lunedì 20 luglio 2009

If only... #3

Don Gianluigi mi ha mandato il seguente messaggio dopo aver letto il mio post di sabato scorso:


«P. Giovanni, ti scrivo circa l'ultimo tuo post "If only... #2". Secondo me sei stato un po' troppo duro e sbrigativo col tuo lettore.

1. Perché criticare il NO [= Novus Ordo] non significa necessariamente ritenerlo invalido (io lo celebro quotidianamente eppure mi sento in dovere di muovere rilievi critici). Se teologi e liturgisti scrivono che c'è bisogno di una riforma della riforma (vedi don N. Bux con il libro "La riforma di Benedetto XVI") una qualche ragione ci sarà. Se il card. Ratzinger poteva scrivere alcuni anni fa che la riforma la quale avrebbe dovuto essere una rivitalizzazione della liturgia, in realtà si è rivelata una "devastazione" (cfr. "La reforme liturgique en question") significa che ci sono ragioni più che fondate per dubitare della reale bontà della liturgia riformata.

2. Tu citi Paolo VI, per indicare la sua volontà di imporre il NO come alternativo al vecchio. E qui si rivela in tutta la sua tragica debolezza l'affare del Consilium ad exequendam Constitutionem de Sacra Liturgia che ha elaborato la nuova messa. Il papa disse: "Il nuovo Ordo è stato promulgato perché si sostituisse all’antico, dopo matura deliberazione, in seguito alle istanze del Concilio Vaticano II". Il papa non si avvide nemmeno che quello che egli aveva approvato smentiva le richieste del Concilio stesso (latino, intangibilità dei testi, gregoriano, polifonia). Quando il Papa se ne avvide, non fece nulla per riportare la riforma ai dettami della Sacrosanctum Concilium.
Egli non seguì e non chiese conto del lavoro del Consilium ad exequendam, tant'è vero che autorevoli membri si lamentarono del modo di procedere precipitoso di Bugnini (cfr. card. Antonelli). Non poteva nemmeno chiedere conto, perché non è stato tenuto un regolare verbale degli incontri e quindi non sappiamo, e manco il papa sapeva, le ragioni che portarono a togliere parti della messa tradizionale e a produrne delle altre. (Perché, per esempio, è stato tolto ogni riferimento esplicito alla Trinità a cui va il sacrificio di lode, sia nell'offertorio sia alla fine? Chi lo propose? con quali motivazioni?).
Ci fu una così "matura deliberazione" che il papa approvò — spero senza accorgersene — una definizione della messa quantomeno ambigua. La messa è un'azione sacrificale, mentre il n. 7 dell'Institutio la definì "riunione del popolo di Dio, che si raduna insieme... per celebrare il memoriale del Signore". Una formula che poteva accontentare anche i sei esperti protestanti che ebbero un ruolo attivo in questa fase, ma che certo limitava il concetto cattolico di messa. Dopo pochi mesi il papa approvò una nuova Institutio modificata. Ma quei concetti così nuovi rispetto alla teologia liturgica cattolica rimasero nei nuovi riti che da essi erano stati ispirati.
Questa nuova messa ancora sperimentale fu celebrata nell’ottobre del 1967; al Sinodo Episcopale, convocato a Roma, fu chiesto un giudizio sulla celebrazione della cosiddetta "messa normativa", ideata dal Consilium. Tale messa suscitò non poche perplessità tra i presenti al Sinodo, con una forte opposizione (43 non placet), moltissime e sostanziali riserve (62 iuxta modum) e 4 astensioni su 187 votanti. Nonostante ciò fu imposta a tutta la chiesa senza sostanziali modifiche.

3. Tu dici: "Che abbiamo impedito ai fedeli di fare esperienza diretta dell'autentica liturgia". Insomma la colpa sarebbe dei vescovi e dei preti che non valorizzano appieno il NO e si lanciano in arbitrarie sperimentazioni. Ma a me sembra che le improvvisazioni e gli arbitrii scaturiscano dalla riforma stessa che lascia aperte troppe porte: quanti vel... pro opportunitate e simili circa i riti da compiere, che hanno finito per confondere le idee, tanto che in ogni paese si celebra un rito diverso.

4. Ciò che Pio XII condannò nella Mediator Dei si è ripresentato nel NO, come l'archeologismo. Si è idealizzato il primo millennio (vedi comunione in mano e in piedi, scambio di pace), tranne il digiuno eucaristico e la preghiera rivolta a Oriente e si è bandito tutto ciò che era scaturito nel secondo millennio.

5. Infine quello che mi sembra più grave, non è stata rispettata l'essenza del rito romano. La messa tipica iniziava con il canto dell'introito, mentre le preghiere ai piedi dell'altare erano private del celebrante. L'offertorio esprimeva in modo inequivocabile il fine per cui si offre il sacrificio: cancellato completamente con preghiere prese non dalla tradizione, ma addirittura dall'ebraismo. Il canone che era un tutt'uno con le altre parti è stato reso intercambiabile con anafore realizzate a tavolino che non hanno un'origine comune con il rito stesso. La preghiera sotto voce che era una caratteristica codificata dal concilio di Trento e che favorisce la partecipazione intima e spirituale dei fedeli, disprezzata completamente, tanto che oggi si canta anche il canone.

Detto questo, penso che il tuo lettore avesse qualche ragione nell'affermare che non è abbastanza celebrare in latino e bene il NO per riportare un vero spirito liturgico. È insita nel NO la svolta antropologica di Rahner, che porta inevitabilmente il celebrante a sentirsi protagonista della liturgia, non foss'altro perché guarda in faccia i fedeli e parla continuamente per farsi sentire da loro e non da Dio. I fedeli sono condizionati dal suo sguardo, dalla sua espressione, dal tono di voce, dagli interventi ad libitum che possono essere in ogni momento. Rivolgersi a Dio diventa effettivamente un'impresa non facile.
Ma a Dio tutto è possibile».


Accolgo di buon grado l'avviso fraterno di don Gianluigi: se sono stato troppo duro e sbrigativo, chiedo scusa. Coloro che mi leggono da qualche tempo dovrebbero ormai sapere che talvolta mi lascio prendere la mano, specialmente quando si tratta di questioni che mi stanno molto a cuore, come in questo caso.

Per me la riforma liturgica, come tutte le cose umane, non è perfetta: ha molti limiti e potrebbe (dovrebbe?) essere migliorata (e per questo condivido non poche delle osservazioni di don Gianluigi); ma questo non significa che essa debba essere gettata a mare e si debba tornare, semplicemente, alla liturgia pre-conciliare.

Quando si sente parlare della liturgia prima del Concilio, sembra che questa fosse perfetta e che a un certo punto siano arrivati degli iconoclasti che abbiano voluto distruggere tutto, non si capisce bene perché. Se si è sentito il bisogno di una riforma liturgica, qualche motivo ci sarà pur stato. Io ho fatto in tempo a conoscere la liturgia tridentina, perché sono diventato chierichetto prima della riforma liturgica. E ricordo il mio parroco che celebrava la Messa in un quarto d'ora: non era uno spettacolo cosí edificante... Le chiese erano certamente piú piene di ora, ma non c'era tutta quella devozione e raccoglimento che oggi si immagina: in prima fila i bambini (il viceparroco doveva inventarsi tutti gli stratagemmi per tenerli un po' attenti); poi le donne che recitavano il rosario; poi gli uomini (quei pochi che c'erano...) che si facevano i fatti loro; e in fondo alla chiesa i giovani che... guardavano le ragazze. Per questo si è sentito il bisogno di una partecipazione piú attiva. Che poi, con la riforma liturgica, non si sia ottenuto il risultato (probabilmente perché si sono sbagliati i mezzi per raggiungerlo), è un'altra questione; ma perlomeno si dovrebbe riconoscere la buona intenzione e
apprezzare lo sforzo per raggiungerlo.

Quando leggo le critiche di parte tradizionalista al Novus Ordo (che per lo piú hanno un'unica origine: il Breve esame critico del "Novus Ordo Missae", a quanto pare promosso dalla compianta Cristina Campo e presentato a Papa Paolo VI dai Cardinali Ottaviani e Bacci), ho l'impressione che esse partano da un presupposto sbagliato. Tali critiche fondamentalmente consistono in un confronto tra il vecchio e il nuovo rito; e in genere sottolineano gli elementi del vecchio rito assenti nel nuovo. Presupponendo che il vecchio rito fosse perfetto, è ovvio che il nuovo risulti piuttosto carente. Ma probabilmente non è questo l'atteggiamento giusto: il Novus Ordo va considerato in sé stesso, non confrontato col Vetus (e in tale prospettiva penso che Paolo VI lo esaminò). Poi bisogna chiedersi: questo o quell'elemento è valido, è portatore di un significato teologico ortodosso o veicola una qualche tesi piú o meno ereticheggiante? Sinceramente, non mi sembra che nella nuova Messa ci siano eresie. È vero che l'offertorio (o "presentazione dei doni", come oggi viene chiamato) è radicalmente cambiato; è vero che esso non insiste piú cosí tanto sull'aspetto sacrificale; ma forse per questo la Messa ha perso il suo carattere sacrificale? Ci sono altri elementi che lo sottolineano (nello stesso offertorio, Paolo VI in persona volle conservare l'Orate fratres a rammentare tale verità). D'altra parte il Novus Ordo ha messo in luce tanti altri aspetti che nel Vetus Ordo, pur non venendo negati, erano forse un tantino trascurati. La Messa va vista nel suo insieme; non si possono isolare e assolutizzare i diversi elementi. Nell'insieme, mi pare che il nuovo rito della Messa sia equilibrato e piú ricco dell'antico. Ciò non toglie che ci siano alcuni aspetti che possano o addirittura debbano essere rivisti (p. es., il modo in cui sono stati reintrodotti l'oratio fidelium e il rito della pace o il modo di ricevere la comunione).

Che la riforma liturgica sia stata fatta un po' affrettatamente e che essa non sia l'attuazione fedele di quanto previsto dal Concilio, è un dato di fatto. Per questo vado ripetendo che, nonostante le legittime critiche che si possono rivolgere al Concilio, esso costituisce quel punto di equilibrio in cui tutti ci possiamo ritrovare (non solo in campo liturgico). Il Concilio aveva dato delle indicazioni sobrie, ma molto precise, su come si sarebbe dovuta realizzare la riforma liturgica. Il Consilium andò oltre il mandato conciliare (e in questo ha ragione don Gianluigi, con l'avallo di Paolo VI), e ora ne raccogliamo i frutti. Ci si fosse limitati a fare quanto il Concilio aveva prescritto, forse a quest'ora non staremmo qui a discutere.

È proprio in questo contesto di "ritorno al Concilio" che io mi faccio sostenitore di una liturgia rinnovata in latino: non è una mia idea balzana; è semplicemente ciò che aveva previsto il Concilio (Sacrosanctum Concilium, n. 36). Che il gregoriano debba essere il "canto proprio della liturgia romana" (non solo di quella tridentina, ma anche di quella rinnovata), non sono io a dirlo, ma il Concilio (ib., n.116). A proposito, don Gianluigi, hai mai provato a cantare in gregoriano la preghiera eucaristica? Per favore, fallo almeno una volta, poi sappimi dire quel che tu hai provato e la reazione dei fedeli che vi hanno assistito. Tu hai ragione a dire che nelle liturgie postconciliari, il protagonista è diventato il celebrante e i fedeli sono condizionati dalla sua presenza invadente. Ti assicuro, non c'è bisogno di voltare le spalle ai fedeli per scomparire. Basta spersonalizzare il piú possibile la propria performance; basta applicare alla lettera le rubriche del messale: tutti capiranno, senza fatica, che non stai recitando una parte, ma stai semplicemente eseguendo un rito che non ti appartiene, di cui tu sei soltanto un ministro. Il modo di celebrare la Messa, pur non toccando l'essenza del rito, ha la sua importanza, nel Vetus come nel Novus Ordo: tanto la Messa tridentina quanto quella postconciliare possono essere celebrate bene o male; e questo ha la sua incidenza sulla effettiva partecipazione dei fedeli. Forse uno dei limti della riforma liturgica è stato proprio questo: pensare che bastasse modificare qualche rito per ottenere la actuosa participatio. I liturgisti del Consilium forse non si avvidero che ciò che innanzi tutto si doveva fare era cambiare l'atteggiamento con cui ci si accosta ai santi misteri. Pertanto, ben venga una "riforma della riforma", ma con l'accortezza che a nulla varranno le migliori riforme esteriori se, cambiando i riti, non cambieremo anche i cuori.

domenica 19 luglio 2009

XVI domenica "per annum"

«Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose».

Certamente il vangelo odierno mette in risalto l'umanità di Gesú, che si commuove di fronte alle folle e ai loro bisogni, materiali e spirituali. Sono dei poveri sbandati: hanno bisogno di una guida. Sono affamati: Gesú moltiplicherà per loro i pani. Ma, ancor prima della fame materiale, Gesú soddisfa la loro fame spirituale: "si mise a insegnare loro molte cose".

Ma nel testo citato possiamo vedere anche un'icona di tutta l'esistenza terrena di Gesú, a partire dal mistero dell'incarnazione. Facendosi uomo, il Figlio di Dio vide di fronte a sé l'umanità allo sbando: "pecore che non hanno pastore". E ne ebbe compassione. E per questo accettò di diventarne il pastore: il "buon pastore", il vero, l'unico pastore dell'umanità.

La condizione dell'umanità non è cambiata. Nonostante i tanti leader che continuamente le si propongono e nelle cui mani le folle ripongono le loro speranze, gli uomini continuano a errare come "pecore che non hanno pastore". Perché solo uno è il Pastore che ha veramente a cuore la loro sorte, non fa il proprio interesse ed è disposto a dare (e di fatto ha dato) la sua vita per loro. Solo in Cristo l'umanità ritrova sicurezza, unità e pienezza di vita.

sabato 18 luglio 2009

If only... #2

Un lettore mi ha scritto a proposito del mio post If only... del 6 marzo scorso:


«Ho avuto occasione di leggere il Suo intervento ... ed ho deciso di risponderLe. L'argomento del Novus Ordo è troppo complesso per essere affrontato in poche righe, ma Le posso dire che la frequentazione della Parrocchia della SS. Trinità dei Pellegrini a Roma, che grazie al Motu Proprio del Papa è divenuta "Parrocchia Personale" per la celebrazione di tutti i sacramenti nel Rito Tradizionale con il Messale rivisto da Papa Giovanni XXIII nel 1962, è stata un'esperienza grandiosa per me che ha comportato l'apertura di nuovi scenari nella mia esperienza spirituale.
Nel Suo testo c'è il pregio di una notevole capacità di tolleranza, persino nei confronti della messa antica, e questo Le dà il merito di non essere confuso con quella parte del clero che ha visto nel Motu Proprio una pericolosa inversione di tendenza verso il Medioevo (salvo poi che occorrerebbe vedere quanto il Medioevo fosse peggiore del nostro mondo moderno, apparentemente molto disinfettato sul piano materiale, ma molto lurido su quello spirituale).
Ma questa Sua frase merita un commento a parte; si riferisce alla coppia di Filippini:

"Cosí, ho proposto di celebrare la Messa in latino secondo il Messale di Paolo VI, in canto gregoriano e con le letture in inglese. Sono rimasti cosí soddisfatti, che ho pensato: se tutti i sacerdoti avessero sempre celebrato il novus ordo nel modo dovuto, forse a questo punto nessuno avrebbe nostalgia del vecchio uso e non ci sarebbe stato bisogno di nessun motu proprio..."

Effettivamente quello che Lei dice non ha molto senso, se è vero, come è vero, che la Riforma Liturgica fu voluta "apparentemente" proprio per venire incontro alla richiesta da parte di un gran numero di fedeli che da tempo sollecitavano — a detta dei riformatori — una maggiore comprensione dei testi. Ma Lei sa benissimo che il Novus Ordo non è affatto la trasposizione in lingua vernacolare della Liturgia Cattolica, ma un sua totale trasformazione, che è stata analizzata e bocciata da molti teologi tra cui i Cardinali Ottaviani e Bacci subito dopo la promulgazione. Lei vorrebbe salvare le apparenze riconsegnando al latino una liturgia riformata che dista anni luce da quella della Chiesa Cattolica tradizionale, forse perché si rende conto del baratro di abusi e sbavature che questa riforma ha comportato. Lei forse vorrebbe che almeno formalmente si ritornasse all'antico, magari con il rischio che nessuno capisca nulla, ma con un rito accettabile per ordine e compostezza?
Questo non è giusto e mi creda non rende giustizia alla verità delle cose. La Messa tradizionale cattolica è la Polifonia Antica, il Novus Ordo è il Festival di San Remo, questa è la mia opinione, e non è possibile nobilitarla traducendola in latino.
La Sua posizione è comunque interessante perché indica un disagio nei confronti di un rito che ha dato risultati anche scandalosi, e riconosca almeno una cosa: grazie al Santo Padre ed al Suo Motu Proprio anche Lei nel novembre del 2007 ha acquistato il Suo Messalino...
La saluto con simpatia.
Dr. Alessandro Guzzi».


Mi spiace per il gentile lettore, ma non mi sembra che abbia capito bene la mia posizione. Forse ha scoperto solo di recente questo blog, e quindi non ha ancora avuto modo di conoscermi a fondo.

Innanzi tutto, lo inviterei a pesare bene le parole. Forse non si rende conto, ma fa delle affermazioni pesanti, che certamente non sono in sintonia con il motu proprio. Quando parla di "Lituriga Cattolica", la identifica sic et simpliciter col Vetus Ordo; il Novus Ordo ne sarebbe una "totale trasformazione", "che dista anni luce" dalla liturgia "della Chiesa Cattolica tradizionale". La logica conseguenza di tali affermazioni è quella di considerare invalido il nuovo rito, cosa che non solo è contro il motu proprio, ma sapit haeresim. Stiamo attenti a non diventare eretici in nome della tradizione.

Per quanto riguarda la mia posizione, il lettore afferma che io vorrei "salvare le apparenze riconsegnando al latino una liturgia riformata"; vorrei "che almeno formalmente si ritornasse all'antico, magari con il rischio che nessuno capisca nulla, ma con un rito accettabile per ordine e compostezza". Interessante notare che, per criticare la mia posizione, il lettore, che si dice tradizionalista, si serve di un argomento che ci si aspetterebbe da un progressista. Perché tanta preoccupazione che la gente non capisca nulla? Forse capirebbe di piú col Vetus Ordo? Ho già detto in un mio precedente post che non mi sembra poi un problema cosí insormontabile se l'Ordo Missae (diverso è il caso delle letture) dovesse rimanere in latino: una volta che so (e, se non lo so, basterebbe usare un messalino o un foglietto de La Domenica) che Dominus vobiscum significa "Il Signore sia con voi" e che la risposta è Et cum spirito tuo (che significa "E con il tuo spirito"), sarebbe cosí problematico anche per chi non conosce il latino ripetere quelle semplici formulette? In fondo, anche nella liturgia in volgare continuiamo a ripetere Amen e Alleluia senza aver studiato l'ebraico...

Ma quello che mi fa piú riflettere è l'affermazione secondo cui non è possibile nobilitare la nuova liturgia "traducendola in latino". Il lettore, e chissà quanti con lui, pensa che la nuova liturgia sia nata nelle lingue volgari e che, se la si vuol celebrare in latino, sia necessario "tradurla". Il lettore neppure immagina che il Messale di Paolo VI è in latino; non solo, ma non immagina neppure che, mentre nelle lingue volgari siamo alla 2a edizione (in inglese siamo ancora alla 1a!), il Messale di Paolo VI in latino ha già raggiunto la ristampa "riveduta e corretta" della 3a edizione. E tale Messale può essere utilizzato da qualsiasi sacerdote, in qualsiasi luogo, in qualsiasi circostanza, senza bisogno di alcun indulto o motu proprio. Il problema è che nessuno lo fa. È questo che mi fa arrabbiare. I fedeli non hanno mai avuto la possibilità di sperimentare la "vera" liturgia rinnovata; molto spesso sono costretti ad subirne scadenti scimmiottature. E poi ci si meraviglia che alcuni cerchino rifugio nella Messa tridentina. Ripeto e confermo quanto scritto nel mio post If only... e qui ripreso dal gentile lettore. La sua lettera dimostra la tremenda responsabilità di tutti noi (vescovi e sacerdoti), che abbiamo impedito ai fedeli di fare esperienza diretta dell'autentica liturgia; li abbiamo privati di un loro diritto; li abbiamo defraudati di qualcosa che loro apparteneva. Perché meravigliarci ora se alcuni di loro pensano che, per ritrovare la "Liturgia Cattolica", ci si debba necessariamente rivolgere al rito tridentino? Ed è proprio questo che mi preoccupa maggiormente del m. p. Summorum Pontificum: che alla fine, chi ci rimette, sia esclusivamente il Novus Ordo in latino. State pur certi che il motu proprio non intaccherà minimamente i diffusi abusi esistenti: semplicemente avremo, per usare le immagini del lettore, giustapposte fra loro, alcune chiese con la "Polifonia Antica" e altre con il "Festival di Sanremo".

Potrei fermarmi qui, ma penso che sia opportuno che chiarisca una volta per tutte la mia opinione a proposito del motu proprio. Naturalmente, lo accetto con religioso ossequio, come si conviene a qualsiasi decisione del Romano Pontefice. Il Papa può decidere autonomamente quel che ritiene piú opportuno per il bene della Chiesa (gli unici limiti gli sono posti dalla rivelazione). Il Papa potrebbe anche decidere l'abolizione del Novus Ordo e la restaurazione del Vetus Ordo tout court. Non sta certo a me sindacare il suo operato.

Quel che non mi convince è la motivazione che Benedetto XVI ha portato per giustificare il suo (ripeto, piú che legittimo) intervento: che il precedente Messale non sia stato mai abolito. Personalmente avrei qualche dubbio in materia. Recentemente il Padre Matias Augé ha pubblicato nel suo blog stralci di un illuminante discorso pronunciato da Paolo VI il 24 maggio 1976. Papa Montini, fra l'altro, affermava:

«L’adozione del nuovo “Ordo Missae” non è lasciata certo all’arbitrio dei sacerdoti o dei fedeli: e l’Istruzione del 14 giugno 1971 ha previsto la celebrazione della Messa nell’antica forma, con l’autorizzazione dell’Ordinario, solo per sacerdoti anziani o infermi, che offrono il Divin Sacrificio sine populo. Il nuovo Ordo è stato promulgato perché si sostituisse all’antico, dopo matura deliberazione, in seguito alle istanze del Concilio Vaticano II. Non diversamente il nostro santo Predecessore Pio V aveva reso obbligatorio il Messale riformato sotto la sua autorità, in seguito al Concilio Tridentino».

Se le parole hanno un senso, mi pare che la reale intenzione di Paolo VI nel promulgare il nuovo Messale sia piú che evidente. Che poi i suoi successori abbiano l'autorità di rivedere le decisioni di Paolo VI, non ci piove; ma, a mio parere, dovrebbe essere detto esplicitamente. Io stesso (che pure successore di Paolo VI non sono) ho l'impressione che egli restringesse eccessivamente la possibilità di celebrare secondo l'antico rito (ai sacerdoti anziani e malati che celebrano sine populo). Personalmente sono sempre stato del parere che non ci sia alcun problema che determinati gruppi possano celebrare la Messa secondo il Vetus Ordo. Sono sempre esistite Chiese sui juris (le Chiese orientali), diocesi (p. es., la diocesi di Milano), chiese (p. es., la cattedrale di Toledo), ordini religiosi con un loro rito proprio. Non vedo perché non ci possano essere oggi circoscrizioni ecclesiastiche (p. es. un'amministrazione apostolica), prelature personali, parrocchie, istituti di vita consacrata, società di vita apostolica o associazioni di fedeli che abbiano come loro rito proprio il rito tridentino.

Quel che mi fa problema è la liberalizzazione generalizzata di tale rito. Capisco il motivo della decisione pontificia (l'opposizione ai precedenti indulti da parte di non pochi vescovi), e lo condivido. Ma mi pare che tale liberalizzazione possa essere accettata solo come una fase transitoria in vista di una possibile, forse necessaria, "riforma della riforma", che riveda il Novus Ordo, recuperando alcuni elementi del Vetus. A quel punto, il rito romano della Messa dovrebbe tornare a essere uno solo per tutti, pur ammettendo, come ho detto, che alcuni gruppi possano continuare a celebrare la Messa secondo il vecchio rito. E questo non per benevola concessione o per semplice "tolleranza", ma come espressione di un legittimo pluralismo, che è sempre esistito e ha sempre costituito una ricchezza nella Chiesa.

venerdì 17 luglio 2009

Spunti di riflessione

Un lettore, Andrea (che ringrazio per l'attenzione), mi ha inviato un testo del Card. John Henry Newman, riguardante il tema che stiamo trattando in questi giorni:


Strettamente parlando la Chiesa cristiana, come società visibile, è necessariamente una potenza politica o un partito. Può essere un partito trionfante o perseguitato, ma deve avere le caratteristiche di un partito che ha la priorità nell’esistere rispetto alle istituzioni civili che lo circondano, e che è dotato, per il suo latente carattere divino, di enorme forza di influenza fino alla fine dei tempi... I cristiani non osservano il proprio dovere, e divengono politici in senso offensivo..., non quando si comportano come partito, ma quando si dividono in molti par­titi. I credenti della Chiesa primitiva non interferirono negli atti di governo civile semplicemente perché, privi di diritti civili, non potevano agire legalmente. Ma il caso è diverso quando essi godono di diritti. Allora si può parlare di spirito secolare, non nel caso in cui essi usano tali diritti, ma qualora se ne servano per fini diversi da quelli per cui furono loro concessi...

Dal momento che è diffusa l’errata opinione che i cristiani, e specialmente il clero in quanto tale, non abbiano nessuna rela­zione con gli affari temporali, è opportuno cogliere ogni occa­sione per negare formalmente tale posizione e per domandarne le prove. È vero invece che la Chiesa è strutturata al fine speci­fico di occuparsi o (come direbbero i non credenti) di immi­schiarsi del mondo, i membri di essa non fanno che il loro dovere quando si associano fra di loro, e quando tale coesione interna viene usata per combattere all’esterno lo spirito del male, alle corti dei re o tra le varie moltitudini. E se essi non possono ottenere di più, possono almeno soffrire per la verità e tenere desto il ricordo, infliggendo agli uomini il compito di per­seguitarli.

(Gli Ariani del IV secolo, Jaca Book-Morcelliana, Milano-Brescia 1981, pp. 188 ss)


Mi sembra un testo molto interessante, che forse, lí per lí, ci lascia un tantino perplessi, dal momento che in questi anni, specialmente dopo il Concilio (vi ricordate la "scelta religiosa" dell'Azione Cattolica?), abbiamo sentito discorsi diametralmente opposti. Non dico che Newman abbia assolutamente ragione; può darsi che la Chiesa, nelle sue successive riflessioni, abbia colto qualche aspetto che era sfuggito al grande Cardinale inglese. Dico solo che non possiamo chiuderci nelle nostre certezze, senza lasciarci almeno mettere in discussione da cosí grandi pensatori.

Riflettendo su questo testo, mi è tornato in mente un intervento che avevo fatto una decina d'anni fa, quando ero rettore del Collegio alla Querce. Un nostro professore, Franco Banchi (attualmente coordinatore toscano dei Popolari Liberali) aveva pubblicato un libro ("Breviario del buon governo", Firenze 1998); il 19 giugno 1998, nella Sala dei Principi del Collegio ci fu la presentazione del libro, che io introdussi col seguente intervento:


Un punto di riferimento essenziale

Spesso si ripete, a ragione, che la politica può essere — deve essere — per il cristiano, una forma di carità. Essa è certamente un servizio, e il servizio è una delle espressioni più alte della carità. Ma non si dice mai che l’impegno politico per un cristiano è, innanzi tutto, una forma di apostolato. Di solito si dà a questa espressione un significato restrittivo, come se stesse a indicare esclusivamente l’annunzio del vangelo, un compito per altro solitamente demandato al clero.
Afferma il Concilio Vaticano II, nel suo decreto sull’apostolato dei laici: «La missione della Chiesa non è soltanto di portare il messaggio di Cristo e la sua grazia agli uomini, ma anche di permeare e di perfezionare l’ordine delle realtà temporali con lo spirito evangelico» (Apostolicam actuositatem, n. 5). Dunque un’unica missione, che però si realizza in due direzioni: l’evangelizzazione e la “sacramentalizzazione” da una parte, l’animazione cristiana delle realtà terrene dall’altra. L’apostolato consiste nell’attività della Chiesa ordinata alla realizzazione di questa missione (cf ibidem, n. 2). La Chiesa esercita l’apostolato mediante tutti i suoi membri, sia chierici sia laici, anche se, in genere, ai primi è riservata preferibilmente la predicazione e l’amministrazione dei sacramenti, ai secondi l’animazione cristiana della società. Si tratta comunque pur sempre del medesimo apostolato, svolto in due ordini diversi, quello spirituale e quello temporale. A proposito di tali ordini, il Concilio aggiunge: «Questi ordini, sebbene siano distinti, nell’unico disegno di Dio sono così legati, che Dio stesso intende ricapitolare in Cristo tutto il mondo per formare una nuova creazione, in modo iniziale su questa terra, in modo perfetto nell’ultimo giorno» (ibidem, n. 5). Ne deriva il seguente corollario: «In ambedue gli ordini il laico, che è a un tempo fedele e cittadino, deve continuamente farsi guidare dalla sola coscienza cristiana (“una conscientia christiana continenter duci debet”)» (ibidem).
Dunque, due sono gli ordini, ma una sola è — deve essere — la coscienza: il cristiano deve essere guidato nel suo impegno temporale esclusivamente dalla coscienza cristiana. Bando perciò a tutte le dicotomie — vere e proprie schizofrenie! — che hanno segnato e, purtroppo, spesso continuano a segnare la presenza dei cattolici in politica. Talvolta si pensa che il cristiano abbia due coscienze: una, quella cristiana, a cui far riferimento nella propria vita personale, e un’altra, quella civile, necessariamente “laica”, a cui far riferimento nel proprio impegno nel mondo. Tale atteggiamento è assolutamente inaccettabile per un credente. Più volte, nei giorni scorsi, L’Osservatore romano ci ha riproposto l’esempio di re Baldovino, che preferì dimettersi — ed era disposto a rinunciare al trono — pur di non firmare una legge contraria alla sua coscienza cristiana.
Ma non corriamo, in tal modo, il pericolo di ricadere in una nuova forma di integralismo?

Per evitare l’integralismo

La riflessione della Chiesa negli ultimi anni ha portato a una nuova importante acquisizione, che, se osservata, impedirà di cadere nel pericolo, sempre incombente, dell’integralismo.
La nuova acquisizione consiste nel distinguere vari momenti nell’impegno cristiano, una specie di rifrazione, attraverso la quale, si scoprono, prima dell’impegno propriamente politico, una serie di momenti pre-politici, che non possono in alcun modo essere trascurati, se si vuole svolgere una corretta azione politica.
Innanzi tutto il momento spirituale: il momento della fede, della preghiera, del silenzio, dell’ascolto della parola di Dio, della formazione biblica, teologica e spirituale. È il punto di partenza, che non si può mai tralasciare: è il momento necessario per “abbeverarsi” alla fonte.
Quindi il momento culturale, il momento dell’inculturazione del vangelo, dell’incarnazione del messaggio nelle categorie proprie di una determinata cultura. A questo proposito, meraviglia come oggi si parli tanto di inculturazione con riferimento ai popoli del terzo mondo, e poi a casa nostra si esiga un cristianesimo “tutto spirituale”, purificato da qualsiasi incrostazione culturale. Per capire l’importanza della mediazione culturale, non è necessario ricorrere a Gramsci, con la sua “teoria dell’egemonia”, dal momento che i cristiani hanno sempre fatto ciò che poi Gramsci ha teorizzato: si pensi alla prima diffusione del vangelo o anche, più vicino a noi, a ciò che avvenne nell’Italia postunitaria, mentre vigeva il Non expedit. Constatiamo con piacere che la Chiesa italiana si è messa su questa strada, con la decisione, presa al Convegno di Palermo, di procedere all’elaborazione di un nuovo “progetto culturale”.
In terzo luogo, il momento sociale, che consiste nell’animazione della società civile. Si pensi ai vari campi in cui è solitamente impegnato il volontariato: i giovani, i tossicodipendenti, gli handicappati, gli anziani, i lavoratori, i disoccupati, gli extracomunitari, gli emarginati in genere. Si pensi ancora alla difesa della vita e dell’ambiente. In questo vasto campo il punto di riferimento rimane la dottrina sociale della Chiesa, che durante quest’ultimo secolo ha allargato i suoi orizzonti dalla questione operaia a tutti i problemi della società odierna.
Infine il momento specificamente politico, che consiste nella presenza del cristiano nelle istituzioni (quartiere, comune, provincia, regione, Stato) e che può comportare anche l’assunzione di determinate responsabilità, ma che non può in alcun modo trasformarsi in pura e semplice “occupazione del potere”. L’autenticità di quest’ultimo momento dipende tutta dai momenti precedenti: solo chi è disposto a percorrere le tappe pre-politiche, sarà anche un buon politico cattolico.

Un errore da evitare

Occorre assolutamente evitare l’errore di pensare che l’unico problema sia da che parte stare, se a destra o a sinistra, o se non sia piuttosto necessario ricostituire un “grande centro”, in cui far confluire tutti i cattolici.
Il problema, in realtà, è molto più profondo. Attualmente noi ci troviamo di fronte non solo a una sinistra, ma anche a una destra e, ahimè, anche a un centro completamente secolarizzati. Allora il vero problema è quello di rievangelizzare la politica. Occorre ricominciare da capo, come duemila anni fa: il cristiano, ovunque schierato, è chiamato a “permeare l’ordine delle realtà temporali con lo spirito evangelico”. Su questo piano, sul piano della fede e dei valori morali, tutti i cattolici sono — devono essere — uniti, al di là degli schieramenti. Devono essere non cattolici di destra, di sinistra o di centro, non “cattolici liberali” o “cattolici democratici”, “cattocomunisti” o “clericofascisti”, ma semplicemente cattolici — come ci ricordava giorni fa L’Osservatore romano (15-16 giugno 1998) — “cattolici senza aggettivi”.


A parte alcuni riferimenti datati, mi sembra che tale riflessione conservi la sua attualità. Ecco, rispetto a quanto sosteneva il Card. Newman, in sé giustissimo, mi pare che la Chiesa abbia preso coscienza che forse è opportuna una distinzione di ruoli (clero e laicato) e una distinzione di momenti nell'impegno del cristiano (spirituale, culturale, sociale e politico). Per il resto, pienamente d'accordo.

mercoledì 15 luglio 2009

Che fare? #2

Ho ricevuto da un fedele lettore, avvocato, una cordialissima lettera, che vorrei condividere con tutti voi:

Reverendo Padre,
ho letto con il consueto interesse il suo ultimo post ... Se mi posso permettere, atteso che non siamo in campo teologico, vorrei fare alcune osservazioni.
Vero è che le tradizionali etichette di destra e sinistra sono da lungo tempo superate, specie a livello mondiale e particolarmente se osservate dall'unico punto di vista corretto, che è quello cristiano-cattolico, l'unico in grado di costruire davvero una società più giusta.
Peraltro, pur non essendo un elettore berlusconiano (men che meno, però, comunista o "democratico" o dipietrista: in effetti fatico molto a trovare un posto dove mettere la x), non posso che condividere quanto, con riferimento specifico alla realtà italiana, osservava recentemente Padre Livio in una recente intervista:

Rosy Bindi ha detto: “Non possiamo lasciare che sia Radio Maria a formare la coscienza dei cristiani”.
«I cattolici del Pd ci sentono lontani, ma sui temi etici sono loro a essere lontani dalla Chiesa. Bindi è per i Dico, la Chiesa è contro. Noi siamo per il cattolicesimo integrale, loro per un cristianesimo diluito. Bindi è un politico, a me interessa l'Aldilà».

Chi è più attento ai valori cristiani, destra o sinistra?

«Il centrodestra perché nelle sue file ci sono più cattolici. A sinistra la loro presenza è poco incisiva».

Io, che me lo posso permettere, sarei ancora più drastico nei confronti della sinistra italiana ed occidentale. Essa, travolta irrimediabilmente l'ideologia marxista e persa per strada ogni velleità di aiutare le classi più deboli (perché non è con l'odio di classe che si fa giustizia sociale ma con la carità e l'amore), è tristemente ridotta a un radicale materialismo anticattolico, al pervicace ateismo, all'anticristianesimo militante. Se c'è da votare sull'aborto la sinistra è sempre a favore di esso, se c'è da votare sul divorzio idem, se c'è da votare sull'uso degli embrioni idem, se c'è da votare sulla pillola del giorno dopo idem, se c'è da rendere impossibile la sopravvivenza delle scuole cattoliche la sinistra è in prima fila, se il Papa deve parlare alla Sapienza la sinistra lo costringe a rinunciare.
Stamani l'onorevole (o ex onorevole) Menconi presentava a Rainews 24 (altra roccaforte di sinistra anticattolica) un libro su quelle che sarebbero le "anime" della attuale sinistra: citava fiero il povero Michael Jackson (pace all'anima sua) e la sua collega Ciccone (il cui nome d'arte preferisco non scrivere visto che lo usa con chiaro intento dissacratore). Queste sarebbero le guide etiche e sociali della sinistra? Purtroppo lo sono! E quel che è peggio (forse), alcuni — a dire il vero sempre meno — esponenti di sinistra si definiscono cattolici, così confondendo il già depresso elettorato. Salvo definirsi "adulti" tutte le volte (più o meno sempre) votano leggi che si oppongono sia alla Volontà di Dio che al Magistero del Papa. Benedetto XVI nella monumentale omelia a chiusura dell'Anno Paolino ha già dato meglio di me la corretta definizione del "cattolico adulto".
Per carità, e lo ripeto, nel centro-destra ci sono tutt'altro che santi. Basti pensare ai continui interventi del Presidente Fini, tutti in linea con il rigetto aprioristico di ogni etica tipico della "cultura" di sinistra (non a caso applaudito da tutta l'opposizione).
Pur tuttavia c'è oggettivamente un maggior rispetto della vita (basti pensare ai limiti all'uso delle cellule staminali embrionali, alla maggior attenzione alle politiche di tutela della maternità, al decreto legge sul caso Englaro bocciato dal Presidente della Repubblica — non a caso di sinistra), dell'uomo in quanto tale e della Chiesa.
Anche dal punto di vista sociale, non posso essere d'accordo col simpatico lettore che ritiene la sinistra più vicina ai "servi della gleba". Si vada a vedere come sono i contratti di lavoro nelle cooperative rosse, o nel partito della Rifondazione comunista. Si vada a vedere quante tasse pagano le cooperative e quante ne pagano i lavoratori autonomi (ovviamente in percentuale sui guadagni e sui versamenti di denaro). I contadini "servi della gleba" spesso sono piccoli lavoratori autonomi. Si è mai chiesto, il lettore, come mai l'amministratore delegato di Unicredit si è onorato di avere per primo votato alle primarie del Pd? Si è mai chiesto come mai tutti (o quasi) i poteri forti (banche, assicurazioni, Fiat, cooperative, grandi gruppi editoriali) hanno sostenuto prima Prodi e poi Veltroni? Forse per aiutare i "servi della gleba"? Si è mai chiesto come mai i contadini che producono incassano sullo stesso prodotto meno di un decimo di quello che incassa poi la grande distribuzione (solitamente "rossa")? Si è mai chiesto perché, prima delle pressioni esercitate dell'ultimo governo italiano, nell' Europa si imponevano le dimensioni agli zucchini, se non per favorire le grandi multinazionali a discapito dei contadini e dei piccoli produttori?
Non mi pare che si possa poi assimilare come fa il lettore l'aborto con la insicurezza sul lavoro. Nel primo caso si tratta di un omicidio volontario autorizzato per legge, scientemente e scientificamente voluto. Nel secondo (ammesso che la sinistra abbia mai tutelato la sicurezza, il che non mi risulta) si tratta della scelta di mezzi più o meno appropriati per prevenire rischi che nessuno obbiettivamente spera si trasformino in incidenti. I dirigenti della Thyssen sono sotto processo, chi abortisce lo fa addirittura a spese dello Stato (è tutto gratuito) e quindi anche a spese del lettore. È probabilmente vero che certe multinazionali tentano di diminuire gli oneri di sicurezza e che la sicurezza va invece in ogni modo aumentata, ma l'uccisione scientifica di bambini innocenti (i dati parlano di miliardi di feti) è sicuramente un'altra cosa.
Pienamente d'accordo con Lei, Padre, sul fatto che ormai più che dei singoli governi occorrerebbe parlare dei poteri forti chiamandoli per nome e cognome. Forse anche le Autorità ecclesiastiche, concordo con lei, potrebbero affrontarli con maggiore intransigenza. Ma pensare che questo lo possa fare la sinistra mi pare un colossale errore. Penso che sui poteri forti torneremo altre volte. Per ora l'ho annoiata già abbastanza. Cordiali saluti.
Alberto.

Caro Avvocato, Lei sfonda una porta aperta. Come cittadino (e cittadino cattolico), Le Sue argomentazioni mi trovano pienamente d'accordo. Non ho mai fatto, nel mio blog, simili riflessioni, semplicemente perché non mi sembra mio compito, come sacerdote, intervenire nell'agone politico italiano. Però, anche in quanto cittadino, mi lasci dire: non facciamoci illusioni. Certo, se si deve scegliere fra due mali, si sceglie il male minore (per tutti i motivi che Lei ha esaurientemente elencato), ma ciò non deve esimerci dal guardare in faccia la realtà cosí come essa è. È vero che la sinistra, dopo il crollo dell'ideologia marxista, è ormai ridotta a un partito radicale di massa (a poco a poco si direbbe che stia perdendo anche questa caratteristica "di massa"); ma la destra non mi pare che navighi in acque migliori. Qual è la destra che abbiamo di fronte? Una destra totalmente secolarizzata e secolarizzante. Lei fa riferimento al Presidente della Camera: non so come un uomo del genere possa continuare a definirsi "di destra" (qualcuno ha argutamente notato: finalmente la sinistra ha trovato il suo leader!); se è di destra, non lo è certo in senso tradizionale; si tratta di una nuova destra, una destra "secolarizzata", appunto. Ma questa destra è anche "secolarizzante": certo, non si può ascrivere a Berlusconi il fenomeno della secolarizzazione in Italia; ma non si può neppure dire che, con le sue TV, lo abbia contrastato...

Va riconosciuto obiettivamente che le politiche della destra, almeno nelle intenzioni, sono piú in sintonia con la visione cattolica della realtà. Ma anche in questo caso, vanno fatte almeno due precisazioni. Innanzi tutto, nessuno nella destra si è finora mai sognato, non dico di mettere in discussione, ma perlomeno di rivedere le leggi vigenti in materia di divorzio e aborto. In secondo luogo, non possiamo ridurre la morale cattolica esclusivamente alla difesa della vita nascente (pur essendo questo un punto qualificante oggi per l'impegno politico dei cattolici). Concordo con Lei che non si possono mettere sullo stesso piano l'aborto e gli incidenti sul lavoro. Ma non si può difendere la vita e poi, come sembra stia facendo la Chiesa cattolica americana, ignorare o addirittura sostenere certe politiche criminali delle amministrazioni vecchie e nuove di quel paese. In campo internazionale l'atteggiamento dell'attuale destra italiana (sottolineo "attuale", perché non era cosí in passato) è completamente appiattito sulle posizioni israelo-americane. Perché mai un cattolico — non dico un cattolico di sinistra ma anche un cattolico di destra — dovrebbe farsi sostenitore di certe politiche?

Per questo il mio discorso di ieri non voleva in alcun modo prendere posizione da una parte o dall'altra, a destra o a sinistra; ma voleva andare oltre queste distinzioni, ormai logore, per cercare un terreno comune, dove tutti gli "uomini di buona volontà", reduci della destra e della sinistra, possano ritrovarsi e incominciare a ricostruire la società dalle sue fondamenta. Ho l'impressione che ci siano molti delusi, tanto a destra quanto a sinistra; ieri parlavo di disorientamento: molti non si riconoscono piú in quella che consideravano la loro area di riferimento. È vero che, con la politica, è cambiata anche la società: in parte questi partiti, questi uomini politici, sono il riflesso di una società ormai completamente secolarizzata. Ma è anche vero che c'è in giro tanta sete di giustizia, di rigore, di pulizia. Con queste persone, forse, si potrebbe cominciare l'opera di "ricostruzione", che prima di essere politica, deve essere una ricostruzione culturale e morale. E in tale opera di ricostruzione credo che la Chiesa abbia un enorme contributo da dare.

martedì 14 luglio 2009

Che fare?

Qualche pensiero in libertà a séguito dei miei post piú recenti e di altre letture di questi giorni. Non so se sarò capace di organizzare bene il mio pensiero. Probabilmente sarò un po' confuso, anche perché c'è non poca confusione nella mia mente.

Beatrice, in Francia, continua a tradurre buona parte dei miei post (e di questo la ringrazio). Lo ha fatto anche per quello sulla nuova enciclica, esprimendo, legittimamente, qualche perplessità, specialmente sulla finale del mio articolo. Scrivevo: "Forse è giunto il momento per la Chiesa di rimboccarsi le maniche e, se necessario, di sporcarsi le mani, perché, ora come ora, non c'è nessun altro a cui stiano veramente a cuore le sorti dell'umanità". Giustamente, Beatrice ribatte: "Oui, mais... comment?". La domanda non è oziosa: che cosa dovrebbe fare, concretamente, la Chiesa? Nel mio post facevo riferimento alla storia della Chiesa: nel passato, remoto e prossimo, la Chiesa non ha esitato a scendere nell'agone politico, prendendo posizione da una parte piuttosto che dall'altra. Un esempio dal Medioevo: il Papa incorona Carlo Magno imperatore del Sacro Romano Impero (contro Bisanzio). Un esempio piú recente: subito dopo la seconda guerra mondiale, in Italia, la Chiesa sostenne apertamente la DC (contro il pericolo comunista). È ovvio che in entrambi i casi si tratta di scelte discutibili, che, strettamente parlando, esulano dalla missione specifica della Chiesa; eppure in tali casi la Chiesa non ha esitato a "sporcarsi le mani". Nel mio post sulla Caritas in veritate non mi riferivo alla politica italiana, ma alla necessità di un'autorità politica mondiale. Volevo insinuare: non potrebbe la Chiesa farsi promotrice di questa autorità politica mondiale, da sostituire agli attuali "poteri forti"? Ma mi rendo perfettamente conto di quanto sia delicato (e utopistico) un simile discorso.

Il mio post "Don Farinella e Berlusconi" ha avuto un discreto successo (questo dimostra quanto la gente sia sensibile a certe tematiche). Addirittura, esso è stato postato su OkNOtizie di Virgilio da una non meglio precisata "Casa del Popolo": non avrei mai pensato di "sfondare" a sinistra... Ciò dimostra quanto i tempi siano cambiati e come le tradizionali etichette di "destra" e "sinistra" non siano piú in grado di descrivere la realtà. Ebbene, un lettore mi scrive: "Nulla da eccepire su quanto lei sostiene nella nota del 10 luglio c.a. Il problema è il grande disorientamento, se non lo scandalo, che nasce nel momento in cui molte persone autorevoli della chiesa sembra che con il loro comportamento e prese di posizione avallino uno stile di vita nel quale, ad esempio, si dice che la vita va tutelata fin dal concepimento, ma dopo non si afferma con la stessa forza il rispetto e la dignità della stessa: se si abortisce è un peccato grave, ma se si lascia che la gente muoia sul luogo di lavoro, quando va bene si dicono quattro parole messe in croce, e tutto finisce lí; e, cosa ancora peggiore, si continua ad andare a braccetto con chi toglie ogni norma efficace per la sicurezza del lavoro! ... Purtroppo il messaggio che noi umile gente della gleba riceviamo è quello che è importante essere sempre accanto a colui che è potente, a chi è furbo, a chi evade le tasse defraudando ancora una volta i piú poveri; dando l'impressione, con il proprio comportamento, di avallare tutte queste cose, il messaggio che arriva alla gente che vive nelle ristrettezze, cioè alla povera gente, è un messaggio aberrante: comportatevi come noi vi mostriamo di comportarci: l'importante è apparire...". Non è che abbia tutti i torti... Anche in questo caso, in fondo, la domanda è: Che fare?

Leggo questa mattina due articoli sul sito Come Don Chisciotte: Da Topo Gigio a Topo Grillo di Carlo Bertani e Il club dei falsi dissidenti di Antonella Randazzo. Non mi interessa minimamente la questione in oggetto: la scesa in campo di Beppe Grillo, che si candiderebbe alla segreteria del Partito Democratico. Gli inglesi direbbero: I couldn't care less. Il problema che mi interessa è piú generale. Noto che c'è un forte disorientamento, sia a destra che a sinistra; ci si rende conto che tutto va male e si vorrebbe fare qualcosa per cambiare. Ma il problema è sempre lo stesso: Che fare? Ormai ci si è accorti che non serve a nulla stare a destra o a sinistra: è la stessa cosa. Il male non sta a destra o a sinistra, ma nel sistema, di cui destra e sinistra sono espressioni intercambiabili. Il problema semmai sarebbe quello di sradicare il sistema. Direbbe Beatrice: "Oui, mais... comment?".

Non posso che condividere la conclusione di Bertani: "C’è bisogno di un lungo percorso di ricostruzione democratica — le scorciatoie portano solo ad altre cantonate — e deve essere un sentiero di riflessione, prima che politica, culturale, sul quale puntare per ricostruire le basi culturali e cognitive che sono la base della politica, non l’orpello". Probabilmente, è proprio quello che siamo chiamati a fare oggi: anziché pensare, illudendoci, che la soluzione ai nostri problemi possa venire da questo o quel partito, da questo o quell'uomo politico, da questo o quell'apparente "dissidente", occorre ricominciare da lontano, a fare un lavoro di "ricostruzione" culturale, presupposto di qualsiasi azione politica. Non era forse questo il senso del "progetto culturale" di ruiniana memoria? Che ne è stato? Finito Ruini, finito anche il "progetto culturale"? Forse è in questo contesto di "ricostruzione" pre-politica (morale-culturale-sociale) che va letta anche l'enciclica Caritas in veritate e tutta la dottrina sociale della Chiesa (ma di questo bisognerà parlare a parte, con piú calma).

Forse occorre ricominciare tutto da capo, facendo ciò che fecero i primi cristiani, che si trovavano dinanzi un mondo che stava andando in pezzi e, senza angoscia, ma con grande serenità, puntarono tutto sull'essenziale, Gesú Cristo, e con ciò gettarono le basi per una nuova civiltà.

domenica 12 luglio 2009

XV domenica "per annum"

«Chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri».

In tale versetto troviamo l'essenza dell'apostolato.

1. Esso è, innanzi tutto, una vocazione ("chiamò a sé i Dodici"). Non siamo noi che abbiamo deciso di seguire Gesú; è lui che ci ha chiamato: "Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi" (Gv 15:16).

2. In secondo luogo, esso è una missione ("prese a mandarli a due a due"). Anche in questo caso, non siamo noi che abbiamo deciso di andare; ma è lui che ci ha mandato. L'apostolato non è il risultato di una iniziativa personale, ma l'esecuzione di un compito che ci è stato affidato.

3. Solitamente, quando Gesú affida un incarico, insieme con questo dà pure la grazia necessaria per adempierlo ("dava loro potere sugli spiriti impuri"). Quando ci chiede di compiere una missione, non ci lascia soli; non ci dice: "Va' e arràngiati". Ci dice piuttosto: "Va', io sono con te, e ti dono tutto ciò che è necessario per l'assolvimento del tuo compito. Quello che devi fare, puoi farlo. Se non riesci a farlo, è colpa tua, della tua timidezza, della tua pigrizia, della tua paura, della tua poca fede. Non accusare me: io ti do tutto ciò che ti è necessario per portare a termine l'incarico che ti affido; ti rendo partecipe dei miei stessi poteri soprannaturali; con essi puoi fare tutto. L'unica cosa che ti viene chiesta è di fidarti di me, di non contare sulle tue risorse. Ti bastano un bastone e un paio di sandali.
Tu va'; al resto ci penso io. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo (Mt 28:20)".

sabato 11 luglio 2009

Adopt a Priest!

Siamo nell'Anno sacerdotale. Vorrei rilanciare una simpatica iniziativa del Padre salesiano T. C. George: "Adopt a Priest!" (= adotta un sacerdote). Si tratta molto semplicemente di un'adozione spirituale (non c'è nessun risvolto finanziario): colui che accetta di aderire all'iniziativa si impegna a offrire durante questo Anno sacerdotale preghiere e sacrifici per un sacerdote che gli verrà assegnato. I sacerdoti, a loro volta, sono invitati a dare il loro nome per essere adottati. In cambio, si impegnano a pregare per chi li ha adottati.

Coloro che desiderano aderire all'iniziativa (singoli o famiglie) possono inviare il loro nome, email e paese di appartenenza al seguente indirizzo: adoptapriest@gmail.com.

I sacerdoti che vogliono essere adottati devono inviare al medesimo indirizzo: nome, email, paese, anno di ordinazione e attività attualmente svolta.

Mi sembra un'iniziativa molto bella, che non ci costa nulla, e che può portare grandi benefici alla Chiesa. Al di là di tante belle parole.

venerdì 10 luglio 2009

Don Farinella e Berlusconi

Un ex-alunno, "Maxime", mi ha segnalato la lettera aperta di Don Paolo Farinella al Card. Angelo Bagnasco sull'affare Berlusconi. Sono stato alquanto titubante a intervenire sulla questione. Coloro che mi seguono regolarmente sanno che non mi sono mai occupato di politica italiana (qualche anno fa la si definiva un "teatrino"). Questo non significa che non me ne interessi; ma si tratta di un fatto privato, che mi riguarda come cittadino. Ma siccome sono consapevole di svolgere un ruolo nella Chiesa, e siccome sono convinto che tale ruolo è rivolto a tutti, mi dispiacerebbe che, per motivi di bassa politica, esso potesse essere in qualche modo intaccato. Anche perché le mie opinioni politiche, specialmente dopo il crollo della "prima repubblica", sono diventate alquanto "fluide" (come penso per la maggior parte degli italiani): gli attuali partiti politici italiani non sono piú delle "chiese" di appartenenza, come erano la DC e il PCI di una volta. Ricordo che a delle elezioni amministrative, qualche anno fa, votai per tre liste diverse. Per cui non vale proprio la pena di mettersi a far politica, quando neppure io sono cosí convinto di quel che penso. Ma il caso presente è diverso: non si tratta di essere pro o contro Berlusconi; il problema è molto piú grande.

Premetto che non ho nulla a che spartire col Cavaliere; non mi è stato mai simpatico né umanamente, né politicamente; non ho mai votato per lui. Lo rispetto in quanto Presidente del Consiglio; ne apprezzo alcune indubbie qualità; condivido alcune sue scelte politiche; mi preoccupo di certi interventi legislativi che sembrano volti a tutelare piú i suoi interessi personali che quelli del paese; stendo un velo pietoso sulle sue miserie personali. E qui mi fermo. Perché non penso che sia mio compito andare oltre.

Per questo non posso in alcun modo condividere l'indignata lettera di Don Farinella al Card. Bagnasco. A parte il tono ("Viviamo nella stessa città e apparteniamo alla stessa Chiesa: lei vescovo, io prete": personalmente ritengo che il rapporto di un prete col suo vescovo non si riduca alla casuale coincidenza di vivere nello stesso luogo...), il problema è che questo confratello non ha capito nulla. A qualcuno può apparire un "profeta" (lo stesso titolo della lettera lo insinua: "Senza la profezia, rimane la complicità"); lui stesso probabilmente si considera un nuovo Giovanni Battista (si veda la finale della lettera); per me, è semplicemente un ingenuo. Io non so quali siano le sue fonti di informazione: probabilmente il Corriere della sera e la Repubblica; probabilmente il nostro "Don" non sa che oggigiorno, se vogliamo, non dico essere informati correttamente, ma perlomeno renderci conto della complessità dei fenomeni a cui assistiamo, è consigliabile rivolgersi ad altre fonti (per esempio internet), piuttosto che alla grande stampa. Ho l'impressione che il confratello genovese, pensando di essere un prete moderno e di sinistra, al passo coi tempi, non si rende conto di vivere fuori dal tempo.

La sua lettera è un classico esempio di moralismo. Vi ricordate? Ne parlavo qualche giorno fa. A leggerla, un buon cattolico non può che acconsentire. Chi può dargli torto? I comportamenti che egli denuncia sono tutti contro la morale cattolica (quando noi — intendo Don Paolo e io — eravamo un po' piú giovani, di solito certe scandalizzate invettive venivano da cattolici tradizionalisti bacchettoni; ma, tant'è, i tempi cambiano...). L'unico problema è: chi ci ha autorizzato a ergerci a giudici? Si risponderà: la Chiesa deve essere la "coscienza critica" della società. Scusate, dove sta scritto? Io leggo nel Vangelo: "Non giudicate!". Forse che questo precetto prevede una eccezione, quando si tratta di governanti? Può darsi, ma vorrei che qualcuno mi indicasse la citazione. I comportamenti denunciati da Don Farinella sono una questione che riguarda la coscienza dell'on. Berlusconi, non me. Mi riguarderanno quando — speriamo presto — verrà a confessarsi da me: allora gli dirò cosa deve fare; ma la cosa rimarrà tra me e lui.

Questo non significa che la moralità sia una questione privata e che la vita pubblica possa prescindere da essa. Ce lo ricordava il Papa in questi giorni: anche l'economia, anche la politica aggiungo io, hanno — devono avere! — una dimensione etica. OK. Ma occorre pure distinguere fra il ruolo pubblico e la vita privata. Un uomo di governo, a qualsiasi livello, deve essere giudicato per quel che sa fare, non per la sua vita privata. Questo non vale solo per i governanti; vale per chiunque. Se mi rovolgo a un falegname o a un medico o a un avvocato o a chicchessia, non lo faccio perché egli è un buon cristiano, perché ha una vita irreprensibile, perché è di destra o di sinistra, ma semplicemente perché so che sa fare il suo mestiere. Da un sindaco mi aspetto solo che sappia amministrare la città, sappia far fronte ai bisogni dei cittadini (traffico, nettezza urbana, ecc.); non gli chiedo altro. Se poi è anche un buon cattolico, mi fa piacere e condividerò con lui la mia fede. Lo stesso vale per l'on. Berlusconi: sa fare il suo mestiere? Non lo so, non sta a me rispondere; ma è questa l'unica domanda alla quale bisogna dare una risposta. E, siccome si presume che siamo in una democrazia, ritengo che l'unico abilitato a rispondere a questa domanda sia il popolo sovrano, che esprime il suo giudizio mediante libere elezioni. Il resto, sono fatti suoi; se la vedrà con Dio e con la sua coscienza (eventualmente con la mediazione del confessore).

Detto questo, rimane da spiegare perché ho dato dell'ingenuo a Don Paolo. La sua ingenuità sta nel non accorgersi che, mentre lui pensa di fare il profeta, c'è qualcuno che si serve di lui per raggiungere altri scopi. Ha mai sentito parlare il Reverendo di "poteri forti"? Probabilmente no, se si limita a leggere il Corriere e la Repubblica, essendo quei giornali emanazione di detti poteri; ma, se lui provasse ad allargare un tantino il suo orizzonte, si accorgerebbe che Berlusconi e Franceschini (come pure Sarkozy e la Merkel e Obama e tutti gli altri) non sono nessuno; chi comanda effettivamente in Italia e nel mondo sono altri poteri, tanto oscuri quanto reali. Non si è mai chiesto Don Farinella come mai la stampa estera ce l'abbia tanto con Berlusconi? Che le interessa del nostro capo di Governo? Sono affari nostri. È cosí evidente che è in corso una campagna mediatica per discreditarlo. È forse la prima volta che ci si serve della vita privata per eliminare un uomo politico che incomincia a dare fastidio?

Non sta a me indicare quali sarebbero le "colpe" di Berlusconi di fronte ai "poteri forti", non solo perché sono un prete, ma semplicemente perché non ho fonti riservate di informazione. Quello che so, lo leggo su internet. Posso solo rinviarvi a qualche articolo che mi ha aperto gli occhi. Per esempio, nei giorni scorsi, sul sito Come Don Chisciotte, ho letto due articoli molto interessanti, con interpretazioni alquanto diverse: La demolizione controllata di Berlusconi, di Roberto Quaglia, e Berlusconi nei guai con la malavita organizzata, di Rita Pennarola. Io non ho elementi per dire chi dei due abbia ragione: può darsi che uno abbia ragione, l'altro torto; che tutti e due abbiano torto o che tutti e due abbiamo un po' di ragione. Non lo so. Mi limito a prendere atto che ci sono in ballo interessi ben piú grossi di quelli che ci vorrebbero far credere. Altro che "Papi"... Proprio per questo, meglio starne alla larga; soprattutto per chi, come noi preti, di queste cose ne capisce ben poco. Che se la vedano fra di loro. Noi abbiamo ben altro a cui pensare.

giovedì 9 luglio 2009

"Caritas in veritate"

Una bella enciclica, in linea con le tante che l'hanno preceduta, a partire dalla Rerum novarum. Non ho né il titolo né la possibilità di farne un'analisi completa e approfondita, anche perché in questi giorni siamo subissati dai commenti di analisti ben piú autorevoli e capaci del sottoscritto. Vorrei solo rendervi partecipi di qualche impressione "a caldo", suggerita dalla lettura della Caritas in veritate.

Innanzi tutto, devo dire che mi ero scordato che tale enciclica avrebbe dovuto celebrare il 40° anniversario della Populorum progressio di Paolo VI (1967). Sarebbe dovuta uscire perciò due anni fa, ma, per i motivi che sappiamo, non ha potuto vedere la luce se non quest'anno. Questo provoca, lí per lí, un certo disorientamento, perché non si capisce il motivo di commemorare un'enciclica nel 42° anniversario della sua pubblicazione; ma poi il disorientamento viene ben presto rimpiazzato dall'interesse per i contenuti.

La prima impressione riguarda proprio la Populorum progressio, la quale, riletta dopo quarant'anni, appare piú che mai attuale: non è il solito luogo comune definirla una "voce profetica". Ormai conoscete la mia ammirazione per Paolo VI: ebbene, leggendo la Caritas in veritate, ho provato una intima commozione. Se ricordate, nel mio precedente post facevo un veloce riferimento alla Populorum progressio. Che cosa ne ricordavo? La possibilità, ammessa da quell'enciclica, del ricorso, in certi casi, alla rivoluzione; del resto avevo praticamente dimenticato tutto. Ora, a rileggere quel testo in compagnia di Benedetto XVI, potete immaginare che cosa ho provato: la figura di quel Papa, incompreso da molti, diventa ai miei occhi piú grande che mai.

La seconda impressione riguarda la situazione attuale. Leggendo la Caritas in veritate, ci si accorge di quanto sia cambiato il mondo in questi anni. Tale mutamento è stato graduale e, insieme con il mondo, siamo cambiati anche noi; finora forse non ci eravamo mai fermati un attimo a fare un bilancio. Questa enciclica, che fa un'analisi abbastanza accurata della realtà, ci aiuta a capire che il mondo d'oggi è profondamente diverso da quello di solo quarant'anni fa.

Ci accorgiamo anche di quanto l'attuale situzione sia fluida: il mondo non solo è cambiato, ma continua a cambiare. Il Papa fa esplicito riferimento alla crisi che stiamo attraversando. Per cui viene spontaneo chiedersi se fosse il caso di scrivere un'enciclica in un momento di passaggio come questo. Fra qualche anno tutto potrebbe essere diverso da oggi. Certamente Benedetto XVI e i suoi collaboratori hanno preso in considerazione tale obiezione, tanto è vero che la pubblicazione è ritardata due anni; ma poi probabilmente hanno accettato di correre il rischio di vedersi presto superati dagli eventi, pur di dire una parola chiarificatrice proprio su questa fase di passaggio. In fondo, se consideriamo le precedenti encicliche sociali, ci accorgeremo che anch'esse furono scritte in momenti critici; eppure, esse rimangono per noi delle pietre miliari, che, oltre a essere una testimonianza sull'epoca in cui videro la luce, costituiscono un punto di riferimento anche per i nostri giorni.

Un altro aspetto che colpisce è la complessità del momento storico che stiamo vivendo. In fondo, Leone XIII aveva a che fare con la "questione operaia", un problema certo notevole, ma abbastanza circoscritto. Guardate invece quanti aspetti, apparentemente cosí diversi tra loro, sono trattati nella Caritas in veritate: oltre allo sviluppo (che funge da filo conduttore dell'intera enciclica), la globalizzazione; la fame; il rispetto per la vita; la libertà religiosa; l'accesso al lavoro; l'economia e la finanza; il mercato, lo Stato e la società civile; la speculazione e la delocalizzazione; diritti e doveri; la crescita demografica e la denatalità; la cooperazione internazionale; il rispetto per l'ambiente e le problematiche energetiche; i principi di sussidiarietà e di solidarietà; l'educazione; il turismo e le migrazioni; la disoccupazione e le organizzazioni sindacali; le associazioni dei consumatori; le organizzazioni internazionali e un'autorità politica mondiale; la tecnologia e i mezzi di comunicazione sociale; la bioetica. Come si può vedere, ce n'è per tutti i gusti. E, per ogni punto, una parola chiarificatrice, che ci aiuta a esprimere un giudizio morale (semmai, si potrebbe notare che manca all'enciclica una certa organicità: si vede immediatamente che essa è frutto di piú mani; ma probabilmente non si poteva fare altrimenti).

Chiaramente, non tutti i punti sono sviluppati allo stesso modo: si va da alcuni passaggi a dir poco sublimi (per esempio, la riflessione su diritti e doveri o quella sulla questione demografica; interessantissima l'applicazione dei principi di sussidiarietà e solidarietà alla globalizzazione!) ad altri che mi paiono un po' piú deboli (per esempio, la trattazione sulla libertà religiosa e, soprattutto, l'analisi di fenomeni come la globalizzazione, la delocalizzazione e le migrazioni).

L'enciclica non si fa scrupolo di denunciare abusi diffusi nel mondo d'oggi, soprattutto con riferimento al rispetto della vita (per esempio, le politiche di governi e organizzazioni internazionali a favore di contraccezione e aborto); ma poi non sempre se la sente di andare fino in fondo in tale denuncia (per esempio, quando si parla dell'accaparramento delle risorse energetiche, si parla, sí, di "sfruttamento e frequenti conflitti fra le Nazioni e al loro interno", ma forse non avrebbe fatto male a essere un tantino piú esplicita per quanti, vittime della disinformazione, non immaginano neppure che dietro certe guerre per la democrazia si nascondano interessi di tutt'altro genere).

E qui mi pare che si ponga un grosso problema: non sarebbe stato opportuno che il Papa prendesse una posizione netta non solo sui fenomeni, che sono sotto gli occhi di tutti, ma anche sulle cause, spesso occulte, che li provocano? Capisco che la Chiesa non possa iscriversi alla confraternita dei complottisti; ma è la stessa enciclica ad affermare: "Talvolta nei riguardi della globalizzazione si notano atteggiamenti fatalistici, come se le dinamiche in atto fossero prodotte da anonime forze impersonali e da strutture indipendenti dalla volontà umana" (n. 42). Dunque, certi fenomeni hanno delle cause umane ben precise. È vero che si tratta di forze spesso "anonime" (e che tali vorrebbero rimanere), ma proprio per questo sarebbe necessario che qualcuno facesse nome e cognome. Perché non parlare esplicitamente dei "poteri forti", che hanno in mano le sorti dell'umanità: la massoneria, le grandi banche, i petrolieri, l'industria bellica, la lobby ebraica, ecc.? Perché fingere che queste realtà non esistano, quando tutti sappiamo che sono esattamente questi gruppi a decidere ogni cosa? Nell'enciclica si parla spesso di autorità politica e di Stato, come se vivessimo al tempo di Leone XIII. Ma non ci si rende conto che ormai tali realtà si sono svuotate di gran parte del loro significato? Accolgo volentieri l'invito dell'enciclica: "Ragioni di saggezza e di prudenza suggeriscono di non proclamare troppo affrettatamente la fine dello Stato. In relazione alla soluzione della crisi attuale, il suo ruolo sembra destinato a crescere, riacquistando molte delle sue competenze" (n. 41). Però intanto dobbiamo prendere atto che i poteri effettivi degli Stati si sono notevolmente ridotti. In passato i Papi non temevano di denunciare le ideologie e i poteri che minacciavano l'umanità del loro tempo; perché oggi siamo diventati cosí timidi?

È forse giunto il tempo, per la Chiesa, di assumere un ruolo piú attivo in campo sociale, economico e politico. Non mi sembra piú sufficiente limitarsi a proporre alcuni valori morali; tanto, sappiamo quanto gliene importi a lorsignori dei nostri valori morali. Al n. 67 l'enciclica riprende l'auspicio di Giovanni XXIII a proposito di un'Autorità politica mondiale. Non ci si accorge che tale autorità già esiste? Non si tratta di un'autorità politica, ma di un'autorità di fatto molto piú potente di qualsiasi autorità politica. Ora tale potere sta cercando di trasformarsi anche in autorità politica sovrannazionale per l'Europa (vedi, prima, la Costituzione europea e, ora, il Trattato di Lisbona) o per il mondo intero (attraverso i vari Bildergerb e G8). Bisognerebbe che qualcuno denunciasse e ostacolasse tali tentativi di controllo dell'umanità. Chi dovrebbe farlo: i movimenti no-global?

La Chiesa, nel corso della storia, è stato un soggetto politico di primaria importanza, non tanto perché esercitasse un potere temporale in prima persona (questo le serviva solo per poter godere di una certa autonomia), ma perché delegava ad altri l'esercizio del potere politico (si pensi alla teoria delle due spade di Bonifacio VIII). Forse è giunto il momento per la Chiesa di rimboccarsi le maniche e, se necessario, di sporcarsi le mani, perché
, ora come ora, non c'è nessun altro a cui stiano veramente a cuore le sorti dell'umanità.

martedì 7 luglio 2009

In attesa dell'enciclica

In attesa di leggere la nuova enciclica del Papa (di proposito mi sono rifiutato di leggere qualsiasi anticipazione) permettete che vi racconti una mia esperienza personale, per quel che può valere.

Quarant'anni fa ero studente di liceo. Come tutti i giovani, a un certo punto attraversai una crisi che mise in discussione tutti i valori che avevo ricevuto nella mia educazione. Devo dire onestamente di non avere, grazie a Dio, mai perso la fede, ma certo il mio rapporto con la Chiesa era diventato un tantino problematico. In quegli anni (eravamo subito dopo il Sessantotto) un buon cattolico doveva necessariamente essere di sinistra, perché il Vangelo era considerato non cosí diverso dal Capitale di Marx: compito del cristiano era quello di instaurare la giustizia sociale, se necessario anche attraverso la lotta armata e la rivoluzione. A qualcuno, oggi, verrà da sorridere; qualcun altro, attualmente di destra, si sentirà magari un po' imbarazzato, perché la pensava esattamente in quel modo (se non addirittura credeva che la religione fosse l'oppio dei popoli) e dava del "fascista" a chi la pensava in maniera diversa...

Ebbene, io che non ero di sinistra (perché ciò andava contro la formazione che avevo ricevuto in una famiglia democristiana e anticomunista) non potevo accettare quella tendenza, che in certi momenti sembrava ricevere addirittura l'appoggio delle gerarchie (vi ricordate la Populorum progressio, che in qualche modo giustificava il ricorso alla rivoluzione? Oggi sarei d'accordo, ma allora no). Per tale motivo non mi sentivo piú molto a mio agio nella Chiesa cattolica, che mi sembrava troppo politicizzata e sbilanciata a sinistra, e cominciai a chiedermi se non ci fosse un modo diverso di essere cristiani, senza necessariamente dover essere al contempo marxisti.

Continuai sempre a frequentare la parrocchia (San Carlo ai Catinari, in pieno centro di Roma, tenuta dai Barnabiti), ma con un atteggiamento spesso contestatore, come era comune in quegli anni. Per il catechismo e l'animazione giovanile venivano dal Gianicolo gli studenti teologi barnabiti, anche loro contestatori, naturalmente (chi non lo era in quegli anni?), ma con una posizione molto diversa da quella allora di moda: insistevano piú sulla fede, che non sull'impegno sociale. Questo era dovuto al loro Padre Maestro che si sforzava di formarli a diventare preti e non agitatori sociali. Sentivo una certa attrazione per quella proposta, anche se non avevo ancora gli strumenti per poter esprimere un giudizio. È ovvio che uno studente liceale (soprattutto di liceo classico) tali strumenti, prima o poi, se li va a cercare per suo conto; ma la cosa non è sempre facile, perché spesso non c'è nessuno che lo accompagni in tale ricerca. A parte l'ammirazione per certi filosofi, piú orecchiati che realmente compresi, subii una notevole attrattiva dal protestantesimo, perché mi sembrava che, al contrario della Chiesa cattolica cosí politicizzata, proponesse una fede pura.

Il mio parroco (un sant'uomo, che cercarva di salvare capra e cavoli, applicando in spirito di obbedienza il Concilio, ma rimanendo fedele alla tradizione della Chiesa), cercava di giustificare l'impegno sociale del cristiano col riferimento alla Rerum novarum e alla dottrina sociale della Chiesa; per cui, quando a scuola studiai le vicende di fine Ottocento, mi dissi: Bisogna che legga la Rerum novarum; sono curioso di sapere che cosa Leone XIII ha detto veramente. E andai a comprarmi l'enciclica in una libreria cattolica. Cominciai a leggerla: man mano che andavo avanti, scoprivo che condividevo tutto quello che vi era scritto. Avevo trovato la verità! E giunsi alla conclusione: se condivido tutto quello che il Papa dice, allora io sono cattolico; sono loro a non esserlo; si può essere attenti ai problemi sociali, senza necessariamente essere socialisti; e non è necessario diventare protestanti per rimanere cristiani. La lettura della prima enciclica sociale rimane una pietra miliare nella mia formazione: da quel momento cambiò tutto. Successivamente, soprattutto dopo il mio ingresso nella vita religiosa e l'inizio degli studi filosofici-teologici, mi lessi a poco a poco tutte le altre grandi encicliche sociali (scoprii un altro capolavoro nella Quadragesimo anno di Pio XI); in tempi piú recenti ho parzialmente rivisto le mie posizioni (siamo in fase di "revisionismo"...) sulla dottrina sociale della Chiesa (magari un giorno ne parleremo), ma rimane l'interesse per un giudizio cattolico sulla realtà politico-economico-sociale in cui viviamo. Per cui non vedo l'ora di poter leggere la Caritas in veritate...

domenica 5 luglio 2009

5 luglio: Sant'Antonio Maria Zaccaria

Celebriamo oggi la solennità del nostro Padre e Fondatore Antonio Maria Zaccaria. Un santo poco conosciuto, ma non per questo meno grande. La sua scarsa conoscenza forse dipende dal fatto che è stato canonizzato solo in epoca relativamente recente (nel 1897, da Leone XIII).

Effettivamente, nel corso della sua brevissima vita (morí a 37 anni, nel 1539), non fece nulla di straordinario. La sua biografia è estremamente semplice. Nato a Cremona nel 15o2, diciottenne si trasferí a Padova per studiarvi medicina. Una volta laureatosi, tornò in patria, dove, anziché dedicarsi alla professione medica, preferí consacrarsi a Dio. Messosi alla scuola (teologica e spirituale) dei Domenicani (in particolare di Fra Battista da Crema), fu ordinato sacerdote nel 1529. Divenne cappellano e confessore della Contessa di Guastalla Ludovica Torelli; con lei si trasferí a Milano, dove entrò in contatto con l'Oratorio dell'Eterna Sapienza. Ebbe l'intuizione di trasformare quell'esangue gruppo di rinnovamento in una nuova compagine spirituale a servizio della riforma della Chiesa. Siamo agli inizi degli anni Trenta, gli anni in cui in Europa si stava diffondendo la Riforma protestante. La nuova famiglia spirituale, posta sotto il patrocinio di San Paolo, comprendeva un ramo maschile (i Chierici Regolari di San Paolo, successivamente soprannominati "Barnabiti"), un ramo femminile (le Angeliche di San Paolo) e un ramo laicale (i Coniugati di San Paolo). Questi tre gruppi avrebbero dovuto lavorare insieme per la riforma della Chiesa e il rinnovamento della società. È ciò che immediatamente cominciarono a fare a Milano, attirandosi gli strali di coloro che non sopportavano le loro pratiche pubbliche spesso provocatorie. Successivamente vennero chiamati anche nella Repubblica di Venezia a riformare alcuni monasteri. Ben presto però lo Zaccaria fu sopraffatto dalle fatiche apostoliche. Ammalatosi, chiese di essere trasportato a Cremona, dove morí, fra le braccia dell'ancor giovane madre, il 5 luglio 1539, nell'ottava degli Apostoli.

Una vita senza alcun evento straordinario. Ciò che fu straordinario fu lo spirito con cui visse la sua breve esistenza. Era un medico e perciò fece una diagnosi dei mali del suo tempo. Si accorse che la malattia che affligeva la Chiesa in quell'epoca era la tiepidezza. Si trattava dunque di "distruggere questa pestifera e maggior nemica di Cristo Crocifisso, la quale sí grande regna ai tempi moderni". Dopo la diagnosi, la terapia: la tiepidezza doveva essere rimossa con il suo antidoto, il fervore. Egli volle che i suoi figli fossero "piante e colonne della rinnovazione del fervor cristiano". Scrivendo alle Angeliche, alla vigilia della missione veneta, le esortava: "O figliole care, spiegate le vostre bandiere, che presto il Crocifisso vi manderà ad annunziare la vivezza spirituale e lo spirito vivo dappertutto". Nella sua ultima lettera, rivolta a una coppia di sposi, egli ci lascia questa eredità: "Non pensate che l'amore che io vi porto, né che le doti che sono in voi possono fare che desideri che siate santi piccoli. Vorrei, e desidero, voi siete atti, se volete, a diventare gran santi, purché vogliate crescere e restituire piú belle quelle doti e grazie al Crocifisso, dal quale le avete".

Proprio perché condusse una vita assolutamente ordinaria, ma in modo straordinario, Antonio Maria può essere oggi proposto come modello a tutti, in special modo ai sacerdoti, in questo anno a loro particolarmente dedicato. I santi — tutti i santi — sono santi di tutti; non appartengono a questo o quell'Ordine religioso, ma alla Chiesa. La situazione della Chiesa nel Cinquecento era, per molti versi, simile a quella attuale. Allora, come adesso, si sentiva il bisogno di una riforma. Lutero, rifacendosi a Paolo, pensò di riformare la Chiesa allontanandosi dalla sua tradizione, mettendo in discussione la dottrina cattolica e rompendo la comunione ecclesiale. Antonio Maria, piú umilmente e piú realisticamente, si rese conto che il vero rinnovamento della Chiesa doveva essere spirituale. Anche lui si appellò a Paolo, non per distruggere, ma per edificare: la riforma della Chiesa, per essere efficace, non doveva tanto riguardare le strutture, ma partire dai cuori.

sabato 4 luglio 2009

I pasticci di Mons. Pagano e quelli di Mons. Fisichella

Forse qualcuno si aspetta che dica qualcosa sulle dichiarazioni di Mons. Sergio Pagano, Prefetto dell'Archivio Segreto Vaticano, a proposito delle cellule staminali e, piú in generale, dell'atteggiamento della Chiesa nei confronti della scienza. Intuisco queste attese, dal momento che Mons. Pagano è un barnabita, appartenente cioè allo stesso Ordine religioso a cui anch'io mi onoro di appartenere.

Le dichiarazioni del Prefetto dell'ASV hanno destato non poco stupore fra i giornalisti convenuti nella Sala Stampa della Santa Sede per la presentazione della nuova edizione dei documenti del processo a Galileo, curata dallo stesso Mons. Pagano. Si veda in proposito l'articolo di Andrea Tornielli sul Giornale. A quanto pare, resosi conto della gaffe, terminato il briefing, Mons. Pagano ha diramato una precisazione scritta, che però, di fatto, confermava le dichiarazioni rilasciate durante la conferenza stampa. Mi è stata inoltre segnalata un'intervista al TG1, nella quale il Prefetto, anziché chiarificare, avrebbe creato ulteriore confusione.

La sortita di Mons. Pagano non mi meraviglia. Conoscendolo da lunga pezza (siamo stati compagni di noviziato e, per alcuni anni, di studentato), so che, per la sua impulsività, può commettere simili scivoloni. Il problema è che ora non è piú uno qualsiasi che può esprimere liberamente le sue personali opinioni; è un prelato della Curia Romana, e noi sappiamo come qualsiasi cosa un prelato dica viene immediatamente attribuita alla Santa Sede in quanto tale. Inoltre avrebbe dovuto ricordare che, in quel momento, egli era nella Sala Stampa della Santa Sede in qualità di Prefetto dell'ASV e di studioso: il suo compito era quello di presentare i risultati del suo lavoro (e in questo campo credo che nessuno avrebbe potuto rivolgergli alcun appunto); non era suo compito fare sbrigative applicazioni all'attualità. Per fare questo, avrebbe dovuto avere una competenza e un ruolo diverso. Giustamente Tornielli fa notare che Pagano è "esperto in liturgia e specializzato in archivistica", per cui non ha alcuna autorità in campo morale (perché i problemi della genetica non sono solo questioni scientifiche, ma morali). Oggigiorno dobbiamo stare molto attenti a questi sconfinamenti in campi in cui non siamo competenti. Da uno storico invece mi aspetterei una maggiore chiarezza sul caso Galileo. Ancora una volta (si veda in proposito il mio post del 10 giugno) devo lamentare che, dopo tante discussioni e pubblicazioni, non abbiamo ancora le idee chiare su Galileo: ci muoviamo ancora nella piú totale confusione.

Detto questo, va concessa a Mons. Pagano una scusante: egli aveva detto subito, nella sua conferenza, che stava parlando "da persona privata". Forse anche noi dovremmo diventare un tantino piú elastici; dovremmo imparare a distinguere sempre fra la persona e la carica che essa ricopre. Quello che dobbiamo esigere da una persona investita di un ruolo è che svolga bene il suo lavoro; dobbiamo contemporaneamente ammettere che, come persona privata, possa avere opinioni sulle quali si può tranquillamente discutere. Questo non vale solo per i prelati della Curia Romana, ma per chiunque.

Un caso totalmente diverso mi pare invece quello — che sembrava ormai superato, ma non lo è — di Mons. Rino Fisichella. Andatevi a leggere l'articolo di Sandro Magister sul sito www.chiesa e il suo post sul blog Settimo Cielo. Mi ero già occupato del caso Recife in epoca non sospetta, il 24 marzo scorso, quando era ancora tutto un coro di applausi verso l'articolo di Mons. Fisichella. Già allora definivo il caso "particolarmente inquietante". Ora sembra che la questione, nonché rientrare, stia ulteriormente degenerando. Le informazioni riportate da Magister sono di una gravità eccezionale. Ad esse va aggiunto un altro dato, che non può essere in alcun modo trascurato: pochi giorni fa sono state accolte le dimissioni dell'Arcivescovo Dom José Cardoso Sobrinho, per raggiunti limiti di età, ed è stato nominato il nuovo Arcivescovo di Olinda e Recife. Ovviamente ciò rientra nella comune prassi della Chiesa; ma non ci vuole molto per capire che l'accettazione di tali dimissioni in questo momento non può che essere interpretata come una ulteriore sconfessione del Vescovo brasiliano. Come si può vedere, in questo caso, non è coinvolto semplicemente Mons. Fisichella come persona privata, ma egli in quanto Presidente della Pontificia Accademia per la vita; sono inoltre coinvolti L'Osservatore Romano, organo "ufficioso" della Santa Sede, la Congregazione per i Vescovi, quella per la Dottrina della Fede e la Segreteria di Stato. Altro che Mons. Pagano e l'Archivio Segreto Vaticano!

Nel mio precedente post mi soffermavo esclusivamente sull'aspetto formale della questione, ovverosia sulla procedura che era stata seguita e che non mi sembrava molto corretta. Ora ho l'impressione che non solo non si sia fatto nulla da quel punto di vista, ma anzi la situazione si sia ulteriormente aggravata. Ma a questo punto mi pare che anche la questione di merito non possa più essere elusa e rinviata. È necessario che qualcuno (il Prof. Michel Schooyans invoca l'intervento del Papa in persona) dica una parola chiarificatrice e, se necessario, prenda i provvedimenti del caso. La confusione creata nella Chiesa dall'articolo di Mons. Fisichella è enorme; bisogna che qualcuno intervenga e dica la parola "fine".

mercoledì 1 luglio 2009

Ancora su Alessandro VI e moralismi vari

Un confratello, dopo aver letto il mio post di ieri, mi scrive:

«Quanto ad Alessandro VI, un riconoscimento indiretto della sua opera di mediazione politica, l'avevo già letto in Carl Schmitt, Il Nomos della Terra (Adelphi, 1991), quando lo studioso di diritto internazionale riserva ad Alessandro VI la prerogativa di aver stabilito la prima "linea" globale di divisione e ripartizione della terra, all'epoca dei grandi viaggi e scoperte geografiche, per comporre pacificamente le vertenze tra gli Stati conquistatori (Spagna e Portogallo). Si tratta della bolla Inter caetera (4 maggio 1493), con la quale si determinò il destino dell'America Latina e la diffusione della lingua e della cultura (spagnola/portoghese) che durano fino ad oggi... (cf op. cit., p. 85 ss).
D'altronde la capacità politica di questi Papi era a quell'epoca universalmente riconosciuta, al di là del giudizio severo sulla loro condotta personale.
Oggi, purtroppo, con i giudizi morali sulla Chiesa e sul clero, si incerotta la bocca della Chiesa e la sua valenza politica è incomparabilmente meno efficace».

Solitamente nei manuali scolastici si fa riferimento al "Trattato di Tordesillas" del 1494, che in qualche modo superò la bolla Inter caetera, che comunque rimane uno dei grandi successi diplomatici
di Papa Borgia. Ma, a prescindere dal caso specifico, il mio confratello pone un problema piú generale, sul quale forse faremmo bene a riflettere, il problema della coerenza morale del cristiano — e, in generale, della Chiesa — con il credo che professa. Oggi siamo molto sensibili a tale aspetto. E giustamente. Ma dobbiamo essere altrettanto consapevoli che il confine fra la legittima (e doverosa) tensione verso la santità e il moralismo è alquanto tenue. E se la prima è una esigenza evangelica, il secondo non ha nulla di evangelico: il moralismo non è assolutamente un atteggiamento cattolico (non a caso lo troviamo molto diffuso nel protestantesimo). Il moralismo, come tutti gli "ismi", è la degenerazione della moralità (vi ricordate il paragone del Card. Biffi con i polmoni e la polmonite per spiegare la differenza fra ragione e razionalismo?). Che esista una dimensione morale del cristianesimo, non ci piove; che il cristiano non possa limitarsi a credere e a "celebrare" (come oggi si usa dire) la sua fede, ma debba anche sforzarsi di viverla, è pacifico; che esistano dei precetti a cui il cristiano deve conformare il proprio comportamento, non può in alcun modo essere messo in dubbio; ma tutto ciò non significa che, se non c'è tale coerenza tra fede e vita, la fede stessa perde il suo valore e la Chiesa perde la sua credibilità. L'incoerenza dei cristiani non inficia in alcun modo la verità del messaggio di cui la Chiesa è portatrice.

Vorrei qui, tanto per avere qualche punto di riferimento sicuro, citare un paio di numeri del Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica:

«357. Come la vita morale cristiana è legata alla fede e ai Sacramenti?
Ciò che il Simbolo della fede professa, i Sacramenti lo comunicano. Infatti, con essi i fedeli ricevono la grazia di Cristo e i doni dello Spirito Santo, che li rendono capaci di vivere la nuova vita di figli di Dio nel Cristo accolto con la fede».

«433. Perché la vita morale dei cristiani è indispensabile per l'annunzio del Vangelo?
Perché con la loro vita conforme al Signore Gesù i cristiani attirano gli uomini alla fede nel vero Dio, edificano la Chiesa, informano il mondo con lo spirito del Vangelo e affrettano la venuta del Regno di Dio».

Su questo siamo tutti d'accordo. Il problema nasce quando si esagera: l'eccessiva insistenza sulla coerenza tra fede e vita, al di là dell'apparente pietà che sembrerebbe ispirarla, tradisce una mentalità opposta al Vangelo. Si tratta, praticamente della mentalità legalistica, propria degli scribi e dei farisei (e, successivamente, dei giudaizzanti), i quali pensavano di poter essere giustificati in base alle opere della legge: non è Dio che mi salva con la sua grazia, ma sono io che mi salvo per i miei meriti. È questa la mentalità contro cui si sono scagliati prima Gesú e poi Paolo. In tale mentalità legalistica il ruolo di Gesú Cristo è ridotto a quello di un maestro di principi morali e di un modello da imitare; non c'è alcun bisogno di lui come salvatore e redentore.

Noi sappiamo invece che siamo dei poveri peccatori; che il peccato ci contrassegna fin dal seno materno; che da soli non possiamo fare nulla; che abbiamo bisogno della grazia per poter essere salvati; che, anche dopo essere stati giustificati dalla grazia battesimale, continuiamo a peccare e dobbiamo perciò sempre ricorrere alla misericordia di Dio. E sappiamo pure che tutto ciò, nonché sminuire la potenza di Dio, la esalta: "Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza" (2 Cor 12:9).

Noi oggi ci scandalizziamo tanto della Chiesa del passato (a parte il fatto che non mi pare proprio che abbiamo le carte pienamente in regola per farlo...): Papi che avevano figli; Cardinali la cui unica preoccupazione era la vita di mondo; Vescovi che erano piú signori temporali che pastori; preti ignoranti e corrotti... Tutto vero. Eppure la Chiesa ha svolto ugualmente la sua missione. Qualcuno dirà: "Nonostante i suoi ministri". Certo, ma forse dovremmo aggiungere anche: "Attraverso quei ministri imperfetti".

Il mio confratello termina con un riferimento alla Chiesa attuale: nonostante la sua purificazione (a dire il vero, piuttosto parziale, visto come stanno andando le cose...), essa ha perso buona parte del suo peso nel mondo d'oggi. Si dirà: meglio cosí; non è questo il compito della Chiesa; la Chiesa non deve avere una "valenza politica"; la sua missione è puramente spirituale: essa deve limitarsi ad annunciare il Vangelo e farsi anticipazione profetica del Regno di Dio. Mah, avrei qualche dubbio. Come al solito, a forza di spiritualizzare, abbiamo finito per togliere alla Chiesa qualsiasi consistenza; l'abbiamo ridotta a una delle tante sette spiritualistiche che pullulano nel mondo d'oggi e che fanno tanto comodo al potere che ha in mano i destini dell'umanità. Forse non sarebbe male che la Chiesa, pienamente consapevole della propria povertà morale, ma infischiandosene delle prediche moralistiche, perché portatrice di un potere superiore, ricominciasse a svolgere il ruolo che, per vocazione, le compete.