giovedì 19 marzo 2009

La trappola

Confesso di non seguire molto il viaggio del Santo Padre in Africa. Per vari motivi. Innanzi tutto, non credo sia necessario seguire il Papa in ogni suo spostamento e ascoltare o leggere tutti i suoi discorsi. È sufficiente accompagnarlo sempre con la preghiera. In questo momento è in Africa: è lí per gli Africani; lasciamo che se lo godano un po' anche loro.

Anche a volere, non è facile sapere che cosa il Papa realmente fa e dice. Certo, ci sono sempre i canali ufficiali (diciamoci la verità, non sempre cosí tempestivi); e poi c'è il blog della Raffaella che, in tempo reale, ci tiene al corrente di tutto (ma, anche qui, diciamoci la verità, è pressoché sovrumano starle dietro). Ma se dovessimo accontentarci dei normali mezzi di comunicazione (giornali e TV), sarebbe ben difficile essere informati correttamente ed esaurientemente sul Santo Padre.

Un esempio. Vivo in un paese cattolico, ma un tantino lontano dall'Italia (le Filippine). Non guardo la televisione; mi limito a dare un'occhiata al giornale. Sono ormai cinque anni che sto qui; in tutto questo tempo un solo viaggio del Papa è stato seguito minuto per minuto dai giornali: quello in America (le Filippine, pur essendo un paese indipendente, continuano ad avere una mentalità coloniale: solo ciò che avviene in America è meritevole di attenzione). Degli altri viaggi? Praticamente nulla. Che cosa pensate che dica oggi il Philippine Daily Inquirer (il piú diffuso quotidiano del paese) del viaggio del Papa in Africa? "Pope says condoms won't solve AIDS epidemic"; e riporta un trafiletto dell'Associated Press, in cui ci si limita a parlare della questione del preservativo. Le uniche parole di Benedetto XVI riportate sono: "You can't resolve it [AIDS] with the distribution of condoms. On the contrary, it increases the problem". Che cosa rimarrà, nella mente della gente, di questo viaggio papale in Africa? Il Papa è contro i profilattici (come se fosse una novità).

È ovvio che si è trattata dell'ennesima trappola mediatica, in cui Papa Ratzinger e il suo entourage sono ingenuamente caduti. In Vaticano ancora non si vogliono rendere conto che esiste un vero e proprio complotto per screditare il Papa. La cosa in sé non meraviglia piú di tanto: mi sembra ovvio che Satana e i suoi satelliti (come si diceva una volta) fanno il loro mestiere. Ciò che meraviglia è che non ci si renda conto che sarebbe ora di correre ai ripari. Per questo condivido pienamente la proposta di Raffaella: "Mai piú interviste del Papa ai giornalisti". Ha perfettamente ragione. Non è proprio il caso di prestare il fianco alle provocazioni. Come dicevo in altra occasione, non si può rincorrere il mondo. Il Papa continuerà a parlare attraverso gli strumenti tradizionali: discorsi, omelie, documenti. Chi vuol conoscere l'insegnamento del Papa può farlo senza problemi. Per i giornalisti basta, e avanza, il direttore della Sala Stampa. Dopotutto, c'è una dignità da salvaguardare: non la dignità della persona, ma la dignità dell'ufficio. Il Sommo Pontefice della Chiesa Cattolica, il Successore di Pietro, il Vicario di Cristo non può abbassarsi a discutere con chi è in totale malafede. In ogni modo, nei confronti dei giornalisti non credo che vada fatto niente di piú. A loro si applica alla perfezione quanto diceva san Josemaría Escrivá de Balaguer: "Non disperdere le tue energie e il tuo tempo, che sono di Dio, a tirare sassi ai cani che ti abbaiano lungo la strada. Non curartene" (Cammino, n. 14).

Ma, nel caso presente, il problema non sono solo i giornalisti. A quanto leggo sull'ANSA, le parole pronunciate dal Papa sull'aereo che lo conduceva in Cameroun sono diventate un caso politico: a parte le legittime divergenze (sebbene mi stupisca certa meraviglia: il Papa ha detto qualcosa di nuovo?), a parte i soliti commenti stonati di sedicenti organizzazioni cristiane, qui siamo arrivati all'insolenza e all'oltraggio. Il professor Michel Kazatchkine, direttore esecutivo del Fondo mondiale per la lotta all'Aids, "profondamente indignato", ha chiesto al Papa di "ritirare le sue affermazioni in modo chiaro" perché "inaccettabili". Il segretario generale della sanità spagnolo ha invitato Benedetto XVI a fare un "mea culpa" (l'ho sempre detto che era pericoloso cominciare a chiedere scusa!) e a rettificare le parole di ieri. L'ex primo ministro francese Alain Juppé avrebbe affermato: "Questo Papa comincia a diventare un problema vero ... vive una situazione di totale autismo". E Daniel Cohn-Bendit, eurodeputato Verde, è andato oltre: "È quasi un omicidio premeditato, adesso ne abbiamo abbastanza di questo Papa". A questo punto, mi dispiace, non si può far finta di nulla o limitarsi a dare spiegazioni. A questo punto occorre reagire; non si può stare sempre sulla difensiva. Siccome qui si tratta di relazioni internazionali, la prima cosa da fare è richiamare in sede i nunzi per consultazioni; convocare in Segreteria di Stato i rispettivi ambasciatori e consegnare una nota di protesta ed esigere dai loro governi pubbliche scuse e ritrattazione di quanto affermato (non è cosí che fanno le organizzazioni ebraiche?). E, se non viene fatto, rompere le relazioni diplomatiche. Quanto poi alle sedicenti organizzazioni cristiane, se si tratta di organizzazioni cattoliche, privarle immediatamente di qualsiasi riconoscimento. Quanto poi ai membri dell'alto e basso clero, che si permettono di contraddire l'insegnamento della Chiesa, sarebbe ora di incominciare a far volare qualche salutare sanzione.

mercoledì 18 marzo 2009

E se provassimo a semplificare un po' la "questione lefebvriana"?

Vi ricordate l'UCAS? Se ne parlava qualche anno fa: Ufficio Complicazione Affari Semplici. Nonostante passino gli anni e i tempi cambino, ho l'impressione che continui a essere un ufficio molto affollato, con una fila interminabile di aspiranti fuori della porta in attesa di essere assunti e con un sacco di clienti. Io da parte mia ho sempre cercato di starne alla larga; anzi, ho aperto un ufficio per mio conto: l'USAC (Ufficio Semplificazione Affari Complicati). Per il momento ne sono fondatore, direttore e unico impiegato (mi tocca anche aprire la porta e rispondere al telefono). Clienti, pochi. A tutt'oggi non ho ricevuto nessuna richiesta di impiego. Non solo, ma spesso il nostro lavoro non è molto apprezzato, è guardato con una certa sufficienza, quando non è addirittura disprezzato. La concorrenza (l'UCAS) ci considera degli sprovveduti, quasi che non ci rendessimo conto della complessità della realtà. E invece è proprio perché siamo pienamente consapevoli che la realtà è estremamente complessa di suo, che abbiamo aperto l'ufficio. C'è stato un momento in cui, in preda alla depressione, siamo stati tentati di chiudere baracca e burattini e dedicarci ad altra attività. Ma poi, a un certo punto, prima di gettare la spugna, abbiamo voluto fare un ultimo tentativo: perché non provare ad adottare qualche nuova strategia di marketing per offrire i nostri servizi a un maggior numero di utenti? Forse, allargando il mercato, qualcuno scoprirà che, oltre l'UCAS (che tutti conoscono), esiste anche l'USAC (che finora nessuno conosce), e potrebbe magari incominciare ad apprezzare il nostro lavoro. Cosí, abbiamo messo da parte le vecchie scartoffie e abbiamo deciso di metterci sul web. È andata bene.

Avevamo preparato uno studio sul Concilio, che fino ad allora nessuno aveva preso sul serio; diffuso su internet, ha subito suscitato interesse. Ah, dimenticavo, nel frattempo abbiamo stretto una collaborazione con un ufficio corrispondente in Francia; è gestito da una donna (una certa Beatrice); anche lei è sola, ma piú efficiente di una squadra. Ebbene, Beatrice ha tradotto lo studio in francese, ed è avvenuto un piccolo miracolo: è stato ripreso da diversi siti (dalla Francia poi è rimbalzato di nuovo in Italia), ed è stato trovato "molto interessante" dai lefebvriani. Ho l'impressione che quello studiolo un piccolo merito ce l'abbia. Non avete notato come ora la posizione dei lefebvriani sul Concilio sia molto piú sfumata? Prima era un "no" secco (anche dopo il discorso del Papa alla Curia Romana), adesso è un "ni": "Non siamo contro tutto il Concilio, ma solo contro alcuni punti...". È già un grande passo avanti. È vero che nel frattempo c'è stato il motu proprio Summorum Pontificum, è vero che c'è stata la revoca della scomunica, è vero che c'è stata la mazzata del caso Williamson; tutto vero, ma nessuno mi toglie dalla mente che un piccolo, piccolissimo contributo sia venuto anche dal lavoro del nostro ufficio. Se non altro, grazie ad esso, i lefebvriani si sono accorti che è possibile discutere del Concilio da dentro la Chiesa, senza il bisogno di restarne fuori. Io mi sono permesso di criticare il Concilio; eppure sono in piena comunione col Papa, col mio Vescovo e con i miei Superiori religiosi. Nessuno finora ha pensato di sospendermi a divinis né, tanto meno, di scomunicarmi, per aver liberamente espresso le mie idee in proposito. Perciò se lo posso fare io, perché non potrebbero farlo anche loro?

A questo punto, imbaldanzito dall'imprevisto successo riportato dal nostro ufficio, mi son detto: perché non fare un altro passetto avanti? Perché non provare a dipanare la matassa, che appare ancora cosí ingarbugliata? Io ci provo; tanto, non c'è niente da perdere. Al massimo la concorrenza (l'UCAS) potrà farsi quattro risate alle nostre spalle, compiangendoci per la nostra inguaribile ingenuità e dabbenaggine.

Il Santo Padre, nella sua recente lettera ai Vescovi, ha tenuto a precisare che a questo punto, dopo la remissione della scomunica, il problema non è piú di carattere disciplinare, ma esclusivamente dottrinale: "I problemi che devono ora essere trattati sono di natura essenzialmente dottrinale e riguardano soprattutto l'accettazione del Concilio Vaticano II e del magistero post-conciliare dei Papi". A quanto pare, i lefebvriani hanno accolto favorevolmente questo approccio del Pontefice: "La Fraternità Sacerdotale San Pio X assicura Benedetto XVI della sua volontà di affrontare le discussioni dottrinali riconosciute «necessarie» dal Decreto del 21 gennaio" (Comunicato di Mons. Fellay del 12 marzo 2009). Io stesso, devo essere sincero, lí per lí ho preso per buona questa impostazione. Poi però, riflettendoci, a poco a poco sono giunto alla conclusione che non è questo l'approccio migliore. Vogliamo dunque provare a semplificare il piú possibile la questione, ridurla ai suoi termini essenziali?

Personalmente credo che i "colloqui dottrinali" tra la FSSPX e la Congregazione per la Dottrina della Fede potrebbero concludersi in non piú di mezz'ora. Cerchiamo di immaginare la scena. Card. Levada: "Siete pronti a emettere la professione di fede secondo la formula approvata dalla Sede Apostolica?". Mons. Fellay: "Non solo pronti, ma impazienti." Card. Levada: "OK. Si proceda". Mons. Fellay:

"Io Bernard Fellay credo e professo con ferma fede tutte e singole le verità che sono contenute nel Simbolo della fede, e cioè:
Credo in un solo Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e invisibili. Credo in un solo Signore, Gesú Cristo, unigenito Figlio di Dio, nato dal Padre prima di tutti i secoli: Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato, non creato, della stessa sostanza del Padre; per mezzo di lui tutte le cose sono state create. Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo, e per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della vergine Maria e si è fatto uomo. Fu crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato, morí e fu sepolto. Il terzo giorno è risuscitato, secondo le Scritture, è salito al cielo, siede alla destra del Padre. E di nuovo verrà, nella gloria, per giudicare i vivi e i morti, e il suo regno non avrà fine. Credo nello Spirito Santo, che è Signore e dà la vita, e procede dal Padre e dal Figlio. Con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato, e ha parlato per mezzo dei profeti. Credo la Chiesa, una santa cattolica e apostolica. Professo un solo battesimo per il perdono dei peccati. Aspetto la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà. Amen.

Credo pure con ferma fede tutto ciò che è contenuto nella parola di Dio scritta o trasmessa e che la Chiesa, sia con giudizio solenne sia con magistero ordinario e universale, propone a credere come divinamente rivelato.

Fermamente accolgo e ritengo anche tutte e singole le verità circa la dottrina che riguarda la fede o i costumi proposte dalla Chiesa in modo definitivo.

Aderisco inoltre con religioso ossequio della volontà e dell'intelletto agli insegnamenti che il Romano Pontefice o il collegio episcopale propongono quando esercitano il loro magistero autentico, sebbene non intendano proclamarli con atto definitivo".

A questo punto, non c'è altro da aggiungere. Questo basta per sanare lo "scisma lefebvriano". Non c'è bisogno di firmare nulla: la professione di fede va emessa (can. 833), non firmata. Se proprio si vuole firmare un pezzo di carta, si può sottoscrivere un protocollo in cui ci si sottomette al Romano Pontefice e ci si impegna a osservare le vigenti leggi della Chiesa (Codice di diritto canonico del 1983). A volere, può seguire un brindisi; ma il tutto può tranquillamente concludersi in mezz'ora.

Ciò fatto, ci si può immediatamente traferire negli uffici degli altri dicasteri della Curia Romana e iniziare la procedura per il riconoscimento giuridico della Fraternità. A questo punto vado in crisi, perché non so quali siano i dicasteri competenti (bisognerà proprio che prima o poi il nostro ufficio si rassegni ad assumere, finanze permettendo, un consulente legale). Suppongo che, se si vuole arrivare alla costituzione di una Prelatura personale (come nel caso dell'Opus Dei) o di varie Amministrazioni apostoliche (come nel caso di Campos in Brasile), ci si debba rivolgere alla Congregazione dei Vescovi. Ma, siccome nella Fraternità sono comprese anche delle comunità religiose, per queste ci si dovrà rivolgere alla Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica. Ma non è questo ora il problema. È ovvio che in questo secondo passaggio non si può pretendere di sbrigarsela in mezz'ora; la procedura sarà necessariamente lunga: si tratta di approvare gli statuti (il diritto particolare o proprio) di queste nuove entità ecclesistiche.

Rimane aperta una questione, quella della sospensione a divinis. Ripeto, non abbiamo ancora un consulente legale; ma ritengo che con la regolarizzazione giuridica della Fraternità, tale censura decada automaticamente. Anche se cosí non fosse, non mi sembra un grande problema revocarla in maniera esplicita. A questo punto, lo "scisma lefebvriano" dovrebbe essere definitivamente rientrato.

Qualcuno penserà: l'USAC, nella sua smania di semplificare, si è dimenticato di un elemento fondamentale, l'accettazione del Concilio Vaticano II. Non ci siamo dimenticati affatto. Personalmente ritengo che il Concilio in sé, come qualsiasi altro atto magisteriale, non possa essere oggetto di contrattazione: o lo si accetta o lo si rifiuta. Se si emette la professione di fede, esso viene implicitamente accettato: "Aderisco inoltre con religioso ossequio della volontà e dell'intelletto agli insegnamenti che il Romano Pontefice o il collegio episcopale propongono quando esercitano il loro magistero autentico, sebbene non intendano proclamarli con atto definitivo". Tutt'altra questione è l'interpretazione del Concilio. Ma questo non è un problema da discutere con i lefebvriani. Questo è un problema dell'intera Chiesa. E non mi sembra che, a tutt'oggi, si abbiano le idee molto chiare (nonostante il magistrale intervento del Papa del 22 dicembre 2005). Mi chiedo che cosa potrebbe esigere il Card. Levada da Mons. Fellay riguardo al Vaticano II, se neppure noi sappiamo come dobbiamo interpretare questo Concilio. A proposito di tale questione, certo non secondaria, il nostro ufficio (l'USAC) una sua proposta ce l'avrebbe: perché non convocare un sinodo straordinario (oppure la prossima assemblea ordinaria) esattamente su questo tema: "L'interpretazione del Concilio Vaticano II a 50 anni dalla sua convocazione"? In questo sinodo, ovviamente, anche i lefebvriani potrebbero dare il loro contributo. Ma ciò che è importante è che si tratta di una riflessione che l'intera Chiesa deve fare. E prima la facciamo, meglio è.

martedì 17 marzo 2009

From the Broken Heart of Gaza

Devo fare una correzione. Ieri vi ho detto che, quella pubblicata, era l'ultima lettera di Padre Musallam. Ieri il Parroco di Gaza mi ha scritto, inviandomi un'altra lettera datata 14 marzo 2009, sabato scorso. Cercherò di tradurla e pubblicarla quanto prima. Intanto vorrei condividere con voi questa meravigliosa canzone-preghiera, ispirata alla prima lettera di Padre Musallam e arrangiata da Garth Hewitt.





FROM THE BROKEN HEART OF GAZA
TO A STRANGELY SILENT WORLD

From the valley of tears where Gaza sinks in blood
The blood that has strangled the joy from every heart of a million and a half imprisoned people
Where love itself was captured
Defenceless in the siege
And love has been choked in every throat

Chorus:
Lord of peace, rain peace upon us
Lord of peace grant peace to our land
Have mercy, Lord, on all of your people
But don't leave us, Lord, in enmity forever

Oh the bitter cruel seige has turned into a hurricane
Growing every hour until it became a war crime
A crime against humanity for which we all must answer in the court of every human heart
And every human conscience
And before the just and holy court of god.

Chorus:
Lord of peace, rain peace upon us
Lord of peace grant peace to our land
Have mercy, Lord, on all of your people
But don't leave us, Lord, in enmity forever

We will not live as slaves we will be free
No one is free till Gaza is free
Though here we weep no one wipes our tears
Yet no one will be free till Gaza is free
The children are trembling we all live in fear Muslim and Christian wounded together
Between slavery and death there really is no choice and if death is forced upon us
We'll have courage in our hearts
We will die — honest, brave and strong

Chorus:
We will not live as slaves we will be free
No one is free till Gaza is free
Though here we weep — no one wipes our tears
Yet no one will be free till Gaza is free
Lord of peace, rain peace upon us
Lord of peace grant peace to our land
Have mercy, Lord, on all of your people
But don't leave us, Lord, in enmity forever


Garth Hewitt @ chain of love music 2009

lunedì 16 marzo 2009

Voci dal nuovo samizdat

Il Santo Padre, nella recente lettera ai Vescovi, ha scritto: "Mi è stato detto che seguire con attenzione le notizie raggiungibili mediante l'internet avrebbe dato la possibilità di venir tempestivamente a conoscenza del problema. Ne traggo la lezione che in futuro nella Santa Sede dovremo prestare piú attenzione a quella fonte di notizie". Io andrei oltre; ormai penso che possiamo pure smettere di leggere i giornali o di vedere il telegiornale: ciò che troviamo in questi cosiddetti canali di informazione è pura propaganda; ormai, se vogliamo essere informati, possiamo solo rivolgerci a internet, il nuovo "samizdat". Spero che in Vaticano prendano sul serio l'invito del Papa.

In questi giorni ho ricevuto diverse segnalazioni, di cui ringrazio infinitamente i lettori. Si tratta di notizie che non troverete mai sul vostro giornale e alla TV. Per questo credo che sia importante rilanciarle, perché abbiano la maggior diffusione possibile.


1. La prima segnalazione mi viene da Gianluigi. È l'ultima lettera di Padre Manuel Musallam, il parroco di Gaza. Siccome non ho trovato altre traduzioni, ho provveduto io stesso a tradurla. Vi prego di leggerla con attenzione e di farla conoscere il piú possibile: mandatela ai vostri parenti, agli amici, al vostro parroco, al vostro vescovo, a tutti. Se possibile, traducetela in altre lingue. Il mondo deve sapere. Non voglio che un giorno qualcuno possa dire: "Non sapevamo". Non possiamo essere complici del nuovo olocausto. È una lettera un po' lunga, ma ogni parola è preziosa. Essa è corredata di foto; ma non ho il coraggio di pubblicarle per la loro crudezza e per il rispetto che è dovuto ai morti. Penso che le parole possano bastare.

Charles Colton disse una volta: "L'esperienza ci insegna due cose, la prima è di correggere molto, e la seconda è di non esagerare nel farlo". Israele ci sta correggendo molto. Israele, il nostro vicino a Gaza, non è stato capace di regolare le relazioni con i suoi vicini. Esso corregge il popolo palestinese specialmente perché sostiene che i palestinesi si oppongono al suo ritorno alla "Terra Promessa". Ci sta correggendo, noi palestinesi, con la guerra, i massacri, i crimini di guerra e la deportazione. Ha distrutto le nostre case, le nostre fattorie e i nostri villaggi, e ha stabilito insediamenti su di essi. Ha sradicato centinaia di migliaia di olivi e aranci produttivi, e ci ha proibito di fare il raccolto dai nostri campi. Ha aperto circonvallazioni e ha eroso le nostre terre. Ha distrutto, frammentato e isolato le nostre città, villaggi e campagne. Ha costruito e istallato centinai di checkpoints per scombussolare le nostre vite. Ci ha impedito di raggiungere i nostri santi luoghi di culto a El Aqsa, alla Natività e al Santo Sepolcro. Ha costruito il muro dell'apartheid intorno alla Cisgiordania, Gerusalemme e Gaza. Il muro non ci separa forse dagli altri e i ponti non sono forse luoghi di incontro? Ha spezzato le nostre ossa e proibito cure e medicazioni. Ha assassinato i nostri capi in diversi modi. Abbiamo vissuto sotto le tende, e ci ha proibito i mezzi di vita e di lavoro. Ci circonda con un assedio che blocca la nostra vita quotidiana. Ci ha gettati in un ghetto senza acqua, elettricità, medicine, cibo e lavoro. Stiamo morendo di una morte lenta. Dovevamo "diventare affamati e assetati fino alla soglia della morte senza oltrepassarla.

Sderot, un insediamento vicino a Gaza, è divenuto il Muro del Pianto dove tutti i leader del mondo e i turisti vengono per vedere le reliquie lasciate dai missili Qassam, che hanno ucciso 12 israeliani dal 2002. Mentre noi non osiamo costruire un monumento che perpetui la memoria di migliaia di palestinesi innocenti uccisi durante i crimini di guerra a Gaza, perché Israele non mancherebbe di distruggerlo durante la sua costruzione. Nella recente barbara guerra contro Gaza, centinaia di bambini, uomini, donne e vecchi innocenti sono stati bruciati in forni di bombe e missili sofisticati. Che differenza c'è tra i forni in cui gli ebrei morirono in Germania e i forni in cui noi moriamo a Gaza? Il mondo li ha visti attraverso i giornalisti e i canali satellitari. Persone di buona volontà, come l'Arcivescovo Desmond Tutu e organizzazioni dei diritti umani, avvocati e specialisti in crimini contro l'umanità, hanno incominciato a venirci a trovare. Israele ha impedito alle delegazioni di raggiungerci, umiliandoli, trattenendoli ai confini di Jenin, Rafah e Beit Hanoun, finché non sono riusciti a ottenere un permesso di ingresso. Israele ha distrutto molti segni dei loro crimini di guerra.

Il nostro popolo è incappato nei briganti. Lo hanno spogliato e percosso, e se ne sono andati lasciandolo mezzo morto. Il Sig. Bush ci ha visto, ma è passato dall'altra parte. Allo stesso modo i leader europei, sia il mondo islamico sia quello cristiano, sono venuti qui, e quando ci hanno visto, sono passati dall'altra parte. Quando verrà il Samaritano misericordioso che, vedendoci, avrà compassione di noi?

Gli Stati Uniti, con il loro diritto di veto, hanno respinto qualsiasi soluzione o impegno di diritto internazionale, sicché Israele si è comportato come se fosse al di sopra della legge. Ora l'America vuole cambiare il diritto internazionale, cosí che i leader di Israele non siano processati come criminali di guerra. Israele percorre la nostra terra, perché non ha confini. Ogni giorno, inghiottisce un appezzamento di terra, migliaia di metri quadrati. È possibile che il mondo riconosca uno stato senza confini dopo 60 anni dalla sua costituzione? Lo stato di Israele è l'unico modello di questo tipo nel mondo.

Noi non sappiamo dove andare. Nei 18 anni passati, abbiamo cercato la pace e la giustizia con Israele incontrandoci faccia a faccia, stringendoci le mani e scambiandoci baci. Ci siamo persi nell'abisso dei negoziati e degli accordi. Israele vuole la pace, ma la pace non può essere raggiunta senza la giustizia. Israele dice: "È concepibile che uno stato democratico tolleri il bombardamento delle sue città con razzi per 10 anni?", e ha 11 morti. E noi rispondiamo: "È concepibile che un popolo accetti di rimanere sotto 60 anni di occupazione senza resistere?". Il mondo ricorda i razzi fatti a mano di Hamas, ma non ricorda i missili al fosforo, da cui noi soffriamo ogni giorno. Se noi resistiamo, il mondo ci grida dietro e ci etichetta come terroristi, ma non grida dietro a quelli che ci hanno occupato per sei decenni. Non è un crimine contro l'umanità il fatto che noi viviamo sotto occupazione e umiliante assedio tutto questo tempo, 60 anni? Quando noi attacchiamo un insediamento che ha rubato la nostra terra e gli alberi che ci ci permettono di vivere, il mondo ci rimprovera e ci classifica come assassini di gente innocente, ma il mondo non alza un dito per rimuovere un insediamento che riconosce illegale ed è un crimine di guerra secondo il diritto. Ognuno grida: pace e sicurezza per Israele, ma nessuno sussurra: giustizia, Gerusalemme e ritorno per i palestinesi. La pace per gli israeliani è possibile se è possibile la giustizia per i palestinesi. La sicurezza per gli israeliani è possibile se è reciproca.

Il mondo pone una condizione inderogabile su una parte del popolo palestinese, Hamas e la Jihad islamica, se si vogliono aprire le trattative per un progetto di pace in Medio Oriente. La condizione comporta che Hamas e la Jihad islamica denuncino la violenza e riconoscano Israele. Oggi, bisognerebbe mettere la stessa condizione, se si può. Bisognerebbe chiedere a tutti gli Israeliani e al loro governo di estrema destra, che rifiuta tutti gli accordi e i trattati, di riconoscere il popolo palestinese e i loro legittimi diritti. Poi si possono prendere le decisioni internazionali, purché giuste e imparziali. Perché è sbagliato se noi deteniamo un prigioniero di nome Shalit per i negoziati? E non è sbagliato se Israele trattiene ventimila prigionieri palestinesi, che vivono in posti dove gli animali non possono vivere? E i prigionieri che lasciano la prigione escono handicappati. Ogni giorno Israele invade le nostre città e villaggi e ingiustamente detiene un sacco di innocenti. Perché è sbagliato che una famiglia in Israele soffre o uno dei suoi bambini è preso dal panico, e non è sbagliato se migliaia di famiglie palestinesi soffrono e un'intera nazione è colpita dal panico?

Noi non sappiamo dove andare, per cui come possiamo conoscere la strada? Tutti i negoziati sono falliti e abbiamo raggiunto un punto morto, perché abbiamo accettato di seguire una vaga decisione sul ritiro dai "territori occupati nel 1967". Abbiamo accettato Gaza e Gerico e prima abbiamo accettato Gerusalemme e gli insediamenti; abbiamo accettato Oslo, la road map, le "Tennet outlines" e gli accordi di Sharm el-Sheikh, invece delle risoluzioni internazionali e della legittimità. Abbiamo accettato l'assedio di Yasser Arafat e il suo assassinio per il motivo che non era un partner attivo nei colloqui di pace. Non abbiamo neppure chiesto un'inchiesta, come quella per l'assassino di Rafik El Hariri in Libano. Abbiamo accettato elezioni interne sulla base degli accordi di Oslo, nell'interesse dei palestinesi dentro il paese, invece di dare attenzione al popolo palestinese nel suo insieme. Abbiamo accettato le Intifade in Palestina invece di una rivoluzione popolare vasta quanto l'universo.

Dopo successive guerre, Israele ha anche lasciato indietro un intero popolo distrutto. Contadini i cui alberi e campi sono stati bruciati da sostanze chimiche; le loro terre non sono piú coltivabili. Lavoratori che sono rimasti senza lavoro e la fame dei cui figli non è saziata da pane intinto in acqua o tè. Commercianti i cui beni sono sequestrati nei porti israeliani; devono vendere i loro magazzini per pagare il deposito dei loro beni e poi vanno in fallimento. Impiegati i cui salari sono erosi da un immaginario aumento dei prezzi; avviene questo quando il salario viene loro consegnato un anno dopo la data dovuta. Disabili per i quali, dopo essere stati colpiti con sofisticate armi che hanno amputato i loro arti (che dolore e pena devono provare loro e quelli che li assistono!), non ci sono istituzioni o esperienza per curarli, non c'è riabilitazione per ricuperarli dalla loro disperazione e mutilazione. Bambini che sono stati smembrati e affetti da traumi e malattie psicologiche di paura, i loro corpi magri per malnutrizione. Alcuni sono morti di paura; alcuni sono stati rapiti da una violenza barbara, nazista mentre erano allattati, o sono morti per una pallottola che li ha trapassati nel ventre delle loro madri. Chi li cura? Chi li compensa per i loro diritti perduti? Chi cura i bambini che hanno visto le loro famiglie ferite e sanguinanti, i bambini che hanno visto i loro genitori morire nelle loro braccia e hanno sentito, per la prima volta, il crepitio del conflitto che non avevano mai sperimentato, uno strano e orribile suono che li accompagnerà nel sonno e nell'insonnia finché vivranno? Chi cura i bambini che dormiranno in preda al terrore, o con l'ansia negli occhi, che si fanno la pipí addosso o nel letto o nelle loro divise scolastiche in cui hanno dormito, perché i loro scarsi indumenti per la notte non si sono ancora asciugati. Vanno a scuola al mattino cercando di nascondersi e coprire l'odore del loro corpo. Il bambino che piangeva quando vedeva una goccia di sangue sul dito si è sentito affogare nel sangue; calpesta il sangue di suo padre e sua madre con amarezza e dolore nella disperata ricerca di qualcuno che possa fermare l'emorragia, cosí che i suoi genitori possano vivere. Chi guarirà questo bambino?

Il primo giorno dei bombardamenti, abbiamo sentito alcuni tristi e deplorevoli racconti sulle bombe al fosforo bianco, che sono internazionalmente bandite, dai dottori dell'ospedale Shifa e dai cronisti delle TV satellitari. Dopo che i dottori avevano prestato i primi soccorsi ad alcuni dei feriti e li avevano mandati a casa, quelli sono tornati all'ospedale con i loro corpi fumanti, dopo che il fosforo aveva reagito di nuovo nei loro corpi e e aveva preso fuoco.

Questo è il modo in cui Israele ha corretto i palestinesi. Non c'è poi da meravigliarsi se nasce la resistenza e si moltiplica finché si diffonde a tutto il popolo della Palestina. Non c'è da meravigliarsi se ci rivolgiamo ad Hamas, alla resistenza o agli elementi fondamentalisti alla ricerca di libertà dall'occupazione a dai nostri dolori. "Tutto sommato, la punizione indurisce e rende la gente piú insensibile; essa concentra, aumenta il senso di allontanamento; rafforza il potere di resistenza" (Friedrich Nietzsche). Quando capirà Israele che correggere la gente con la guerra, la violenza e l'occupazione è un errore morale e un crimine di guerra; un crimine contro l'umanità? Che la guerra non costruisce la pace? Che non può occupare un popolo per sempre? Noi speriamo che lo capisca. Oggi Israele esagera nella sua correzione. Sta andando troppo avanti nel correggere le case dei palestinesi, tanto da demolirle persino sulle loro teste e i loro bambini, donne e anziani senza scrupoli di coscienza. Sa che la casa significa pace e stabilità e la fine della dispersione. Perciò demolisce le case e sconvolge i suoi residenti in modo che nessuno possa riposare nella sua patria e fra la sua gente. Profana la santità del sorriso dei bambini, rendendoli orfani; la vitalità dei giovani, umiliandoli e trattandoli con disdegno; l'orgoglio e l'arroganza degli ulivi, degli aranci, dei limoni e dei fichi, distruggendoli con bulldozer militari. Gli dà fastidio agli occhi vedere lo splendore della terra che è diventata verde dopo essere stata lavorata da un contadino del mio paese, rendendola un deserto! Dopo tutto questo, la nostra resistenza diventa terrorismo e qualcuno dei nostri missili primitivi minaccia la sicurezza dello stato di Israele e la sicurezza del mondo civile. Perciò i confini sono chiusi e Gaza è dichiarata una zona ostile, proibita, che affoga nell'oscurità, con la sua gente assetata e affamata, navi dell'Atlantico pattugliano il nostro mare per controllare il nostro armamento e sorvegliare la demolizione delle arterie e dei tunnel, da cui noi siamo tenuti in vita.

Con notoria ipocrisia il carnefice e la vittima sono stati equiparati. La nostra causa passa per essere una questione di dialogo tra fazioni, come un conflitto per un pezzo di pane e un bicchier d'acqua, come una questione di indennizzo o di apertura di valichi di frontiera. Il mondo dimentica o fa finta di dimenticare che la nostra causa è la causa dell'emancipazione di un popolo, della sua terra e dei suoi luoghi santi.

Il suono di El Aqsa non può essere udito a causa del fracasso degli scavi sotto di essa e vicino ad essa; le grida della città di Betlemme per il dolore dello sviluppo degli insediamenti e il muro che avvolge il suo collo non può essere sentito a causa del rumore delle seghe e la costruzione a Jabal Abu Ghneim; e cosí pure le grida dei bambini di Jenin, Beit Hanoun e Rafah, che la Statua della Libertà non sente. Nessuno in Europa e negli Stati Uniti sente il fragore degli aerei israeliani, o il bombardamento dei suoi cannoni e delle sue navi da guerra quando distruggono Gaza sulle nostre teste; il mondo sordo sente solo il suono dei razzi Qassam e Katyusha.

Il terrorismo dello stato di Israele è diventato il diritto di proteggere i suoi confini e il suo popolo; ma quando noi chiediamo la libertà secondo le leggi divine e umane, la nostra resistenza diventa terrorismo distruttivo. O mondo, tu non hai il diritto di chiedere pace e sicurezza per Israele, occupante e aggressore, prima di darci tutti i nostri diritti nazionali persi, la giustizia e una completa compensazione per tutto ciò che i Palestinesi hanno perso a partire dalla Prima Guerra Mondiale.

C'è un proverbio cinese che dice: "Se vedi un fiore e non puoi darlo a una bella ragazza, fa' attenzione a non raccoglierlo". Ma Israele , che ha occupato la nostra terra 60 anni fa, non ha lasciato un fiore e neppure il loro profumo sulle nostre montagne. Noi siamo di fronte a un nemico che ha distrutto i fiori, i fichi, gli olivi, gli aranci, i limoni, i cipressi, le palme, i pioppi, le bacche, gli uccelli, il mare, la terra e gli uomini. O gente, Israele di chi è amico? È possibile costruire la pace con loro? Come possiamo predicare la pace al nostro popolo, quando loro hanno ucciso la pace? Come possiamo predicare l'amore, quando l'odio, l'assassinio e il terrorismo verso di noi riempie i loro cuori? Come possiamo predicare la speranza, quando sta morendo in tutti i nostri cuori? Israele ha strangolato le parole di riconciliazione, amore, perdono, speranza e clemenza nei nostri cuori. Ripetiamo le parole del Profeta: "Chi ha creduto al nostro messaggio? A chi è stato rivelato il braccio del Signore?" (Is 53:1).

Per gli adoratori di idoli e falsi dèi, l'odore del sangue umano era considarato un'offerta espiatrice, fragrante se versato con gioia e preghiere ai loro dèi. Noi oggi siamo di fronte al dio Moloc; coloro che versano il nostro sangue ai suoi piedi pensano che di immolare un sacrificio a Dio! Il tempio di Salomone fu distrutto dai Romani. Tremila chiese della Palestina furono demolite dai Persiani e l'Oriente fu bruciato dai Tartari. Siamo di fronte a un nuovo Tito che distrugge la chiesa, la moschea e la scuola? O siamo di fronte a un nuovo Hulagu la cui preoccupazione è di bruciare la storia di un popolo che ha scritto la storia della civiltà, della scienza e della religione per la Palestina e il mondo intero? Da quando è iniziata la storia, noi esistiamo, e la storia può testimoniare quanto è fragrante la nostra storia. Dal giorno in cui il popolo di Sion ha messo piede sulla nostra terra con Joshua Ben-Nun, poi con David Ben-Gurion, e oggi, la Palestina passa da una tragedia a un disastro, da un crimine di guerra e un crimine contro l'umanità e da un massacro a un genocidio. Gesú ha detto: "Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi?" (Mt 7:16). Noi riconosciamo Israele dal suo frutto. Noi vediamo che il suo frutto è aspra uva selvatica, e che asprezza!

Noi giustamente preghiamo col profeta Geremia: "Orfani siamo diventati, senza padre; le nostre madri come vedove. L'acqua nostra beviamo per denaro, la nostra legna si acquista a pagamento. Con un giogo sul collo siamo perseguitati, siamo sfiniti, non c'è per noi riposo. All'Egitto abbiamo teso la mano, all'Assiria per saziarci di pane. Schiavi comandano su di noi, non c'è chi ci liberi dalle loro mani". (Lam 5:3-8). E ora, dov'è la tua solidarietà, o Chiesa di Gesú? Dov'è la vostra influenza, cristiani nei cui cuori e nelle cui bocche Gesú conserva parole di riconciliazione, amore, bontà, misericordia e compassione? A Vostra Santità, Papa Benedetto XVI, sono rivolte queste parole del Profeta: "Alzati e di' loro tutto ciò che ti ordinerò; non spaventarti alla loro vista, altrimenti ti farò temere davanti a loro" (Ger 1:17). La Palestina è stata calpestata dal mostro della giungla e la sua terra, le sue pietre, i suoi alberi e il suo popolo sono stati dati alle fiamme. Dovrebbe essere dichiarato un crimine di guerra e un crimine contro l'umanità e dovrebbero essere convocati nel tribunale del vostro cuore, preparandosi ad apparire davanti al giusto tribunale di Dio.

Voglio ricordarvi: "Chi prende a calci l'uomo, dall'uomo è preso a calci" (Bertold Brecht). E in Palestina, o Israele, "Duro è per te ricalcitrare contro il pungolo" (At 26:14). "Dal legno degli ulivi, aranci e limoni, che furono sradicati, divamperà un fuoco che non potrà essere spento. Il tiranno farà il suo tempo. Desidereranno venir fuori dal fuoco, ma non potranno. La loro sarà una rovina eterna" (Corano, Sura 37).

Chi ha occhi per vedere, veda. Tobi disse a suo figlio: "Non fare a nessuno ciò che non piace a te" (Tb 4:15). Guardate a ciò che fecereo loro i nazisti e al loro olocausto e paragonatelo con ciò che loro hanno fatto a noi a al nostro olocausto. Chi ha orecchi per intendere, intenda la voce di Gesú Cristo, che disse: "Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro" (Mt 7:12). E il profeta Isaia: "Si dirà: Spianate, spianate, preparate la via, rimuovete gli ostacoli sulla via del mio popolo" (Is 57:14).

La Palestina non è la Terra Promessa per gli ebrei, perché loro sono discendenti di Abramo. Ascoltate san Paolo: "La parola di Dio non è venuta meno. Infatti non tutti i discendenti di Israele sono Israele, né per il fatto di essere discendenza di Abramo sono tutti suoi figli. No, ma: In Isacco ti sarà data una discendenza" (Rm 9:6-7). "Ora è appunto ad Abramo e alla sua discendenza che furono fatte le promesse. Non dice la Scrittura: e ai tuoi discendenti, come se si trattasse di molti, ma e alla sua discendenza, come a uno solo, cioè Cristo" (Gal 3:16). La Palestina è la terra promessa per tutti quelli che credono nella fede di Abramo.


2. La seconda segnalazione viene da Caterina. Si tratta di un articolo di Israel Shamir, un giornalista israeliano originario della Siberia convertito al cristianesimo (potete leggere la sua biografia qui). Ha pubblicato un articolo sulle reazioni dell'Arcivescovo ortodosso Teodosio di Sebaste The Pope is not Welcomed in Jerusalem. Potete trovare la traduzione italiana nel blog di Andrea Carancini. Credo che sia doveroso tener conto anche di queste voci fuori dal coro. Non possiamo ignorare lo stato d'animo dei nostri fratelli di Palestina.


3. La terza segnalazione mi viene da Giuseppe. Mi faceva notare la coincidenza di certe notizie "ad orologeria". Dopo l'intervista di Mons. Williamson diffusa in concomitanza con la revoca della scomunica, ora in contemporanea con la pubblicazione della lettera del Papa ai Vescovi, il presidente della Comunità ebraica romana, Riccardo Pacifici, ha annunciato a
Porta a porta la prossima visita del Papa alla sinagoga di Roma. A tale proposito in Vaticano farebbero bene, prima di confermare tale visita, ad andare a leggersi, SU INTERNET, un paio di articoli su Effedieffe e su Il Cannocchiale.

domenica 15 marzo 2009

III domenica di Quaresima ("Oculi mei")

Ci sarebbero tanti temi da trattare. I lettori mi hanno inviato diverse segnalazioni, tutte meritevoli di attenzione (e di questo li ringrazio vivamente). Ma oggi è domenica; non voglio occuparmi di "politica". Tutta l'attenzione deve essere concentrata su di Lui; altrimenti le nostre parole sono destinate a trasformarsi in semplici "chiacchiere". Se i nostri sguardi non sono fissi su Colui per il quale viviamo, lavoriamo, parliamo e... scriviamo, qualsiasi cosa facciamo perde ogni senso. "Oculi mei semper ad Dominum", dice l'antifona d'ingresso di questa domenica (Sal 24/25:15). E un altro Salmo: "Guardate a lui e sarete raggianti" (33/34:6).


"Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato! ... Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere" (Gv 2:16.19)

Il vangelo odierno può essere letto su diversi livelli.

1. Lettura moralistica. L'interpretazione piú diffusa, a dire il vero piuttosto superficiale, si ferma a quel che Gesú fece: cacciò i venditori dal tempio. Certamente un gesto importante, profetico, che manifesta lo zelo di Gesú per la casa del Padre. Quante volte desidereremmo anche noi avere un profeta altrettanto coraggioso che faccia un po' di pulizia nella società e nella stessa Chiesa! Ricordo che quando ero giovane c'era qualcuno che si basava su questo testo per giustificare la lotta armata contro l'oppressione. Se non proprio una rivoluzione violenta, almeno un movimento di opposizione pacifica alle ingiustizie e alla corruzione presenti nel mondo e nella comunità ecclesiale non dispiacerebbe a nessuno. Ma non è certo questa l'interpretazione che ci suggerisce la liturgia odierna.

2. Lettura soteriologica. Il motivo per cui leggiamo oggi questo passo evangelico è spiegato nell'Ordinamento delle letture della Messa: "Per l'anno B [nelle domeniche di Quaresima sono riportati] dei testi di Giovanni sulla futura glorificazione di Cristo attraverso la croce e la risurrezione" (n. 97). Quando Gesú dice: "Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere", come ci fa notare l'evangelista, "parlava del tempio del suo corpo". Con quelle parole Gesú predice la sua morte e risurrezione; esse sono un riferimento al mistero pasquale.

3. Lettura cristologica-ecclesiologica. Ma non possiamo neppure fermarci a tale interpretazione. Non è un caso che Gesú, per parlare di sé stesso, faccia ricorso all'immagine del tempio. In questo brano c'è una forte contrapposizione fra due templi: il vecchio tempio, quello materiale di Gerusalemme, tanto importante per i Giudei, e il nuovo tempio, che è Gesú stesso. Il tempio era per i Giudei il luogo dell'incontro con Dio; ora questo incontro è possibile solo nel nuovo tempio, in Gesú. Se cosí è, non c'è piú alcun bisogno del vecchio tempio; esso è diventato superfluo, è stato rimpiazzato, può essere anche distrutto (come di fatto avvenne pochi anni dopo, nel 70 d.C., per opera dei romani). Ecco dunque che quelle prime parole: "Portate via di qui queste cose" (= gli animali necessari per i sacrifici), assumono un significato assai piú profondo. Non c'è piú bisogno degli antichi sacrifici: se ne può fare a meno, perché ormai abbiamo un nuovo tempio e un nuovo sacrificio. Siccome il nuovo tempio è il corpo di Cristo, e noi sappiamo che il corpo di Cristo è la sua Chiesa, ecco che la Chiesa, Corpo di Cristo, è il nuovo tempio di Dio, che sostituisce quello gerosolimitano. Il nuovo Israele subentra all'antico.

sabato 14 marzo 2009

Qualche considerazione sulla lettera del Papa

Sono sempre stato del parere che i documenti pontifici debbano essere letti, studiati e applicati, piuttosto che commentati e discussi; ma quello presente è un caso un po' particolare. È stato rilevato da molti commentatori che si tratta di un atto inconsueto, senza precedenti. È vero, eravamo abituati a uno stile diverso. Quelli di noi nati prima del Concilio possono ancora ricordare la figura del Papa circondata da un'aura di ieraticità (vi ricordate la sedia gestatoria e i flabelli?), per cui sarebbe stato semplicemente impensabile che il Papa potesse scrivere una "lettera di spiegazione" ai Vescovi. Ma dobbiamo accettare che i tempi cambiano e che quindi anche lo stile di un Pontefice possa (debba?) adeguarsi alle nuove situazioni.

Però, proprio perché ci troviamo in tempi diversi dal passato (quando sarebbe stato pure impensabile qualsiasi discussione degli interventi pontifici), qualche puntualizzazione penso che sia legittimo farla. Tanto piú che si tratta di una "lettera personale", non di un atto magisteriale. Ed è proprio sulle formalità che vorrei soffermarmi, piú che sul contenuto della lettera. Piú avanti mi permetterò di fare anche qualche appunto ai contenuti; ora invece vorrei soffermarmi sulla lettera in quanto tale e su alcune reazioni che ha provocato.

Personalmente, ritengo che, per quanto possano cambiare i tempi e gli stili di esercizio del pontificato, non dovrebbe esserci bisogno di lettere di spiegazioni del Papa ai Vescovi. Se ce n'è bisogno, è davvero un brutto segno: significa che nella Chiesa c'è qualcosa che non va. Va detto, a onor del vero, che il Papa chiarifica, ma non ritratta. E questo è molto importante. Non è la prima volta che ciò avviene; ormai ci stiamo abituando. Il Papa si dimostra ogni giorno di piú un gran signore, sensibilissimo, delicatissimo, umilissimo, ma altrettanto fermo nei principi e nelle decisioni prese. Qualcuno ha usato a questo proposito una bellissima immagine; quella dell'aquila e delle galline: mentre l'aquila spicca il volo, le galline starnazzano. Però, se ci pensate bene, se questa metafora dovesse risultare vera, non c'è molto da rallegrarsi. C'è piuttosto da piangere, perché significa che la Chiesa, anziché l'ovile dove le pecore ascoltano la voce del pastore e lo seguono, si è ridotta a... un pollaio.

Con questa lettera, è stato detto, il Papa si è esposto in prima persona. Sí, è vero. Ma diciamoci francamente: vi sembra giusto che il Papa si esponga personalmente? Non vi sembra, per usare un termine ripreso dalla lettera, una "stonatura"? Se proprio ci fosse bisogno di spiegazioni, nella mia concezione forse un po' superata, non dovrebbe essere il Papa a darle. E dov'è la Curia? Se ora è il Papa che deve pensare personalmente a tali minuzie (perché di questo si tratta), mi spiegate che ci sta a fare la Curia Romana? C'è il rischio che si trasformi in un apparato burocratico capace solo di succhiare soldi. Finora era stato sempre riconosciuto alla Curia di essere una macchina agile ed efficiente al servizio del Papa. Ma se ora il Papa è costretto a dare spiegazioni in prima persona, mi sembra proprio che ci sia qualcosa che non va. Il Papa non può governare da solo la Chiesa. Il "lavoro di squadra" è piú che mai necessario. Parole come "collegialità" e "sinodalità", se non vogliono rischiare di rimanere semplici parole, debbono incominciare a incarnarsi in uno stile diverso di gestione della Chiesa. Uno stile collegiale, appunto, adeguato ai tempi in cui viviamo.

Quanto ai contenuti della lettera, c'è poco da dire. Però, incoraggiato dallo spirito di familiarità con cui il Papa l'ha scritta, consapevole di non dovere esibire alcuna patente di fedeltà e devozione al Pontefice, con spirito di filiale confidenza, mi permetto di esprimere alcune personali perplessità, che nulla tolgono alla sostanza del messaggio.

1. Mi è piaciuto molto l'invito rivolto ai difensori del Concilio a non "tagliare le radici di cui l'albero vive". Bellissima immagine. Mi è piaciuto pure l'invito rivolto ai lefebvriani a non "congelare l'autorità magisteriale della Chiesa all'anno 1962". Personalmente però aggiungerei che tale autorità magisteriale non può neppure essere congelata all'anno 1965.

2. Per quanto riguarda il riferimento al dialogo interreligioso, sinceramente devo dire che mi piaceva di piú il Ratzinger che disertava gli incontri di Assisi. Ma capisco che il ruolo che oggi ricopre non gli permette piú di agire in quel modo.

3. Nella lettera il Papa riconosce, con grande semplicità, di aver sottovalutato internet e si impegna in futuro a "prestare piú attenzione a quella fonte di notizie". A questo proposito mi viene spontaneo notare che, secondo me, non dovrebbe essere il Papa ad andare a cercarsi le notizie su internet, e neppure il suo segretario particolare; ma semmai dovrebbe esserci un ufficio ad hoc. In secondo luogo, mi permetto di rilevare che proprio in questa lettera si dimostra di non aver dato sufficiente attenzione a internet. È l'osservazione che faceva ieri Caterina: come può il Papa ringraziare gli ebrei, quando tutti sanno che il caso Williamson è stato creato ad arte per mettere il Papa in difficoltà? OK, il Vangelo ci dice che dobbiamo essere semplici come le colombe, ma aggiunge pure che dobbiamo essere prudenti come i serpenti.

venerdì 13 marzo 2009

Una lettera

Cari amici, mi scuso, ma sono stato fuori tutto il giorno, per cui non posso, come promesso, fare un commento alla lettera del Papa ai Vescovi sulla revoca della scomunica ai quattro Vescovi lefebvriani. Vorrei però condividere con voi una lettera ricevuta questa mattina da una lettrice terziaria domenicana.


Sono Caterina63 e mi sono messa in lettura nel suo blog. Sono una laica domenicana, sposata da 25 anni quest'anno, e abbiamo due figli; sono catechista da 20 anni. Mi diletto nella rete, con tutti i miei difetti, a cercare di contribuire al dialogo, ma anche alla comprensione del Magistero ecclesiale. Le scrivo dunque per ringraziarla infinitamente per la ruminatio-contemplatio che mi conduce a fare con i suoi scritti.

Le scrivo per un dilemma che porto nel cuore da qualche mese. Ho letto il suo post Povera Chiesa! Poi il Papa ha incontrato in tre mesi ben tre delegazioni ebraiche, l'ultima stamani... Compro L'Osservatore Romano e medito su quello che il Papa dice. In tutti e tre i testi pronunciati dal Santo Padre alle tre delegazioni in nessuno si parla di Gesù Cristo. Parla di Dio, sí, ma relegato esclusivamente al rapporto della "Prima Alleanza", come spiegava lei dei pericoli di questa frase in altro articolo. Non vi è un accenno del Papa alla Nuova, nessun riferimento a Gesù. E resto confusa! Poi leggo la lettera del Papa ai vescovi nella quale ringrazia gli Ebrei per averlo difeso e per aver capito. Ma come, sono stati proprio loro a far scattare il meccanismo mediatico contro la scelta del Papa. Come fa il Papa ad ammettere prima lo sbaglio di aver sottovalutato internet, dove le notizie arrivano prima e lui era all'oscuro di tutto, e poi a ringraziare gli Ebrei per averlo difeso?

Padre Giovanni, che cosa sta succedendo? Io potrò anche non capire molte cose, sono una pecorella che non senza fatica è riuscita a crescere, con un marito ateo ed anticlericale, due figli nella fede cattolica; abbiamo superato i travagli giungendo oggi a 25 anni di matrimonio a settembre sempre perché ho confidato nel Signore, ringraziandolo per tutto ciò che mi ha mandato di buono e di non buono. Il Signore mi ha messo nel cuore una passione infinita per la Chiesa e per il Papa, mi innamorai cosí di santa Caterina da Siena, grazie all'insegnamento di padre Raimondo Spiazzi (lei che è stato all'Angelicum forse l'avrà anche incontrato) e delle Suore Domenicane di Madre Lalia; amo il Papa a tal punto che mio marito ne diventò un periodo anche geloso; temeva che gli togliessi qualcosa a lui; ci volle la santa pazienza per fargli capire che si sbagliava. L'anno scorso ho avuto un infarto mentre il Papa era in America, ed io con il Rosario ogni giorno pregando sempre: "Signore prendi me, ma dai forza al Papa; la mia vita, che ti costò tanto Sangue prezioso, per la sua; proteggilo!". Sembra avermi preso in parola, sono stata operata ed ho chiesto ai medici di non togliermi dalle mani il Rosario. Il Signore ha voluto forse solo mettermi alla prova, ma questa passione è aumentata.

Ed oggi soffro ancora di piú perché non comprendo questa linea che ci sta portando ad un sincretismo delle fedi. Forse non è certo questa l'intenzione del Papa, ma è questo che la gente dice e non solo su internet, ma anche fuori. Io sono a Varese, diocesi milanese, ambrosiana, e la voce del Papa qui proprio non arriva; si vive fuori dalle questioni ecclesiali; nelle parrocchie si vive esclusivamente per sé stessi. Ho abitato in sei regioni italiane, ergo sei parrocchie; non mi sono mai tirata indietro per quello che ho potuto, ma ho veduto tanti di quegli abusi e di sacrilegi eucaristici che non so ancora come possa il Signore sopportarci tanto a lungo. Fino a dieci anni fa credevo che tante cose che facevo e mi facevano fare fossero normali. "È il Concilio", mi dicevano; ed un giorno mi ritrovai quasi a fare una Messa concelebrata. Solo dopo mi resi conto che era tutto un abuso, ed ho pianto! Non ho mai "invidiato" la posizione tradizionale della FSSPX, perché ho sempre amato ed amo il Magistero ininterrotto dei Pontefici. Leggendo loro ed applicando ciò che scrivono ed hanno scritto, ci si risparmierebbe molta inutile guerriglia. Tuttavia devo riconoscere che mi venne insegnato ad odiare i tradizionalisti; non dimenticherò mai quando ero ad Ancona e all'epoca c'era come vescovo proprio Tettamanzi, oggi qui a Milano; al termine di un incontro con noi domenicani, ci trattenemmo per lo scambio di due parole, e qualcuno gli domandò della FSSPX, e lui rispose: "Per carità, quelli sono il fumo di Satana a cui alludeva Paolo VI, con questa scomunica ce ne siamo liberati per sempre, bisogna evitare che attecchiscano nelle nostre diocesi". Detto da lui, gli credetti. Poi il tempo, la conoscenza seppur indiretta e l'insegnamento di Ratzinger sulla liturgia e le prime ammissioni di una interpretazione falsa dei testi del Concilio, cominciarono ad aprirmi gli occhi, e cominciai a soffrire.

Mi perdoni, forse mi sono dilungata anche troppo; ma forse lei può comprendere un po' quale tipo di inquietudine mi anima. Delle volte mi chiedo: a cosa mi serve la conoscenza dei Padri, le storie dei Santi Fondatori, le Lettere di santa Caterina da Siena ai Papi, ai laici se oggi le pastorali dei vescovi e un certo atteggiamento del Papa non convergono ma al contrario tendono ad opporsi?

La conosce la storia del Rabbino di Roma convertitosi per l'amicizia che aveva con san Pio V prima che diventasse Papa? E conosciamo la storia di Zolli, Rabbino di Roma convertitosi grazie certamente anche all'amicizia che aveva con Pio XII. Giovanni Paolo II ha baciato il corano in pubblico, e dentro vi è scritto che Gesù non è il figlio di Dio e che la Trinità non esiste. Gli ebrei sono nostri fratelli maggiori, verissimo per certi aspetti testamentari, ma non per quelli sacramentali, a tal punto che a questo punto perché mai un ebreo dovrebbe convertirsi? Infatti Pio XII che ha vantato l'amicizia di un solo ebreo, questi si è convertito a Cristo; Giovanni Paolo II che ha vantato l'amicizia di centinaia di ebrei, nessuno di loro ha voluto riconoscere Cristo. Benedetto XVI, in tutti gli ultimi incontri con gli ebrei usa la politica corretta e tace su Gesù Cristo. E così, perché un protestante dovrebbe convertirsi ad accettare il Papa, se il Papa stesso lascia intendere che ognuno sta bene dove sta, basta che si rivolga a Cristo? Giustamente egli invita noi a non stancarci di portare Cristo nel mondo, ma se lui tace del Cristo quando incontra gli ebrei cosa dovremo pensare? Qualcuno una volta disse: la peggior forma di antisemitismo è quella di non portare Gesù, il Cristo, e la sua Parola tra gli Ebrei. È forse sbagliato?

Se nei pensieri che le ho condiviso vi leggesse qualche eresia, non l'attribuisca ad una influenza da me malamente interpretata perché leggo i suoi scritti; ciò sarebbe solo frutto della mia ignoranza su molte cose. Semmai i suoi scritti mi stanno aiutando a fare ordine a tanti pensieri che ultimamente si stanno affollando senza comunque mai intaccare la mia fede e il mio amore per la Chiesa e per il Papa, per i sacerdoti ai quali bacio le sacre e venerande mani, anche se non pochi le ritraggono, umiliandomi con rispostine ironiche, facendomi sentire ridicola, non pensando minimamente che bacio in loro le mani di Cristo; ma questo fa ardere ancora di più in me l'innamoramento alla santa Madre Chiesa.

Grazie per la paziente lettura, la ricorderò nel Rosario e continuerò a leggerla con filiale attenzione.

Caterina63


Sono io che devo ringraziare Caterina. Per il momento penso che non ci sia nulla da aggiungere; ma che ci sia solo da riflettere. Posso dire però che è a quelli come Caterina che appartiene il regno dei cieli.

giovedì 12 marzo 2009

Tradizione e tradizione

Oggi ci sarebbe da commentare la lettera che il Papa ha inviato ai Vescovi sulla revoca della scomunica ai quattro Vescovi lefebvriani. È stata già pubblicata in tedesco dal Frankfurter Allgemeine Zeitung e, in traduzione inglese, dal New Liturgical Movement. Sono d'accordo che l'informazione debba essere tempestiva, ma non condivido affatto questa corsa allo scoop, questa smania di sapere tutto e subito: ora non basta piú neppure essere informati "in tempo reale"; ora bisogna esserlo in anticipo. Oltre tutto, non mi sembra molto corretto commentare un testo che non è stato ancora pubblicato ufficialmente. E inoltre ogni commento richiede un minimo di riflessione. La lettera verrà pubblicata quest'oggi; avremo tempo di parlarne nei prossimi giorni.

Preferisco perciò tornare su una questione che era emersa nel post Chi ha paura del Vaticano II? (7 marzo 2009). Facevo riferimento a una interessante distinzione fatta da Giuseppe Ruggieri fra tradizione immediatamente precedente al Concilio e grande tradizione della Chiesa. Credo che sia una distinzione importante: non tutto il passato, semplicemente perché è passato, può essere considerato "tradizione". C'è tradizione e tradizione. Non dimentichiamo che, nella storia della Chiesa, le novità non sono state introdotte solo dal Vaticano II; anche in passato ci furono numerosi mutamenti e, guarda caso, quando essi non erano radicati nell'autentica tradizione ma erano stati introdotti unicamente per adattarsi ai tempi, si sono rivelati estremamente caduchi. Per cui, di tanto in tanto, c'è bisogno di fare un po' di "pulizia", di rimettere un po' d'ordine, di fare una valutazione e distinguere fra ciò che è imperituro e continua ad avere valore, e ciò che è caduco e può essere tranquillamente abbandonato. Da questo punto di vista, credo che il Concilio abbia avuto una sua utilità. C'era bisogno di accantonare certe supposte "tradizioni", ma non per interrompere la continuità della Chiesa, bensí per riallacciarsi alla "grande tradizione della Chiesa", che da quelle successive "tradizioni" poteva essere stata offuscata. Per esempio, uno dei grandi meriti del Vaticano II è stato quello di aver incoraggiato e favorito un ritorno alle "fonti". Ho potuto sperimentare personalmente questo nella mia formazione. Ho avuto la fortuna di ricevere una formazione tomistica alla scuola dei Domenicani, all'Angelicum, dove i miei professori non si sono accontentati di fare riferimento alla manualistica neoscolastica, ma ci hanno spronato a rivolgerci direttamente alla fonte, vale a dire alla Summa di san Tommaso.

Per approfondire questa distinzione, che mi sembra fondamentale, vorrei riportare la conclusione della mia tesi di laurea. Essa era dedicata a Il rosminianesimo nell'Ordine dei Barnabiti; fu difesa all'Università di Bologna il 21 marzo 1991 (relatrice la prof. Tina Manferdini). Fu pubblicata, in tre puntate, su Barnabiti Studi, nn. 7-9. Certo, per cogliere appieno il senso di tale conclusione, bisognerebbe prima aver letto le ottocento pagine della tesi (p. es., i personaggi citati appariranno ai piú dei semplici nomi: chiedo scusa), il tema è filosofico (ma con ricadute di carattere teologico), l'approccio potrebbe risultare un tantino specialistico (ma spero di aver usato un linguaggio comprensibile a tutti). Tuttavia credo che, se farete lo sforzo di leggere con attenzione il testo, potrete cogliere che cosa intendo per "tradizione". Buona lettura.


I BARNABITI E IL ROSMINIANESIMO

Scopo del Rosmini fu la restaurazione della filosofia. Il medesimo scopo si prefiggevano i Barnabiti suoi contemporanei. Questi avevano un motivo tutto particolare per perseguire quell’intento: nel Settecento, col cardinale Gerdil, il loro Ordine era stato depositario della tradizione filosofica cristiana. Probabilmente per questo motivo, perché eredi del Gerdil, i Barnabiti sentivano come loro dovere di dare il proprio contributo alla restaurazione della filosofia.

All’interno dell’Ordine due furono le tendenze che miravano a questo scopo. Alcuni pensarono che restaurare la filosofia significasse rimanere pedissequamente fedeli all’eredità gerdiliana e, semmai, tornare ai classici della filosofia cristiana, in particolare a sant’Agostino. È la posizione che abbiamo incontrato nel Milone, piú o meno condivisa e riproposta dal Vercellone. Il programma di questi pensatori non può non essere condiviso: di fronte alla divisione dei filosofi cattolici fra ontologisti e psicologi, essi lavorarono per la loro riconciliazione, da farsi sulla base della piú autentica tradizione filosofica cristiana, che vede i suoi maestri in san Tommaso e, soprattutto, in sant’Agostino. Un intento encomiabile, non c’è dubbio, ma totalmente astratto. Esso potrebbe essere definito una specie di “archeologismo filosofico”, che tentava di riproporre tale e quale una filosofia del passato, senza tener conto che nel frattempo il mondo era cambiato e la stessa filosofia aveva compiuto un lungo cammino. È vero che il Vercellone e il Milone (quest’ultimo però solo in un primo momento) vedevano nel Gioberti l’interprete autentico della tradizione a cui loro si rifacevano; ma proprio questo dimostra come un’apparente fedeltà esteriore alla tradizione possa rivelarsi prima o poi come il peggiore tradimento di essa. La tradizione è qualcosa di vivo, che deve continuamente adeguarsi ai tempi, magari anche arricchendosi di alcune “novità”, che poi in realtà tali non sono, essendo piuttosto lo sviluppo di germi già contenuti nella tradizione stessa.

Altri Barnabiti, senza per questo rinnegare le loro ascendenze gerdiliane, anzi inverandole, capirono che per essere fedeli a quell’eredità era necessario aprirsi a chi, nel loro secolo, era diventato il nuovo interprete della filosofia perenne, Antonio Rosmini. Con ciò essi si mostrarono continuatori di quella tradizione dell’Ordine, che aveva voluto i Barnabiti non aderenti ad alcuna scuola filosofica, ma aperti a qualsiasi novità, purché in essa vedessero riflesso un raggio della Verità. I Barnabiti lombardi, che ebbero il privilegio di conoscere il Rosmini, si accorsero che quell’uomo era stato scelto dalla Provvidenza per compiere l’opera del rinnovamento della filosofia, della società e della Chiesa. I Barnabiti videro nel Rosmini innanzitutto il Santo: innumerevoli sono le testimonianze al riguardo. In certa misura è vero per molti Barnabiti quel che il Semeria diceva a proposito del Piantoni: il «suo Rosminianesimo era fatto se non esclusivamente principalmente di una venerazione affettuosa per quell’uomo di Dio che fu Antonio Rosmini» (I miei ricordi oratorî). Ciò non toglie che i Barnabiti, almeno alcuni tra loro, scorsero nel Rosmini pure il Filosofo, e tra i filosofi quello che, solo, poteva rispondere alle loro attese di restaurazione della filosofia.

Se il rappresentante piú benemerito del rosminianesimo fra i Barnabiti è, senza dubbio, il Villoresi, che di esso fu non solo diffusore, ma, in certo senso, anche martire; colui che meglio di ogni altro si fece portavoce di questa adesione dei Barnabiti al rosminianesimo ci sembra essere il Tondini. La sua lettera all’Ateneo religioso di Torino è una specie di professione di fede nel rosminianesimo: «Le sue opere sono, a mio avviso, un vero tesoro per la Chiesa ... Iddio stesso s’incaricherà di svelare quali fini Egli si proponeva, dotando in tempo la sua Chiesa di una cosí stupenda enciclopedia filosofico-cattolica ... Rosmini è quello che meglio d’ogni altro ha compreso San Tommaso». Anche il Tondini, come i suoi confratelli Vercellone e Milone, si proponeva l’accordo tra i filosofi cattolici, ma era convinto che questo ideale si sarebbe potuto realizzare non con la costruzione di un sistema artificiale che mettesse d’accordo le opinioni di tutti, ma solo con l’adesione all’unico sistema che fosse, allo stesso tempo, vero e completo: e questo sistema rinvenne nel rosminianesimo.

Gli interventi pontifici, come bandirono il rosminianesimo dalla Chiesa, cosí misero a tacere le voci rosminiane fra i Barnabiti. Interrompendo al tutto la tradizione gerdiliana dell’Ordine, si pensò di potervi sostituire una nuova filosofia creata in laboratorio, il neotomismo. Anche in questo caso si trattava di una forma di “archeologismo filosofico”: ci si illudeva che la Chiesa potesse far fronte alle esigenze dei tempi nuovi riproponendo, tale e quale, una filosofia che era stata elaborata per rispondere ai bisogni del sec. XIII. Il frutto piú autorevole di questo tentativo fra i Barnabiti fu il Semeria: la sua formazione coincise con la restaurazione del tomismo nella Chiesa e nell’Ordine. Egli credette fermamente nella bontà di quel tentativo; ma proprio lui è per noi la prova migliore del fallimento di esso: il tomismo non gli forní gli strumenti per far fronte alle esigenze dei tempi nuovi, e di fronte al modernismo egli ci appare estremamente disorientato. Ben diverso fu l’atteggiamento del Gazzola, il quale, armato di una formazione rosminiana, seppe muoversi con maggiore sicurezza fra le acque agitate del modernismo. Emblematico ci sembra al riguardo il diverso atteggiamento dei due di fronte al giuramento antimodernistico. Ai tentennamenti intellettualistici del Semeria si oppone l’umile risolutezza del Gazzola: «Io lo posso prestare [il giuramento] senza alcuna difficoltà e ... le mie convinzioni religiose non hanno bisogno di cambiarsi per questo. Bisogna dire che il mio modernismo è sempre stato molto cattolico» (lettera del 21 settembre 1910). Il motivo di tale risolutezza lo troviamo spiegato in una lettera di un paio d’anni prima, quando si trattava di aderire al decreto Lamentabili e all’enciclica Pascendi: «[L’adesione] mi riesce tanto piú facile e spontanea in quanto che tutta la mia educazione intellettuale si è svolta in perfetta antitesi al soggettivismo filosofico e religioso che è l’anima del modernismo condannato» (lettera del 6 febbraio 1908).

È vero che anche il Semeria a un certo punto sentí l’esigenza di un adattamento del tomismo ai tempi nuovi: capí che non si trattava tanto di ripetere san Tommaso, ma di rifare ai nostri giorni ciò che san Tommaso aveva fatto ai suoi tempi. Parlò a questo proposito di “filosofia progressiva” (Scienza e fede), ma si trattava, anche in questo caso, solo di un progetto astratto, per di piú incapace di accorgersi che quel tentativo era stato già compiuto, e per di piú con successo. Il Semeria ebbe, nei confronti del rosminianesimo, un complesso di superiorità: pretendeva di giudicarlo senza aver fatto lo sforzo di comprenderlo. Pensava di poter distinguere, all’interno del rosminianesimo, le dottrine morali da quelle ideologiche, senza rendersi conto che quelle avevano in queste il loro fondamento. A un certo punto egli si accorse che alla sua formazione mancava qualcosa, quello che il Gazzola chiamò “l’anello di congiunzione tra il vecchio e il nuovo spirito” (lettera del 24 gennaio 1900); intuí, attraverso la morale rosminiana, che anche nell’ideologia rosminiana doveva esserci qualcosa di vero, ma non riuscí mai a fare il salto. E allora, quasi cercando di giustificarsi, tirò fuori la favola della “costituzione organica intellettuale” di ciascuno (Diario), senza rendersi conto che non era un caso se lui, che era stato formato al tomismo, si ritrovava tomista, mentre il Gazzola e il Ghignoni, che avevano ricevuto una formazione rosminiana, erano rosminiani.

Gli ulteriori interventi pontifici contro il modernismo spensero fra i Barnabiti ogni interesse non solo per il rosminianesimo, ma anche per la filosofia e gli studi in genere. Continuamente sospettati e accusati di eterodossia, essi preferirono riversare tutte le loro energie nel campo pastorale: il nostro secolo [XX sec.] è stato quello dell’apertura a nuove forme di apostolato e della fondazione di nuove case in ogni parte del mondo. Ciò però ha inevitabilmente comportato un notevole impoverimento culturale. Ciò riflette in qualche misura quanto è accaduto nella Chiesa, con la differenza che, se un Ordine religioso può anche per un certo periodo ripiegarsi sull’attività pastorale per non occuparsi di questioni dottrinali, la Chiesa non può permettersi questo lusso: essa deve essere sempre pronta a rispondere alle sfide che le vengono lanciate in ogni tempo. Nel secolo scorso [XIX sec.] il mondo stava cambiando; la Chiesa non era ancora pronta a confrontarsi con l’epoca moderna; ci fu chi, suscitato da Dio, la dotò degli strumenti necessari per affrontare il dialogo; ma essa preferí continuare ad usare i vecchi strumenti. Il modernismo ha dimostrato che ciò non era piú possibile. Si pensò allora di arginare il fenomeno con la repressione, ma non si diede una risposta alle istanze dei tempi nuovi. La forza però può avere effetto solo per un certo tempo: poi i problemi si ripresentano tali e quali e, se non si è ancora in grado di dare una risposta, allora non c’è piú nulla da fare; la forza non è piú utilizzabile. È quanto stiamo vivendo ai nostri giorni: i problemi posti dal modernismo all’inizio del secolo e allora messi a tacere con le censure, si sono ripresentati oggi. Ma neppure oggi la Chiesa si è mostrata pronta a dare una risposta: non ha ancora gli strumenti per poterlo fare, o meglio non vuole rassegnarsi a riconoscere che quegli strumenti le erano stati forniti “per tempo” (Tondini) dal Rosmini. Ed è cosí che, non potendo piú reagire né con la forza né con le idee, in molti casi la Chiesa, invece che rispondere al modernismo, lo ha supinamente accettato, con tutti i rischi che ciò comporta per la sua stessa esistenza. Manca alla Chiesa di oggi un pensiero “forte”, un sistema solido e oggettivo, che le permetta di muoversi con sicurezza nel mare delle opinioni che la sconvolgono.

Naturalmente neppure il rosminianesimo potrebbe oggi essere riproposto tale e quale. Di questo era già consapevole il Gazzola all’inizio del secolo. Non si può ripetere per il rosminianesimo l’errore fatto con l’agostinismo nel Medio Evo e col tomismo nel secolo scorso. Non sono, questi, sistemi chiusi e definitivi: essi sono solo l’espressione, nel loro tempo, della filosofia perenne. E la filosofia perenne, appunto perché tale, continua a vivere e ha bisogno di esprimersi in nuove forme, anche nel nostro tempo. Ma, come san Tommaso nel Medio Evo poté formulare la sua filosofia solo ricollegandosi con sant’Agostino e come il Rosmini elaborò il suo sistema prendendo le mosse da san Tommaso, cosí noi oggi non potremo ridar vita alla filosofia perenne se non a partire dal Rosmini. Agostino, Tommaso e Rosmini sono i tre giganti della filosofia cristiana; essi sono l’espressione del progressivo sviluppo della medesima tradizione filosofica.

I Barnabiti, che non hanno mai costituito una scuola, né mai si sono sentiti legati ad alcuna scuola altrui, ma in tutte hanno cercato la Verità, nel rosminianesimo hanno scorto l’ultima manifestazione della Verità e per questo lo hanno abbracciato con entusiasmo; ma, con la stessa libertà con cui hanno accolto il rosminianesimo, rimangono aperti a qualsiasi ulteriore rivelazione della medesima Verità.

mercoledì 11 marzo 2009

Rivolti al Signore

Se avete letto il mio post If only... (6 marzo 2009), dovreste aver chiara la mia posizione in materia liturgica. Se poi avete letto il mio articolo su Concilio e "spirito del Concilio" (contenuto nel primo post di questo blog), dovreste sapere che non escludo una eventuale "riforma della riforma" liturgica: ci sono numerosi dettagli che potrebbero essere rivisti, alcuni elementi dell'antica liturgia che potrebbero essere recuperati, nuovi elementi che potrebbero essere introdotti. Tutto è possibile: la liturgia è qualcosa di vivo che può evolversi (purché rimanendo in continuità con la tradizione). Ma ciò non significa che nella riforma liturgica, voluta dal Vaticano II e attuata dopo di esso, sia tutto da rigettare (la "riforma della riforma" con può trasformarsi in una sorta di "controriforma" liturgica). La maggior parte di quanto stabilito dalla riforma liturgica continua ad avere pieno valore; e questo perché non è frutto di improvvisazione, ma il risultato di un serio sforzo di rinnovamento. La maggior parte delle scelte operate dalla riforma liturgica sono storicamente, teologicamente e pastoralmente fondate. Le vigenti norme liturgiche sono assai equilibrate; per cui prima di procedere a una loro eventuale revisione, bisogna, a mio parere, pensarci molto bene. Il rischio, non remoto, è quello di gettare, con l'acqua, anche il bambino.

Mi sono venute in mente queste riflessioni dopo aver letto l'articolo di Mauro Gagliardi "La centralità del Crocifisso nella celebrazione liturgica", pubblicato su L'Osservatore Romano del 9-10 marzo (purtroppo non posso darvi il link, perché il quotidiano vaticano rimuove immediatamente dal web i suoi articoli, ma potete leggere l'articolo sui blog Papa Ratzinger [2] e Messainlatino.it). Mauro Gagliardi è uno dei nuovi consultori dell'Ufficio delle celebrazioni liturgiche del Sommo Pontefice. Nell'articolo citato ho l'impressione che egli voglia giustificare certe scelte recentemente compiute dall'Ufficio. Non so se vi siete accorti che da qualche tempo in qua l'altare su cui celebra il Papa è arredato in maniera diversa da come si usava precedentemente: sette candelieri posti sulla mensa dell'altare con al centro la croce. Si tratta praticamente della soluzione data a un problema che era stato sollevato negli ultimi anni, quello dell'orientamento della preghiera liturgica. Lo studio piú importante in materia è quello di Uwe Michael Lang, Rivolti al Signore (se ne veda una esauriente recensione qui). Non voglio entrare nella discussione aperta da tale opera, perché riconosco che si tratta di un problema reale, che va affrontato seriamente, e qui non è il luogo. Mi vorrei invece soffermare sulla soluzione a tale problema introdotta dalla nuova prassi dell'Ufficio delle cerimonie pontificie, una soluzione che era stata proposta dall'allora Card. Ratzinger nella sua Introduzione allo spirito della liturgia: "Non procedere a nuove trasformazioni, ma porre semplicemente la croce al centro dell'altare, verso la quale possano guardare insieme sacerdote e fedeli, per lasciarsi guidare in tal modo verso il Signore, che tutti insieme preghiamo". Mi permetto di esprimere qualche perplessità su tale soluzione.

Personalmente ritengo che la croce sia solo uno degli elementi iconografici della liturgia, certamente importante; ma, a mio modesto parere, non ne costituisce l'elemento centrale. Nella liturgia abbiamo una molteplicità di segni; la croce è uno di questi, ma certamente non il piú importante.

Il punto di partenza di ogni riflessione, che non vedo mai richiamato in queste discussioni, è l'assicurazione di Cristo: "Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lí sono io in mezzo a loro" (Mt 18:20). Questa è la cosa piú importante: la presenza di Cristo nella sua Chiesa. Quando la comunità si raduna, Cristo è in mezzo a loro; gli sguardi di tutti devono essere rivolti a lui. Naturalmente c'è bisogno di segni per riconoscere tale presenza. Il primo segno è la comunità stessa, la "Chiesa" in cui Cristo è presente. Altro segno importante è il sacerdote, il quale, non dimentichiamolo, non è un semplice animatore del culto (né tanto meno un "attore"), ma è ministro di Cristo, che agisce in persona Christi. Se poi cerchiamo l'elemento iconografico centrale, dobbiamo ricordare che, prima della croce, c'è l'altare: "L'altare è il centro dell'azione di grazie che si compie con l'Eucaristia ... Conviene che ci sia in ogni chiesa l'altare fisso che significa piú chiaramente e permanentemente Gesú Cristo, pietra viva" (Ordinamento generale del Messale Romano, nn. 296 & 298). Solitamente si pensa che il motivo per cui è stato disposto che l'altare sia staccato dalla parete è che in tal modo è resa possibile la celebrazione verso il popolo. Ma leggendo attentamente il n. 299 del citato Ordinamento, mi pare di capire che il motivo vero sia un altro: "L'altare sia collocato in modo da costituire realmente il centro verso il quale spontaneamente converga l'attenzione dei fedeli". Durante la lituriga tutti siamo rivolti al Signore, perché tutti siamo rivolti all'altare. È ovvio che dopo la consacrazione il segno per eccellenza diventa l'Eucaristia, il Corpo e il Sangue di Cristo deposti su quell'altare. E a quel punto l'attenzione di tutti, sacerdote e fedeli, deve essere concentrata su quel segno sacramentale.

In tale prospettiva mi sembra che la croce, pur rimanendo un elemento importante e ineliminabile, passi in secondo piano. Anzi, potrebbe costituire un ostacolo al convergere degli sguardi sull'Eucaristia. Sull'altare non dovrebbe esserci nulla al di fuori delle specie eucaristiche e tutti dovrebbero avere la possibilità di contemplarle. Se c'è un vantaggio della celebrazione versus populum, non è tanto quello che il celebrante e i fedeli possono guardarsi in faccia (a che pro?), ma proprio quello di permettere ai fedeli di contemplare il mistero che si realizza sull'altare (cosa impossibile sull'altare attaccato alla parete). A parte alcuni problemi pratici (l'effigie del Crocifisso a chi deve essere rivolta: al sacerdote o ai fedeli? Per favore non ritiriamo fuori certi crocifissi bifronti che erano apparsi all'inizio della riforma liturgica!), la presenza della croce e dei candelieri sull'altare, oltre a sminuire l'importanza dello stesso (certi pur meravigliosi altari barocchi sembravano diventati un semplice supporto di arredi sacri), rischia di occultare l'unico protagonista della Messa, Cristo Signore, realmente presente sotto le specie eucaristiche.

martedì 10 marzo 2009

I miei Vescovi

Un lettore bolognese, ex-alunno dei due collegi dove ho insegnato (la Querce di Firenze e il San Luigi di Bologna), si è rallegrato nel constatare la mia ammirazione per il Card. Giacomo Biffi, per vent'anni Arcivescovo della sua città (1984-2003). Beh, per me il Card. Biffi è sempre stato e continua a essere un importante punto di riferimento. È stato mio Vescovo durante i miei due soggiorni bolognesi (1985-89 e 1999-2000). Il caro ex-alunno, ritrovato dopo tanti anni grazie a Facebook, mi ha dato lo spunto per questo post sui "miei" Vescovi. In quasi trent'anni di sacerdozio, in fondo, ho avuto solo tre Vescovi (non considerando i Papi, anche loro miei Vescovi, perché Vescovi di Roma). E, devo dire, uno meglio dell'altro.

Il mio primo Vescovo è stato il Card. Silvano Piovanelli, Arcivescovo di Firenze dal 1983 al 2001. Un vero pastore: cordiale, affabile, attento verso tutti, sempre disponibile. Una volta riuscii ad arrivare nel suo studio inosservato, senza neppure passare attraverso il segretario. Pensate che ogni anno, nei giorni precedenti al Natale, veniva a celebrare la Messa per noi alla Querce. In una di quelle occasioni, appena nominato rettore, lo accolsi con un indirizzo di saluto un tantino impertinente, al termine del quale mi abbracciò pubblicamente: un vero padre! Passava per essere "di sinistra" (sappiamo il valore di tali etichette), ma era aperto a qualsiasi tipo di esperienza ecclesiale. Fu lui ad accogliere in diocesi l'Istituto di Cristo Re Sommo ed Eterno Sacerdote, affidando loro la Villa di Gricigliano. Mi incoraggiò ad aprire un gruppo di Scouts d'Europa, quando una cosa del genere appariva ai piú come una specie di scisma lefebvriano. Aveva chiesto che il nostro gruppo entrasse a far parte della Consulta dei laici, ma poi fu costretto a fare marcia indietro a causa dell'opposizione dell'AGESCI (lo capisco, poveretto: anche lui "teneva famiglia..."). Nonostante ciò, continuò sempre a sostenerci. Quando mi congedai da lui, nel 1999, mi ringraziò per la testimonianza di fedeltà alla Chiesa. Non poteva farmi complimento migliore.

Il mio secondo Vescovo è stato, appunto, il Card. Giacomo Biffi. Un tipo completamente diverso: molto piú riservato, apparentemente freddo, distaccato. Non era facile avere un appuntamento. Un grande teologo, un maestro, direi pure un "dottore". Era un piacere sentirlo parlare: durante le omelie (in genere molto brevi, ma incisive) si rimaneva lí a bocca aperta, non si perdeva una parola. Non si lasciava mai sfuggire l'occasione per una battuta. Con lui ebbi una volta un momento di tensione: volendo aprire anche a Bologna un gruppo di Scouts d'Europa, mi rivolsi a lui fiducioso (passava per essere "di destra"), ma ne ricevetti un secco no. "Vede, Padre — mi disse — voi religiosi oggi ci siete e domani siete da un'altra parte. Non si può iniziare un gruppo che rischierebbe poi di essere abbandonato". Aveva perfettamente ragione: di lí a poco fui trasferito.

Il mio attuale Vescovo è Mons. Luis Antonio Tagle, Vescovo di Imus. Non è ancora Cardinale, ma presto lo diventerà. È in pole position per la sede di Manila (dove il Card. Rosales ha già superato i 75 anni); ma non è escluso anche qualche incarico romano (da sacerdote è stato già membro della Commissione teologica internazionale, allora guidata da Ratzinger, e ora è membro del Consiglio permanente del Sinodo dei Vescovi). È uno dei teologi piú quotati in Asia (pare che sia lui l'estensore dell'esortazione apostolica post-sinodale Ecclesia in Asia); ma è pure un grande pastore: anche lui sempre disponibile e conteso da parrocchie e istituti. Deve farsi in quattro per attendere ai numerosi impegni a livello diocesano, nazionale e internazionale (lo scorso anno, per esempio, è passato dalla Giornata mondiale della gioventú in Australia al Congresso eucaristico internazionale in Canada al Sinodo dei Vescovi a Roma). Tutti lo vogliono e tutti gli vogliono un gran bene. Quando parla, anche lui è sempre molto profondo, brillante e spiritoso. Sfugge a certi canoni tradizionali (non l'ho mai visto in talare), ma non si può dubitare della sua ortodossia (ex-alunno dell'Ateneo de Manila, gli fu chiesto come mai non si fosse fatto gesuita; rispose: "Perché volevo essere un prete cattolico!").

E poi ci sono altri tre Vescovi, in questo caso miei confratelli, perché appartenenti al mio stesso Ordine religioso (i Barnabiti). Innanzi tutto il Servo di Dio Mons. Eliseo Coroli, Vescovo missionario in Brasile ("Prelato del Guamà"), fondatore delle Missionarie di Santa Teresina. È stato colui che mi ha ordinato diacono. Era davvero un santo! Il suo chiodo fisso era la gioia: volle che le sue suore facessero un quarto voto: l'apostolato della gioia. Un giorno fu ricevuto da Paolo VI; pochi giorni dopo il Papa pubblicò l'esortazione apostolica Gaudete in Domino, e dichiarò pubblicamente che gliela aveva ispirata un Vescovo missionario. Anche durante l'ordinazione diaconale, l'unica cosa che ci raccomandò, all'abbraccio di pace, fu di essere sempre portatori di gioia. Era di una semplicità e una povertà disarmanti. Il giorno dell'ordinazione, siccome portava sempre la sua umile veste nera barnabitica (anche sotto il sole equatoriale), pensammo bene di bardarlo a dovere con tutti i paramenti pontificali, e lui, con grande umiltà, ci lasciò fare. Ma ci sfuggí un particolare: durante l'omelia, seduto al faldistorio dinanzi all'altare, ci accorgemmo che non portava le scarpe, ma un semplice paio di sandali, dai quali risaltava un bel paio di calze nere... bucate. È in corso la sua causa di beatificazione. Speriamo di vederlo presto sugli altari.

Il Vescovo che mi ha ordinato sacerdote è stato invece Mons. Placido Cambiaghi, come si diceva allora, "Vescovo già di Novara" (guai a chi anteponeva quel "già" a "Vescovo"!). Era un grande uomo: dopo essere stato rettore alla Querce di Firenze e al Carlo Alberto di Moncalieri, era diventato maestro degli studenti e assistente generale e quindi nominato Vescovo, di Crema prima e poi di Novara. Purtroppo, nel 1971 era stato costretto a dare le dimissioni per motivi di salute; ma poi visse a lungo: morí nel 1987, quasi novantenne. Aveva una grande apertura mentale (quando divenne maestro degli studenti, volle che potessero frequentare le pontificie università romane, anziché la scuola interna di teologia). Magari era un po' burbero, ma aveva un cuore grande. Quando dovevo essere ordinato sacerdote, essendo da solo (i miei compagni sarebbero stati ordinati nei loro rispettivi paesi), pensai di chiedere di essere ordinato dal Papa, che aveva introdotto questa nuova prassi delle ordinazioni sacerdotali annuali. Ma poi, proprio quell'anno, il 13 maggio ci fu l'attentato. L'ordinazione era fissata per il mese di giugno. Si trattava di trovare un altro Vescovo. Mi rivolsi a lui. Se l'era già presa un po' perché l'anno precedente, per il diaconato, ci eravamo rivolti a Mons. Coroli. Ora, quando gli chiesi se poteva ordinarmi, mi rispose: "Ah, no, no. Cércati qualche altro Vescovo. Vai dal Card. Poletti o da chi vuoi". "Ma Eccellenza — risposi — io desideravo essere ordinato dal Papa, perché il Papa è il Papa. Ma dopo il Papa, per me c'è solo Lei" (ed era vero). "Beh, beh, se è cosí, allora..." Poi se la prese, perché sull'immaginetta sotto il nome non avevo scritto: "Sacerdote barnabita", ma, forse con un pizzico di civetteria, un semplice "prete" (per imitare il nostro fondatore Antonio Maria Zaccaria). Ebbene la sua omelia durante il rito di ordinazione fu in due punti: "sacerdote" e "barnabita"! I suoi preti gli volevano un bene immenso e gli rimasero affezionati fino alla fine.

Infine c'è Mons. Andrea Maria Erba, Vescovo emerito di Velletri-Segni, la diocesi di cui era titolare il Card. Joseph Ratzinger. Per questo, lo scorso 18 febbraio, nel ricevere il pellegrinaggio organizzato dai Barnabiti in occasione dell'Anno Paolino, Benedetto XVI ha detto: "Vedo il mio Vescovo di Velletri, Monsignor Erba, con cui per tanti anni ho condiviso l'esperienza pastorale di Velletri". Era stato proprio Mons. Erba, il giorno dell'insediamento, a giurare fedeltà al nuovo Pontefice a nome di tutto l'episcopato. Perché lo considero fra i miei Vescovi? Perché è stato per alcuni anni mio maestro di studentato, poi divenne parroco della mia parrocchia di origine (San Carlo ai Catinari); era parroco quando morí la mia mamma e quando si sposò mio fratello; da Vescovo battezzò le mie nipotine. Insomma uno "di casa". E "di casa" è stato, credo, con tutti i fedeli (preti, religiose e laici) della sua diocesi. Tutti gli volevano e continuano a volergli bene. Anche di lui ammiro l'apertura mentale: pronto ad accogliere e a valorizzare in diocesi qualsiasi esperienza spirituale, religiosa o pastorale.

Una caratteristica, questa, che ritrovo in tutti i "miei" Vescovi. Veri pastori, perché padri di tutti. Questi sono i Vescovi che mi piacciono. Oggi è molto comune ingabbiare le diocesi in piani pastorali astratti, scritti a tavolino; si impone a tutti di adeguarsi a tali piani e, se qualcuno non lo fa, resta escluso dalla comunione ecclesiale. Certi Vescovi, anziché servitori delle loro Chiese, ne appaiono piuttosto i padroni. Loro invece, i miei Vescovi, sono sempre stati attenti all'azione dello Spirito nella Chiesa, pronti a discernere e a riconoscere l'opera della grazia. Si sono sempre sforzati di seguire le parole dell'Apostolo: "Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie, esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono" (1 Ts 5:19-21).