martedì 12 maggio 2009

Il Papa in Terra Santa

Chi mi segue regolarmente conosce la mia posizione sul viaggio di Benedetto XVI in Terra Santa. A piú riprese ho rilevato l'inopportunità e la pericolosità di tale visita in questo momento, ma allo stesso tempo ho dovuto riconoscere la sua "inevitabilità". Come detto nei giorni scorsi, da parte nostra non possiamo fare altro che pregare, innanzi tutto per l'incolumità del Santo Padre (in particolare, vi invito a intensificare le preghiere domani, festa della Madonna di Fatima) e poi perché sia possibile uno di quei miracoli, che solo il Signore può fare, di trasformare cioè ciò che sembrava "inopportuno" in una "opportunità", per il trionfo della verità, per il ristabilimento della giustizia e per la restaurazione della pace.

Se posso esprimere un sommesso parere su come sta andando questo viaggio, direi che per il momento non ci si possa proprio lamentare. Dopo il grande successo in Giordania (e non poteva essere altrimenti: la convivenza tra cristiani e musulmani, checché ci vogliano far credere, è molto piú facile che non con gli ebrei), ho l'impressione che anche in Israele, Benedetto XVI se la stia cavando egregiamente.

Dopo aver pagato l'inevitabile pedaggio ("sei milioni di ebrei vittime della Shoah"; "l’antisemitismo continua a sollevare la sua ripugnante testa in molte parti del mondo"), il Papa — come giustamente ci ha fatto notare Sandro Magister su www.chiesa — ha affrontato i temi sensibili (pace e sicurezza; Olocausto e antisemistismo) in maniera del tutto originale (come è suo solito), facendo diretto riferimento alla Scrittura. Non so se i suoi ascoltatori abbiano capito l'antifona. Certo, non possono in alcun modo attaccarlo su questo piano; devono limitarsi a deplorare che non abbia criticato il nazismo...

Si è molto preoccupati per l'intervento fuori programma dello sceicco Taysir Al-Tamimi durante l'incontro interreligioso al Centro Notre Dame di Gerusalemme. Personalmente ritengo che sia il minimo che potesse accadere. Come si può pretendere che non vengano fuori certe questioni in una realtà esplosiva come la Terra Santa? Tanto per cambiare, non sono affatto d'accordo con la dichiarazione di Padre Lombardi, che ha definito l'intervento una "negazione del dialogo". Chiedo: che cosa significa "dialogo"? Se dialogo significa dire solo ciò che l'altro si aspetta di sentire, lo trovo del tutto superfluo. Il bello del dialogo sta proprio nel fatto che ci costringe ad ascoltare ciò che è diverso da quel che noi pensiamo. Se poi qualcuno si alza e se ne va, vuol dire che non ha la coscienza cosí tranquilla...

Quel che invece mi lascia un tantino perplesso è l'aspetto piú "politico" degli interventi papali. Al suo arrivo in Israele, Bendetto XVI ha auspicato che "ambedue i popoli possano vivere in pace in una patria che sia la loro, all’interno di confini sicuri ed internazionalmente riconosciuti"; mentre per i luoghi santi ha espresso l'augurio "che tutti i pellegrini ... abbiano la possibilità di accedervi liberamente e senza restrizioni". In tal modo la Santa Sede fa definitivamente sua la soluzione al conflitto israelo-palestinese prospettata dalla "Road Map" e, per l'accesso ai luoghi santi, ripete le stesse esatte parole usate dal governo israeliano. Personalmente trovo la cosa piuttosto discutibile. Riconosco il tradizionale realismo della diplomazia pontificia, ma ricordo che la Santa Sede fino a qualche anno fa aveva, a proposito di Gerusalemme, una proposta originale e molto interessante: l'internazionalizzazione della Città Santa. Dove è finita tale proposta? Personalmente la considero estremamente attuale. Se per gli israeliani Gerusalemme è "capitale eterna" del loro Stato e se per i palestinesi — lo abbiamo sentito dallo sceicco Al-Tamimi — essa è "capitale eterna" della Palestina, l'unica soluzione realistica è, appunto, la cosiddetta "vaticanizzazione" della città vecchia. Se mi fa piacere che una proposta del genere sia ora rilanciata da un ebreo (Abraham B. Yehoshua ieri su La Stampa), mi dispiace che la Santa Sede l'abbia accantonata.

Quanto poi alla soluzione dei due Stati, a parte le perplessità che tale soluzione sia possibile, ritengo che sarebbe piú prudente rimanere nel vago. Chi ha detto che la creazione di due Stati "etnici" sia la migliore soluzione? Non si potrebbe legittimamente pensare a un solo Stato laico, multietnico, aconfessionale, dove ci sia spazio per tutti, ebrei, cristiani e musulmani? Un sogno? Per chi crede, talvolta anche i sogni possono diventare realtà.

lunedì 11 maggio 2009

Nuovo blog

Mi sono sentito molto onorato nel ricevere la segnalazione di un nuovo blog, intitolato Disputationes Theologicae. Ben volentieri ne faccio parte con i miei "venticinque lettori". Questa la sua autopresentazione:

«Da alcuni anni ormai gli studi ecclesiastici sembrano languire in uno stato che, senza aver del tutto rinunciato al dibattito teologico, ha tuttavia volutamente accantonato l’istituzione della disputa teologica, annegando spesso la ricerca relativa alla “scienza di Dio” in una vulgata che canta all’unisono e che rinuncia sovente alla speculazione rigorosa, all’approfondimento probante, all’argomentazione strutturata, alla confutazione decisa di una tesi falsa.

L’irenismo teologico, che fiumi d’inchiostro ha fatto versare negli ultimi tempi, sembra aver indotto tanti teologi, molti dei quali anche di valore, a pubblicazioni prolisse e non di rado ricche della più ricercata bibliografia, le quali tuttavia si distinguono precipuamente per l’assenza di scelte teologiche chiare e per l’arte sottile di aggirare le questioni scomode e spinose.
Un vago sentimentalismo religioso si sostituisce al nerbo della speculazione scolastica, annacquando la scienza divina in un brodo insipido e deludente perché privo di corpo. In tanti atenei, purtroppo anche romani, nei quali alcuni dei nostri collaboratori studiano e insegnano, si è rinunciato a fare teologia; si assiste ad un’inversione dell’attitudine accademica che ci lascia ogni giorno più attoniti: si mettono in discussione dogmi solennemente definiti, ma è impossibile approfondire e se necessario contestare quelle che sono, nel migliore dei casi, mere opinioni teologiche. Quest’attitudine, tutt'altro che scientifica e soprattutto sommamente incapace di soddisfare l’intelligenza, ha spinto alcuni chierici, studenti di ieri e di oggi, di atenei teologici romani a creare una tribuna nella quale ci si potesse confrontare in un dibattito teologico serio, che abbia come limiti della discussione il magistero della Chiesa con la sua tradizionale prudenza e non la politica ecclesiastica nel senso deteriore del termine.

Gli ideatori di questa impresa, che non ha la pretesa di sostituirsi alle grande riviste teologiche, vorrebbero rilanciare quella “fides quaerens intellectum”, che fu ed è la gloria della teologia cattolica, nello spirito della “disputatio theologica”, di qui il titolo scelto di
“Disputationes Theologicae”; lo stile degli interventi sarà quello di articoli brevi e, se necessario, con una bibliografia essenziale, senza sfoggio di erudizione, di modo che ci si possa accostare con agilità ai grandi quesiti teologici, senza perdere la serietà scientifica, “ut serietate ac vigori argumentationis magis quam copiae eruditionis bibliograficae attendatur”, amava ripetere Timoteo Zapelena dalle cattedre della Gregoriana.

A seguito degli interventi sarà possibile intervenire con precisazioni teologiche oppure con una confutazione scientifica, alla sola condizione che non si tema la forza della verità e che, dismesso ogni spirito di bottega, ci si rammenti che la verità non è di Socrate né di Platone, ma è di tutti
».

Concordo al 100% con l'analisi su riportata e condivido in toto gli intenti dichiarati. A quanto si può leggere dai primi post pubblicati (che mi trovano pienamente d'accordo), mi sembra che ci siano tutte le premesse per il successo di questa iniziativa. Auguro cordialmente buon lavoro ai colleghi e invito i miei lettori a visitare il nuovo blog.

domenica 10 maggio 2009

V domenica di Pasqua ("Cantate Domino")

C'è un verbo che ricorre piú volte nella liturgia odierna: "rimanere". Nella seconda lettura:

«Chi osserva i suoi comandamenti rimane in Dio e Dio in lui. In questo conosciamo che egli rimane in noi: dallo Spirito che ci ha dato».

Nel vangelo:

«Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, cosí neanche voi se non rimanete in me ... Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto ... Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca ... Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto».

Dobbiamo rimanere in Dio, e Dio deve rimanere in noi; dobbiamo rimanere in Cristo, e Cristo deve rimanere in noi. Per illustrare ciò Gesú ricorre all'immagine della vite e dei tralci: noi siamo i tralci, che devono rimanere uniti alla vite, se vogliono vivere e portare frutto.

Come si rimane uniti alla vite? Stando a quanto Giovanni dice nella sua prima lettera, osservando i comandamenti: l'osservanza dei comandamenti sembrerebbe la condizione per rimanere uniti a Dio. Se invece consideriamo il vangelo, si direbbe che l'osservanza dei comandamenti sia il "frutto" dell'unione del tralcio con la vite. Probabilmente, è vero l'uno e l'altro. Non c'è un prima e un poi; c'è piuttosto una circolarità: rimanendo unito alla vite, posso osservare i comandamenti; e osservando i comandamenti, rimango unito alla vite. C'è certamente bisogno del mio impegno personale; ma piú importante è la presenza dello Spirito Santo, che è un dono totalmente gratuito ("lo Spirito che ci ha dato"), la "linfa" che dalla vite passa nei tralci, permettendo loro di vivere e di produrre frutto.

«Senza di me non potete far nulla».

sabato 9 maggio 2009

E se provassimo a "deideologizzare" un po' la Chiesa?

Si fa un gran parlare di avvicendamenti nella Curia romana e nell'Episcopato. Nil sub sole novi: da che mondo è mondo, i pettegolezzi su eventuali nomine sono uno degli sport preferiti del genere umano. Non c'è assolutamente da meravigliarsi. È dell'altro giorno la smentita delle anticipazioni riguardanti un'eventuale promozione di Mons. Malcom Ranjith alla sede arcivescovile di Colombo (si veda il blog di Andrea Tornielli). Anche se non posso negare un naturale interesse per tutte queste voci che si rincorrono, per principio mi sono ripromesso di non dar credito a certe notizie finché esse non sono state ufficialmente pubblicate.

Ma in questa sede non è questa o quella (possibile) nomina che mi interessa. Vorrei fare qualche considerazione sulla "politica" che ispira certi avvicendamenti. Io non so quale sia la politica attualmente seguita dalla Santa Sede nella scelta dei responsabili dei dicasteri della Curia romana e delle sedi episcopali. Non so neppure se esista una tale politica o se piuttosto certe nomine non debbano essere considerate semplicemente frutto di "giochi di potere".

Certamente molti rimarranno rabbrividiti al solo sentir parlare di "giochi di potere" nella Chiesa. Vi dirò sinceramente: anche in questo caso la cosa non mi meraviglia piú di tanto. Sono convinto che una simile realtà, per quanto riprovevole, c'è sempre stata e — ahimè — sempre ci sarà nella Chiesa, come in qualsiasi altra istituzione umana.

Quel che invece mi preoccupa maggiormente è che ci possa essere una "politica" dettata dall'ideologia. Che cosa voglio dire? È un fatto che viviamo in una società fortemente ideologizzata. Non saprei dire quando la tendenza a considerare la realtà attraverso le lenti dell'ideologia abbia avuto inizio. Certamente si tratta di una tendenza abbastanza naturale, ma penso che essa abbia avuto una spinta notevole a partire dall'illuminismo (la prima grande ideologia moderna) per arrivare al XX secolo, che è stato il "secolo delle ideologie". A un certo punto, col crollo del comunismo (1989), ci eravamo illusi che le ideologie fossero finite, ma non era affatto vero: continuiamo a essere vittima di altre ideologie.

Probabilmente anche il Concilio Vaticano II va letto all'interno di questa generale ideologizzazione, che ha finito per insinuarsi anche nella Chiesa. Non solo nelle discussioni, ma negli stessi documenti conciliari si sente l'influsso delle ideologie allora in voga. Ma anche questo non deve scandalizzarci: la Chiesa vive nel tempo; ed è ingenuo pensare che essa possa rimanerne incontaminata. Ciò che importa è che la Chiesa, in questo suo cammino attraverso la storia, non è mai sola, ma è assistita dallo Spirito Santo, che le permette di discernere e ritenere ciò che è buono, lasciando cadere ciò che è male. Dunque, nessun dubbio che ciò che il Concilio ha deciso è ciò che Dio vuole dalla sua Chiesa in questo nostro tempo.

Eppure certe tendenze ideologiche sono rimaste presenti nella Chiesa. Che altro è, se non ideologia, il cosiddetto "spirito del Concilio", che non solo ha operato durante il Concilio, ma che ha continuato ad agire dopo di esso, pretendendo di essere l'unica sua chiave di lettura? Per anni il "progressismo" è stato visto come l'unico modo legittimo di vivere il cristianesimo. E tale progressismo ha ispirato non solo l'interpretazione del Concilio, ma anche la nomina dei Vescovi, dei responsabili della Curia romana, dei professori di teologia, ecc. Scelte "ideologiche", appunto.

Ma, da qualche anno a questa parte, è presente nella Chiesa una tendenza opposta. Dopo decenni di vita nelle catacombe, con il pontificato di Giovanni Paolo II prima e, soprattutto ora, col pontificato di Benedetto XVI, hanno ripreso forza i gruppi tradizionalisti, che hanno incominciato a far sentire la loro voce e a pretendere alcuni cambiamenti nella Chiesa. Ciò non deve meravigliare, perché, col passare degli anni le forze progressiste si sono a poco a poco esaurite: i giovani rivoluzionari degli anni Sessanta-Settanta nel frattempo sono invecchiati, senza avere ricambi; al contrario dei tradizionalisti che invece in questi anni hanno incrementato le loro fila con l'adesione di non pochi giovani.

È così che tali gruppi tradizionalisti spingono per un ricambio nei posti chiave della Chiesa (diocesi e Curia romana), un ricambio che preveda la sostituzione di uomini di tendenza progressista con persone che siano fedeli a una visione
piú tradizionale. Già in altra occasione facevo notare che tale operazione non è per nulla facile: lo abbiamo visto recentemente in Austria col tentativo di nominare Mons. Wagner Vescovo ausiliare di Linz. Non è facile scalfire un sistema di potere cosí consolidato: è come fare un trapianto; segue l'immediato "rigetto" dell'organo che si vuole innestare. Lo stiamo vedendo anche nella Curia Romana, dove, nonostante che da quattro anni ci sia Benedetto XVI, le nomine in importanti dicasteri continuano a lasciare molto a desiderare.

Ma qui vorrei aggiungere qualche altra considerazione. Prima di tutto, non dobbiamo farci illusioni. Il tradizionalismo, di per sé, non è garanzia di qualità. Lo abbiamo visto in non poche nomine fatte durante il pontificato di Giovanni Paolo II, specialmente in alcuni paesi europei (Olanda, Svizzera, Austria). Quelle nomine non solo non sono riuscite a recuperare la situazione della Chiesa in quei paesi o anche solo a creare un nuovo clima all'interno dei rispettivi episcopati, ma in non pochi casi sono rimaste travolte da scandali di vario genere.

C'è poi da chiedersi: è questa auspicata "normalizzazione", alla fin fine, tanto diversa dalla "rivoluzione" avvenuta in seguito al Vaticano II? Non è anch'essa, dopo tutto, una tendenza ideologica? In entrambi i casi si giudicano le persone per le loro idee, se sono tradizionaliste o progressiste; e questo dovrebbe essere un criterio sufficiente per la loro nomina. Vi sembra giusto? Delle capacità, delle competenze, del valore di una persona importa poco; ciò che importa è se quella persona è un tradizionalista o un progressista. Ed è, a mio parere, proprio questo, che rovina la Chiesa; perché ci ritroviamo spesso persone non capaci in posti-chiave.

Che ciascuno di noi sia tendenzialmente portato verso la conservazione o il cambiamento, è cosa naturale. Ma non dovrebbe essere questo ciò che ci qualifica e che determina la nostra scelta per un determinato incarico. Quando c'è da provvedere a qualche ufficio l'unica preoccupazione dovrebbe essere la capacità e la competenza dei candidati. È ovvio che questo sistema ha senso solo all'interno di una condivisione dei valori di fondo. Voglio dire: a prescindere che io sia tradizionalista o progressista, non metterò in discussione la divinità di Cristo; al massimo potrò discutere se il rito della pace va fatto prima della comunione o all'offertorio.

Probabilmente, se incominciassimo a guardare di piú al valore delle persone e non alle loro idee, a quello che fanno piú che a quello che dicono, il livello dei "quadri" della Chiesa ne guadagnerebbe non poco.

venerdì 8 maggio 2009

Non resta che pregare

È iniziato il pellegrinaggio del Santo Padre in Terra Santa. Non resta che pregare.

giovedì 7 maggio 2009

Ancora sull'espiazione

Mentre prendo atto con piacere della chiarificazione di Mons. Zollitsch (vedi qui), vorrei pubblicare una lettera inviatami da un lettore, Stefano, rimasto colpito dalla citazione di San Pietro Crisologo riportata ieri:

«Mi perdoni se mi intrometto, da ignorante, sul dibattito riguardo al significato di espiazione e sacrificio.
Riprendo la bellissima citazione di S. Pietro Crisologo da lei postata sul blog:
«Deus fidem, non mortem quaerit; votum, non sanguinem sitit; placatur voluntate, non nece»
Io la interpreto così: non hanno valore (espiatorio) per Dio la sofferenza e la morte in sé e per sé, ma hanno valore la sofferenza e la morte accettate liberamente, volontariamente, per amore Suo e degli uomini. Cristo non avrebbe espiato i peccati degli uomini se fosse morto controvoglia, per costrizione (cosa impossibile data la sua divinità, ma supponiamolo per assurdo): li ha espiati perché si è offerto liberamente alla morte per amore verso il Padre e verso di noi. L'ira divina (cioè la giustizia divina, come da lei sapientemente rilevato) si è placata di fronte al sacrificio di Cristo non perché è stato versato del sangue e basta (come volevano gli dèi pagani), ma perché è stato versato del sangue per amore.
Mi sembra che su questo punto ci siano due errori da evitare: 1) hanno valore espiatorio la sofferenza e la morte in quanto tali (paganesimo); 2) la sofferenza e la morte non hanno alcun valore espiatorio, non c'entrano nulla con la redenzione: conta solo l'amore (modernismo attuale). Mi sembra che la posizione corretta, cattolica, sia questa: la sofferenza e la morte accettate per amore, cioè vivificate dalla carità, hanno un grandissimo valore espiatorio e acquistano grandissimi meriti davanti a Dio (nel caso dell'uomo Gesù Cristo, che era ed è anche vero Dio, meriti infiniti).
In conclusione, vorrei ricordare le stupende parole dello Spirito Santo e nel contempo di Isaia: "Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti" (Is 53, 5). Per le sue piaghe, sopportate per amore, siamo stati guariti.
Mi corregga se sbaglio».

Non c'è assolutamente nulla da correggere. Mi sembra che Stefano abbia perfettamente colto la profondità del mistero della redenzione.

Semmai aggiungerei una citazione dalla lettera agli Ebrei, che conferma la spiegazione di Stefano:

«Entrando nel mondo, Cristo dice: "Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: Ecco, io vengo — poiché di me sta scritto nel rotolo del libro — per fare, o Dio, la tua volontà".
Dopo aver detto prima: "Non hai voluto e non hai gradito né sacrifici né offerte, né olocausti né sacrifici per il peccato", cose tutte che vengono offerte secondo la legge, soggiunge: "Ecco, io vengo a fare la tua volontà". Con ciò stesso egli abolisce il primo sacrificio per stabilirne uno nuovo.
Ed è appunto per quella volontà che noi siamo stati santificati, per mezzo dell'offerta del corpo di Gesù Cristo, fatta una volta per sempre» (Eb 10:5-10)

Gesú ci ha salvati con la sua morte, perché con essa ha compiuto la volontà del Padre. E tale volontà è una volontà salvifica ("Ed è appunto per quella volontà che noi siamo stati santificati"), che si è realizzata nell'«offerta del corpo di Gesú Cristo» (= il suo sacrificio).

mercoledì 6 maggio 2009

A proposito di espiazione

Per arricchire la riflessione, una citazione dalla Liturgia delle ore di ieri:

«Deus fidem, non mortem quaerit; votum, non sanguinem sitit; placatur voluntate, non nece»

«Dio cerca la fede, non la morte; ha sete della preghiera, non del sangue; è placato dalla volontà, non dall'uccisione»

S. PIETRO CRISOLOGO, Discorso 108: PL 52, 500.

martedì 5 maggio 2009

Ecumenismo dottrinale, etico o... estetico?

Dopo aver letto il mio post di sabato scorso su "Cirillo e Benedetto", un confratello mi ha procurato l'articolo "Roma-Mosca: prove tecniche d'intesa georeligiosa", del Prof. Roberto Morozzo della Rocca, docente all'Università di Roma Tre, pubblicato sull'ultimo numero della rivista Limes (3/2009), intitolato "Eurussia, il nostro futuro?". Purtroppo non posso darvi il link, perché non è pubblicato sul sito della "rivista italiana di geopolitica".

Si tratta di un interessantissimo articolo, che analizza i rapporti tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa russa dopo l'elezione del Patriarca Cirillo da una prospettiva diversa rispetto a quella del Dott. Robert Moynihan, una prospettiva che potremmo appunto definire "geopolitica". L'articolo approfondisce quello che io avevo chiamato nel mio post l'elemento etnico che aveva reso difficili le relazioni fra le due Chiese durante il pontificato di Giovanni Paolo II. Aggiunge un altro aspetto che avevo trascurato: l'esistenza della Chiesa "uniate" ucraina. Sono tutti elementi che giocano un ruolo non indifferente nella partita fra Santa Sede e Patriarcato di Mosca.

Molto interessante vedere come anche le tensioni scaturite dalla costituzione di alcune diocesi cattoliche sul "territorio canonico" della Chiesa ortodossa russa abbiano un risvolto positivo: il fatto che il Patriarcato di Mosca si lamenti di ciò solo con la Chiesa cattolica è indice di un rapporto privilegiato con noi; è il riconoscimento che Chiesa romana e Chiesa russa sono Chiesa apostoliche sorelle, ciascuna competente sul proprio territorio (secondo la concezione canonica orientale).

Nella seconda parte del suo studio, il Prof. Morozzo della Rocca si sofferma sulla politica ecumenica del nuovo Patriarca. A quanto pare, Cirillo sarebbe abbastanza disilluso: "L'ecumenismo come è stato praticato tra cristiani europei sarebbe secondo Kirill ormai logoro, spento, specie sul piano dottrinale". Forse non ha tutti i torti: l'ingenuo ottimismo di qualche anno fa deve fare i conti con divergenze dottrinali che appaiono insormontabili. Ormai sappiamo che cosa ci unisce e che cosa ci divide; abbiamo stilato dichiarazioni comuni, in cui sono stati evidenziati i punti su cui ci troviamo d'accordo; ma, arrivati ai punti che ci dividono, che cosa fare?

Quale sarebbe allora la proposta di Cirillo per l'ecumenismo oggi? Esso "potrebbe riprendere slancio qualora le maggiori Chiese europee si alleassero per resistere al relativismo etico che stravolge la concezione cristiana dell'uomo e secolarizza la società". "Kirill, come patriarca, piú ancora che in passato cercherà di trovare un accordo con la Chiesa cattolica romana in nome di una convergenza antropologica ed etica. Le sue idee coincidono singolarmente con quelle di Benedetto XVI e con il discorso cattolico sui valori «non negoziabili» connessi all'antropologia cristiana".

Tale prospettiva è certamente interessante, non va in alcun modo trascurata (se si può fare qualcosa per la povera vecchia Europa, va fatto); ma, se devo essere sincero, non mi entusiasma piú di tanto. Prima di tutto perché mi sembra un modo per un altro per accantonare il problema ecumenico propriamente detto, che, secondo me, non può essere accantonato. In fondo, agli ortodossi può anche andar bene cosí: lasciamo che tutto resti come è sempre stato: ciascuno a casa sua; voi non date noia a noi, noi non diamo noia a voi; cerchiamo di avere rapporti di buon vicinato e cerchiamo di collaborare per il recupero dei valori morali in Europa. Ma questo non è accettabile per un cattolico, che è, per sua natura, "ecumenico". Il ristabilimento della piena comunione fra le Chiese non può essere disatteso, proprio se vogliamo il bene dell'Europa. Che ci siano delle difficoltà, è vero; ma non mi sembra giusto arrendersi di fronte ad esse. Sono d'accordo che non si può essere ingenui (solo uno "spirito conciliare" da quattro soldi poteva alimentare certe illusioni...); è doveroso essere realisti; ma non possiamo porre limiti alla Provvidenza. Specialmente con gli ortodossi, mi sembra che gli ostacoli non siano insormontabili. Si tratta di conciliare il principio del primato con quello della collegialità, e di trovare nuove formule canoniche che permettano la compresenza di diverse tradizioni nell'unica Chiesa.

In secondo luogo, mentre condivido che è possibile, e forse doveroso, cercare convergenze sui comuni valori umani nel dialogo con i "laici" e i non-cristiani (dal momento che non ci sono altri terreni comuni su cui incontrarsi), fra cristiani mi sembra un po' poco accontentarsi di questo, come se non avessimo altro su cui trovarci d'accordo. E Gesú Cristo? Capirei di piú una "crociata" comune di rievangelizzazione del vecchio continente, piuttosto che una campagna per il recupero dei valori morali. Oltre tutto, mi sembra un tantino rischioso, per i cristiani, insistere piú del dovuto sull'etica, come se questa fosse concebile a prescindere dai suoi fondamenti teologici. Esiste un problema di fondo: può l'uomo salvarsi da solo, con i suoi sforzi? Può l'uomo vivere secondo la legge morale senza il soccorso della grazia? È ovvio che questi discorsi non possiamo farli con i non-cristiani e i non-credenti, ma fra noi non possiamo eluderli.

Nel frattempo, viste le difficoltà dell'ecumenismo dottrinale e vista la pericolosità dell'ecumenismo etico, preferisco rifugiarmi in un altro tipo di ecumenismo, che chiamerei "estetico". Sono convinto che l'arte svolgerà (o meglio, sta già svolgendo) un ruolo non secondario nel ristabilimento della piena comunione fra le Chiese. Con le Chiese orientali sono soprattutto le arti figurative (le icone) che stanno a poco a poco avvicinandoci. Con le comunità scaturite dalla riforma, invece, credo che un ruolo importante possa essere giocato dalla musica: i meravigliosi inni liturgici della tradizione protestante (già in uso anche presso i cattolici) possono essere un ponte che unirà le nostre comunità piú di tanti sterili colloqui teologici.

lunedì 4 maggio 2009

Confessio Querculana

Il mio post di mercoledí scorso sul caso Zollitsch non è piaciuto a tutti (si veda questo post nel blog La verità sul Cammino Neocatecumenale con i relativi commenti). Niente di strano; non ho mai avuto la pretesa di incontrare il favore generale. La cosa che però mi fa riflettere è che non è facile farsi capire. Come dicevo in altra occasione, quando uno non è capito, la colpa non è di chi non lo capisce, ma di chi non è in grado di farsi capire; per cui dovrò fare un attento esame di coscienza. L'unico intento del mio post era quello di non voler prendere posizione nella polemica creatasi in seguito all'intervista rilasciata dal Presidente della Conferenza episcopale tedesca: questo lo spiegavo nei primi punti del mio post (tralasciati nella su menzionata recensione). Il mio errore è stato quello di aggiungere alcune annotazioni sul merito della questione, che non volevano in alcun modo risolvere il problema (anche perché un blog non è il luogo piú adatto per fare dei trattati teologici), ma solo mostrare che si trattava di una questione teologica complessa. Ma questo non è stato capito. Pazienza.

Siccome però il mio linguaggio è stato definito "neoterico", a scanso di equivoci, per dimostrare che anche a me piacciono le formule dogmatiche precise (e che in nessun modo impediscono ai teologi di riflettere e discutere liberamente), vorrei riportare la "mia" professione di fede, una esplicitazione della professione di fede richiesta dalla Chiesa ai fedeli in alcune circostanze. È in latino, per conservare tutta la precisione delle formule dogmatiche, ma aggiungo una traduzione italiana per chi non legge il latino (le note — importanti per conoscere le fonti — sono solo nel testo originale); l'ho chiamata "Confessio Querculana" perché è stata composta al Collegio alla Querce di Firenze alla fine degli anni Novanta.


PROFESSIO FIDEI CATHOLICÆ


Introductio

AD LAUDEM SANCTISSIMÆ TRINITATIS

Ego, N. N., firma fide credo et profiteor omnia et singula quæ in Symbolo fidei continentur, videlicet:


I. Symbolum Nicænum-Constantinopolitanum

Credo in unum Deum, Patrem omnipotentem, factorem cæli et terræ, visibilium omnium et invisibilium.

Et in unum Dominum Jesum Christum, Filium Dei unigenitum, et ex Patre natum ante omnia sæcula; Deum de Deo, lumen de lumine, Deum verum de Deo vero; genitum, non factum; consubstantialem Patri; per quem omnia facta sunt. Qui propter nos homines et propter nostram salutem descendit de cælis; et incarnatus est de Spiritu Sancto ex Maria Virgine, et homo factus est. Crucifixus etiam pro nobis sub Pontio Pilato, passus et sepultus est. Et resurrexit tertia die, secundum Scripturas. Et ascendit in cælum, sedet ad dexteram Patris. Et iterum venturus est cum gloria, judicare vivos et mortuos; cujus regni non erit finis.

Et in Spiritum Sanctum, Dominum et vivificantem, qui ex Patre Filioque procedit; qui cum Patre et Filio simul adoratur et conglorificatur; qui locutus est per prophetas.

Et unam, sanctam, catholicam et apostolicam Ecclesiam. Confiteor unum baptisma in remissionem peccatorum. Et exspecto resurrectionem mortuorum. Et vitam venturi sæculi. Amen.


II. Formula nuper addita (1)

Firma fide quoque credo ea omnia quæ in verbo Dei scripto vel tradito continentur et ab Ecclesia sive sollemni judicio sive ordinario et universali magisterio tamquam divinitus revelata credenda proponuntur.

Firmiter etiam amplector ac retineo omnia et singula quæ circa doctrinam de fide vel moribus ab eadem definitive proponuntur.

Insuper religioso voluntatis et intellectus obsequio doctrinis adhæreo quas sive Romanus Pontifex sive Collegium Episcoporum enuntiant cum magisterium authenticum exercent etsi non definitivo actu easdem proclamare intendant.


III. Confessio Querculana (2)

Præsertim CREDO per unum hominem peccatum in hunc mundum intrasse et per peccatum mortem, et ita in omnes homines mortem pertransisse, in quo omnes peccaverunt (3). CREDO omnes egere gloria Dei, justificatos gratis per gratiam ipsius, per redemptionem quæ est in Christo Jesu (4). CREDO non justificari hominem ex operibus legis, nisi per fidem Jesu Christi (5).

CREDO Dominum nostrum Jesum Christum, unum mediatorem Dei et hominum (6), in quo habitat omnis plenitudo divinitatis corporaliter (7), esse viam et veritatem et vitam; et neminem ire ad Patrem, nisi per ipsum (8). CREDO non esse in alio aliquo salutem; nec enim aliud nomen esse sub cælo datum hominibus in quo oporteat nos salvos fieri (9). CREDO Jesum Christum heri et hodie eundem, et in sæcula (10); Alpha et Omega, primum et novissimum, principium et finem (11); heredem universorum (12), regem regum et dominum dominorum (13), in quo proposuit Deus recapitulare omnia (14).

CREDO Dominum Jesum Christum Ecclesiam, visibilem societatem hierarchicis organis instructam corpusque suum mysticum (15), ut universale salutis sacramentum constituisse (16). CREDO hanc Ecclesiam, extra quam nullus omnino salvatur (17), subsistere in Ecclesia catholica, a Successore Petri et Episcopis in ejus communione gubernata (18). CREDO sanctam catholicam et apostolicam Romanam Ecclesiam omnium esse Ecclesiarum matrem et magistram (19).

CREDO Christum Dominum fidei depositum Ecclesiæ concredidisse, ut ipsa veritatem revelatam sancte custodiret, intimius perscrutaretur, fideliter annuntiaret atque exponeret (20). CREDO Christum Jesum Ecclesiam totius de moribus legis certam custodem interpretemque instituisse, hoc est non solius legis evangelicæ, sed etiam naturalis (21). CREDO munus authentice interpretandi verbum Dei scriptum vel traditum soli vivo Ecclesiæ Magisterio concreditum esse, cujus auctoritas in nomine Jesu Christi exercetur (22).

CREDO beatum Petrum, Apostolorum principem, esse omnium christianorum patrem, et primum post Christum pastorem (23). CREDO subesse Romano Pontifici omni humanæ creaturæ omnino esse de necessitate salutis (24). CREDO Romanum Pontificem, cum ex cathedra loquitur, ea infallibilitate pollere, qua divinus Redemptor Ecclesiam suam in definienda doctrina de fide et moribus instructam esse voluit (25).

CREDO septem esse vere et proprie sacramenta novæ legis a Jesu Christo Domino nostro instituta atque ad salutem humani generis, licet non omnia singulis, necessaria: scilicet Baptismum, Confirmationem, Eucharistiam, Pænitentiam, Unctionem infirmorum, Ordinem et Matrimonium; illaque gratiam ex opere operato conferre (26). CREDO sacramentum Baptismi, per quem homines paschali Christi mysterio inseruntur (27), in re vel saltem in voto necessarium esse ad salutem (28). CREDO aliud ab ipso Baptismo sacramentum ad peccatorum remissionem esse institutum, sacramentum videlicet Pænitentiæ, quo fideles post Baptismum lapsi Deo reconciliantur (29). CREDO institutam etiam esse a Domino integram peccatorum confessionem, et omnibus post Baptismum lapsis jure divino necessariam existere (30). CREDO Missam, memoriale mortis et resurrectionis Domini (31), verum et proprium esse sacrificium (32), simul laudis, gratiarum actionis, propitiatorium et satisfactorium (33), quod pro vivis et defunctis ab Ecclesia Deo offertur (34). CREDO in sanctissimo Eucharistiæ sacramento esse vere, realiter et substantialiter corpus et sanguinem una cum anima et divinitate Domini nostri Jesu Christi; fierique conversionem totius substantiæ panis in corpus et totius substantiæ vini in sanguinem, quam conversionem catholica Ecclesia aptissime transsubstantiationem appellat (35). CREDO in novo testamento sacerdotium esse visibile et externum, ministeriale seu hierarchicum quod vocant, licet a communi omnium fidelium sacerdotio essentia et non gradu tantum differens (36), in eiusdem tamen servitium constitutum (37); solis viris quidem conferendum (38); potestate autem præditum consecrandi et offerendi verum corpus et sanguinem Domini, necnon et peccata remittendi et retinendi (39).

CREDO beatam Mariam, utpote incarnati Verbi, veri Dei et veri hominis (40), matrem, jure ac merito Deiparam appellari posse (41). CREDO sanctam Dei Genetricem perstitisse semper in virginitatis integritate, ante partum scilicet, in partu et perpetuo post partum (42). CREDO beatissimam virginem Mariam, Jesu Christo inde ab omni æternitate uno eodemque decreto prædestinationis arcano modo conjunctam (43), in primo instanti suæ conceptionis fuisse singulari omnipotentis Dei gratia et privilegio, intuitu meritorum Christi Jesu salvatoris humani generis, ab omni originalis culpæ labe præservatam immunem (44). CREDO immaculatam Deiparam semper virginem Mariam, expleto terrestris vitæ cursu, fuisse corpore et anima ad cælestem gloriam assumptam (45). CREDO beatam virginem Mariam, his in terris nostræ salutis operi singulari prorsus modo arctoque et indissolubili vinculo, veluti novam Hevam generosamque divini Redemptoris sociam, conjunctam, Ecclesiæ matrem exstitisse (46); in cælis vero, tamquam universorum reginam a Domino exaltatam, maternum salutiferumque hoc munus non deposuisse, sed multiplici intercessione sua pergere se mediatricem gratiæ nobis præbere (47).

CREDO nos gratia esse salvatos per fidem; creatos in Christo Jesu in opera bona, quæ præparavit Deus, ut in illis ambulemus (48). CREDO in Christo Jesu neque circumcisionem aliquid valere neque præputium, sed fidem quæ per caritatem operatur (49). CREDO Deum inquirentibus se remuneratorem fieri (50), qui reddet unicuique secundum opera ejus (51).


Conclusio

Hanc veram catholicam fidem, sine qua impossibile est placere Deo (52), quam in præsenti sponte profiteor ac veraciter teneo, eandem integram et immaculatam usque ad extremum vitæ spiritum et, si opus fuerit, usque ad effusionem sanguinis constantissime, Deo adiuvante, beata Maria virgine omnibusque Angelis et Sanctis intercedentibus, retinere et confiteri volo.
AMEN.


(1) CONGREGATIO PRO DOCTRINA FIDEI, Professio fidei et Jusjurandum fidelitatis in suscipiendo officio nomine Ecclesiæ exercendo (9 jan. 1989): EV 11, 1192; cf JOANNIS PAULI II Litteras apostolicas motu proprio datas Ad tuendam fidem quibus normæ quædam inseruntur in Codice juris canonici et in Codice canonum Ecclesiarum orientalium (18 maji 1998): EV 17, 801-807; CONGREGATIONIS PRO DOCTRINA FIDEI Notam doctrinalem Inde ab ipsis primordiis (29 jun. 1998): EV 17, 1137-1155.

(2) Ita nuncupata e quondam Florentino Clericorum Regularium Sancti Pauli Collegio Sanctæ Mariæ ad Quercum, in quo primum exarata est sub fine sæculi XX.

(3) Rom 5, 12 Vulg.; cf CONCILII TRIDENTINI Sessionem V (17 jun. 1546), Decretum de peccato originali, nn. 2 & 4: DS 1512 & 1514.

(4) Rom 3, 23-24.

(5) Gal 2, 16.

(6) 1 Tim 2, 5.

(7) Col 2, 9.

(8) Jo 14, 6.

(9) Act 4, 12; cf CONGREGATIONIS PRO DOCTRINA FIDEI Declarationem Dominus Jesus de Jesu Christi atque Ecclesiæ unicitate et universalitate salvifica (6 aug. 2000): EV 19, 1142-1199.

(10) Heb 13, 8.

(11) Apc 22, 13; cf 1, 8; 21, 6.

(12) Heb 1, 2.

(13) Apc 19, 16.

(14) Eph 1, 10.

(15) CONCILII VATICANI II Constitutio dogmatica Lumen gentium de Ecclesia (21 nov. 1964), n. 8: EV 1, 304.

(16) CONCILII VATICANI II Constitutio dogmatica Lumen gentium de Ecclesia (21 nov. 1964), n. 48: EV 1, 416; EJUSDEM Decretum Ad gentes de activitate missionali Ecclesiæ (7 dec. 1965), n. 1: EV 1, 1087.

(17) CONCILII LATERANENSIS IV c. 1 de fide catholica: DS 802; cf CYPRIANI CARTHAGINIENSIS Epistolam 73 ad Jubajanum, c. 21.

(18) CONCILII VATICANI II Constitutio dogmatica Lumen gentium de Ecclesia (21 nov. 1964), n. 8: EV 1, 305; cf EJUSDEM Declarationem Dignitatis humanæ de libertate religiosa (7 dec. 1965), n. 1: EV 1, 1043; CONGREGATIONIS PRO DOCTRINA FIDEI Responsa ad quæstiones de aliquibus sententiis ad doctrinam de Ecclesia pertinentibus (29 jun. 2007).

(19) Professio fidei Tridentina: DS 1868; cf GREGORII VII Epistolam 64 extra Registrum.

(20) C.J.C., can. 747, § 1.

(21) PAULI VI Litteræ encyclicæ Humanæ vitæ (25 jul. 1968), n. 4: EV 3, 590.

(22) CONCILII VATICANI II Constitutio dogmatica Dei verbum de divina revelatione (18 nov. 1965), n. 10: EV 1, 887.

(23) GREGORII VII Epistola 64 extra Registrum.

(24) BONIFATII VIII Bulla Unam sanctam (18 nov. 1302): DS 875.

(25) CONCILII VATICANI I Constitutio dogmatica Pastor æternus de Ecclesia Christi (18 jul. 1870): DS 3074.

(26) Professio fidei Tridentina: DS 1864; cf CONCILII TRIDENTINI Sessionem VII (3 mar. 1547), canones de sacramentis in genere: DS 1601-1613.

(27) CONCILII VATICANI II Constitutio Sacrosanctum Concilium de sacra liturgia (4 dec. 1963), n. 6: EV 1, 8.

(28) C.J.C., can. 849; cf CONCILII TRIDENTINI Sessionem VII (3 mar. 1547), can. 5 de sacramento Baptismi: DS 1618.

(29) CONCILII TRIDENTINI Sessio XIV (25 nov. 1551), Doctrina de sacramento Pænitentiæ, c. 1: DS 1668; can. 1 de sacramento Pænitentiæ: DS 1701; EJUSDEM Sessio VI (13 jan. 1547), Decretum de justificatione, c. 14: DS 1542.

(30) CONCILII TRIDENTINI Sessio XIV (25 nov. 1551), Doctrina de sacramento Pænitentiæ, c. 5: DS 1679; can. 6 de sacramento Pænitentiæ: DS 1706.

(31) CONCILII VATICANI II Constitutio Sacrosanctum Concilium de sacra liturgia (4 dec. 1963), n. 47: EV 1, 83.

(32) CONCILII TRIDENTINI Sessio XXII (17 sept. 1562), can. 1 de sanctissimo Missæ sacrificio: DS 1751.

(33) MISSALIS ROMANI Institutio generalis, ed. typ. III (2002), Proœmium, n. 2.

(34) CONCILII TRIDENTINI Sessio XXII (17 sept. 1562), Doctrina de sanctissimo Missæ sacrificio, c. 2: DS 1743; can. 3: DS 1753.

(35) Professio fidei Tridentina: DS 1866; cf CONCILII TRIDENTINI Sessionem XIII (11 oct.1551), Decretum de ss. Eucharistia, cc. 1 & 4: DS 1636 & 1642; cann. 1-2: DS 1651-1652.

(36) CONCILII VATICANI II Constitutio dogmatica Lumen gentium de Ecclesia (21 nov. 1964), n. 10: EV 1, 312.

(37) Catechismus catholicæ Ecclesiæ, nn. 1120; 1547; 1551; 1591; 1592.

(38) JOANNIS PAULI II Epistola apostolica Ordinatio sacerdotalis (22 maji 1994): EV 14, 1340-1348

(39) CONCILII TRIDENTINI Sessio XXIII (15 jul. 1563), Doctrina de sacramento Ordinis, c. 1: DS 1764; can. 1: DS 1771.

(40) CONCILII CHALCEDONENSIS Actio V (22 oct. 451), Symbolum: DS 301.

(41) CYRILLI ALEXANDRINI Epistola II ad Nestorium (22 jun. 431): DS 251.

(42) PII IV Constitutio Cum quorumdam hominum (7 aug. 1555): DS 1880.

(43) PII XII Constitutio apostolica Munificentissimus Deus (1 nov. 1950): DS 3902; cf PII IX Bullam Ineffabilis Deus (8 dec. 1854): PII IX Acta, p. I, vol. I, 599 (DS 2800).

(44) PII IX Bulla Ineffabilis Deus (8 dec. 1854): DS 2803.

(45) PII XII Constitutio apostolica Munificentissimus Deus (1 nov. 1950): DS 3903.

(46) PAULI VI Allocutio in conclusione Sessionis III Concilii Vaticani II (21 nov. 1964): EV 1, 306*.

(47) CONCILII VATICANI II Constitutio dogmatica Lumen gentium de Ecclesia (21 nov. 1964), nn. 55-62: EV 1, 429-438; PAULI VI Adhortatio apostolica Signum magnum (13 maji 1967): EV 2, 1178-1180.

(48) Eph 2, 8.10.

(49) Gal 5, 6.

(50) Heb 11, 6.

(51) Rom 2, 6.

(52) Heb 11, 6.



PROFESSIONE DI FEDE CATTOLICA


Introduzione

A LODE DELLA SANTISSIMA TRINITÀ

Io, N. N., credo e professo con ferma fede tutte e singole le verità che sono contenute nel simbolo della fede, e cioè:


I. Simbolo Niceno-Costantinopolitano

Credo in un solo Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e invisibili.

Credo in un solo Signore, Gesú Cristo, unigenito Figlio di Dio, nato dal Padre prima di tutti i secoli: Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero; generato, non creato, della stessa sostanza del Padre; per mezzo di lui tutte le cose sono state create. Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo; e per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della vergine Maria, e si è fatto uomo. Fu crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato, morí e fu sepolto. Il terzo giorno è risuscitato, secondo le Scritture; è salito al cielo, siede alla destra del Padre. E di nuovo verrà, nella gloria, a giudicare i vivi e i morti, e il suo regno non avrà fine.

Credo nello Spirito Santo, che è Signore e dà la vita, e procede dal Padre e dal Figlio. Con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato, e ha parlato per mezzo dei profeti.

Credo la Chiesa, una santa cattolica e apostolica. Professo un solo battesimo per il perdono dei peccati. Aspetto la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà. Amen.


II. Formula recentemente aggiunta

Credo pure con ferma fede tutto ciò che è contenuto nella parola di Dio scritta o trasmessa e che la Chiesa, sia con giudizio solenne sia con magistero ordinario e universale, propone a credere come divinamente rivelato.

Fermamente accolgo e ritengo anche tutte e singole le verità circa la dottrina che riguarda la fede o i costumi proposte dalla Chiesa in modo definitivo.

Aderisco inoltre con religioso ossequio della volontà e dell'intelletto agli insegnamenti che il Romano Pontefice o il Collegio episcopale propongonlo quando esercitano il loro magistero autentico, sebbene non intendano proclamarli con atto definitivo.


III. "Confessio Querculana"

In particolare, credo che a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e, con il peccato, la morte, e cosí in tutti gli uomini si è propagata la morte, per cui tutti hanno peccato. Credo che tutti sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, per mezzo della redenzione che è in Cristo Gesú. Credo che l'uomo non è giustificato per le opere della legge, ma soltanto per mezzo della fede in Gesú Cristo.

Credo che il Signore nostro Gesú Cristo, unico mediatore fra Dio e gli uomini, nel quale abita corporalmente tutta la pienezza della divinità, è la via, la verità e la vita; e nessuno va al Padre se non per mezzo di lui. Credo che in nessun altro c'è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati. Credo che Gesú Cristo è lo stesso ieri e oggi e sempre; egli è l'Alfa e l'Omega, il Primo e l'Ultimo, il Principio e la Fine; l'erede di tutte le cose, il Re dei re e il Signore dei signori, al quale Dio si è proposto di ricondurre tutte le cose.

Credo che il Signore nostro Gesù Cristo ha costituito la Chiesa, società formata da organi gerarchici e suo corpo mistico, come sacramento universale di salvezza. Credo che questa Chiesa, fuori della quale nessuno assolutamente si salva, sussiste nella Chiesa cattolica, governata dal Successore di Pietro e dai Vescovi in comunione con lui. Credo che la santa Chiesa apostolica romana è madre e maestra di tutte le Chiese.

Credo che Cristo Signore ha affidato alla Chiesa il deposito della fede, affinché essa custodisca santamente, scruti piú intimamente, annunzi ed esponga fedelmente la verità rivelata. Credo che Cristo Gesú ha istitutito la Chiesa custode e interprete sicura di tutta la legge morale, cioè non della sola legge evangelica, ma anche di quella naturale. Credo che il compito di interpretare autenticamente la parola di Dio scritta o trasmessa è stato affidato al solo magistero vivo della Chiesa, la cui autorità viene esercitata a nome di Gesú Cristo.

Credo che il beato Pietro, principe degli Apostoli, è padre di tutti i cristiani e primo pastore dopo Cristo. Credo che la sottomissione al Romano Pontefice è assolutamente necessaria alla salvezza per ogni creatura umana. Credo che il Romano Pontefice, quando parla ex cathedra, gode di quella infallibilità, di cui il divino Redentore ha voluto che fosse fornita la sua Chiesa nel definire la dottrina che riguarda fede e i costumi.

Credo che sono sette in senso vero e proprio i sacramenti della legge nuova, istituiti da Gesú Cristo nostro Signore e necessari per la salvezza del genere umano, sebbene non tutti per ciascuno: Battesimo, Confermazione, Eucaristia, Penitenza, Unzione degli infermi, Ordine e Matrimonio; ed essi conferiscono la grazia ex opere operato. Credo che il sacramento del Battesimo, per mezzo del quale gli uomini vengono inseriti nel mistero pasquale di Cristo, è necessario di fatto o almeno in desiderio per la salvezza. Credo che è stato istitutito un altro sacramento, oltre il Battesimo, per la remissione dei peccati, e cioè il sacramento della Penitenza, per mezzo del quale i fedeli caduti dopo il Battesimo sono riconciliati con Dio. Credo che è stata istituita dal Signore anche l'integrale confessione dei peccati, e che essa è necessaria per diritto divino a tutti coloro che sono caduti dopo il Battesimo. Credo che la Messa, memoriale della morte e della risurrezione del Signore, è un vero e proprio sacrificio, insieme di lode, di ringraziamento, di propiziazione e di espiazione, che viene offerto dalla Chiesa per i vivi e per i defunti. Credo che nel santissimo sacramento dell'Eucaristia è presente veramente, realmente e sostanzialmente il corpo e il sangue insieme con l'anima e la divinità del Signore nostro Gesú Cristo; e in esso si realizza la conversione di tutta la sostanza del pane nel corpo e di tutta la sostanza del vino nel sangue; conversione che la Chiesa cattolica molto convenientemente chiama "transustanziazione". Credo che nella nuova alleanza esiste un sacerdozio visibile ed esterno, chiamato "ministeriale" o "gerarchico"; il quale, quantunque differrisca dal sacerdozio comune dei fedeli essenzialmente e non solo di grado, è tuttavia costituito a servizio di questo; va conferito soltanto agli uomini; ed è fornito del potere di consacrare e offrire il vero corpo e sangue del Signore, come pure di rimettere e ritenere i peccati.

Credo che la beata Maria, in quanto madre del Verbo incarnato, vero Dio e vero uomo, possa essere chiamata a buon diritto "Madre di Dio". Credo che la santa Madre di Dio è rimasta sempre nell'integrità della verginità, e cioè prima del parto, nel parto e per sempre dopo il parto. Credo che la beatissima vergine Maria, fin da tutta l'eternità congiunta con Gesú Cristo in modo arcano con un unico e medesimo decreto di predestinazione, nel primo istante della sua concezione fu preservata immune da ogni macchia della colpa originale per una singolare grazia e privilegio di Dio onnipotente, in vista dei meriti di Cristo. Credo che l'immacolata sempre vergine Maria, Madre di Dio, compiuto il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in corpo e anima. Credo che la beata vergine Maria, congiunta sulla terra all'opera della nostra salvezza in modo del tutto singolare e con stretto e indissolubile vincolo, come nuova Eva e generosa compagna del Redentore, è Madre della Chiesa; e in cielo, esaltata dal Signore come Regina dell'universo, non ha smesso questo compito materno e salvifico, ma con la sua molteplice intercessione continua a mostrarsi a noi come mediatrice di grazia.

Credo che per grazia siamo stati salvati mediante la fede; creati in Cristo Gesú per le opere buone, che Dio ha preparato perché in esse camminassimo. Credo che in Cristo Gesú non è la circoncisione che vale o la non circoncisione, ma la fede che si rende operosa per mezzo della carità. Credo che Dio ricompensa coloro che lo cercano, e renderà a ciascuno secondo le sue opere.


Conclusione

Questa vera fede cattolica, senza la quale è impossibile essere graditi a Dio, che ora professo e mantengo sinceramente, voglio, con l'aiuto di Dio e l'intercessione della beata vergine Maria e di tutti gli Angeli e i Santi, fermamente ritenerla ed confessarla integra e immacolata fino all'ultimo respiro e, se necessario, fino all'effusione del sangue. Amen.

domenica 3 maggio 2009

IV domenica di Pasqua ("Misericordia Domini")

«Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui».

Leggendo la seconda lettura odierna si potrebbe concludere che, secondo l'apostolo Giovanni, l'umanità può essere divisa in due gruppi: noi (i "figli di Dio", tali perché abbiamo conosciuto Dio) e il "mondo" (che non ci conosce, perché non ha conosciuto Dio). Sembrerebbe che il Vangelo (scritto dallo stesso apostolo) confermi tale interpretazione:

«Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, cosí come il Padre conosce me e io conosco il Padre».

Ritroviamo lo stesso verbo "conoscere", che non si riferisce a una semplice conoscenza superficiale, ma a qualcosa di piú profondo: una "sintonia" istintiva, una affinità naturale, che permette un immediato riconoscimento. Dunque, fra gli uomini, ci sono alcuni che appartengono a Cristo, riconoscono
immediatamente in lui il loro pastore, ascoltano la sua voce e lo seguono. Essi costituiscono il suo gregge (la Chiesa). E gli altri? Si direbbe che gli altri uomini non appartengano a lui, ma ad altri pastori; facciano legittimamente parte di altri greggi e seguano giustamente i loro rispettivi pastori per trovare pascolo. Ma ciò è assolutamente contro la dichiarazione di Pietro nella prima lettura:

«Questo Gesú è la pietra che è stata scartata da voi costruttori, e che è diventata la pietra d'angolo. In nessun altro c'è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati».

Tali parole sono estremamente chiare; non c'è alcuna possibilità di fraintendimento: "In NESSUN ALTRO c'è salvezza". Se leggiamo con attenzione il Vangelo, ci accorgeremmo che esso conferma tale prospettiva: non ci sono tanti pastori; Gesú non è un pastore, ma il pastore, il buon pastore, il vero, l'unico pastore. E gli altri? Gli altri sono mercenari. I mercenari non sono pastori; a loro le pecore non appartengono; a loro non importa delle pecore.

Eppure, non possiamo ignorare quanto dice Giovanni nella sua prima lettera; non possiamo ignorare che esiste un "mondo" che ha odiato Cristo prima e ora odia i cristiani; non possiamo ignorare che non tutti gli uomini conoscono Cristo e appartengono al suo gregge, alla sua Chiesa. E neppure Gesú lo ignora:

«E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare».

Dunque, è vero: ci sono altre pecore, che non appartengono a questo ovile, alla Chiesa. Ma... "anche quelle io devo guidare". Non appartengono a questo ovile, ma appartengono a me.

«Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore».

Attualmente, non ascoltano la mia voce; ma verrà un giorno in cui l'ascolteranno. Attualmente, non fanno parte del gregge; costituiscono tanti greggi diversi, che seguono i loro pseudo-pastori (= mercenari). Ma verrà un giorno in cui ci sarà UN SOLO GREGGE, perché c'è UN SOLO PASTORE.

sabato 2 maggio 2009

Cirillo e Benedetto

Il dott. Robert Moynihan, Direttore di Inside the Vatican, nella sua ultima "Newsflash", ha pubblicato un interessantissimo bilancio dei primi 100 giorni del nuovo Patriarca di Mosca Kirill (chi conosce l'inglese può leggerlo sul sito della rivista).

Nel suo lungo rapporto Moynihan, che conosce la Russia e la sua Chiesa molto bene, non dimentica nulla di quanto avvenuto durante questi primi tre mesi di "patriarcato". Scopo dell'articolo è porre la questione: "Will Kirill and Benedict meet?" (= Cirillo e Benedetto si incontreranno?). Da tutta una serie di indizi, sembrerebbe proprio che tale incontro possa aver luogo in un futuro non così remoto. Una cosa è certa: i rapporti tra le due Chiesa (quella cattolica e quella ortodossa) sono completamente cambiati. Ai tempi di Giovanni Paolo II (quando, secondo me, ci giocava anche un elemento etnico difficilmente superabile) essi erano pessimi; con l'elezione di Papa Ratzinger e ora con quella del Patriarca Cirillo (il quale, come responsabile per le relazioni esterne, aveva sempre mostrato grande apertura verso la Chiesa cattolica) essi sono entrati in una fase nuova.

Chiaramente non ci si può fare delle facili illusioni: pensare che l'incontro possa avvenire in quattro e quattr'otto e che il risultato dell'incontro sia la riunificazione delle due Chiese. Ci sono ancora numerosi ostacoli; il primo dei quali viene ricordato dallo stesso Moynihan: la costituzione, da parte di Papa Woytila, di alcune diocesi cattoliche sul territorio della Chiesa ortodossa russa. Per quanto un ortodosso possa essere "aperto", una cosa del genere rimarrà per lui sempre inaccettabile: uno stesso territorio non può essere oggetto di diverse giurisdizioni. Ma non credo che si tratti di difficoltà insormontabili; con un po' di buona volontà da entrambe le parti si riesce sempre a trovare qualche soluzione di compromesso, soprattutto quando si tratta di questioni canoniche. Questione canonica è anche il problema, ben più importante, del primato pontificio, che però comporta risvolti di carattere dottrinale. Ma anche qui sembra che la strada imboccata sia quella giusta; e che prima o poi si riesca a trovare un accordo. In questo caso non mi sento di parlare di "compromesso", perché non possono esserci compromessi in materia dogmatica; ma non è impossibile trovare un accordo che, salvando il principio del primato (non solo onorifico, ma giurisdizionale) del Pontefice Romano, possa mettere insieme tradizioni disciplinari diverse. A mio parere c'è ancora molto da lavorare non solo nelle relazioni tra le due Chiese, ma anche all'interno della stessa Chiesa cattolica, per approfondire, chiarire e definire il rapporto fra collegialità e primato, che il Vaticano II ha abbozzato, ma non ha definitivamente risolto.

Molto significativo e motivo di grande speranza mi sembra il recente incontro del Papa col Presidente della Bielorussia Lukashenko. Non sarebbe la prima volta che i politici riescono a realizzare quello che gli ecclesiastici non sono stati capaci di concludere. Non mi sembra in alcun modo impossibile che il sospirato incontro fra il Papa e il Patriarca possa avvenire proprio in Bielorussia. Mi sembra invece un po' più difficile (anche se non posso escluderlo a priori) che esso possa aver luogo nei prossimi gironi, a Roma stessa, in occasione dell'inaugurazione della nuova chiesa ortodossa di Santa Caterina, costruita sul terreno dell'Ambasciata russa.

Mi lascia invece un po' perplesso la profezia riportata da Moynihan al termine del suo articolo: si tratta di una profezia di Gioacchino da Fiore sulla riunificazione delle Chiese d'Oriente e d'Occidente. Personalmente preferisco far riferimento a un'altra profezia, fatta nell'Ottocento da un aristocratico russo convertito al cattolicesimo, il conte Gregorio Petrovic Schouvaloff, il quale, dopo la morte della moglie, non solo si fece cattolico, ma divenne anche religioso e sacerdote, entrando nell'Ordine dei Barnabiti con il nome di Agostino Maria. Morì ancor giovane, offrendo la sua vita per il "ritorno" (come allora si diceva) della Chiesa Russa all'unità cattolica, che si sarebbe un giorno realizzato grazie all'intercessione della Vergine Immacolata.

mercoledì 29 aprile 2009

Zollitsch e il mistero della redenzione

Sono stato sollecitato a dire qualcosa a proposito delle recenti dichiarazioni dell'Arcivescovo di Friburgo e Presidente della Conferenza episcopale tedesca, Mons. Robert Zollitsch. In una intervista televisiva egli ha fatto alcune affermazioni che hanno lasciato perplessi non pochi fedeli. La frase che ha destato maggiore scandalo è: "Cristo non è morto per i peccati della gente come se Dio avesse preparato un'offerta sacrificale, un capro espiatorio." La notizia è stata ripresa prima dal sito americano LifeSiteNews.com e poi in Italia dal sito Fides et forma e da numerosi altri siti e forum. Che posso dire al riguardo?

1. Non sono solito dividere l'umanità fra buoni e cattivi. Chi ormai mi segue da un po' di tempo avrà capito che per me la realtà è un tantino più complessa di quanto spesso non si creda: non è mai in bianco e nero; ci sono infinite sfumature. Inoltre, non mi è mai piaciuto giudicare le persone per partito preso. Io non conosco Mons. Zollitsch, non so nulla di lui, e perciò preferisco sospendere qualsiasi giudizio.

2. Riguardo alle sue dichiarazioni, dico, innanzi tutto, che si tratta solo di un'intervista. Ben diverso sarebbe se si trattasse di un libro, o anche solo di un articolo scritto. Non è molto prudente giudicare delle affermazioni rilasciate oralmente: quando si parla è inevitabile che ci scappino delle imprecisioni. Anche il Papa, quando parla a braccio, può incorrere in qualche scivolone (e questo spiega il motivo per cui la Santa Sede era solita ritoccare le dichiarazioni a braccio dei Pontefici). Inoltre, l'intervista era in tedesco (lingua che non conosco) e i resoconti che ne sono stati fatti nelle altre lingue sono tutti parziali. Sappiamo come sia facile estrapolare una frase dal suo contesto, e far dire a una persona esattamente il contrario di quanto volesse effettivamente affermare.

3. Pertanto non mi associo in alcun modo al coro di critiche contro di lui. Appartenendo a un Ordine religioso, che è stato più volte in passato vittima di vere e proprie "cacce alle streghe"; non mi sento di dare il mio contributo a una campagna che potrebbe trasformarsi in qualcosa di simile. Non sono io che debbo preoccuparmi dell'ortodossia altrui (tanto meno dei Vescovi); è sufficiente che mi preoccupi della mia ortodossia. Nella Chiesa c'è chi è incaricato di vigilare in questo campo (la Congregazione per la dottrina della fede); mi fido di loro perché so che procedono con grande rigore. Lascio pertanto a loro qualsiasi giudizio.

4. Con ciò non voglio sottrarmi a esprimere un parere sul merito della questione. Dirò innanzi tutto che occorre distinguere fra il dato di fede e l'elaborazione teologica: un conto sono i dogmi, un conto sono i tentativi di spiegare quei dogmi da parte dei teologi. Non possiamo mettere in discussione le verità rivelate, ma possiamo tranquillamente criticare le teorie teologiche.

5. A proposito della morte di Gesù, è di fede affermare che essa ha un valore redentivo, espiatorio e sacrificale: chi nega tali realtà è eretico. Su questo non ci piove. Il problema nasce quando ci chiediamo: che significa "redenzione"? che significa "espiazione"? che significa "sacrificio"? Sembra facile rispondere a queste domande, ma non lo è. Ecco dunque la necessità della riflessione teologica, che cerca di capire, spiegare, approfondire il dato rivelato. È ovvio che la teologia, ogni teologia, è debitrice del suo tempo, per cui si possono avere interpretazioni diverse, che talvolta possono destare qualche perplessità. Si tenga inoltre presente che il più delle volte certe espressioni che noi usiamo sono delle metafore, tratte da linguaggi diversi; e molto spesso, non rendendoci conto di questo, sovrapponiamo le immagini, creando una gran confusione. Per esempio, il termine "redenzione" è ripreso dal linguaggio giuridico-civile (la liberazione di un prigioniero o di un o schiavo), mentre "espiazione" e "sacrificio" sono ripresi dal linguaggio religioso-cultuale.

6. A proposito di REDENZIONE, dicevo che essa è sinonimo di "liberazione". E su questo sono tutti d'accordo; ma poi nascono i problemi. Alcuni dicono che è una liberazione dietro pagamento di un riscatto, altri dicono che non c'è stato alcun riscatto. E, tra quelli che ammettono il pagamento di un riscatto, sorge il problema: a chi è stato pagato il riscatto? A Dio o al diavolo? E notate che qui si dividono non solo i teologi, ma gli stessi Padri della Chiesa.

7. L'ESPIAZIONE mi sembra il concetto più problematico, perché dipendiamo ancora da una mentalità più pagana che cristiana. Secondo i pagani, gli dèi si adirano e la loro ira deve essere placata, solitamente attraverso un sacrificio. È vero che anche nella Bibbia di parla di "ira divina", ma sappiamo che si tratta di una metafora per esprimere la giustizia divina. In ogni caso, non corrispondo in alcun modo alla rivelazione neotestamentaria quelle spiegazioni del mistero della redenzione che vedono nella morte di Gesù il sacrificio con cui si placa l'ira di Dio, provocata dal peccato dell'uomo. Non è certamente il Dio rivelato da Gesù Cristo quello che placa la sua ira solo quando vede il sangue del suo Figlio.

8. Anche a proposito di SACRIFICIO le cose non vanno meglio. Per molti l'essenza del sacrificio sta nell'immolazione; ma se così fosse l'Eucaristia non sarebbe sacrificio. Ciò che costituisce il sacrificio è piuttosto l'offerta che si fa a Dio, che in qualche caso può avvenire anche senza versamento di sangue (come, per esempio, nel caso del "sacrificio" di Isacco).

9. Mons. Zollitsch ha parlato nella sua intervista di "solidarietà". Si tratta di un'altra metafora, una delle immagini oggi di moda, con cui si vogliono sostituire le immagini tradizionali. Personalmente ci andrei piano a fare certe sostituzioni: sono molto pericolose. Ma prendo atto che esse sono entrate nell'insegnamento ufficiale della Chiesa (si veda il n. 603 del Catechismo della Chiesa Cattolica).

10. Mons. Zollitsch ha certamente ragione a rifiutare per Gesù l'immagine del "capro espiatorio", che non viene mai utilizzata dal Nuovo Testamento in riferimento alla morte di Gesù. Per un semplice motivo: che il capro espiatorio non veniva sacrificato, ma inviato nel deserto.

11. Se vogliamo rimanere nell'ortodossia, rimaniamo fedeli a quanto dice il Catechismo (nn. 599-623). Ho notato che anche nel Catechismo c'è stata una certa evoluzione nel linguaggio usato (si faccia un confronto con ciò che diceva il Catechismo maggiore di San Pio X ai nn. 96-114), ma ho notato pure che cerca di rimanere il più possibile fedele al dato biblico, evitando di entrare in discussioni di carattere teologico. Ciò che conta è l'integrità della fede; il resto lasciamolo ai teologi.

martedì 28 aprile 2009

Tutto secondo copione

Non mi è mai piaciuto fare il profeta di sventura. Ma, in certi casi, non è poi così difficile prevedere come si evolveranno le cose. Non so se avete seguito ciò che sta accadendo in questi giorni. Cercherò di richiamarlo brevemente alla vostra attenzione.

1. Mercoledì scorso, durante l'udienza generale, due giovani palestinesi donano a Benedetto XVI una kefiah. Nello stesso giorno il Ministro israeliano del turismo (responsabile dei preparativi per la visita del Papa in Terra Santa) ingiunge al Pontefice di non ricevere il Sindaco di Sakhnin, una cittadina araba della Galilea, perché "sostenitore del terrorismo" (abbiamo già citato il link a La Stampa in un nostro precedente post).

2. Venerdì viene reso noto che la parrocchia di Gaza è stata affidata a un sacerdote argentino, il Padre Jorge Hernández dell'Istituto del Verbo Incarnato (leggete la notizia su ZENIT).

3. Domenica, il quotidiano
Haaretz annuncia che secondo i servizi di sicurezza israeliani non sarà prudente usare la papamobile a Nazareth, perché nel giorno della Naqba gli estremisti islamici potrebbero fare manifestazioni o addirittura fare un attentato al Pontefice.

4. Ieri è stata pubblicata una intervista dell'Ambasciatore israeliano presso la Santa Sede (la potete trovare sul blog di Raffaella), un intervista tutta da leggere, secondo il più classico stile mafioso. C'è di tutto: si parla della sicurezza del viaggio papale; delle "provocazioni" arabo-cristiane (il desiderio di una visita a Gaza, la kefiah donata a Benedetto XVI e il sindaco di Sakhnin che voleva essere ricevuto dal Papa); della preghiera del venerdì santo; della Conferenza di Ginevra sul razzismo; di Pio XII; della "guerra" di Gaza e del Card. Martino; dei colloqui fra Israele e Santa Sede per l'attuazione dell'accordo fondamentale del 1993. Dall'intervista abbiamo conferma che i cristiani di Gaza non potranno partecipare alle celebrazioni di Gerusalemme (sede del Patriarcato), ma solo a Betlemme (sotto la giurisdizione dell'Autorità Palestinese). Ci vengono anche annunciate restrizioni di movimento per i pellegrini durante la visita papale.

Dopo aver letto (o riletto) queste notizie, provate a ragionarci su. A quale conclusione giungete? Si tratta di notizie senza alcun rapporto tra loro? Si tratta di coincidenze casuali? Non vi accorgete che stiamo assistendo alla realizzazione di un copione prestabilito? Tutto è stato ben studiato a tavolino; e ora lo si sta mettendo in opera molto diligentemente.

Direte: solo un complottista può arrivare a una simile conclusione. Quale potrebbe essere lo scopo? Lo scopo è ben chiaro: il Papa deve fare solo ciò che vogliono loro. L'unica cosa che importa è che il Papa incontri le autorità israeliane per dare un ulteriore riconoscimento dello Stato ebraico, visiti lo Yad Vashem per rendere omaggio alle vittime dell'Olocausto, e vada al Muro del Pianto a chiedere scusa per le colpe della Chiesa contro gli Ebrei. Al massimo gli si potrà concedere qualche Messa a porte chiuse per il suo seguito e un po' di clero; ma va assolutamente evitato qualsiasi contatto diretto con la popolazione (cristiana o musulmana che sia).

La sostituzione del Parroco a Gaza mi fa venire un altro cattivo pensiero. A parte il fatto che bisognava allontanare un elemento "pericoloso" come Padre Musallam, il fatto di nominare un sacerdote argentino non mi sembra affatto casuale. Non ho assolutamente nulla contro l'Istituto del Verbo Incarnato (che anzi stimo molto, e sono sicuro che faranno bene); ma ho l'impressione che si sia seguita in questo caso la stessa politica usata a Mosca con la nomina di un Vescovo italiano: si vuole dimostrare che la Chiesa cattolica è una realtà straniera. Possibile che non ci fosse un parroco palestinese per Gaza?

Teorema da dimostrare dunque: il Papa non va in Palestina a incontrare il suo (piccolo) gregge; il Papa va in Israele a ratificare la politica di quello Stato e a compiere gli atti di culto della religione dell'Olocausto. Al massimo, tanto per salvare la faccia, gli si potrà concedere di fare un privato pellegrinaggio ai Luoghi Santi. E, se si permette di dissentire, c'è sempre qualche fanatico terrorista islamico pronto a intervenire...

lunedì 27 aprile 2009

Europa (apostata) e Islam (credente)

Come sapete, Beatrice continua a tradurre non pochi post di questo blog, mettendoli così a disposizione del pubblico di lingua francese. Ovviamente, non sempre i lettori si trovano d'accordo con le idee che esprimo (vorrei ben vedere...); e, invece di scrivere a me, scrivono a lei. Giorni fa aveva tradotto il mio post dal titolo Il suicidio dell'Europa; qualcuno (una certa Carlota) lo ha trovato un tantino eccessivo (vedi il post Débat):

Le Père Scalese n'avait vraiment pas le moral ce jour-là! Je n'adhère pas du tout à la phrase "vivre sous l'Islam ne sera pas pire que vivre dans cette Europe". Ni avec la suivante: "... les musulmans, comme les barbares d'il y a bien longtemps pourront devenir chrétiens et entamer une nouvelle civilisation", car à voir ce qui arrive aux Chrétiens d'Orient, j'ai du mal à croire que les musulmans seront conquis comme les barbares par la pensée de l'Occident rechristianisé. Mais je suis d'origine méditerranéenne et hispanophone. Ce qui me fait me dresser tout particulièrement contre toute idée de dhimmitude (même si la menace est bien présente) et avoir des sentiments qui se situent plus du côté des chrétiens des catacombes sous Néron ou des résistants de Covadonga plutôt que du côté des Romains de Ravenne. Béatrice, s'il vous plaît, remontez le moral au Père Scalese.

È ovvio che la mia era una provocazione; ma, come tutte le provocazioni, essa voleva esprimere qualcosa di cui sono profondamente convinto. Non credo che ci sia alcuna possibilità di recupero per questa Europa. Chiaramente, apprezzo tutti gli sforzi che la Chiesa sta facendo per rievangelizzare l'Europa; ma penso che siano destinati al fallimento. Da che cosa mi deriva tale certezza? L'apostasia non è un peccato come un altro, tanto è vero che la Chiesa lo punisce con la scomunica
latae sententiae (can. 1364). Perché è così grave? Perché è uno dei peccati contro lo Spirito Santo: "Impugnare la verità conosciuta". E, come sappiamo, i peccati contro lo Spirito Santo non possono essere perdonati. C'è una differenza sostanziale fra colui che non ha mai conosciuto la fede cristiana e chi, dopo averla conosciuta, la rinnega. Il primo può salvarsi; il secondo, no.

Veniamo dunque al nostro rapporto con l'Islam. So benissimo che non posso risolvere una problematica così vasta con quattro battute su un blog. Cercherò solo di accennare alcuni punti.

So benissimo che esitono (e sono sempre esistite) tensioni fra cristianesimo e Islam: pensiamo alle innumerevoli guerrre del passato e del presente. Lasciamo da parte il passato (che pure non possiamo ignorare per comprendere il presente), perché un blog non è il luogo più adatto per l'approfondimento storico. Nel presente, so bene che ci sono paesi musulmani dove non è permesso ai cristiani di esercitare la loro religione (guarda caso, sono i più filo-occidentali...); ma consideriamo i paesi dove cristiani e musulmani sono vissuti assieme in pace per secoli, e dove ancora oggi esistono ottimi rapporti fra le due confessioni.

Non posso negare l'esistenza di fenomeni come il fanatismo e il fondamentalismo; ma tali fenomeni andrebbero approfonditi (cosa che non possiamo fare qui). Tanto per fare degli accenni, perché non considerare la possibilità che tali fenomeni siano indotti? O che siano l'espressione di insicurezza e debolezza o una specie di complesso di inferiorità rispetto al cristianesimo? Non voglio ora risolvere il problema; dico solo che ci sono tanti aspetti da considerare, prima di concludere molto sbrigativamente che non c'è possibilità di incontro, di dialogo, di convivenza con i musulmani; che sono dei barbari incivili e violenti, contro i quali si può solo combattere. Queste sono le idee e le paure che Israele e i neocon americani vorrebbero che tutti avessimo (e dobbiamo riconoscere che sono stati molto bravi a diffondere); ma cerchiamo di sviluppare il nostro senso critico e sforziamoci di vedere con uno sguardo obiettivo la realtà.

Solitamente si dice che non è possibile per un musulmano diventare cristiano. Sarebbe come per un cristiano diventare ebreo. Non è vero. È vero che, in qualche modo, l'Islam deriva dal cristianesimo, ma non da un cristianesimo ortodosso, bensì da un cristianesimo eretico (il nestorianesimo), oltretutto conosciuto in maniera alquanto approssimativa. Anche i barbari erano molto spesso cristiani eretici (ariani) e poi si convertirono alla fede cattolica. Chi può escludere che qualcosa di simile possa avvenire in futuro con i musulmani? Ciò che scrive Carlota è inesatto: "
J'ai du mal à croire que les musulmans seront conquis comme les barbares par la pensée de l'Occident rechristianisé". Non credo proprio che l'Occidente prima ridiventerà cristiano e poi "conquisterà" i musulmani; sarà la Chiesa (ne sarà capace?) a "conquistare" i musulmani, e poi nascera una nuova civiltà, che ben poco avrà a che fare con la cosiddetta "civiltà occidentale", così come la conosciamo noi oggi. Noi ancora non ci rendiamo perfettamente conto della distanza che esiste fra cristianesimo e "civiltà occidentale": sono agli antipodi. Di cristianesimo, non è rimasto praticamente nulla. Forse c'è più sintonia fra cristianesimo e Islam. Naturalmente, ci separa ancora un abisso (la fede nella divinità di Cristo); ma, per usare un'espressione evangelica, potremmo dire: "Non sono lontani dal regno dei cieli".

Ne volete un esempio? Sono stato molto combattuto a parlarne nei giorni scorsi, perché so come possa essere fraintesa qualunque cosa si dica in proposito; ma, visto che siamo in ballo, balliamo! C'è stata la Conferenza di Ginevra contro il razzismo. A parte le isterie di Israele, Stati Uniti ed Europa (che non mi interessano), vorrei soffermarmi sui discorsi del Presidente Ahmadinejad e del Rappresentante della Santa Sede Arcivescovo Tomasi. Che cosa sapete del discorso del Presidente iraniano? Quello che ne hanno scritto i giornali: discorso delirante, farneticante, antisemita, ecc. Chi ha riferito ciò che ha veramente detto? Nessuno. Vi pregherei di andarvelo a leggere; diversi siti lo hanno pubblicato in traduzine italiana (p. es. gli amici di Terra Santa Libera). Ora non mi interessano le questioni politiche (anche se non capisco che male ci sia a denunciare un paese razzista in una conferenza contro il razzismo...); mi interessa l'atteggiamento, lo spirito, il modo di esprimersi. A me sembra quello di un vero credente. Leggetevi queste citazioni:

Il razzismo si sprigiona dalla mancanza di conoscenza del fondamento dell’esistenza dell’uomo come creatura prescelta da Dio. Rappresenta anche il prodotto della deviazione dal vero cammino della vita e dalle responsabilità dell’umanità nel mondo della creazione, laddove viene meno l’adorazione di Dio, e non si è più in grado di riflettere sulla filosofia della vita o sul cammino che conduce alla perfezione, gli ingredienti fondamentali dei valori divini e umani, per questa via restringendo l’orizzonte della visione dell’uomo e servendosi di interessi limitati e caduchi come parametro della sua azione.

Questa crescente consapevolezza generale e la comprensione della filosofia dell’esistenza dell’uomo sono lo strumento principale della battaglia contro le manifestazioni del razzismo, e rivelano la verità, secondo cui il genere umano si fonda sulla creazione dell’universo e la chiave per risolvere il problema del razzismo è costituito dal ritorno ai valori spirituali e morali e alla disposizione definitiva ad adorare Dio Onnipotente.

La logica di una gestione collettiva degli affari del mondo si basa su aspirazioni nobili, a loro volta imperniate sugli esseri umani e la supremazia di Dio l’Onnipotente. Perciò rifiuta qualunque politica o progetto che va contro l’influenza delle nazioni. La vittoria del bene sul male e la fondazione di un sistema mondiale giusto sono state promesse dall’Onnipotente e dai suoi messaggeri, ed è stato un obiettivo condiviso degli esseri umani appartenenti alle più diverse società nel corso della storia. La realizzazione di un simile futuro dipende dalla conoscenza della creazione e dalla fede.

Se voi non sapeste che queste affermazioni sono state fatte da Ahmadinejad, pensereste che siano state fatte da Mons. Tomasi. Ora invece andatevi a leggere il discorso del Rappresentante pontificio su ZENIT. Un bel discorso, non c'è dubbio; pienamente condivisibile. Ma un discorso che avrebbe potuto fare chiunque. Solo due volte viene citato Dio: una volta per dire che gli uomini sono "figli di Dio" e la seconda per ricordare che la persona è stata creata a immagine di Dio. Come si vede, in entrambi i casi si sta parlando dell'uomo, non di Dio. Ciò mi sembra molto significativo: ormai anche la Chiesa, almeno in certe circostante (quelle circostanze che pure potrebbero essere occasioni preziose di testimonianza), si è completamente laicizzata. I musulmani invece continuano a testimoniare la loro fede. Dovremmo avere paura dei musulmani? Mi sa tanto che dobbiamo piuttosto avere paura di noi stessi.

III domenica di Pasqua ("Jubilate Deo")

Gli evangelisti non hanno scritto i vangeli solo per narrarci ciò che accadde duemila anni fa, ma per darci una "buona notizia" riguardante il presente. Specialmente quando ci parlano di Cristo risorto, essi non raccontano tanto dei fatti del passato, ma ci descrivono la realtà della Chiesa odierna. Prendete il vangelo di oggi.

"Gesù stette in mezzo a loro". È esattamente la situazione che viviamo ogni giorno: Gesù è in mezzo a noi.

"Credevano di vedere un fantasma". Il testo originale dice: "Credevano di vedere uno spirito". Nel migliore dei casi, quando pensiamo a Gesù risorto, lo pensiamo come uno "spirito". Perciò rimaniamo "sconvolti", quando lo incontriamo in tutta la sua umanità.

"Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io!". Le mani e i piedi di Gesù sono la sua Chiesa, attraverso cui egli continua ad agire e a camminare nel mondo; sono i suoi poveri discepoli con tutti i loro limiti, dei quali rimaniamo spesso scandalizzati, ma attraverso i quali Gesù continua a rendersi presente: "Sono proprio io!".

"Toccatemi e guardate; un fantasma ["uno spirito"] non ha carne e ossa come vedete che io ho". Siamo spesso tentati di spiritualizzare oltre modo il cristianesimo. E invece Cristo continua ad avere "carne e ossa". È il mistero di Gesù risorto; è il mistero della Chiesa. E noi siamo invitati a toccare e guardare, a contemplare e a vivere tale mistero.

giovedì 23 aprile 2009

"Graduation" alla Scuola latina di Gaza


Padre Musallam ci informa della Graduation degli studenti della Scuola latina di Gaza, che si è svolta lunedì scorso alla presenza del Patriarca Fouad. Potete leggere la notizia e guardare le foto sul sito del Patriarcato Latino di Gerusalemme. Finalmente, immagini di gioia, dopo tante immagini di morte.

Il Papa e la kefiah


Al di là delle preoccupazioni e delle perplessità
sul viaggio del Santo Padre in Terra Santa, questa immagine allarga il cuore, innanzi tutto perché dimostra che anche i palestinesi vogliono bene a Benedetto XVI, e poi perché è la prova che il Papa, al di là di certe opinabili decisioni dettate dalla ragion di Stato, è davvero il padre di tutti.

Ma quanto ci scommettete che questa immagine creerà non poche noie al Papa? Quanto ci scommettete che la visita allo Yad Vashem e al Muro del Pianto non saranno sufficienti atti di riparazione per questo gesto? Già immagino i titoli dei giornali israeliani, che verranno poi ripresi da tutta la "libera" stampa internazionale: "Il Papa dalla parte dei terroristi!".

Naturalmente, qualcuno penserà che sto esagerando; ma nel frattempo si legga questo articolo di Giacomo Galeazzi su La Stampa. Come potete vedere, siamo arrivati al punto che il Papa deve avere il benestare del governo israeliano per decidere chi ricevere in udienza. Notate che Mazen Ghanaim non è un rappresentante del governo di Gaza o del movimento di Hamas in esilio; egli è il legittimo sindaco di una cittadina araba della Galilea (quindi dello Stato di Israele). Ebbene, il Papa non può riceverlo, perché "è un sostenitore del terrorismo e un fomentatore di conflitti". E meno male che è in corso a Ginevra la conferenza contro il razzismo, la discriminazione razziale, la xenofobia e l'intolleranza!

martedì 21 aprile 2009

Blondet e il Papa

Ho sempre nutrito una grande ammirazione per Maurizio Blondet, fin dai tempi in cui scriveva per Avvenire. Poi, quando fu cacciato dal quotidiano della CEI e incominciò a scrivere sul sito Effedieffe, ne divenni un assiduo lettore. Lo trovavo un giornalista anticonformista, informatissimo, colto e, soprattutto, libero. Le sue analisi coglievano sempre nel segno (non altrettanto le sue profezie...); ci teneva informati di fatti totalmente ignorati dai grandi mezzi di comunicazione. Non mi perdevo alcun pezzo da lui pubblicato fino a quando l'Editore non decise di mettere il sito a pagamento. Una scelta legittima, che non mi sono mai permesso di contestare, ma che non ho mai compreso. Sinceramente, mi sembra molto strano che dei lettori consiglino un sito a farsi pagare. Due sono le cose: o quei messaggi sono falsi; o quei lettori sono dei provocatori. E se questa ipotesi è vera, Effedieffe c'è cascata in pieno: non so quale sia l'attuale audience del sito, ma sono più che convinto che i lettori si sono drasticamente ridotti. Naturalmente, liberi di fare le loro scelte: hanno deciso di rinchiudersi nel loro salotto buono, dove ci si incensa a non finire ("Magistrale, Direttore!"); ma in tal modo impediscono alle loro idee di diffondersi liberamente della rete. Ciò nonostante, di tanto in tanto mi affaccio sul sito, per vedere se c'è qualcosa di nuovo (dopo la "criptazione", è stata introdotta una sezione "free", dove vengono pubblicati alcuni articoli più significativi). È così che durante lo scorso fine-settimana ho potuto leggere un articolo dal titolo Un terribile abbaglio, nel quale Blondet riferisce innanzi tutto della scelta de L'Osservatore Romano di pubblicare in prima pagina un commento contro la legge sciita di subordinazione della moglie al marito (legge che autorizzerebbe lo "stupro domestico") e poi riporta la notizia che il Papa, nel prossimo viaggio in Terra Santa, non visiterà Gaza. Entrambe le cose, secondo Blondet, andrebbero ricondotte a precise scelte di Benedetto XVI, che pertanto viene duramente criticato. Basti qui riportare una frase: "Quello del Papa è uno spaventoso abbaglio morale e intellettuale, purtroppo, si vede, ricorrente nei tedeschi. Ahimè, io temo che questa non-visita a Gaza, questa insensibilità, sia la pietra tombale sulla Chiesa cattolica". Si possono immaginare le reazioni dei lettori, la maggioranza dei quali cattolici. Per tale motivo ieri ha dovuto dare Qualche risposta ai suoi lettori (non posso darvi il link, perché l'articolo è per i soli abbonati; io ho potuto leggerlo solo grazie a un amico).

Che dire? Primo: che la nuova linea editoriale de L'Osservatore Romano sia quanto mai politicamente corretta, penso che sia sotto gli occhi di tutti. Che sia stato lo stesso Benedetto XVI a scegliere la nuova direzione, non lo si può in alcun modo contestare; ma che sia il Papa in persona a dare il benestare per le notizie e i commenti che vengono pubblicati, ho qualche dubbio.

Secondo. Che Papa Ratzinger abbia le sue personali propensioni politiche, non credo che sia uno scandalo (chi non ne ha?). Ovviamente non dobbiamo sentirci condizionati nelle nostre scelte politiche, semplicemente perché il Papa la pensa in un certo modo. È più che evidente in Benedetto XVI una simpatia per il sistema americano. Lo disse espressamente nel famoso discorso alla Curia Romana del 22 dicembre 2005: "... la rivoluzione americana aveva offerto un modello di Stato moderno diverso da quello teorizzato dalle tendenze radicali emerse nella seconda fase della rivoluzione francese" (una tesi molto comune negli ambienti accademici, ma non per questo indiscutibile). Dal Papa non dobbiamo attenderci orientamenti di ordine politico, ma indicazioni in materia di fede e di morale.

Terzo. Prima di criticare il Papa anche in questioni opinabili, dovremmo concedergli un certo credito. Faccio un esempio: quando, poco dopo la sua elezione al pontificato, condannò senza processo Padre Maciel, ebbi da ridire, perché mi sembrava ingiusto condannare una persona senza riconoscergli neppure il diritto alla difesa. Ora capisco il perché di quel comportamento: Papa Ratzinger sapeva tante cose che noi non sapevamo; le prove degli addebiti (conosciuti e non ancora noti) erano così schiaccianti che era meglio concludere così la vicenda, senza creare ulteriori scandali. Voglio dire: non sempre sappiamo (e non siamo tenuti a sapere) tutti i motivi che determinano il comportamento di una persona, tanto più quando questa persona è il Papa. Perché il Papa non va a Gaza? Perché non vuole andare? Ma è così evidente che non glielo permettono. Se ricordate, lo avevo scritto subito dopo l'annuncio della visita. Si dirà: allora, meglio non andare in Terra Santa! Che cosa avevo detto io fin dall'inizio? Che cosa hanno sempre detto i cristiani palestinesi (leggetevi, a questo proposito, l'interessante intervista del Patriarca Twal pubblicata ieri da ZENIT)? Ieri anche Raffaella ha dovuto confessare di non essere proprio entusiasta del viaggio in Israele (vedi qui); ma poi ha aggiunto: "So che è desiderio del Santo Padre e lo rispetto". Io non sarei così sicuro che sia "desiderio del Santo Padre"; ho già scritto più volte che questo viaggio "s'ha da fare". Il Papa non è così libero come noi crediamo: in certi casi è costretto ad agire in un certo modo per "ragion di Stato".

Quarto. A parte tutte le precedenti considerazioni, rimane la possibilità che il Papa, in tutti i settori che non sono di sua stretta competenza (fede e morale), possa sbagliare. Dobbiamo accettarlo; la cosa non deve scandalizzarci più di tanto. Se ora ammettiamo che i Papi del passato hanno commesso errori (e chiediamo scusa anche quando non ci viene richiesto), perché non dovrebbero sbagliare i Papi di oggi? E se sbagliano, è legittimo criticarli (in maniera civile, ovviamente). Io stesso, come ho già detto, temo che un'eccessiva accondiscendenza alle pretese di Israele e del sionismo possa nuocere gravemente alla Chiesa (verrà il giorno in cui le sarà rinfacciata tale debolezza, così come oggi le vengono rinfacciati i silenzi durante il nazismo); ma da qui ad arrivare al catastrofismo blondettiano ("Ahimè, io temo che questa non-visita a Gaza, questa insensibilità, sia la pietra tombale sulla Chiesa cattolica"), credo che ne passi.

In ogni caso, per terminare, dirò che a prescindere dalle debolezze, dagli errori o dalle colpe dei singoli Pontefici, il Papa rimmarrà sempre per noi il "dolce Cristo in terra". Volete che i Papi ai tempi di santa Caterina fossero migliori di quelli attuali? Eppure ciò non impedì alla nostra Santa Patrona di vedere in loro il vicario di Cristo; non solo, ma il "dolce Cristo in terra". E l'allontanamento dal Papa inevitabilmente comporta, anche per chi è animato dalle migliori intenzioni, l'allontanamento da Cristo e dalla sua Chiesa.