venerdì 19 giugno 2009

Anno sacerdotale

Oggi, solennità del Sacratissimo Cuore di Gesú e tradizionale Giornata per la santificazione del Clero, ha inizio l'Anno sacerdotale, indetto da Benedetto XVI in occasione del 15o° anniversario della morte del Santo Curato d'Ars, Giovanni Maria Vianney. Ieri il Santo Padre ha inviato a noi presbiteri una bellissima lettera, che faremo bene a leggere e meditare non soltanto in questi giorni, ma durante tutto il corso di questo Anno giubilare.

Da parte mia, senza volermi in alcun modo sovrapporre al Papa, ma solo nel desiderio di aggiungere qualche spunto di riflessione all'abbondante materiale da lui offertoci, mi piacerebbe riportare un testo sulla dignità del sacerdozio, scritto alcuni secoli fa, ma ancora estremamente attuale. Mi ha fatto piacere riscontrare sorprendenti affinità fra questo testo e alcune frasi di Papa Ratzinger e del Santo Curato d'Ars.

Si tratta di una lettera scritta dall'Angelica Paola Antonia Negri (1508-1555) al sacerdote veneziano Gaspare de Franceschi. Il titolo della lettera è, appunto, "Della dignità sacerdotale". Chi era Paola Antonia Negri?

Dovete sapere che il mio Fondatore, Sant'Antonio Maria Zaccaria (1502-1539), non fondò solo i Barnabiti (i "Chierici Regolari di San Paolo"), ma, accanto a loro, un ramo femminile (le "Angeliche di San Paolo") e uno laicale (i "Coniugati di San Paolo"). I tre "collegi", come venivano chiamati, costituivano un'unica famiglia spirituale (la "Congregazione di San Paolo"): Barnabiti, Angeliche e Coniugati pregavano e operavano insieme (finché le rigide norme tridentine non li obbligarono a separarsi). Siccome lo Zaccaria morí assai giovane, leader della nuova comunità divenne la carismatica maestra delle novizie, Paola Antonia Negri (chiamata "divina madre"), la quale presiedeva pure ai capitoli e prendeva le decisioni piú importanti (potete immaginare le reazioni...). Questa donna aveva una profondissima spiritualità e doveva esercitare un fascino straordinario, se è vero che, durante una missione in Veneto, tutti i rampolli della nobiltà veneziana volevano farsi Barnabiti (e infatti ben presto i "paolini" furono accusati di spionaggio, espulsi dai territori veneziani, e la Negri fu sottoposta a processo e allontanata dal suo monastero...).

I tempi in cui vissero Sant'Antonio Maria Zaccaria e l'Angelica Paola Antonia Negri erano tempi non facili, per molti versi simili ai nostri giorni. Anche allora si sentiva bisogno di una riforma della Chiesa: qualcuno pensò di attuarla consumando uno scisma e mettendo in discussione la tradizionale fede cattolica, altri — i santi — invece capirono che l'unico modo per rinnovare la Chiesa era quello di partire dal rinnovamento interiore di sé stessi. C'è una frase della Negri, a proposito delle condizioni della Chiesa del suo tempo, che mi ha colpito particolarmente: «Non dobbiamo scandalizzarci mai, se ben vedessimo la navicella di Cristo andare fluttuando, ma sempre perseverare nella fede» (lettera scritta ai Paolini di Venezia nell'Ottava dell'Epifania del 1549).

Ritroviamo la stessa ansia per la riforma della Chiesa nella lettera a Don Gaspare de Franceschi, scritta il 3 ottobre 1544:

«Io so, e non mi inganno, che questo ministero è tanto efficace, al punto che un vero sacerdote potrebbe costrin­gere il Signore, che pure non può essere costretto, a capo­volgere l'ordine della sua giustizia in somma misericor­dia; a ottenere qualunque grazia, come il ripristino dei corrotti costumi cristiani, la riforma degli uomini e della santa Chiesa. E questo perché è tanto grande l'amore che porta ai suoi consacrati, avendoli dotati di privilegi molto grandi, al punto che tutto possono con Dio: possono for­zarlo in favore del suo popolo e riconciliarlo con lui. E se anche uno solo, che fosse secondo il suo cuore, potrebbe tanto, quanto potrebbero in molti?

Ma com'è insozzata la faccia della sua bella Sposa: il vino è fatto aceto, le uve sono mutate in lambrusche, il sale è scipito, l'abominazione è entrata nel luogo santo, la castità che dovrebbe essere nei ministri del sangue [di Cristo] è convertita in sporcizia, l'umiltà in ambizione, la liberalità in avarizia, la carità in invidia, la parsimonia in crapula, la pazienza e mansuetudine in ira e sdegno, la sollecitudine in inerzia; e in breve la virtú in vizio, la dol­cezza in amarezza, la devozione in freddezza e tiepidez­za. La mente, che dovrebbe essere abitacolo del Dio vivente, diventa ospizio di ogni cattivo e vano pensiero. Il cuore, che dovrebbe essere conservato con ogni custodia e diligenza, diventa preda di ogni nemico, albergo di ogni iniquità: tutto il mondo è posto in uno stato malvagio.

Perciò avete ragione, anima benedetta, nell'avere compassione di questa povera Sposa di Cristo e quindi disporvi e decidere di cominciare in voi stesso a riformar­la, allontanandovi da ogni opera morta e collocandovi nel seno e nel grembo della pietà del celeste e benigno Padre vostro, che, siatene certo, non vi farà mancare il suo aiuto perché possiate portare a compimento il vostro giusto e santo desiderio. E tutto questo fatelo con cuore allegro, allontanando da voi ogni cosa che abbia somiglianza del­l'uomo terreno. Ricordandovi del grado eccelso della vostra dignità, diventate e mantenetevi irreprensibile, cosí da essere degno del frutto del sangue [di Cristo] che assu­mete e servite ad altri.

Io non mi sottrarrò mai da quello che il Signore mi con­cederà di poter fare per aiutarvi a tradurre in pratica il desiderio che avete di essere fedele dispensatore e degno ministro [di Cristo]. Il che si degni di concedervi per sua pietà e misericordia; e con lui vi lascio, chiedendovi di pregare per me e di ricordarmi ne[lla celebrazione de]i vostri sacrifici
».

Forse è davvero provvidenziale questo Anno sacerdotale in un momento di gravissima crisi per la Chiesa. Forse la Chiesa è in crisi perché in crisi sono i suoi sacerdoti. La Chiesa ha bisogno di essere riformata; ma perché ciò accada, secondo la "divina madre", dobbiamo innanzi tutto "aver compassione di questa povera Sposa di Cristo", e poi dobbiamo disporci e decidere di cominciare a riformarla in noi stessi.

Cinquant'anni fa è stato convocato un Concilio, che si proponeva il rinnovamento della Chiesa. Quel Concilio ha scritto cose bellissime (anche riguardo ai sacerdoti), che però sono rimaste sulla carta; nella vita di ogni giorno, pur invocando sempre il Concilio e il suo "spirito", si è preferito far riferimento a ideologie che nulla avevano a che vedere con quel Concilio e con il suo vero spirito. Sarebbe ora, dopo cinquanta anni, di por mano alla vera riforma della Chiesa, cominciando da noi stessi, consapevoli che la Chiesa cambierà volto solo quando i suoi sacerdoti muteranno la loro mente e il loro cuore.

Secondo la Negri, il primo passo, perché ciò possa avvenire, consiste nella consapevolezza della dignità sacerdotale ("Ricordatevi del grado eccelso della vostra dignità"). In questi anni abbiamo fatto a gara a sminuire l'importanza del nostro ministero; oggi siamo invitati a riscoprire il privilegio di cui, senza alcun merito, siamo stati resi partecipi. Non rimane che corrispondere a tale grazia cosí da essere degni di quel sangue che beviamo e dispensiamo.

martedì 16 giugno 2009

Ecclesia semper reformanda

Due pubblicazioni mi hanno scosso non poco in questi giorni: innanzi tutto il Rapporto della Child Abuse Commission, costituita in Irlanda per indagare sugli abusi su minori compiuti negli istituti gestiti da religiosi (ne ha riferito ZENIT il 21 maggio scorso); quindi il libro di Gianluigi Nuzzi, Vaticano S.p.A. (a cui ha fatto riferimento ieri Sandro Magister sul sito www.chiesa). Non si tratta di novità: sono cose che già sapevamo; ma ciò che colpisce dalla pubblicazione di tali rapporti è l'endemicità di certi fenomeni.

Non sono nato ieri, per cui non mi scandalizzo piú di tanto della fragilità umana; conoscendo me stesso, e sapendo che ogni giorno ho bisogno della misericordia di Dio, non mi straccio le vesti per le debolezze degli uomini di Chiesa. Non sono neppure un manicheo, che divide l'umanità fra buoni e cattivi, come se ci fossero uomini intrinsecamente perversi che vanno esemplarmente puniti e noi, i giusti, che abbiamo il diritto di giudicarli. Per questo non mi sono mai piaciute le campagne mediatiche contro i preti pedofili; è ovvio che essi vadano messi nella condizione di non nuocere, ma senza mai dimenticare che si tratta, anche nel loro caso, di esseri umani che hanno sbagliato e vanno, per quanto è possibile, recuperati.

Ma in questo caso si rimane male perché non si tratta tanto di "debolezze", di "cadute" isolate (situazioni nella quali tutti, prima o poi, possiamo trovarci); si tratta di "sistemi": sembra quasi che fosse normale avere certi comportamenti riprovevoli. Personalmente, ho sempre distinto fra moralità e correttezza. Sul piano morale, tutti possiamo sbagliare: è una questione personale che va affrontata e risolta fra noi e Dio (semmai con la mediazione del confessore). Ma, nello svolgimento delle nostre funzioni, dobbiamo cercare di essere sempre estremamente corretti: se sono un educatore, a prescindere dalle mie personali tendenze, non posso abusare delle persone che sono state affidate alle mie cure ("Maxima debetur puero reverentia"!); se sono un amministratore, devo amministare il denaro che mi è stato affidato con estremo rigore. Non si può pretendere da tutti la santità; ma si ha il diritto di aspettarsi da tutti la correttezza.

Ma la conoscenza di certe situazioni mi porta a fare anche un'altra riflessione. Direte che sono un fissato; vado sempre a finire allo stesso punto, ma non so come evitarlo. Lo svelamento di tali a dir poco incresciosi comportamenti smentisce la tesi, cara alla Scuola bolognese, del Concilio Vaticano II come "rottura", come "nuovo inizio" nella storia della Chiesa. Questi fatti dimostrano, purtroppo, che nella Chiesa c'è una avvilente continuità: gli abusi sessuali e gli scandali finanziari c'erano prima del Concilio (e ciò dimostra che la Chiesa aveva effettivo bisogno di riforma), e continuano a esserci dopo il Concilio (e ciò dimostra che il Concilio ha fallito nei suoi piani di riforma). Qui abbiamo tutti torto: hanno torto i tradizionalisti, che vorrebbero farci credere che nella Chiesa, prima del Vaticano II, tutto andasse bene; hanno torto i progressisti, che vorrebbero farci credere che nella Chiesa post-conciliare certe cose non possano piú avvenire. È stata una grande illusione pensare che potesse bastare convocare un concilio per rinnovare la Chiesa. Ci sono state, è vero, tante riforme esteriori, ma il nostro cuore, segnato dal peccato, è rimasto lo stesso.

Che fare? I tradizionalisti ci diranno: "Aboliamo il Concilio! Torniamo alla tradizione!", come se questa, da sé sola, fosse la panacea per tutti i mali della Chiesa, come se tra gli amanti della tradizione non esistesse il peccato originale. I progressiti ci diranno: "Queste cose ancora succedono perché il Concilio non è stato ancora pienamente applicato; specialmente a Roma, esso ha incontrato e continua a incontrare forti resistenze. Se si seguisse veramente lo spirito del Concilio, queste cose non accadrebbero". Illusi gli uni e gli altri. Non si rendono conto che la situazione potrà cambiare solo quando la smetteremo di preoccuparci dell'esteriorità, delle riforme strutturali, e incominceremo a preoccuparci del rinnovamento interiore. Nel Cinquecento ciò che rinnovò la Chiesa non fu tanto il Concilio di Trento (pur necessario), ma la fioritura di santità che ci fu prima e dopo quel Concilio.

Pertanto, ben venga un "Anno sacerdotale" a ricordare a noi sacerdoti quali sono i nostri doveri, primo fra tutti la santità. Negli anni dopo il Concilio si è fatto di tutto per distruggere l'immagine del prete; si guardava con sufficienza a tutti i tradizionali strumenti per la sua santificazione (preghiera e studio severo, mortificazione e sacrificio, prudenza e distacco dal mondo, ecc.); si è voluto fare del prete, a seconda dei casi, uno psicologo, un sociologo, un agitatore sociale, un sindacalista, un politico; ed ecco che cosa ci ritroviamo: non possiamo fare altro che raccogliere i cocci di quello che era una volta il prete. Ora ci viene riproposto l'esempio del Santo Curato d'Ars, che spese la sua vita in ginocchio davanti al Santissimo e seduto in confessionale. Saremo capaci di accogliere questo messaggio? Una cosa è certa: se vogliamo che la Chiesa si rinnovi, dobbiamo ripartire di lí.

domenica 14 giugno 2009

Corpo e Sangue di Cristo

Solitamente siamo portati a interpretare il vangelo odierno come una sorta di "profezia": Gesú dà ai discepoli alcune precise indicazioni su dove celebrare la Pasqua, ed essi "trovarono come aveva detto loro". Forse, senza scomodare la pur indiscutibile preveggenza di Gesú, si può dare una spiegazione molto piú semplice: Gesú aveva accuratamente preparato quella cena, perché la considerava un momento importante. Ne troviamo una conferma indiretta nel vangelo di Luca: "Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi" (Lc 22:15).

Perché Gesú attribuiva tanta importanza a questa cena? Una risposta immediata potrebbe essere: perché durante essa Gesú aveva intenzione di istituire l'Eucaristia e il sacerdozio e lasciare ai discepoli le sue ultime volontà, fra cui il comandamento nuovo dell'amore. Tutto vero; ma forse non è sufficiente rispondere in tal modo per capire realmente l'importanza dell'ultima cena. L'ultima cena non è soltanto un "preludio" della morte di Gesú sulla croce, cioè una sua anticipazione simbolica, ma è parte essenziale del mistero pasquale, senza la quale la morte sulla croce non avrebbe senso.

La morte di un uomo in quel modo è passibile delle piú svariate interpretazioni. La spiegazione piú ovvia è che si tratti della condanna a morte di un criminale. I due ladri che muoiono con Gesú vengono uccisi per questo motivo. Nel caso di Gesú, che subisce piú o meno lo stesso trattamento, le cose stanno in un modo un tantino diverso: egli non era un criminale; era un "giusto". Potrebbe dunque trattarsi di un errore giudiziario, o anche di un'ingiustizia perpetrata ai danni di un innocente. Vedete, lo stesso fatto può avere significati diversi. Ma nessuna di queste interpretazioni spiega il vero senso della morte di Gesú. Egli è certamente stato la vittima innocente di un'ingiustizia; ma, al di là di questo, si nasconde un "mistero", che mai potremmo immaginare. Tale mistero ci viene rivelato nell'ultima cena.

Durante la cena pasquale, celebrata la vigilia della sua passione, Gesú ci svela (non solo con le parole, ma coi gesti che compie) il vero senso della sua morte. Gesú non muore perché altri lo uccidono; Gesú muore perché dona sé stesso, dà la sua vita per noi. Questo "darsi" ha un nome: "sacrificio". Solitamente, siamo portati a pensare che l'essenza del sacrificio stia nell'uccisione di una vittima. Questo è un aspetto importante, ma secondario; ciò che fa il sacrificio non è l'immolazione, ma l'offerta della vittima. È esattamente ciò che Gesú fa durante l'ultima cena: offre sé stesso al Padre per la salvezza del mondo. L'Eucaristia che istituisce non è solo un'anticipazione simbolica del sacrifico che verrà consumato il giorno dopo; è già, essa stessa, sacrificio, perché Gesú sta già offrendo la sua vita per noi, dando cosí un senso imprevedibile a quanto avverrà l'indomani.

Quella stessa Eucaristia continuiamo a celebrare ogni giorno con i medesimi effetti del giorno della sua istituzione. La Messa non è soltanto la commemorazione della morte sulla croce (come va di moda dire oggi: "il memoriale del sacrificio"), ma è, essa stessa, il sacrificio di Cristo, che continua a offrirsi per noi.

sabato 13 giugno 2009

"Ciascuno ha il proprio dono da Dio" (1 Cor 7:7)

Mi è stato chiesto di dire qualcosa sul Card. Martini. Come ben sanno i miei lettori, ho una istintiva ritrosia ad acconsentire a simili richieste, non perché non abbia il coraggio di espormi (penso di aver dimostrato a sufficienza di non avere... peli sulla lingua), ma perché non mi piace criticare il prossimo, soprattutto quando non sono sufficientemente informato. Anche in questo caso, non mi sento di esprimere giudizi su quanto il Card. Martini dice o scrive, perché non ritengo di saperne abbastanza. E questo perché, non essendo egli mai stato il mio Vescovo, né io uno dei suoi ammiratori, non ho mai letto i suoi libri, eccezion fatta per le sue prime lettere pastorali e alcuni opuscoli di meditazione biblica (che ho per altro trovato eccellenti).

È ovvio che sono a conoscenza dei suoi molteplici interventi sulle questioni "scottanti" (che sono poi sempre le stesse: comunione ai divorziati risposati, celibato dei preti, sacerdozio alle donne, preservativo e pillola, ecc.); ma le informazioni che ho in materia sono quelle riportate dai mezzi di comunicazione, ai quali in genere preferisco non dare eccessivo credito. Potrei, è vero, andare alle fonti; ma, innanzi tutto, non è facile per me, che vivo lontano; e poi, a dirla tutta, non è che la cosa mi interessi piú di tanto. Che posso dire allora?

In primo luogo dirò che il Card. Martini è un gesuita. E io dei Gesuiti, nonostante tutto, ho una grande stima; forse perché, dopo i Domenicani, sono stati i miei maestri, per cui ho avuto la possibilità di apprezzarne le capacità, la preparazione e la serietà. Ancora maggior stima ne ho in quanto guide spirituali: credo che nessun altro come loro sia capace di accompagnare le anime nei sentieri dello spirito. Col passare degli anni, mi son fatto questa convinzione: che ognuno deve fare il suo mestiere; per usare un linguaggio meno banale e piú "conciliare", ciascuno ha i propri carismi, e deve porli a servizio della Chiesa. Ecco, i Gesuiti hanno ereditato da Sant'Ignazio questo dono di "discernimento degli spiriti" e, quando si dedicano a esso, nessuno li batte. Anche il Card. Martini, se avete letto qualcuno dei libri-trascrizione degli esercizi spirituali da lui predicati, possiede questo grande dono, a cui va aggiunta una non comune competenza biblica. A questo Card. Martini, dunque, tanto di cappello!

Il problema è che, il piú delle volte, il Card. Martini che ci viene proposto non è il direttore di esercizi spirituali e neppure il biblista, ma è una specie di "anti-papa", che si pronuncia su tutto, in genere dicendo l'opposto di quel che dice il Papa. E questo non solo ora che è in pensione, ma anche (e forse soprattutto) quando era Arcivescovo di Milano: a quell'epoca i cattolici italiani appartenevano a due Chiese parallele, quelli che seguivano Papa Wojtyla e quelli che seguivano il Card. Martini. Sinceramente non so se questo sia intenzionalmente voluto dal Card. Martini o se non si tratti piuttosto di un brutto gioco mediatico; certo è che l'ex-Arcivescovo di Milano non vi si sottrae.

Non voglio entrare nel merito delle singole questioni ricorrentemente sollevate, anche perché si tratta di questioni molto diverse tra loro, su alcune delle quali è possibile discutere (il celibato dei preti), mentre su altre no (il sacerdozio alle donne); altre poi sono dei reali problemi pastorali a cui lo stesso Pontefice dimostra di essere sensibile (la comunione ai divorziati). Personalmente ritengo che nella Chiesa ci sia spazio per discutere ciò di cui è legittimo discutere; quello che non mi va è che certi (reali) problemi, a cui è giusto cercare delle soluzioni, vengano ideologizzati e diventino delle bandiere di partito.

Ho già ricordato in uno dei miei precedenti post che, quando uscí il libro di Benedetto XVI Gesú di Nazaret, il Card. Martini fece maliziosamente notare che il Papa non era un biblista, ma un teologo dogmatico. Non si rendeva conto che un rilievo simile si potrebbe fare nei suoi confronti: lui è un biblista (o, a voler essere pignoli, uno studioso di critica testuale); non mi risulta che alcuna delle questioni su riportate abbiano una qualche attinenza con il testo biblico; esse sono semmai questioni o dogmatiche o morali o disciplinari.Finché era titolare di una sede episcopale, si potevano ancora ancora giustificare i suoi interventi; ma ora a quale titolo li fa? Non è un esperto di quei settori; quel che lui dice ha lo stesso valore di quel che dico io; con la differenza che lui è un Cardinale, e i Cardinali hanno uno speciale vincolo di sottomissione al Papa. Personalmente ritengo che essi, specialmente una volta superati gli ottanta anni, farebbero meglio a ritirarsi in silenzio (e queste sembravano in un primo momento le sue intenzioni). I Gesuiti usano una bellissima espressione per indicare il ruolo di coloro che sono in pensione: "Prega per la Compagnia". A maggior ragione, un Cardinale gesuita dovrebbe, secondo me, fare proprio questo: pregare per la Chiesa e per il suo Ordine religioso, anziché andare a cercare nuovi pulpiti mediatici da cui pontificare.

mercoledì 10 giugno 2009

Galileo aveva ragione

ZENIT riporta un'ampia intervista a Mons. Melchor Sánchez de Toca, Sottosegretario del Pontificio Consiglio per la Cultura, sul caso Galileo. Devo confessare di non aver mai approfindito la questione; ho letto, sí, molti articoli in materia, ma non posso dire che essi mi abbiano aiutato granché a chiarirmi le idee. Sono ancora alquanto confuso. Di una cosa sola sono certo: che ci troviamo di fronte a un mito. Il problema è che i vari tentativi fatti finora per "demitizzare" Galileo sono completamente falliti. Se voi leggete i diversi articoli pubblicati negli ultimi anni su Galileo, non ne troverete due che dicano la stessa cosa: ciascuno cerca di risolvere il caso da un punto di vista diverso; per cui, alla fine, non sai a chi dar retta.

Se devo essere sincero, ancora non ho capito per quale esatto motivo Galileo sia stato condannato. Quest'oggi Mons. Sánchez de Toca ci dice che Galileo aveva violato una precedente disposizione, aveva ottenuto fraudolentemente l'imprimatur per un suo libro, e che la teoria copernicana, sebbene non condannata come eretica, fu dichiarata contraria alle Scritture. Finora mi sembrava di aver capito che la colpa di Galileo fosse stata quella di aver preteso di interpretare le Scritture, di essere cioè sconfinato in un campo che non era il suo. A me sta bene tutto; vorrei solo che ci fosse un po' piú di chiarezza in materia.

In mancanza di tale chiarezza, non ci si può poi lamentare che la gente creda che Galileo sia stato imprigionato, torturato e bruciato sul rogo, nonostante che questo non stia scritto da nessuna parte. Quanto fatto dalla Chiesa in questi ultimi anni non ha scalfito minimamente la vulgata corrente; anzi, direi, non ha fatto altro che confermarla. Che cosa rimane, nella mente della gente, della revisione del processo a Galileo, voluta da Giovanni Paolo II? Che la Chiesa ha riconosciuto i propri errori e che il Papa ha chiesto scusa per la condanna di Galileo. Dunque, tutto ciò che si è sempre pensato a proposito di Galileo era vero! Anche il Papa ha dovuto ammeterlo!

Perciò, visto che ho le idee ancora un po' confuse sul caso Galileo, preferisco non entraci e non dire nulla. Vorrei però soffermarmi su un paio di aspetti, tra loro correlati, che secondo me meritano una qualche attenzione. Innanzi tutto, perché la Chiesa continua ad avere la coda di paglia sul caso Galileo, quando essa non era la sola a non condividere le sue posizioni, ma aveva dalla sua parte tutto il mondo scientifico dell'epoca? Come mai tutti se la prendono con la Chiesa e nessuno se la prende con gli scienziati di allora? Questo fatto dovrebbe farci riflettere: la Chiesa dovrebbe andarci piano a identificarsi con le teorie scientifiche proprie di ciascuna epoca, proprio perché si tratta di semplici "teorie"; la Chiesa farebbe meglio a rimanere nel suo campo (fede e morale) e lasciare che gli scienziati se la vedano fra loro. Andiamoci piano prima di affermare che certi risultati sono "scientificamente sicuri"; anche se lo fossero, non è compito della Chiesa ratificare le conclusioni scientifiche. Il rischio è che poi, con l'evolversi della scienza, la Chiesa ci perda completamente la faccia.

Per me è stata una novità apprendere — e questo è il secondo aspetto che volevo rilevare — che Galileo era perfettamente cosciente di tale pericolo:

«Galileo chiedeva che la Chiesa non condannasse la teoria copernicana, non tanto per timore della propria carriera professionale, quanto perché, se si fosse dimostrato in seguito che la Terra ruota intorno al Sole, la Chiesa si sarebbe trovata in una situazione molto difficile e si sarebbe ridicolizzata di fronte ai protestanti, e Galileo voleva evitare questo perché era un uomo cattolico sincero. Egli diceva: “Se oggi si condanna come eretica una dottrina scientifica, come è quella secondo cui la Terra si muove attorno al Sole, cosa succederà il giorno in cui la Terra dimostri di muoversi intorno al Sole? Bisognerà dichiarare eretici quindi coloro che sostengono che la Terra sia al centro?”».

La Chiesa avrebbe dovuto far tesoro di questa esperienza; e invece mi sembra che continui a ricadere nello stesso errore. Per la smania di essere al passo coi tempi (evidentemente ai tempi di Galileo era lo stesso), essa non si accorge di mettersi in una situazione estremamente rischiosa. I tempi cambiano velocemente; la storia travolge quelli che potevano sembrare i protagonisti delle epoche precedenti, ma la Chiesa rimane e diventa facile bersaglio delle nuove generazioni, che l'accusano di rimanere legata al passato. È ovvio che, vivendo nella storia, la Chiesa non possa fare a meno di adattarsi alle esigenze del proprio tempo; ma forse dovrebbe farlo con un certo distacco, senza compromettersi piú di tanto. Per esempio, per rimanere in campo scientifico, un certo atteggiamento eccessivamente benevolo verso l'evoluzionismo può essere alquanto pericoloso, perché un giorno quella teoria potrebbe essere confutata. La stessa morale, nello stabilire le norme dell'agire umano, dovrebbe forse prescindere da ipotesi scientifiche per nulla definitive (come p. es. la morte cerebrale). Piú in generale, possiamo notare come l'attuale rincorsa della Chiesa dietro la modernità, a parte il consueto ritardo, è piuttosto rischiosa perché già ora viviamo in un'epoca che si definisce "post-moderna". Riflessioni analoghe si potrebbero fare anche in campo storico-politico (nel rapporto con gli Stati o nell'adozione acritica di "verità storiche" non ancora del tutto verificate). La Chiesa, in linea di principio (è ovvio che poi bisogna fare i conti con la realtà), dovrebbe evitare di compromettersi piú di tanto; perché quel che oggi dice per compiacere il mondo, le verrà un giorno immancabilmente rinfacciato. Sí, in questo caso, Galileo aveva ragione.

lunedì 8 giugno 2009

Islam, fede e disciplina

Ho letto su AsiaNews una bellissima intervista a Padre Carlo Buzzi, missionario del PIME in Bangladesh, che, avendo scelto di vivere fra i musulmani, conosce bene quella realtà.

Ebbene, i due aspetti che, secondo Padre Buzzi, caratterizzano l'Islam sono la profonda fede in Dio e una vita regolata dalla religione (preghiera, digiuno, aiuto del prossimo). Per noi, che siamo abituati a giudicare tutto e tutti dall'alto in basso, potrebbe sembrare scontato; ma non lo è. Non lo è, perché in Occidente non ci sono piú né la fede né, tanto meno, la pratica cristiana. E proprio per questo non siamo capaci di riconoscere e accettare che in qualche altra parte del mondo ciò ancora esista. Siccome noi, succubi di secoli di razionalismo e illuminismo, non crediamo piú, pensiamo che non sia possibile che ci sia ancora qualcuno che creda veramente e si abbandoni totalmente in Dio. E cosí bolliamo la fede dei musulmani come "fanatismo".

Non parliamo poi della pratica religiosa. Ormai noi siamo "adulti"; non abbiamo piú bisogno di certe espressioni adatte a popoli ignoranti. Noi ce la intendiamo direttamente con Dio, come fa acutamente notare il missionario del PIME:

«Molti cristiani pensano: io parlo con Dio, me la intendo col Signore, non è necessario andare in chiesa, voglio bene a Dio e al prossimo, basta questo. Il musulmano no, sa che c’è una regola precisa che va osservata: pregare cinque volte al giorno, andare in moschea, fare il digiuno, fare l’elemosina legale, essere solidali con chi ha meno di noi, ecc.».

E perciò liquidiamo sbrigativamente l'Islam come
farisaico e ipocrita. Sia ben chiaro, Padre Buzzi riconosce che ci siano ipocrisia, fariseismo, legalismo e costrizione nell'Islam; ma ciò non significa che tutti i musulmani siano ipocriti: la maggior parte di loro crede veramente in ciò che fa.

A parte la fede, che è un atteggiamento interiore su cui è ben difficile giudicare tanto fra i cristiani quanto fra i musulmani, credo che sia importante riflettere un attimino su questo secondo aspetto della religione, quello della disciplina esteriore. Noi ormai ci abbiamo rinunciato in maniera pressoché definitiva, perché lo consideriamo secondario se non addirittura superfluo. Fa notare Padre Buzzi:

«
Noi mettiamo troppo l‘accento sul fatto interiore, sulla coscienza personale (che può anche essere oscurata, ignorante) e non sulla legalità dell’osservanza della Legge, i musulmani mettono troppo l’accento sulla pratica esteriore e legalistica e a volte anche farisaica della Legge».

Che ci sia un primato dell'interiorità sull'esteriorità, non ci piove. Il fatto è che, a forza di spiritualizzare il cristianesimo, esso si è talmente rarefatto, che è scomparso del tutto. L'osservanza esteriore, su cui forse esagerano i musulmani, ha la sua (relativa) importanza. Certo, se con essa pretendiamo di conquistarci la salvezza (come pensavano i farisei) siamo sulla strada sbagliata; ma quando l'osservanza è l'espressione di un atteggiamento di umiltà, di obbedienza, di "sottomissione" (= Islam) a Dio, essa non solo è importante, ma necessaria, indispensabile, perché ci pone nell'atteggiamento giusto che dobbiamo assumere di fronte a Dio. Di fronte a Dio non possiamo avere alcuna pretesa: se vogliamo essere salvati da lui, dobbiamo riconoscere la nostra condizione di mendicanti.

Senza considerare l'altro aspetto, sottolineato dal missionario: il carattere che crea la sottomissione a tale disciplina:

«
Alle 6 del mattino, i bambini, piova o faccia sole, con la loro piccola stuoia sotto il braccio, vanno in moschea e vi rimangono fin verso le sette. L’islam è radicato perché costa fatica pregare cinque volte al giorno, alzarsi presto, la circoncisione che fanno a sei-sette-otto anni è una grande sofferenza. Poi il digiuno, che è un fatto comunitario, un’emulazione l’un con l’altro: Hai fatto il digiuno? Io l’ho fatto…. Il digiuno è un sacrificio, ma lo affrontano con grande determinazione. Poi c’è la preghiera. Alzarsi alle cinque per pregare tutti i giorni segna la vita, crea carattere, decisione, spirito di sacrificio. L’islam io vedo che è forte perché crea persone che vivono la fede con convinzione».

Esattamente ciò che noi abbiamo definitivamente perso. Che cosa possiamo attenderci da un Occidente il cui unico ideale di vita, scrupolosamente inculcato fin dai primi anni di vita è: divertirsi? Per questo abbiamo paura dell'Islam: non perché sono terroristi e vogliono costruirsi la bomba atomica (come qualcuno vorrebbe farci credere), ma perché sono spiritualmente piú forti di noi.

Ma noi siamo cristiani; loro no! Mi spiace, noi non siamo piú cristiani: abbiamo abiurato la nostra fede. È vero, i musulmani non riconoscono la divinità di Cristo; ma sono nella condizione di poterlo incontrare: il loro atteggiamento è quello proprio dei "poveri del Signore", pronti ad accogliere la salvezza quando questa si manifesterà loro. Non mi sembra casuale che ci sia in loro una certa ammirazione del cristianesimo: evidentemente, ne afferrano la superiorità. E questo, penso, sia sufficiente, per essere graditi a Dio. Con Pietro posso dire: «In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone, ma chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è a lui accetto» (At 10:34-35). Che Dio si stia preparando un popolo che ci rimpiazzi, quando si sarà consumata l'apostasia?

domenica 7 giugno 2009

Santissima Trinità

«Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: "Abbà! Padre!".
Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se davvero prendiamo parte alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria».

Ricòrdati, o uomo, che sei mia creatura; io ti ho fatto con queste mie mani, perché mi servissi. Non dimenticare che è un grande onore essere miei servi! Eppure, non mi sono accontentato di crearti e porti al mio servizio. Sai, ho un Figlio: come tutti i figli unici, si sentiva un po' solo. Allora gli ho detto: "Perché non ti fai un giretto sulla terra, rimani lí qualche anno, te ne stai un po' con gli uomini e vedi se andate d'accordo? Se vuoi, possono diventare tuoi fratelli". E lui ha accettato la mia proposta: si è fatto uno di voi per fare di voi uno di noi. È venuto nel mondo, in tutto simile a voi, e vi ha annunciato questa buona notizia: non siete piú schiavi; d'ora in poi potete considerarvi figli di Dio; potete rivolgervi a Dio chiamandolo Padre. Ma voi non avete voluto dargli ascolto; l'avete preso per un impostore, e lo avete ucciso. Ma lui, mio Figlio, il mio unico Figlio, non è cosí meschino come voi: tornando a casa, non mi ha detto: "E tu volevi darmeli come fratelli? Basta! Ne ho abbastanza degli uomini, non ne voglio piú sapere". No, mi ha detto: "Padre, ti ringrazio di avermi permesso di fare questa esperienza: è stata un po' difficile, ma ne valeva la pena. Gli uomini non mi hanno compreso; anzi, mi hanno ucciso; ma io non posso piú fare a meno di loro; dopo essere stato con loro per tanti anni, ora sento la loro mancanza; li voglio qui con me, per sempre. Io, quello che potevo farlo, l'ho fatto; ho dato la mia vita per loro. Ora, se vuoi, manda loro il tuo — il nostro — Spirito, quello Spirito che mi fa essere tuo Figlio; dàllo anche a loro, cosí che diventino anche loro figli e partecipino alla mia eredità". Avrei potuto opporre un rifiuto a questa preghiera? Avrei potuto rimanere sordo alla supplica di mio Figlio, che vi aveva tanto amato da dare la sua vita per voi? Considerando i suoi meriti, ho fatto quel che mi chiedeva: vi ho mandato il mio Spirito, per fare di voi i miei figli, i fratelli di mio Figlio, eredi insieme con lui di tutto ciò che possiedo. D'ora in poi, anche voi potete chiamarmi, come lui fa: "Abbà!". Ora anche voi siete parte della famiglia.

sabato 6 giugno 2009

Una parola definitiva sul Concilio

Apprendo dal blog Messainlatino.it la notizia della pubblicazione del libro Concilio Vaticano II. Un discorso da fare, di Mons. Brunero Gherardini. Avevamo appena letto sul nuovo blog Disputationes Theologicae un articolo dell'autore del libro sullo stesso soggetto. Coloro che seguono regolarmente il mio blog sanno quanto io sia interessato a questa problematica. La recensione di Messainlatino.it è molto sobria, ma sufficiente per solleticare l'interesse per il libro. Spero di potermene procurare presto una copia. Il blog riporta per intero una "Supplica al Santo Padre", che mi sembra degna della massima attenzione. In tale supplica Mons. Gherardini esprime al Sommo Pontefice l'esigenza assai diffusa "che si faccia un po' di chiarezza" a proposito del Concilio Vaticano II:

«Per il bene della Chiesa — e piú specificamente per l'attuazione della "salus animarum" che ne è la prima e "suprema lex" — dopo decenni di libera creatività esegetica, teologica, liturgica, storiografica e "pastorale" in nome del Concilio Ecumenico Vaticano II, a me pare urgente che si faccia un po' di chiarezza, rispondendo autorevolmente alla domanda sulla continuità di esso — non declamata, bensí dimostrata — con gli altri Concili e sulla sua fedeltà alla Tradizione da sempre in vigore nella Chiesa».

L'autore prende le mosse dall'ormai famoso discorso alla Curia Romana del 22 dicembre 2005, nel quale Benedetto XVI contrapponeva una "ermeneutica della continuità" a una "ermeneutica della rottura". Ebbene — rileva opportunamente Mons. Gherardini — tale "ermeneutica della continuità" non basta dichiararla, ma occorre dimostrarla:

«Sembra, infatti, difficile, se non addirittura impossibile, metter mano all'auspicata ermeneutica della continuità, se prima non si sia proceduto ad un'attenta e scientifica analisi dei singoli documenti, del loro insieme e d'ogni loro argomento, delle loro fonti immediate e remote, e si continui invece a parlarne solo ripetendone il contenuto o presentandolo come una novità assoluta».

Di qui l'idea, a lungo accarezzata e ora finalmente esternata, di una "messa a punto" sul Vaticano II:

«Da tempo era nata in me l’idea — che oso ora sottoporre alla Santità Vostra — d'una grandiosa e possibilmente definitiva mess’a punto sull'ultimo Concilio in ognuno dei suoi aspetti e contenuti. Pare, infatti, logico e doveroso che ogni suo aspetto e contenuto venga studiato in sé e contestualmente a tutti gli altri, con l'occhio fisso a tutte le fonti, e sotto la specifica angolatura del precedente Magistero ecclesiastico, solenne ed ordinario. Da un cosí ampio ed ineccepibile lavoro scientifico, comparato con i risultati sicuri dell'attenzione critica al secolare Magistero della Chiesa, sarà poi possibile trarre argomento per una sicura ed obiettiva valutazione del Vaticano II in risposta alle seguenti — tra molle altre — domande: Qual è la sua vera natura? La sua pastoralità — di cui si dovrà autorevolmente precisare la nozione — in quale rapporto sta con il suo eventuale carattere dogmatico? Si concilia con esso? Lo presuppone? Lo contraddice? Lo ignora? È proprio possibile definire dogmatico il Vaticano II? E quindi riferirsi ad esso come dogmatico? Fondare su di esso nuovi asserti teologici? In che senso? Con quali limiti? È un "evento" nel senso dei professori bolognesi, che cioè rompe i collegamenti col passalo ed instaura un'era sotto ogni aspetto nuova? Oppure tutto il passato rivive in esso "eodem sensu eademque sententia"?».

Monsignore è certo che questo immenso sforzo otterrà il risultato desiderato: dimostrare che il Vaticano II si pone in continuità con la tradizione della Chiesa; ma non esclude che, su qualche punto, questa continuità non sia possibile dimostrarla:

«Qualora [l'identità dogmatica di fondo], o in tutto o in parte, non risultasse scientificamente provata, sarebbe necessario dirlo con serenità e franchezza, in risposta all'esigenza di chiarezza sentita ed attesa da quasi mezzo secolo».

Par di capire dalla supplica che tale grandioso lavoro di approfondimento scientifico del Concilio dovrebbe essere solo il presupposto di un intervento pontificio teso a rimettere ogni cosa al suo posto:

«Il Papa, anche "seorsim", è sempre in grado — per dirla con S. Bonaventura — di "reparare universa" perfino nel caso che "omnia destructa fuissent". Basta una Sua parola, Beatissimo Padre, perché tutto, essendo essa stessa la Parola, ritorni nell'alveo della pacifica e luminosa e gioiosa professione dell'unica Fede nell'unica Chiesa. Ho detto, strada facendo, che lo strumento per "reparare omnia" potrebb'esser un grande documento papale, destinato a rimanere nei secoli come il segno e la testimonianza del Suo vigile e responsabile esercizio del ministero petrino».

Mons. Gherardini prende in considerazione anche l'eventualità che il Papa non se la senta di fare un intervento personale:

«Qualora, però, non volesse agire da solo, Ella potrebbe disporre che o qualche suo dicastero, o l'insieme delle Pontificie Università dell'Urbe, o un organismo unitario e di vastissima rappresentatività, assicurandosi la collaborazione di tutti i più prestigiosi, sicuri e riconosciuti specialisti in ognuno dei settori in cui s'articola il Vaticano II, organizzi una serie di congressi d'altissima qualità a Roma o altrove; o una serie di pubblicazioni su ognuno dei documenti conciliari e sulle singole tematiche di essi».

La supplica mi trova in gran parte d'accordo. Anch'io sento il bisogno che si dica una parola autorevole, chiarificatrice e definitiva sul Concilio. Non possiamo continuare all'infinito in questa diatriba tra quanti lo considerano un "nuovo inizio" e quanti vorrebbero cancellarlo dagli annali della Chiesa. Sono d'accordo che c'è bisogno di uno studio serio, scientifico, che coinvolga gli specialisti dei diversi settori. Non si tratta solo di pubblicare una nuova edizione dei documenti conciliari con l'annotazione delle fonti; forse c'è bisogno di realizzare un commentario a ciascun documento, in cui venga messa in luce la continuità e le eventuali novità dei suoi contenuti. Un'opera ciclopica che richiede necessariamente qualche anno. Al termine di tale lavoro scientifico, risulta indispensabile un intervento magisteriale solenne che faccia in qualche modo proprie le conclusioni del lavoro scientifico previo e ponga termine a ogni diatriba teologica circa il valore del Vaticano II.

Secondo Mons. Gherardini, tale intervento magisteriale dovrebnbe avere un carattere primaziale; dovrebbe cioè essere un documento del Sommo Pontefice. È possibile; sarebbe una specie di ratifica definitiva del Concilio. Ma lo stesso Monsignore si rende conto che il Papa potrebbe avere qualche difficoltà ad agire da solo. Ecco dunque che egli propone il coinvolgimento della Curia Romana o delle Pontificie Università. Sinceramente, la proposta non mi sembra molto pertinente. Non perché i dicasteri vaticani o i centri accademici romani non debbano essere coinvolti; ma dovrebbero esserlo nella fase preliminare, quella dello studio scientifico. Nella seconda fase ciò che è richiesto è un intervento magisteriale. Ora, a me pare che lo strumento per non lasciare solo il Papa nell'esercizio del suo ministero già esista: il Sinodo dei Vescovi.

Se devo essere sincero, non sono molto entusiasta dei risultati finora ottenuti dalle assemblee ordinarie del Sinodo. Ho l'impressione che si faccia una grande sforzo, che alla fine non porta a nulla. Ditemi voi, che fine hanno fatto le varie esortazioni apostoliche post-sinodali promulgate in questi anni? Hanno forse cambiato qualcosa nella prassi pastorale della Chiesa? Ma, per quanto possa essere perplesso sull'efficacia di tale strumento, non mi sento di rifiutarlo a priori; riconosco che può essere un modo — pur limitato — per coinvolgere i Vescovi nell'esercizio del primato pontificio.

Fra i vari Sinodi che si sono susseguiti in questi anni, ce n'è già stato uno, straordinario, sul Concilio Vaticano II, convocato in occasione del 20° anniversario della sua conclusione (1985). Ebbene, credo che quel Sinodo sia stato uno dei piú fruttuosi, perché pose termine alla retorica della Chiesa-popolo di Dio, rammentando l'autentico insegnamento conciliare sulla Chiesa-mistero. Perché, dunque, non convocare una nuova assemblea straordinaria del Sinodo dei Vescovi in occasione del 50° anniversario della conclusione del Concilio (2015)? Se si avviasse subito il lavoro scientifico, esso potrebbe essere tranquillamente concluso per quella data, e i Vescovi potrebbero prenderlo in esame e dire una parola autorevole sulla corretta interpretazione dei testi conciliari. Il Papa infine, con un documento forse un tantino piú impegnativo di una semplice esortazione apostolica post-sinodale, facendo proprio l'approfondimento teologico degli studiosi e il pronunciamento dei Vescovi, dovrebbe dire una parola definitiva sul Vaticano II e riportare cosí serenità nella professione dell'unica fede.

venerdì 5 giugno 2009

Secolarizzazione e formazione sacerdotale

ZENIT riferisce dell'intervento dell'Arcivescovo Jean-Louis Bruguès O.P., Segretario della Congregazione per l'Educazione Cattolica, all'annuale incontro dei rettori dei seminari pontifici. Mi sembra un intervento particolarmente interessante.

Innanzi tutto, Mons. Bruguès fa un'analisi della situazione della Chiesa europea e americana, rilevando una divisione fra una "corrente di composizione" e una "corrente di contestazione". Nel titolo dell'articolo tali due correnti sono indicate rispettivamente con i termini (non so se usati dallo stesso Arcivescovo) "integrati" e "alternativi", che, pur corrispondendo pienamente al senso dell'intervento, mi sembrano essere fuorvianti. Da sempre, "integrati" sono stati considerati i tradizionalisti, e "alternativi" i progressisti. In tal caso invece il significato è esattamente l'opposto. La "corrente di composizione" è costituita da quegli uomini di Chiesa (ormai per lo piú di una certa età) che insistono su una collaborazione con il mondo secolarizzato; mentre la "corrente di contestazione" consisterebbe nei piú giovani, che sottolineano le differenze con la società secolarizzata e propongono il cristiuanesimo come un modello alternativo.

Mi sembra che tale analisi, sebbene non possa essere assolutizzata ed esclusivizzata, corrisponda alla realtà dei fatti: è vero che la Chiesa odierna è divisa e che le varie differenze possono essere ricondotte a questa alternativa di fondo.
Interessante anche il rilievo che la prima corrente, che ha gestito finora e in gran parte continua a gestire il potere nella Chiesa, ha praticato una sorta di "autosecolarizzazione" della Chiesa. Come porre rimedio a tale situazione? Il Segretario dell'Educazione Cattolica propone un'interpretazione autentica del Concilio Vaticano II; proposta che non può che trovarmi consenziente, dal momento che all'origine di tutte le difficoltà che la Chiesa sta incontrando ai nostri giorni c'è, appunto, un'interpretazione distorta — ideologica — del Concilio.

Il tema dell'intervento di Mons. Bruguès era "Formazione per il sacerdozio, tra secolarismo e modello ecclesiale". Essendo anch'io impegnato nel campo della formazione alla vita religiosa e al sacerdozio, sono molto interessato a tali tematiche. Ebbene, l'Arcivescovo ha evidenziato anzitutto, una mancanza di cultura generale, provocata dalla secolarizzazione. È un punto che tutti sperimentiamo ogni giorno. Non si può piú pensare di avviare immediatamente agli studi teologici giovani privi di qualsiasi formazione umana-cristiana di base. Ecco dunque la necessità di una "formazione iniziale" di tipo culturale e catechetico. Su questo siamo ormai tutti d'accordo, non solo in Europa, ma in ogni parte del mondo.

Il secondo punto sottolineato poteva venire solo da un domenicano: la necessità dell'apprendimento della metafisica come condizione preliminare allo studio della teologia. Anche su questo, da buon alunno dei Domenicani, non posso che consentire; ma ho l'impressione che non ci sia la stessa sensibilità in tutta la Chiesa: non vedo in giro la convinzione dell'importanza della filosofia (e specialmente della metafisica) negli ambienti ecclesiastici. Ciò che vedo sono però le conseguenze devastanti di tale disattenzione.

Il terzo punto è la necessità di una "formazione teologica sintetica, organica e che punta all'essenziale". Confermo al 100%. Nel lodevole intento di dare ai seminaristi una formazione completa, abbiamo assistito in questi anni a un prolungamento oltre misura degli anni della formazione, a un'accumulazione di materie e di corsi spesso slegati fra loro (ma trascurando discipline fondamentali per l'educazione al ragionamento, come il latino), a una tendenza alla specializzazione prima ancora che si fosse ricevuta una presentazione completa e organica della teologia. Il risultato di tale impostazione è la frammentazione, il disorientamento, la confusione mentale.

Personalmente ritengo che il problema fondamentale sia la mancanza di una impostazione di fondo, di un quadro generale, di un "sistema", entro il quale integrare i diversi elementi acquisiti nella formazione. Non si può pretendere che il giovane studente faccia la sua sintesi, se non è opportunamente accompagnato dai suoi formatori. Tale impostazione può darla solo una "scuola"; ritengo che i Domenicani siano rimasti gli unici a farlo, proponendo nei loro atenei il sistema tomistico, che è in sé stesso una sintesi, che non impedisce però allo studente di aggiungere nuovi elementi e fare la propria sintesi personale. Speriamo che a poco a poco si faccia strada questa nuova sensibilità e che la preparazione del clero possa tornare a livelli rispettabili, all'altezza delle esigenze odierne.

mercoledì 3 giugno 2009

Problemi di linguaggio

Il blog Disputationes Theologicae ha riferito nei giorni scorsi su un convegno organizzato dalla Revue Thomiste e dall'Institute Catholique de Toulouse, dal titolo "Vaticano II: rottura o continuità? Le ermeneutiche presenti". A quanto pare, deve essersi trattato di un convegno molto interessante. Interessanti anche le riflessioni dei curatori del blog.

Mi ha colpito soprattutto un aspetto sollevato nel corso del convegno, quello del linguaggio. Si è fatto esplicito riferimento a un punto molto controverso del Concilio: "
Questa Chiesa, in questo mondo costituita e organizzata come società, sussiste nella (subsistit in) Chiesa cattolica, governata dal successore di Pietro e dai vescovi in comunione con lui" (Lumen gentium, n. 8). Fino al Vaticano II si era semplicemente identificata la vera Chiesa con la Chiesa cattolica; si poteva dire: la vera Chiesa è la Chiesa cattolica. Il Concilio dice: la vera Chiesa sussiste nella Chiesa cattolica. Perché questo cambiamento?

Forse bisogna tener conto delle finalità del Vaticano II: tale Concilio ha intenzionalmente escluso per sé un carattere dogmatico; esso si è presentato come un concilio "pastorale". Non c'è bisogno di definire la dottrina — aveva affermato Giovanni XXIII all'apertura del Concilio — dal momento che essa è già chiara; scopo del Concilio è quello di trovare nuove forme per comunicare tale dottrina al mondo moderno. Come si vede, si trattava di trovare un nuovo linguaggio, piú comprensibile per l'uomo di oggi. È per questo che il Vaticano II ha abbandonato (anche se non completamente) il tradizionale linguaggio scolastico per adottare un linguaggio piú biblico, patristico e, in qualche caso, debitore della filosofia moderna.

Il proposito del Concilio è encomiabile. Il problema è: il Vaticano II ha raggiunto gli obiettivi che si prefissava? Come rilevavamo recentemente, i risultati sono stati spesso diversi, se non opposti a quelli che ci si era proposti ("eterogenesi dei fini"). Torniamo all'esempio del subsistit in: l'adozione di tale formula non solo non ha in alcun modo favorito il riconoscimento della Chiesa cattolica come vera Chiesa da parte di non-cattolici e non-cristiani, ma essa ha addirittura indebolito fra gli stessi cattolici la coscienza che la Chiesa cattolica è la vera Chiesa. Anziché chiarire, essa ha creato maggior confusione. Ne sono prova non solo le innumerevoli discussioni teologiche (piú che legittime), ma addirittura i molteplici interventi magisteriali, che hanno cercato — per la verità, con poco successo — di precisare il significato di quell'espressione. Viene da chiedersi: era proprio necessario fare quel cambiamento?

Con questo non voglio dire: era meglio lasciare tutto com'era, e ora l'unica soluzione possibile è riconoscere l'errore e annullare il Concilio (come qualche tradizionalista radicale potrebbe sperare). La soluzione proposta da Disputationes Theologicae (a quanto pare ispirata dalle conclusioni del convegno) è la seguente:

«
L’assenza di una terminologia chiara in tanta parte del testo conciliare rinvia dunque a riflettere sull’opportunità di un’opera di revisione, di spiegazione, di interpretazione autentica. – Un dichiarato ritorno alla precisione della terminologia scolastica, cosí come l’impiego della teologia tomista, non soltanto faciliterebbe la comprensione universale dei testi, ponendo ostacoli insormontabili alle ermeneutiche non ortodosse, ma aprirebbe anche la strada ad una vera intelligenza della dottrina cattolica per i nostri contemporanei. Un tale rinnovamento tomista della teologia conciliare è ciò che invocano in definitiva gli organizzatori del Convegno e siamo convinti dell’opportunità di quest’appello. Tuttavia questo lavoro presuppone, a nostro avviso, per essere realmente proficuo, la convinzione dell’opportunità di mettere mano non solo all’interpretazione, ma anche alla lettera del testo conciliare».

Non vorrei entrare, per il momento, su quest'ultima questione (se non sia opportuno rivedere i testi stessi del Vaticano II); ma soffermarmi esclusivamente sul linguaggio da adottare nell'interpretazione del Concilio. I curatori di Disputationes Theologicae dicono: torniamo al linguaggio scolastico e alla teologica tomista. Essendo stato formato alla scuola domenicana, la cosa non dovrebbe che farmi piacere; ma, avendo poi proseguito la mia formazione alla scuola rosminiana, devo riconoscere obiettivamente che un ritorno
puro e semplice alla scolastica oggi non è piú proponibile. Perché?

Perché questo è esattamente ciò che la Chiesa faceva prima del Concilio, e abbiamo visto che non era sufficiente. Per quale altro motivo si è sentito bisogno di un Concilio? Perché ci si era accorti che la Chiesa non era stata capace, nell'Ottocento e nel Novecento, di rispondere alle sfide della modernità; c'era bisogno di adottare un nuovo atteggiamento. Ci aveva provato, agli inizi del Novecento, il modernismo, ma sappiamo con quali risultati. Nella seconda meta del secolo, il Vaticano II ha fatto un nuovo tentativo, certamente migliore del primo, ma ancora non del tutto soddisfacente. Probabilmente il limite principale del Concilio è stato l'inevitabilità del compromesso. Personalmente, non sono contrario in linea di principio ai compromessi: secondo me, essi sono alla base della convivenza pacifica fra persone che hanno interessi diversi. Ma quando si tratta di definire la dottrina, il compromesso non è certo la migliore soluzione, perché inevitabilmente esso porta a espressioni ambigue, che vengono accettate dalle parti appunto perché passibili di interpretazioni diverse. È esattamente ciò che è avvenuto al Concilio: per mettere tutti d'accordo si sono preparati dei testi che possono essere interpretati in maniera opposta. Per questo è giusto fare ricorso a un linguaggio rigoroso, che non permetta il conflitto delle interpretazioni.

Il linguaggio scolastico? Esso è stato elaborato per rispondere alle esigenze del Medioevo. L'errore della Chiesa moderna (leggi: Leone XIII) è stato quello di volerlo riproporre tale e quale per i nostri giorni. Ma tale tentativo è fallito. E la dimostrazione di tale fallimento sono appunto il modernismo prima e il Vaticano II poi. L'errore, commesso dalla Chiesa nell'Ottocento (errore che stiamo pagando ancora oggi) è stato quello di non voler riconoscere che Dio aveva donato alla Chiesa chi le forniva gli strumenti per affrontare il confronto con la modernità: il Beato Antonio Rosmini, interprete nel suo tempo della filosofia perenne. Ma allora si preferí condannarlo e si pensò che fosse sufficiente ricreare in laboratorio una filosofia d'altri tempi, il neo-tomismo (che molto poco aveva a che fare con il tomismo vero, presente nella filosofia rosminiana). I risultati di quell'operazione di "archeologismo filosofico" li abbiamo sotto gli occhi. Per cui mi sembra ingenuo pensare che si possa riproporre il linguaggio scolastico come soluzione ai problemi ermeneutici del Vaticano II. Solo quando, dopo aver riconosciuto la santità del Rosmini, la Chiesa avrà riconosciuto anche il suo contributo filosofico-teologico, forse avremo gli strumenti per risolvere i problemi che attanagliano la Chiesa d'oggi.

martedì 2 giugno 2009

Santo subito? Non c'è fretta

Ho letto il dossier de La Stampa sulla corrispondenza intercorsa tra Karol Wojtyla e Wanda Poltawska (trovate qui il penultimo degli articoli di Giacomo Galeazzi; sotto la foto troverete i link agli altri articoli; molto interessante anche l'intervista di oggi al postulatore; potete poi leggere il post di Andrea Tornielli, che aggiunge elementi nuovi alle informazioni riportate dal quotidiano torinese).

Che Giovanni Paolo II avesse un'amica, non mi fa alcun problema; che con lei abbia intrattenuto una corrispondenza, mi sembra più che naturale (per esperienza diretta so che il linguaggio dei santi può talvolta assumere certi toni ed essere frainteso). Se devo essere sincero, non mi interessa affatto il contenuto delle lettere che i due amici si scambiavano. In questo, sono d'accordo col Card. Dziwisz, secondo il quale le cose personali avrebbero dovuto rimanere personali, e la Poltawska non avrebbe dovuto pubblicare quel carteggio (soprattutto se, come afferma Tornielli, ci sono riferimenti a terzi).

Quello che invece mi meraviglia è che la totalità di quel carteggio non fosse ancora giunto nelle mani del postulatore e non sia stata considerata nel processo diocesano. C'è da chiedersi con quale serietà sia stato condotto quel processo. Le norme che regolano i processi di beatificazione e canonizzazione sono chiare. Nel caso di Papa Wojtyla era già stata fatta un'eccezione di non poco conto: l'introduzione immediata della causa, quando le norme, emanate dallo stesso Pontefice, fissano a cinque anni il termine minimo per quell'atto (e oggi tocchiamo con mano l'opportunità di quella norma). Si pensava di poter soprassedere anche alla norma di presentazione di tutti gli scritti del Servo di Dio? E la questione temo che non riguardi solo le lettere della Poltawska: a quanto mi risulta da fonte solitamente bene informata, lo stesso Card. Dziwisz non ha consegnato l'intero archivio personale di Giovanni Paolo II.

"Santo subito!" Dirò sinceramente che quel grido non mi ha mai trovato consenziente, non perché metta in dubbio la santità di Papa Wojtyla, ma semplicemente perché non vedo la necessità di tanta fretta. Abbiamo atteso cen'anni per la beatificazione di Pio IX; è da cinquant'anni che aspettiamo quella di Pio XII; perché Giovanni Paolo II dovrebbe diventare santo subito? Che fretta c'è? Se è santo, la sua santità prima o poi verrà riconosciuta; di che cosa si ha paura? Si tratta di cose estremamente serie; non a caso la Chiesa ha voluto che si facessero dei "processi". Un processo, per essere rigosoro, richiede i suoi tempi. Pensate che cosa sarebbe avvenuto ora, se il Papa avesse dispensato dallo svolgimento dei processi (avrebbe potuto farlo)!

Non so, e non mi interessa, se ci sono altre dietrologie in questa vicenda (come qualcuno vuole insinuare); dico solo che è doveroso (e penso che lo stesso Wojtyla lo vorrebbe) che tutto sia fatto secondo le regole, per evitare che si possa sollevare in futuro qualunque tipo di sospetto.

domenica 31 maggio 2009

Domenica di Pentecoste

«Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità».

Gli apostoli erano vissuti diversi anni con Gesú, avevano goduto della sua intimità, avevano ascoltato le sue parole, avevano veduto i suoi miracoli. Eppure... eppure non avevano capito quasi nulla di Gesú, del suo insegnamento, del suo mistero. Avevano certo percepito la grandezza di quest'uomo, avevano sperato in lui, si attendevano molto da lui. Ma poi, quando arrivarono al dunque, al momento della sua passione, la gran parte di loro fuggí, qualcuno addirittura lo rinnegò. Certo, con la risurrezione molte cose cambiarono, ma se ne stavano per lo piú chiusi nel cenacolo, per timore dei giudei.

Gesú era perfettamente consapevole di tale situazione, e per questo si trattenne dal dire tutto ai suoi discepoli; sapeva che non lo avrebbero compreso; molto probabilmente lo avrebbero frainteso. Gesú sapeva che la sua opera sarebbe rimasta incompiuta, finché non fosse giunto lo Spirito Santo a darle compimento. Solo con la venuta dello Spirito gli apostoli furono realmente trasformati: solo allora capirono chi realmente era Gesú; solo allora compresero il significato delle sue parole e dei suoi gesti; solo allora scomparve ogni paura e incominciarono ad annunciare a tutti la Buona Notizia.

L'esperienza degli apostoli è la nostra esperienza. Anche noi viviamo quotidianamente a contatto con Gesú: ascoltiamo la sua parola, partecipiamo all'Eucaristia, ci nutriamo del suo Corpo. Eppure... eppure spesso non capiamo; la nostra fede vacilla; la paura ha il sopravvento su di noi e ci impedisce di rendergli testimonianza. Anche noi abbiamo bisogno del Paraclito, dello Spirito della verità che ci guidi alla conoscenza di tutta la verità, dello Spirito della fortezza che ci dia il coraggio di portare a tutti il nome di Cristo. Veni, Sancte Spiritus!

sabato 30 maggio 2009

In necessariis unitas, in dubiis libertas, in omnibus caritas

Un lettore spagnolo mi ha posto due questioni. Innanzi tutto mi chiede di commentare una frase di Kiko Arguello, fondatore del Cammino Neocatecumenale, che circola su internet:

«Ci permettiamo ricordare che sul Sacrificio della messa si insegna che il concetto di sacrificio è stato introdotto per compiacere i pagani al tempo di Costantino. In realtà la messa è solo una presenza-passaggio del Cristo che, ovviamente, dopo il passaggio, non rimane più dentro il pane, ecc. Tuttavia, questo non ditelo agli altri cristiani, perché non sarebbero ancora in grado di capirlo» (cf. Annuncio di Quaresima 2008).

Certo, se dobbiamo limitarci a commentare questa affermazione, non possiamo fare altro che dire che essa è erronea, non soltanto perché essa va contro questo o quel concilio, ma semplicemente perché essa è storicamente falsa: non è vero che "il concetto di sacrificio è stato introdotto per compiacere i pagani al tempo di Costantino". Un'affermazione del genere andrebbe accuratamente documentata. Io, che ho fatto la mia tesi di licenza in teologia biblica su questo argomento, posso dire, senza tema d'essere smentito, che da un'analisi storico-critica dei testi evangelici appare chiaramente che il valore sacrificale dell'Eucaristia è presente nelle stesse parole di Gesú (le famose ipsissima verba Jesu).

Detto questo, ripeto quel che ho già affermato in altra occasione: non mi piace fare processi sommari a nessuno; non mi piace giudicare le persone (e i movimenti) sulla base di citazioni isolate, della cui autenticità si può pure dubitare. Personalmente, non ho nulla a che spartire con Kiko e con il Cammino Neocatecumenale. Solo, mi limito a costatare alcuni frutti positivi che questa esperienza cristiana ha prodotto e continua a produrre nella Chiesa. Non escludo che ci possano essere degli aspetti negativi (dove non sono?), ma non è mio compito emettere giudizi in materia. Ho già detto che nella Chiesa c'è chi è preposto a tale servizio; so che l'approvazione degli statuti del Cammino ha richiesto molto tempo; mi sembrava che le questioni vertessero piú su alcuni aspetti liturgici che non dottrinali; in ogni caso pare che ormai tali statuti siano stati approvati. Possibile che la Santa Sede, in genere cosí attenta, non si sia accorta di certe eresie?

La seconda questione riguarda il mio riferimento a San Josemaría Escrivá de Balaguer e all'Opus Dei alla fine del mio precedente post. Il mio fedele lettore mi fa notare che le mie affermazioni non sono confortate da una conoscenza diretta o almeno sufficiente della realtà dell'Opus Dei. È vero, non ho mai avuto un'esperienza diretta di tale realtà ecclesiale; quel che dico si basa solo sulla lettura degli scritti di Mons. Escrivá. Il mio interlocutore mi rammenta che, nell'Opus Dei, accanto a tante cose buone, ce ne sono anche di cattive. Non ho mai pensato il contrario: non sono cosí ingenuo da credere che possa esistere una qualche realtà umana dove non esista il peccato originale. Non sono un manicheo: non divido il mondo fra buoni e cattivi; in tutti c'è un po' di bene (anche nei peggiori criminali) e in tutti c'è un po' di male (anche nei santi). Solo, mi sforzo di rilevare e valorizzare gli aspetti positivi presenti nella Chiesa, ben sapendo che tali aspetti convivono con tante limitazioni umane. Anzi, sono convinto che tutto questo faccia parte del mistero dell'incarnazione e della Chiesa (realtà divino-umana). È un mistero che dobbiamo accetare; non solo è illusorio, ma addirittura pericoloso pensare che sia possibile giungere, su questa terra, a una Chiesa di angeli. La Chiesa è fatta di peccatori, che hanno bisogno ogni giorno della misericordia di Dio.

Il mio gentile corrispondente mi fa pure notare che l'intuizione di Escrivá non è poi cosí nuova, ma faceva parte dell'eredità spirituale della Compagnia di Gesú; e mi cita un autore che non conoscevo, il Padre Jean Pierre de Caussade (1675-1751). Allo stesso tempo, mi rivolge un piccolo rimprovero, perché non ho fatto riferimento a un'altra interessantissima esperienza, ancora precedente (XVI secolo), quella dei "Maritati di San Paolo", il "terzo collegio" della Congregazione di San Paolo, fondata da Sant'Antonio Maria Zaccaria (essendo il "primo collegio" i Barnabiti, e il "secondo collegio" le Angeliche di San Paolo). A dire il vero, non mi ero affatto dimenticato di questa esperienza laicale del Cinquecento, ma non vi avevo fatto riferimento non per modestia, bensí perché non mi sembrava del tutto pertinente al punto che volevo sottolineare. L'esperienza dei primi "Paolini" è interessante perché formavano — sacerdoti, religiose e laici — un'unica famiglia; le loro missioni erano realizzate insieme. Il punto che evidenziare l'altro giorno era invece una specie di "primato" dei laici rispetto al clero, cosa che non mi sembra cosí evidente (almeno stando a quanto risulta dai documenti in nostro possesso) nell'esperienza zaccariana. Può darsi che invece questo aspetto fosse presente fra i Gesuiti; ma non ho sufficienti elementi per affermarlo.

In ogni caso, mi piacerebbe vedere nella Chiesa una maggiore stima reciproca. Qualche volta ho l'impressione che avesse proprio ragione il Papa quando, nel febbraio scorso, commentava la lettera ai Galati ai seminaristi di Roma:

«Nella lettera c’è un accenno alla situazione un po’ triste della comunità dei Galati, quando Paolo dice: “Se vi mordete e vi divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni con gli altri… Camminate secondo lo Spirito”. Mi sembra che in questa comunità — che non era piú sulla strada della comunione con Cristo, ma della legge esteriore della “carne” — emergono naturalmente anche delle polemiche e Paolo dice: “Voi divenite come belve, uno morde l’altro”. Accenna cosí alle polemiche che nascono dove la fede degenera in intellettualismo e l’umiltà viene sostituita dall’arroganza di essere migliori dell’altro».

Nella Chiesa d'oggi c'è una grande ricchezza: quante diverse realtà, quanti movimenti, quante esperienze spirituali! È qualcosa di cui dobbiamo rendere grazie al Signore. Ma il problema è che spesso ciascuso pensa che la propria esperienza sia esclusiva, l'unico modo autentico di vivere il cristianesimo. Che presunzione! Nella Chiesa c'è spazio per tutti: il mistero di Cristo è cosí vasto che non possiamo pretendere di esaurirlo con la nopstra piccola esperienza. Ciascuno di noi ha il suo carisma, con cui mette in luce e si sforza di vivere un aspetto di questo mistero inesauribile, lasciando agli altri di evidenziarne altri aspetti. L'umiltà, ci ricorda il Santo Padre, è alla base di ogni autentica esperienza cristiana: chi sono io per atteggiarmi a giudice degli altri? Io ho ricevuto un dono e mi sforzerò di viverlo come meglio posso; rispetterò gli altri, anzi renderò grazie al Signore, perché sono diversi da me. Ciò che importa è che siamo tutti uniti nella stessa fede: In necessariis unitas, in dubiis libertas, in omnibus caritas.

giovedì 28 maggio 2009

Concilio e laici

Ho letto il discorso che Benedetto XVI ha pronunciato martedí sera nella Basilica di San Giovanni in Laterano, per l'apertura del convegno ecclesiale della Diocesi di Roma. Solitamente, tali convegni non mi entusiasmano piú di tanto, perché ho potuto personalmente sperimentarne l'inconcludenza: assorbono molte energie senza dare alcun effettivo risultato. Fu lo stesso Cardinal Ratzinger a parlare, anni fa, di "Chiesa auto-occupata" e di "intellettuali di sacrestia": mentre la secolarizzazione (e l'Islam) avanzano, noi impieghiamo il nostro tempo in convegni autoreferenziali, che lasciano il tempo che trovano. Solo leggendo il discorso del Santo Padre mi sono rammentato che a Roma, negli anni passati, c'è stato un Sinodo diocesano seguito da una Missione cittadina. Qualcuno di voi se ne ricordava? Ma, a quanto pare, anche Papa Ratzinger è costretto a fare buon viso a cattiva sorte.

Nel suo discorso, Benedetto XVI ha toccato numerosi aspetti. Non è mia intenzione passarli tutti in rassegna; chi vuole, può leggersi il testo integrale del discorso su ZENIT. Qui vorrei solo soffermarmi su due o tre punti, che mi trovano particolarmente interessato.

1. Il Papa è tornato, ancora una volta, sul problema dell'interpretazione del Concilio. Dopo aver ricordato alcune delle principali definizioni di Chiesa che troviamo nel Concilio (mistero di comunione, popolo di Dio e corpo di Cristo), sottolineandone la complementarietà, il Pontefice ha fatto notare che non sempre e dovunque la dottrina conciliare al riguardo è stata recepita nella prassi e assimilata nel tessuto ecclesiale senza difficoltà e secondo una giusta interpretazione:

«Come ho avuto modo di chiarire nel discorso alla Curia Romana del 22 dicembre del 2005, una corrente interpretativa, appellandosi ad un presunto "spirito del Concilio", ha inteso stabilire una discontinuità e addirittura una contrapposizione tra la Chiesa prima e la Chiesa dopo il Concilio, travalicando a volte gli stessi confini oggettivamente esistenti tra il ministero gerarchico e le responsabilità dei laici nella Chiesa .
La nozione di "Popolo di Dio", in particolare, venne da alcuni interpretata secondo una visione puramente sociologica, con un taglio quasi esclusivamente orizzontale, che escludeva il riferimento verticale a Dio.
Posizione, questa, in aperto contrasto con la parola e con lo spirito del Concilio, il quale non ha voluto una rottura, un'altra Chiesa, ma un vero e profondo rinnovamento, nella continuità dell'unico soggetto Chiesa, che cresce nel tempo e si sviluppa, rimanendo però sempre identico, unico soggetto del Popolo di Dio in pellegrinaggio».

Con tali parole, Benedetto XVI conferma ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, che il Concilio non può essere considerato una sorta di "rifondazione" della Chiesa, un "nuovo inizio", ma solo un tentativo di rinnovamento nella continuità (ciò che può essere bene espresso con il termine di "riforma").

2. Quel tentativo di rinnovamento è stato utile, opportuno, necessario, ma non sempre coronato da successo:

«In secondo luogo, va riconosciuto che il risveglio di energie spirituali e pastorali nel corso di questi anni non ha prodotto sempre l'incremento e lo sviluppo desiderati. Si deve in effetti registrare in talune comunità ecclesiali che, ad un periodo di fervore e di iniziativa, è succeduto un tempo di affievolimento dell'impegno, una situazione di stanchezza, talvolta quasi di stallo, anche di resistenza e di contraddizione tra la dottrina conciliare e diversi concetti formulati in nome del Concilio, ma in realtà opposti al suo spirito e alla sua lettera».

È quanto ho cercato di esprimere, in maniera forse meno diplomatica, giorni fa nel mio post Eterogenesi dei fini. Da una parte le buone intenzioni, i pii desideri, le promesse e le speranze (una "nuova primavera dello Spirito", una "nuova Pentecoste"); dall'altra la dura realtà che ci sta davanti: chiese e seminari vuoti, ignoranza religiosa, secolarizzazione, apostasia.

3. C'è un altro punto che mi pare particolarmente interessante. Riguarda il ruolo dei laici nella Chiesa. Anche in questo caso si è fatta tanta retorica, si sono commessi anche tanti abusi, ma la mentalità è rimasta la stessa, cioè una mentalità "clericale". Si è pensato che, per promuovere i laici, bisognasse farne degli "operatori pastorali" (catechisti, lettori, accoliti, ministri dell'Eucaristia, ecc.), vale a dire dei "mezzi preti", dimostrando con ciò che il modello rimaneva pur sempre il prete, con il quale il laico, al massimo, sarebbe chiamato a "collaborare". E invece, sentite che cosa dice il Papa:

«È necessario ... migliorare l'impostazione pastorale, così che, nel rispetto delle vocazioni e dei ruoli dei consacrati e dei laici, si promuova gradualmente la corresponsabilità dell'insieme di tutti i membri del Popolo di Dio.
Ciò esige un cambiamento di mentalità riguardante particolarmente i laici, passando dal considerarli "collaboratori" del clero a riconoscerli realmente "corresponsabili" dell'essere e dell'agire della Chiesa, favorendo il consolidarsi di un laicato maturo ed impegnato».

La mentalità "clericale" ritiene che unico "soggetto" dell'apostolato sia la gerarchia (Papa, Vescovi, sacerdoti). Ad essi possono essere aggregati i laici, in qualità di collaboratori. È il modello della vecchia Azione Cattolica, non a caso entrata in una crisi irreversibile. Ora il Papa ci dice: non piú "collaboratori", ma "corresponsabili". Io aggiungerei: non solo i laici non devono essere piú considerati collaboratori del clero; ma il clero, d'ora in poi, dovrebbe essere considerato collaboratore del laicato, nel senso che il soggetto primo dell'apostolato sono i laici; i sacerdoti dovrebbero considerarsi al loro servizio (quello che Giovanni Paolo II voleva esprimere quando diceva che il sacerdozio ministeriale è a servizio del sacerdozio comune); il compito principale del clero dovrebbe esser la formazione del laicato (un compito di retroguardia, ma quanto mai prezioso). Chi aveva intuito, ancor prima del Vaticano II, tale "rivoluzione copernicana" fu san Josemaría Escrivá de Balaguer: l'Opus Dei realizza nella vita di ogni giorno tale intuizione. Sarebbe ora che anche il resto della Chiesa arrivasse, prima o poi, alla stessa conclusione.

martedì 26 maggio 2009

Ancora sull'Islam

Tanto per rimanere in tema, vorrei aggiungere due spunti di riflessione sull'Islam.

1. Un confratello brasiliano mi ha segnalato un v
ideo, preparato dalla Primeira Igreja Batista de São José dos Campos. Non lo posso incorporare, perché il codice è stato disattivato; vi do il link, sperando che funzioni. È in portoghese, ma non dovrebbe risultare difficile la comprensione (tenete presente che "taxa" non significa "tassa", ma "tasso"). Probabilmente è un tantino esagerato. Si ha l'impressione che i Battisti vogliano fare un po' di "terrorismo psicologico": nessuno contesta le cifre attuali; ma le proiezioni future sono, appunto, solo proiezioni. Inoltre dovremmo considerare diversi altri aspetti. Per esempio, possibile che i musulmani siano cosí forti da rimanere totalmente sordi alle sirene dell'Occidente? In secondo luogo, perché non pensiamo anche al fenomeno opposto? In alcuni paesi del Medio Oriente, i cristiani (soprattutto filippini e indiani) stanno diventando la maggioranza (anche se ancora senza alcun diritto). Infine, d'accordo che i Battisti sono, fra le comunità evangeliche, una delle poche ancora vivaci e attive; ma non sarebbe il caso che i protestanti incominciassero, anche loro, a fare un esame di coscienza sulle responsabilità che loro hanno avuto nella creazione della situazione attuale? In ogni caso, ben venga qualsiasi stimolo alla riflessione.

2. Un lettore genovese mi ha segnalato un articolo di Rino Cammilleri dal titolo Finanza & Islam. Potete leggerlo sul suo sito. L'articolo si rivela estremamente interessante innanzi tutto per la ricostruzione storica, che si allontana dalla vulgata corrente secondo cui il calvinismo sarebbe all'origine del capitalismo (la nota tesi di Max Weber in L'etica protestante e lo spirito del capitalismo). Come già sosteneva il mio professore Ovidio Capitani, all'origine del capitalismo ci sono i teologi francescani del Medioevo; il capitalismo è nato nell'Italia cattolica, non nell'Europa calvinista. Ebbene, è stato proprio nel momento in cui il capitalismo si è affrancato dalle norme etiche che originariamente lo limitavano, per fare del "Mercato" il suo unico punto di riferimento, è stato allora che il capitalismo ha iniziato il suo declino (nonostante i trionfi di facciata), fino ad arrivare alla crisi finanziaria attuale, che rischia di distruggere il sistema. Ebbene, in tale contesto, ci viene proposta, come alternativa, la "finanza islamica", che è arrivata, con secoli di ritardo, allo stesso risultato a cui erano arrivati i teologi francescani nel Medioevo. Cammilleri vede in ciò la mano di Dio: i musulmani ci ricordano ciò che hanno imparato da noi e di cui noi abbiamo deciso di disfarci. Non posso che concordare. Anzi, mi sembra di trovare qui la conferma a quanto dicevo nel mio precedente post: il cristianesimo può esercitare un forte fascino sui musulmani (al-Najjar, iniziatore della finanza islamica, si ispirò alla dottrina sociale della Chiesa). Non è forse un segno che il cristianesimo ha una marcia in piú, e che anche i musulmani saranno prima o poi costretti a fare i conti con esso?

domenica 24 maggio 2009

Ascensione del Signore

Nella celebrazione dell'Ascensione del Signore dobbiamo considerare due aspetti: uno riguardante Gesú, l'altro riguardante noi.

1. Con l'Ascensione si conclude l'avventura umana del Figlio di Dio. Incarnatosi, compie sulla terra la missione affidatagli dal Padre, che si conclude con la sua morte sulla croce. Con la Risurrezione l'umanità del Figlio di Dio viene definitivamente glorificata. Con l'Ascensione non cambia nulla nella condizione dell'Uomo-Gesú; semplicemente, cessa di essere visto dagli uomini. Non che smetta di essere presente nel mondo; solo, cambia la modalità della sua presenza. Siamo tentati di dire: una presenza invisibile, anziché sensibile. Ma non è del tutto esatto: Gesú può essere ancora "visto", ma in modo diverso.

2. Ecco dove noi siamo coinvolti nel mistero dell'Ascensione: oggi Gesú può essere "visto" nei suoi discepoli, nella sua Chiesa. Questa è la nuova modalità di presenza di Cristo nel mondo. Lui è il Capo, ormai nella gloria ("alla destra del Padre"), noi siamo il suo Corpo, materialmente, non solo spiritualmente, presente nel mondo. Di qui l'importanza delle ultime parole di Gesú prima di ascendere al cielo. Innanzi tutto, una promessa:

«Tra non molti giorni, sarete battezzati in Spirito Santo ... riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni ... fino ai confini della terra».

Quindi un comando, con l'indicazione di alcuni "segni di riconoscimento":

«Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demoni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno».

Proprio perché siamo il "prolungamento" di Cristo nel tempo, dobbiamo, innanzi tutto, essere come lui: per questo abbiamo bisogno del suo Spirito, che ci rende simili a lui. In secondo luogo, dobbiamo fare ciò che lui fece: "Proclamate il Vangelo". Anzi, siamo chiamati a fare "piú" di quanto lui fece: lui non andò in tutto il mondo; non proclamò il Vangelo a ogni creatura. Non lo fece, semplicemente perché la sua umanità non glie lo permetteva. Ma ora noi — la sua Chiesa — possiamo e dobbiamo farlo. Dobbiamo farlo, perché lui ce lo comanda; possiamo, perché abbiamo ricevuto il suo Spirito. Quello Spirito che ci permette di compiere i segni che egli fece. Tali segni non sono il privilegio di qualche taumaturgo; sono il segno di riconoscimento dei veri discepoli: attraverso di essi è dimostrata l'autenticità della loro testimonianza.

Quale grande onore e responsabilità! Essere gli strumenti della presenza di Cristo! Il Risorto continua a essere presente nel mondo e ad agire in esso attraverso di noi!

sabato 23 maggio 2009

Eterogenesi dei fini

Chiedo scusa per l'involontario e non annunciato blackout, dovuto a cause indipendenti dalla mia volontà. In questi giorni sono rimasto assai colpito dalla lettura del post di Sandro Magister "L'Eurabia ha una capitale: Rotterdam", pubblicato sul sito www.chiesa. In esso viene riportato un impressionante articolo di Giulio Meotti per Il Foglio.

Qualcuno, che ha letto i miei post Il suicidio dell'Europa ed Europa (apostata) e Islam (credente), che hanno provocato un piccolo dibattito sul sito di Beatrice Benoît et moi (prima parte e seconda parte) — potrebbe meravigliarsi della mia meraviglia: Ma come — potrebbe obiettare — prima si augura, o perlomeno dichiara di non preoccuparsi dell'islamizzazione dell'Europa, e poi si scandalizza a leggere che tale islamizzazione è già in fase avanzata?

Devo riconoscere che talvolta esiste un gap fra i ragionamenti e le emozioni: anche se siamo convinti di certe cose, perché le abbiamo pensate a lungo, non è detto che poi rimaniamo indifferenti quanto siamo posti brutalmente dinanzi alla realtà. Tutti siamo affezionati alla nostra vecchia Europa, ricca di storia e di cultura, l'Europa cristiana che, oltre a esprimere uno stuolo innumerevole di santi, è stata capace di creare una meravigliosa civiltà. Per cui, quando qualcuno viene a dirci che le cattedrali sono state rimpiazzate dalle moschee, come possiamo rimanere insensibili?

Eppure dobbiamo guardare in faccia alla realtà: questo è ciò sta avvenendo in Europa. È inevitabile fare qualche riflessione, sia per quanto riguarda la società civile, sia per quanto riguarda la Chiesa. È molto significativo che ciò stia avvenendo proprio nei paesi da sempre considerati piú "avanzati" in Europa. L'articolo ci parla dell'Olanda: il paese della libertà assoluta, che era stato capace di superare tutte le vecchie "inibizioni" (puritane o cattoliche poco importa); il paese del Catechismo olandese, dove il "rinnovamento" conciliare era stato attuato nella maniera piú radicale, senza le remore della bigotta Italia e neppure le derive tradizionaliste della inquieta Francia. Tutto lasciava intravedere "le magnifiche sorti e progressive" di un paese finalmente affrancato dall'oscurantismo. E invece, che ti ritroviamo? Una delle principali città olandesi amministrata da un sindaco musulmano, con interi quartieri arabi, dove viene applicata la sharia e le donne camminano con lo chador (se non con il burqa). Che cosa è successo?

È successo quello che i filosofi chiamano "eterogenesi dei fini", vale a dire il raggiungimento di fini diversi, se non opposti a quelli che ci si era prefissi. Pensate: con la rivoluzione sessuale si era arrivati al punto di esporre donne nude dentro le vetrine; ora il corpo delle donne viene ricoperto con il burqa! La Chiesa cattolica aveva pensato di rinnovarsi col Concilio e oltre il Concilio; ora le chiese sono vuote, qualche volta distrutte, in altri casi riconvertite a usi profani, talvolta trasformate in moschee. Era questo l'obiettivo del Vaticano II? Eterogenesi dei fini... Non sempre avviene ciò che ci proponiamo. Perché? L'uomo non è l'artefice della storia, per quanto si illuda di essere onnipotente. Anche nella Chiesa, il Concilio, che doveva essere semplicemente ascolto di ciò che lo Spirito dice alla Chiesa e discernimento dei "segni dei tempi" (quelli veri!), per molti si è trasformato nel tentativo prometeico di cambiare tutto per rifondare la Chiesa secondo gli schemi ideologici di moda. Ecco il risultato: l'esatto opposto di quel che ci si proponeva.

È interessante notare che l'uomo, quando pretende di affrancarsi da qualsiasi vincolo, diventa schiavo; quando, in nome della ragione, distrugge la religione, cade nella superstizione; e la democrazia, quando vuole diventare assoluta, uccide sé stessa. Qualche esempio? Negli stati laici europei, a poco a poco, si è limitato lo spazio per il cristianesimo, per fare spazio alle altre religioni: nelle scuole non era possibile fare la preghiera (per rispetto verso i non-cristiani); ora però si allestisce una "stanza del silenzio", perché gli alunni musulmani possano pregare. Ancora oggi, in Italia, i paladini delle radici giudaico-cristiane dell'Europa mettono in guardia dal fare leggi confessionali; poi le democrazie piú avanzate, per rimanere fedeli a sé stesse, si vedono costrette a permettere l'adozione della sharia. Del resto, lo ricordava un vescovo turco a un sinodo di qualche anno fa: i musulmani sfrutteranno la nostra democrazia per raggiungere il potere e, una volta istallati al potere, imporanno a tutti la loro legge.

Che fare? Ormai è troppo tardi per correre ai ripari. La situazione è irreversibile. La società civile non riesce a esprimere nulla di meglio che i vari Fortuyn e Wilders, ex-cattolici, ex-marxisti, ex-tutto (siamo appunto nell'ex-Europa!). Ci sarebbe bisogno di una Chiesa viva, ma dove sta? Ormai la presenza cristiana (non solo cattolica) è ridotta al lumicino. Rimane solo la speranza che, come gli antichi barbari furono affascinati dal cristianesimo e dalla civiltà romana, cosí i musulmani rimangano anch'essi affascinati dal cristianesimo e da quel poco che rimane della "civiltà europea". Ma perché ciò avvenga, c'è bisogno di qualcuno che testimoni loro il Vangelo nella sua purezza: un piccolo gregge, che, per quanto piccolo, lasci intravedere quel "tesoro" che solo noi abbiamo, e permetta a quel "tesoro" di compiere la sua opera.

domenica 17 maggio 2009

VI domenica di Pasqua ("Vocem jucunditatis")

Mi pare che ci sia una specie di "filo rosso" che collega le tre letture della liturgia odierna: il primato dell'iniziativa divina. Leggiamo nel vangelo:

«Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi».

Spesso, specialmente quando siamo impegnati in una vita di speciale consacrazione, pensiamo che questo sia il risultato di una nostra scelta, di una nostra decisione. E invece Gesú ci ricorda che la scelta è stata sua: è lui che ci ha voluti per sé; noi non abbiamo fatto altro che rispondere alla sua chiamata.

Giovanni, nella seconda lettura, ci rammenta una verità ancora piú importante. Affetti come siamo da una mentalità legalistica e pieni di zelo nel voler osservare il "primo di tutti i comandamenti" ("Amerai il Signore tuo Dio..."), spesso ci dimentichiamo che:

«In questo sta l'amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi».

È lui che ci ha amati per primo; il nostro amore è solo la risposta — assolutamente inadeguata — al suo infinito amore per noi. È una pura illusione pensare di poter amare Dio, se lui non ci avesse amati per primo.

Anche nella prima lettura si parla di iniziativa divina. Chi ha deciso che a un certo punto si dovesse cominciare a evangelizzare i pagani? È stata la personale iniziativa di Pietro? È stata la collegiale decisione di un concilio? È stata semplicemente la volontà di Dio:

«Pietro stava ancora dicendo queste cose, quando lo Spirito Santo discese sopra tutti coloro che ascoltavano la Parola ... Allora Pietro disse: "Chi può impedire che siano battezzati nell'acqua questi che hanno ricevuto, come noi, lo Spirito Santo?"».

La decisione di Pietro e, successivamente, la discussione di un concilio ci sono pur state; ma sono state solo il discernimento della volontà divina. Gli apostoli non hanno fatto altro che "arrendersi" di fronte all'evidenza soprannaturale.

È Dio, dunque, a prendere sempre l'iniziativa. Noi non dobbiamo fare altro che rispondere all'azione divina. Eppure, Pietro intuisce che la parte dell'uomo non è solo successiva all'iniziativa di Dio: è necessario che ci sia, nell'uomo, una qualche "predisposizione", che permetta a Dio di agire (Dio non forza mai la nostra libera volontà):

«In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga».

Dio non fa discriminazioni; per lui siamo tutti uguali. Ma lui "accoglie chi lo teme e pratica la giustizia". Ci sono delle "condizioni" per essere ben accetti a Dio: il suo timore e la pratica della giustizia. Chi si trova in tale condizione (di per sé insufficiente a procurare la salvezza), è "aperto" all'azione di Dio; permette a Dio di salvarlo. Chi teme il Signore farà l'esperienza del suo amore.

sabato 16 maggio 2009

Un grande viaggio

Finalmente, il viaggio di Benedetto XVI in Terra Santa si è concluso. È tempo di tirare le somme. Non sta certamente a me fare un bilancio esaustivo del pellegrinaggio, anche perché sarebbe necessario averlo vissuto in prima persona: forse solo il Papa può esprimere un giudizio adeguato su come sono andate effettivamente le cose. Ma, per quel poco che mi è stato possibile percepire attraverso i media (soprattutto internet), mi sembra che si possano fissare alcuni punti.

1. Innanzi tutto, dobbiamo tirare un sospiro di sollievo per l'incolumità del Santo Padre. Forse voi penserete che, in fondo, non c'era motivo di preoccuparsi, che le mie erano solo le fisime di un inguaribile complottista. Sarà anche vero. Qualcuno però sostiene che non è inutile mettere in giro certe voci: servirebbe a bloccare eventuali male intenzionati (che si sentirebbero cosí scoperti). Non lo so. So di certo che non sono state inutili le innumerevoli preghiere che da tutta la Chiesa sono salite al Cielo per il suo Pastore.
In ogni caso, ora sono molto contento che le mie preoccupazioni non si siano realizzate.

2. Molti sono rimasti delusi per i risultati della visita:
— gli ebrei, perché allo Yad Vashem il Papa non ha parlato di nazismo, perché non ha pronunciato il numero magico "sei milioni", perché ha usato il termine "uccisi" e non "sterminati", perché non è entrato nel Museo (dove c'è la foto di Pio XII con la discussa didascalia), ma soprattutto perché non ha chiesto scusa per le colpe della Chiesa;
— i musulmani, perché Benedetto XVI ha incontrato i familiari del soldato Gilad Shalit e non quelli dei prigionieri palestinesi, perché è andato allo Yad Vashem a rendere omaggio alle vittime della Shoah, ma non è andato a Gaza a rendere omaggio alle vittime dell'odierno Olocausto;
— i cattolici, perché si è mancato di rispetto al Santo Padre, perché questa visita non è stato un "trionfo" come tanti altri viaggi.

3. Io, invece, penso che meglio di cosí il pellegrinaggio di Benedetto XVI in Terra Santa non potesse andare. Era impensabile che un viaggio tanto difficile potesse risolversi in una passeggiata; c'era da aspettarsi degli ostacoli. Ciò che conta è che il Santo Padre è stato bravissimo a superarli.
— Il primo aspetto positivo da rilevare è che questo viaggio è stato innanzi tutto quello che doveva essere: una visita ai cristiani del luogo; l'incontro del Pastore con il suo gregge. Potrebbe sembrare scontato; ma, almeno all'inizio, non lo era. La Terra Santa non appartiene solo a ebrei e musulmani; appartiene anche a noi. Per i cristiani la Terra Santa non è un museo da visitare; è il luogo dove vive una, seppur minima, comunità cristiana. Non si vorrebbe che, nelle attuali tensioni, chi alla fine è destinato a soccombere siano proprio i cristiani, costretti ad abbandonare la loro terra.
— Sul piano politico, il Papa se l'è cavata alla grande. Ovviamente, come abbiamo già rilevato, non ha potuto fare a meno di pagare un inevitabile pedaggio; ma — abbiamo visto — qualunque cosa egli dirà, non sarà mai sufficiente per certi accigliati rabbini. In ogni caso, Benedetto XVI non ha detto quello che non voleva dire (semplicemente perché falso): che la colpa dell'Olocausto è della Chiesa cattolica. Anzi, non so se avete notato che in uno degli ultimi discorsi, dove ha fatto esplicito riferimento al nazismo, lo ha chiamato una "ideologia senza Dio". Inoltre non ha avuto nessuna paura a riconoscere il diritto dei palestinesi a una loro patria e a denunciare pubblicamente, senza mezzi termini, il muro della vergogna che divide Israele dai Territori palestinesi. Di piú il Papa non poteva fare, anche perché non è suo compito assumersi responsabilità che competono ad altri (significativo il riferimento alla "comunità internazionale").

4. Il quotidiano liberal Haaretz sintomaticamente ha scritto: "Hanno vinto i palestinesi!". Questo descrive bene la mentalità con cui è stata vissuta da molti tale visita: una sorta di gara fra israeliani e palestinesi. Forse non ha tutti i torti: il viaggio del Papa ha mostrato al mondo da che parte sta il torto e da che parte la ragione. È sotto gli occhi di tutti l'atteggiamento petulante di Israele (a parte le polemiche, si potrebbe elencare tutta una serie di interventi tesi a boicottare la visita papale) e l'accoglienza calorosa riservata al Pontefice dalle popolazioni arabe (cristiane e musulmane). Ma, al di là di tale sbrigativa distinzione fra arabi e israeliani (che non rende ragione della complessità della realtà), Benedetto XVI, con il suo consueto stile energico e mite, spirituale e non politico, è stato capace di discriminare
fra gli estremisti e gli uomini di buona volontà: tra chi, in ogni campo, parla di pace (e semina odio) e chi, senza clamore e pagando di persona, costruisce una pacifica convivenza fra i popoli.

venerdì 15 maggio 2009

"Berranno presso di noi"

«Tutte le volte che nella Sacra Scrittura si nomina la sola acqua si proclama il battesimo, come vediamo significato in Isaia: "Non pensate piú alle cose antiche! Ecco, faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa, per dissetare il mio popolo eletto. Il popolo che io ho plasmato per me celebrerà le mie lodi" (Is 43:18-21). Per mezzo del profeta il Signore ha preannunziato che tra i pagani, nei luoghi che prima erano senz'acqua, sarebbero sgorgati fiumi sovrabbondanti che avrebbero dissetato l'eletto popolo di Dio, cioè quelli che mediante la rigenerazione del battesimo sarebbero diventati figli di Dio. Parimenti si predice e si preannunzia nuovamente che, se i giudei avranno sete e cercheranno Cristo, berranno, cioè conseguiranno la grazia del battesimo, presso di noi. "Se avranno sete, li condurrà per deserti; acqua dalla roccia egli farà scaturire per loro; spaccherà la roccia e sgorgherà acqua, e il mio popolo berrà" (Is 48:21)».

SAN CIPRIANO, Lettera 63, 8 (CSEL 3, 706), riportata nell'odierno Officium lectionis (ciclo biennale, anno I). Testo latino in Documenta catholica omnia.