martedì 21 aprile 2009

Blondet e il Papa

Ho sempre nutrito una grande ammirazione per Maurizio Blondet, fin dai tempi in cui scriveva per Avvenire. Poi, quando fu cacciato dal quotidiano della CEI e incominciò a scrivere sul sito Effedieffe, ne divenni un assiduo lettore. Lo trovavo un giornalista anticonformista, informatissimo, colto e, soprattutto, libero. Le sue analisi coglievano sempre nel segno (non altrettanto le sue profezie...); ci teneva informati di fatti totalmente ignorati dai grandi mezzi di comunicazione. Non mi perdevo alcun pezzo da lui pubblicato fino a quando l'Editore non decise di mettere il sito a pagamento. Una scelta legittima, che non mi sono mai permesso di contestare, ma che non ho mai compreso. Sinceramente, mi sembra molto strano che dei lettori consiglino un sito a farsi pagare. Due sono le cose: o quei messaggi sono falsi; o quei lettori sono dei provocatori. E se questa ipotesi è vera, Effedieffe c'è cascata in pieno: non so quale sia l'attuale audience del sito, ma sono più che convinto che i lettori si sono drasticamente ridotti. Naturalmente, liberi di fare le loro scelte: hanno deciso di rinchiudersi nel loro salotto buono, dove ci si incensa a non finire ("Magistrale, Direttore!"); ma in tal modo impediscono alle loro idee di diffondersi liberamente della rete. Ciò nonostante, di tanto in tanto mi affaccio sul sito, per vedere se c'è qualcosa di nuovo (dopo la "criptazione", è stata introdotta una sezione "free", dove vengono pubblicati alcuni articoli più significativi). È così che durante lo scorso fine-settimana ho potuto leggere un articolo dal titolo Un terribile abbaglio, nel quale Blondet riferisce innanzi tutto della scelta de L'Osservatore Romano di pubblicare in prima pagina un commento contro la legge sciita di subordinazione della moglie al marito (legge che autorizzerebbe lo "stupro domestico") e poi riporta la notizia che il Papa, nel prossimo viaggio in Terra Santa, non visiterà Gaza. Entrambe le cose, secondo Blondet, andrebbero ricondotte a precise scelte di Benedetto XVI, che pertanto viene duramente criticato. Basti qui riportare una frase: "Quello del Papa è uno spaventoso abbaglio morale e intellettuale, purtroppo, si vede, ricorrente nei tedeschi. Ahimè, io temo che questa non-visita a Gaza, questa insensibilità, sia la pietra tombale sulla Chiesa cattolica". Si possono immaginare le reazioni dei lettori, la maggioranza dei quali cattolici. Per tale motivo ieri ha dovuto dare Qualche risposta ai suoi lettori (non posso darvi il link, perché l'articolo è per i soli abbonati; io ho potuto leggerlo solo grazie a un amico).

Che dire? Primo: che la nuova linea editoriale de L'Osservatore Romano sia quanto mai politicamente corretta, penso che sia sotto gli occhi di tutti. Che sia stato lo stesso Benedetto XVI a scegliere la nuova direzione, non lo si può in alcun modo contestare; ma che sia il Papa in persona a dare il benestare per le notizie e i commenti che vengono pubblicati, ho qualche dubbio.

Secondo. Che Papa Ratzinger abbia le sue personali propensioni politiche, non credo che sia uno scandalo (chi non ne ha?). Ovviamente non dobbiamo sentirci condizionati nelle nostre scelte politiche, semplicemente perché il Papa la pensa in un certo modo. È più che evidente in Benedetto XVI una simpatia per il sistema americano. Lo disse espressamente nel famoso discorso alla Curia Romana del 22 dicembre 2005: "... la rivoluzione americana aveva offerto un modello di Stato moderno diverso da quello teorizzato dalle tendenze radicali emerse nella seconda fase della rivoluzione francese" (una tesi molto comune negli ambienti accademici, ma non per questo indiscutibile). Dal Papa non dobbiamo attenderci orientamenti di ordine politico, ma indicazioni in materia di fede e di morale.

Terzo. Prima di criticare il Papa anche in questioni opinabili, dovremmo concedergli un certo credito. Faccio un esempio: quando, poco dopo la sua elezione al pontificato, condannò senza processo Padre Maciel, ebbi da ridire, perché mi sembrava ingiusto condannare una persona senza riconoscergli neppure il diritto alla difesa. Ora capisco il perché di quel comportamento: Papa Ratzinger sapeva tante cose che noi non sapevamo; le prove degli addebiti (conosciuti e non ancora noti) erano così schiaccianti che era meglio concludere così la vicenda, senza creare ulteriori scandali. Voglio dire: non sempre sappiamo (e non siamo tenuti a sapere) tutti i motivi che determinano il comportamento di una persona, tanto più quando questa persona è il Papa. Perché il Papa non va a Gaza? Perché non vuole andare? Ma è così evidente che non glielo permettono. Se ricordate, lo avevo scritto subito dopo l'annuncio della visita. Si dirà: allora, meglio non andare in Terra Santa! Che cosa avevo detto io fin dall'inizio? Che cosa hanno sempre detto i cristiani palestinesi (leggetevi, a questo proposito, l'interessante intervista del Patriarca Twal pubblicata ieri da ZENIT)? Ieri anche Raffaella ha dovuto confessare di non essere proprio entusiasta del viaggio in Israele (vedi qui); ma poi ha aggiunto: "So che è desiderio del Santo Padre e lo rispetto". Io non sarei così sicuro che sia "desiderio del Santo Padre"; ho già scritto più volte che questo viaggio "s'ha da fare". Il Papa non è così libero come noi crediamo: in certi casi è costretto ad agire in un certo modo per "ragion di Stato".

Quarto. A parte tutte le precedenti considerazioni, rimane la possibilità che il Papa, in tutti i settori che non sono di sua stretta competenza (fede e morale), possa sbagliare. Dobbiamo accettarlo; la cosa non deve scandalizzarci più di tanto. Se ora ammettiamo che i Papi del passato hanno commesso errori (e chiediamo scusa anche quando non ci viene richiesto), perché non dovrebbero sbagliare i Papi di oggi? E se sbagliano, è legittimo criticarli (in maniera civile, ovviamente). Io stesso, come ho già detto, temo che un'eccessiva accondiscendenza alle pretese di Israele e del sionismo possa nuocere gravemente alla Chiesa (verrà il giorno in cui le sarà rinfacciata tale debolezza, così come oggi le vengono rinfacciati i silenzi durante il nazismo); ma da qui ad arrivare al catastrofismo blondettiano ("Ahimè, io temo che questa non-visita a Gaza, questa insensibilità, sia la pietra tombale sulla Chiesa cattolica"), credo che ne passi.

In ogni caso, per terminare, dirò che a prescindere dalle debolezze, dagli errori o dalle colpe dei singoli Pontefici, il Papa rimmarrà sempre per noi il "dolce Cristo in terra". Volete che i Papi ai tempi di santa Caterina fossero migliori di quelli attuali? Eppure ciò non impedì alla nostra Santa Patrona di vedere in loro il vicario di Cristo; non solo, ma il "dolce Cristo in terra". E l'allontanamento dal Papa inevitabilmente comporta, anche per chi è animato dalle migliori intenzioni, l'allontanamento da Cristo e dalla sua Chiesa.

lunedì 20 aprile 2009

Lefebvriani e Chiesa conciliare

L'altro giorno Lycopodium mi ha segnalato un articolo del teologo Marcello Neri pubblicato sul numero 6/2009 de Il Regno-Attualità (per leggerlo andate a questo link). Il titolo dell'articolo è "Fragile e inclusivo. La revoca della scomunica ai lefebvriani è possibile solo nello spirito del Concilio". L'amico lettore interpreta l'articolo come "un invito al tradizionalismo ad essere davvero della Chiesa e per la Chiesa (e agli altri a cominciare a riconoscerlo come tale)". Poi aggiunge: "Ho letto bene?".

Non è facile dare una risposta a quest'ultima domanda, dal momento che penso chiunque, anche il più raffinato intellettuale laureato alla Sorbona, giunto al termine dell'articolo, è costretto a chiedersi: Ma che significa? Non so come certi teologi non si rendano conto dell'indecifrabilità del loro periodare. Quando ero studente di teologia prima e di filosofia poi, avevo adottato questo criterio: se leggevo qualcosa e non capivo, mi dicevo: "Forse ero distratto"; e lo leggevo di nuovo. Se anche la seconda volta non riuscivo a capire, pensavo: "Forse è un tantino difficile, c'è bisogno di maggiore attenzione"; e lo leggevo un'altra volta. Se per la terza volta ottenevo lo stesso risultato, chiudevo il libro e concludevo che il problema non era mio, ma dell'autore, che era incapace di farsi capire.

Vorrei condividere con voi qualche assaggio della prosa del nostro teologo: "Se questa è la condizione che si apre per la teologia nel suo complesso, allora si può percepire una sorta di dissonanza che ha accompagnato il posizionamento teologico dell'ermeneutica conciliare secondo l'ordine dell'intenzione" (p. 148); "Tra l'intero cristiano dell'evento di Dio e il Vaticano II si instaura quindi una sorta di omologia. Ed è proprio in virtù di essa che può apparire, con una chiave di pertinenza cristologica e di adeguatezza ecclesiologica, il tema della riforma della Chiesa: quando la Chiesa si concentra e si calibra sull'intero fondante della sua attuazione, essa è naturalmente sospinta verso la più fedele adeguazione testimoniale al principio che la costituisce teologicamente e la istituisce storicamente" (p. 151). A Roma si direbbe: "Ma parla come magni!". Questi sarebbero i teologi che dovrebbero spiegare i misteri della fede al popolo di Dio... Ma se rendono misteriosi anche i più semplici ragionamenti umani! Poi magari li faranno anche Vescovi... Boccaccia mia statti zitta!

Per venire al merito dell'articolo, per quel che sono riuscito a capire, posso dire che condivido la tesi di fondo: che cioè la decisione del Papa di rimettere la scomunica ai lefebvriani non è una sconfessione del Concilio, ma si situa sulla scia di esso: essa può essere pienamente compresa nel contesto dell'ecumenismo promosso dal Vaticano II. Su questo sono assolutamente d'accordo. Ci sono però un paio di precisazioni che mi preme aggiungere.

La prima è che ho l'impressione che si tratti di una specie di "appropriazione" a posteriori. Io non so nulla di Marcello Neri; non conosco in alcun modo il suo pensiero, per cui non posso esprimere giudizi in materia. Però l'impressione che traggo dall'articolo è che, non potendo più impedire né contestare la decisione del Papa, la si voglia ora ricondurre nell'ambito della più stretta ortodossia conciliare. Ripeto, a me sta benissimo; non so se stia altrettanto bene all'autore dell'articolo o a tanti altri difensori del Vaticano II.

La seconda precisazione è che non concordo affatto con l'assolutizzazione della tesi dell'articolo, evidente fin dal titolo: "La revoca della scomunica ai lefebvriani è possibile solo nello spirito del Concilio". Sembra che solo ora stia a cuore alla Chiesa l'unità dei cristiani. E l'autore lo dice espressamente: "La Chiesa cattolica, fino al Vaticano II, ha sopportato quasi senza problema lo scisma, visto appunto come qualcosa che non la toccava, ma riguardava esclusivamente gli scismatici" (p. 150). Tale affermazione è molto discutibile. Posso convenire che le modalità per il risanamento degli scismi potessero essere diverse da quelle attuali; ma che la Chiesa si disinteressasse delle proprie divisioni interne è un'affermazione del tutto gratuita. Come si spiegherebbero il Concilio di Firenze, lo stesso Concilio di Trento, il fenomeno dell'uniatismo, ecc.? In quell'avverbio "solo" c'è ancora tutta l'ideologia conciliare, che considera il Vaticano II come una "svolta" nella storia della Chiesa, e la Chiesa postconciliare come una novità assoluta.

In ogni caso, penso che Lycopodium abbia afferrato il nocciolo della questione (non so se nelle intenzioni dell'articolo, ma certamente nelle intenzioni del Papa): i lefebvriani devono rendersi conto che la loro riammissione alla comunione ecclesiale non è una sconfessione del Concilio, ma è in piena sintonia con esso. Essi vengono riammessi non in una fantomatica Chiesa preconciliare, ma nell'unica Chiesa di sempre, alla cui storia appartiene anche il Vaticano II. Essi fanno parte a pieno titolo di questa Chiesa, non di quella che avevano tentato di costruirsi col loro gesto scismatico, ma che si è rivelata una pura astrazione mentale, se è vero che hanno chiesto al Papa la revoca della scomunica (può darsi che qualcuno di loro continui ancora a vivere in quella Chiesa puramente virtuale).

Loro dicono che, se non ci fosse stata la loro tenace testimonianza, molte cose non sarebbero cambiate nella Chiesa di oggi. Non lo so (la storia non si fa con i "se"). So solo che avrebbero potuto combattere la loro battaglia rimanendo fedeli fino in fondo. Come hanno fatto tanti di noi, che, nel furore della mischia, non sono fuggiti, ma sono rimasti sul campo, spesso magari riportando qualche ferita, ma rimanendo sulla breccia sino alla fine. Comunque, sono convinto che la Provvidenza si serve di tutto e di tutti per il bene della Chiesa. C'è spazio per tutti nella Chiesa: a maggior ragione, c'è spazio anche per i tradizionalisti. Non solo c'è spazio; c'è urgente bisogno di loro. Per questo mi sembra molto bello quanto scritto da Marcello Neri: "La cattolicità della Chiesa si realizza solo nei molti cattolicesimi che la localizzano e la particolarizzano" (p. 149). A parte il linguaggio, che può essere discusso, mi sembra un'affermazione molto vera: dovremmo tutti, progressisti e tradizionalisti, accettare questa realtà multiforme, che costituisce la bellezza e la ricchezza della Chiesa.

Ma credo che i lefebvriani, al di là di certe affermazioni estremistiche di circostanza, siano profondamente convinti di tutto ciò. Lo dimostra il fatto che hanno sempre contestato la validità della scomunica comminata a Mons. Lefebvre e ai quattro Vescovi da lui ordinati, fondandosi sul Codice di Diritto Canonico del 1983 (can. 1323: "Non è passibile di alcuna pena chi, quando violò la legge o il precetto ... agì ... per necessità"). Ciò dimostra che, dopo tutto, il Vaticano II anche per loro non è poi così male...

Molto interessante il paradosso evidenziato da Neri all'inizio dell'articolo: "Rispetto all'annosa questione del conflitto delle interpretazioni del Vaticano II, si attesta ora una condizione della Chiesa in cui i sostenitori dello spirito del Concilio devono necessariamente richiamarsi alla lettera, e i rappresentanti della lettera non possono agire che nello spazio dello spirito che ha innervato il Vaticano II" (p. 147). Siamo giunti a un punto in cui certe contrapposizioni non hanno più senso. Ma è evidente che la polarità fra "lettera" e "spirito" potrà essere superata solo in una interpretazione pienamente cattolica del Concilio.

Infine trovo assai pertinente l'affermazione finale dell'autore dell'articolo: "Nella sua realizzazione il Vaticano II ha mirato a chiudere la stagione della crisi modernista in seno alla Chiesa cattolica. Attraverso un sapiente lavoro di discernimento, il Concilio è stato capace di raccogliere il massimo degli elementi integrabili con l'architettura dogmatica ricevuta dalla tradizione, che fluttuavano sparsi nell'area di quella crisi" (p. 151). Credo che si tratti di un'analisi molto azzeccata: ancor prima che completamento del Vaticano I, il Vaticano II è stato la risposta della Chiesa cattolica al modernismo, quella risposta che essa non era stata capace di dare agli inizi del Novecento. Qualcuno dirà che il Concilio è stato la resa della Chiesa al modernismo (e lo è nella sua interpretazione ideologica). Ma sono convinto che la Chiesa ha fatto nel Vaticano II esattamente ciò che dice Marcello Neri: un discernimento che ha permesso di integrare nella tradizione quanto di integrabile c'era nel modernismo. Anche questo, mi sembra, un atteggiamento profondamente cattolico. Questo penso che sia il punto fondamentale, su cui i tradizionalisti dovranno interrogarsi: la tradizione non è qualcosa di statico, semplicemente da conservare; ma qualcosa di vivente, che si sviluppa; qualcosa in cui siamo tutti inseriti e a cui ciascuno di noi deve dare il suo piccolo contributo.

domenica 19 aprile 2009

II domenica di Pasqua "de Divina Misericordia"

"Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto" (Zc 12:10), aveva profetizzato l'Evangelista (Gv 19:37).

Un primo compimento di quella profezia si realizza nove giorni dopo: "Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!", dice Gesù a Tommaso (Gv 20:27). Lo invita non solo a guardare, ma a toccare.

"Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita ... quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi" (1 Gv 1:1.3).

La profezia ha continuato a compiersi attraverso i secoli: i cristiani hanno sempre tenuto fisso lo sguardo sul Trafitto; hanno continuato a guardare e a toccare quelle piaghe e vi hanno scorto la fonte della loro salvezza. Attraverso la ferita del costato hanno intravisto il Cuore del Salvatore, quel Cuore da cui erano scaturiti sangue e acqua (Gv 19:34).

"Egli è colui che è venuto con acqua e sangue, Gesù Cristo; non con l'acqua soltanto, ma con l'acqua e con il sangue" (1 Gv 5:5).

Nel secolo scorso, una giovane suora polacca, Faustina Kowalska, continuando a fissare quel fianco aperto, da cui vide partire due raggi (bianco e rosso), e andando oltre il Cuore stesso di Gesù, giunse al mistero, all'origine ultima della nostra redenzione: la DIVINA MISERICORDIA.

Se vogliamo anche noi essere raggiunti da quei raggi di misericordia, non dobbiamo fare altro che GUARDARE, TOCCARE e CREDERE: "Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!".

sabato 18 aprile 2009

Il suicidio dell'Europa

Ieri la Segreteria di Stato ha diffuso un comunicato sulla incresciosa vicenda della risoluzione della Camera dei Rappresentanti del Belgio, in cui si chiedeva al proprio governo di "condannare le dichiarazioni inaccettabili del Papa in occasione del suo viaggio in Africa e di protestare ufficialmente presso la Santa Sede".

Il comunicato fa giustamente notare che si tratta di un fatto senza precedenti; ma non aggiunge che si tratta pure di un fatto di una gravità inaudita. Non sono un diplomatico; so che in questo campo bisogna pesare le parole; ma, sinceramente, a me sembra che "prendere atto con rammarico" e "deplorare", in un caso del genere, sia un po' poco. Capisco che nessuno voglia in questo momento una crisi diplomatica; e da entrambe le parti, con la visita dell'Ambasciatore belga in Segreteria di Stato e col comunicato di quest'ultima, si voglia chiudere la questione; ma la questione non si chiude, perché la risoluzione del Parlamento belga è solo la punta di un iceberg. Essa ci fa capire quale sia la realtà dell'Europa odierna. Hai voglia a parlare di "radici cristiane" dell'Europa; questa è l'Europa che abbiamo davanti, con i suoi valori, agli antipodi dai valori cristiani: aborto, eutanasia, contraccezione, profilattico, unioni omosessuali, pedofilia, ecc. A che serve sforzarsi di mantenere rapporti di buon vicinato, "relazioni diplomatiche" con questa Europa? Molto meglio denunciare pubblicamente la deriva secolarista del Continente, che, a quanto pare, non è più questione di singoli, gruppi, partiti o movimenti, ma è arrivata a livello istituzionale, e quindi a tale livello deve essere affrontata. Un tempo i Papi scioglievano i sudditi dal giuramento di fedeltà al re o all'imperatore; oggi non ci sono più né imperatori né giuramenti di fedeltà; ma si potrebbe cominciare col denunciare la legittimità di certi poteri politici o invitare i cattolici alla disobbedienza civile. Qualcuno penserà che, come al solito, sto esagerando. Ma la situazione è talmente grave che richiede interventi eccezionali.

In ogni caso, a prescindere da ciò che la Chiesa farà (o non farà) in tali circostanze, una cosa è certa: questa Europa è destinata a morire. Perché preoccuparsi della strisciante conquista musulmana dell'Europa? Vivere sotto l'Islam non sarà certo peggio che vivere in questa Europa. Con una differenza: che i musulmani, come i barbari di tanti secoli fa, potranno diventare cristiani e iniziare una nuova civiltà.

venerdì 17 aprile 2009

Benedetto XVI , quattro anni di pontificato

Ieri era il compleanno del Papa; domenica prossima sarà l'anniversario della sua elezione. Occasioni buone per redigere bilanci di questo pontificato. Io non sono nessuno per fare bilanci; mi limiterò a esprimere qualche pensiero in libertà, secondo il mio solito, anche su questo argomento.

Innanzi tutto, alcune premesse. Prima premessa: sono romano. Noi romani vogliamo bene al Papa. Non a questo o a quel Papa, ma al Papa, chiunque egli sia. Quando, dopo secoli, con Giovanni Paolo II, abbiamo avuto un Papa straniero, non abbiamo fatto nessuna fatica ad accettarlo, semplicemente perché... era il Papa. Vogliamo bene al Papa, ma siamo anche un po' scanzonati: non dimentichiamo che Roma è la patria di Pasquino e del Belli.

Seconda premessa. Appartengo a un Ordine religioso che, pur rimanendo sempre fedele alla Chiesa, ha vissuto un rapporto spesso conflittuale con la Sede Apostolica. Alle origini i Barnabiti dovettero subire una visita apostolica, che li obbligò a rinunciare a molte novità che li caratterizzavano. Un momento di forte tensione fu quello vissuto nell'Ottocento a causa della questione rosminiana. Nel Novecento Pio X fu addirittura tentato di procedere alla soppressione dell'Ordine, perché sospetto di simpatie moderniste. Ma, nonostante ciò, i Barnabiti sono sempre stati figli obbedienti della Chiesa e i Papi hanno sempre saputo che potevano fidarsi di loro.

Terza premessa. La formazione che ho ricevuto, dai Domenicani e dai Gesuiti, è di assoluta fedeltà alla Chiesa, ma scevra da qualsiasi piaggeria. L'unica preoccupazione dei Domenicani era il culto per la verità. Dei Gesuiti ricorderò sempre l'atteggiamento di totale sottomissione al Pontefice nel momento del "commissariamento" della Compagnia da parte di Giovanni Paolo II.

Quarta premessa. Personalmente, sono rimasto alla bolla Unam Sanctam di Bonifacio VIII: credo con convinzione che "subesse Romano Pontifici omni humanæ creaturæ ... omnino esse de necessitate salutis". Ma, allo stesso tempo, sono altrettanto convinto che sottomissione al Papa non sia sinonimo di cortigianeria, ancor meno di "papolatria". Potete immaginare con quale spirito guardassi a certe manifestazioni "popolari" (non so se spontanee o indotte) durante il precedente pontificato.

Fatte queste premesse, veniamo a Benedetto XVI. Innanzi tutto, diciamo che nutrivo una grande ammirazione per lui prima che diventasse Papa. Mi sembrava che fosse una garanzia per la Chiesa la sua presenza a fianco di Giovanni Paolo II. Per quanto questo Papa abbia fatto molto per la Chiesa durante il suo pontificato, alcuni suoi atteggiamenti mi lasciavano un tantino perplesso (si pensi ai vari "mea culpa" e alle Giornate di Assisi). Ebbene, il fatto che ci fosse sempre il Card. Ratzinger a mettere i puntini sugli "i", mi dava sicurezza. Per questo mi aspettavo (e ho desiderato ardentemente) la sua elezione a Sommo Pontefice e, una volta avvenuta, l'ho accolta con gioia. Non dimenticherò mai quel momento: ero a Manila; ero andato a dormire; a un certo punto, durante la notte, mi sveglio e dico: Sta' a vedere che hanno fatto il Papa; accendo la televisione e vedo Ratzinger che stava rivolgendo il suo primo saluto e dando la sua prima benedizione. Pochi giorni dopo ero a Roma e potei partecipare alla sua prima udienza generale, quella nella quale spiegava perché aveva scelto il nome Benedetto.

Penso che questo Papa sia stato veramente voluto dallo Spirito Santo. Egli sta facendo quello che solo lui poteva fare. È stato fatto notare che con Giovanni Paolo II è finita la generazione dei Vescovi che avevano partecipato al Concilio; ora è la volta dei periti conciliari. Si noti che tali periti svolsero un ruolo non secondario durante il Concilio. Molti dei problemi provocati dal Vaticano II vanno ricondotti al lavoro di quei giovani teologi, che pensavano col Concilio di rifondare la Chiesa. Non so, perché non ho approfondito la questione, quale sia stato il contributo specifico dei vari Ratzinger, Küng, Rahner, Congar o De Lubac; so solo che molti Vescovi, specialmente quelli provenineti dall'Europa del Nord, dipendevano dalle loro teorie. Per questo dico che solo uno di loro oggi poteva porre rimedio ai danni che loro stessi avevano provocato. Sono ben consapevole che non si può mettere sullo stesso piano un Ratzinger e un Küng; ma in ogni modo fu Ratzinger a preparare il famoso discorso del Card. Frings contro il Sant'Uffizio (il caso ha voluto che lui stesso finisse su quella poltrona e sperimentasse come rivolte a sé critiche simili a quelle che lui aveva rivolto al Card. Ottaviani).

Rispetto alle sue posizioni come Cardinale, Benedetto XVI in qualche caso ha dovuto fare retromarcia. Per esempio, lui che era così critico riguardo al dialogo interreligioso, ora passa per uno dei suoi maggiori sostenitori. Ciò non mi meraviglia, dal momento che, quando si assume un nuovo incarico, si vedono le cose con uno sguardo diverso. Ciò che conta è il modo in cui poi si fanno le cose. E mi sembra che, specialmente nei confronti dell'Islam, i termini del dialogo siano stati impostati correttamente (su un piano razionale piuttosto che teologico).

Soprattutto nei giorni immediatamente successivi alla sua elezione si parlava tanto di una riforma della Curia Romana, ma questa sembra ancora "di là da venire". Ciò dimostra quanto tutte le Curie siano realtà assai difficili da gestire. Si pensava che, eleggendo un uomo di Curia, sarebbe stato più facile procedere a una sua riforma. Invece ci siamo accorti che un uomo che viene da quell'ambiente è troppo condizionato da esso per poter muoversi liberamente. Non sempre la conoscenza approfondita di una realtà permette di intervenire su di essa; talvolta è meglio essere degli estranei per agire, forse con un po' di incoscienza, ma con maggiore libertà. Un fatto è certo: molte opposizioni derivano a Benedetto XVI da quegli stessi che gli erano nemici quando era Prefetto della Dottrina della Fede.

Uno dei punti a cui Benedetto XVI sembra dare maggiore attenzione è la liturgia. Questo perché è convinto che molti dei mali della Chiesa dipendono dal modo in cui viene intesa e celebrata la liturgia. Papa Ratzinger è pienamente consapevole che con la riforma liturgica si è andati troppo avanti. Per questo parla di una "riforma della riforma". Ho già detto più volte che questo programma mi trova pienamente d'accordo. Il problema è che ora l'immagine che si ha di lui è quella di uno che vuole semplicmente restaurare la liturgia tridentina. Il motu proprio Summorum Pontificum, in sé pienamente legittimo e comprensibile, ha trasmesso questa idea, dalla quale io stesso — lo confesso — non sono stato del tutto immune: "OK, ragazzi, finora abbiamo scherzato; la riforma liturgica è stato un diversivo; ora torniamo alle cose serie", sconfessando in tal modo il Vaticano II. Personalmente sono d'accordo che la riforma, così come è stata attuata (leggi: Mons. Bugnini), forse non corrispondeva alle prescrizioni del Concilio; ma che ci fosse bisogno di una riforma liturgica, penso che non ci piova. Si tratta, come continuo a ripetere, di "tornare" al Vaticano II (a quello vero). E questo è possibile solo attraverso una "riforma della riforma", che valga per tutti, non solo per alcuni.

Quanto al tentativo di ricucire lo scisma lefebvriano (non so se sia corretto usare questa espressione, ma la uso tanto per intenderci), anche qui sono pienamente in linea con Benedetto XVI. Anche in questo caso è stata giustamente sottolineata una questione personale: lo "scisma" si è consumato durante il suo mandato come Prefetto del Sant'Uffizio; evidentemente non vuole lasciare questa vita prima di aver risanato tale frattura. Un intento encomiabile. Certamente c'è anche il desiderio di recuperare alla causa della Chiesa delle forze fresche, pronte per l'evangelizzazione. Anche in questo caso, una preoccupazione più che legittima da parte di un Papa. Lo aveva già fatto Giovanni Paolo II con i vari movimenti ecclesiali. L'esperienza di quel Pontefice però dovrebbe ammaestrarci a non confidare troppo in queste realtà, trascurando il resto della Chiesa, considerata pressoché irrecuperabile. Capisco che la tentazione c'è, ma non si può dare per persa la struttura ordinaria della Chiesa (diocesi e parrocchie), perché è lì che si gioca la partita. Queste altre realtà (preziose, ma umanamente fallibili come il resto della Chiesa) possono aiutare, ma non possono essere sopravvalutate o addirittura esclusivizzate.

Ma l'aspetto più bello di questo pontificato è la capacità comunicativa che ha Benedetto XVI. Nonostante che abbia tutto il sistema mediatico contro, riesce a stabilire un contatto diretto con la gente (quella vera, non quella dipinta dai mezzi di comunicazione). E, una volta stabilito il contatto, riesce anche a trasmettere contenuti non sempre così ovvi e banali. I suoi discorsi sono profondi e talvolta difficili, ma la gente riesce a comprenderli.

Ho soltanto un rilievo da fare; riguarda la formazione di Papa Ratzinger. Benedetto XVI è un grande teologo; eppure si nota, o almeno io noto, qualche carenza nella sua formazione. Essa è avvenuta sulla Bibbia (studiata con metodo critico), sui Santi Padri e sui filosofi e teologi moderni; gli manca completamente la scolastica (specialmente san Tommaso). Non è colpa sua, naturalmente: dipende dall'ambiente da cui proviene. Anche Papa Wojtyla aveva avuto una formazione diversa, ma per lo meno aveva svolto parte dei suoi studi all'Angelicum; in questo caso invece tutta la formazione è avvenuta in Germania. Quello che però a me potrebbe apparire un limite forse costituisce un vantaggio: Benedetto XVI rappresenta il meglio della cultura moderna e dimostra che tale cultura può, senza rinnegare sé stessa, andare incontro a Cristo. Estremamente significativo in proposito risulta il suo libro Gesù di Nazaret: attraverso il metodo storico-critico, che tanta preoccupazione aveva dato alla Chiesa cattolica, viene provata la storicità di Cristo. Papa Ratzinger dimostra che, dopo tanto vagare, la cultura moderna approda lì da dove era partita.

mercoledì 15 aprile 2009

Il Vaticano II più tradizionalista di Pio XII?

Non sono solo gli storici della "Scuola di Bologna" o i teologi che fanno capo alla rivista Concilium a considerare il Vaticano II come una "svolta" nella storia della Chiesa. Ci sono molti tradizionalisti che pensano esattamente la stessa cosa: fino al Concilio tutto, nella Chiesa, andava bene; poi, a un certo punto, quel matterello di Giovanni XXIII, non si capisce bene perché, decise di convocare il Concilio; e quello fu l'inizio della rovina della Chiesa. Ci sono addirittura alcuni (i cosiddetti "sedevacantisti"), per i quali Pio XII è stato l'ultimo Papa della Chiesa cattolica; dalla sua morte (50 anni fa!) la Sede di Pietro sarebbe vacante.

È più che evidente l'assoluta mancanza di senso storico. Come dicevo nel mio articolo Concilio e "spirito del Concilio" (30 gennaio 2009), il Vaticano II non può essere considerato come un fungo spuntato durante la notte; esso è il risultato di una lunga preparazione: era da decenni che qualcosa bolliva in pentola; prima o poi sarebbe venuto fuori. Forse alcuni non se ne rendevano conto. Una volta lessi fra gli atti del Concilio la lettera che aveva inviato il Superiore generale dei Barnabiti dell'epoca nell'ambito della consultazione in preparazione al Concilio: secondo lui, che pure veniva dal Belgio, si trattava di sistemare solo qualche dettaglio. Personalmente sono convinto che lo stesso Giovanni XXIII non si rendesse completamente conto di quel che significava convocare un Concilio: pensava di sbrigarsela in pochi giorni, come aveva fatto col Sinodo Romano (annunciato lo stesso giorno nella basilica di San Paolo fuori le mura). Chi invece si rendeva perfettamente conto dei rischi della convocazione di un Concilio era stato Pio XII, il quale, appunto, non ebbe il coraggio di farlo.

Non è stato il Concilio a far ammalare la Chiesa; la Chiesa era già "ammalata": il Concilio ha solo permesso alla "malattia" di manifestarsi. Personalmente ritengo che abbia anche fatto un grosso sforzo per risanare la Chiesa; ma il malato ha preferito non seguire la terapia indicata dal medico. Non so però se tale metafora della malattia e del medico sia la più appropriata. L'ho usata per farmi capire dai tradizionalisti, che pensano che la Chiesa prima del Concilio fosse sana e che invece ora sia malata. La realtà è un tantino più complessa: quel che "bolliva in pentola" già prima del Concilio non può essere semplicemente considerato una sorta di "malattia"; semmai si tratta di un "malessere", di un "disagio", che non può essere semplicemente ricondotto all'opera del demonio, che vuole distruggere la Chiesa; ma piuttosto una "inquietudine" eccitata dallo Spirito nell'animo dei cristiani, perché la Chiesa potesse riallacciare il dialogo col mondo, oggetto della sua missione salvifica.

Nel succitato articolo ricordavo tutta una serie di movimenti (liturgico, biblico, ecumenico, ecc.) già esistenti nella Chiesa prima del Concilio: i Papi non solo incoraggiarono tali movimenti, ma vi diedero un notevole contributo. Il Vaticano II fu, per questi movimenti, una specie di riconoscimento ufficiale: la Chiesa li faceva propri, dando alcune coordinate di riferimento. È ovvio che, come in tutte le cose umane, in mezzo al grano c'era anche tanta zizzania. Non sempre è facile distinguere tra l'uno e l'altra. Proprio per questo c'era bisogno di un discernimento comune (= il concilio). Talvolta lo stesso Pontefice non fu in grado, da solo, di distinguere tra erba ed erbacce. Un esempio?

All'interno del rinnovamento degli studi biblici, negli anni Quaranta Pio XII commissionò ai professori del Pontificio Istituto Biblico una nuova traduzione del salterio, che tenesse conto del progresso degli studi biblici. Ne venne fuori, nel 1945, il Liber Psalmorum cum canticis, che, dopo essere stato personalmente usato dal Papa per un anno, fu adottato come testo ufficiale per l'Ufficio divino. Si trattava di un'ottima traduzione in latino classico del testo ebraico integrato e corretto in base ad altre fonti. Se conoscete il latino e provate a leggerlo, sembra di leggere, in un bel latino, le moderne traduzioni in lingua volgare. Ebbene, che cosa successe al Concilio? I Padri stabilirono: "L'opera di revisione del salterio, felicemente incominciata, venga condotta a termine al più presto, tenendo presente il latino usato dai cristiani (respectu habito latinitatis christianae), l'uso che ne fa la liturgia e le esigenze del canto, come pure tutta la tradizione della Chiesa latina" (Sacrosanctum Concilium, n. 91). In poche parole, ciò significava: torniamo alla Volgata, emendata laddove è assolutamente necessario farlo. Di qui Paolo VI ebbe l'ispirazione di adottare lo stesso criterio per tutta la Bibbia. E fu così che, pochi giorni prima della fine del Concilio, costituì una commissione incaricata di rivedere la Volgata. Il frutto di tale revisione è la Nova Vulgata Bibliorum Sacrorum Editio (comunemente detta "Neovolgata"), pubblicata nel 1979 (un anno dopo la morte di Paolo VI) e, in seconda edizione, nel 1986.

Personalmente considero la Neovolgata un piccolo capolavoro: senza stravolgere l'opera di san Girolamo, tiene conto dei risultati delle scienze bibliche odierne. Ovviamente, ci sono dei punti su cui si può discutere (p. es., non capisco perché abbiano sostituito, in Romani 5:12, "in quo" con "eo quod"; o, in Filippesi 2:13, "pro bona voluntate" con "pro suo beneplacito"); ma, nell'insieme, mi sembra un lavoro davvero ben fatto.

Come vedete, Pio XII, il Papa tanto amato dai tradizionalisti, fu lui stesso vittima della mentalità (un po' razionalista) diffusa; il Vaticano II, il concilio tanto amato dai progressisti, si mostrò in tal caso più tradizionalista del Papa. Questo tanto per dire come la realtà sia talvolta un tantino più complessa di quanto certe schematizzazioni non vogliano far credere.

martedì 14 aprile 2009

Incarnare il Concilio

Ho ritrovato fra le mie carte un articolo scritto più di trent'anni fa, quando ero ancora giovane studente di teologia, per Parola, il "Giornale dell'ASPUST" (= Associazione Studenti della Pontificia Università San Tommaso). È datato "Pentecoste 1978", dunque un paio di mesi prima della morte di Paolo VI. Lo trovo interessante, non solo perché testimonianza delle attese, delle illusioni e delle tensioni che si vivevano in quegli anni di fuoco, ma anche perché espressione di quanto pensavo a quell'epoca a proposito del Concilio Vaticano II (terminato da poco più di una dozzina d'anni). Permettete che ne riprenda alcuni passaggi. Era intitolato: Una nuova generazione?


Mi pare che si debba riconoscere con molta sincerità e serenità che gli studenti di oggi non sono più quelli di ieri, che la generazione attuale è molto diversa da quella che l'ha immediatamente preceduta.

Gli studenti di qualche anno fa erano molto più "impegnati", più combattivi, più contestatori, in affannosa ricerca del nuovo, più "progressisti". Ora invece assistiamo a un'ondata di riflusso, per cui la generazione odierna è molto più calma, più tranquilla, maggiormente disposta ad accettare il passato, in una sola parola più "conservatrice". Che dire? Credo che non si possa e non si debba giungere a un'opposizione tra generazioni. Purtroppo spesso accade che i nostri predecessori si sentano un po' come traditi da noi, hanno l'impressione di ritrovarsi da soli, stretti fra due morse, quella dei vecchi che hanno contestato e quella dei più giovani che li contestano a loro volta; noi invece parecchie volte rifiutiamo in blocco tutto ciò che ha fatto la generazione precedente, perché ci ha privati di valori del passato, che sono stati travolti nella furia devastatrice della contestazione, valori di cui noi oggi sentiamo estremo bisogno.

Ora invece, secondo me, il rapporto fra le due generazioni deve essere impostato in termini non di opposizione, ma di continuità. Ciascuno di noi deve rendersi conto di non essere l'unico a posssedere la verità. Ognuno deve riconoscere di avere solo una parte di ragione. Dobbiamo imparare a scoprire negli altri, nelle loro idee, nelle loro proposte, nei loro atteggiamenti ciò che c'è di buono, e saperlo integrare nella nostra personalità, rinunciando con maturità e con coraggio a certe posizioni estremistiche ancora esistenti. È doloroso vedere come taluni siano ostinati in certi loro atteggiamenti di contestazione aprioristica del passato, come se tutto ciò che hanno fatto i nostri padri sia completamente sbagliato. Ma altrettanto, anzi assai più doloroso è vedere come alcuni si chiudano in una posizione di rifiuto totale di tutto ciò che è nuovo e di rinnegamento assoluto nei confronti della contestazione degli ultimi anni.

È necessario invece, come dicevo, scoprire i valori positivi presenti nell'una e nell'altra generazione. Dobbiamo sentirci gli eredi dei nostri compagni degli anni passati, i continuatori di quanto essi hanno fatto. Certo, dobbiamo cercare di non ripetere gli errori che hanno commesso, ma non possiamo per questo rifiutare ciò che di valido hanno scoperto e si sono sforzati di realizzare. Ma sarebbe altrettanto immaturo appostarsi sulle identiche posizioni di alcuni anni fa, come se nulla fosse cambiato e come se non ci fosse bisogno di riscoprire certi valori di cui ci si era dimenticati nella foga di distruggere tutto quanto di inautentico esisteva allora nel mondo. (...)

È ora che ci svegliamo, che incominciamo a darci da fare. La Chiesa e il mondo ci aspettano: hanno bisogno di noi. Non possiamo permetterci il lusso di adagiarci nel quieto vivere; non ci è lecito ripiegarci a rimpiangere il passato o a sognare di vivere in un mondo nel quale non viviamo. Dobbiamo accettare la realtà quale essa è, questa realtà nella quale la Provvidenza divina ci ha posti, e cercare di trasformarla secondo i disegni di Dio. Dovremmo essere immensamente riconoscenti al Signore di averci fatto la grazia di vivere in quest'epoca, che ritengo fondamentale nella storia dell'umanità. Siamo a una svolta nella storia della Chiesa e del mondo; sulle rovine del passato ormai distrutto ci viene affidato il delicato compito di costruire un mondo nuovo, quella "civiltà dell'amore" che Paolo VI ha voluto come consegna dell'Anno santo del 1975.

In questa difficile missione non siamo abbandonati alla nostra fantasia: abbiamo dei punti di riferimento precisi da cui non possiamo prescindere. Abbiamo il Vangelo e poi l'insegnamento della Chiesa, che del Vangelo non è altro che l'esplicitazione e l'applicazione al nostro tempo. Abbiamo alle spalle un concilio e tutta una serie di documenti magisteriali che sono in attesa di essere attuati. Io credo che dovremmo dare alla nostra vita proprio questo scopo, quello di mettere in atto il concilio fin nei suoi minimi particolari. Deve animarci questa certezza, che nel Vaticano II si esprime ciò che Dio vuole oggi da noi. Nel concilio è presente uno spirito che ha bisogno di incarnarsi: dobbiamo mettere a disposizione le nostre persone perché ciò si realizzi. Se non lo facciamo noi, chi dovrebbe farlo? (...)


In queste riflessioni traspare l'entusiasmo, la freschezza, forse l'ingenuità di un giovane poco più che ventenne. È chiaro che un ultracinquantenne vede le cose con più distacco e disincanto. Se avete letto il mio articolo su Concilio e "spirito del Concilio", pubblicato nel primo post di questo blog, ricorderete le mie critiche al Concilio, che tanto successo hanno riscosso tra i lefebvriani. C'è dunque stato in me un ripensamento a proposito del Vaticano II? Direi proprio di no. È ovvio che l'esperienza ti fa maturare, ti libera dall'ingenuità giovanile e ti rende più realista. Ma, allo stesso tempo, devo dire che mi ha fatto bene rileggere quell'invito a "incarnare" lo spirito del Concilio (quello vero, non quello della "Scuola di Bologna"), perché ci credo ancora.

Ci stavo pensando in questi giorni, guardando delle anziane suore in borghese. È chiaro che la crisi che la vita religiosa sta oggi attraversando è assai complessa e non può essere sbrigativamente ridotta a una questione di abbigliamento; però è significativo che gli istituti maggiormente in crisi sono proprio quelli che hanno completamente abbandonato qualsiasi segno distintivo della loro consacrazione. Nelle Filippine, dove la crisi delle vocazioni non è ancora così drammatica come in Europa e in Nord America, questo dato risalta in maniera ancor più appariscente: i nuovi istituti femminili (in genere quelli arrivati recentemente dall'Italia, che fanno normalmente uso dell'abito religioso) hanno tante vocazioni, gli istituti più antichi (quelli che, sotto l'influsso di una certa moda proveniente dall'America, hanno abbandonato l'abito) stanno subendo un invecchiamento simile alle comunità europee e americane. Anche qui, a chi può essere addebitata la colpa? Al Concilio? Ma il Concilio non ha mai detto di abbandonare l'abito religioso: "L'abito religioso, segno della consacrazione, sia semplice e modesto, povero e nello stesso tempo decoroso, come pure rispondente alle esigenze della salute e adatto sia ai tempi e ai luoghi, sia alle necessità dell'apostolato. Gli abiti dei religiosi e delle religiose che non concordano con queste norme, siano modificati" (Perfectae caritatis, n. 17). Ancora una volta, come nel caso della liturgia, i nostri guai dipendono non dal Concilio, ma da una distorta applicazione di esso (spesso, va detto, avallata dalle stesse gerarchie). Ripeto, la distorta applicazione del Concilio non riguarda solo l'uso dell'abito, ma la accomodata renovatio della vita religiosa nel suo insieme (interessante notare come l'aggettivo "accomodata" nelle traduzioni italiane sia del tutto scomparso): con la scusa del Concilio si è proceduto spesso a uno stravolgimento della vita religiosa; quando l'intento del Concilio era semplicemente quello di riportare la vita religiosa "alle fonti di ogni forma di vita cristiana e alla primitiva ispirazione degli istituti" e, nello stesso tempo, adattarla "alle mutate condizioni dei tempi" (ibid., n. 2).

Perciò mi convinco sempre più che quanto scrivevo trent'anni fa conserva ancora tutto il suo valore: "Abbiamo alle spalle un concilio e tutta una serie di documenti magisteriali che sono in attesa di essere attuati". In questi anni ci siamo agitati tanto, a destra e a sinistra, contestando il Concilio o perché era andato troppo avanti o perché era rimasto troppo indietro; ma non abbiamo fatto lo sforzo di attuarlo nella lettera e nello spirito o, come dicevo allora, "fin nei suoi minimi particolari". Non abbiamo avuto l'umiltà di accettarlo per quello che esso effettivamente era: un concilio pastorale, attraverso cui lo Spirito ci indicava come comportarci concretamente per rendere presente Cristo nel mondo d'oggi. Dunque, perché lamentarci? Stiamo semplicemente raccogliendo i frutti della nostra presunzione. Quando ci decideremo ad accogliere, con umiltà e obbedienza, le indicazioni pastorali (perché di questo si tratta) di Santa Madre Chiesa, forse sperimenteremo davvero la tanto attesa "nuova Pentecoste"...

lunedì 13 aprile 2009

Oremus et pro Iudaeis

Forse perché stimolato da un recente accuratissimo post di Messainlatino.it (solo un dubbio: si continua a ripetere che fu Giovanni XXIII a togliere il "perfidi"; siamo proprio sicuri? Io ho trovato la versione aggiornata dell'antica preghiera già in un messale degli anni Cinquanta, regnante Pio XII), venerdì scorso sono stato particolarmente attento alla preghiera per gli ebrei, per vedere che effetto mi faceva sentirla nel suo contesto naturale (la liturgia) e non semplicemente leggendola a titolo di studio o di informazione. Ebbene, il risultato è stato: preghiera assolutamente carente, da cambiare quanto prima.

Finora, nonostante mi rendessi conto dell'ambiguità della preghiera, non solo mi ero sforzato di darne una interpretazione corretta (avevo sempre inteso "giungere alla pienezza della redenzione" come sinonimo di "accogliere Cristo"), ma pensavo che tale interpretazione fosse possibile per chiunque. Probabilmente, nella formulazione del 1965, l'invito alla preghiera favoriva una interpretazione ortodossa: "Preghiamo per gli Ebrei: il Signore Dio nostro si degni far risplendere su di loro il suo volto, perché riconoscano anch'essi il Redentore di tutti, Gesù Cristo nostro Signore". Ma ora, con la nuova introduzione, ciò non è più possibile. Nell'attuale invito alla preghiera si dice infatti: "Preghiamo per gli Ebrei: il Signore Dio Nostro che un tempo parlò ai loro padri, li aiuti a progredire sempre nell’amore del suo nome e nella fedeltà alla sua alleanza". Tali espressioni tolgono qualsiasi incertezza: gli ebrei devono rimanere fedeli all'alleanza (evidentemente l'antica) e, nella fedeltà a quella alleanza, giungeranno alla pienezza della redenzione. Più chiari di così... Non c'è nessun bisogno di Cristo.

Che fare? La soluzione è già pronta. L'anno scorso Benedetto XVI ha disposto per l'usus antiquior un nuovo testo. Avrebbe potuto semplicemente imporre di adottare quello usato nel nuovo messale; ha invece preferito comporne uno nuovo. Evidentemente si rende conto dell'ambiguità dell'attuale preghiera. Il nuovo testo, al contrario, brilla per il suo equilibrio e la sua precisione:

"Preghiamo anche per gli Ebrei, affinché Dio nostro Signore illumini i loro cuori e riconoscano Gesù Cristo salvatore di tutti gli uomini.
O Dio onnipotente ed eterno, che vuoi che tutti gli uomini siano salvati e pervengano alla conoscenza della verità, concedi benigno che, entrando la pienezza delle genti nella Tua Chiesa, tutto Israele sia salvo. Per Cristo nostro Signore. Amen."

Propongo: perché non adottare tale testo per tutto il Rito Romano? Sarebbe il primo passo di quella "riforma della riforma" di cui tanto si parla (ma finora s'è visto ben poco). Si possono prevedere le reazioni; per cui ho qualche dubbio che ciò possa avvenire. Ma ho un'idea: visto che si tratta di un testo non solo approvato, ma addirittura composto personalmente dal Papa, chi ci impedisce di adottarlo, senza attendere che venga emanato un decreto della Congregazione per il Culto divino?

domenica 12 aprile 2009

Domenica di Pasqua "in Resurrectione Domini"

Nel vangelo dell'odierna "Messa del giorno" (Gv 20:1-9) troviamo tre personaggi: Maria di Magdala, Simon Pietro e il "discepolo che Gesù amava" (lo stesso evangelista, Giovanni). Tutti e tre vedono qualcosa, ma con diverso risultato.

La Maddalena "vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro". Non sappiamo se entrò o se si accontentò di constatare la violazione del sepolcro. La sua conclusione fu: "Hanno portato via il Signore e non sappiamo dove l'hanno posto!".

Pietro "entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario - che era stato sul suo capo - non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte". Non sappiamo quale fu la reazione di Pietro. Stando a quanto ci dice Luca, "tornò indietro, pieno di stupore per l' accaduto" (Lc 24:12).

Giovanni, che era arrivato per primo al sepolcro, si era chinato e aveva visto i "teli", ma non era entrato, attendendo l'arrivo di Pietro, dopo che questi entrò, entrò anche lui, "e vide e credette". Giovanni è il primo a credere nella risurrezione (è forse un caso che fosse "il discepolo che Gesù amava?"). Credette, perché vide. Che cosa vide? Presumibilmente le stesse cose che vide Simone: "i teli posati là, e il sudario - che era stato sul suo capo - non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte". Per il capo degli apostoli quei segni furono al massimo motivo di "stupore"; quegli stessi segni bastarono al discepolo prediletto per credere. Tutti gli altri - Maria di Magdala, le donne, gli apostoli - avranno bisogno di vedere Gesù di persona, per credere. Uno di loro, Tommaso, non si accontenterà neppure di vedere, vorrà toccare, per credere.

Tutti, in ogni caso, videro e credettero. Ma Gesù proprio a Tommaso dirà: "Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto" (Gv 20:29). Era necessario che loro vedessero, non solo perché loro credessero, ma perché noi credessimo. La nostra fede si fonda sulla loro testimonianza oculare (de visu). Ma "la fede - afferma Paolo - viene dall'ascolto", fides ex auditu (Rm 10:17). Noi crediamo perché ci fidiamo degli apostoli, della loro esperienza unica. Crediamo senza aver visto. E per questo il Signore ci considera e noi stessi possiamo considerarci beati.

BUONA PASQUA A TUTTI!

lunedì 6 aprile 2009

Avviso ai lettori

Per cause di forza maggiore, non potrò essere con voi in questi giorni per il nostro ormai quotidiano appuntamento. Questo temporaneo silenzio potrà essere l'occasione per una maggiore concentrazione sui misteri che celebriamo durante questa settimana santa. A presto.

domenica 5 aprile 2009

Domenica delle Palme "de Passione Domini"

La liturgia di questa domenica potrebbe apparire un tantino incoerente, se non addirittura contraddittoria. Nella prima parte (la processione) commemoriamo l'ingresso trionfale di Gesú a Gerusalemme; nella seconda parte (la messa) rievochiamo la passione del Signore. All'entrata di Gesú nella Città Santa udiamo le folle acclamare: "Osanna!"; di fronte a Pilato, quelle stesse folle gridano: "Crucifige!".

Eppure c'è qualcosa che accomuna i due momenti. Quando Gesú entra in Gerusalemme le folle gridano: "Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d'Israele!" (Gv 12:13). Quando Gesú compare davanti a Ponzio Pilato, questi gli chiede: "Sei tu il re dei Giudei?"; poi domanda alla folla: "Volete che vi rilasci il re dei Giudei?". I soldati, nel pretorio, salutano Gesú dicendo: "Salve, re dei Giudei!". L'iscrizione sulla croce recita: "Il re dei Giudei". I sommi sacerdoti e gli scribi, ai piedi della croce, si fanno beffe di lui: "Il Cristo, il re d'Israele, scenda ora dalla croce perché vediamo e crediamo" (Mc 15, passim). Al di là dell'apparente contrasto, Gesú si presenta a noi, nell'uno e nell'altro momento, come il Re.

Ed è proprio questa rivendicazione che provoca la sua morte. Gesú non viene ucciso perché era un rabbi; neppure perché era un profeta, come si direbbe oggi, un "profeta scomodo". Gesú viene ucciso perché le folle lo hanno riconosciuto come Re. Nel vangelo di Luca, l'ingresso di Gesú a Gerusalemme è immediatamente preceduto dalla parabola delle mine: "Non vogliamo che costui regni su di noi!" (Lc 19:14).

Non so se avete notato che nel vangelo (e nella storia) Cristo viene perseguitato sempre e solo quando rivela la sua regalità. A cominciare dalla sua nascita, quando giunsero alcuni magi da Oriente alla ricerca del re dei Giudei. Ciò è proseguito attraverso i secoli, fino ai nostri giorni, quando le piú feroci persecuzioni contro la Chiesa si sono avute proprio nel momento in cui questa rivendicava il diritto di Cristo a regnare nel mondo. La maggior parte dei martiri del XX secolo sono morti al grido di: "Viva Cristo Re!". Tutte le volte che gli uomini riconoscono in Gesú il loro Re, questi viene perseguitato e ucciso. È il mistero della regalità di Cristo, che non si realizza fra i trionfi del mondo, ma nell'ignominia della croce. "Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me" (Gv 12:32).

sabato 4 aprile 2009

"Benedetto colui che viene nel nome del Signore"

Oggi ho ricevuto questa lettera di benvenuto a Benedetto XVI da parte di P. Musallam. Ho voluto tradurla immediatamente, perché mi sembra il modo migliore per prepararci alla celebrazione di domani, l'ingresso del Signore a Gerusalemme.


"SENTO COMPASSIONE PER LORO" (Mc 6:34)


In Sua Santità Papa Benedetto XVI esiste una corrispondenza fra il nome e la vita: "BENEDICTUS = BENEDETTO". Egli si sta incamminando a passi sicuri verso la Terra Santa della Palestina e le sue "pietre vive", che hanno edificato qui la Chiesa di Cristo. È un pellegrino cristiano, che segue le orme di Cristo. Ogni valle sarà colmata, ogni monte e colle saranno abbassati; il terreno accidentato si trasformerà in piano, e quello scosceso in pianura (Is 40:4-5). Noi cristiani lo accogliamo. Gli apriamo i cuori, perché possa camminare sulla "via diritta". Abbiamo abbassato i nostri monti e colli di fronte a lui. Abbiamo riempito di fiori le nostre valli. Il nostro terreno accidentato è diventato piano. Tutto questo per dire: "Benedetto il BENEDETTO che viene nel nome del Signore". Egli è il nostro padre, il nostro garante, ed è anche la nostra dimora spirituale, dal momento che noi tutti viviamo e abitiamo nel suo cuore. La nostra chiesa di Gaza — la chiesa della Santa Famiglia — gli conferisce il titolo di "cittadino cristiano palestinese onorario" di Gaza.

Saliremo a Gerusalemme e a Betlemme per incontrarlo. Tuttavia... Speravamo che Sua Santità avrebbe scelto un momento in cui Gerusalemme, i suoi luoghi santi e il suo popolo non fossero sotto questa orribile occupazione. Noi, il popolo della Palestina, cristiani e musulmani, non accettiamo che Vostra Santità debba passare attraverso la piccola porta del muro dell'apartheid, che circonda la "Città della Pace", o che debba uscire dalla porta opposta circondato dalle armi israeliane per raggiungere la "Città della Natività". Non volevamo che i Suoi occhi vedessero la Chiesa di Gerusalemme distrutta dalla guerra, o il popolo palestinese crocifisso sul Golgota di Gerusalemme. Volevamo che Ella guardasse il glorioso Sepolcro dove Cristo Redentore è risorto. Non volevamo che il Suo cuore udisse il lamento di un popolo palestinese schiacciato dall'occupazione a Gerusalemme, o che sentisse un terremoto sionista scuotere le mura dei nostri luoghi santi. Avremmo piuttosto desiderato che Ella sentisse la gioia di un altro terremoto, quello che annuncia la risurrezione di Cristo nel cuore dei cristiani palestinesi. Noi, cristiani palestinesi, figli dei testimoni della risurrezione, La assicuriamo che "Cristo è risorto e anche il nostro popolo risorgerà".

Se Vostra Santità non potrà vederci nella nostra chiesa, radunati intorno al nostro amato e venerato Patriarca Fouad Twal a Gerusalemme, beh è una situazione che rifiutiamo. Non possiamo accettare che le porte di Gerusalemme rimangano chiuse di fronte a noi, per poi essere mandati a Betlemme per incontrarLa. Tutti i palestinesi sono nati a Gerusalemme e nessuno può cambiare il nostro certificato di nascita. Non accetteremo di incontrarLa in alcun altro luogo che nella basilica del Santo Sepolcro, sulla "Via della Croce" e sulla spianata di El Aqsa, accanto al nostro popolo musulmano. Lí Le daremo un "ramoscello d'ulivo", perché Ella possa promettere, a tutti coloro che lo negano o dubitano, che la pace in Medio Oriente verrà quando si porrà fine all'occupazione e si ridarà Gerusalemme alla PACE e la PACE a Gerusalemme.

Abbiamo udito la bella notizia che Vostra Santità donerà le offerte della Messa del Giovedí Santo alla comunità cattolica di Gaza. Santità, Ella è il "pane spezzato" nel Cenacolo per la redenzione del mondo. Ella è l'amministratore fedele e saggio che il padrone ha messo a capo dei suoi servi per distribuire il pane quotidiano che Gesú ci ha ottenuto dal Padre. Ella è il maestro e il messaggero inviato per darci il messaggio della Quaresima: "Non è questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo? Non consiste forse nel dividere il pane con l'affamato, nell'introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza distogliere gli occhi da quelli della tua carne?" (Is 58:6-7).

Siamo stati esposti a un olocausto e siamo sotto occupazione da oltre sessanta anni. Noi di Gaza siamo stati schiacciati da una guerra barbara. In quale altro luogo, oltre a Gaza, si sono realizzate le parole del Salmo? "Tutto il giorno mi insultano i miei nemici, furenti imprecano contro il mio nome. Di cenere mi nutro come di pane, alla mia bevanda mescolo il pianto"(Sal 101/102:9-10).

Spezzi generosamente il Suo pane con noi. Apra il Suo cuore a noi che siamo mandati in diaspora da Israele e ci dia rifugio e riparo. Ci dia il Suo mantello scarlatto e si cinga con il sacco per coprire la nostra vergogna e la nostra nudità; poi, come il pellicano, ci dia qui su un vassoio il Suo cuore cristiano per nutrirci. Chi al di fuori di Lei può gridare in faccia all'ingiustizia e ai malfattori di Israele e dire, come fece Mosè: "Libera il mio popolo"? Chi al di fuori di Lei può essere al di sopra del potere del veto americano, colpirlo con la Croce e coprirlo di spine, e poi consegnarlo per essere crocifisso? Noi rimaniamo Suoi figli; appesi alla speranza finché la pace di Cristo non arriverà nella terra di Cristo.

E se il mondo teme per la Sua sicurezza da parte del popolo di Gaza, e se Le hanno impedito di pregare con noi, e se L'hanno tenuta lontana dalla via pacifica che Gesú prese quando fuggí in Egitto, La assicuriamo che i nostri cuori in realtà sono pacifici, tranquilli e sicuri in mezzo al nostro popolo musulmano di Gaza. Abbiamo gli stessi diritti e gli stessi doveri; siamo, insieme, il popolo della Terra Santa della Palestina. Ci amiamo e rispettiamo a vicenda, e lavoreremo insieme per liberare la nostra terra. Sí, senta compassione per noi, come Gesú, e venga da noi e prenda dimora nei nostri cuori.

Suo figlio in Cristo
Padre Manuel Musallam
Gaza, 1° aprile 2009

Dialogo ed evangelizzazione

Ieri Massimo mi ha inviato il seguente messaggio:

«Le scrivo riguardo al post "In nessun altro c'è salvezza". Concordo su tutto. Però ho un dubbio. È vero quanto lei osserva sui cosiddetti "atei devoti". Epperò il termine non rende l'idea. Forse dovrebbero essere chiamati "vestali della ragione". Il problema della Chiesa è quello da lei indicato, l'apostasia; quello del mondo di oggi è quello di aver abbandonato la ragione. E in molti casi questo produce dei veri e propri danni non solo alla morale, ma alle persone. Pensiamo al dramma dell'aborto (le vittime sono molte piú che nella Shoah), la povertà del terzo mondo che, detta cosí, sembra nulla, ma in realtà significa milioni di morti innocenti, etc. Allora, la domanda è questa: per salvare delle vite si può far sponda con chi, pur non condividendo la fede in Gesú Cristo, condivide almeno ancora la centralità dell'uomo? Ed il corretto uso della ragione non è anch'esso un mezzo per arrivare a Dio e una base per evangelizzare?»

Si pone qui il problema del rapporto del cristiano (e quindi della Chiesa) con i non-cristiani e i non-credenti. È ovvio che il mio discorso di ieri era volutamente radicale, perché intendeva evidenziare alcuni principi irrinunciabili. Ma non voleva essere in alcun modo un discorso fondamentalista (qualche anno fa si sarebbe detto "integralista"; ma chi usa piú questo termine?). Bisogna tenere sempre ben presente che il cattolicesimo è agli antipodi del fondamentalismo. Il cattolico è per sua natura universale, aperto a tutto e a tutti.

Per sapere come muoversi in questo campo, non ho alcuna esitazione a rinviare al Concilio Vaticano II, che, essendo un concilio pastorale, aveva di mira proprio simili questioni:

«Rivolgiamo anche il nostro pensiero a tutti coloro che credono in Dio e che conservano nelle loro tradizioni preziosi elementi religiosi ed umani, augurandoci che un dialogo fiducioso possa condurre tutti noi ad accettare con fedeltà gli impulsi dello Spirito e a portarli a compimento con alacrità.
Per quanto ci riguarda, il desiderio di stabilire un dialogo che sia ispirato dal solo amore della verità e condotto con la opportuna prudenza, non esclude nessuno: né coloro che hanno il culto di alti valori umani, benché non ne riconoscano ancora l'autore, né coloro che si oppongono alla Chiesa e la perseguitano in diverse maniere.
Essendo Dio Padre principio e fine di tutti, siamo tutti chiamati ad essere fratelli. E perciò, chiamati a una sola e identica vocazione umana e divina, senza violenza e senza inganno, possiamo e dobbiamo lavorare insieme alla costruzione del mondo nella vera pace» (Gaudium et spes, n. 92).

«Anche i comuni valori umani richiedono non di rado una simile cooperazione dei cristiani che perseguono finalità apostoliche con coloro che non professano il cristianesimo, ma riconoscono tali valori. Con questa cooperazione dinamica e prudente che è di grande importanza nelle attività temporali, i laici danno testimonianza a Cristo, salvatore del mondo, e all'unità della famiglia umana» (Apostolicam actuositatem, n. 27).

Abbiamo in questi testi tutte le coordinate per poterci muovere con sicurezza in tale settore (si noti l'insistenza sulla prudenza!). Da parte mia aggiungerò solo, con san Tommaso, che gratia non tollit sed perficit naturam. La natura è presupposta dalla grazia. Anche se, sappiamo bene, la natura, dopo il peccato, è malata e ha perciò bisogno di essere risanata (dalla grazia, appunto). La mia insistenza sulla fede non esclude la ragione (altrimenti si risolverebbe in fideismo, che è un'eresia); come la mia insistenza su Cristo non esclude i valori umani. Quello che intendevo dire è che è puramente illusorio pensare che la ragione sia autosufficiente; essa ha bisogno della fede, per essere pienamente ragione (pensate che sia una pura coincidenza che il mondo abbia smarrito la ragione nel momento stesso in cui ha abbandonato Cristo?). Ciò non toglie che la ragione sia il punto di partenza nella ricerca di Dio, non perché da sola lo possa trovare (ciò è possibile solo grazie alla rivelazione), ma perché ne sente il bisogno, ne postula l'esistenza (vedi la definizione del Concilio Vaticano I circa la possibilità di conoscere Dio naturalmente). Allo stesso modo, sarebbe illusorio pensare che i valori umani possano essere pienamente riconosciuti e rispettati a prescindere la Cristo; ma ciò non toglie che tali valori possano essere "intravisti" e stimati anche da chi cristiano non è.

Va riconosciuto senza tentennamenti che la verità e il bene non sono monopolio della Chiesa: raggi di verità e di bene possono essere presenti in ogni cultura (si pensi all'uso che fecero delle antiche filosofie pagane i primi cristiani). I cristiani considerano tali raggi come semina Verbi: la loro origine è unica. Dobbiamo essere sempre pronti a riconoscere e valorizzare questi semi ovunque essi siano presenti. Dobbiamo sempre essere pronti a discernere l'azione dello Spirito, ovunque essa si manifesti, perché sappiamo che lo Spirito soffia dove vuole. Il cristiano (soprattutto il cattolico) è l'uomo aperto per definizione; non ha paura di nulla e di nessuno, perché conosce l'origine di ogni cosa.

È dunque possibile un dialogo e una collaborazione con i non-cristiani e i non-credenti? Senz'ombra di dubbio. Purché tale dialogo e collaborazione non siano eccessivamente teorizzati, idealizzati, assolutizzati e considerati come un fine; ma vengano praticati con semplicità e considerati come un dovere e come uno strumento. Mi spiego.

1. Si tratta innanzi tutto di una questione di civiltà: non siamo delle monadi, ma degli esseri umani che convivono con i loro simili. È doveroso coltivare "rapporti di buon vicinato", se vogliamo vivere in pace con tutti.

2. Se esistono dei problemi comuni, questi vanno affrontati e risolti insieme. Come in un condominio, dove, se c'è da riverniciare la scale, si convoca l'assemblea dei condomini e si decide insieme. Durante l'assemblea naturalmente ciascuno dà il suo contributo, secondo le proprie conoscenze, competenze e responsabilità.

3. Queste "riunioni di condominio" diventano occasioni preziose (oltre che, qualche volta, per litigare) per conoscersi, stimarsi reciprocamente ed eventualmente fare amicizia. Per noi cristiani il dialogo diventa un'occasione per condividere con altri ciò che abbiamo di piú caro. Senza montare in cattedra, abbiamo l'occasione di testimoniare la nostra fede. Il dialogo diventa cosí un umile strumento di evangelizzazione. Ma, per favore, non ne facciamo un feticcio! La missione della Chiesa non è il dialogo, ma l'annuncio di Cristo.

venerdì 3 aprile 2009

"In nessun altro c'è salvezza"

Caterina ha replicato al mio post Il vero Israele, cercando di spiegare il suo pensiero. Effettivamente, ora mi risulta piú chiaro, ma ciò non significa che mi trovi d'accordo.


1. Motivo del cambio di atteggiamento della Chiesa verso Israele.

Caterina lo trova in un'omelia del Card. Ratzinger (Natale 2000): «Forse proprio a causa della drammaticità di quest'ultima tragedia (= la Shoah), è nata una nuova visione della relazione fra Chiesa ed Israele, una sincera volontà di superare ogni tipo di antigiudaismo e di iniziare un dialogo costruttivo di conoscenza reciproca e di riconciliazione». Siccome tra le possibili cause dell'Olocausto ci potrebbe essere anche l'antigiudaismo della Chiesa cattolica, ecco che dobbiamo cambiare atteggiamento.

Rispondo: con tutto il rispetto per il Card. Ratzinger, non sono affatto d'accordo. In fondo, il Card. Ratzinger non sta dicendo niente di nuovo; si sta facendo semplicemente interprete di una corrente molto diffusa negli ultimi decenni, secondo cui, dopo l'Olocausto, tutto dovrebbe essere ripensato a partire da quell'evento (uno degli slogan di tale corrente, per esempio, era "Ripensare Dio dopo Auschwitz"). E questo lo trovo totalmente inaccettabile, perché significa trasformare un evento storico, per quanto tragico, nell'evento centrale della storia dell'umanità, a partire dal quale ogni realtà dovrebbe essere "ripensata". Che la Shoah sia stato un evento tragico, nessuno lo mette in discussione; ciò che non è accettabile è considerare tale evento come unico, quando di genocidi ce ne sono sempre stati nella storia dell'umanità: prima e dopo la Shoah. E anche ai nostri giorni...

Che i popoli, specialmente i nuovi Stati, si creino i loro miti fondatori, è cosa naturale, è sempre avvenuto. Anche lo Stato italiano ha il suo mito fondatore (il Risorgimento). Nessuno si meraviglia di questo. Che lo Stato d'Israele abbia trasformato la Shoah nel suo mito fondatore, lo si può pure capire (sebbene dovrebbe apparire chiaro da ciò che lo Stato di Israele non ha niente a che fare con la religione ebraica: esso è il frutto di una ideologia, il Sionismo, e ha creato una nuova religione, la religione della Shoah). Ciò che non si può accettare è la pretesa di imporre tale mitizzazione a tutta l'umanità. Ed è sorprendente che anche la Chiesa cattolica accetti supinamente tale pretesa, senza rendersi conto dei rischi che essa comporta. Non si rende conto che trasformare la Shoah nell'evento centrale della storia tende a rimpiazzare la centralità di Cristo (vi sembra casuale la scelta del termine "olocausto"?): il vero messia non è Gesú Cristo, che ha salvato l'umanità con il suo olocausto; il vero messia è il popolo ebraico sterminato dai nazisti.


2. La lotta contro l'ateismo

Caterina aggiunge: «Che la Chiesa stia cercando degli "alleati" contro l'ateismo laicista è palese. Negli anni '90 nascono in Italia gli "atei devoti", ossia coloro che, pur non credendo in Dio o avendo dubbi e non essendo cattolici, difendono tuttavia l'etica e la morale cosí come saggiamente insegna la Chiesa. E questo perché? Perché alla fine degli anni '70 nascono i "cattolici adulti" (i quali voteranno a favore dell'aborto e del divorzio), il cui leader, fondando il partito dell'Ulivo nei primi anni '90, raccoglierà il cattolicesimo progressista italiano, il quale, fino a due giorni fa e per voce del suo nuovo leader PD, attaccava ancora il Pontefice sui contraccettivi... Che il Papa stia cercando alleanze è palese anche dai discorsi che sta rivolgendo negli incontri interreligiosi; egli sta puntando a sensibilizzare ogni religione alla fedeltà della propria fede in tema di etica e morale, e questo perché non ha piú alleati fra le Nazioni e gli Stati, specialmente l'Europa, nella quale si contano sulle dita di una mano gli Stati che non hanno emanato leggi per difendere la vita, il matrimonio e la bioetica».

Rispondo: anche qui non mi trovo affatto d'accordo. Se questa è la politica della Chiesa cattolica oggi, mi spiace, proprio non ci siamo.

a) Gli "atei devoti". Mi spiegate che cosa ce ne facciamo degli "atei devoti"? Che differenza c'è tra un ateo devoto e un ateo laicista? L'ateo devoto accetta (almeno cosí dice) la morale cristiana. E allora? Che cosa è piú importante: Gesú Cristo o la morale cristiana? Chi ci salva: Gesú Cristo o la morale cristiana? Non ci accorgiamo che questo attaccamento alla morale-cristiana-senza-Cristo non è molto diverso dal fariseismo contro cui si è scagliato Gesú? La pretesa dell'uomo di salvarsi con le proprie forze! L'illusione che si possa essere buoni senza l'aiuto di Dio! Non ci rendiamo conto che non è un caso se non esiste piú la morale cristiana? La perdita dei valori morali è solo una conseguenza dell'apostasia, dell'aver abbandonato Cristo. Non è possibile per l'uomo vivere moralmente a prescindere da Cristo: è lui, con la sua grazia, che ci dà la possibilità di vivere secondo la legge morale.

b) Le altre religioni. Anche qui, siccome c'è l'ateismo, alleiamoci con le altre religioni per combattere contro l'ateismo! Almeno loro credono in Dio! Chiedo: in quale dio? L'unico vero Dio è quello rivelato da Gesú Cristo. Le religioni svolgono un ruolo positivo solo in quanto testimonianza della ricerca di Dio da parte dell'uomo (il cosiddetto "senso religioso"); ma quando esse pretendono di proporre un Dio diverso da quello di Gesú Cristo, diventano piú pericolose dell'ateismo. Giustamente Caterina citava nel suo studio dell'altro giorno un'osservazione del Card. Ratzinger (La Chiesa, Israele e le religioni del mondo, San Paolo, 2000): «La religione custodisce la preziosa perla della verità, ma al tempo stesso la occulta ed è sempre esposta al rischio di perdere la propria natura. La religione può ammalarsi e divenire un fenomeno distruttivo. Essa può e deve portare alla verità, ma può anche allontanare l’uomo da essa ... La fede senza la religione è irreale, essa implica la religione. Ma anche fra i cristiani la religione può corrompersi e trasformarsi in superstizione». Io aggiungerei: non solo la religione può trasformarsi in superstizione; ma, se chiusa alla rivelazione, essa rischia di diventare semplice idolatria (l'idolo è un dio creato dall'uomo). A questo proposito, bisognerebbe ricuperare le riflessioni di Karl Barth (a mio parere, il piú grande teologo del XX secolo) sulla religione (nel suo monumentale commento all'Epistola ai Romani). La religione senza la fede (la fede in Cristo) è il maggiore ostacolo all'incontro dell'uomo con Dio (il vero Dio). Essa è l'espressione della presunzione dell'uomo, che si illude di raggiungere il Cielo senza avere bisogno che Dio gli venga incontro.

Concludo dicendo che, secondo me, il grande problema della Chiesa oggi non è l'ateismo, ma l'apostasia (= l'abbandono della fede cristiana). Ciò che essa oggi deve fare non è di difendere Dio e i valori morali (questo lo fa già la massoneria); non è di salvaguardare le "radici (giudaico-)cristiane" dell'Europa (magari conservandole sottovuoto nella vetrina di qualche museo archeologico). Ciò che deve fare la Chiesa oggi, se vuole ridare vita al mondo, è semplicemente predicare Gesú Cristo. "In nessun altro c'è salvezza" (At 4:12).

giovedì 2 aprile 2009

Traduzioni: corrispondenza formale o equivalenza dinamica?

Lycopodium, inviandomi questo link, mi ha chiesto di esprimere un parere a proposito delle traduzioni liturgiche. Lo faccio volentieri, anche perché si tratta di un problema che ho sempre sentito molto.

Tradurre è, in sé, un'opera alquanto ardua. Non si tratta solo di rendere delle parole in un'altra lingua (questo lo può fare anche un traduttore automatico su internet, sappiamo con quali risultati), ma di esprimere un messaggio. E noi ci esprimiamo non solo usando determinate parole (che sono certamente importanti, visto che scegliamo certi termini piuttosto che altri), ma anche attraverso lo stile, i modi di dire (le espressioni idiomatiche), le allusioni; cose tutte ben difficili a rendersi in una lingua diversa. Per questo l'ideale sarebbe leggere i testi sempre nella loro lingua originale. Cosa praticamente impossibile, non solo perché non possiamo conoscere tutte le lingue, ma soprattutto perché, anche quando conosciamo una lingua (specie se si tratta di una lingua "morta"), non sempre possiamo cogliere, oltre il significato, anche le risonanze di un determinato termine o di una determinata espressione. Tanto per fare un esempio, tempo fa ho usato in un mio post il termine "velina": durante il fascismo tale termine aveva un suo significato, oggi ne ha uno completamente diverso. Come potrà anche solo fra cinquanta anni un lettore capire il significato di quel termine? Figuriamoci quando si tratta di termini usati molti secoli fa; ancor piú quando si tratta di una lingua usata per secoli se non addirittura millenni (come il latino) e nei contesti piú diversi: vi sembra facile riuscire a cogliere il preciso significato di una parola che può essere stata usata con diverse accezioni in tempi e luoghi diversi?

Personalmente ritengo che, prima ancora del problema delle traduzioni liturgiche, esista quello delle traduzioni della Bibbia, che ritengo un problema ancor piú grave e urgente. Soprattutto negli ultimi decenni abbiamo avuto un pullulare di traduzioni. Senza considerare le traduzioni protestanti, per limitarci alla Chiesa cattolica, soprattutto dopo la raccomandazione del Concilio a tradurre la Bibbia preferibilmente dai testi originali (Dei Verbum, n. 22), tutti si sono improvvisati traduttori, e ne è venuto fuori quel che ne è venuto fuori. Per poter tradurre dai "testi originali" (espressione alquanto discutibile, perché non possediamo i testi originali della Bibbia) bisognerebbe conoscere molto bene le lingue originali (ebraico e greco). E voi credete che esistano biblisti cosí preparati in tutte le regioni del mondo? Mi viene il vago sospetto che le tanto conclamate traduzioni dai testi originali non siano altro che ritraduzioni, talvolta anche piuttosto approssimative, di scadenti traduzioni nelle lingue europee (specialmente francese e inglese). Ne ho la prova qui dove vivo. Nella liturgia usiamo una traduzione tagalog non cattolica (mi chiedo: possibile che in tutte le Filippine non si trovasse un biblista cattolico capace di fare una traduzione decente della Bibbia nella lingua nazionale?), che a sua volta è una ritraduzione di una delle innumerevoli e discutibilissime traduzioni inglesi "in lingua corrente" (Good News Bible). Vi potete immaginare il risultato. Certe volte, preparando il vangelo della domenica, mi chiedo: ma che cosa sto leggendo, il vangelo o una libera parafrasi di esso?

Per quanto riguarda la Bibbia esiste un grosso dilemma. Esistono due differenti modi di tradurre: in inglese chiamano il primo modo "word for word" (corrispondenza letterale o formale); il secondo, "meaning for meaning" (equivalenza letteraria o dinamica). Anche quando studiavamo latino al liceo esisteva il problema di scegliere fra la traduzione letterale e quella libera. È ovvio che, quando traduciamo Cesare o Cicerone, quel che importa è riuscire a esprimere ciò che quegli autori volevano dire. Ma, nel caso della Bibbia, il problema è un po' diverso: la Scrittura è divinamente ispirata; non possiamo prendere troppo alla leggera la lettera, nella fretta di cogliere il significato. Anche perché non sempre il significato è cosí ovvio; il piú delle volte il significato è molteplice; talvolta esso rimane semplicemente nascosto. Per cui una traduzione "meaning for meaning" si risolve necessariamente in un'arbitraria interpretazione del traduttore, che oltre tutto impedisce al lettore di scoprire per suo conto altri legittimi significati. Pertanto, quando si tratta di Bibbia, non avrei alcun dubbio a scegliere una traduzione letterale. Ne abbiamo due splendidi esempi: la Septuaginta (la traduzione dell'Antico Testamento dall'ebraico in greco) e la Vulgata (la traduzione di Antico e Nuovo Testamento in latino). Anche in inglese hanno avuto due ottime traduzioni letterali della Bibbia: la cattolica Douay-Rheims (condotta sulla Vulgata) e la protestante King James (fatta sui cosiddetti "testi originali" del tempo, in molti casi assai meno sicuri della Vulgata).

Si dirà: va bene una traduzione letterale, ma bisogna che essa sia leggibile; per cui si dovranno pur fare degli adattamenti alla lingua parlata in modo che la traduzione risulti comprensibile. Proprio gli esempi su riportati (in particolare la Vulgata e le due traduzioni inglesi) dimostrano che, anche se all'inizio una traduzione letterale può apparire un tantino ostica (e quelle traduzioni sollevarono notevoli rifiuti), col tempo esse stesse influenzano o addirittura modificano la lingua e diventano alla fine dei capolavori letterari (la King James è ora considerata "the noblest monument of English prose"!). Perché questo non sarebbe piú possibile ai nostri giorni? Perché volere a tutti i costi rendere facile, comprensibile (diciamo pure banale) ciò che, per sua natura, facile non è?

Per quanto riguarda la traduzione italiana della Bibbia, quella della CEI, devo dire che non mi è mai dispiaciuta (forse perché è la traduzione che mi ha accompagnato in tutti questi anni). Non sarà una traduzione perfetta, ma mi sembra una traduzione piú che rispettabile. Trovavo la vecchia edizione molto bella anche dal punto di vista letterario (con i suoi pittoreschi toscanismi). La nuova versione, non la conosco ancora abbastanza. Per quel poco che ho potuto usarla, mi sembra ben fatta, anche se dovrò farci un po' l'orecchio.

Passando alle traduzioni liturgiche, premetto che, secondo me, non ce n'era alcun bisogno: una volta proclamate le letture in lingua volgare, la messa poteva continuare ad essere celebrata, seppure con un rito rinnovato, in latino. Anche senza aver studiato latino, una volta saputo che "Dominus vobiscum" significa "Il Signore sia con voi" (ma siamo poi proprio sicuri che si tratta di una traduzione esatta? non potrebbe piuttosto significare: "Il Signore è con voi"?), dove sta il problema? Io ho imparato a memoria le risposte della messa in latino quando avevo otto anni (facevo la seconda elementare); oggi che siamo tutti laureati è diventato un problema rispondere "Et cum spiritu tuo" a quel saluto? Oltre tutto, in un mondo globalizzato, sarebbe stato quanto mai opportuno usare un'unica lingua per la liturgia. Almeno noi in Italia abbiamo un'unica lingua per la liturgia dalle Alpi alla Sicilia; qui nelle Filippine si usano almeno sette diverse lingue locali: basta che vi spostiate di qualche chilometro e andate a messa, sarete impossibilitati a parteciparvi attivamente, con tanti saluti alla riforma litugica e all'actuosa participatio dei fedeli.

Ma, visto che le traduzioni liturgiche ci sono, che dire? Dirò che in tal caso una traduzione, pur fedele, non potrà essere assolutamente letterale. In tal caso sono per una traduzione "meaning for meaning". Le orazioni latine sono dei piccoli gioielli di retorica; mi dite voi come fate a rendere in lingua volgare il cursus di certi testi? L'unica possibilità che rimane è quella di riesprimere lo stesso contenuto in volgare, usando una forma non solo accettabile, ma anche un tantino letterariamente decorosa.

Quanto al Messale italiano, anche qui, forse perché ci sono "cresciuto insieme", non mi dispiace. Mi rendo conto che in certi casi si discosta un tantino dal testo originale, ma se non altro lo fa con una certa dignità. Soprattutto dopo aver conosciuto il Messale inglese (che sembra non aver niente a che fare con l'originale latino), il Messale italiano mi sembra quasi perfetto.

Per quanto infine riguarda l'ordinario della messa, non so nulla della nuova traduzione italiana in corso; per cui preferisco non pronunciarmi. Mentre conosco la nuova traduzione inglese, non ancora utilizzata, ma già approvata dalla Santa Sede, che mi sembra decisamente ben fatta. Per esempio, il banalissimo "The Lord be with you. – And also with you" è stato sostituito dal piú letterale "The Lord be with you. – And with your spirit". Nel Credo "one in Being with the Father" è stato rimpiazzato da un rigorosissimo "consubstantial with the Father". La formula di consacrazione del calice d'ora in poi sarà: "Take this, all of you, and drink from it, for this is the chalice of my Blood, the Blood of the new and eternal covenant, which will be poured out for you and for many for the forgiveness of sins. Do this in memory of me". Fedelissima all'originale latino. La formula di invito alla comunione sarà: "Behold the Lamb of God, behold him who takes away the sins of the world. Blessed are those called to the supper of the Lamb. – Lord, I am not worthy that you should enter under my roof, but only say the word and my soul shall be healed". Credo proprio che non si potesse fare meglio. Eppure sono già cominciate le polemiche... Potete immaginare. Penso che anche in italiano (dove le modifiche saranno certamente meno rispetto all'inglese) si seguiranno gli stessi criteri. Per cui, sono fiducioso, avremo una buona traduzione. Anche se... in latino sarebbe meglio.

mercoledì 1 aprile 2009

Il vero Israele

L'altro giorno Caterina mi ha mandato una sua riflessione sul nuovo atteggiamento della Chiesa nei confronti di Israele. Non posso pubblicare per intero il suo interessantissimo studio, perché si tratta di un testo assai lungo (9 pagine). Cercherò di sunteggiarlo (sperando di non tradirne il senso), aggiungendo poi alcune considerazioni personali.

Caterina inizia la sua ricerca con un lungo excursus storico, che cerca di prendere in considerazione le questioni solitamente contestate alla Chiesa in questo campo.

1. L'atteggiamento della Chiesa nei confronti degli ebrei è sempre stato tollerante. L'ultima prova di questa affermazione la troviamo nel volume Pasque di sangue di Toaff (il motivo per cui, secondo Caterina, tale libro fu ritirato non è perché accusa degli ebrei di infanticidio, ma perché dimostra che la Chiesa non è mai stata antisemita).

2. Il ghetto di Roma nasce non perché imposto dal Papa, ma perché richiesto dagli ebrei, che vogliono in tal modo proteggere la loro identità, difendendosi da possibili contaminazioni da parte dei cristiani. In altri paesi (Spagna, Germania, Venezia) i ghetti nascono come alternativa all'espulsione.

3. La pratica dell'usura è da considerarsi come una conseguenza del divieto per gli ebrei di possedere latifondi. Tale divieto era volto a impedire loro di possedere schiavi cristiani. I Papi cercarono di regolare la pratica dell'usura stabilendo un tetto del 20%.

4. Nonostante le bestemmie contro la fede cristiana contenute nel Talmud, i Papi mai proibirono il ricorso a tale libro; al massimo ordinarono di censurare le parti blasfeme. Interessante quanto Innocenzo IV scriveva a Luigi IX re di Francia: "Noi, che secondo il mandato divino siamo tenuti a tollerare che essi osservino questa loro legge, ... non vogliamo privarli ingiustamente dei loro libri".

5. In Spagna le comunità ebraiche godevano di piena autonomia giudiziaria (praticamente, uno stato nello stato). Le violenze che scoppiarono in questo paese tra cristiani ed ebrei si spiegano con la consistenza numerica della comunità ebraica (100mila su una popolazione di 6 milioni di abitanti; i musulmani erano 300mila).

6. Per quanto riguarda il deicidio, il Catechismo del Concilio di Trento dice espressamente che la morte di Gesú fu assolutamente volontaria. La causa di quella morte sono i peccati degli uomini.

7. A proposito della questione dell'aggettivo "perfidi", è evidente che si tratta di un termine che ha cambiato significato col passare dei secoli. Esso veniva usato all'inizio per indicare che gli ebrei non avevano creduto in Cristo; successivamente esso ha assunto il significato attuale. Per questo motivo, prima Pio XII, sollecitato da Eugenio Zolli, spiegò il vero significato del termine; poi Giovanni XXIII abolí il termine dalla preghiera del Venerdí santo.

Dopo questa lunga premessa storica, Caterina formula la sua ipotesi per spiegare il cambio di atteggiamento della Chiesa nei confronti di Israele. Si tratterebbe di "un gioco di equilibrio causato e generato dall'apostasia dell'Europa nei confronti del cristianesimo e di Dio stesso e dall'apostasia di non pochi cristiani". In certo modo, la Chiesa è stata costretta a modificare la propria politica nei confronti di Israele dall'ateismo europeo.

Il problema sta nel modo in cui si concepisce e si attua il dialogo con gli ebrei. Oggi, rispetto al passato, esiste la falsa opinione pastorale secondo cui non sarebbe piú necessario predicare Cristo agli ebrei. Non è, questo, un problema che riguarda solo il dialogo con gli ebrei, ma con qualsiasi religione. L'incontro tra le religioni non può avvenire nella rinuncia alla verità, ma nel suo approfondimento; missione e dialogo non devono essere forme contrapposte, ma compenetrarsi a vicenda.

Fin qui Caterina. Ieri poi mi ha mandato il link al commento di un ebreo, Stefano Levi Della Torre, al documento della Pontificia Commissione per i rapporti con l'ebraismo del 1998 Noi ricordiamo. Si tratta di un articolo assai interessante, perché ci costringe a riflettere su certe prese di posizione molto di moda come la richiesta di scuse per le colpe passate della Chiesa verso gli ebrei.

Per quanto mi riguarda, devo dire che mi trovo in linea di massima d'accordo con Caterina. Non mi sento però di addentrarmi in questioni storiche, perché ritengo che sia necessaria una preparazione che non ho e un approfondimento che non ho la possibilità di fare. Non mi sembra corretto esprimere giudizi storici senza essermi prima adeguatamente documentato.

Parlando molto in generale, per quanto ne so, sono convinto che l'atteggiamento della Chiesa sia stato sempre assai tollerante. Sarebbe del tutto anacronistico accusare la Chiesa di antisemitismo. Antigiudaismo? Non saprei. Bisognerebbe forse precisare meglio il contenuto esatto di tale espressione. Va detto che una critica al giudaismo è presente nelle stesse Scritture, sia nell'Antico sia nel Nuovo Testamento: i profeti, Gesú, gli apostoli. Stefano Levi Della Torre nel succitato articolo fa notare che quelle critiche vengono dall'interno del giudaismo e perciò sono legittime (perché ispirate dall'amore); quelle successive dei cristiani, no. La cosa mi sembra alquanto discutibile. Il problema, secondo me, sta nel non aver ancora compreso il reale rapporto tra la Chiesa e l'antico Israele: la Chiesa è il nuovo Israele, non perché si tratti di una nuova realtà, nata dal nulla e contrapposta all'antico Israele (il quale continuerebbe ad essere l'unico, vero Israele). La Chiesa è il nuovo Israele in quanto è la continuazione dell'antico, il rinnovamento di esso, se vogliamo, la sua "riforma"; ma è lo stesso Israele, il vero Israele. Noi siamo la discendenza di Abramo, non gli ebrei. Non sono i cristiani, ma gli ebrei ad essersi staccati dal vero Israele. Se pertanto la Chiesa è il vero Israele, la critica al giudaismo può e deve continuare ad essere presente, perché è una critica interna e legittima. Il voler escludere qualsiasi tipo di critica al giudaismo significa snaturare il cristianesimo.

Quanto ai "mea culpa", dirò molto onestamente, che non mi sono mai andati giú. Non perché creda che la Chiesa non può sbagliare: basta vedere quanti sbagli fa oggi, per rendersi conto di quanto sia fallibile. E neppure perché penso, come di solito fanno i tradizionalisti, che solo oggi la Chiesa sbaglia, mentre nel passato era perfetta. Anzi, al contrario, proprio vedendo gli errori della Chiesa di oggi, sono portato a pensare che anche nel passato la Chiesa abbia potuto commettere errori piú o meno simili. Per esempio, considerando i silenzi della Chiesa odierna sulla tragedia palestinese, posso capire come la Chiesa del passato abbia potuto tacere sulla tragedia del popolo ebraico. Sono pienamente convinto che la Chiesa sia santa e allo stesso tempo sempre bisognosa di purificazione; come giustamente dice il Card. Biffi, la Sposa immacolata rivestita di stracci. Il motivo per cui non mi vanno i "mea culpa" è molto semplice: il comandamento evangelico di non giudicare non vale solo per i contemporanei, ma anche, e soprattutto, per i nostri fratelli del passato (che non hanno neppure la possibilità di difendersi). Chi siamo noi per ergerci a loro giudici? Se si sono comportati in un certo modo, avranno pure avuto le loro buone ragioni. Dobbiamo andarci piano a pensare che ormai noi abbiamo raggiunto la conoscenza assoluta del bene e del male. Non ci accorgiamo di essere un tantino presuntuosi? Un po' piú di cautela e umiltà non guasterebbe.

Riguardo all'ipotesi formulata da Caterina per spiegare il cambiamento di politica della Chiesa nei confronti dell'ebraismo (anzi, di Israele), confesso di non riuscire a coglierne il senso. Che significa che la Chiesa ha cambiato atteggiamento verso Israele a causa dell'ateismo e dell'apostasia all'interno della Chiesa? Che questi siano problemi reali, non lo metto in dubbio; che la Chiesa debba trovare delle strategie per affrontare la situazione, sono perfettamente d'accordo. Ma che questo debba comportare una modifica nell'atteggiamento verso Israele, sinceramente non vedo il nesso. Forse che la Chiesa debba trovare degli alleati nella sua lotta contro l'ateismo? E dovrebbe andare a cercarsi tali alleati in Israele? Ma se, a parte alcune frange fondamentaliste-fanatiche, in Israele sono tutti atei! Dovremmo chiedere la loro collaborazione per sconfiggere l'ateismo in Europa?

Se vogliamo vincere l'apostasia dell'Europa, abbiamo una sola soluzione: dobbiamo ricominciare ad annunciare il vangelo nella sua purezza. Vangelo significa la buona notizia di Gesú Cristo Figlio di Dio unico salvatore dell'umanità. Se il mondo sta diventando (o è già diventato) ateo, non sarà perché qualche volta i cristiani si vergognano di dire senza mezzi termini che al di fuori di Cristo non c'è salvezza? Quando ricominceremo a parlar chiaro, senza peli sulla lingua, di Gesú Cristo agli uomini d'oggi? Magari accusandoli (gli uomini d'oggi, non quelli di duemila anni fa) di averlo ucciso con i loro peccati...