venerdì 27 marzo 2009

"Come animali in uno zoo"

Le due lettere di Padre Musallam che pubblico in una mia traduzione italiana sono precedenti a quella pubblicata nel mio post del 16 marzo. Non aggiungono molto a quella lettera, scritta a "conflitto" concluso, impressionante per la sua drammaticità; ma voglio ugualmente riportarle come testimonianza diretta del massacro che si è consumato a Gaza fra l'indifferenza del mondo (almeno di quello ufficiale).


1. Lettera del 12 gennaio 2009

Dalla Chiesa di Dio in Gaza
Ai carissimi Santi in Palestina e nel mondo

La grazia del Signore nostro Gesú Cristo, l'amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo sia con tutti voi.

Dalla valle di lacrime, da Gaza che sta affondando nel suo sangue, il sangue che ha strozzato la gioia nel cuore di un milione e mezzo di abitanti, vi mando questo messaggio di fede e di speranza. Ma il messaggio di amore è imprigionato, soffocato nella nostra gola di cristiani; noi non ci azzardiamo neppure a dirlo a noi stessi. I sacerdoti della Chiesa oggi innalzano la speranza come uno stendardo, perché Dio abbia misericordia e compassione di noi e conservi un resto per sé a Gaza, cosí che la luce di Cristo, che fu accesa dal diacono Filippo agli inizi della Chiesa, non sia estinta e continui a risplendere a Gaza. Possa la compassione di Cristo ravvivare il nostro amore per Dio, anche se è al momento in "cura intensiva".

Vi annuncio, con cuore di padre e di sacerdote, la morte di un'alunna della nostra scuola della Sacra Famiglia, la cara Christine Wadi al-Turk, la prima cristiana a morire nella guerra. Christine era nella decima classe della nostra scuola, ed è morta questa mattina, venerdí 2 gennaio 2009, a seguito della paura e del freddo. Le finestre nella sua casa erano aperte per proteggere i bambini dai frammenti di vetro e dai proiettili che passano sopra di essa. Il bombardamento che ha colpito la casa dei suoi vicini le ha fatto tremare tutto il corpo per il terrore. Non poteva sopportare tutto questo, per cui noi siamo andati a lamentarci col suo Creatore della sua situazione e chiedere una casa e un rifugio dove non ci sia pianto, grida o gemiti, ma gioia e felicità.

Fratelli e sorelle in Cristo Gesú,

Ciò che vedete alla televisione e ciò che sentite non è tutta la dura realtà sperimentata dal nostro popolo a Gaza. La televisione e la radio non possono trasmettere tutta la verità, a causa della sua vastità nella nostra terra. L'amaro assedio a Gaza è diventato un uragano che cresce di ora in ora, fino a diventare un crimine di guerra, un crimine contro l'umanità. Se il popolo di Gaza presenta la sua tragedia al tribunale della coscienza di ogni uomo di buona volontà, il futuro è il tempo del giusto tribunale di Dio.

I bambini di Gaza e i loro genitori dormono nei corridoi delle loro case, se ne hanno, o nei gabinetti e nei bagni per la loro protezione. Tremano di paura a ogni voce, movimento e bombardamento e agli attacchi degli F-16. È vero che questi aerei nella maggior parte dei loro voli finora hanno preso di mira le sedi centrali del governo e di Hamas, ma queste sedi sono vicine alle case della gente, non sono piú distanti di 6 metri, che è la distanza legale fra gli edifici. Perciò le case della gente sono state gravemente danneggiate e molti bambini sono morti a causa di questo. I nostri bambini vivono in una condizione di trauma e di paura. Sono malati per questo e per altre ragioni come la mancanza di cibo, la malnutrizione, la povertà e il freddo...

Per quanto riguarda le tragedie che stanno accadendo agli ospedali, potete dire quel che volete. Questi ospedali non avevano il pronto soccorso di base prima della guerra e ora migliaia di feriti e di malati si riversano negli ospedali, e loro fanno le operazioni nei corridoi. Molti di loro vengono mandati a Rafah al di là della frontiera con l'Egitto, quelli che attraversano la frontiera possono non tornare, perché muoiono lungo la strada e la situazione della gente negli ospedali è spaventosa e triste, isterica.

Vorrei raccontarvi una storia successa in ospedale alla famiglia Abdel Latif. Uno dei suoi figli era scomparso durante il primo bombardamento e la sua famiglia lo cercò, ma non lo trovò nei primi due giorni di guerra. Il terzo giorno, mentre la famiglia stava camminando intorno all'ospedale, si imbatterono nella famiglia Jaradah che circondava uno dei figli feriti, che era sfigurato. A questo giovane ferito era stata amputata una delle gambe; la sua faccia era sfigurata, non a causa del bombardamento aereo, ma perché del vetro gli era caduto addosso mentre stava in ospedale, dopo che gli aerei avevano bombardato parte di esso. La famiglia Abdel Latif si avvicinò alla famiglia Jaradah per consolarla, e quando si avvicinarono all'uomo ferito, il Sig. Abdel Latif scoprí che era suo figlio e non il figlio della famiglia Jaradah. Ne nacque un diverbio tra le due famiglie; aspettarono che il ferito si svegliasse e dicesse il suo nome e cosí la famiglia Abdel Latif se lo riprese...

Concludo la mia lettera a voi offrendo la nostra sofferenza a Dio e a voi. La nostra gente a Gaza è trattata come animali in uno zoo: mangiano ma rimangono affamati; piangono, ma nessuno asciuga le loro lacrime. Non c'è acqua, elettricità, cibo, ma solo paura, terrore ed embargo... Ieri al forno non hanno voluto darmi il pane. Il motivo: il fornaio si è rifiutato di nutrirmi con farina che non è degna di esseri umani, per non mancare di rispetto al mio sacerdozio. La farina buona era finita, e la farina che aveva non era comestibile. Ho dichiarato che non mangerò pane per tutta la durata di questa guerra.

Desideriamo che voi innalziate continuamente le vostre preghiere a Dio, e che non celebriate una messa o altra funzione senza ricordare a Dio le sofferenze di Gaza. Mando SMS biblici ai nostri parrocchiani per ravvivare la speranza nei loro cuori. Abbiamo deciso tutti di pregare all'inizio di ogni ora: "Signore della pace, riversa pace su di noi; Signore della pace, concedi la pace alla nostra terra. Abbi pietà, Signore, del tuo popolo e non tenerci nell'inimicizia per sempre". Ora alzatevi in piedi con noi e cantate questa preghiera con noi.

Le vostre preghiere con noi muovono tutto il mondo e insegnano che qualsiasi amore a cui è impedito di raggiungere i fratelli e le sorelle di Gaza non è l'amore di Cristo e della Chiesa. L'amore di Cristo e della Chiesa non conosce barriere politiche e sociali, guerre, ecc. Quando il vostro amore ci raggiunge, ci fa sentire che noi, a Gaza, siamo parte integrale della Santa Chiesa Cattolica e Apostolica, e i nostri fratelli e sorelle musulmani in mezzo a noi sono il nostro popolo e il nostro destino; noi abbiamo ciò che loro hanno e noi soffriamo come soffrono loro; noi tutti siamo il popolo della Palestina.

In mezzo a tutto ciò, la gente di Gaza rigetta la guerra come strumento per raggiungere la pace e conferma che la strada per la pace è la pace. Noi di Gaza siamo tenaci e abbiamo ardimento negli occhi: "Fra la schiavitú e la morte, non abbiamo scelta". Vogliamo vivere per lodare il Signore in Palestina e testimoniare Cristo, vogliamo vivere per la Palestina, non morire per essa; ma se la morte ci viene imposta, moriremo con onore, coraggio e forza.

Ci uniamo a voi nelle vostre preghiere, perché Cristo ci dia la sua vera pace; perché il lupo dimori insieme con l'agnello, la pantera si sdrai accanto al capretto, il vitello e il leoncello pascolino insieme e un fanciullo li guidi (Is 11:6).

La pace di Cristo, quella pace alla quale siete chiamati per essere un solo corpo sia con tutti voi e vi protegga. Amen.

Vostro fratello,
Padre Manuel Musallam
Sacerdote della Chiesa Cattolica di Gaza


2. Lettera del 20 gennaio 2009

Dalla Chiesa di Dio in Gaza
Ai santi e fedeli fratelli in Cristo

Pace e benedizione su di voi, che pregate di sradicare la rabbia umana e ricoprire Gaza della sua misericordia e bontà.

Gaza soffriva prima della guerra
Gaza soffre per la guerra
Gaza ha incominciato a soffrire dopo la guerra

Centinaia di famiglie piangono amaramente; le loro case sono state demolite e rase al suolo.
Centinaia di famiglie hanno perso i loro risparmi, sia in denaro sia in mobilio.
Centinaia di ricche famiglie hanno perso i loro aranceti e le loro proprietà e sono diventate povere e senza casa.
Centinaia di contadini alle prime armi hanno perso i soldi destinati al loro sostentamento.

Gaza è una città non di mille martiri, ma di un milione e mezzo di martiri. La gente che è stata uccisa riposa, ma i sopravvissuti vivranno una vita quotidiana da martiri per un lungo periodo. Coloro che hanno ricevuto gravi e dolorose ferite condurranno insieme con le loro famiglie una vita da martiri. Essi vivono il tempo delle persecuzioni, che la Chiesa ha vissuto alle sue origini. Le prossime generazioni dovrebbero raccontare questa storia, perché sia una testimonianza di fede, speranza e amore per loro.

Centinai di famiglie sono fuggite alle scuole UNRWA [l'agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, N.d.T.]. Da cinquanta a sessanta persone sono state messe in un'aula. Ahimè! Hanno perso l'umanità e l'educazione; non c'era elettricità, acqua, letti e coperte, né cibo. I bambini bagnavano il letto e non c'era acqua per lavare i loro vestiti e il loro letto. Non c'è pulizia, se non c'è acqua per lavare. Quante persone si sono bruciate per le bombe al fosforo e ancora soffrono!

Gli aiuti non sono ancora arrivati alla Chiesa, forse li hanno avuti la Croce Rossa e l'UNRWA. Ma chi può raggiungere quei magazzini? Come possono quegli aiuti arrivare nelle nostre case? Noi aspettiamo l'aiuto di Dio. Eppure ci rendiamo conto che il mondo intero in generale e la Chiesa in particolare chiedono di salvare Gaza. E le vostre preghiere saranno la nostra scialuppa di salvataggio.

Una famiglia di un'ex-insegnante è scappata alla nostra scuola. Lei è venuta insieme con il marito e i loro quattro figli. Suo marito era stato colpito dalle schegge di una bomba e, di conseguenza, gli erano state tagliate le gambe. Quando le ho dato un bicchier d'acqua per fermarle le lacrime, ha giurato su Dio che non beveva acqua da quattro giorni. Quando beve acqua salata, la sputa fuori. Cercava di avere acqua calda anche se era salata per fare il latte per il suo bambino poppante.

Quanti sedativi sono necessari per tutta questa gente, le cui case sono state rase al suolo? Essi vivranno una vita disumana per molti anni. Quanti centri per disabili bisogna costruire? Quante scuole per bambini feriti, che sono rimasti menomati e hanno sofferto traumi, dovranno essere edificate? E chi si prenderà cura di questi bambini? Quanti centri per audiolesi, che sono rimasti menomati dagli F-16 e dalle bombe, bisognerà provvedere? Quanti orfanotrofi occorrerà costruire? E le giovani vedove?

Entrambe le nostre scuole a Remal e a Zaitoon aiutano la gente a prendere l'acqua dal pozzo artesiano che fu scavato grazie a un finanziamento dei Cavalieri del Santo Sepolcro in Austria. I vicini della scuola usano l'acqua per bere e lavarsi. Inoltre, il generatore della nostra scuola dà la possibilità alla gente di fare il pane, giacché non possono procurarselo da forni lontani. Noi forniamo l'elettricità alla vicina panetteria. "Il parroco è diventato fornaio", dice la gente. Sí, lo sono diventato per attirare la gente a Gesú.

La Chiesa ha perso un giovane cattolico ventiseienne di nome Naseem Saba; i caccia israeliani lo hanno preso di mira e ucciso a Natale, il 7 gennaio 2009. Il giorno prima che fosse assassinato, i caccia israeliani gli avevano distrutto la casa, dove viveva la sua famiglia e tre zii.

Il nostro scopo è la cessazione della presente guerra. Il mondo deve trovare una soluzione per la causa del popolo palestinese e non può accettare che i palestinesi tornino a quando l'ingiusto assedio di Gaza è cominciato. Inoltre, i confini d'Israele devono essere definiti, e l'occupazione, cominciata 60 anni fa, deve finire.

Inoltre, la questione dei rifugiati palestinesi deve essere risolta secondo il diritto di ritorno, e Gerusalemme Est deve essere la capitale dello Stato palestinese. Il Muro dell'Apartheid deve essere raso al suolo, valichi di frontiera devono essere aperti, i prigionieri palestinesi devono essere liberati, e tutti gli insediamenti devo essere eliminati e restituiti ai palestinesi.

Dovreste sapere che se il mondo riconosce i nostri diritti, ci sarebbe sicuramente pace in Medio Oriente. La pace è possibile solo se essa abbraccia la giustizia.

Sia la pace del mondo come il buon pastore che chiama la pecorella smarrita, cioè la giustizia persa nelle ore buie che stiamo attraversando, per portarci sulle vostre spalle e riportarci all'ovile del mondo civile, moderno e buono.

Grazie, care famiglie, dovunque siate, per le vostre continue preghiere e i vostri aiuti, che ci arriveranno presto, speriamo. Da Gaza, da tutta Gaza, ringraziamo Sua Santità il Papa Benedetto XVI, per le sue prese di posizione, che invocano la pace e sono di buon auspicio per il nostro paese nel Medio Oriente. Lo ringraziamo pure per la sua generosità nel sostenere i poveri. Ringraziamo poi tutti i Vescovi, i sacerdoti, i parroci, i religiosi e le religiose del mondo per il loro ricordo nella preghiera.

A nome di tutta Gaza, mi unisco alle vostre voci e dico al mondo:

"D'ora innanzi nessuno mi procuri fastidi: difatti io porto le stigmate di Gesú nel mio corpo. La grazia del Signore nostro Gesú Cristo sia con il vostro spirito, fratelli. Amen" (Gal 6:17-18)

Vostro,
Padre Manuel Musallam
Parroco della Chiesa cattolica di Gaza

giovedì 26 marzo 2009

Grammatica e teologia

Se ricordate, sabato scorso, nel mio post Unum collegium, affermavo di non aver alcun problema a emettere la professione di fede, secondo la formula approvata dalla Santa Sede. Dopo un ulteriore confronto col mio interlocutore sacerdote, devo riconoscere che non ha poi tutti i torti. Non perché non sia vero che il Collegio dei Vescovi in comunione col Papa sia soggetto di suprema autorità nella Chiesa; ma perché la formulazione dell'ultimo comma della suddetta professione di fede non è cosí rigorosa come dovrebbe essere. Essa recita: "Aderisco inoltre con religioso ossequio della volontà e dell'intelletto agli insegnamenti che il Romano Pontefice o il Collegio episcopale propongono quando esercitano il loro magistero autentico, sebbene non intendano proclamarli con atto definitivo". Il problema sta nella congiunzione disgiuntiva "o", che connette il Romano Pontefice al Collegio episcopale. In grammatica, le congiunzioni disgiuntive esprimono un'opposizione, un'alternativa: sembrerebbe quasi che il Collegio episcopale possa proporre degli insegnamenti indipendentemente dal Romano Pontefice o addirittura in opposizione a lui. Per quanto mi risulta, questa non è la dottrina cattolica, ma l'eresia conciliarista.

Il testo originale latino non è di grande aiuto a risolvere la questione: "Insuper religioso voluntatis et intellectus obsequio doctrinis adhæreo quas sive Romanus Pontifex sive Collegium Episcoporum enuntiant cum magisterium authenticum exercent etsi non definitivo actu easdem proclamare intendant". Come si può vedere, si usa la congiunzione ripetuta "sive... sive...". Non sono un latinista; ma, per quel poco che ne so, anche in latino tale doppia congiunzione ha un valore disgiuntivo: "o... o...".

Non elimina i dubbi neppure la "Nota dottrinale illustrativa della formula conclusiva della Professione di fede", pubblicata dalla Congregazione per la dottrina della fede il 29 giugno 1998. Anche lí, al n. 10, si usa la congiunzione disgiuntiva "o" (in latino, questa volta, "seu").

Assai illuminante, invece, si rivela la "Nota previa" alla Costituzione dogmatica sulla Chiesa (quella nota voluta da Paolo VI, quando si rese conto delle ambiguità contenute nella Lumen gentium, e che gli alienò le simpatie della lobby progressista): "Il Collegio necessariamente e sempre cointende il suo Capo, il quale nel Collegio conserva integro l'incarico di Vicario di Cristo e Pastore della Chiesa universale. In altre parole, la distinzione non è tra il Romano Pontefice e i Vescovi considerati nel loro insieme, ma tra il Romano Pontefice separatamente e il Romano Pontefice insieme con i Vescovi. Ma siccome il Romano Pontefice è il Capo del Collegio, può da solo fare alcuni atti, che non competono in nessun modo ai Vescovi, come convocare e dirigere il Collegio, approvare le norme di azione, ecc." (n. 3).

Pertanto, se proprio vogliamo essere pignoli, nella formulazione della professione di fede dovremmo dire: "Aderisco inoltre con religioso ossequio della volontà e dell'intelletto agli insegnamenti che o il Romano Pontefice separatamente o il Romano Pontefice insieme con i Vescovi propongono quando esercitano il loro magistero autentico, sebbene non intendano proclamarli con atto definitivo". Capisco che possa risultare una formulazione un tantino goffa e ridondante. Forse una formulazione piú semplice, ma rispettosa della "Nota previa", potrebbe essere: "Aderisco inoltre con religioso ossequio della volontà e dell'intelletto agli insegnamenti che il Romano Pontefice, individualmente o insieme con i Vescovi, propone quando esercita il suo magistero autentico, sebbene non intenda proclamarli con atto definitivo". In latino: "Insuper religioso voluntatis et intellectus obsequio doctrinis adhæreo quas Romanus Pontifex, sive seorsim sive simul cum Episcopis, enuntiat cum magisterium authenticum exercet etsi non definitivo actu easdem proclamare intendat".

A qualcuno potrebbe sembrare una questione di lana caprina; personalmente la trovo una questione importante: si tratta di evitare ogni possibile ambiguità nella professione della fede cattolica.

mercoledì 25 marzo 2009

Quel giorno, in cielo

Un giorno il Padre decise di convocare il consiglio di famiglia, e disse al Figlio e allo Spirito Santo: "Ho compassione dell'umanità che ho creato, meglio, che abbiamo creato (dal momento che noi decidiamo sempre tutto insieme e facciamo tutto insieme). Li abbiamo creati a nostra immagine e somiglianza perché potessero vivere in comunione con noi; ma loro hanno preferito allontanarsi da noi e vivere per conto loro. Ma io non posso vivere senza le mie creature, senza i miei figli. Allora, chi si offre ad andare sulla terra, per cercarli e riportarli a casa? Li voglio salvi, qui con me. Ho mandato a loro i miei servi, i profeti, ma loro non li hanno ascoltati. Ma, nonostante ciò, non mi rassegno. Ho un'idea: uno di noi dovrebbe diventare uno di loro, cosí che, vedendolo simile a loro, possano provare nostalgia. Se siete d'accordo, ho già preparato un corpo".

Il Figlio rispose: "Padre, io sono tuo Figlio, come loro; essi sono miei fratelli. Quando li hai creati, tu guardavi a me; per cui dovrebbero riconoscermi. Sono pronto a tutto; se c'è bisogno, sono disposto anche a dare la vita per loro. Ecco, io vengo per fare la tua volontà".

Poi intervenne lo Spirito Santo: "Non preoccuparti, non starò a guardare; farò la mia parte. Stenderò la mia ombra sulla donna che hai scelto come sua madre, perché possa concepirlo e darlo alla luce. Dopo la sua nascita, non lo lascerò mai solo; starò sempre con lui, in modo che possa compiere la sua missione. Quando poi l'umanità sarà stata ritrovata, sono disposto a rimanere sempre con loro. Per quanto mi riguarda, va bene; possiamo cominciare".

E il Verbo si fece carne, e venne ad abitare in mezzo a noi.


(tratto da iPaul, Newsletter del "Saint Paul Scholasticate", Natale 2006)

martedì 24 marzo 2009

Dalla parte del Vescovo brasiliano

Ieri Sandro Magister ha pubblicato sul sito www.chiesa un articolo dal titolo Mine vaganti. In Africa il preservativo, in Brasile l'aborto. Dopo aver riferito dell'ormai arcinota questione del profilattico, Magister si sofferma su un'altra questione, che rischia di essere ancor piú dannosa per la Chiesa: la questione della bambina brasiliana di nove anni costretta ad abortire due gemelli dopo essere stata ripetutamente violentata dal patrigno. Come ricorderete l'Arcivescovo di Olinda e Recife (la diocesi dove è avvenuto l'aborto), Dom José Cardoso Sobrinho, aveva richiamato la vigente legge ecclesiastica in materia d'aborto (il can. 1398, che prevede la scomunica latæ sententiæ per chi procura l'aborto ottenendone l'effetto), precisando che, nella fattispecie, la scomunica riguardava i medici e non la bambina. Alcuni giorni dopo, su L'Osservatore Romano, appariva un duro articolo dal titolo Dalla parte della bambina brasiliana, firmato dall'Arcivesco Rino Fisichella, Presidente della Pontifica Accademia per la vita, che praticamente sconfessava l'operato dell'Arcivescovo di Olinda e Recife. Il giorno dopo la pubblicazione dell'articolo, sul sito dell'Arcidiocesi brasiliana, venivano diffuse alcune "Chiarificazioni", sottoscritte dal Vicario generale, dal Cancelliere, dal Rettore del seminario e dall'Avvocato dell'Arcidiocesi, oltre che dal Parroco di Alagoinha (in un'altra diocesi), luogo di origine della bambina. Con tali "Chiarificazioni" si respingevano veementemente le critiche vaticane.

Beh, se devo essere sincero, trovo tutta la questione particolarmente inquietante. Un altro scivolone. Per fortuna, in questo caso non vi è coinvolto il Santo Padre; ma in ogni caso, L'Osservatore Romano non è un bolletino parrocchiale e la Pontifica Accademia della vita è un organismo della Curia Romana: non è molto edificante assistere a una diatriba fra un'Arcidiocesi e la Santa Sede. Non voglio entrare nel merito della questione (anche perché riconosco che si tratta di una questione assai complessa e delicata, e non ho alcuna competenza in materia); voglio solo soffermarmi sulla forma, sulla procedura che è stata seguita. Ebbene, secondo me, certe cose non dovrebbero proprio succedere. Come è possibile che dal giornale della Santa Sede partano strali contro un Arcivescovo, senza che neppure si sia tentato di contattarlo per un chiarimento? Bene han fatto i collaboratori di quell'Arcivescovo (si noti la classe: non lui direttamente!) a rintuzzare l'attacco: "L'autore si è arrogato il diritto di parlare di ciò che non conosceva, senza fare lo sforzo di conversare previamente in modo fraterno ed evangelico con l'Arcivescovo, e per questo atto imprudente sta causando una grande confusione tra i fedeli cattolici del Brasile. Invece di consultare il suo fratello nell'episcopato, ha preferito dar credito alla nostra stampa molto spesso anticlericale". Mons. Fisichella aveva accusato Dom José di precipitazione; a quanto pare, l'unico ad essere stato precipitoso è stato proprio il Presidente dell'Accademia della vita.

In simili situazioni, bisogna essere molto cauti. Ci sono dei criteri generali che non possono essere "sbrigativamente" disattesi.

1. In linea di massima, bisogna dare credito a coloro che sono direttamente coinvolti in una vicenda. Il "principio di sussidiarietà" proibisce all'autorità superiore di interferire nelle decisioni dell'autorità inferiore, se non ci sono motivi sufficienti per farlo. La ragione è semplice: solo chi è sul posto conosce bene la situazione e quindi sa come è meglio comportarsi in quelle determinate circostanze. Certo, può sbagliare (come tutti, del resto), ma gli va data fiducia.

2. In qualsiasi cosa esiste una procedura che deve essere rispettata. Se proprio ci fosse qualcosa di grave, prima di redarguire pubblicamente, sarebbe opportuno richiamare privatamente. Anche perché, non mi risulta che in altri casi recenti, meritevoli di ben piú decisi interventi, si sia seguita questa strada. Perché? Forse perché in quei casi si trattava di Vescovi europei e in questo caso di un Vescovo del "terzo mondo"?

3. È molto pericoloso censurare un Vescovo in questo modo: significa praticamente "delegittimarlo". Giustamente le "Chiarificazioni" fanno notare che l'intervento romano sta causando una grande confusione fra i cattolici brasiliani. Quale sarebbe poi la colpa dell'Arcivescovo di Olinda e Recife? Quella di aver richiamato l'insegnamento e la legge della Chiesa. Si badi bene: la sua colpa è solo quella di aver richiamato: Dom José non ha scomunicato nessuno; ha solo detto che in certi casi, gli adulti (non i bambini) incorrono nella scomunica.

4. Stiamo attenti a dare piú credito ai media, piuttosto che ai nostri fratelli che combattono in prima linea. Noi ci illudiamo di conoscere la realtà, perché leggiamo i giornali o guardiamo la televisione; ma non ci accorgiamo che quella è una realtà puramente virtuale. Solo chi è testimone diretto, sa come stanno veramente le cose.

5. Stiamo pure attenti a non voler a tutti i costi apparire premurosi, comprensivi, umani. Questi atteggiamenti sono importanti, ma devono sempre essere coniugati con il rispetto della verità. Se essi sono dettati dal desiderio di apparire à la page, compiacere i media o attirarci la simpatia delle masse, quegli atteggiamenti diventano una caricatura e finiscono per ottenere l'effetto contrario.

lunedì 23 marzo 2009

I teologi del profilattico

Non vorrei cadere in due trappole: la prima è quella di continuare a parlare di condom. Questo è esattamente ciò che vogliono i nemici della Chiesa, i quali prima ci trascinano sul loro terreno, per poi attaccarci piú facilmente. È molto importante non stare al loro gioco; non perché sia proibito parlare di preservativi; ma perché se ne deve parlare quando lo vogliamo noi, non quando lo vogliono loro. Ne possiamo parlare in un contesto di serio confronto scientifico e di onesta riflessione morale; non in un contesto di polemica prevenuta e superficiale. Anche perché — ed è esattamente ciò che vogliono lorsignori — il tempo che noi dedichiamo alle totalmente inutili diatribe sul profilattico è tutto tempo rubato all'annuncio di Cristo, che solo può salvare l'uomo. Anche dall'AIDS. È proprio questo che li terrorizza: che Cristo sia annunziato e possa conquistare le anime.

La seconda trappola è quella di continuare a dare importanza a certi personaggi, che non sono degni di alcuna considerazione. Hans Küng ha rilasciato la sua ennesima intervista (deve pur dimostrare di esserci!) a Periodista Digital; potete trovarne una parziale traduzione italiana sul blog Messainlatino.it. È ovvio che, se noi continuiamo a leggere e commentare i suoi interventi, lui penserà di essere davvero un profeta. C'è il rischio di fare da grancassa ai suoi vaneggiamenti. Perciò, meglio ignorarlo. Ma siccome il sullodato teologo, per l'occasione improvvisatosi oracolo, dice corbellerie, bisogna pure che qualcuno lo smentisca. Il problema del giorno è la condanna del presevativo come mezzo per combattere l'AIDS in Africa.

"Le duole specialmente per le conseguenze che questo moralismo intollerante può avere nel continente nero?
Sí. Mi dà moltissimo dolore constatare che la Storia giudicherà entrambi i Papi [Woytila e Ratzinger] come due dei maggiori responsabili della propagazione dell’AIDS, specie in paesi con grandi maggioranze o minoranze cattoliche, come nel caso dell’Africa. È sommamente ipocrita condannare i preservativi in regioni come quelle africane con alto rischio di AIDS e, al tempo stesso, chiedere di proteggere i poveri dalle malattie piú nocive".

Ripeto, non voglio entrare nella polemica. Voglio solo far notare che non è affatto vero che nei paesi a grande maggioranza cattolica l'AIDS è piú diffuso. Un esempio? Le Filippine. Nel paese dove vivo, a stragrande maggioranza cattolico, l'AIDS praticamente non esiste. Le statistche dell'UNAIDS dicono che qui ci sono 8300 casi di malati di AIDS (sí, avete letto bene, non manca nessuno zero: otto-mila-tre-cento), su una popolazione di oltre 90 milioni di abitanti. Provate voi stessi a fare la percentuale, e confrontatela con quella di altri paesi non-cattolici (tanto per rimanere nei paraggi, con la Thailandia) o con quella di paesi piú "civilizzati" dove è comune il ricorso al profilattico. Come mai? I Filippini sono tanti sanluigigonzaga e santemariegoretti tutti casa-e-chiesa? Ho i miei dubbi. Allora significa che fanno un uso massiccio di condom! Volete sapere che cosa ne pensano? Se non vi scandalizzate, dicono: "È come mangiare una caramella incartata". Non ne vogliono proprio sapere. I soliti poteri forti stanno facendo di tutto per convincere i filippini a fare uso di preservativi: prima con una campagna di terrorismo psicologico per convincerli dei rischi a cui vanno incontro (nonostante che l'evidenza dei fatti dimostri il contrario); ora con la discussione in Congresso di un Reproductive Health Bill che, se trasformato in legge, permetterà il libero accesso ai diversi tipi di contraccezione (si tenga presente che nelle Filippine non sono stati ancora legalizzati né il divorzio né l'aborto). L'unica spiegazione sta nel fatto che, pur non essendo un popolo di costumi illibati, i filippini, in grande maggioranza, seguono ancora madre natura (Dio li benedica; sono tra i pochi che continuano a far figli!) e cercano di evitare comportamenti a rischio. Senza bisogno di condom.

domenica 22 marzo 2009

IV domenica di Quaresima ("Laetare")

Domenica scorsa eravamo invitati a volgere lo sguardo al Signore ("Oculi mei ad Dominum"); oggi siamo invitati a gioire ("Laetare, Jerusalem"). Perché dovremmo rallegrarci nel bel mezzo della Quaresima, quando un contegno, se non di mestizia, perlomeno di gravità sembrerebbe molto piú confacente? Troviamo la risposta a questa domanda nel Vangelo:

"Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, cosí bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna" (Gv 3:14-15).

Gesú si sta referendo all'episodio del deserto, quando gli Israeliti furono puniti per la loro infedeltà con l'invio di serpenti velenosi: l'unica salvezza per loro stava nel volgere lo sguardo al serpente di rame posto in cima a un'asta (= "innalzato") da Mosè (Nm 21:4-9). Gesú vede in quell'episodio la prefigurazione di un altro "innalzamento", la sua "esaltazione" sulla croce. Anche in questo caso bisognerà volgere lo sguardo a lui (= "credere in lui") per ottenere la salvezza.

Ecco ciò di cui dobbiamo rallegrarci: della croce di Cristo. Ma come? Non è forse la croce uno strumento di morte? Dobbiamo gioire di uno strumento di morte? È come dire: rallegriamoci della forca, della ghigliottina, della camera a gas, della sedia elettrica! Sí, ma la croce non è solo strumento di morte; essa è anche strumento di salvezza. Come è possibile? Ce lo spiega l'evengelista Giovanni:

"Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna" (Gv 3:16).

La croce è strumento di salvezza, perché è espressione di amore. Gesú non è morto sulla croce, perché i suoi nemici sono stati piú forti di lui e lo hanno fatto fuori; ma perché Dio ha dato il suo Figlio unigenito; e ha fatto questo perché ha tanto amato il mondo, e non ha voluto che rimanesse nella morte; ma, mediante la fede in quel suo Figlio unigenito, potesse avere la vita eterna. Paolo commenta:

"Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo: per grazia infatti siete stati salvati" (Ef 2:4-5).

La salvezza è un atto totalmente gratuito di Dio: non possiamo rivendicare alcun merito: eravamo morti per i peccati; Dio, ricco di misericordia, ci ha fatti rivivere con Cristo. Grazia, e solo grazia.

"Per questa grazia infatti siete salvi mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene. Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesú per le opere buone che Dio ha predisposto perché noi le praticassimo" (Ef 2:8-10).

La salvezza è dono gratuito di Dio, non è una nostra conquista. La si riceve, non la si guadagna. L'unica condizione per accogliere tale dono è la fede ("... perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna"). Per ottenere la salvezza, le opere non servono a nulla. Nondimeno, siamo chiamati a praticarle: non per "comprarci" la salvezza, ma per manifestare con esse la nostra gioia a la nostra gratitudine a Dio per il suo immeritato dono. Le opere buone non sono lo strumento della salvezza, ma il suo scopo.

"Chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono fatte in Dio" (Gv 3:21).

sabato 21 marzo 2009

Unum collegium

Un confratello sacerdote, dopo aver letto il mio post E se provassimo a semplificare un po' la "questione lefebvriana"? (18 marzo 2009), si chiede se Mons. Fellay sia disposto a leggere tranquillamente la professione di fede approvata dalla Santa Sede, da me riportata in quel post. Sinceramente, non saprei; io personalmente non trovo nessuna difficoltà ad emettere quella professione di fede (e di fatto l'ho già emessa piú volte nell'assumere l'ufficio di superiore religioso). Il problema, a quanto pare, starebbe nel terzo comma della formula finale: "Aderisco inoltre con religioso ossequio della volontà e dell'intelletto agli insegnamenti che il Romano Pontefice o il collegio episcopale propongono quando esercitano il loro magistero autentico, sebbene non intendano proclamarli con atto definitivo". Il problema starebbe nel riferimento al collegio episcopale: la suprema potestà nella Chiesa risiederebbe esclusivamente nel Sommo Pontefice e non anche nel collegio episcopale.

Ma questo non è l'insegnamento del Concilio (e infatti questo è uno dei punti per cui i tradizionalisti rifiutano il Vaticano II). Questo, dopo aver riaffermato la potestà del Papa ("Il Romano Pontefice, in virtú del suo ufficio di Vicario di Cristo e di pastore di tutta la Chiesa, ha sulla Chiesa la potestà piena, suprema e universale, che può sempre esercitare liberamente"), aggiunge: "L'ordine dei Vescovi, che succede al collegio degli apostoli nel magistero e nel governo pastorale, nel quale anzi si perpetua ininterrottamente il corpo apostolico, è pure, insieme con il suo capo il Romano Pontefice, e mai senza di esso, soggetto di suprema e piena potestà su tutta la Chiesa: potestà che non può essere esercitata se non con il consenso del Romano Pontefice" (Lumen gentium, n. 22). L'affermazione è chiara. Non sarà una definizione dogmatica, ma inserita com'è in una "costituzione dogmatica" di un concilio ecumenico, mi sembra piuttosto vincolante (essa è ripresa pressoché con le medesime espressioni dal Codice di diritto canonico al can. 336). Concedo che possa apparire come un'inutile complicazione rispetto alla concezione della Chiesa che vedeva il Papa come unica suprema autorità, e i Vescovi come a lui sottomessi (una specie di funzionari ecclesiastici). L'unico problema è che quella concezione di Chiesa non è mai esistita; o meglio, è forse esistita nella mente di qualche teologo o canonista, ma non è mai stato il modo in cui la Chiesa si è autocompresa. Neppure al Vaticano I: è interessante notare che le note della Lumen gentium al testo su riportato fanno riferimento agli schemi preparatori del Vaticano I (schemi che non poterono essere approvati per la sospensione di quel concilio). Che il collegio dei Vescovi sia soggetto di suprema autorità nella Chiesa non è una novità del Vaticano II, ma è semplicemente la realtà della Chiesa, cosí come è stata voluta dal suo Fondatore e cosí come è stata sempre vissuta nel corso dei secoli, seppure con modalità diverse.

Il fondamento teologico di questa dottrina lo troviamo all'inizio del citato n. 22 della Lumen gentium: "Come Pietro e gli altri apostoli costituirono, per istituzione del Signore, un unico collegio apostolico, similmente il Romano Pontefice, successore di Pietro, e i Vescovi, successori degli apostoli, sono fra loro uniti". Che il Papa e i Vescovi costituiscano un "unico collegio" non siamo noi a volerlo, è Gesú Cristo stesso che lo ha voluto. È vero che tale testo potrebbe essere interpretato scorrettamente; e per questo è stata necessaria una "Nota previa", voluta da Paolo VI per fugare qualsiasi possibile equivoco. È interessante il terzo paragrafo di tale "Nota previa": "Il collegio, che non si dà senza il capo, è detto «essere anch'esso soggetto di suprema e piena potestà sulla Chiesa universale». Il che si deve necessariamente ammettere, per non porre in pericolo la pienezza della potestà del Romano Pontefice". Capito? Il riconoscimento della suprema potestà del collegio episcopale, lungi dal pregiudicare l'autorità del Papa, al contrario la garantisce e la rafforza.

Penso che il problema sia esclusivamente un problema di comprensione. Mi rendo conto che è molto piú facile considerare la Chiesa secondo gli schemi della società civile. Il problema è che tali schemi non sono applicabili alla realtà della Chiesa, che è un mistero di "comunione gerarchica" (come giustamente rammenta la citata "Nota previa"). Questo potrà creare qualche difficoltà di comprensione e, soprattutto, di realizzazione pratica; ma è lo sforzo che siamo chiamati a fare, se vogliamo essere fedeli alla divina costituzione della Chiesa. E se vogliamo che, prima o poi (quando Dio vorrà), la Chiesa ritrovi la sua unità.

venerdì 20 marzo 2009

Unicuique suum

Giorni fa un confratello mi ha mandato una citazione tratta dall'editoriale della rivista Limes, n. 2/2009. Tema del fascicolo monografico è: "Esiste l'Italia? Dipende da noi". L'editoriale parte dalla costatazione che l'Italia non può piú fare affidamento né sugli Stati Uniti né sull'Europa. E prosegue: "Quanto all'affidamento all'universale Chiesa di Roma, cosí pervasivo negli anni della Democrazia cristiana, appare ormai impraticabile. La crisi di identità di cui soffre il cuore del cattolicesimo, non mascherabile da mero scadimento della classe di governo ecclesiastica, ne inficia la capacità di parlare alle genti. Ne scolora l'universalità mentre ne vellica l'introversione. Sarà forse casuale che la Santa Sede appaia refrattaria al mondo e mal governata, fino ad esporsi al ridicolo, da quando in curia s'è dispersa la matrice della sapiente diplomazia tradizionalmente coltivata dall'alto clero italiano? Il parallelo fra decadenza dell'impero papale e crisi del nostro Stato nazionale conferma quanto il Tevere resti stretto" (p. 9).

Non posso entrare nel merito della problematica, dal momento che non ho letto l'intero editoriale: il sito online della rivista non lo riporta); ma mi pare interessante l'ultima annotazione sulla dispersione della "matrice della sapiente diplomazia tradizionalmente coltivata dall'alto clero italiano". Anche qui, non mi sento di condividere il giudizio estremamente negativo espresso dall'autore a proposito della "crisi di identità" in cui verserebbe il "cuore del cattolicesimo"; ma penso che in quella osservazione riguardante la tradizione diplomatica del clero italiano, che si starebbe perdendo, ci sia qualcosa di vero.

È ovvio che qualcosa (o meglio, molto) sta cambiando nella Chiesa. Non si può fare un paragone fra la Chiesa di inizio Novecento e quella di oggi; cosí pure è impossibile un confronto fra la Curia Romana di cento anni fa e quella dei nostri giorni. Che ci possa essere una certa "crisi di identità", mi sembra piú che comprensibile e per nulla scandaloso. Un tempo la diplomazia vaticana era monopolio pressoché esclusivo del clero italiano; oggi ci sono nunzi provenienti da ogni parte del mondo. Mi sembra che sia giusto che ciò avvenga. Chiaramente le nuove leve non possono contare sull'esperienza che poteva avere la plurisecolare tradizione diplomatica italiana; vuol dire che a poco a poco si faranno le ossa anche loro. È ovvio che in una fase di passaggio come quella attuale si percepiscono maggiormente gli inconvenienti provocati da tale ricambio.

Ma ciò su cui vorrei soffermare l'attenzione è quanto ho voluto esprimere nel titolo di questo post: "Unicuique suum". Troviamo questo motto nell'intestazione de L'Osservatore Romano. Il suo significato è "A ciascuno il suo"; ma io vorrei servirmene per esprimere un concetto un po' meno nobile, ma non per questo meno importante: "Ciascuno faccia il proprio mestiere". Si tratta di un principio molto importante. Ricordo che un giorno il Card. Martini (mi sembra che fosse in occasione della pubblicazione di Gesú di Nazaret) faceva maliziosamente notare che il Papa non era un biblista, ma un teologo. Mi chiedo però come mai lui, biblista (o piú precisamente, esperto di critica testuale) si senta autorizzato a pronunciarsi in questioni che non sono di sua competenza (soprattutto in campo morale...). Ma è ovvio che in questo caso, trattandosi di due vescovi, essi siano abilitati a intervenire in qualsiasi settore della dottrina cattolica (con la differenza, non irrilevante, che uno è papa; l'altro, semplice vescovo in pensione).

Non credo però che possa dirsi la stessa cosa di altri posti-chiave della Curia Romana: in via di principio, dovrebbe esserci sempre l'uomo giusto al posto giusto; ma ho l'impressione che ciò non sempre avvenga. Un esempio: con tutto il rispetto e la stima per il Card. Bertone, non credo proprio che egli sia la persona giusta al posto giusto. Personalmente ritengo che quel ruolo dovrebbe essere ricoperto da un diplomatico. Il Card. Sodano avrà pure avuto i suoi difetti, ma mi sembra che sia stato un Segretario di Stato di tutto rispetto, di cui, sinceramente devo dire, sento molto la mancanza. Solo i diplomatici hanno la preparazione e l'esperienza per svolgere certi incarichi. Stiamo vedendo in questi giorni le conseguenze di alcune scelte, fatte forse con un tantino di precipitazione. È importante che ciascuno si specializzi in un particolare settore, sia valorizzato per quel che sa fare e che gli si dia fiducia nello svolgimento del suo lavoro. Sembrano principi ovvi; ma, a quanto pare, non sempre lo sono.

Postilla

Un lettore spagnolo, Martín, mi ha cortesemente fatto notare che nel post di ieri non era opportuno citare la frase di san Josemaría Escrivá de Balaguer (Cammino, n. 14), dal momento che essa sarebbe solo la "variazione" di una famosa frase di don Chisciotte. Capisco che per uno spagnolo ciò possa suonare strano, ma a noi che non siamo di cultura ispanica certe risonanze sfuggono. Io ho letto e volentieri rileggo le opere di Mons. Escrivá; confesso di non conoscere quelle di Cervantes. Semmai direi che sarebbe opportuno che, nelle traduzioni delle opere del fondatore dell'Opus Dei, mettessero qualche noticina, che permettesse agli stranieri di cogliere gli influssi che certi pensieri potrebbero aver subito.

Comunque, incuriosito dall'osservazione, mi sono messo alla ricerca, su internet, del contesto originario del detto. Ebbene, non è poi cosí semplice trovarlo. Innanzi tutto, si incontrano molteplici varianti: "Los perros ladran, señal de que vamos avanzando"; "El perro ladra; la caravana pasa"; "Deja que los perros ladren, Sancho, esa es señal que vamos pasando"; "Deja que los perros ladren, Sancho, señal es que cabalgamos". A quanto pare, tale detto viene comunemente riportato nei libri scolastici spagnoli e attribuito a Cervantes; come fonte viene indicato il romanzo El ingenioso hidalgo don Quijote de la Mancha y su fiel escudero Sancho Panza; ma poi nessuno riesce a rintracciare quella frase nell'opera. Sembra che essa sia stata attribuita a don Chisciotte da Orson Wells in Don Quijite cabalga de nuevo.

In ogni caso, sebbene una certa dipendenza da don Chisciotte sia innegabile, non mi sembra che il pensiero di Mons. Escrivá possa essere considerato una semplice "variazione" di esso. Aggiunge diversi elementi totalmente assenti nella supposta "fonte". Per esempio, che le energie e il tempo siano di Dio, non mi sembra un particolare secondario; l'invito a ignorare i cani che abbaiano nel supposto detto di Cervantes non è poi cosí forte (anche la forma ha la sua importanza).

Un'altra obiezione che mi fa Martín è che non cito mai il mio fondatore, sant'Antonio Maria Zaccaria. È vero. Fa parte dello stile dei Barnabiti valorizzare ciò che di buono si trova ovunque, senza imporre a nessuno le nostre ricchezze, che rimangono come un tesoro nascosto. Ma capisco che non è giusto: sant'Antonio Maria Zaccaria non è un monopolio dei Barnabiti; è un santo della Chiesa cattolica, ed è quindi giusto che anche altri lo conoscano e possano fruire delle sue ricchezze spirituali. Accolgo pertanto il rilievo e mi impegno a fare, almeno in qualche occasione, riferimento al nostro fondatore. Ma con discrezione.

giovedì 19 marzo 2009

La trappola

Confesso di non seguire molto il viaggio del Santo Padre in Africa. Per vari motivi. Innanzi tutto, non credo sia necessario seguire il Papa in ogni suo spostamento e ascoltare o leggere tutti i suoi discorsi. È sufficiente accompagnarlo sempre con la preghiera. In questo momento è in Africa: è lí per gli Africani; lasciamo che se lo godano un po' anche loro.

Anche a volere, non è facile sapere che cosa il Papa realmente fa e dice. Certo, ci sono sempre i canali ufficiali (diciamoci la verità, non sempre cosí tempestivi); e poi c'è il blog della Raffaella che, in tempo reale, ci tiene al corrente di tutto (ma, anche qui, diciamoci la verità, è pressoché sovrumano starle dietro). Ma se dovessimo accontentarci dei normali mezzi di comunicazione (giornali e TV), sarebbe ben difficile essere informati correttamente ed esaurientemente sul Santo Padre.

Un esempio. Vivo in un paese cattolico, ma un tantino lontano dall'Italia (le Filippine). Non guardo la televisione; mi limito a dare un'occhiata al giornale. Sono ormai cinque anni che sto qui; in tutto questo tempo un solo viaggio del Papa è stato seguito minuto per minuto dai giornali: quello in America (le Filippine, pur essendo un paese indipendente, continuano ad avere una mentalità coloniale: solo ciò che avviene in America è meritevole di attenzione). Degli altri viaggi? Praticamente nulla. Che cosa pensate che dica oggi il Philippine Daily Inquirer (il piú diffuso quotidiano del paese) del viaggio del Papa in Africa? "Pope says condoms won't solve AIDS epidemic"; e riporta un trafiletto dell'Associated Press, in cui ci si limita a parlare della questione del preservativo. Le uniche parole di Benedetto XVI riportate sono: "You can't resolve it [AIDS] with the distribution of condoms. On the contrary, it increases the problem". Che cosa rimarrà, nella mente della gente, di questo viaggio papale in Africa? Il Papa è contro i profilattici (come se fosse una novità).

È ovvio che si è trattata dell'ennesima trappola mediatica, in cui Papa Ratzinger e il suo entourage sono ingenuamente caduti. In Vaticano ancora non si vogliono rendere conto che esiste un vero e proprio complotto per screditare il Papa. La cosa in sé non meraviglia piú di tanto: mi sembra ovvio che Satana e i suoi satelliti (come si diceva una volta) fanno il loro mestiere. Ciò che meraviglia è che non ci si renda conto che sarebbe ora di correre ai ripari. Per questo condivido pienamente la proposta di Raffaella: "Mai piú interviste del Papa ai giornalisti". Ha perfettamente ragione. Non è proprio il caso di prestare il fianco alle provocazioni. Come dicevo in altra occasione, non si può rincorrere il mondo. Il Papa continuerà a parlare attraverso gli strumenti tradizionali: discorsi, omelie, documenti. Chi vuol conoscere l'insegnamento del Papa può farlo senza problemi. Per i giornalisti basta, e avanza, il direttore della Sala Stampa. Dopotutto, c'è una dignità da salvaguardare: non la dignità della persona, ma la dignità dell'ufficio. Il Sommo Pontefice della Chiesa Cattolica, il Successore di Pietro, il Vicario di Cristo non può abbassarsi a discutere con chi è in totale malafede. In ogni modo, nei confronti dei giornalisti non credo che vada fatto niente di piú. A loro si applica alla perfezione quanto diceva san Josemaría Escrivá de Balaguer: "Non disperdere le tue energie e il tuo tempo, che sono di Dio, a tirare sassi ai cani che ti abbaiano lungo la strada. Non curartene" (Cammino, n. 14).

Ma, nel caso presente, il problema non sono solo i giornalisti. A quanto leggo sull'ANSA, le parole pronunciate dal Papa sull'aereo che lo conduceva in Cameroun sono diventate un caso politico: a parte le legittime divergenze (sebbene mi stupisca certa meraviglia: il Papa ha detto qualcosa di nuovo?), a parte i soliti commenti stonati di sedicenti organizzazioni cristiane, qui siamo arrivati all'insolenza e all'oltraggio. Il professor Michel Kazatchkine, direttore esecutivo del Fondo mondiale per la lotta all'Aids, "profondamente indignato", ha chiesto al Papa di "ritirare le sue affermazioni in modo chiaro" perché "inaccettabili". Il segretario generale della sanità spagnolo ha invitato Benedetto XVI a fare un "mea culpa" (l'ho sempre detto che era pericoloso cominciare a chiedere scusa!) e a rettificare le parole di ieri. L'ex primo ministro francese Alain Juppé avrebbe affermato: "Questo Papa comincia a diventare un problema vero ... vive una situazione di totale autismo". E Daniel Cohn-Bendit, eurodeputato Verde, è andato oltre: "È quasi un omicidio premeditato, adesso ne abbiamo abbastanza di questo Papa". A questo punto, mi dispiace, non si può far finta di nulla o limitarsi a dare spiegazioni. A questo punto occorre reagire; non si può stare sempre sulla difensiva. Siccome qui si tratta di relazioni internazionali, la prima cosa da fare è richiamare in sede i nunzi per consultazioni; convocare in Segreteria di Stato i rispettivi ambasciatori e consegnare una nota di protesta ed esigere dai loro governi pubbliche scuse e ritrattazione di quanto affermato (non è cosí che fanno le organizzazioni ebraiche?). E, se non viene fatto, rompere le relazioni diplomatiche. Quanto poi alle sedicenti organizzazioni cristiane, se si tratta di organizzazioni cattoliche, privarle immediatamente di qualsiasi riconoscimento. Quanto poi ai membri dell'alto e basso clero, che si permettono di contraddire l'insegnamento della Chiesa, sarebbe ora di incominciare a far volare qualche salutare sanzione.

mercoledì 18 marzo 2009

E se provassimo a semplificare un po' la "questione lefebvriana"?

Vi ricordate l'UCAS? Se ne parlava qualche anno fa: Ufficio Complicazione Affari Semplici. Nonostante passino gli anni e i tempi cambino, ho l'impressione che continui a essere un ufficio molto affollato, con una fila interminabile di aspiranti fuori della porta in attesa di essere assunti e con un sacco di clienti. Io da parte mia ho sempre cercato di starne alla larga; anzi, ho aperto un ufficio per mio conto: l'USAC (Ufficio Semplificazione Affari Complicati). Per il momento ne sono fondatore, direttore e unico impiegato (mi tocca anche aprire la porta e rispondere al telefono). Clienti, pochi. A tutt'oggi non ho ricevuto nessuna richiesta di impiego. Non solo, ma spesso il nostro lavoro non è molto apprezzato, è guardato con una certa sufficienza, quando non è addirittura disprezzato. La concorrenza (l'UCAS) ci considera degli sprovveduti, quasi che non ci rendessimo conto della complessità della realtà. E invece è proprio perché siamo pienamente consapevoli che la realtà è estremamente complessa di suo, che abbiamo aperto l'ufficio. C'è stato un momento in cui, in preda alla depressione, siamo stati tentati di chiudere baracca e burattini e dedicarci ad altra attività. Ma poi, a un certo punto, prima di gettare la spugna, abbiamo voluto fare un ultimo tentativo: perché non provare ad adottare qualche nuova strategia di marketing per offrire i nostri servizi a un maggior numero di utenti? Forse, allargando il mercato, qualcuno scoprirà che, oltre l'UCAS (che tutti conoscono), esiste anche l'USAC (che finora nessuno conosce), e potrebbe magari incominciare ad apprezzare il nostro lavoro. Cosí, abbiamo messo da parte le vecchie scartoffie e abbiamo deciso di metterci sul web. È andata bene.

Avevamo preparato uno studio sul Concilio, che fino ad allora nessuno aveva preso sul serio; diffuso su internet, ha subito suscitato interesse. Ah, dimenticavo, nel frattempo abbiamo stretto una collaborazione con un ufficio corrispondente in Francia; è gestito da una donna (una certa Beatrice); anche lei è sola, ma piú efficiente di una squadra. Ebbene, Beatrice ha tradotto lo studio in francese, ed è avvenuto un piccolo miracolo: è stato ripreso da diversi siti (dalla Francia poi è rimbalzato di nuovo in Italia), ed è stato trovato "molto interessante" dai lefebvriani. Ho l'impressione che quello studiolo un piccolo merito ce l'abbia. Non avete notato come ora la posizione dei lefebvriani sul Concilio sia molto piú sfumata? Prima era un "no" secco (anche dopo il discorso del Papa alla Curia Romana), adesso è un "ni": "Non siamo contro tutto il Concilio, ma solo contro alcuni punti...". È già un grande passo avanti. È vero che nel frattempo c'è stato il motu proprio Summorum Pontificum, è vero che c'è stata la revoca della scomunica, è vero che c'è stata la mazzata del caso Williamson; tutto vero, ma nessuno mi toglie dalla mente che un piccolo, piccolissimo contributo sia venuto anche dal lavoro del nostro ufficio. Se non altro, grazie ad esso, i lefebvriani si sono accorti che è possibile discutere del Concilio da dentro la Chiesa, senza il bisogno di restarne fuori. Io mi sono permesso di criticare il Concilio; eppure sono in piena comunione col Papa, col mio Vescovo e con i miei Superiori religiosi. Nessuno finora ha pensato di sospendermi a divinis né, tanto meno, di scomunicarmi, per aver liberamente espresso le mie idee in proposito. Perciò se lo posso fare io, perché non potrebbero farlo anche loro?

A questo punto, imbaldanzito dall'imprevisto successo riportato dal nostro ufficio, mi son detto: perché non fare un altro passetto avanti? Perché non provare a dipanare la matassa, che appare ancora cosí ingarbugliata? Io ci provo; tanto, non c'è niente da perdere. Al massimo la concorrenza (l'UCAS) potrà farsi quattro risate alle nostre spalle, compiangendoci per la nostra inguaribile ingenuità e dabbenaggine.

Il Santo Padre, nella sua recente lettera ai Vescovi, ha tenuto a precisare che a questo punto, dopo la remissione della scomunica, il problema non è piú di carattere disciplinare, ma esclusivamente dottrinale: "I problemi che devono ora essere trattati sono di natura essenzialmente dottrinale e riguardano soprattutto l'accettazione del Concilio Vaticano II e del magistero post-conciliare dei Papi". A quanto pare, i lefebvriani hanno accolto favorevolmente questo approccio del Pontefice: "La Fraternità Sacerdotale San Pio X assicura Benedetto XVI della sua volontà di affrontare le discussioni dottrinali riconosciute «necessarie» dal Decreto del 21 gennaio" (Comunicato di Mons. Fellay del 12 marzo 2009). Io stesso, devo essere sincero, lí per lí ho preso per buona questa impostazione. Poi però, riflettendoci, a poco a poco sono giunto alla conclusione che non è questo l'approccio migliore. Vogliamo dunque provare a semplificare il piú possibile la questione, ridurla ai suoi termini essenziali?

Personalmente credo che i "colloqui dottrinali" tra la FSSPX e la Congregazione per la Dottrina della Fede potrebbero concludersi in non piú di mezz'ora. Cerchiamo di immaginare la scena. Card. Levada: "Siete pronti a emettere la professione di fede secondo la formula approvata dalla Sede Apostolica?". Mons. Fellay: "Non solo pronti, ma impazienti." Card. Levada: "OK. Si proceda". Mons. Fellay:

"Io Bernard Fellay credo e professo con ferma fede tutte e singole le verità che sono contenute nel Simbolo della fede, e cioè:
Credo in un solo Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e invisibili. Credo in un solo Signore, Gesú Cristo, unigenito Figlio di Dio, nato dal Padre prima di tutti i secoli: Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato, non creato, della stessa sostanza del Padre; per mezzo di lui tutte le cose sono state create. Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo, e per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della vergine Maria e si è fatto uomo. Fu crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato, morí e fu sepolto. Il terzo giorno è risuscitato, secondo le Scritture, è salito al cielo, siede alla destra del Padre. E di nuovo verrà, nella gloria, per giudicare i vivi e i morti, e il suo regno non avrà fine. Credo nello Spirito Santo, che è Signore e dà la vita, e procede dal Padre e dal Figlio. Con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato, e ha parlato per mezzo dei profeti. Credo la Chiesa, una santa cattolica e apostolica. Professo un solo battesimo per il perdono dei peccati. Aspetto la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà. Amen.

Credo pure con ferma fede tutto ciò che è contenuto nella parola di Dio scritta o trasmessa e che la Chiesa, sia con giudizio solenne sia con magistero ordinario e universale, propone a credere come divinamente rivelato.

Fermamente accolgo e ritengo anche tutte e singole le verità circa la dottrina che riguarda la fede o i costumi proposte dalla Chiesa in modo definitivo.

Aderisco inoltre con religioso ossequio della volontà e dell'intelletto agli insegnamenti che il Romano Pontefice o il collegio episcopale propongono quando esercitano il loro magistero autentico, sebbene non intendano proclamarli con atto definitivo".

A questo punto, non c'è altro da aggiungere. Questo basta per sanare lo "scisma lefebvriano". Non c'è bisogno di firmare nulla: la professione di fede va emessa (can. 833), non firmata. Se proprio si vuole firmare un pezzo di carta, si può sottoscrivere un protocollo in cui ci si sottomette al Romano Pontefice e ci si impegna a osservare le vigenti leggi della Chiesa (Codice di diritto canonico del 1983). A volere, può seguire un brindisi; ma il tutto può tranquillamente concludersi in mezz'ora.

Ciò fatto, ci si può immediatamente traferire negli uffici degli altri dicasteri della Curia Romana e iniziare la procedura per il riconoscimento giuridico della Fraternità. A questo punto vado in crisi, perché non so quali siano i dicasteri competenti (bisognerà proprio che prima o poi il nostro ufficio si rassegni ad assumere, finanze permettendo, un consulente legale). Suppongo che, se si vuole arrivare alla costituzione di una Prelatura personale (come nel caso dell'Opus Dei) o di varie Amministrazioni apostoliche (come nel caso di Campos in Brasile), ci si debba rivolgere alla Congregazione dei Vescovi. Ma, siccome nella Fraternità sono comprese anche delle comunità religiose, per queste ci si dovrà rivolgere alla Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica. Ma non è questo ora il problema. È ovvio che in questo secondo passaggio non si può pretendere di sbrigarsela in mezz'ora; la procedura sarà necessariamente lunga: si tratta di approvare gli statuti (il diritto particolare o proprio) di queste nuove entità ecclesistiche.

Rimane aperta una questione, quella della sospensione a divinis. Ripeto, non abbiamo ancora un consulente legale; ma ritengo che con la regolarizzazione giuridica della Fraternità, tale censura decada automaticamente. Anche se cosí non fosse, non mi sembra un grande problema revocarla in maniera esplicita. A questo punto, lo "scisma lefebvriano" dovrebbe essere definitivamente rientrato.

Qualcuno penserà: l'USAC, nella sua smania di semplificare, si è dimenticato di un elemento fondamentale, l'accettazione del Concilio Vaticano II. Non ci siamo dimenticati affatto. Personalmente ritengo che il Concilio in sé, come qualsiasi altro atto magisteriale, non possa essere oggetto di contrattazione: o lo si accetta o lo si rifiuta. Se si emette la professione di fede, esso viene implicitamente accettato: "Aderisco inoltre con religioso ossequio della volontà e dell'intelletto agli insegnamenti che il Romano Pontefice o il collegio episcopale propongono quando esercitano il loro magistero autentico, sebbene non intendano proclamarli con atto definitivo". Tutt'altra questione è l'interpretazione del Concilio. Ma questo non è un problema da discutere con i lefebvriani. Questo è un problema dell'intera Chiesa. E non mi sembra che, a tutt'oggi, si abbiano le idee molto chiare (nonostante il magistrale intervento del Papa del 22 dicembre 2005). Mi chiedo che cosa potrebbe esigere il Card. Levada da Mons. Fellay riguardo al Vaticano II, se neppure noi sappiamo come dobbiamo interpretare questo Concilio. A proposito di tale questione, certo non secondaria, il nostro ufficio (l'USAC) una sua proposta ce l'avrebbe: perché non convocare un sinodo straordinario (oppure la prossima assemblea ordinaria) esattamente su questo tema: "L'interpretazione del Concilio Vaticano II a 50 anni dalla sua convocazione"? In questo sinodo, ovviamente, anche i lefebvriani potrebbero dare il loro contributo. Ma ciò che è importante è che si tratta di una riflessione che l'intera Chiesa deve fare. E prima la facciamo, meglio è.

martedì 17 marzo 2009

From the Broken Heart of Gaza

Devo fare una correzione. Ieri vi ho detto che, quella pubblicata, era l'ultima lettera di Padre Musallam. Ieri il Parroco di Gaza mi ha scritto, inviandomi un'altra lettera datata 14 marzo 2009, sabato scorso. Cercherò di tradurla e pubblicarla quanto prima. Intanto vorrei condividere con voi questa meravigliosa canzone-preghiera, ispirata alla prima lettera di Padre Musallam e arrangiata da Garth Hewitt.





FROM THE BROKEN HEART OF GAZA
TO A STRANGELY SILENT WORLD

From the valley of tears where Gaza sinks in blood
The blood that has strangled the joy from every heart of a million and a half imprisoned people
Where love itself was captured
Defenceless in the siege
And love has been choked in every throat

Chorus:
Lord of peace, rain peace upon us
Lord of peace grant peace to our land
Have mercy, Lord, on all of your people
But don't leave us, Lord, in enmity forever

Oh the bitter cruel seige has turned into a hurricane
Growing every hour until it became a war crime
A crime against humanity for which we all must answer in the court of every human heart
And every human conscience
And before the just and holy court of god.

Chorus:
Lord of peace, rain peace upon us
Lord of peace grant peace to our land
Have mercy, Lord, on all of your people
But don't leave us, Lord, in enmity forever

We will not live as slaves we will be free
No one is free till Gaza is free
Though here we weep no one wipes our tears
Yet no one will be free till Gaza is free
The children are trembling we all live in fear Muslim and Christian wounded together
Between slavery and death there really is no choice and if death is forced upon us
We'll have courage in our hearts
We will die — honest, brave and strong

Chorus:
We will not live as slaves we will be free
No one is free till Gaza is free
Though here we weep — no one wipes our tears
Yet no one will be free till Gaza is free
Lord of peace, rain peace upon us
Lord of peace grant peace to our land
Have mercy, Lord, on all of your people
But don't leave us, Lord, in enmity forever


Garth Hewitt @ chain of love music 2009

lunedì 16 marzo 2009

Voci dal nuovo samizdat

Il Santo Padre, nella recente lettera ai Vescovi, ha scritto: "Mi è stato detto che seguire con attenzione le notizie raggiungibili mediante l'internet avrebbe dato la possibilità di venir tempestivamente a conoscenza del problema. Ne traggo la lezione che in futuro nella Santa Sede dovremo prestare piú attenzione a quella fonte di notizie". Io andrei oltre; ormai penso che possiamo pure smettere di leggere i giornali o di vedere il telegiornale: ciò che troviamo in questi cosiddetti canali di informazione è pura propaganda; ormai, se vogliamo essere informati, possiamo solo rivolgerci a internet, il nuovo "samizdat". Spero che in Vaticano prendano sul serio l'invito del Papa.

In questi giorni ho ricevuto diverse segnalazioni, di cui ringrazio infinitamente i lettori. Si tratta di notizie che non troverete mai sul vostro giornale e alla TV. Per questo credo che sia importante rilanciarle, perché abbiano la maggior diffusione possibile.


1. La prima segnalazione mi viene da Gianluigi. È l'ultima lettera di Padre Manuel Musallam, il parroco di Gaza. Siccome non ho trovato altre traduzioni, ho provveduto io stesso a tradurla. Vi prego di leggerla con attenzione e di farla conoscere il piú possibile: mandatela ai vostri parenti, agli amici, al vostro parroco, al vostro vescovo, a tutti. Se possibile, traducetela in altre lingue. Il mondo deve sapere. Non voglio che un giorno qualcuno possa dire: "Non sapevamo". Non possiamo essere complici del nuovo olocausto. È una lettera un po' lunga, ma ogni parola è preziosa. Essa è corredata di foto; ma non ho il coraggio di pubblicarle per la loro crudezza e per il rispetto che è dovuto ai morti. Penso che le parole possano bastare.

Charles Colton disse una volta: "L'esperienza ci insegna due cose, la prima è di correggere molto, e la seconda è di non esagerare nel farlo". Israele ci sta correggendo molto. Israele, il nostro vicino a Gaza, non è stato capace di regolare le relazioni con i suoi vicini. Esso corregge il popolo palestinese specialmente perché sostiene che i palestinesi si oppongono al suo ritorno alla "Terra Promessa". Ci sta correggendo, noi palestinesi, con la guerra, i massacri, i crimini di guerra e la deportazione. Ha distrutto le nostre case, le nostre fattorie e i nostri villaggi, e ha stabilito insediamenti su di essi. Ha sradicato centinaia di migliaia di olivi e aranci produttivi, e ci ha proibito di fare il raccolto dai nostri campi. Ha aperto circonvallazioni e ha eroso le nostre terre. Ha distrutto, frammentato e isolato le nostre città, villaggi e campagne. Ha costruito e istallato centinai di checkpoints per scombussolare le nostre vite. Ci ha impedito di raggiungere i nostri santi luoghi di culto a El Aqsa, alla Natività e al Santo Sepolcro. Ha costruito il muro dell'apartheid intorno alla Cisgiordania, Gerusalemme e Gaza. Il muro non ci separa forse dagli altri e i ponti non sono forse luoghi di incontro? Ha spezzato le nostre ossa e proibito cure e medicazioni. Ha assassinato i nostri capi in diversi modi. Abbiamo vissuto sotto le tende, e ci ha proibito i mezzi di vita e di lavoro. Ci circonda con un assedio che blocca la nostra vita quotidiana. Ci ha gettati in un ghetto senza acqua, elettricità, medicine, cibo e lavoro. Stiamo morendo di una morte lenta. Dovevamo "diventare affamati e assetati fino alla soglia della morte senza oltrepassarla.

Sderot, un insediamento vicino a Gaza, è divenuto il Muro del Pianto dove tutti i leader del mondo e i turisti vengono per vedere le reliquie lasciate dai missili Qassam, che hanno ucciso 12 israeliani dal 2002. Mentre noi non osiamo costruire un monumento che perpetui la memoria di migliaia di palestinesi innocenti uccisi durante i crimini di guerra a Gaza, perché Israele non mancherebbe di distruggerlo durante la sua costruzione. Nella recente barbara guerra contro Gaza, centinaia di bambini, uomini, donne e vecchi innocenti sono stati bruciati in forni di bombe e missili sofisticati. Che differenza c'è tra i forni in cui gli ebrei morirono in Germania e i forni in cui noi moriamo a Gaza? Il mondo li ha visti attraverso i giornalisti e i canali satellitari. Persone di buona volontà, come l'Arcivescovo Desmond Tutu e organizzazioni dei diritti umani, avvocati e specialisti in crimini contro l'umanità, hanno incominciato a venirci a trovare. Israele ha impedito alle delegazioni di raggiungerci, umiliandoli, trattenendoli ai confini di Jenin, Rafah e Beit Hanoun, finché non sono riusciti a ottenere un permesso di ingresso. Israele ha distrutto molti segni dei loro crimini di guerra.

Il nostro popolo è incappato nei briganti. Lo hanno spogliato e percosso, e se ne sono andati lasciandolo mezzo morto. Il Sig. Bush ci ha visto, ma è passato dall'altra parte. Allo stesso modo i leader europei, sia il mondo islamico sia quello cristiano, sono venuti qui, e quando ci hanno visto, sono passati dall'altra parte. Quando verrà il Samaritano misericordioso che, vedendoci, avrà compassione di noi?

Gli Stati Uniti, con il loro diritto di veto, hanno respinto qualsiasi soluzione o impegno di diritto internazionale, sicché Israele si è comportato come se fosse al di sopra della legge. Ora l'America vuole cambiare il diritto internazionale, cosí che i leader di Israele non siano processati come criminali di guerra. Israele percorre la nostra terra, perché non ha confini. Ogni giorno, inghiottisce un appezzamento di terra, migliaia di metri quadrati. È possibile che il mondo riconosca uno stato senza confini dopo 60 anni dalla sua costituzione? Lo stato di Israele è l'unico modello di questo tipo nel mondo.

Noi non sappiamo dove andare. Nei 18 anni passati, abbiamo cercato la pace e la giustizia con Israele incontrandoci faccia a faccia, stringendoci le mani e scambiandoci baci. Ci siamo persi nell'abisso dei negoziati e degli accordi. Israele vuole la pace, ma la pace non può essere raggiunta senza la giustizia. Israele dice: "È concepibile che uno stato democratico tolleri il bombardamento delle sue città con razzi per 10 anni?", e ha 11 morti. E noi rispondiamo: "È concepibile che un popolo accetti di rimanere sotto 60 anni di occupazione senza resistere?". Il mondo ricorda i razzi fatti a mano di Hamas, ma non ricorda i missili al fosforo, da cui noi soffriamo ogni giorno. Se noi resistiamo, il mondo ci grida dietro e ci etichetta come terroristi, ma non grida dietro a quelli che ci hanno occupato per sei decenni. Non è un crimine contro l'umanità il fatto che noi viviamo sotto occupazione e umiliante assedio tutto questo tempo, 60 anni? Quando noi attacchiamo un insediamento che ha rubato la nostra terra e gli alberi che ci ci permettono di vivere, il mondo ci rimprovera e ci classifica come assassini di gente innocente, ma il mondo non alza un dito per rimuovere un insediamento che riconosce illegale ed è un crimine di guerra secondo il diritto. Ognuno grida: pace e sicurezza per Israele, ma nessuno sussurra: giustizia, Gerusalemme e ritorno per i palestinesi. La pace per gli israeliani è possibile se è possibile la giustizia per i palestinesi. La sicurezza per gli israeliani è possibile se è reciproca.

Il mondo pone una condizione inderogabile su una parte del popolo palestinese, Hamas e la Jihad islamica, se si vogliono aprire le trattative per un progetto di pace in Medio Oriente. La condizione comporta che Hamas e la Jihad islamica denuncino la violenza e riconoscano Israele. Oggi, bisognerebbe mettere la stessa condizione, se si può. Bisognerebbe chiedere a tutti gli Israeliani e al loro governo di estrema destra, che rifiuta tutti gli accordi e i trattati, di riconoscere il popolo palestinese e i loro legittimi diritti. Poi si possono prendere le decisioni internazionali, purché giuste e imparziali. Perché è sbagliato se noi deteniamo un prigioniero di nome Shalit per i negoziati? E non è sbagliato se Israele trattiene ventimila prigionieri palestinesi, che vivono in posti dove gli animali non possono vivere? E i prigionieri che lasciano la prigione escono handicappati. Ogni giorno Israele invade le nostre città e villaggi e ingiustamente detiene un sacco di innocenti. Perché è sbagliato che una famiglia in Israele soffre o uno dei suoi bambini è preso dal panico, e non è sbagliato se migliaia di famiglie palestinesi soffrono e un'intera nazione è colpita dal panico?

Noi non sappiamo dove andare, per cui come possiamo conoscere la strada? Tutti i negoziati sono falliti e abbiamo raggiunto un punto morto, perché abbiamo accettato di seguire una vaga decisione sul ritiro dai "territori occupati nel 1967". Abbiamo accettato Gaza e Gerico e prima abbiamo accettato Gerusalemme e gli insediamenti; abbiamo accettato Oslo, la road map, le "Tennet outlines" e gli accordi di Sharm el-Sheikh, invece delle risoluzioni internazionali e della legittimità. Abbiamo accettato l'assedio di Yasser Arafat e il suo assassinio per il motivo che non era un partner attivo nei colloqui di pace. Non abbiamo neppure chiesto un'inchiesta, come quella per l'assassino di Rafik El Hariri in Libano. Abbiamo accettato elezioni interne sulla base degli accordi di Oslo, nell'interesse dei palestinesi dentro il paese, invece di dare attenzione al popolo palestinese nel suo insieme. Abbiamo accettato le Intifade in Palestina invece di una rivoluzione popolare vasta quanto l'universo.

Dopo successive guerre, Israele ha anche lasciato indietro un intero popolo distrutto. Contadini i cui alberi e campi sono stati bruciati da sostanze chimiche; le loro terre non sono piú coltivabili. Lavoratori che sono rimasti senza lavoro e la fame dei cui figli non è saziata da pane intinto in acqua o tè. Commercianti i cui beni sono sequestrati nei porti israeliani; devono vendere i loro magazzini per pagare il deposito dei loro beni e poi vanno in fallimento. Impiegati i cui salari sono erosi da un immaginario aumento dei prezzi; avviene questo quando il salario viene loro consegnato un anno dopo la data dovuta. Disabili per i quali, dopo essere stati colpiti con sofisticate armi che hanno amputato i loro arti (che dolore e pena devono provare loro e quelli che li assistono!), non ci sono istituzioni o esperienza per curarli, non c'è riabilitazione per ricuperarli dalla loro disperazione e mutilazione. Bambini che sono stati smembrati e affetti da traumi e malattie psicologiche di paura, i loro corpi magri per malnutrizione. Alcuni sono morti di paura; alcuni sono stati rapiti da una violenza barbara, nazista mentre erano allattati, o sono morti per una pallottola che li ha trapassati nel ventre delle loro madri. Chi li cura? Chi li compensa per i loro diritti perduti? Chi cura i bambini che hanno visto le loro famiglie ferite e sanguinanti, i bambini che hanno visto i loro genitori morire nelle loro braccia e hanno sentito, per la prima volta, il crepitio del conflitto che non avevano mai sperimentato, uno strano e orribile suono che li accompagnerà nel sonno e nell'insonnia finché vivranno? Chi cura i bambini che dormiranno in preda al terrore, o con l'ansia negli occhi, che si fanno la pipí addosso o nel letto o nelle loro divise scolastiche in cui hanno dormito, perché i loro scarsi indumenti per la notte non si sono ancora asciugati. Vanno a scuola al mattino cercando di nascondersi e coprire l'odore del loro corpo. Il bambino che piangeva quando vedeva una goccia di sangue sul dito si è sentito affogare nel sangue; calpesta il sangue di suo padre e sua madre con amarezza e dolore nella disperata ricerca di qualcuno che possa fermare l'emorragia, cosí che i suoi genitori possano vivere. Chi guarirà questo bambino?

Il primo giorno dei bombardamenti, abbiamo sentito alcuni tristi e deplorevoli racconti sulle bombe al fosforo bianco, che sono internazionalmente bandite, dai dottori dell'ospedale Shifa e dai cronisti delle TV satellitari. Dopo che i dottori avevano prestato i primi soccorsi ad alcuni dei feriti e li avevano mandati a casa, quelli sono tornati all'ospedale con i loro corpi fumanti, dopo che il fosforo aveva reagito di nuovo nei loro corpi e e aveva preso fuoco.

Questo è il modo in cui Israele ha corretto i palestinesi. Non c'è poi da meravigliarsi se nasce la resistenza e si moltiplica finché si diffonde a tutto il popolo della Palestina. Non c'è da meravigliarsi se ci rivolgiamo ad Hamas, alla resistenza o agli elementi fondamentalisti alla ricerca di libertà dall'occupazione a dai nostri dolori. "Tutto sommato, la punizione indurisce e rende la gente piú insensibile; essa concentra, aumenta il senso di allontanamento; rafforza il potere di resistenza" (Friedrich Nietzsche). Quando capirà Israele che correggere la gente con la guerra, la violenza e l'occupazione è un errore morale e un crimine di guerra; un crimine contro l'umanità? Che la guerra non costruisce la pace? Che non può occupare un popolo per sempre? Noi speriamo che lo capisca. Oggi Israele esagera nella sua correzione. Sta andando troppo avanti nel correggere le case dei palestinesi, tanto da demolirle persino sulle loro teste e i loro bambini, donne e anziani senza scrupoli di coscienza. Sa che la casa significa pace e stabilità e la fine della dispersione. Perciò demolisce le case e sconvolge i suoi residenti in modo che nessuno possa riposare nella sua patria e fra la sua gente. Profana la santità del sorriso dei bambini, rendendoli orfani; la vitalità dei giovani, umiliandoli e trattandoli con disdegno; l'orgoglio e l'arroganza degli ulivi, degli aranci, dei limoni e dei fichi, distruggendoli con bulldozer militari. Gli dà fastidio agli occhi vedere lo splendore della terra che è diventata verde dopo essere stata lavorata da un contadino del mio paese, rendendola un deserto! Dopo tutto questo, la nostra resistenza diventa terrorismo e qualcuno dei nostri missili primitivi minaccia la sicurezza dello stato di Israele e la sicurezza del mondo civile. Perciò i confini sono chiusi e Gaza è dichiarata una zona ostile, proibita, che affoga nell'oscurità, con la sua gente assetata e affamata, navi dell'Atlantico pattugliano il nostro mare per controllare il nostro armamento e sorvegliare la demolizione delle arterie e dei tunnel, da cui noi siamo tenuti in vita.

Con notoria ipocrisia il carnefice e la vittima sono stati equiparati. La nostra causa passa per essere una questione di dialogo tra fazioni, come un conflitto per un pezzo di pane e un bicchier d'acqua, come una questione di indennizzo o di apertura di valichi di frontiera. Il mondo dimentica o fa finta di dimenticare che la nostra causa è la causa dell'emancipazione di un popolo, della sua terra e dei suoi luoghi santi.

Il suono di El Aqsa non può essere udito a causa del fracasso degli scavi sotto di essa e vicino ad essa; le grida della città di Betlemme per il dolore dello sviluppo degli insediamenti e il muro che avvolge il suo collo non può essere sentito a causa del rumore delle seghe e la costruzione a Jabal Abu Ghneim; e cosí pure le grida dei bambini di Jenin, Beit Hanoun e Rafah, che la Statua della Libertà non sente. Nessuno in Europa e negli Stati Uniti sente il fragore degli aerei israeliani, o il bombardamento dei suoi cannoni e delle sue navi da guerra quando distruggono Gaza sulle nostre teste; il mondo sordo sente solo il suono dei razzi Qassam e Katyusha.

Il terrorismo dello stato di Israele è diventato il diritto di proteggere i suoi confini e il suo popolo; ma quando noi chiediamo la libertà secondo le leggi divine e umane, la nostra resistenza diventa terrorismo distruttivo. O mondo, tu non hai il diritto di chiedere pace e sicurezza per Israele, occupante e aggressore, prima di darci tutti i nostri diritti nazionali persi, la giustizia e una completa compensazione per tutto ciò che i Palestinesi hanno perso a partire dalla Prima Guerra Mondiale.

C'è un proverbio cinese che dice: "Se vedi un fiore e non puoi darlo a una bella ragazza, fa' attenzione a non raccoglierlo". Ma Israele , che ha occupato la nostra terra 60 anni fa, non ha lasciato un fiore e neppure il loro profumo sulle nostre montagne. Noi siamo di fronte a un nemico che ha distrutto i fiori, i fichi, gli olivi, gli aranci, i limoni, i cipressi, le palme, i pioppi, le bacche, gli uccelli, il mare, la terra e gli uomini. O gente, Israele di chi è amico? È possibile costruire la pace con loro? Come possiamo predicare la pace al nostro popolo, quando loro hanno ucciso la pace? Come possiamo predicare l'amore, quando l'odio, l'assassinio e il terrorismo verso di noi riempie i loro cuori? Come possiamo predicare la speranza, quando sta morendo in tutti i nostri cuori? Israele ha strangolato le parole di riconciliazione, amore, perdono, speranza e clemenza nei nostri cuori. Ripetiamo le parole del Profeta: "Chi ha creduto al nostro messaggio? A chi è stato rivelato il braccio del Signore?" (Is 53:1).

Per gli adoratori di idoli e falsi dèi, l'odore del sangue umano era considarato un'offerta espiatrice, fragrante se versato con gioia e preghiere ai loro dèi. Noi oggi siamo di fronte al dio Moloc; coloro che versano il nostro sangue ai suoi piedi pensano che di immolare un sacrificio a Dio! Il tempio di Salomone fu distrutto dai Romani. Tremila chiese della Palestina furono demolite dai Persiani e l'Oriente fu bruciato dai Tartari. Siamo di fronte a un nuovo Tito che distrugge la chiesa, la moschea e la scuola? O siamo di fronte a un nuovo Hulagu la cui preoccupazione è di bruciare la storia di un popolo che ha scritto la storia della civiltà, della scienza e della religione per la Palestina e il mondo intero? Da quando è iniziata la storia, noi esistiamo, e la storia può testimoniare quanto è fragrante la nostra storia. Dal giorno in cui il popolo di Sion ha messo piede sulla nostra terra con Joshua Ben-Nun, poi con David Ben-Gurion, e oggi, la Palestina passa da una tragedia a un disastro, da un crimine di guerra e un crimine contro l'umanità e da un massacro a un genocidio. Gesú ha detto: "Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi?" (Mt 7:16). Noi riconosciamo Israele dal suo frutto. Noi vediamo che il suo frutto è aspra uva selvatica, e che asprezza!

Noi giustamente preghiamo col profeta Geremia: "Orfani siamo diventati, senza padre; le nostre madri come vedove. L'acqua nostra beviamo per denaro, la nostra legna si acquista a pagamento. Con un giogo sul collo siamo perseguitati, siamo sfiniti, non c'è per noi riposo. All'Egitto abbiamo teso la mano, all'Assiria per saziarci di pane. Schiavi comandano su di noi, non c'è chi ci liberi dalle loro mani". (Lam 5:3-8). E ora, dov'è la tua solidarietà, o Chiesa di Gesú? Dov'è la vostra influenza, cristiani nei cui cuori e nelle cui bocche Gesú conserva parole di riconciliazione, amore, bontà, misericordia e compassione? A Vostra Santità, Papa Benedetto XVI, sono rivolte queste parole del Profeta: "Alzati e di' loro tutto ciò che ti ordinerò; non spaventarti alla loro vista, altrimenti ti farò temere davanti a loro" (Ger 1:17). La Palestina è stata calpestata dal mostro della giungla e la sua terra, le sue pietre, i suoi alberi e il suo popolo sono stati dati alle fiamme. Dovrebbe essere dichiarato un crimine di guerra e un crimine contro l'umanità e dovrebbero essere convocati nel tribunale del vostro cuore, preparandosi ad apparire davanti al giusto tribunale di Dio.

Voglio ricordarvi: "Chi prende a calci l'uomo, dall'uomo è preso a calci" (Bertold Brecht). E in Palestina, o Israele, "Duro è per te ricalcitrare contro il pungolo" (At 26:14). "Dal legno degli ulivi, aranci e limoni, che furono sradicati, divamperà un fuoco che non potrà essere spento. Il tiranno farà il suo tempo. Desidereranno venir fuori dal fuoco, ma non potranno. La loro sarà una rovina eterna" (Corano, Sura 37).

Chi ha occhi per vedere, veda. Tobi disse a suo figlio: "Non fare a nessuno ciò che non piace a te" (Tb 4:15). Guardate a ciò che fecereo loro i nazisti e al loro olocausto e paragonatelo con ciò che loro hanno fatto a noi a al nostro olocausto. Chi ha orecchi per intendere, intenda la voce di Gesú Cristo, che disse: "Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro" (Mt 7:12). E il profeta Isaia: "Si dirà: Spianate, spianate, preparate la via, rimuovete gli ostacoli sulla via del mio popolo" (Is 57:14).

La Palestina non è la Terra Promessa per gli ebrei, perché loro sono discendenti di Abramo. Ascoltate san Paolo: "La parola di Dio non è venuta meno. Infatti non tutti i discendenti di Israele sono Israele, né per il fatto di essere discendenza di Abramo sono tutti suoi figli. No, ma: In Isacco ti sarà data una discendenza" (Rm 9:6-7). "Ora è appunto ad Abramo e alla sua discendenza che furono fatte le promesse. Non dice la Scrittura: e ai tuoi discendenti, come se si trattasse di molti, ma e alla sua discendenza, come a uno solo, cioè Cristo" (Gal 3:16). La Palestina è la terra promessa per tutti quelli che credono nella fede di Abramo.


2. La seconda segnalazione viene da Caterina. Si tratta di un articolo di Israel Shamir, un giornalista israeliano originario della Siberia convertito al cristianesimo (potete leggere la sua biografia qui). Ha pubblicato un articolo sulle reazioni dell'Arcivescovo ortodosso Teodosio di Sebaste The Pope is not Welcomed in Jerusalem. Potete trovare la traduzione italiana nel blog di Andrea Carancini. Credo che sia doveroso tener conto anche di queste voci fuori dal coro. Non possiamo ignorare lo stato d'animo dei nostri fratelli di Palestina.


3. La terza segnalazione mi viene da Giuseppe. Mi faceva notare la coincidenza di certe notizie "ad orologeria". Dopo l'intervista di Mons. Williamson diffusa in concomitanza con la revoca della scomunica, ora in contemporanea con la pubblicazione della lettera del Papa ai Vescovi, il presidente della Comunità ebraica romana, Riccardo Pacifici, ha annunciato a
Porta a porta la prossima visita del Papa alla sinagoga di Roma. A tale proposito in Vaticano farebbero bene, prima di confermare tale visita, ad andare a leggersi, SU INTERNET, un paio di articoli su Effedieffe e su Il Cannocchiale.

domenica 15 marzo 2009

III domenica di Quaresima ("Oculi mei")

Ci sarebbero tanti temi da trattare. I lettori mi hanno inviato diverse segnalazioni, tutte meritevoli di attenzione (e di questo li ringrazio vivamente). Ma oggi è domenica; non voglio occuparmi di "politica". Tutta l'attenzione deve essere concentrata su di Lui; altrimenti le nostre parole sono destinate a trasformarsi in semplici "chiacchiere". Se i nostri sguardi non sono fissi su Colui per il quale viviamo, lavoriamo, parliamo e... scriviamo, qualsiasi cosa facciamo perde ogni senso. "Oculi mei semper ad Dominum", dice l'antifona d'ingresso di questa domenica (Sal 24/25:15). E un altro Salmo: "Guardate a lui e sarete raggianti" (33/34:6).


"Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato! ... Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere" (Gv 2:16.19)

Il vangelo odierno può essere letto su diversi livelli.

1. Lettura moralistica. L'interpretazione piú diffusa, a dire il vero piuttosto superficiale, si ferma a quel che Gesú fece: cacciò i venditori dal tempio. Certamente un gesto importante, profetico, che manifesta lo zelo di Gesú per la casa del Padre. Quante volte desidereremmo anche noi avere un profeta altrettanto coraggioso che faccia un po' di pulizia nella società e nella stessa Chiesa! Ricordo che quando ero giovane c'era qualcuno che si basava su questo testo per giustificare la lotta armata contro l'oppressione. Se non proprio una rivoluzione violenta, almeno un movimento di opposizione pacifica alle ingiustizie e alla corruzione presenti nel mondo e nella comunità ecclesiale non dispiacerebbe a nessuno. Ma non è certo questa l'interpretazione che ci suggerisce la liturgia odierna.

2. Lettura soteriologica. Il motivo per cui leggiamo oggi questo passo evangelico è spiegato nell'Ordinamento delle letture della Messa: "Per l'anno B [nelle domeniche di Quaresima sono riportati] dei testi di Giovanni sulla futura glorificazione di Cristo attraverso la croce e la risurrezione" (n. 97). Quando Gesú dice: "Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere", come ci fa notare l'evangelista, "parlava del tempio del suo corpo". Con quelle parole Gesú predice la sua morte e risurrezione; esse sono un riferimento al mistero pasquale.

3. Lettura cristologica-ecclesiologica. Ma non possiamo neppure fermarci a tale interpretazione. Non è un caso che Gesú, per parlare di sé stesso, faccia ricorso all'immagine del tempio. In questo brano c'è una forte contrapposizione fra due templi: il vecchio tempio, quello materiale di Gerusalemme, tanto importante per i Giudei, e il nuovo tempio, che è Gesú stesso. Il tempio era per i Giudei il luogo dell'incontro con Dio; ora questo incontro è possibile solo nel nuovo tempio, in Gesú. Se cosí è, non c'è piú alcun bisogno del vecchio tempio; esso è diventato superfluo, è stato rimpiazzato, può essere anche distrutto (come di fatto avvenne pochi anni dopo, nel 70 d.C., per opera dei romani). Ecco dunque che quelle prime parole: "Portate via di qui queste cose" (= gli animali necessari per i sacrifici), assumono un significato assai piú profondo. Non c'è piú bisogno degli antichi sacrifici: se ne può fare a meno, perché ormai abbiamo un nuovo tempio e un nuovo sacrificio. Siccome il nuovo tempio è il corpo di Cristo, e noi sappiamo che il corpo di Cristo è la sua Chiesa, ecco che la Chiesa, Corpo di Cristo, è il nuovo tempio di Dio, che sostituisce quello gerosolimitano. Il nuovo Israele subentra all'antico.

sabato 14 marzo 2009

Qualche considerazione sulla lettera del Papa

Sono sempre stato del parere che i documenti pontifici debbano essere letti, studiati e applicati, piuttosto che commentati e discussi; ma quello presente è un caso un po' particolare. È stato rilevato da molti commentatori che si tratta di un atto inconsueto, senza precedenti. È vero, eravamo abituati a uno stile diverso. Quelli di noi nati prima del Concilio possono ancora ricordare la figura del Papa circondata da un'aura di ieraticità (vi ricordate la sedia gestatoria e i flabelli?), per cui sarebbe stato semplicemente impensabile che il Papa potesse scrivere una "lettera di spiegazione" ai Vescovi. Ma dobbiamo accettare che i tempi cambiano e che quindi anche lo stile di un Pontefice possa (debba?) adeguarsi alle nuove situazioni.

Però, proprio perché ci troviamo in tempi diversi dal passato (quando sarebbe stato pure impensabile qualsiasi discussione degli interventi pontifici), qualche puntualizzazione penso che sia legittimo farla. Tanto piú che si tratta di una "lettera personale", non di un atto magisteriale. Ed è proprio sulle formalità che vorrei soffermarmi, piú che sul contenuto della lettera. Piú avanti mi permetterò di fare anche qualche appunto ai contenuti; ora invece vorrei soffermarmi sulla lettera in quanto tale e su alcune reazioni che ha provocato.

Personalmente, ritengo che, per quanto possano cambiare i tempi e gli stili di esercizio del pontificato, non dovrebbe esserci bisogno di lettere di spiegazioni del Papa ai Vescovi. Se ce n'è bisogno, è davvero un brutto segno: significa che nella Chiesa c'è qualcosa che non va. Va detto, a onor del vero, che il Papa chiarifica, ma non ritratta. E questo è molto importante. Non è la prima volta che ciò avviene; ormai ci stiamo abituando. Il Papa si dimostra ogni giorno di piú un gran signore, sensibilissimo, delicatissimo, umilissimo, ma altrettanto fermo nei principi e nelle decisioni prese. Qualcuno ha usato a questo proposito una bellissima immagine; quella dell'aquila e delle galline: mentre l'aquila spicca il volo, le galline starnazzano. Però, se ci pensate bene, se questa metafora dovesse risultare vera, non c'è molto da rallegrarsi. C'è piuttosto da piangere, perché significa che la Chiesa, anziché l'ovile dove le pecore ascoltano la voce del pastore e lo seguono, si è ridotta a... un pollaio.

Con questa lettera, è stato detto, il Papa si è esposto in prima persona. Sí, è vero. Ma diciamoci francamente: vi sembra giusto che il Papa si esponga personalmente? Non vi sembra, per usare un termine ripreso dalla lettera, una "stonatura"? Se proprio ci fosse bisogno di spiegazioni, nella mia concezione forse un po' superata, non dovrebbe essere il Papa a darle. E dov'è la Curia? Se ora è il Papa che deve pensare personalmente a tali minuzie (perché di questo si tratta), mi spiegate che ci sta a fare la Curia Romana? C'è il rischio che si trasformi in un apparato burocratico capace solo di succhiare soldi. Finora era stato sempre riconosciuto alla Curia di essere una macchina agile ed efficiente al servizio del Papa. Ma se ora il Papa è costretto a dare spiegazioni in prima persona, mi sembra proprio che ci sia qualcosa che non va. Il Papa non può governare da solo la Chiesa. Il "lavoro di squadra" è piú che mai necessario. Parole come "collegialità" e "sinodalità", se non vogliono rischiare di rimanere semplici parole, debbono incominciare a incarnarsi in uno stile diverso di gestione della Chiesa. Uno stile collegiale, appunto, adeguato ai tempi in cui viviamo.

Quanto ai contenuti della lettera, c'è poco da dire. Però, incoraggiato dallo spirito di familiarità con cui il Papa l'ha scritta, consapevole di non dovere esibire alcuna patente di fedeltà e devozione al Pontefice, con spirito di filiale confidenza, mi permetto di esprimere alcune personali perplessità, che nulla tolgono alla sostanza del messaggio.

1. Mi è piaciuto molto l'invito rivolto ai difensori del Concilio a non "tagliare le radici di cui l'albero vive". Bellissima immagine. Mi è piaciuto pure l'invito rivolto ai lefebvriani a non "congelare l'autorità magisteriale della Chiesa all'anno 1962". Personalmente però aggiungerei che tale autorità magisteriale non può neppure essere congelata all'anno 1965.

2. Per quanto riguarda il riferimento al dialogo interreligioso, sinceramente devo dire che mi piaceva di piú il Ratzinger che disertava gli incontri di Assisi. Ma capisco che il ruolo che oggi ricopre non gli permette piú di agire in quel modo.

3. Nella lettera il Papa riconosce, con grande semplicità, di aver sottovalutato internet e si impegna in futuro a "prestare piú attenzione a quella fonte di notizie". A questo proposito mi viene spontaneo notare che, secondo me, non dovrebbe essere il Papa ad andare a cercarsi le notizie su internet, e neppure il suo segretario particolare; ma semmai dovrebbe esserci un ufficio ad hoc. In secondo luogo, mi permetto di rilevare che proprio in questa lettera si dimostra di non aver dato sufficiente attenzione a internet. È l'osservazione che faceva ieri Caterina: come può il Papa ringraziare gli ebrei, quando tutti sanno che il caso Williamson è stato creato ad arte per mettere il Papa in difficoltà? OK, il Vangelo ci dice che dobbiamo essere semplici come le colombe, ma aggiunge pure che dobbiamo essere prudenti come i serpenti.

venerdì 13 marzo 2009

Una lettera

Cari amici, mi scuso, ma sono stato fuori tutto il giorno, per cui non posso, come promesso, fare un commento alla lettera del Papa ai Vescovi sulla revoca della scomunica ai quattro Vescovi lefebvriani. Vorrei però condividere con voi una lettera ricevuta questa mattina da una lettrice terziaria domenicana.


Sono Caterina63 e mi sono messa in lettura nel suo blog. Sono una laica domenicana, sposata da 25 anni quest'anno, e abbiamo due figli; sono catechista da 20 anni. Mi diletto nella rete, con tutti i miei difetti, a cercare di contribuire al dialogo, ma anche alla comprensione del Magistero ecclesiale. Le scrivo dunque per ringraziarla infinitamente per la ruminatio-contemplatio che mi conduce a fare con i suoi scritti.

Le scrivo per un dilemma che porto nel cuore da qualche mese. Ho letto il suo post Povera Chiesa! Poi il Papa ha incontrato in tre mesi ben tre delegazioni ebraiche, l'ultima stamani... Compro L'Osservatore Romano e medito su quello che il Papa dice. In tutti e tre i testi pronunciati dal Santo Padre alle tre delegazioni in nessuno si parla di Gesù Cristo. Parla di Dio, sí, ma relegato esclusivamente al rapporto della "Prima Alleanza", come spiegava lei dei pericoli di questa frase in altro articolo. Non vi è un accenno del Papa alla Nuova, nessun riferimento a Gesù. E resto confusa! Poi leggo la lettera del Papa ai vescovi nella quale ringrazia gli Ebrei per averlo difeso e per aver capito. Ma come, sono stati proprio loro a far scattare il meccanismo mediatico contro la scelta del Papa. Come fa il Papa ad ammettere prima lo sbaglio di aver sottovalutato internet, dove le notizie arrivano prima e lui era all'oscuro di tutto, e poi a ringraziare gli Ebrei per averlo difeso?

Padre Giovanni, che cosa sta succedendo? Io potrò anche non capire molte cose, sono una pecorella che non senza fatica è riuscita a crescere, con un marito ateo ed anticlericale, due figli nella fede cattolica; abbiamo superato i travagli giungendo oggi a 25 anni di matrimonio a settembre sempre perché ho confidato nel Signore, ringraziandolo per tutto ciò che mi ha mandato di buono e di non buono. Il Signore mi ha messo nel cuore una passione infinita per la Chiesa e per il Papa, mi innamorai cosí di santa Caterina da Siena, grazie all'insegnamento di padre Raimondo Spiazzi (lei che è stato all'Angelicum forse l'avrà anche incontrato) e delle Suore Domenicane di Madre Lalia; amo il Papa a tal punto che mio marito ne diventò un periodo anche geloso; temeva che gli togliessi qualcosa a lui; ci volle la santa pazienza per fargli capire che si sbagliava. L'anno scorso ho avuto un infarto mentre il Papa era in America, ed io con il Rosario ogni giorno pregando sempre: "Signore prendi me, ma dai forza al Papa; la mia vita, che ti costò tanto Sangue prezioso, per la sua; proteggilo!". Sembra avermi preso in parola, sono stata operata ed ho chiesto ai medici di non togliermi dalle mani il Rosario. Il Signore ha voluto forse solo mettermi alla prova, ma questa passione è aumentata.

Ed oggi soffro ancora di piú perché non comprendo questa linea che ci sta portando ad un sincretismo delle fedi. Forse non è certo questa l'intenzione del Papa, ma è questo che la gente dice e non solo su internet, ma anche fuori. Io sono a Varese, diocesi milanese, ambrosiana, e la voce del Papa qui proprio non arriva; si vive fuori dalle questioni ecclesiali; nelle parrocchie si vive esclusivamente per sé stessi. Ho abitato in sei regioni italiane, ergo sei parrocchie; non mi sono mai tirata indietro per quello che ho potuto, ma ho veduto tanti di quegli abusi e di sacrilegi eucaristici che non so ancora come possa il Signore sopportarci tanto a lungo. Fino a dieci anni fa credevo che tante cose che facevo e mi facevano fare fossero normali. "È il Concilio", mi dicevano; ed un giorno mi ritrovai quasi a fare una Messa concelebrata. Solo dopo mi resi conto che era tutto un abuso, ed ho pianto! Non ho mai "invidiato" la posizione tradizionale della FSSPX, perché ho sempre amato ed amo il Magistero ininterrotto dei Pontefici. Leggendo loro ed applicando ciò che scrivono ed hanno scritto, ci si risparmierebbe molta inutile guerriglia. Tuttavia devo riconoscere che mi venne insegnato ad odiare i tradizionalisti; non dimenticherò mai quando ero ad Ancona e all'epoca c'era come vescovo proprio Tettamanzi, oggi qui a Milano; al termine di un incontro con noi domenicani, ci trattenemmo per lo scambio di due parole, e qualcuno gli domandò della FSSPX, e lui rispose: "Per carità, quelli sono il fumo di Satana a cui alludeva Paolo VI, con questa scomunica ce ne siamo liberati per sempre, bisogna evitare che attecchiscano nelle nostre diocesi". Detto da lui, gli credetti. Poi il tempo, la conoscenza seppur indiretta e l'insegnamento di Ratzinger sulla liturgia e le prime ammissioni di una interpretazione falsa dei testi del Concilio, cominciarono ad aprirmi gli occhi, e cominciai a soffrire.

Mi perdoni, forse mi sono dilungata anche troppo; ma forse lei può comprendere un po' quale tipo di inquietudine mi anima. Delle volte mi chiedo: a cosa mi serve la conoscenza dei Padri, le storie dei Santi Fondatori, le Lettere di santa Caterina da Siena ai Papi, ai laici se oggi le pastorali dei vescovi e un certo atteggiamento del Papa non convergono ma al contrario tendono ad opporsi?

La conosce la storia del Rabbino di Roma convertitosi per l'amicizia che aveva con san Pio V prima che diventasse Papa? E conosciamo la storia di Zolli, Rabbino di Roma convertitosi grazie certamente anche all'amicizia che aveva con Pio XII. Giovanni Paolo II ha baciato il corano in pubblico, e dentro vi è scritto che Gesù non è il figlio di Dio e che la Trinità non esiste. Gli ebrei sono nostri fratelli maggiori, verissimo per certi aspetti testamentari, ma non per quelli sacramentali, a tal punto che a questo punto perché mai un ebreo dovrebbe convertirsi? Infatti Pio XII che ha vantato l'amicizia di un solo ebreo, questi si è convertito a Cristo; Giovanni Paolo II che ha vantato l'amicizia di centinaia di ebrei, nessuno di loro ha voluto riconoscere Cristo. Benedetto XVI, in tutti gli ultimi incontri con gli ebrei usa la politica corretta e tace su Gesù Cristo. E così, perché un protestante dovrebbe convertirsi ad accettare il Papa, se il Papa stesso lascia intendere che ognuno sta bene dove sta, basta che si rivolga a Cristo? Giustamente egli invita noi a non stancarci di portare Cristo nel mondo, ma se lui tace del Cristo quando incontra gli ebrei cosa dovremo pensare? Qualcuno una volta disse: la peggior forma di antisemitismo è quella di non portare Gesù, il Cristo, e la sua Parola tra gli Ebrei. È forse sbagliato?

Se nei pensieri che le ho condiviso vi leggesse qualche eresia, non l'attribuisca ad una influenza da me malamente interpretata perché leggo i suoi scritti; ciò sarebbe solo frutto della mia ignoranza su molte cose. Semmai i suoi scritti mi stanno aiutando a fare ordine a tanti pensieri che ultimamente si stanno affollando senza comunque mai intaccare la mia fede e il mio amore per la Chiesa e per il Papa, per i sacerdoti ai quali bacio le sacre e venerande mani, anche se non pochi le ritraggono, umiliandomi con rispostine ironiche, facendomi sentire ridicola, non pensando minimamente che bacio in loro le mani di Cristo; ma questo fa ardere ancora di più in me l'innamoramento alla santa Madre Chiesa.

Grazie per la paziente lettura, la ricorderò nel Rosario e continuerò a leggerla con filiale attenzione.

Caterina63


Sono io che devo ringraziare Caterina. Per il momento penso che non ci sia nulla da aggiungere; ma che ci sia solo da riflettere. Posso dire però che è a quelli come Caterina che appartiene il regno dei cieli.