almeno una delegazione dei cattolici di Gaza possa partecipare alla Messa del Papa a Gerusalemme. Lui spera; ma io so già che questo non avverrà.

martedì 17 febbraio 2009

Theologically correct (2)

Il Concilio di Trento aveva affermato senza esitazione: "Se uno dice che nella Messa non si offre a Dio un vero e proprio sacrificio ... sia scomunicato"; "Se uno dice che il sacrificio della Messa è ... una semplice commemorazione del sacrificio della croce e non un sacrificio propiziatorio ... sia scomunicato" (Denzinger-Schönmetzer, 1751 & 1753).

Negli ultimi anni si è diffusa nella Chiesa una nuova moda: quella di chiamare la Messa il "memoriale del sacrificio di Cristo". Il Concilio Vaticano II aveva detto: "Il nostro Salvatore nell'ultima cena, la notte in cui veniva tradito, istituí il sacrificio eucaristico del suo corpo e del suo sangue, col quale perpetuare nei secoli, fino al suo ritorno, il sacrificio della croce, e per affidare cosí alla diletta Sposa, la Chiesa, il memoriale della sua morte e risurrezione: sacramento di pietà, segno di unità, vincolo di carità, convito pasquale..." (Sacrosanctum Concilium, n. 47). Una formulazione pressoché perfetta: c'è tutta la teologia dell'Eucaristia. Non so se avete notato: qui si parla prima di "sacrificio eucaristico" senza attenuazioni, e
poi si parla anche di memoriale, ma di "memoriale della morte e risurrezione", che è cosa ben diversa dal dire che l'Eucaristia è "memoriale del sacrificio di Cristo". Il Vaticano II afferma che il sacrificio eucaristico perpetua nei secoli il sacrificio della croce, affermazione teologicamente ineccepibile, che in nessun modo attenua la natura sacrificale della Messa, cosa che invece avviene dicendo che essa è il "memoriale del sacrificio di Cristo". Al massimo, si potrebbe dire (ma personalmente preferirei evitarlo per non creare confusione) che l'Eucaristia è "memoriale del sacrificio della croce", ma non si può dire che essa è "memoriale del sacrifico di Cristo", semplicemente perché essa è il "sacrificio di Cristo".

L'espressione "memoriale del sacrificio di Cristo" la si trova nel Messale italiano: si veda la preghiera sulle offerte della Messa in Cœna Domini del giovedí santo (identica a quella della seconda Messa votiva dell'Eucaristia) e nel titolo del primo prefazio dell'Eucaristia. Per molto tempo la cosa non mi aveva preoccupato piú di tanto, perché consideravo tale frase espressione di una certa teologia "italiana" (l'espressione è assente nel Messale latino). Cominciai invece ad allarmarmi quando, nel 1993, fu pubblicato il Catechismo della Chiesa Cattolica. Nell'edizione italiana troviamo l'espressione nei §§ 1357, 1358, 1382 e nel titolo della sezione che va dal § 1362 al § 1372. Mi decisi allora a scrivere al Card. Ratzinger, all'epoca Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Non ho mai ricevuto risposta; ma ho notato con piacere che nell'edizione latina ("tipica") del Catechismo (pubblicata nel 1997) è stata usata, eccetto che in un caso (al § 1357), un'espressione molto piú accettabile: "memoriale sacrificale". Non so e non mi importa se gli estensori del testo latino abbiano tenuto conto delle mie osservazioni; quel che conta è che si sia fatto uso di un'espressione, in questo caso sí, teologicamente corretta. Purtroppo l'edizione italiana del Catechismo continua a definire l'Eucaristia "memoriale del sacrificio di Cristo". Quella inglese traduce letteralmente con "sacrificial memorial". Il Messale inglese, invece, usa un'espressione che, a mio parere, è ancora migliore di quella usata nell'edizione tipica del Catechismo: "memorial sacrifice".

lunedì 16 febbraio 2009

Una decisione coraggiosa?

Pare proprio che Padre Lombardi abbia perso un'altra buona occasione per tacere. Come — direte voi — il portavoce della Santa Sede dovrebbe tacere? Sí, in certi casi farebbe molto meglio a tacere. Da un portavoce ci si attende delle notizie; certi commenti farebbe meglio a tenerli per sé. Il fatto è che Padre Lombardi, oltre a essere direttore della Sala Stampa Vaticana, è anche direttore della Radio Vaticana e del Centro Televisivo Vaticano; e, in tale veste, ha una rubrica settimanale — Octava Dies — ripresa da numerose stazioni televisive cattoliche, nella quale commenta le notizie di maggior rilievo. In tal modo, smette i panni del portavoce per assumere quelli dell'editorialista, con tutte le conseguenze che questo comporta.

Nel nostro caso la notizia c'era già: era da mesi che si parlava di un possibile viaggio del Papa in Terra Santa. Mancava solo la conferma ufficiale. Questa era venuta dal Santo Padre in persona giovedí scorso durante l'udienza riservata a una delegazione della Conference of Presidents of Major American Jewish Organizations. Poteva bastare cosí, anzi era fin troppo. Chi segue questo blog sa che chi scrive aveva nutrito la speranza, durante la strage di Gaza, che la Santa Sede annunciasse l'accantonamento di qualsiasi ipotesi di viaggio. Ma sappiamo come va il mondo: sappiamo benissimo che questa visita "s'ha da fare"; sappiamo benissimo che il Papa, se vuol essere lasciato un po' in pace (fino a quando? quale sarà la prossima provocazione? e quale prezzo gli verrà chiesto allora di pagare?), deve sottomettersi a questa ennesima umiliazione. Lo sappiamo e, sebbene con rammarico, siamo disposti pure a tollerarlo. Ma bastava fermarsi qui. Bastavano le parole molto misurate pronunciate da Benedetto XVI giovedí scorso: "Anche io mi sto preparando a visitare Israele, una terra che è santa per i cristiani e per gli ebrei, poiché le radici della nostra fede si trovano lí".

E invece, che cosa ha da aggiungere Padre Lombardi? "È una bella notizia. Andare a Gerusalemme è il desiderio di tutti gli israeliti e di tutti i cristiani. Gli antichi israeliti salivano verso di essa cantando, Gesú vi si dirige decisamente per compiervi fino in fondo la volontà del Padre. È andare pellegrini ai luoghi piú santi, luoghi degli incontri fra Dio e gli uomini che hanno segnato la storia della nostra salvezza. Anche il Papa porta in sé questo desiderio. Benché in precedenza vi sia già stato, sente l'importanza di recarvisi di nuovo come capo di una comunità di credenti, che possano pellegrinare in unione spirituale con lui e per mezzo di lui ai luoghi delle radici della loro fede. Non a caso Paolo VI iniziò proprio dalla Terra Santa la serie dei viaggi internazionali dei papi e Giovanni Paolo II ne seguí i passi ponendo segni indimenticabili di riconciliazione e di speranza di pace. Ora è la volta di Benedetto. La sua è una decisione coraggiosa. Vi sono le incertezze della situazione politica, le numerose divisioni interne ai vari campi. Vi sono le tensioni continue di una regione percorsa da conflitti e recentissimamente segnata da una guerra che ha devastato la striscia di Gaza e ferito profondamente il suo popolo. Il processo di pace stenta a fare passi risolutivi. Ombre o diffidenze tornano in modo ricorrente ad oscurare il dialogo ben avviato fra il mondo ebraico e la Chiesa cattolica. Ma bisogna andare lo stesso. Anzi, forse proprio per tutti questi motivi è urgente andarvi. Per pregare nei punti piú cruciali del confronto fra l'odio e l'amore: là dove la riconciliazione sembra umanamente impossibile. Per ricordare che il nome e la vocazione di Gerusalemme è di essere 'città della pace', di incontro dei popoli nel nome di un Dio di salvezza, di pace e di amore per tutti".

Rimango sconcertato da simili dichiarazioni. "Una bella notizia"? Di che cosa c'è da rallegrasi? Per me c'è solo da piangere. "Una decisione coraggiosa"? Dopo quanto accaduto a Gaza, sarebbe stato molto piú coraggioso rinviare il viaggio a tempo indeterminato. Mi piace poi la delicatezza del linguaggio: "Vi sono le incertezze della situazione politica". A che cosa si sta riferendo: ai risultati delle elezioni politiche in Israele o alla pulizia etnica nei confronti del popolo palestinese? In certe situazioni, un po' piú di chiarezza non guasterebbe. Sentite con quale garbo si riferisce al popolo palestinese: "Vi sono le tensioni continue di una regione percorsa da conflitti e recentissimamente segnata da una guerra che ha devastato la striscia di Gaza e ferito profondamente il suo popolo". Capito? Il popolo palestinese è rimasto "ferito". Non mi risulta che si usi lo stesso riguardo quando si parla dell'Olocausto. "Il processo di pace stenta a fare passi risolutivi". A causa di chi? Certo, a causa di quei terroristi estremisti di Hamas. No comment poi sul "dialogo ben avviato fra il mondo ebraico e la Chiesa cattolica".

Staremo a vedere come si svolgerà la visita. Conosciamo già le tappe d'obbligo: Muro del Pianto e Yad Vashem (il pedaggio da pagare, insieme con la visita ad Auschwitz, se si vuole esercitare un qualsiasi genere di potere nel mondo d'oggi). Si parla della visita a una moschea, per par condicio naturalmente (certo non a Gerusalemme, "capitale eterna di Israele", ma quasi sicuramente in Giordania). Avrà il Papa tempo per visitare la Basilica della Natività e quella del Santo Sepolcro? Lo speriamo vivamente. L'unico dubbio che ci rimane: ci sarà anche una visita a Gaza? Ma come potrebbe il Papa stringere le mani dei terroristi? Non chiediamo tanto: ci basterebbe che stringesse la mani di Padre Musallam, il parroco di Gaza.

domenica 15 febbraio 2009

"Quel tanto di corpo che basta per tenersi unita l'anima"

Nei giorni scorsi è ricorso l’80° anniversario della costituzione dello Stato della Città del Vaticano (11 febbraio 1929). Al termine del concerto con cui è stata commemorata la ricorrenza giovedí scorso nell’Aula Paolo VI, il Santo Padre, per giustificare l’esistenza di questo piccolo lembo di terra, ha voluto riprendere la citazione di san Francesco d’Assisi, a cui era già ricorso il suo predecessore Pio XI: “quel tanto di corpo che basta per tenersi unita l’anima”. Un’immagine molto bella, che spiega alla perfezione perché la Chiesa abbia ancora bisogno di un po’ di “potere temporale” per esercitare una missione che invece è tutta spirituale.

Coloro che studiano la storia senza i paraocchi dell’ideologia sanno che è lo stesso motivo che ha portato alla nascita dello Stato della Chiesa. Non era sete di potere (sebbene questa possa essere presente, e di fatto lo è, anche fra gli uomini di Chiesa, come in ogni altro settore della società); ma solo il bisogno di garantire alla Chiesa piena libertà nell’esercizio della sua missione. Si dirà: ma i Vescovi esercitano la loro missione pastorale senza bisogno di avere un potere temporale (come pure nel passato spesso avvenne: si pensi ai Vescovi-principi o ai Vescovi-conti). Sí, ma come è finita la libertas Ecclesiæ in Oriente (si pensi al Patriarca di Costantinopoli o a quello di Mosca) o nelle chiese protestanti (tutte chiese nazionali, dipendenti in un modo o nell’altro dallo Stato)? Se i Vescovi cattolici oggi possono esercitare liberamente il ministero, lo debbono anche all’esistenza di questo piccolo Stato (si veda la condizione dei Vescovi cinesi forzatamente separati dalla Sede Apostolica). L’esistenza della Città del Vaticano conferma l’utilità (per quanto strumentale) di un certo potere temporale associato all’autorità spirituale.

Sento già le obiezioni dei cattolici adulti postconciliari: “Ma vuoi mettere quanto è piú libera la Chiesa oggi che non ha piú lo Stato Pontificio?”. Concedo: non era piú opportuno che la Chiesa continuasse a esercitare un vasto potere temporale (per quanto quello della Città del Vaticano è un potere temporale a tutti gli effetti). Certe volte mi chiedo: ma se il Papa avesse avuto ancora lo Stato Pontificio da governare, da Roma a Bologna, come avrebbe affrontato le tante sfide odierne: droga, divorzio, controllo delle nascite, aborto, eutanasia? Molto meglio non aver da affrontare simili problemi in casa propria. Eppure mi vien da pensare che problemi morali gravi sono sempre esistiti; e i Papi in qualche modo li fronteggiavano. Un esempio: la prostituzione (il mestiere piú antico del mondo!). Non esisteva forse la prostituzione nello Stato Pontificio? E come veniva affrontata? Come qualsiasi altro governo di questo mondo potrebbe fare: con le case chiuse e le tasse (ciò che spinse, secondo Ignazio Silone, Celestino V all’abdicazione). Immagino lo scandalo di qualche “anima bella”; ma penso che non fosse del tutto negativo per i Papi dover affrontare e risolvere certi problemi (con soluzioni che erano e saranno sempre discutibili). Il vantaggio è che tali problemi costringevano i Papi a rimanere a contatto con la dura realtà. Cosa che non so se sempre avvenga nella Chiesa d’oggi. È un fatto che, da quando non esiste piú lo Stato Pontificio, la Chiesa si è estremamente intellettualizzata: dal Concilio a oggi le Edizioni Dehoniane di Bologna hanno pubblicato ben 23 volumi di Enchiridion Vaticanum. Probabilmente in questi ultimi decenni sono stati emanati piú documenti che nel resto della storia della Chiesa. “Il Verbo si è fatto carta”, ha detto provocatoriamente qualcuno. La stessa dottrina sociale della Chiesa, di cui pure sono un convinto assertore, quando è nata? Con Leone XIII, dopo la fine del potere temporale della Chiesa. Prima i problemi sociali venivano affrontati pragmaticamente; poi è stata elaborata una dottrina. Uno dei rischi della Chiesa d’oggi è l’astrazione; se poi le astrazioni vengono assolutizzate, si trasformano in ideologia. Il doverci sporcare le mani nel trattare i problemi della vita di ogni giorno, se da una parte ci espone a vari cedimenti, dall’altra ci impedisce di cadere in un pericolo ben maggiore, quello dell’ideologizzazione del cristianesimo.

Giovedí il Santo Padre ha terminato il suo intervento con un invito alla preghiera: “Domandiamo al Signore, che guida saldamente le sorti della ‘Barca di Pietro’ tra le vicende non sempre tranquille della storia, di continuare a vegliare su questo piccolo Stato. Chiediamogli soprattutto di assistere con la potenza del suo Spirito Colui che sta al timone della Barca, il Successore di Pietro, perché possa svolgere con fedeltà ed efficacemente il suo ministero a fondamento dell’unità della Chiesa Cattolica, che ha in Vaticano il suo centro visibile e si espande sino ai confini del mondo”. Nell’omelia della Messa di insediamento (24 aprile 2005) aveva detto: “Cari amici, in questo momento io posso dire soltanto: pregate per me, perché io impari sempre piú ad amare il Signore. Pregate per me, perché io impari ad amare sempre piú il suo gregge, voi, la Santa Chiesa, ciascuno di voi singolarmente e voi tutti insieme. Pregate per me, perché io non fugga, per paura, davanti ai lupi”. Credo che non siano inviti di circostanza: il Papa ha effettivamente bisogno delle nostre preghiere; e noi dobbiamo volentieri rispondere a questi inviti, se vogliamo che egli svolga con fedeltà e coraggio la sua missione.

venerdì 13 febbraio 2009

Ancora su Eluana

Non posso che convenire con Antonio Socci su quanto da lui affermato nell'articolo pubblicato su Libero del 10 febbraio (potete leggerlo sul suo sito). Quando, molti anni fa (eravamo nel 1977), mio padre era in coma (il suo coma durò solo pochi giorni), ebbi la medesima impressione. Ricordo ancora come fosse ieri quel giovedí pomeriggio 24 marzo: ero in ospedale (il Fatebenefratelli all'Isola Tiberina) ad assistere il babbo, quando arrivò un suo collega a trovarlo. Incominciò a raccontare un sacco di brutte storie di prepotenze, soprusi e umiliazioni subite da papà sul lavoro (lui naturalmente non ci aveva mai detto nulla). Avrei voluto farlo tacere, ma non ne ebbi il coraggio. Avevo l'impressione che il babbo seguisse quei discorsi; mi sembrava piú agitato, il suo respiro piú affannoso. L'indomani mattina, alle 6, spirò. Sono sicuro che anche Eluana abbia capito tutto. E per questo è morta cosí repentinamente (avevano detto che sarebbe durata alcune settimane).
Intanto mi ha fatto piacere leggere che un missionario italiano in Paraguay, Don Aldo Trento, responsabile di una clinica per malati terminali ad Asunción, ha restituito all'Ambasciata italiana l'onorificenza di "Cavaliere dell’Ordine della Stella della solidarietà" che il Presidente Napolitano gli aveva conferito lo scorso 2 giugno. Potete trovare la notizia su ZENIT.
Mentre leggo con raccapriccio della cena (se ne veda il resoconto su Avvenire) offerta dall'Avv. Campeis ai giornalisti per ringraziarli della vicinanza e della collaborazione prestata... Mission accomplished!

Povera Chiesa!

Non passa giorno che in Vaticano non arrivi una delegazione ebraica. Dopo la visita-avvertimento del World Jewish Congress di lunedí scorso al Card. Kasper (vedi post precedente), ieri è stata la volta della Conference of Presidents of Major American Jewish Organizations, ricevuti dal Papa in persona. Potete trovare su ZENIT il testo del saluto del Rabbino Arthur Schneider e del Presidente della Conferenza Alan Solow e quello del discorso del Santo Padre.
Che dire? Preferirei dire: No comment! Ma non posso, visto che uno dei motivi principali della nascita di questo blog è stato il silenzio vaticano sul massacro di Gaza. Rimproverare le autorità vaticane per il loro servile atteggiamento? E chi sono io per atteggiarmi a giudice? Nessuno però potrà impormi di seguirle su questa strada. E nessuno potrà impedirmi di provare pietà per una Chiesa cosí umiliata. Non avrei mai pensato che si potesse cadere cosí in basso. Pensavo che i tempi in cui la Chiesa doveva soggiacere all'arroganza dei potenti fosse passato; e invece... Ora, dopo tutte le dichiarazioni e le condanne, le pubbliche professioni di fede nell'Olocausto e le richieste di perdono, ora il Santo Padre dovrà compiere questo ulteriore umiliante atto: la visita in Israele. Già sappiamo che cosa accadrà: lo vedremo al Muro del Pianto a chiedere perdono per le innumerevoli persecuzioni compiute dai cristiani ai danni degli ebrei nel corso dei secoli; lo vedremo allo Yad Vashem a ripetere la sua professione di fede nella Shoah e ad ammonirci che non possiamo dimenticare l'Olocausto (quando dopo appena un mese è stata già dimenticata la carneficina di Gaza). Qualcuno si rallegrerà, pensando qualcosa di simile a ciò che la portavoce israeliana Tzipora Menache ha sfacciatamente ammesso a proposito degli americani: "Voi sapete molto bene, e gli stupidi americani sanno altrettanto bene, che noi controlliamo il loro governo, a prescindere da chi siede alla Casa Bianca. Vedete, io so, e anche voi sapete, che nessun Presidente americano è nella condizione di sfidarci, neppure se facciamo cose impensabili. Noi controlliamo il Congresso, noi controlliamo i media, noi controlliamo il mondo dello spettacolo, noi controlliamo tutto in America. In America si può criticare Dio, ma non si può criticare Israele". Adesso penseranno: noi controlliamo il Papa, noi controlliamo la Santa Sede, noi controlliamo i Vescovi di tutto il mondo. Quando vedranno il Papa abbassarsi ancora una volta (dopo Auschwitz e le innumerevoli sinagoghe visitate) di fronte al Muro del Pianto e allo Yad Vashem, penseranno: "Abbiamo vinto! Ormai anche la Chiesa cattolica è nelle nostre mani". Ma si illudono. Quello sarà l'inizio della loro fine!

giovedì 12 febbraio 2009

Arroganza senza limiti

Leggo su ZENIT una notizia che mi sembra di una gravità inaudita: il World Jewish Congress ha avuto un colloquio lunedí scorso con il Card. Kasper "per discutere la remissione della scomunica a quattro Vescovi della Fraternità San Pio X". Mi chiedo: da quando in qua un atto di esclusiva competenza ecclesiastica deve essere discusso con l'organizzazione mondiale ebraica?
Ma sentite quel che segue: "Ronald Lauder, presidente del World Jewish Congress, ha affermato che finora il Vaticano ha compiuto i primi passi necessari a rispondere alle preoccupazioni della comunità ebraica, ma che questi passi devono essere seguiti da azioni concrete". Quindi non è solo andato a discutere, ma anche a dare istruzioni. Come se non bastasse, ha aggiunto: "Vogliamo che il Vaticano capisca che accogliendo antisemiti come Williamson i successi di quattro decenni di dialogo ebraico-cattolico dalla dichiarazione del 1965 Nostra Ætate verranno messi in discussione ... Ora crediamo che il nostro messaggio sia stato compreso". A casa mia questo modo di esprimersi si chiama "intimidazione". La tracotanza del World Jewish Congress non ha limiti. Fino a quando la Santa Sede continuerà a sopportare simili insolenze?

martedì 10 febbraio 2009

Theologically correct

Voi pensavate che esistesse solo il politically correct; e invece esiste anche il theologically correct! Ne volete un esempio? Una volta eravamo soliti dire: "vecchio" e "nuovo testamento" (tanto per fare una citazione dotta, ricordate Dante? "Avete il novo e 'l vecchio testamento, e 'l pastor della Chiesa che vi guida; questo vi basti a vostro salvamento"). Poi ci fecero notare che "vecchio" era un tantino irriguardoso; e cosí lo sostituimmo con "antico" (per quanto i due aggettivi non mi sembrino del tutto intercambiabili). Poi ci dissero che non andava bene usare la parola "testamento": quegli sprovveduti dei Settanta, che a quanto pare non conoscevano bene né l'ebraico né il greco, quando tradussero la Bibbia dall'ebraico in greco, resero il termine berith (che significa "alleanza") con diatheke (che significa "disposizione", "testamento", "accordo", "patto"); quando poi dal greco si passò al latino, fra i vari significati della parola diatheke, fu scelto, guarda un po', proprio quello sbagliato, "testamento" appunto. E quindi: torniamo al concetto originario di "alleanza" e reinterpretiamo tutto alla luce di questa categoria! Salvo poi dover precisare che, nel caso dell'alleanza fra Dio e l'uomo, si tratta di un'alleanza un po' sui generis, dove l'iniziativa è solo di Dio, i contraenti non sono alla pari, e via discorrendo; oggi diremmo: si tratta di una disposizione "unilaterale" (un "testamento" per l'appunto). Per non parlare poi dell'imbarazzo che si incontra nell'interpretare passaggi-chiave del Nuovo Testamento, dove si gioca sul termine diatheke inteso proprio nel senso di "testamento": si vedano la lettera ai Galati (3:15-18) e quella agli Ebrei (9:16-17).
Ebbene, ora non si può piú parlare neppure di "antica alleanza": adesso bisogna dire "prima alleanza". Si tratta di un'espressione sempre piú comune fra gli addetti ai lavori. Ormai la troviamo anche negli interventi del supremo magistero della Chiesa. La incontriamo nel Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 522) e, tanto per fare un esempio ripreso dall'attualità, la ritroviamo nella dichiarazione del Papa al termine dell'udienza generale del 28 gennaio scorso (ripresa dalla nota della Segreteria di Stato del 4 febbraio successivo): "Rinnovo con affetto l’espressione della mia piena e indiscutibile solidarietà con i nostri Fratelli destinatari della Prima Alleanza" (se ne veda il testo completo nel sito della Santa Sede).
Sia ben chiaro, si tratta di un'espressione ineccepibile sia dal punto di vista storico, che da un punto di vista biblico. Storicamente, essa descrive l'ordine cronologico in cui le due alleanze si sono manifestate: prima, quella con il popolo di Israele attraverso Mosè; poi, quella con l'umanità intera attraverso Gesú Cristo (sebbene si potrebbe discutere che l'alleanza con Mosè sia la prima in senso assoluto: a parte l'alleanza con Abramo, si dimentica che ancor prima ci fu quella con Noè). Biblicamente, l'espressione è ben fondata: la troviamo, cosí com'è, nella lettera agli Ebrei (9:15). Si noti, tra parentesi, che nelle traduzioni moderne la incontriamo piú volte in quel contesto, sebbene nel testo originale non ci sia il termine diatheke. Per esempio, nella nuova traduzione italiana della CEI essa è usata in 8:7, 9:1 (dove addirittura si potrebbe supporre che l'autore della lettera non stesse pensando alla "prima alleanza", ma alla "prima tenda") e 9:18.
Se storicamente e biblicamente "prima alleanza" è un'espressione piú che legittima, direte: dov'è il problema? Il problema c'è, eccome. Capisco che si voglia evitare qualsiasi motivo di contrasto con gli Ebrei; ma non ci si accorge che qualche volta si rischia in tal modo di snaturare la nostra fede? Dicendo che quella con Israele fu la "prima alleanza", si suppone che quella con tutti gli uomini sia semplicemente la "seconda", con tutto ciò che questo (teo)logicamente comporta: si tratterebbe di due alleanze sullo stesso piano, perfettamente intercambiabili (ciascuno scelga quella che piú gli aggrada); gli Ebrei possono salvarsi seguendo la "prima alleanza", senza alcun bisogno di accettare Cristo. Per non dire che qualcuno potrebbe vedere nel "prima", oltre che una priorità cronologica, anche una superiorità ontologica.
Ma la cosa piú preoccupante è che non ci si renda conto che, volendo rimpiazzare "antica alleanza" con "prima alleanza", si tradisce proprio ciò che la stessa lettera agli Ebrei afferma con estrema chiarezza: "Dicendo alleanza nuova, Dio ha dichiarato antiquata (si noti che la nuova traduzine CEI ha sostituito l'aggettivo "antiquata" con "antica") la prima; e ciò che diventa antico e invecchia, è prossimo a sparire" (8:13). Non si vuol capire che la nuova alleanza ha rimpiazzato l'antica, Cristo ha preso il posto di Mosè, il nuovo popolo di Dio (la Chiesa) ha sostituito Israele. Ma questo oggi non si può piú dire: c'è il rischio di essere tacciati di antisemitismo. State attenti, perché se continuerete a parlare di "antica alleanza" (tanto piú di "vecchio testamento") rischiate di essere accusati di odio razziale e di vedervi accomunati a quel negazionista di Williamson.

Silenzio, preghiera e speranza

Eluana è morta. Non rimane che raccogliersi e pregare. In questi casi, di solito, ogni parola è di troppo. Anche prima della conclusione di questa dolorosa vicenda, personalmente, avrei preferito un tono piú sommesso. Ma sono rimasto ammirato della mobilitazione che c'è stata per tenerla in vita. In genere, di fronte a certi drammi umani, il silenzio dovrebbe essere di norma; ma sappiamo come spesso i "casi pietosi" vengano strumentalmente usati per far passare le leggi piú aberranti e, attraverse queste, creare una nuova mentalità (si pensi al divorzio prima, poi all'aborto, ora all'eutanasia). Per cui è giusto che si reagisca a tali trame, anche se talvolta si corre il rischio di ideologizzare il confronto. A me, che vivo lontano dall'Italia, questa mobilitazione per la vita è apparsa un segno molto positivo. Solitamento guardo al mio paese con una certa commiserazione, considerato il degrado morale in cui versa; ma devo dire che, se c'è ancora una tale capacità di regire, significa che non tutto è perduto. La mobilitazione per Eluana è un segno di vitalità e un forte motivo di speranza per l'avvenire dell'Italia. Ciò detto, lasciamo a Dio qualsiasi tipo di giudizio e affidiamo a lui non solo l'anima di Eluana, ma anche il dramma della sua famiglia e le sorti del nostro amato paese.

domenica 8 febbraio 2009

Misteri di Curia

Non so se abbiate letto l'articolo di Sandro Magister a cui facevo riferimento nel mio post del 5 febbraio (Disastro doppio in Vaticano: di governo e di comunicazione). Lo stesso giorno Padre Lombardi confermava quei rilievi in un'intervista a La Croix (potete trovare il testo originale dell'intervista nel blog di Magister Settimo Cielo, una sua traduzione italiana sull'agenzia ZENIT).
Negli stessi giorni abbiamo avuto un'altra prova tangibile di tali difficoltà di comunicazione tra dicasteri della Curia Romana. Vi ricordate che nel mio post del 2 febbraio riportavo la notizia di un possibile ritorno all'unità cattolica della Comunione Anglicana Tradizionale (TAC)? Ebbene, come risultava dal titolo, io la consideravo una "buona notizia". Ma, a quanto pare, per certi ambienti di Curia non lo è. Andate a leggervi il commento di Mons. Marc
Langham, incaricato del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani per il dialogo con la Comunione anglicana, rilasciato all'agenzia SIR. Per lui non si tratta di una "buona notizia", ma solo di un "rumore mediatico". Il sullodato Monsignore aggiunge: "Noi non abbiamo ricevuto nessuna notizia che questo accadrà; forse la Congregazione per la dottrina della fede avrà piú informazioni, ma da noi non è pervenuta nessuna notizia, eccetto ovviamente quello che abbiamo letto dalla stampa, dai blog". E qui viene appunto fuori il difetto di comunicazione; che però non meraviglia piú di tanto: sono cose che possono succedere. Semmai, noto nella dichiarazione di Mons. Langham una punta di stizza, dal momento che finora, nella vicenda, non è stato coinvolto il Consiglio per l'Unità dei Cristiani: i Vescovi della TAC si sono rivolti al Sant'Uffizio e non al dicastero preposto all'ecumenismo. Anche questo, in fondo, umanamente comprensibile. Sebbene un pizzico, non dico di umiltà, ma di rispetto per le competenze altrui, non guasterebbe (penso che il Consiglio per l'Unità dei Cristiani dovrebbe sapere che l'ecumenismo ha delle implicazioni dottrinali, che non possono essere con troppa leggerezza disattese).
Quel che a me appare assolutamente incomprensibile sono le dichiarazioni che seguono:
"Quello che si legge da Internet e dalla stampa, visto da questo ufficio, sembra molto strano. Mi pare che non sia una vera possibilità". Ciò per due ragioni: la prima è che "la conversione è un processo molto personale e non si può ricevere un gruppo di cosí tante persone". La seconda considerazione è che "i Vescovi della TAC sono sposati. Anche l'Arcivescovo che è il loro leader, si è sposato due volte e pertanto non è in grado di poter essere accettato come vescovo". L'esperto del Pontificio Consiglio rileva inoltre che i "tradizionalisti" della TAC "non sono in comunione con l'Arcivescovo di Canterbury. Non sono veri anglicani. Non sono riconosciuti dalla Comunione anglicana. Per cui non sappiamo bene quale sia il loro status". Una loro ammissione nella Chiesa cattolica "certamente creerebbe una difficoltà all'Arcivescovo di Canterbury e alla Comunione anglicana mondiale. Per questo ci vuole molta cautela e cura".
Avete capito? Meglio che la TAC rimanga dov'è. Sembra che a Mons. Langham dispiaccia che ci siano dei cristiani che chiedono di rientrare nella Chiesa cattolica. Mi domando che cosa ci stia a fare un Pontificio Consiglio per l'Unità dei Cristiani, se il suo obiettivo non è il ristabilimento dell'unità, ma il mantenimento dello statu quo. Non so che cosa significhi per certi esperti la parola "ecumenismo": dopo averci insegnato che l'ecumenismo non consiste nel pretendere il ritorno dei fratelli separati alla Chiesa cattolica, ora apprendiamo che, quando c'è qualcuno che chiede di essere riammesso, bisogna tenerlo fuori della porta. L'importante è non creare difficoltà nelle relazioni diplomatiche con le altre confessioni cristiane.
Finora pensavo che gli ostacoli per l'unità fossero principalmente di ordine dottrinale. Ma siccome in questo caso non esistono ostacoli di questo genere (i Vescovi della TAC hanno già sottoscritto pubblicamente il Catechismo della Chiesa Cattolica), le uniche cose da discutere sono le modalità del loro reinserimento nella Chiesa cattolica: una questione canonica, piú che dogmatica. Ma sembra che per i periti del dicastero dell'ecumenismo, delle problematiche certo importanti, ma pur sempre squisitamente disciplinari (come può essere il matrimonio dei Vescovi) diventano ostacoli insormontabili. Mi chiedo: che cosa ci stanno a fare loro, se neanche provano ad affrontare tali questioni? Per loro non è un problema se nella Comunione anglicana ci sono donne-vescovo e vescovi gay, ma fa problema che ci siano vescovi sposati. Per loro, il non riconoscimento da parte della Comunione anglicana è un impedimento per la comunione con la Chiesa cattolica.
Per loro è piú importante la comunione con l'Arcivescovo di Canterbury, che non quella col Vescovo di Roma.

sabato 7 febbraio 2009

Qualche suggerimento

Vorrei darvi qualche suggerimento per aiutarvi a elaborare un giudizio personale su quanto sta accadendo intorno a noi, un giudizio che non sia quello politically correct della vulgata corrente.
Innanzi tutto, un ottimo strumento per capire la radici del cosiddetto "conflitto" israelo-palestinese: una chiacchierata del giornalista Paolo Barnard sulla storia della Palestina e del movimento sionista dal 1897 ai nostri giorni. La tesi dell'autore è che non si può comprendere ciò che accade oggi se non si conosce il passato. Devo dire che ha perfettamente ragione. Potete trovare la chiacchierata, divisa in sette video, su YouTube. Dura complessivamente un'oretta. Ne vale la pena.
Un paio di articoli per orientarvi sulla delicata questione di revisionismo, riduzionismo, negazionismo. Il primo è del professor Franco Cardini: lo trovate sul suo sito. Particolarmente inquietante il suo avvertimento finale sulla silenziosa diffusione del negazionismo. Il secondo è della dottoressa Antonella Randazzo, sul suo blog. Buona lettura!

venerdì 6 febbraio 2009

Per Eluana

Permettetemi di riportare l'editoriale di Avvenire di oggi. Forse lo avete già letto. Fa riflettere.

Mettiamoci nei suoi panni: un viaggio allucinato e allucinante. Di notte, su un’ambulanza, lui e lei da soli, costretti dallo spazio angusto a una vicinanza che non era mai avvenuta prima, per ore uno in compagnia dell’altro, muti in due silen­zi diversi. Vicini, terribilmente vicini. Si so­no incontrati così, Eluana e il dottor Ama­to De Monte, e lui ne è uscito «devastato»: per l’aspetto di Eluana – si è detto e ha fat­to intuire lui stesso, ma senza spiegarsi mai troppo, lasciando vaghi i contorni della sua «devastazione» – o forse per qualcos’altro che in quel viaggio gli ha ingombrato l’a­nima come un fastidio sottile e insistente, che lui ha voluto scacciare ma ogni tanto ancora gli torna? Va, l’ambulanza, incrocia gocce di acqua e neve e i fari di altre vite viaggianti nella notte, ignare di quel carico di vita tra­sportato a morire, mentre Eluana dorme, perché questo fa di notte, da molti anni. Avrà vegliato, invece, il dottor De Monte, e quante volte avrà guardato quel sonno forse un po’ agitato dalla mancanza di un letto, sempre lo stesso da quindici anni, del tepore di una stanza, dei rumori e de­gli odori sempre uguali e rassicuranti, del­la carezza frequente di una suora? Poi è arrivata l’alba e un cancello si è inghiotti­to Eluana, nessuno l’ha più vista se non i volontari e il medico, ancora lui, tacitur­no con i giornalisti, scuro in volto, sempre frettoloso, anche la sera quando si allon­tana pedalando sulla bicicletta per le stra­de di Udine.
«Eluana è morta diciassette anni fa», ave­va detto in quell’alba di martedì scorso, la­sciando con sollievo l’ambulanza e quella strana compagna di viaggio che l’aveva de­vastato, lui, medico anestesista e rianima­tore che chissà quante ne deve aver viste in vita sua... Ma dopo una notte ne segue sempre un’altra, e un altro confronto con Eluana, che morta non è e quindi si agita... Passa la prima notte, la seconda andrà me­glio – si dice il medico – ma così non è, per­ché Eluana non pare più la stessa, poche ore fuori casa e qualcosa è già cambiato. Tossisce, Eluana. Tossisce?
Sì, tossisce, e di una tosse che squassa i suoi (forti) polmoni ma forse di più l’udito e le coscienze di chi l’ascolta e non sa che fare. Tossisce, si scuo­te, quasi si strozza e intanto, proprio come farebbe ciascuno di noi, tende e tirarsi su, cerca aria, solleva le spalle ma non riesce. Dove sono quelle mani che a Lecco sape­vano sempre cosa fare? Perché non accor­re chi immediatamente compiva quel pic­colo gesto che dava sollievo? Eluana tossi­sce sempre più, una tosse che accenna ad essere ribellione di un corpo, che è richie­sta, che è grido. Una tosse che, beffarda, sembra fare il verso a chi dice 'Eluana è morta diciassette anni fa': no, un morto non si agita nel letto sconosciuto. Gli infermieri-volontari provano di tutto, ma appartengono all’équipe di De Monte, conoscono a memoria il protocollo per far­la morire, che ne sanno ora dei piccoli ge­sti che sono propri di una vita, di quella vita? Come si gestisce una «morta» che fa i capricci e nel solo modo che conosce pe­sta i piedi? Dovevano essere devastati an­che loro, l’altra notte, se alla fine si deci­dono a fare il fatidico numero di Lecco e con nuova umiltà chiedono al medico cu­rante di Eluana: come facevate a farla sta­re bene?
Il dottore deve aver provato a spie­gare come mai in quindici anni non era stato necessario aspirare il catarro (l’incu­bo dei disabili come lei), avrà indicato al collega le mosse da fare, ma il resto non poteva spiegarlo: accarezzatela, osservate il suo respiro e ascoltate il battito del suo cuore – si erano tanto raccomandati da Lecco quella notte lasciandola partire per Udine –, sono i tre elementi che vi porte­ranno ad amarla... Ma questo nel proto­collo non sta scritto e nessuno lo può in­segnare. Questo raccontano tra i sussurri dalla «Quiete», la casa di riposo in cui la notte è passata agitata un po’ per tutti. Inutile invece chiedere conferme alla cli­nica di Lecco: medici e suore hanno giu­rato silenzio e quella è gente che ha una so­la parola. Tacciono e pregano. Ma a Udine avevano giurato sul protocollo di morte, mentre quella tosse di vita «devasta» già le prime coscienze (
Lucia Bellaspiga).

Non praevalebunt

L'altro giorno il New York Times ha riportato una notizia sconvolgente: il fondatore dei Legionari di Cristo, padre Marcial Maciel Degollado, scomparso lo scorso anno, avrebbe avuto una relazione da cui avrebbe avuto una figlia. Fin da giovane il padre Maciel è stato molto chiacchierato; per un bel po' di tempo gli andò bene: era sempre uscito indenne dalle numerose inchieste condotte dalla Santa Sede sul suo conto. Anzi, durante il pontificato di Giovanni Paolo II, specialmente in occasione del 50° anniversario di fondazione dell'istituto, aveva ricevuto una specie di apoteosi. Poi le cose cambiarono improvvisamente con l'avvento al pontificato di Benedetto XVI. Il Card. Ratzinger aveva avuto a che fare col padre Maciel come Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede; conosceva perciò bene la situazione, ma, a quanto pare, era stato costretto ad archiviare la pratica. Diventato Papa, però, aveva deciso di riaprire i fascicoli per arrivare, senza processo canonico, a un provvedimento di rimozione. Fino ad allora le accuse rivoltegli vertevano soprattutto su presunti abusi sessuali compiuti sui suoi seminaristi; ma la cosa era sempre rimasta poco chiara: la Congregazione, pur accettando il provvedimento pontificio, aveva sempre rigettato ogni accusa, e le denunce potevano apparire come le vendette personali di qualche ex-legionario. Circolavano anche voci di uso di sostanze stupefacenti e di irregolarità finanziarie. Sinceramente, sembrava un po' troppo per il fondatore di un benemerito istituto religioso.
Ma ora la cosa sconvolgente è che la stessa Congregazione dei Legionari di Cristo riconosce gli errori del suo fondatore. Qui trovate il link alla notizia riportata dall'agenzia ZENIT, un'agenzia di notizie promossa appunto dai Legionari di Cristo (non so se farete in tempo a leggere la notizia: ho notato che nell'edizione inviata via posta elettronica la notizia è scomparsa, rimanendo solo il titolo).
Io conosco i Legionari di Cristo da lunga pezza. Furono miei compagni di scuola all'Angelicum per la filosofia e la teologia. Pur trovando in loro qualcosa di strano (anche se la maggior parte di loro era di lingua spagnola, parlavano fra loro in italiano dandosi del "Lei"; erano gentilissimi con noi, ma non attaccavano mai discorso; rispondevano solo se interpellati; e via di seguito), devo confessare che ho sempre nutrito una certa invidia nei loro confronti: nel bel mezzo della crisi delle vocazioni, quando noi eravamo una decina di seminaristi, loro arrivavano a scuola con due pullman, uno all'Angelicum e l'altro alla Gregoriana (50+50=100!). Li incontrai di nuovo negli anni della Querce, quando mostrarono un certo interesse per la nostra scuola... Soprattutto, ho sempre ammirato la loro serietà e la loro vitalità: mi sembravano davvero una grande speranza per la Chiesa. E ora? Non so che dire. Posso solo prendere atto che la Chiesa sta attraversando un brutto momento. Essa è sotto attacco, ma non tanto sotto l'attacco di potenze umane, quanto di forze soprannaturali: "La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti" (Ef 6:12). L'unico conforto mi viene dalla promessa del nostro Fondatore (quello con la F maiuscola): "Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa" (Mt 16:18).

giovedì 5 febbraio 2009

Come previsto

Dopo giorni di totale silenzio, la Segreteria di Stato si è finalmente espressa sul caso dei quattro Vescovi lefebvriani a cui è stata revocata la scomunica e in particolare su Mons. Williamson, che aveva fatto dichiarazioni negazioniste. Che cosa ha detto? Ciò che avevo ampiamente previsto: viene richiesto un "pieno riconoscimento del Concilio Vaticano II e del Magistero dei Papi Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II e dello stesso Benedetto XVI". Se non fosse che questa condizione preclude qualsiasi inizio di trattativa con la Fraternità San Pio X, si potrebbe anche essere d'accordo. Si potrebbe comunque osservare che il diritto canonico non prevede altra professione di fede che quella "approvata dalla Sede Apostolica" (can. 833), consistente nel Simbolo Niceno-Costantinopolitano integrato da tre commi emanati dalla Congregazione per la Dottrina della Fede nel 1988. Ma sentite quel che segue: "Il Vescovo Williamson, per una ammissione a funzioni episcopali nella Chiesa dovrà anche prendere in modo assolutamente inequivocabile e pubblico le distanze dalle sue posizioni riguardanti la Shoah". Come volevasi dimostrare: d'ora in poi, per poter essere ammessi all'esercizio del ministero nella Chiesa sarà necessaria una professione di fede nella Shoah!
Capisco lo scompiglio in cui si trova il Vaticano in questi giorni (si veda in proposito l'interessante articolo di Sandro Magister sul sito www.chiesa); ma non mi sembra proprio questo il modo di reagire. Appare sempre piú chiaro che il Papa sia vittima di un complotto (si legga l'articolo di Andrea Tornielli sul Giornale); fin dall'inizio del suo pontificato sapevamo che la sua elezione non era gradita a molti, in Vaticano e fuori. Proprio per questo — sia detto col dovuto rispetto — in qualche caso forse avrebbe dovuto muoversi con maggiore prudenza. Che cosa dice Gesú nel Vangelo? "Ecco: io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe" (Mt 10:16). Ma in ogni caso, quando siamo attaccati, non possiamo semplicemente giustificarci e adeguarci supinamente a quanto viene preteso dall'altra parte; dobbiamo reagire. Non si può stare sempre sulla difensiva e seguire il nemico dove lui ci vuol portare. Ho l'impressione che Benedetto XVI non conosca ancora abbastanza i suoi nemici. Non sa che le scuse, le dichiarazioni, le ritrattazioni non saranno mai abbastanza. Capisco che ha le mani legate: è tedesco; gli può essere sempre rinfacciato il suo passato (lo hanno già fatto all'inizio del suo pontificato). Ma in ogni caso, a un certo punto bisogna aver il coraggio di dire: "Ora basta!" Finché ci vedranno deboli, saranno sempre piú prepotenti. Qui non si tratta di porgere l'altra guancia; qui si tratta di difendere la verità.
Spero per lo meno che in Vaticano capiscano che la posizione di assoluta equidistanza assunta durante il massacro di Gaza (per favore, chiamiamo le cose col loro nome: non è stata una guerra, ma un semplice massacro) non paga. Molto meglio sarebbe stato assumere una posizione piú coraggiosa, come le circostanze richiedevano. Lo Stato di Israele e tutti gli Ebrei del mondo si sarebbero ribellati? E allora? Non vedete che tanto non gli va bene niente lo stesso e anzi pretendono di dettar legge anche all'interno della Chiesa?
Ho molto apprezzato nei giorni scorsi la coraggiosa presa di posizione del Primo Ministro turco Erdogan al summit di Davos (guardate il video su YouTube: è fantastico!). Certo, con quelle parole rivolte, senza peli sulla lingua, al Presidente Peres, probabilmente Erdogan ha firmato la sua condanna. Ma che importa? Ha avuto il coraggio della verità, e perciò merita il nostro rispetto e la nostra gratitudine. Che differenza rispetto ai politici occidentali e, ahimè, a tanti ecclesiastici! Mi è tornato allora in mente il passo del vangelo: "In verità vi dico: I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio" (Mt 21:31). Sí, mi sa proprio che turchi e palestinesi ci precederanno nel regno dei cieli!

martedì 3 febbraio 2009

Il prete e il blog

Continuo a provare un certo stupore nel vedere come è stato favorevolmente accolto il mio blog. Ringrazio tutti coloro che hanno voluto manifestarmi la loro solidarietà, simpatia, incoraggiamento: confratelli, ex-alunni (ritrovati dopo molti anni grazie a quella simpatica invenzione che è Facebook) e, soprattutto, scout. Confesso di aver fatto questo passo con una certa titubanza: non è facile esporsi; solitamente preferiamo rimanere nell'anonimato senza dare fastidio a nessuno, senza esprimere i nostri pensieri, vivendo in pace con tutti. Specialmente per uno che, come me, riveste qualche responsabilità, rappresenta in qualche modo una istituzione e, soprattutto, in quanto sacerdote, dovrebbe essere al di sopra delle parti e non dovrebbe mai occuparsi di questioni che esulano dalla sua missione pastorale, risulta piuttosto arduo "venire fuori". Ed è proprio questo che maggiormente ha colpito molti amici. Come? Non è possibile; non era mai successo; questo fatto esce fuori dagli schemi usuali (quegli schemi che ci fanno molto comodo, anche quando li contestiamo). Ma ho visto che questo "coraggio" è stato in genere apprezzato, sia da quanti condividono gli stessi ideali e le medesime preoccupazioni, sia da quanti sono magari piú indifferenti a certe problematiche.
Mi ha fatto molto piacere vedere come fra diversi Querciolini e, ripeto, soprattutto fra gli scout ci sia una sensibilità molto affine: segno che in quegli anni che abbiamo trascorso insieme, in un'aula scolastica o sotto una tenda, si è stabilito un legame profondo e una sintonia ideale, di cui forse allora non ci rendevamo conto. Se adesso sperimentiamo la stessa inquietudine, la stessa insoddisfazione per il mondo che ci circonda, significa che la Querce è stata qualcosa di piú di una semplice scuola.
Naturalmente non mi illudo che tutti coloro che mi leggono condividano le mie idee. So che molti sono sintonizzati su una diversa lunghezza d'onda. È normale ed è giusto che sia cosí. Qualcuno me lo ha anche voluto scrivere. La cosa non mi dispiace affatto; anzi, mi convince ancora di piú dell'opportunità dell'iniziativa, perché vedo quanto sia diffusa, anche in ambito ecclesiale, l'accettazione acritica della mentalità dominante. Voglio riportare uno di questi messaggi, senza naturalmente citare il nome di chi lo ha scritto e la provenienza (tengo molto alla privacy), giusto per darvi un'idea della realtà in cui viviamo:

"Sono una collaboratrice della parrocchia di ... Ho letto la tua pattaffiata. Scusa la mia ignoranza: non sono in grado di rispondere alla storia dei vari concili. Ti posso dire invece che non è giusto colpevolizzare solo gli Ebrei. Hamas come si comporta con il suo popolo? Se non la pensano come lui li tortura. Usa i bambini come scudo. Questa è libertà? Per me è un criminale che non lascia crescere il suo popolo. Tutto loro proprietà. Sono stata in Terra Santa ben tre volte, e posso dirti tante cose sulle attività che gli Ebrei sostengono a favore anche dei Palestinesi. Noi cattolici, di fronte alla provocazione, siamo invitati da Gesù a porgere l'altra guancia: loro si difendono, e allora? Non nego che i tuoi scritti mi hanno fatto reagire. Scusa e grazie."

Ho già risposto personalmente alla mia (non molto entusiasta) lettrice, per augurarle di aprire gli occhi e rendersi conto che la realtà non è quella che le mostrano giornali e TV. A quanto pare, la propaganda fa effetto su molte persone e il senso critico è un tantino carente. Forse anche colpa nostra — di noi preti, intendo — che non facciamo abbastanza per educare la gente a ragionare con la sua testa e a leggere criticamente la realtà che ci circonda. Un motivo in piú per impegnarci in questa missione, usando dei mezzi che la moderna tecnologia ci mette a disposizione. Qualcuno dirà: non è questo il mestiere del prete. Chi conosce i Barnabiti sa che la loro missione non si esaurisce sull'altare (da dove traggono ispirazione e forza), ma si compie nell'impegno educativo per formare cristiani e cittadini maturi.

PS: noto con piacere che questo blog è stato inserito nella lista dei Siti Cattolici Italiani, e che tra quelli aggiunti il 3 febbraio, è stato quello piú visitato.

lunedì 2 febbraio 2009

Due buone notizie

Non vorrei che qualcuno pensasse che sono un irriducibile tradizionalista anticonciliare, una quinta colonna lefebvriana in seno alla Chiesa cattolica. Ho già espresso, nel primo post di questo blog, la mia posizione nei confronti del Vaticano II; prima o poi si presenterà l'occasione di dire qualcosa sul movimento fondato dal Vescovo Lefebvre. Né vorrei che si pensasse che sono un vecchio brontolone a cui non va bene niente e ha sempre da ridire su ogni cosa. Ci sono cose, nella Chiesa post-conciliare, che anche a me fanno piacere. Due notizie di questi giorni.
La prima viene da Mosca. È stato eletto e ha fatto ieri il suo ingresso ufficiale come nuovo Patriarca della Chiesa Ortodossa Russa il Metropolita Kirill di Smolensk e Kaliningrad, dal 1989 responsabile del Dipartimento per le Relazioni Ecclesiastiche Esterne del Patriarcato di Mosca. Non c'è che da rallegrarsi, giacché con lui si apre una nuova fase nei rapporti con la Chiesa Cattolica. Ha detto di lui il Card. Kasper: "Conosciamo da molti anni Kirill. Ha una posizione ferma, ma con lui si può dialogare". Non è il caso di farsi eccessive illusioni; ma penso che sia lecito sperare.
Un'altra buona notizia viene dall'Australia. Il cammino di riavvicinamentto della Comunione Anglicana Tradizionale (TAC) alla Chiesa Cattolica continua. A quanto pare, la Congregazione per la dottrina della Fede avrebbe espresso un parere su come potrebbe avvenire il reinserimento di questi circa 400.000 fedeli anglicani nella Chiesa Cattolica. Si veda la notizia sulla CNA. Sembra che la CDF abbia consigliato di inquadrare giuridicamente questi fedeli in una prelatura personale. Non sono un canonista, ma su questa ipotesi mi permetto di avanzare qualche riserva. Sembra ora che ogni problema nella Chiesa si risolva con una prelatura personale. Tale istituto fu inventato appositamente per dare forma giuridica all'Opus Dei. Certamente esso potrà essere applicato ad altre realtà, p. es. sembra che questa sarà la soluzione per ricucire la frattura con i lefebvriani. Tempo fa il Vescovo Milingo propose qualcosa di simile per i preti sposati. Tutti lo presero per matto (e certamente non si può in alcun modo approvare il suo atteggiamento); ma quella proposta non era poi cosí assurda; potrebbe davvero essere una soluzione al problema del celibato: senza modificare l'attuale disciplina della Chiesa latina, permetterebbe di avere a disposizione un clero uxorato, di cui si sente sempre piú bisogno con l'attuale crisi di vocazioni. Ora, per venire al caso della TAC, non mi pare che si possa applicare lo strumento giuridico della prelatura personale. La TAC non è un gruppo di preti anglicani che chiedono di rientrare nella comunione con la Chiesa Cattolica. La TAC sono una serie di Diocesi, con Vescovi, preti e fedeli già organizzati. Mi sembra che in questo caso l'unica soluzione potrebbe essere quella di una Chiesa sui juris. So che, al presente, tale realtà esiste solo per le Chiese orientali, ma chi vieta che si possa estendere anche all'Occidente? Non è la realtà che si deve adattare al diritto, ma il diritto alla realtà. Nel nostro caso, si tratterebbe di conservare un vero e proprio "rito" (quello anglicano): anche qui, il Codice dei Canoni delle Chiese Orientali prevede solo cinque riti (alessandrino, antiocheno, armeno, caldeo e bizantino); chi impedisce che anche in Occidente esistano diversi riti (e di fatto già esistono, vedi il rito ambrosiano)? Rimane un solo problema, che lascio volentieri agli esperti della CDF risolvere: i Vescovi anglicani sono in genere sposati, mentre né nella Chiesa Cattolica né in quella Ortodossa esiste alcun vescovo sposato. Ma lasciamo che lo Spirito ispiri alla Chiesa la soluzione di questo problema.

domenica 1 febbraio 2009

Ai miei venticinque lettori

Devo dire che mi ha fatto non poco piacere vedere quale interesse ha riscosso l'annuncio del mio blog. Dopo due giorni di vita, può contare già su due "lettori fissi" (una media di un lettore al giorno...). Se devo essere sincero, la cosa mi ha meravigliato un po', perché viviamo in un mondo dove di parole se ne dicono fin troppe: siamo letteralmente sommersi da parole di ogni genere. Un nuovo blog? Quanti ce n'è già sulla rete? Cosa potrà dire di nuovo un "Querciolino errante" (prima o poi dirò qualcosa per spiegare ai profani il senso di questo Querculanus che ha deciso di incominciare a parlare "senza peli sulla lingua")? Eppure, pare che ci sia ancora spazio per aggiungere alle infinite parole una parola in piú. Che ci sia bisogno di una parola diversa, una parola libera e franca, che cerchi di dire la verità in questa marea di chiacchiere politically correct? A quanto pare, non solo nella società, ma anche nella Chiesa domina ormai il politically correct: guai a esprimere un'opinione diversa, con l'aggravante che nella Chiesa ti fanno sentire in colpa, perché, se lo fai, non rispetti l'autorità, vieni meno all'obbedienza, e via di questo passo. Devo dire onestamente che non ne posso piú. Non è questa l'idea di Chiesa che ho: la Chiesa è per me il luogo dove liberamente possiamo dirci le cose in faccia. Che il Papa e i Vescovi siano i successori degli Apostoli, nessuno lo mette in dubbio. Che il loro insegnamento, in materia di fede e di morale, anche quando non espresso ex cathedra, sia normativo per noi, nessuno ha mai pensato di metterlo in discussione. Ma quando si tratta di questioni di politica ecclesiastica, beh, allora siamo nel campo dell'opinabile, nel quale ciascuno può dire liberamente la sua. Unico limite: il rispetto reciproco. Ciò che mi ha deciso a espormi è stato quanto scrive il Codice di diritto canonico: "In modo proporzionato alla scienza, alla competenza e al prestigio di cui godono, [i fedeli] hanno il diritto, e anzi talvolta anche il dovere, di manifestare ai sacri Pastori il loro pensiero su ciò che riguarda il bene della Chiesa; e di renderlo noto agli altri fedeli, salvo restando l'integrità della fede e dei costumi e il rispetto verso i Pastori, tenendo inoltre presente l'utilità comune e la dignità della persona" (can. 212 §3; sottolineatura mia). Parole sante! Lasciamo perdere la scienza, la competenza e il prestigio di cui godo (non sono io che posso giudicare in materia); io sento il bisogno di manifestare ai Pastori della Chiesa il mio pensiero; e, visto che per il momento ciò non è permesso (perché dovunque ti rivolgi trovi la censura), incomincio a renderlo noto agli altri fedeli, nella speranza che, prima o poi, raggiunga anche i Pastori, i quali il piú delle volte, senza alcuna loro colpa, vivono lontani dalla realtà e pensano che la realtà sia quella che trovano in televisione o sui giornali. Quanto all'integrità della fede e dei costumi, state tranquilli, non sentirete mai dalla mia bocca una sola parola che possa mettere in discussione i dogmi di fede o l'insegnamento del Magistero.
Qualcuno mi ha chiesto se attiverò i commenti ai miei post. La risposta è "no". Non perché non gradisca di essere messo in discussione: chi ha qualcosa da dire, troverà il mio indirizzo email nel profilo. Ciò che voglio evitare è quel "chiacchiericcio" che dilaga sulla rete e nel mondo della comunicazione in genere. Io dico la mia opinione e un altro dice la sua (magari senza aver riflettuto neppure per un secondo) e cosí tutto finisce nel magma delle opinioni, dove l'unica verità rimane, appunto, il politically correct. Se uno vuole dire qualcosa, faccia almeno lo sforzo di riflettere un minuto e di scrivere, non dico una lettera, ma almeno un messaggio con un minimo di logica e grammaticalmente e sintatticamente corretto.
Ciò detto, buona lettura a tutti e grazie per la vostra attenzione.

sabato 31 gennaio 2009

Shoah di ieri e di oggi

Ho l'impressione che si stia passando la misura. È di ieri il commento del padre Federico Lombardi, Direttore della Sala Stampa vaticana, sulla Shoah: "Chi nega il fatto della Shoah non sa nulla né del mistero di Dio, né della Croce di Cristo". Non voglio entrare nel merito della realtà della Shoah (questione su cui non posso pronunciarmi per incompetenza, ma su cui dovrebbero avere la possibilità di discutere liberamente gli storici), quanto piuttosto su una questione di metodo. Non mi sembra molto corretto trasferire un evento storico (che per tale motivo, ripeto, dovrebbe rimanere oggetto di libera disputa scientifica) su un piano teologico, trasformandolo cosí in una sorta di dogma da accettare senza discussioni, pena l'esclusione dalla fede della Chiesa ("non sa nulla del mistero di Dio, né della Croce di Cristo"). Non ricordo di aver sentito usare espressioni altrettanto forti quando si trattava, in altre occasioni, di difendere la fede cattolica. Né ricordo di aver sentito alcuna interpretazione teologica dell'olocausto dei nostri giorni, quello del popolo palestinese.
A questo proposito, giacché sono in vena di rivelazioni, permettetemi di riportare la mia lettera al padre Bernardo Cervellera, Direttore di AsiaNews, lo scorso 17 gennaio, in seguito alla pubblicazione di un articolo del francescano israeliano David-Maria Jaeger (C'è chi non capisce il "pacifismo" del Vaticano)

"Caro Padre Cervellera,
Sono ancora io (...) Ma oggi, dopo la pubblicazione dell'articolo di P. Jaeger, mi sembra di dover nuovamente intervenire, spero non precipitosamente, ma perché mi sembra che la posta in gioco sia veramente notevole.
L'articolo di P. Jaeger dimostra come, nella presente situazione, non sia possibile un atteggiamento di equidistanza. Non è un caso che sia un israeliano a difendere la posizione estremamente ambigua che la Santa Sede ha scelto di adottare. L'articolo di P. Jaeger dimostra che essere equidistanti, nelle presenti circostanze, significa prendere posizione, significa mettersi dalla parte dell'oppressore, significa dare per buona la propaganda diffusa da Israele, quando è sotto gli occhi di tutti la vera realtà: quella di un popolo che da sessanta anni è oppresso e che ora si vorrebbe definitivamente cacciare dalla propria terra. Non mi sembra che i profeti, di fronte a simili ingiustizie, fossero equidistanti; non mi sembra che Gesú, di fronte alle ipocrisie di scribi e farisei, fosse equidistante. Ci sono delle situazioni di fronte alle quali è inevitabile prendere posizione: non perché si debba intervenire nel conflitto, ma semplicemente perché bisogna dire la verità e denunciare l'ingiustizia. È ovvio che, in ogni caso, l'obiettivo è la pace; ma è illusorio pensare di poter costruire la pace sull'ingiustizia e sulla menzogna.
Ricordo che in altre situazioni la Santa Sede non ha esitato a prendere posizioni nette: si pensi alla ex-Jugoslavia o alle due guerre del Golfo. Anche a proposito della Terra Santa, un tempo la politica della Sede Apostolica, pur nel suo tradizionale equilibrio, era molto chiara. Da qualche anno essa è diventata estremamente confusa. Perché? Perché si vogliono avere a tutti i costi buoni rapporti con gli Ebrei? Basta vedere quanto siano apprezzate da parte ebraica tali attenzioni nella dichiarazione di questi giorni del rabbino-capo di Venezia: con Benedetto XVI "stiamo andando verso la cancellazione degli ultimi cinquant'anni di storia della Chiesa"! Perché si ha paura di mandare all'aria i negoziati per l'attuazione degli accordi del 1993 (!) con lo Stato di Israele? Beh, allora significherebbe che le questioni di bottega sono piú importanti della verità e della giustizia. Se cosí fosse, sarebbe molto triste e la Chiesa dovrebbe prepararsi, ancora una volta, ad affrontare, ahimè, il giudizio della storia. Già, la storia... Mi sembra impossibile che proprio nel momento in cui la Chiesa si trova costretta a difendere uno dei suoi Papi (di cui, per altro, resta indiscussa la santità) dall'accusa di silenzio, stia commettendo esattamente l'errore che le viene addebitato. Che differenza fra l'atteggiamento risoluto di Pio XI e quello eccessivamente diplomatico di Pio XII! Pio XI non esitò a lasciare l'Urbe all'arrivo di Hitler; ebbe il coraggio di scrivere due encicliche contro Nazismo e Comunismo. Se vogliamo seguire quell'esempio, oggi come minimo si dovrebbe annunciare l'accantonamento di qualsiasi ipotesi di viaggio del Santo Padre in Terra Santa (a che pro? per stringere mani grondanti di sangue?). Ma non escluderei interventi ancor piú decisi, tipo — perché no? — il richiamo del Nunzio e una enciclica sul Sionismo, ideologia non meno perniciosa di Nazismo e Comunismo. Sto sognando? Forse; ma mi sembra che in una situazione del genere non si possa tacere. Non c'è ragion di stato che tenga. Finora l'unico che abbia avuto il coraggio di alzare sommessamente la voce è stato il povero Card. Martino. E la Segreteria di Stato? Completamente latitante. Non bisogna aver paura della verità; non c'è nulla da perdere. Prima o poi essa verrà a galla; ma a quel punto diventerà molto difficile trovare scusanti. Non si potrà dire: "Non sapevamo", quando la realtà è sotto gli occhi di tutti. Prego perché il Signore illumini e dia coraggio al Santo Padre e ai suoi collaboratori.
Un cordiale saluto".

Fin qui la mia lettera al P. Cervellera, dove appunto mi lamentavo del silenzio vaticano sulla vicenda di Gaza. Come mai allora, con una shoah in corso, nessun intervento, nessuna riflessione teologica? E ora non passa giorno senza un intervento sulla memoria dell'Olocausto?

venerdì 30 gennaio 2009

Il Concilio, la scomunica e l'Olocausto

Alcuni mesi fa, precisamente nel giugno 2008, avevo sentito il bisogno di scrivere alcune riflessioni sul Concilio Vaticano II e le avevo inviate a un paio di siti web, solitamente attenti a tale tipo di problematiche, nella speranza di vederle pubblicate. Ma in un caso fui completamente ignorato; nel secondo caso ricevetti solo un gentile riscontro. OK, pensai, forse le mie riflessioni non interessano a nessuno. Devi pur essere pronto ad accettare che il mondo è piú grande di te e che quello che tu pensi non sia poi cosí importante.
Ma quelle riflessioni mi sono tornate in mente in questi giorni, dopo la revoca della scomunica ai quattro Vescovi lefebvriani, con tutte le polemiche che tale remissione e soprattutto le dichiarazioni negazioniste del vescovo Williamson hanno comportato.

Permettetemi perciò di pubblicare oggi quelle riflessioni. Se avrete la pazienza di leggerle, alla fine capirete perché.


CONCILIO E “SPIRITO DEL CONCILIO”

A oltre quarant’anni dalla conclusione del Vaticano II (8 dicembre 1965), e soprattutto dopo l’ormai famoso discorso di Benedetto XVI alla Curia Romana (22 dicembre 2005) e il motu proprio “Summorum Pontificum” (7 luglio 2007), mi sembra che possa considerarsi non solo legittimo, ma in certa misura doveroso procedere a un ripensamento del Concilio. Naturalmente, le seguenti note non hanno alcuna pretesa di definitività; esse vogliono essere solo una riflessione ad alta voce, aperta a qualsiasi ulteriore contributo. La riflessione sarà caratterizzata da estrema franchezza, ma allo stesso tempo da profondo attaccamento alla Chiesa. Per esigenze di chiarezza, dividerò la trattazione in quattro punti: opportunità, valore, interpretazione e “spirito” del Concilio.

L’opportunità del Concilio

Fino a qualche tempo fa ero fermamente convinto dell’utilità del Concilio. Nonostante gli innegabili abusi, dicevo: “Ce n’era bisogno”. La mia convinzione si basava sull’esperienza — diretta (per quel che può valere l’esperienza di un bambino) e indiretta (attraverso gli studi e le testimonianze di quelli un po’ piú vecchi di me) — della Chiesa pre-conciliare. Oggi direi piuttosto: “C’era bisogno di un profondo rinnovamento della Chiesa”. Il fatto è che di tale rinnovamento c’è ancora bisogno. Ciò significa che l’auspicato rinnovamento non c’è stato. Dunque, il Concilio ha fallito il suo obiettivo. Il Concilio, è vero, ha promosso tutta una serie di riforme: talvolta, a seconda dei casi, utili, opportune o necessarie; talaltra inutili, se non addirittura dannose (si pensi alla burocratizzazione della Chiesa con l’istituzione dei vari sinodi, consigli pastorali, commissioni, e quant'altro). Ma tali riforme strutturali non hanno prodotto ipso facto il rinnovamento della Chiesa, che rimane un fatto eminentemente spirituale ed esclusivamente dipendente dalla grazia dello Spirito Santo e dalla nostra personale conversione. È stata una pia illusione pensare che bastasse un concilio per rinnovare la Chiesa. Anzi, sembrerebbe che gli effetti del Concilio siano stati opposti a quelli sperati: la riforma liturgica ha rese deserte le chiese; il rinnovamento della catechesi ha diffuso l’ignoranza religiosa; la revisione della formazione sacerdotale ha svuotato i seminari; l’aggiornamento della vita religiosa sta mettendo a rischio l’esistenza di molti istituti; l’apertura della Chiesa al mondo, nonché favorire la conversione del mondo, ha significato la mondanizzazione della Chiesa stessa. È vero che dobbiamo guardare a queste cose con un certo distacco e con senso storico: la Chiesa ha affrontato nel passato ben altre difficoltà e le ha sempre felicemente superate. Per cui, se crediamo, non c’è da preoccuparsi piú di tanto. Ma un fatto è certo: aspettavamo la “nuova Pentecoste”, ed è arrivata la settimana santa; aspettavamo la “primavera dello Spirito”, e sono arrivate le nebbie dell’autunno.

Dirò di piú. Solitamente si guarda al Concilio (sia da parte tradizionalista, sia da parte progressista) come a un fungo spuntato durante la notte. Dimenticandosi che esso si situa sulla scia di un cammino di riforma della Chiesa in corso già da alcuni decenni: pensiamo al movimento liturgico, al rinnovamento degli studi biblici, al movimento ecumenico, ecc., che erano già in corso da lunga data. I Papi solitamente piú ammirati dai conservatori (Pio X e Pio XII) sono stati tra i maggiori esponenti di tali movimenti. Tanto per fare un esempio, la riforma liturgica non è incominciata con il Vaticano II, ma era già in corso da svariati anni. Pio XII aveva dato un notevole contributo a tale riforma (si pensi alla revisione dei riti della settimana santa). Certo, essa era appena iniziata e avrebbe dovuto proseguire. Ma si rende inevitabile una domanda: era proprio necessario un concilio per continuare una riforma già egregiamente avviata, gradualmente attuata e, quel che piú conta, condivisa da tutti? Mi sembra assai significativo che nessuno tra i tradizionalisti abbia mai avuto nulla da eccepire sul Messale riformato dal Beato Giovanni XXIII nel 1962, che pure si differenzia da quello promulgato da San Pio V. Lo stesso discorso potrebbe farsi sulla rivalutazione della Sacra Scrittura nella vita della Chiesa o sulla promozione del dialogo ecumenico. Dunque, c’era proprio bisogno di un concilio? Le stesse riforme promosse dal Vaticano II non avrebbero potuto essere attuate (forse meglio, perché condotte con piú prudenza e tenute sotto maggiore controllo) dalla Sede Apostolica, come era avvenuto fino a quel momento? Non posso ancora dare una risposta definitiva a tali domande; ma, da quel che ho detto finora, appare evidente la mia propensione per una risposta negativa alla prima domanda e affermativa alla seconda.

Mi rimane solo una perplessità. Forse era opportuno, se non addirittura necessario, convocare un concilio per continuare il lavoro iniziato dal Vaticano I. Non dimentichiamo che tale Concilio era stato interrotto; in piú occasioni si era pensato di riprenderlo, senza poi farne nulla. A quanto pare, Pio XII lasciò il progetto nel cassetto, perché si rendeva conto di quel che sarebbe potuto accadere alla Chiesa convocando un concilio. Ci volle la santa incoscienza di Giovanni XXIII per riprendere quel progetto e darvi attuazione (anche se poi, non so per quale motivo, egli preferí convocare un nuovo concilio, il Vaticano II appunto, piuttosto che riprendere il Vaticano I). In ogni caso, era evidente a chiunque che l’opera del Vaticano I era rimasta incompiuta: la sua “Costituzione dogmatica prima sulla Chiesa di Cristo” Pastor æternus aveva trattato del primato e dell’infallibilità del Romano Pontefice, ma non aveva avuto tempo (forse provvidenzialmente) di considerare gli altri aspetti del mistero della Sposa di Cristo. Anche in questo caso la riflessione sulla Chiesa era continuata nei decenni successivi (si veda l’enciclica Mystici Corporis di Pio XII) e sfociò nel Vaticano II, che cercò di dare una visione piú completa ed equilibrata della Chiesa rispetto a quella forzatamente sbilanciata del precedente Concilio. Giustamente Paolo VI, nel suo discorso del 21 novembre 1964 (quello in cui proclamò Maria “Madre della Chiesa”), ebbe a dire che con la promulgazione della Lumen gentium era stata « compiuta l’opera del Concilio Ecumenico Vaticano I ». Va detto peraltro che tale opera non può ancora dirsi del tutto esaurita: dopo il Vaticano II la riflessione sulla Chiesa è continuata, dando ulteriori apprezzabili frutti. Si pensi alla cosiddetta “ecclesiologia di comunione”, che può realmente costituire un ripensamento radicale della teologia sulla Chiesa, che permette a tutti gli aspetti (anche a quelli apparentemente contrapposti come collegialità e primato, Chiese particolari e Chiesa universale) di trovare il loro posto.

Il valore del Concilio

Veniamo al secondo aspetto, quello del valore del Concilio. Il Vaticano II è stato convocato e si è autocompreso come un “concilio pastorale”. Che io sappia, era la prima volta nella storia della Chiesa che veniva convocato un concilio pastorale. Al massimo si erano avuti dei concili disciplinari, guarda caso tutti clamorosamente falliti (come avvenne per il Concilio Lateranense V, che solo pochi anni prima del Concilio di Trento aveva tentato invano di riformare la Chiesa del tempo); ma concili pastorali, mai. Solitamente i concili venivano convocati per definire la dottrina in cui credere; questa volta invece ciò veniva escluso ex professo: « Lo scopo principale di questo Concilio non è la discussione di questo o quel tema della dottrina fondamentale della Chiesa ... Per questo non occorreva un Concilio ... È necessario che questa dottrina certa e immutabile, che deve essere fedelmente rispettata, sia approfondita e presentata in modo che risponda alle esigenze del nostro tempo ... Si dovrà ricorrere a un modo di presentare le cose che piú corrisponda al magistero, il cui carattere è preminentemente pastorale » (Giovanni XIII, Discorso di apertura del Concilio, 11 ottobre 1962). Dunque, il problema non era definire la dottrina (in quanto già definita), ma trovare un modo nuovo di presentarla. Obiettivo piú che legittimo per la Chiesa, che ha non solo il compito di definire e custodire la verità, ma anche quello di diffonderla. Ma si potrebbe obiettare ancora una volta, usando le stesse parole del Pontefice: Per questo occorreva un concilio? Non ci si rendeva conto che, non trattandosi di questioni dottrinali, ma solo di strategie pastorali, si correva il rischio di fare uno sforzo immane, destinato a essere presto superato dall’evolversi degli eventi? Non ci si rendeva conto che, cosí facendo, si dava a quel Concilio un carattere assolutamente contingente, legato alla transitorietà di quel momento storico? Non è chi non veda che il mondo di oggi è totalmente diverso da quello di quaranta anni fa. Possiamo considerare ancora attuale nel mondo d’oggi, segnato dal disincanto se non dal pessimismo e dalla disperazione, la Costituzione Gaudium et spes col suo ingenuo ottimismo?

Anche qui, però, una perplessità. Una perplessità che scaturisce da un’osservazione sulla Chiesa d’oggi. Se facciamo un raffronto tra le diverse Chiese locali, ci accorgiamo che il Concilio è stato applicato in esse in maniera alquanto differenziata. Ebbene, in quesi paesi dove piú che il Concilio è stato applicato (vedremo piú avanti la distinzione) lo “spirito del Concilio” (si pensi alla Francia o all’Olanda), il risultato è stato... il deserto. La situazione però non può dirsi migliore in quei paesi, come la Polonia o l’Irlanda, dove il Concilio è stato attuato senza molta convinzione e solo in maniera formale. Solo in quei paesi, come l’Italia, dove, pur fra mille limiti e contraddizioni, ci si è sforzati di promuovere il rinnovamento pastorale voluto dal Concilio, la Chiesa continua a registrare una certa vitalità. Dunque, forse non è stato del tutto inutile un concilio pastorale.

L’interpretazione del Concilio

Mi sembra particolarmente importante definire con chiarezza il valore del Concilio, perché da esso dipende la sua corretta interpretazione. Opportuno o inopportuno che fosse, il Concilio c’è stato. È un dato di fatto. Se anche fosse stato un errore, mi sembra abbastanza impensabile che oggi lo si possa ignorare o addirittura, come qualche tradizionalista vorrebbe, abrogare. Non resta che interpretarlo correttamente. È la posizione assunta dal Papa Benedetto XVI nel discorso alla Curia Romana del 22 dicembre 2005, a pochi mesi dalla sua elezione, in occasione del 40° anniversario della conclusione del Vaticano II. La posizione del Papa è chiara: una “ermeneutica della riforma” in contrapposizione a una “ermeneutica della discontinuità e della rottura”. Il Concilio va interpretato alla luce della ininterrotta tradizione della Chiesa. Nulla da eccepire su questo. Semmai andrebbero indicati alcuni ulteriori criteri ermeneutici.

Primo fra tutti, appunto, la considerazione del carattere specifico del Concilio: se vogliamo interpretare correttamente il Vaticano II, dobbiamo sempre ricordare che si tratta, come dicevamo, di un concilio pastorale: questo significa che esso ha un carattere contingente, legato alle condizioni della Chiesa e del mondo del tempo in cui esso si è svolto. Non possiamo assolutizzare il Vaticano II. E invece questo è esattamente ciò che è successo: quello che era voluto essere, ed effettivamente era stato, un concilio pastorale (e quindi con tutti i limiti che ciò comportava), a un certo punto è diventato piú vincolante di un concilio dogmatico. Si potevano mettere in discussione tutti i dogmi della fede cattolica, ma guai a mettere in discussione il Vaticano II. Un esempio di questo assurdo: la riconciliazione coi lefevriani a tutt’oggi viene dai piú subordinata a un’accettazione incondizionata del Concilio. Ma non ci si rende conto dell’assurdità? Nel dialogo ecumenico ci si sforza giustamente di individuare l’essenziale su cui tutti possiamo ritrovarci d’accordo (in necessariis unitas), trascurando le diversità accidentali (in dubiis libertas); all’interno della Chiesa cattolica ciò che ci unisce non sarebbe piú la stessa fede, ma l’accettazione di un Concilio autodefinitosi pastorale!

Secondo criterio: il Concilio ha emanato svariati documenti, non tutti con il medesimo valore: ci sono quattro costituzioni, nove decreti e tre dichiarazioni. Non sarebbe corretto mettere sullo stesso piano una dichiarazione e una costituzione. Le stesse costituzioni non hanno tutte lo stesso valore: una, quella sulla liturgia, non è definita da alcun aggettivo; due, quella sulla Chiesa e quella sulla divina rivelazione, si dichiarano “dogmatiche” (sebbene non definiscano alcun nuovo dogma); l’ultima, la Gaudium et spes, si presenta come una costituzione “pastorale”. Credo sia importante fare ricorso a tale criterio ermeneutico, perché di fatto le principali contestazioni di parte tradizionalista al Concilio vertono, guarda caso, su dichiarazioni, non su costituzioni dogmatiche: ciò che i lefevriani maggiormente criticano del Concilio è la libertà religiosa (Dichiarazione Dignitatis humanæ) e il rapporto con le religioni non-cristiane (Dichiarazione Nostra ætate). Mi sembra che, sulla base dei criteri ermeneutici su esposti, sia piú che legittimo mantenere su tali argomenti posizioni differenziate.

Lo “spirito del Concilio”

Un ultimo punto. Quando si interpreta un testo, uno dei criteri ermeneutici fondamentali è quello di stabilire l’intenzione dell’autore; se il testo è giuridico, si ricerca la mens del legislatore (cf can. 17 CJC). Non hanno allora ragione i progressisti (fra loro, in primis, la cosiddetta “Scuola di Bologna”), a far riferimento allo “spirito del Concilio”, che si situerebbe al di là della lettera dei suoi documenti e di cui loro stessi sarebbero i depositari? Se devo essere sincero, sono giunto alla conclusione che i “dossettiani” (chiamiamoli pure cosí per comodità, senza con ciò voler esprimere alcun giudizio su Don Giuseppe Dossetti) non hanno tutti i torti ad appellarsi allo “spirito del Concilio”. Voglio dire: quello “spirito” non è una loro fantasia; quello era veramente lo spirito di buona parte dei padri conciliari; non saprei dire se della maggioranza o solo di un’agguerrita minoranza (oggi diremmo: una potente lobby). A leggere le cronache del Concilio, c’è da rimanere allibiti (molto interessante in proposito può risultare la lettura, sul sito Una vox, del resoconto “Il Concilio giorno per giorno”). Ricordo che Mons. Ettore Cunial una volta ci confidò di non aver mai sentito nella sua vita tante eresie come durante il Concilio: se non ci fosse stata l’assistenza dello Spirito Santo e se avessero prevalso quelle posizioni, si sarebbe distrutta la Chiesa in pochi giorni. Ma, per l’appunto, c’era lo Spirito Santo (Dio sa scrivere diritto sulle righe storte) e, aggiungiamo pure, c’era anche il buon Paolo VI, che tenne in pugno la situazione e seppe guidare il Concilio alla sua conclusione. Anche considerando le cose da un punto di vista puramente umano, le discussioni tra i diversi gruppi presenti in Concilio portò a onorevoli compromessi, che trovarono espressione nei documenti conciliari, equilibrati e fondamentalmente condivisi da tutti (a quanto mi risulta, anche Mons. Lefebvre firmò tutti i documenti, compresa la Dignitatis humanæ). Ma proprio perché frutto di umani compromessi, i dossettiani hanno continuato ad appellarsi allo “spirito del Concilio” (vale a dire allo spirito della lobby progressista del Concilio) come all’unica legittima chiave di lettura del Concilio. Dal loro punto di vista, non hanno tutti i torti: i documenti conciliari sono frutto di un compromesso; essi non riflettono lo spirito di chi aveva voluto il Concilio e avrebbe voluto un ben diverso esito di esso. Il problema è: siamo sicuri che quello “spirito” coincida con lo Spirito di Dio? Siamo proprio sicuri che lo Spirito Santo si sia espresso attraverso lo “spirito del Concilio” e non piuttosto attraverso la lettera dei documenti conciliari, quella lettera frutto di umani compromessi?

Il problema è tanto piú grave, in quanto quella mentalità (lo “spirito del Concilio” identificato con l’intentio auctoris o mens del legislatore) non era diffusa solo fra i circoli progressisti della Chiesa, ma influenzò in certa misura la stessa attuazione del Concilio da parte delle supreme gerarchie. Faccio un esempio tratto dalla riforma liturgica. Il Concilio aveva previsto la conservazione dell’uso della lingua latina nella liturgia in genere (Sacrosanctum Concilium, n. 36), nella celebrazione della Messa (ibid., n. 54) e nella recita dell’ufficio divino (ibid., n. 101). Ebbene, non è stato qualche prete ribelle a disattendere tali norme, ma è stato lo stesso Sommo Pontefice ad autorizzare la traduzione integrale della liturgia nelle lingue volgari (con conseguente, inevitabile abbandono della lingua latina). Perché questo? Perché, sebbene contro la lettera del Concilio, ciò sembrava corrispondere alla sua mens.

È questo che ha rovinato la Chiesa. La colpa della crisi della Chiesa non può essere addebitata al Concilio in quanto tale, o per lo meno ai documenti che ne sono scaturiti, e neppure alla mancata attuazione di esso da parte di qualche irriducibile contestatore, ma alla diffusione a tutti i livelli di quello che si credeva essere il vero “spirito del Concilio”, ma era in realtà, per usare l’immagine di Paolo VI, il “fumo di Satana” che si stava insinuando nella Chiesa. Con questo non si vuole criminalizzare nessuno, tanto meno il povero Paolo VI, che fece di tutto per opporsi alle interpretazioni estremistiche del Concilio. Ma purtroppo il clima era quello; tutti ne furono in qualche modo contagiati e, magari in buona fede, furono portati a discostarsi dalla lettera del Concilio. Lo “spirito del Concilio” è stato come un veleno che ha ammorbato la Chiesa in tutte le sue fibre. Se ora vogliamo risanare la Chiesa, non dobbiamo annullare il Concilio, ma liberarla dal preteso “spirito del Concilio”. Quale l’antidoto? Tornare alla lettera del Concilio, nella quale si esprime il vero spirito del Concilio, che è poi lo spirito dell’ininterrotta tradizione della Chiesa.

Questo può comportare, se necessario, anche la revisione di alcune riforme, laddove queste si siano discostate dalla volontà esplicita del Concilio. Si parla con sempre maggiore insistenza di una “riforma della riforma” liturgica. Perché no? L’attuale soluzione (la coesistenza di due forme del medesimo rito) può essere accettata solo come soluzione transitoria, ma non può certo essere considerata la soluzione ideale e definitiva. Si rende sempre piú necessaria quella reciproca interazione dei due usi liturgici, prevista dal Santo Padre nella lettera ai Vescovi accompagnatoria del motu proprio: «
Le due forme dell’uso del Rito Romano possono arricchirsi a vicenda: nel Messale antico potranno e dovranno essere inseriti nuovi santi e alcuni dei nuovi prefazi ... Nella celebrazione della Messa secondo il Messale di Paolo VI potrà manifestarsi, in maniera più forte di quanto non lo è stato finora, quella sacralità che attrae molti all’antico uso ». Ancor piú esplicita si rivela la lettera del 23 giugno 2003 dell’allora Card. Ratzinger al Dott. Heinz-Lothar Barth: « Credo che a lungo termine la Chiesa romana deve avere di nuovo un solo rito romano. L’esistenza di due riti ufficiali per i vescovi e per i preti è difficile da “gestire” in pratica. Il rito romano del futuro dovrebbe essere uno solo, celebrato in latino o in vernacolo, ma completamente nella tradizione del rito che è stato tramandato. Esso potrebbe assumere qualche elemento nuovo che si è sperimentato valido, come le nuove feste, alcuni nuovi prefazi della Messa, un lezionario esteso con più scelta di prima, ma non troppa, una “oratio fidelium”, cioè una litania fissa di intercessioni che segue gli Oremus prima dell’offertorio dove aveva prima la sua collocazione ». Piú o meno quanto aveva previsto il Concilio.

Pertanto, per quanto sia legittimo discutere sul Concilio, dobbiamo ammettere che, se si vuole trovare un punto di equilibrio tra le diverse anime della Chiesa, probabilmente quel punto non lo si troverà se non nella lettera del Concilio stesso, frutto degli sforzi dei padri conciliari, della sapiente mediazione di Paolo VI e, soprattutto, dell’assistenza dello Spirito Santo.



Fin qui le mie riflessioni del giugno scorso. Orbene questa mattina, aprendo la mia posta elettronica, leggo sull'agenzia ZENIT la dichiarazione dei Vescovi tedeschi sulla vicenda della remissione della scomunica ai Vescovi lefebvriani: "Esprimiamo la chiara e grande aspettativa e la richiesta urgente che nel corso dei colloqui, i quattro Vescovi e la Fraternità di S. Pio X manifestino in modo inequivocabile e credibile la loro fedeltà al Concilio Vaticano II e in particolare alla dichiarazione Nostra Aetate, le cui istanze vennero fatte proprie da Papa Giovanni Paolo II nel suo lungo pontificato in maniera insistente e con risultati benefici". Come volevasi dimostrare! Ciò che ci rende cattolici non è l'accettazione dello stesso Credo, ma la "fedeltà al Concilio Vaticano II e in particolare alla dichiarazione Nostra Aetate". Non solo tale dichiarazione conferma le preoccupazioni da me espresse sei mesi fa, ma mi fa venire un altro cattivo pensiero: sta' a vedere che ora, per essere riammessi alla comunione (e forse, chissà, anche per rimanere in comunione) con la Chiesa cattolica, sarà necessaria un professione di fede nell'Olocausto...