venerdì 21 agosto 2009

"Ad Orientem" o "ad Dominum"?

Ieri Papa Ratzinger blog [2] ha ripubblicato vari interventi di un dibattito intercorso negli anni passati fra Padre Uwe Michael Lang e Padre Rinaldo Falsini.

Tutto era cominciato nel 2003, quando Padre Lang, sacerdote dell’Oratorio di San Filippo Neri a Londra, pubblicò in tedesco il volume Conversi ad Dominum, tradotto l’anno successivo in inglese con una prefazione dell’allora Card. Ratzinger (edizione italiana: Rivolti al Signore, Cantagalli, Siena 2006, 2ª ed. 2008).

Sul numero di ottobre 2006 di Vita Pastorale Padre Falsini pubblicò l’articolo “L’altare verso il popolo è scelta conciliare”. Sulla stessa rivista (gennaio 2007) fu pubblicata una lettera del Padre Lang (“Una scelta imprudente?”) insieme con la replica di Padre Falsini (“Una recezione definitiva e totale”).

Nell’ottobre 2007 Padre Lang rilasciava un’ampia intervista all’agenzia ZENIT dal titolo “Riorientare la Messa”.

Sul numero di marzo-aprile 2008 della Rivista Liturgica, Padre Falsini tornava sull’argomento con l’articolo “Celebrare rivolti al popolo e pregare rivolti al Signore. Sull’orientamento della preghiera”.

Non si può ignorare, a questo riguardo, la notizia di questi giorni che l’Arcivescovo di Tulsa, in Oklahoma, ha deciso di celebrare, nella sua cattedrale, la liturgia eucaristica rivolto ad Orientem (se ne veda qui la notizia e qui la traduzione italiana).

È stata per me una piacevole occasione per aggiornarmi su una questione, della cui esistenza ero al corrente, ma che non avevo mai avuto modo di approfondire. E, per tale motivo, avevo sempre sospeso ogni giudizio in materia, non ritenendomi sufficientemente informato. Non che ora lo sia; ma per lo meno mi sono fatto un’idea. Da quanto detto dovrebbe risultare evidente che non ho letto il libro di Padre Lang Rivolti al Signore; ma pregherei il simpatico di turno di astenersi da facili ironie, come se volessi commentare un libro che non ho letto. Non è mia intenzione fare la recensione di un libro (anche perché un blog non sarebbe il luogo piú idoneo), ma semplicemente esprimere un parere sulla questione dell’orientamento della liturgia, un parere che si fonda sui testi sopra indicati, sull’esperienza pastorale accumulata in questi anni e sulla riflessione personale.

Dopo aver letto gli interventi pubblicati su Vita Pastorale, da lettore assolutamente non prevenuto, ho avuto l’impressione che la posizione di Padre Lang fosse un tantino debole rispetto a quella del Padre Falsini, che mi è apparsa piú documentata (se non altro, per essere stato personalmente coinvolto nella riforma liturgica). Il punto del dibattito era la questione se il Concilio avesse voluto o no la celebrazione versus populum. È vero, come fa notare il Card. Ratzinger nella prefazione al volume del Lang, che il Concilio non ne fa menzione; ma mi sembra che Padre Falsini dimostri sufficientemente che questa era la mens dei Padri conciliari.

È vero che la celebrazione versus populum non è mai stato un obbligo, ma solo una possibilità; ciò non toglie che le norme liturgiche prevedano, come piú adatta alla nuova liturgia, la celebrazione col sacerdote rivolto verso i fedeli. Non mi sembra un argomento stringente quello usato da Padre Lang, secondo cui le rubriche dell’ultima edizione del Messale Romano evidenziano che il sacerdote, in certi momenti deve essere rivolto al popolo, quasi che nel resto della celebrazione dovesse voltargli le spalle: tali rubriche si spiegano appunto perché non è escluso che si possa anche celebrare ad Orientem, per cui in quei momenti il sacerdote deve, in ogni modo, rivolgersi verso i fedeli.

Mi sembra molto significativo il riferimento del Padre Lang alla “prudenza” consigliata dalla Santa Sede, specialmente quando si trattava di adattare le chiese alle nuove norme liturgiche. Non si può negare che ci siano stati degli scempi. Io stesso sono testimone di confratelli che, dopo aver stravolto il presbiterio della loro chiesa, se ne sono amaramente pentiti (non solo per motivi di carattere teologico, ma anche e soprattutto per motivi di buon gusto). Ma, appunto per questo, la Chiesa ha sempre esortato alla cautela, consapevole che non si trattava di una questione di vita o di morte per la liturgia. Gli estremismi (in qualsiasi direzione) sono sempre pericolosi...

Se posso portare una esperienza personale, anche per dimostrare che non si tratta di una questione nuova, posso raccontare quanto avvenne negli anni Ottanta nella Basilica di San Paolo Maggiore a Bologna (una delle più belle chiese barocche della città), dove ero vicario parrocchiale. Nei giorni feriali celebravamo a una cappella laterale (la cappella della Madonna di Lourdes), voltando le spalle ai fedeli, ma senza alcun problema di partecipazione attiva da parte dei fedeli; nei giorni festivi, naturalmente, all’altare maggiore. Subito dopo il Concilio era stato aggiunto un altare posticcio verso il popolo, di nessun valore artistico, mentre l’antico altare in marmo rimaneva inutilizzato sullo sfondo. Fui io stesso a proporre al parroco di provare a rimuovere l’altare posticcio e usare il vecchio altare. Il parroco accettò di buon grado la proposta; trovammo una scusa qualsiasi con i fedeli, e per qualche tempo riprendemmo a celebrare sul vecchio altare. Io stesso mi resi conto che c’era una grossa difficoltà a celebrare la nuova liturgia in quel modo, per cui giungemmo alla conclusione che si doveva trovare una soluzione diversa. E la trovammo nella realizzazione in legno (ma con un certo gusto, riprendendo i motivi artistici del vecchio altare) di un nuovo presbiterio sotto la cupola della chiesa, completamente autonomo dal vecchio presbiterio (che diventava cosí luogo della custodia eucaristica). Una soluzione certo di compromesso, ma decorosa, che cercava di conciliare il rispetto per l’architettura della chiesa con le esigenze della riforma liturgica (ricordo che negli stessi anni anche il Card. Biffi si trovò ad affrontare il medesimo problema in cattedrale, e anche lui lo risolse con una soluzione altrettanto di compromesso e altrettanto decorosa).

Leggendo infine l’intervista che Padre Lang rilasciò a ZENIT nel 2007, mi sono fatto un’idea della sua posizione. Capisco che la questione andrebbe approfondita, per cui le mie considerazioni non vogliono in alcun modo essere definitive. Mi pare però che faccia un po’ di confusione tra conversio ad Dominum e conversio ad Orientem. Padre Lang afferma che per i primi cristiani era comune volgersi verso Oriente (come per gli ebrei lo è volgersi verso Gerusalemme e per i musulmani verso la Mecca). Ripeto, non ho letto il libro, ma dagli accenni che fa nell’intervista, mi pare che tale atteggiamento fosse piú diffuso in Oriente che non a Roma. Certamente può trattarsi di una rispettabile tradizione (e bene fanno i riti orientali a conservarla), ma non mi sembra opportuno assolutizzarla, perché, in tal caso (se assolutizzata), essa non sarebbe conforme al culto in spirito e verità (Gv 4:23-24).

Ammesso e non concesso che i primi cristiani pregassero rivolti a Oriente, non riesco a capire il passaggio logico da questo atteggiamento alla celebrazione con le spalle ai fedeli. Si dice: sacerdote e fedeli, tutti parte della medesima Chiesa, si rivolgono insieme al Signore. Sí, d’accordo; ma questo non c’entra niente col volgersi ad Orientem; è un altro problema. Un conto è rivolgersi a Oriente; un altro conto è assumere durante la liturgia tutti lo stesso orientamento.

Una volta chiarita concettualmente la distinzione fra i due atteggiamenti, mi pare che, anche a proposito dell’orientamento di sacerdote e fedeli durante la liturgia, ci sia qualche considerazione da fare.

Innanzi tutto, vorrei notare che l’espressione “Conversi ad Dominum”, a quanto mi risulta, non appartiene al linguaggio tradizionale. Essa è una ritraduzione in latino di una espressione usata nella traduzione italiana (e forse in qualche altra lingua) della Messa: “In alto i nostri cuori” – “Sono rivolti al Signore” (di qui il titolo italiano del libro). Ma in latino il dialogo è: “Sursum corda” – “Habemus ad Dominum”, dove il concetto di conversio fisica è assente; si tratta di una conversio tutta spirituale, tanto è vero che si sta parlando di cuori e non di corpi. Per cui già questo la dice lunga sulla necessità di assumere tutti lo stesso orientamento fisico.

Ma, in ogni caso, chi ha detto che tale orientamento, anche fisico, di tutti i partecipanti alla Messa (sacerdoti e fedeli) sia assente nella nuova liturgia? Solitamente si sottolinea l’aspetto che, nella liturgia riformata, sacerdote e fedeli “si guardano in faccia”. Se permettete, questa è una banalizzazione che ha lo stesso valore di quella che riduce la vecchia liturgia a “voltare le spalle ai fedeli”. A me sembra che il vero intento della riforma liturgica sia stato quello di rimettere il mistero al centro della celebrazione. Innanzi tutto, con il distacco dell’altare dalla parete (dove molto spesso praticamente scompariva) e il suo posizionamento al centro del presbiterio; in secondo luogo, grazie a questo riposizionamento dell’altare, dando ai fedeli la possibilità di fissare lo sguardo sul mistero che su quell’altare si compie. Il fatto che il sacerdote stia da una parte dell’altare e i fedeli dall’altra non impedisce che tutti siano “rivolti al Signore”, presente in mezzo a loro (prima simbolicamente, attraverso il segno dell’altare; poi sacramentalmente, attraverso l’Eucaristia). Anzi, mi pare che, da un punto di vista cattolico, la nuova liturgia evidenzi meglio il ruolo del sacerdozio ministeriale: tutti sono parte dell’unico popolo di Dio, certo, ma con ruoli distinti. Ciò non toglie che in altri momenti sacerdote e fedeli possano avere tutti lo stesso orientamento; ma non mi sembra che questo sia il caso della Messa, perché dando eccessiva importanza all’orientamento verso un luogo, si rischia di svalutare l’Eucaristia: ebrei e musulmani possono pure avere bisogno di pregare rivolti verso un luogo; noi cristiani non ne abbiamo alcun bisogno, perché dovunque ci troviamo abbiamo l’Eucaristia, che rende presente il Signore in mezzo a noi.

giovedì 20 agosto 2009

Ancora su Ferrara e IRC

Un ex-alunno, David, mi ha scritto a proposito della proposta Ferrara. Vorrei condividere con voi il suo messaggio:


«Confesso che l’idea dello scambio proposto da Ferrara mi fa molta paura: parlo come un cittadino che dai 6 ai 14 anni ha frequentato la scuola pubblica, dai 14 ai 19 la scuola cattolica e dai 19 ai 24 un’università non statale.

Il pericolo è una vera e propria “ispanicizzazione” della società, con una minoranza (magari pure corposa), che è stata formata da Opus Dei, Legionari di Cristo, Gesuiti, Barnabiti ecc., e una grande maggioranza completamente priva di formazione religiosa. L’idea che gli insegnanti di religione giochino ad armi spuntate solo perché non danno voti “pesanti” è contraria allo spirito di questi programmi: ci sono migliaia di docenti di religione che stimolano i loro studenti a una ricerca seria su sé stessi e sulla religione cattolica e certamente non ottengono migliori risultati perché i loro insegnamenti sono accreditati. Il problema non sono i crediti: è un’illusione pensare che gli studenti seguano meglio perché il corso porta profitto. Non scherziamo: potremmo fare un elenco infinito di corsi seguiti poco o male indipendentemente dai crediti!

Mi pare invece che i corsi di religione cattolica abbiano un solo limite: sono al limite della filosofia, come contenuti, mentre in realtà un vero corso di Catholic Studies deve riguardare la storia, la storia dell’arte, l’architettura, le scienze sociali ecc. Come possiamo parlare del cattolicesimo in Italia senza pensare alla sua eccezionale influenza artistica, per esempio? Ogni cattolico dovrebbe alzarsi in piedi col petto pieno di orgoglio perché in fondo i vari Caravaggio e Bernini, Michelangelo e Leonardo, Giotto e Cimabue sono “cosa sua”. La Chiesa non sarà “povera”, come certi sessantottini — ormai grassi e incanutiti — volevano ad ogni costo, ma offre a ognuno dei suoi figli lo spettacolo gratuito delle piú belle architetture barocche e gotiche, dei capolavori d’arte e degli organi piú possenti. E senza pagare il biglietto!»


La lettera su riportata non solo mi riempie di soddisfazione, perché David è stato, appunto, uno degli alunni, a cui ho insegnato religione per svariati anni (allora mi sembrava di perdere tempo; ma, a quanto pare, non è stato tempo sprecato), ma, oltre tutto, mi trova pienamente d’accordo.

Ferrara propone il modello americano, illudendosi che questo possa migliorare la situazione. In realtà, non farebbe che peggiorarla, portando alla polarizzazione ben descritta da David. Forse è per questo motivo che la Chiesa, edotta dalla sua esperienza plurisecolare e sempre con i piedi per terra, in certi casi accetta dei compromessi, che potranno pure lasciare a desiderare, ma che sono sempre meglio di altre soluzioni piú radicali.

È perfettamente vero che il seme gettato da tanti “disarmati” insegnanti di religione è un seme che, alla lunga, dà il suo frutto. Ed è forse proprio per questo motivo che gli anticlericali continuano a combattere l’IRC, nonostante la sua opzionalità: evidentemente si rendono conto della sua “pericolosità”.

Condivido l’osservazione di David circa il limite oggettivo dell’IRC cosí come esso è oggi impostato: lui dice che esso è “al limite della filosofia”. Ciò non è da disprezzare del tutto, in quanto, pur non essendo una forma di catechesi, esso stimola gli studenti alla riflessione sul significato dell’esistenza. Tale aspetto non può essere considerato estraneo alla formazione scolastica; anche altre discipline, quali la filosofia o la letteratura, perseguono la medesima finalità. Il problema è, dal mio punto di vista, la modalità di tale riflessione. Personalmente ritengo che la scuola non possa essere confusa con un centro di esercizi spirituali; essa deve, sí, stimolare i giovani alla riflessione; ma la peculiarità della scuola è di fare questo trasmettendo la cultura. Penso che anche l’insegnamento della religione cattolica non possa sottrarsi a tale legge fondamentale della scuola. Esso dovrebbe, dal mio punto di vista, svolgere un ruolo “ancillare” di supporto alle altre discipline: se si vuole capire la storia, la filosofia, la letteratura, l’arte, in una parola la cultura e la civiltà italiana, non si può prescindere dalla religione cattolica. Non è questione di essere credenti o non-credenti — questo non c’entra nulla — è questione di essere colti o ignoranti. Per questo dicevo, secondo me, la religione cattolica dovrebbe essere un insegnamento non-confessionale obbligatorio per tutti.

mercoledì 19 agosto 2009

IRC ed ecumenismo

Ho dato un’occhiata alla sentenza del TAR del Lazio su “Insegnamento della religione cattolica ed attribuzione dei crediti formativi” (17 luglio 2009). Si tratta della risposta del tribunale amministrativo a due ricorsi (4297/2007 e 5712/2008) presentati da vari enti e associazioni contro la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Ministero della Pubblica Istruzione e la Conferenza Episcopale Italiana.

Non meraviglia rinvenire, fra le associazioni ricorrenti, la Consulta romana per la laicità delle istituzioni, l’Associazione XXXI ottobre per una scuola laica e pluralista, l’Associazione nazionale del libero pensiero Giordano Bruno, l’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti, ecc. E neppure meraviglia piú di tanto trovare nell’elenco l’Unione delle Comunità ebraiche italiane. Fanno il loro mestiere.

Ciò che meraviglia è leggere il nome di associazioni quali l’Alleanza evangelica italiana, la Federazione delle Chiese evangeliche in Italia, l’Unione italiana delle Chiese avventiste del 7° giorno, l’Unione cristiana evangelica battista d’Italia, la Tavola valdese, la Federazione delle Chiese pentecostali, la Chiesa evangelica luterana in Italia, il Comitato insegnanti evangelici italiani.

Se devo essere sincero, sembra di essere tornati a fine Ottocento, quando si fece di tutto per cancellare dal volto dell’Italia ogni traccia di cattolicesimo. A quell’epoca tutto veniva buono: non solo si cercò di diffondere il “libero pensiero” innalzando monumenti a Giordano Bruno, ma si tentò anche di fare dell’Italia un paese protestante disseminando nella penisola ogni sorta di chiese evangeliche.

Da allora ne è scorsa di acqua sotto i ponti: c’è stata la conciliazione fra lo Stato e la Chiesa; c’è stato il Concilio Vaticano II; la Chiesa cattolica si è impegnata in un sincero sforzo ecumenico, che sembrava corrisposto dalle altre comunità cristiane. Ci si sarebbe aspettati un atteggiamento piú costruttivo da parte delle Comunità evangeliche nei confronti della Chiesa cattolica. E invece, a stare ai ricorsi presentati al TAR, sembrerebbe che non sia cambiato proprio nulla: l’alleanza anticlericale rimane piú o meno la stessa. A quanto pare, per i nostri fratelli separati, ciò che conta non è il fatto di essere tutti cristiani (pur se con alcune, certo non irrilevanti, differenze); ciò che conta non è unire le forze per contrastare la secolarizzazione dilagante e cercare di diffondere il Vangelo; ciò che conta è dare addosso alla Chiesa cattolica; se necessario, anche alleandosi con gli atei e gli agnostici. Sembra che per loro sia piú quel che li unisce ai non-credenti (la lotta contro la Chiesa cattolica) che non ciò che li unisce alla Chiesa cattolica (la stessa fede cristiana). Ne prendo atto con un senso di profonda amarezza. Non voglio andare oltre. Ma non posso evitare di pormi una domanda: ha ancora senso continuare a insistere in un “dialogo ecumenico”, che sembra non produrre alcun risultato?

lunedì 17 agosto 2009

Ferrara, l'IRC e l'America

L’altro giorno Giuliano Ferrara, prendendo spunto dalle recenti polemiche sull’ora di religione, ha lanciato da Il Foglio una interessante proposta. La Chiesa, dovrebbe, secondo lui, restituire allo Stato i “privilegi”, che le sono stati riconosciuti col Concordato, in cambio della piena libertà di educazione, sul modello americano: «Il Papa restituisce allo stato le sue prerogative concordatarie in materia di insegnamento religioso, o almeno quelle che oggi suonano come rendite di posizione anacronistiche, e lo stato spezza il monopolio culturale antiliberale costituito dalla scuola unica pubblica e dal suo mito».

La proposta mi sembra interessante per il suo carattere provocatorio, che ci induce a riflettere, ma difficilmente realizzabile, perché non si tratta di un “aggiustamento” dei vigenti accordi fra Chiesa e Stato, bensí di una vera e propria “rivoluzione” costituzionale. Oltre tutto, discutibile. Andiamo per ordine.

Che l’attuale ordinamento dell’insegnamento della religione cattolica (IRC) sia il frutto di un compromesso, è stato evidente fin dal momento della firma dell’Accordo di revisione del Concordato lateranense (1984). Che ci siano delle contraddizioni, non può essere negato da nessuno: si tratta di un insegnamento opzionale non confessionale, affidato a insegnanti pagati dallo Stato, ma nominati e controllati dalla Chiesa. Se l’insegnamento non è confessionale, ma culturale, non si capisce perché debba essere opzionale; si capirebbe la sua non obbligatorietà se si trattasse di una forma di catechesi (ma questa viene categoricamente esclusa). Se gli insegnanti (si badi bene, di un insegnamento non confessionale) sono pagati dallo Stato, non si vede perché debbano poi dipendere dall’autorità ecclesiastica, che ha la facoltà non solo di nominarli, ma anche di rimuoverli. Inoltre, non è stato mai chiarito l’inserimento di tale disciplina nel contesto scolastico: se ha la stessa dignità delle altre materie, dovrebbe essere in tutto equiparata a quelle (nella metodologia, nella valutazione, ecc.) e gli insegnanti dovrebbero godere degli stessi diritti-doveri degli altri docenti; ma sappiamo che tutto ciò non avviene.

Appare dunque evidente che ci sia bisogno di un riaggiustamento, che non è certo quello prospettato dal TAR del Lazio (secondo il quale “un insegnamento di carattere etico e religioso, strettamente attinente alla fede individuale, non può assolutamente essere oggetto di una valutazione sul piano del profitto scolastico”; lasciatemi dire, non hanno capito nulla). Secondo me si dovrebbe optare fra le due possibilità: o un insegnamento confessionale opzionale (una vera e propria catechesi), con insegnanti pagati e nominati dallo Stato (ma con il gradimento dell’autorità ecclesiastica); oppure un insegnamento non confessionale della religione cattolica, obbligatorio per tutti (tutti, anche i non credenti, hanno bisogno di conoscere la religione cattolica, se vogliono capire qualcosa della storia, della cultura e della civiltà italiana), con insegnanti pagati e nominati dallo Stato (senza alcun intervento dell’autorità ecclesiastica). Personalmente, non saprei che cosa sia preferibile: forse sono piú incline verso la seconda soluzione, dal momento che mi sembra piú confacente al contesto scolastico; la catechesi trova il suo ambiente naturale nella parrocchia. Sia ben chiaro che, quando parlo di insegnamento non confessionale delle religione cattolica, non mi riferisco in alcun modo a una vaga “storia delle religioni”, ma a una disciplina che abbia come oggetto la conoscenza oggettiva della religione cattolica, senza alcuna finalità si indottrinamento. In ogni caso, mi pare che la cosa piú importante sia fare chiarezza. Ma capisco che non sempre è possibile essere cosí drastici, e il piú delle volte ci si deve accontentare di soluzioni intermedie di compromesso.

Non mi entusiasma affatto invece la proposta Ferrara. Non perché non sia d’accordo con la piena libertà di educazione (potete immaginare che cosa pensi in proposito uno che ha trascorso buona parte della sua vita nella scuola cattolica); ma semplicemente perché non mi convince il modello di società che viene proposto, entro il quale tale libertà di educazione dovrebbe trovare posto.

Non meraviglia che la proposta venga da Ferrara. Il suo punto di riferimento ideale (in questo momento) è il modello americano, un modello che viene considerato pressoché perfetto e al quale tutti dovranno, prima o poi, conformarsi. Non ci si accorge che si tratta di una posizione squisitamente ideologica, che oltre tutto non tiene conto della crisi in cui quel modello versa attualmente. Quel che piú meraviglia è che l’opinione di Ferrara è largamente condivisa, non solo nel mondo laico, ma anche in quello cattolico. Avevamo già fatto notare, in altra occasione, come lo stesso Pontefice non ne sia immune. Provenendo dall’ambiente accademico, dove è data per appurata la distinzione fra la rivoluzione francese e quella americana, lui stesso ha fatto eco a tale tesi nel discorso rivolto alla Curia Romana il 22 dicembre 2005: «... Ci si rendeva conto che la rivoluzione americana aveva offerto un modello di Stato moderno diverso da quello teorizzato dalle tendenze radicali emerse nella seconda fase della rivoluzione francese» (anche Ferrara non poteva non notare questa simpatia per il «modello americano, abbracciato e lodato da Benedetto XVI nel suo recente e profetico viaggio in America»). Ora però un gesuita americano, Padre John Navone, ci fa notare che, in realtà, «la Rivoluzione americana ebbe una notevole influenza sulla successiva Rivoluzione francese, la quale, a sua volta, esercitò un forte influsso sulle rivoluzioni latinoamericane del XIX secolo e sulla nascita delle Repubbliche a cui esse diedero vita» (“Il nazionalismo americano”: La Civiltà Cattolica, 16 febbraio 2008; un articolo che va letto per intero per la sua valutazione inedita del sistema americano, con un solo difetto: limita la sua analisi fino agli anni Novanta del secolo scorso, ignorando i successivi, certo non irrilevanti, sviluppi).

Che il sistema americano sia l’ideale di società autenticamente laica (e non laicista) è pura mitologia. Corrisponde a realtà la descrizione che fa Ferrara di tale sistema: «Quel paese costruitosi nella fuga dall’Europa delle guerre di religione, quello spirito repubblicano, quella forma del moderno, nascono come sappiamo da Toqueville all’insegna della libertà di credere, dell’autonomia dei culti, del riconoscimento pubblico dello spazio religioso, ma nella divisione piú rigorosa del campo dello stato e quello delle chiese. Lí Dio non è bandito dalla società o oscurato dall’oblio di massa, la società è ultrasecolarizzata come quella europea, ma il Creatore che legittima ogni diritto è anzi un invitato istituzionale permanente al banchetto delle idee, dei giuramenti, delle questioni non negoziabili che riguardano la cultura della legge naturale». Il problema è: di quale Creatore si tratta? Del Dio dei nostri padri, di Abramo, di Isacco, di Giacobbe... e di Gesú Cristo, o del Grande Architetto dell’Universo (che, a quanto mi consta, non è stretto parente del Dio vivente rivelatosi in Gesú Cristo)? Ferrara critica, forse a ragione, la «strana religione repubblicana, religione della Costituzione, buona per il laicismo parrocchiale di serie B che sommerge la cultura italiana»; ma non si accorge che la presenza del Creatore al banchetto americano delle idee, dei giuramenti, ecc. fa parte di una altrettanto strana religione civica, forse meno provinciale di quella italiana, ma pur sempre estranea alla vera religione. Con una differenza: che lí vige una assoluta separazione fra Chiesa e Stato (cosa che non mi sembra poi un ideale da perseguire da parte di un cattolico), mentre in Italia, pur fra mille contraddizioni, ci si sforza di stabilire un rapporto di reciproco riconoscimento e valorizzazione, nel rispetto della distinzione dei rispettivi ruoli. E questo non mi pare poco, considerata la storia che abbiamo alle spalle (e che Ferrara descrive molto bene).

Questo non significa che allora tutto va bene, che possiamo dirci soddisfatti dei risultati raggiunti e riposare sugli allori. È evidente — come si faceva notare a proposito dell’IRC o della libertà di educazione — che ci sono problemi ancora aperti; è ovvio che c’è qualcosa da correggere nel nostro modello “concordatario”. Ma questo non significa che l’unico modello valido alternativo sia quello americano. Ci potrebbero essere altri modelli, forse piú validi di quello americano. Per esempio, io ho avuto la fortuna di sperimentare, negli ultimi anni, un modello che mi sembra migliore sia quello italiano che di quello americano, il modello filippino. Ovviamente non verrà mai in mente a nessuno di rifarsi a un paese “del terzo mondo”, che si trova oltretutto a fronteggiare gravissimi problemi di carattere sociale, politico, economico e morale. Eppure, io sono rimasto ammirato per la naturalezza con cui, in quel paese, è vissuto il rapporto fra Stato e Chiesa (pur fra inevitabili tensioni). Forse perché i filippini non hanno alle spalle tutte le vicende esaurientemente elencate da Ferrara, ma per loro la presenza del fatto religioso nella società non costituisce alcun problema: il “riconoscimento pubblico dello spazio religioso” — per dirla alla Ferrara — è pacifico, non solo per la Chiesa cattolica (che pure svolge un ruolo di grande autorevolezza, per essere la religione della stragrande maggioranza dei cittadini), ma per qualsiasi altra confessione religiosa. Quello filippino non è uno Stato confessionale; è uno Stato laico nel piú positivo significato del termine; ma in esso le Chiese hanno pieno diritto di cittadinanza, e il loro ruolo è non solo riconosciuto, ma valorizzato e apprezzato dall’autorità civile.

Per quanto riguarda il problema specifico dell’insegnamento della religione cattolica e della libertà di educazione, non mi sembra che sia necessario procedere a una sorta di baratto: rinunciare all’IRC per avere in cambio la piena libertà di educazione, con conseguente scomparsa della scuola di Stato. Sinceramente, non vedo che cosa guadagnerebbero tanto la Chiesa quanto la società civile da tale soluzione. Il riconoscimento della effettiva parità per la scuola cattolica non comporta di per sé la scomparsa della scuola di Stato: le due realtà possono tranquillamente coesistere in un regime di libera concorrenza. Personalmente non credo che la scuola di Stato abbia fatto il suo tempo, e che si debba dare spazio unicamente alla libera iniziativa: questa è pura ideologia; è l’applicazione del liberalismo al campo educativo. La crisi in cui si dibatte il sistema capitalistico, che su quell’ideologia si fonda, dovrebbe farci capire che un intervento dello Stato, non solo in campo economico, ma anche educativo, non solo è possibile, ma forse, in qualche caso, auspicabile.

Meraviglia pertanto che una simile proposta giunga proprio in un momento in cui quel sistema è in piena crisi, sta mostrando tutte le sue debolezze e, diciamolo pure, sta rivelando il suo vero volto.

domenica 16 agosto 2009

XX domenica "per annum"

«Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».

Cosí leggiamo nel vangelo odierno (Gv 6:54). Gesú aveva già affermato qualcosa di simile poco prima nel medesimo discorso:

«Chiunque vede il Figlio e crede in lui [ha] la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno» (Gv 6:40).

Il risultato è lo stesso; cambiano solo le condizioni per ottenerlo: prima, Gesú dice che, per avere la vita eterna (ed essere risuscitati nell’ultimo giorno), occorre “vedere” il Figlio e credere in lui; poi, afferma che bisogna mangiare la sua carne e bere il suo sangue.

I protestanti, ai quali non piace dare una interpretazione “eucaristica” del discorso nella sinagoga di Cafarnao, si basano su tale parallelismo per dimostrare, appunto, che nel secondo caso Gesú non si sta tanto riferendo all’Eucaristia, quanto piuttosto, ancora una volta, a sé stesso: “mangiare la sua carne” non significherebbe altro che accettare la sua persona (il “Verbo fatto carne”), credere in lui — esattamente come nel primo caso (“vedere” il Figlio e credere in lui).

Personalmente concordo che, quando in un testo incontriamo un parallelismo, esso ci aiuta a dare la corretta interpretazione di quel testo. Non mi sembra però necessario, per questo motivo, annacquare o addirittura dissolvere le specificità di uno dei passi paralleli nell’altro; è possibile che uno dei passaggi aggiunga qualcosa di nuovo rispetto all’altro.

Mi sembra questo il caso presente: non c’è dubbio che per avere la vita eterna (ed essere risuscitati nell’ultimo giorno) sia necessario “vedere” il Figlio e credere in lui; ma ciò non toglie che Gesú, dopo aver richiesto la fede nella sua persona, per ottenere il medesimo effetto, chieda pure di mangiare la sua carne e bere il suo sangue — un chiaro riferimento all’Eucaristia.

Del resto, qual è il senso dei sacramenti secondo la dottrina cattolica? Non sono essi forse “segni della fede”. Senza la fede, i sacramenti avrebbero qualche senso? E questa fede non deve forse necessariamente esprimersi attraverso i sacramenti?

Accostarsi all’Eucaristia (mangiare la carne di Cristo e bere il suo sangue) significa esattamente “vedere” il Figlio di Dio e credere in lui. Quando ci accostiamo all’altare, il sacerdote ci mostra un pezzo di pane e ci dice: “Il Corpo di Cristo”. E noi rispondiamo: “Amen”. Sí, ci credo; credo che questo non è semplicemente pane, ma è il Corpo di Cristo; credo che questo è davvero il Figlio di Dio; sí, “vedo” il Figlio e credo in lui.

sabato 15 agosto 2009

Santa Maria 2009

Ricordo che, quando ero a Firenze, le persone di una certa età chiamavano la solennità odierna, molto semplicemente, «Santa Maria». La nonna di alcuni nostri alunni ogni anno, il 15 agosto, mi mandava uno splendido mazzo di fiori da mettere davanti alla statua dell’Immacolata nella cappella del Collegio, datando il biglietto di accompagnamento con un sobrio «Santa Maria», seguito dall’indicazione dell’anno. È una consuetudine che altrove ho ritrovato solo fra i Servi di Maria (non a caso fondati a Firenze). Ufficialmente ormai ci si riferisce alla festività odierna come all’«Assunzione della Beata Vergine Maria» (l’espressione che incontriamo nei libri liturgici) o, piú popolarmente, all’«Assunta» o, piú laicamente, a «Ferragosto». Eppure quel «Santa Maria», col suo sapore antico e austero, dice tutto.

È sufficiente usare tale espressione, perché il 15 agosto è la festa mariana per eccellenza. È vero che nel calendario liturgico abbiamo una buona dozzina di celebrazioni mariane, ma l’Assunzione è quella che le supera e le riassume tutte. Se l’Immacolata Concezione segna l’inizio dell’esistenza umana di Maria, e la sua Divina Maternità costituisce il mistero centrale della sua esperienza terrena, la sua Assunzione al cielo rappresenta il compimento ultimo verso cui quell’esperienza converge. Non è un caso che, secondo le norme ecclesiastiche, le chiese dedicate alla Vergine, che non hanno una specifica festa titolare, celebrano tale ricorrenza il 15 agosto. I nostri fratelli orientali dànno una grandissima importanza alla celebrazione della «Dormizione» di Maria (come loro la chiamano), facendola precedere da due settimane di digiuno.

Se ci badate bene, tutte le chiese, un tempo, erano intitolate a «Santa Maria», magari con l’aggiunta di qualche specificazione (teologica, topografica, ecc.), a cominciare dal primo santuario mariano, la basilica romana di «Santa Maria Maggiore». Oggi sembra quasi che non sia piú sufficiente invocare la Madre di Dio con questo semplice titolo «Santa Maria», sembra quasi una mancanza di rispetto; ed ecco quindi i vari «Maria Santissima», «Beata Vergine Maria», «Nostra Signora», ecc. E invece quel titolo è il primo e il piú semplice di tutti: non a caso, nelle litania lauretane, iniziamo la sequela di invocazioni proprio con «Santa Maria».

Purtroppo l’estate e la secolarizzazione galoppante stanno gradualmente attenuando il valore religioso del 15 agosto, facendone semplicemente la festa di mezza estate. Ma per noi tale data continuerà a essere la piú importante festa mariana dell’anno, la «Festa di Santa Maria». Auguri a tutti!

venerdì 14 agosto 2009

L'esempio di Mons. Nichols

Ieri ho definito “significativo” l’intervento di Mons. Vincent Nichols, Arcivescovo di Westminster e Presidente della Conferenza episcopale di Inghilterra e del Galles, a proposito della Messa tradizionale. Perché “significativo”?

1. Mons. Nichols, a differenza di altri confratelli nell’episcopato, non proibisce i convegni sull’antica liturgia, ma se ne fa promotore (il corso estivo per sacerdoti finalizzato all’apprendimento del modo di celebrare la Messa tridentina è stato organizzato dall’Arcidiocesi di Westminster d’intesa con la “Latin Mass Society”). E spiega il motivo di tale scelta: il Vescovo è il responsabile della liturgia nella sua Diocesi. Tale principio continua a valere anche dopo il motu proprio Summorum Pontificum: sarebbe totalmente erroneo pensare che, siccome non c’è piú bisogno del permesso del Vescovo per celebrare secondo l’antico uso, sacerdoti e fedeli siano, in questo campo, in qualche modo sottratti alla sua giurisdizione (una specie di impossibile “esenzione”). Certo, il Vescovo non può proibire la celebrazione della Messa secondo il Messale del 1962 (perché non è piú nelle sue facoltà), ma continua ad avere il diritto/dovere di vigilare su qualunque celebrazione liturgica che si svolge nella sua Diocesi, e in tale vigilanza rientra anche la verifica della corretta applicazione del motu proprio.

2. L’Arcivescovo di Westminster, inoltre, ci rammenta che esiste un solo rito romano. Novus Ordo e Vetus Ordo sono solo due forme del medesimo rito: il NO, la sua “forma ordinaria”; e il VO, la sua “forma straordinaria”. Ciò significa che le due forme godono della medesima dignità, ed entrambe hanno diritto di cittadinanza nella Chiesa. Se sarebbe sbagliato considerare, per qualsiasi motivo, illecita la celebrazione della Messa secondo l’usus antiquior (che è stato la forma ordinaria del rito romano per secoli), a maggior ragione è assolutamente inammissibile anche solo pensare che il Novus Ordo “sia in qualche modo carente”. Una simile opinione non solo è contraria al motu proprio, ma — e ciò va sottolineato — rappresenta un serio pericolo per quanti la professano: “Questi tali si stanno inesorabilmente allontanando dalla Chiesa”.

3. Un’altra verità che ci viene ricordata da Mons. Nichols è che l’Eucaristia è la sorgente e l’espressione dell’unità della Chiesa; un’unità che è, innanzi tutto, un dono che ci viene accordato. L’unità della Chiesa non si fonda sui gusti, le preferenze e le sensibilità personali, ma è qualcosa di oggettivo, che ci precede e a cui dobbiamo conformarci. Ciò che dobbiamo assolutamente evitare è qualsiasi opinione, parola o gesto che potrebbe distruggere tale unità. Una norma pratica infallibile per salvaguardare l’unità è quella di uniformarsi a quanto la Chiesa insegna e pratica. In particolare, un sacerdote dovrebbe sempre ricordare di essere un ministro della Chiesa: in campo dottrinale, non gli viene chiesto di esprimere le proprie personali opinioni, ma l’insegnamento della Chiesa; in campo liturgico, non gli viene chiesto di offrire ai fedeli i propri gusti personali, ma di celebrare la liturgia della Chiesa.

4. A questo proposito, il nuovo Arcivescovo di Westminster fa notare le conseguenze della natura ecclesiale della liturgia. Essa non è una devozione privata né, tanto meno, uno spettacolo a cui si assiste per sperimentare una sorta di piacere estetico. Essendo azione della Chiesa, essa richiede l’attiva partecipazione dei fedeli. Non si tratta di una novità della riforma liturgica, ma di una esigenza intrinseca della liturgia in quanto tale. Qualunque sia la forma di Messa che si celebra, sacerdote e ministri devono preoccuparsi di favorire tale partecipazione attiva.

Mi sembra che Mons. Nichols, a pochi mesi dalla sua nomina alla prima sede cattolica inglese, stia dando ai suoi confratelli Vescovi e a tutti noi un esempio di che cosa deve fare un Vescovo nei confronti della liturgia tradizionale: nessun ostracismo; nessun subdolo boicottaggio; nessuna indifferenza (“Sono stato esautorato: ora si arrangino!”); ma piena assunzione delle proprie responsabilità e pieno esercizio delle proprie prerogative episcopali. Fra tali responsabilità e prerogative c’è la vigilanza sulla celebrazione della liturgia (in qualsiasi forma) e, soprattutto, c’è la preoccupazione per l’unità della Chiesa. Non rimane che sperare che si possa trovare in tutti i Vescovi la stessa attenzione e premura e in tutti i sacerdoti e fedeli una corrispondente sensibilità e disponibilità.

giovedì 13 agosto 2009

Nichols e "usus antiquior"

In questi giorni sta facendo discutere nel mondo anglosassone il messaggio di Mons. Vincent Nichols, nuovo Arcivescovo di Westminster, pubblicato come prefazione a un opuscolo che verrà distribuito ai sacerdoti partecipanti al Corso residenziale di addestramento, organizzato dalla "Latin Mass Society of England and Wales" per i giorni 24-28 agosto prossimi congiuntamente all'Arcidiocesi di Westminster.

The Tablet ha salutato con entusiasmo l'intervento del nuovo Arcivescovo e Presidente della locale Conferenza episcopale. L'editoriale del suo ultimo numero titola: "The Old Rite put in its place". Personalmente, trovo estremamente significative sia la presa di posizione di Mons. Nichols, sia la reazione del periodico cattolico progressista. Mi meraviglia che finora, in Italia, nessuno abbia fatto cenno a tale dibattito, che potrebbe destare un notevole interesse. Pertanto, senza per il momento voler entrare nel merito (spero di poterlo fare nei prossimi giorni), per il momento mi limito a pubblicare una mia traduzione del messaggio in questione. Potete trovare il testo originale del messaggio, insieme con il link all'editoriale del Tablet, nel sito del New Liturgical Movement.


Corso residenziale di addestramento per sacerdoti, 24-28 agosto 2009
Centro pastorale “All Saints”, London Colney, Herts

Messaggio di Sua Ecc. Mons. Vincent Nichols
Arcivescovo di Westminster

Saluto con favore questo breve corso di addestramento promosso dalla Diocesi di Westminster d’intesa con la “Latin Mass Society”. Questa è la corretta descrizione dell’evento. Sia nell’insegnamento che nel diritto della Chiesa è il vescovo che ha la responsabilità della promozione e della vigilanza sulla Liturgia.

Nel motu proprio Summorum Pontificum Papa Benedetto ha permesso l’uso della forma della Messa del 1962, in casi chiaramente definiti. Ciò facendo, egli ha insistito che esiste un solo rito della Messa nella Chiesa Latina. Questo chiarisce che la forma ordinaria della Messa e quella straordinaria sono a servizio di un unico e medesimo rito. Entrambe, perciò, trovano spazio in questa Scuola Estiva, e i partecipanti celebreranno volentieri la Messa in ciascuna di queste forme. Qui non c’è spazio per l’idea che la forma ordinaria della Messa, in sé stessa, sia in qualche modo carente. In verità, quanti possiedono una simile idea non rientrano nella generosa disposizione del Summorum Pontificum. Questi tali si stanno inesorabilmente allontanando dalla Chiesa.

La Messa è fonte ed espressione dell’unità della Chiesa; quell’unità infatti deriva da Cristo. Non ne abbiamo un’altra. La nostra unità non consiste in un’uniformità di uso o preferenza personale. In verità, certe questioni dovrebbero avere una parte assolutamente secondaria nella nostra liturgia, in particolare nel ministero del sacerdote. Ciò che noi sacerdoti dobbiamo provvedere, come elemento-chiave del nostro ministero, è la Liturgia della Chiesa.

Un principio dimostrato di buona liturgia, quale è quello della “partecipazione attiva” di tutti i partecipanti alla Messa, sia nella Liturgia della parola che in quella eucaristica, si applica a qualsiasi forma della Messa si usi. Tale principio richiede attenta considerazione e applicazione da parte di ogni celebrante e di chiunque aiuti nella preparazione della liturgia. Spero che gli sia dato sufficiente spazio in questa Scuola Estiva.

Papa Benedetto ha dato un ulteriore e delicato compito a sacerdoti e vescovi: di provvedere la forma straordinaria della Messa in risposta ai bisogni genuini descritti nel motu proprio. Sono grato a tutti voi per l’aiuto che ci darete a rispondere a questo compito, perseverando nello sforzo di difendere e alimentare l’unità della Chiesa.

+ Vincent Nichols
17 luglio 2009

mercoledì 12 agosto 2009

A proposito di "fantasia pastorale"

Nel mio ultimo post facevo riferimento alla “fantasia pastorale”, che sembra aver conquistato la Chiesa postconciliare. Lo spunto veniva dalla cosiddetta “chiesa gonfiabile”, che verrebbe utilizzata in alcuni luoghi di vacanza. Dicevo: iniziative discutibili, ma che sono pur sempre un tentativo per accostare la gente e darle l’occasione di avvicinarsi a Dio. In fondo, se ci pensiamo bene, la “fantasia pastorale” non è un’invenzione della Chiesa odierna, ma è sempre esistita: in ogni tempo la Chiesa ha inventato qualcosa per avvicinare la gente. Che cosa non hanno fatto i santi, magari derisi dai loro contemporanei, per rendere Dio presente nella società del loro tempo?

Ieri L’Osservatore Romano riferiva di un altro esempio di “fantasia pastorale”, questa volta dagli Stati Uniti: aprire una cappella nei centri commerciali della diocesi di Colorado Springs (si legga l’articolo su Papa Ratzinger blog [2]). Per me non si tratta di una novità, perché è una realtà che ho potuto personalmente sperimentare nelle Filippine, dove nella maggior parte dei mall la domenica viene celebrata la Messa (magari nell’atrio centrale, dove di solito si svolgono le pubbliche manifestazioni) e, nei centri commerciali piú importanti, esiste una cappella. Quando mi imbattei in questa realtà per la prima volta, confesso, rimasi interdetto: per chi, come me, viene dall’Italia, dove cose del genere sono semplicemente impensabili, può sembrare un’iniziativa di cattivo gusto e una mancanza di rispetto per la liturgia. Non posso dare un giudizio sulla Messa, non avendo mai partecipato ad alcuna celebrazione; posso però esprimere il mio parere sulla presenza di una cappella, avendola piú volte frequentata. Tutte le volte che andavo al Mega Mall di Manila, non mancavo mai di fare una visita alla cappella, dove durante la giornata era esposto il Santissimo Sacramento. Ebbene, l’impressione che ne ho tratto è piú che positiva: primo, perché permetteva a me di trovare un momento di raccoglimento e di preghiera in mezzo al frastuono; secondo, perché sono rimasto edificato dalla continua affluenza di fedeli e dalla loro sincera devozione. È lí che ho capito quanto siano profondamente religiosi i filippini.

L’articolo dell’Osservatore evidenzia un altro obiettivo di tale iniziativa: dare ai fedeli la possibilità di confessarsi. Personalmente ci andrei un po’ piano a sparare certi titoli: “Negli Stati Uniti i fedeli scoprono di nuovo la confessione”, quando lo stesso articolo di rammenta i dati sconfortanti di un recente studio, secondo il quale “i tre quarti dei cattolici non partecipano mai al sacramento della riconciliazione o, se lo fanno, si confessano una sola volta all’anno o anche meno”. Non credo che l’iniziativa di Colorado Springs, per quanto benemerita, possa rappresentare un’inversione di tendenza. Ben vengano tutte le iniziative che possono contribuire a riavvicinare i fedeli al sacramento della Penitenza; ma non facciamoci eccessive illusioni: la disaffezione dei fedeli dalla confessione è un fenomeno assai diffuso e radicato e non potrà essere risolto solo aprendo qualche cappella nei centri commerciali. Non sono bastati Sinodi dei Vescovi, esortazioni apostoliche e impegno personale dei Papi; figuriamoci se sarà sufficiente aprire una cappella in un mall.

Anche perché esiste un problema a monte, giustamente evidenziato da alcuni commenti all’articolo dell’Osservatore, apparsi sul blog di Raffaella: il problema dell’abbandono della pratica della confessione da parte dei fedeli è un dato di fatto, che non può essere negato; ma va anche riconosciuto che spesso i fedeli non si confessano semplicemente perché... non trovano un prete a cui confessarsi. È vero — lo dico per esperienza personale — che spesso si entra in una chiesa con l’intenzione di confessarsi, ma purtroppo si rimane delusi, perché non si trova nessuno. Qualcuno dirà: basta chiedere! Può darsi; ma bisogna riconoscere che è diverso entrare in chiesa e trovare il confessionale con la luce accesa, e dover andare in sagrestia (se la si trova aperta) e dover chiedere se c’è qualche sacerdote disponibile.

Capisco che, specialmente nelle parrocchie, non si può pretendere che il parroco stia tutto il giorno in chiesa in attesa di penitenti: come potrebbe attendere agli altri suoi doveri pastorali? Quando poi lo stesso parroco è responsabile di piú parrocchie, come potrebbe essere contemporaneamente presente in ciascuna di esse? E poi — diciamoci la verità — non credo che ai parrocchiani faccia proprio piacere andare a confessarsi dal parroco... Ma forse il problema potrebbe essere risolto in altra forma, specialmente nelle città. In ogni città c’è la cattedrale o almeno il duomo. In tali chiese solitamente c’è un capitolo di canonici, i quali dovrebbero anche attendere, in qualità di penitenzieri, alle confessioni (il penitenziere maggiore di solito gode di facoltà che gli altri confessori non hanno). Un altro luogo privilegiato per le confessioni sono i santuari, non solo i grandi santuari internazionali (a Lourdes, però, sembra che gli unici che continuano a confessarsi siano gli italiani...), ma anche quelli locali, distribuiti un po’ ovunque. E poi ci sono le chiese dei religiosi, che negli anni dopo il Concilio, purtroppo, sono state un po’ trascurate (non solo per colpa di Vescovi e parroci, ma spesso degli stessi religiosi), con la tendenza a far convergere ogni attività pastorale nelle parrocchie. E invece quelle chiese svolgevano (e spesso continuano meritoriamente a svolgere) un ruolo prezioso, non solo perché in esse si ha la possibilità di partecipare alla Messa in vari momenti della giornata, ma anche perché si trova sempre almeno un religioso disponibile per le confessioni. Tutti i grandi ordini religiosi (Francescani, Domenicani, Gesuiti, ecc.) hanno sempre avuto in ogni città una loro significativa presenza. A Roma, per esempio, se volete confessarvi, a parte le quattro basiliche patriarcali, dove andate? Al Gesú, naturalmente. Anche i Barnabiti, nel loro piccolo, hanno svolto e, grazie a Dio, continuano a svolgere questo servizio nelle città dove sono presenti con una chiesa non-parrocchiale: Milano, Monza, Lodi, Cremona, Moncalieri, Genova, Perugia, Napoli... Si può entrare in quelle chiese in qualsiasi ora del giorno e trovare almeno un sacerdote a disposizione per ascoltare la confessione.

Naturalmente, il piú delle volte non si troverà un giovane religioso. I giovani (quei pochi che ci sono) in genere sono impegnati in altre attività: nello studio, nella scuola, nella pastorale giovanile, ecc. Ma mi sembra molto bello che un religioso giunto alla pensione, magari dopo una vita di insegnamento, anziché ritirarsi a vita privata, se ne vada in confessionale ad ascoltare le confessioni dei fedeli. Un modo molto valido di “riciclarsi” e di continuare a rendersi utili nella Chiesa. Un servizio, oltretutto, molto apprezzato, perché insieme con l’età, in genere, c’è anche saggezza ed esperienza.

Il problema di fondo è quello della disponibilità. Forse durante questo Anno sacerdotale i nostri Pastori farebbero bene a rammentare a noi sacerdoti tale importante virtú: essere sempre disponibili, a ogni ora del giorno e a ogni età della vita. Il sacerdote non è tale per sé stesso, ma per gli altri. E se è giusto, soprattutto quando si è giovani, andare cercare la gente per portarla al Signore, è altrettanto giusto, specialmente a una certa età, starsene tranquilli in attesa, pronti ad accogliere chiunque, di propria iniziativa, si è messo alla ricerca del Signore.

lunedì 10 agosto 2009

Considerazioni sul caso Mandas

Sono stato sollecitato a intervenire sulla vicenda dell’Arcivescovo di Cagliari che ha proibito un convegno sul m. p. Summorum Pontificum, che avrebbe dovuto tenersi in questi giorni a Mandas, un paese di quella diocesi. Coloro che mi seguono da tempo sanno che non mi piace intromettermi in certe polemiche, per diversi motivi.

Primo, perché per esprimere un giudizio bisogna essere bene informati e sentire il parere di tutte le parti in causa. Spesso le informazioni che si hanno attraverso i mezzi di comunicazione (compreso internet) sono parziali, per cui ci si appiglia a qualche elemento isolato, senza sapere come effettivamente stanno le cose. Un esempio? Proprio come reazione a quanto avvenuto in Sardegna, è stata sollevata una polemica sulla “chiesa gonfiabile”, come se qualcuno volesse celebrare la Messa in spiaggia… Quando però si va a leggere con attenzione i resoconti, ci si accorge che non si tratta affatto di una chiesa e che non vi si celebra nessuna Messa; ma si tratterebbe semplicemente di un luogo di riflessione. Se cosí è, non ci trovo nulla di male; anzi, mi pare un’iniziativa simpatica, che lascerà il tempo che trova, ma è pur sempre un tentativo per rammentare alla gente che esiste qualcos’altro oltre il divertimento; uno dei frutti di quella “fantasia pastorale”, certo discutibile, ma che in ogni caso — bisogna riconoscerlo — contribuisce in qualche modo a mantenere viva la fede fra la gente.

Il secondo motivo è perché, in genere, in questi casi qualunque cosa si dice, si sbaglia. Per forza di cose, dovendo prendere posizione, si deve scontentare qualcuno; e, se si vuole rimanere neutrali, inevitabilmente ci si attira le ire di entrambe le parti. Se poi ci si rifiuta di intervenire, si viene accusati di non aver il coraggio di esprimere le proprie idee. Per cui non sai come muoverti.

Infine perché, in linea di principio, sono portato a dare credito a una autorità (in particolare a un Vescovo), quando prende una qualsiasi decisione. Io, che sono stato superiore, so che, quando si decide qualcosa, c’è sempre un motivo. Qualche volta lo si può rivelare, qualche altra no. Per questo, in genere, bisogna fidarsi dell’autorità — di qualsiasi autorità — e non si può sempre chiedere conto di ogni decisione.

Il caso presente, però, è un tantino diverso, perché l’Arcivescovo di Cagliari, dopo aver preso la decisione, l’ha anche giustificata sulla stampa. E qui, sinceramente, mi sembra che la sua giustificazione sia piuttosto debole. Mons. Mani ha detto di aver proibito il convegno perché alcuni parrocchiani (qualcuno precisa il numero: sette) sarebbero andati da lui, esprimendo la preoccupazione che Mandas diventi “il centro di un’iniziativa legata alla messa tradizionale”.

Io non sono nessuno; ma, visto che è stato richiesto il mio personale parere, dirò che, secondo me, nella Chiesa c’è — ci deve essere! — spazio per tutti. Se ci sono dei fedeli che vogliono incontrarsi per discutere sul motu proprio di Benedetto XVI, hanno tutto il diritto di farlo e nessuno (neppure il Vescovo) può impedirglielo. Mi pare che il Diritto Canonico sia abbastanza chiaro al riguardo:

«I fedeli hanno il diritto di fondare e di dirigere liberamente associazioni che si propongano un fine di carità o di pietà, oppure l’incremento della vocazione cristiana nel mondo; hanno anche il diritto di tenere riunioni per il raggiungimento comune di tali finalità» (can. 215).

Nel caso presente, secondo il mio modesto parere, Mons. Mani avrebbe dovuto garbatamente spiegare ai fedeli, che si erano lamentati con lui (poco importa quanti fossero), che non era in suo potere impedire una iniziativa che era nel pieno diritto di altri fedeli prendere.

Oltretutto, per quanto ne so, mi pare che in questo caso non ci fosse una competenza immediata del Vescovo, dal momento che il convegno non si sarebbe tenuto nei locali parrocchiali, ma in locali messi a disposizione dal Comune. Come può il Vescovo impedire un incontro che si svolge in locali su cui egli non esercita alcuna giurisdizione?

Detto questo, mi pare che si debba concedere a Mons. Mani qualche attenuante. Innanzi tutto, va riconosciuto che l’intenzione che lo ha mosso nel prendere quella decisione (secondo me, ripeto, sbagliata) era in sé stessa buona: «Io avevo avvertito a voce il parroco che questa iniziativa avrebbe provocato molti malumori, alla fine sono stato costretto a fermarla». L’intenzione che mi pare di percepire in queste parole era quella di salvaguardare l’unità, una preoccupazione piú che comprensibile in un Vescovo. Che poi il suo intervento abbia ottenuto l’effetto contrario, è un’altra questione; ma almeno la buona fede gli va riconosciuta. Dico questo, perché mi sembra che, in qualche caso, ci siano state delle reazioni un po’ scomposte: è piú che legittimo esprimere il proprio dissenso, l’importante è farlo in maniera civile e con carità cristiana. Dovremmo cercare di evitare in ogni modo di trasferire nella Chiesa un spirito di conflittualità, che è proprio del mondo, ma non si addice in alcun modo alla Sposa di Cristo.

In secondo luogo, mi pare di percepire nelle parole di Mons. Mani un pizzico di amarezza e di delusione. Dopo tutto, lui non ha proibito la celebrazione della Messa nella forma straordinaria nella sua diocesi; a Cagliari c’è una chiesa dove essa viene settimanalmente celebrata; ma sentite che cosa dice nella sua intervista a La Nuova Sardegna: «Se qualcuno pensa che io sia contrario, vada la domenica mattina alle dieci alla basilica di Santa Croce, dove si celebra il rito nella lingua antica. Liberissimi di farlo, solo che domenica scorsa i fedeli erano quindici...». Qualcuno dirà: questo non c’entra nulla. D’accordo. Qualcuno aggiungerà: pura polemica. È vero. In ogni caso, Mons. Mani pone un problema reale, che un Vescovo e tutti noi con lui non possiamo ignorare. Voglio dire che il problema pastorale della scarsa frequenza dei fedeli alla Messa esiste comunque, sia con la Messa di Paolo VI sia con quella tradizionale. Si dirà: suvvia, siamo ad agosto. Certo, ma questo dimostra che i fedeli “tradizionali” non sono marziani, sono come tutti gli altri, sono gente comune, che d’estate va in vacanza. Non c’è niente di male in questo (speriamo solo che vadano a Messa, qualunque essa sia...). Ciò però dovrebbe farci riflettere seriamente, senza pregiudizi e senza ideologie. Certi problemi pastorali vanno al di là del Novus Ordo o della Messa in latino: anziché alimentare sterili polemiche, faremmo bene ad affrontare tutti insieme, come Chiesa, tali problemi.

Gli amici legati alla tradizione non se la prendano, ma qualche volta si ha l’impressione che vogliano passare per i primi della classe: loro hanno le vocazioni; le loro chiese si riempiono; mentre nel resto della Chiesa è tutto uno sfascio. Come si può vedere da quanto osserva l’Arcivescovo di Cagliari, questo non è vero. Siamo tutti sulla stessa barca, con gli stessi problemi. Sarebbe forse il caso di riconoscerci tutti membri dell’unica Chiesa, uniti ai nostri Pastori (Papa e Vescovi), ciascuno con le nostre caratteristiche, pronti a collaborare insieme per la causa del Vangelo.

domenica 9 agosto 2009

XIX domenica "per annum"

«I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

Oggigiorno gli esegeti sono per lo piú d’accordo nel non considerare tutto “eucaristico” il discorso di Gesú nella sinagoga di Cafarnao. Solitamente lo dividono in due parti: la prima (6:22-51a) avrebbe un carattere piú “sapienziale” (il pane sarebbe solo simbolo dell’insegnamento di Gesú, da accogliere nella fede); la seconda parte (6:51b-59) sarebbe quella piú propriamente “eucaristica” (in essa si parla non solo di “pane”, ma anche di “carne” e “sangue”). Il v. 51 fungerebbe da cerniera tra le due parti.

Personalmente, non ritengo che il discorso abbia una cesura cosí netta; ho l’impressione che l’argomentare di Gesú, come in altri passi del vangelo di Giovanni, sia progressivo: Gesú parte dai pani che le folle hanno mangiato per accompagnarle attraverso un percorso spirituale che le porti a poco a poco alla fede in lui e le disponga ad accoglierlo nell’Eucaristia. Tale gradualità viene molto bene evidenziata dalla liturgia, che distribuisce la lettura del discorso in domeniche successive.

La tappa della domenica odierna è quella centrale. A prima vista, potrebbe sembrare che siamo ancora nella parte “sapienziale” del discorso: «Sta scritto nei profeti: E tutti saranno istruiti da Dio. Chiunque ha ascoltato il Padre e imparato da lui, viene a me». In realtà questa sezione del discorso ha un carattere accentuatamente “cristologico”: Gesú sta parlando di sé stesso, del suo “mistero”, del mistero dell’incarnazione. E i Giudei lo capiscono immediatamente: conoscono suo padre e sua madre, conoscono le sue origini. «Come dunque può dire: “Sono disceso dal cielo”?».

Il vero pane disceso dal cielo non è la manna: gli Israeliti la mangiarono, si sfamarono, e poi morirono. Il vero pane disceso dal cielo, invece, è quello che dà la vita eterna (= che fa vivere per sempre). E questo pane è Gesú stesso. Mangiare questo pane significa credere in lui, credere cioè che egli è disceso dal cielo, che egli ha un’origine divina, che egli è il Figlio di Dio.

Tale interpretazione è confermata dai vv. 45 e 46: «Chiunque ha ascoltato il Padre e imparato da lui, viene a me». Per credere in Gesú occorre essere attirati dal Padre (v. 44) e ascoltarlo; il credente è colui che ascolta il Padre. «Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre». Gesú, e solo Gesú, è colui che ha visto il Padre, perché viene da lui.

Non è un caso che, al v. 51, si parli di “carne”. Non mi pare che si tratti ancora di un riferimento diretto all’Eucaristia (non si parla ancora di “sangue”, come avverrà nei vv. successivi); mi sembra piuttosto un riferimento al mistero dell’incarnazione: «E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1:14). Semmai ci si potrebbe vedere anche un riferimento al mistero delle redenzione. Alcuni manoscritti hanno un’aggiunta significativa: «E il pane che io darò è la mia carne che io darò per la vita del mondo». Il Figlio di Dio si è fatto uomo per dare la vita per la salvezza del mondo. La morte sacrificale è già inclusa nel mistero dell’incarnazione: il Verbo assume la carne per offrirla in sacrificio. Per la vita del mondo. Per noi.

venerdì 7 agosto 2009

L’enciclica che non piace ai teocon

Nei giorni scorsi Liberal ha pubblicato un commento di Michael Novak alla Caritas in veritate: “Tanta Caritas, meno Veritas”. Se devo essere sincero, non l’ho trovato cosí chiaro come mi sarei aspettato da un filosofo. Dice e non dice; un colpo al cerchio e uno alla botte: l’atteggiamento tipico di chi vorrebbe essere piú esplicito, ma… o non può, o non vuole esserlo. Su qualche osservazione si può anche essere d’accordo: p. es., “Il lavoro di redazione risulta alquanto scadente” (anche il sottoscritto, nel suo post del 9 luglio 2009, aveva rilevato una mancanza di organicità). Ma qualche giudizio appare decisamente eccessivo: p. es., “enciclica insolitamente blaterante e opaca”; “gergo burocratico”; “vi sono molte altre omissioni di fatti, insinuazioni discutibili ed errori involontari lungo tutta l’enciclica”.

Molto piú chiaro appare invece il commento di George Weigel, che era stato pubblicato il 9 luglio dal blog Fides et Forma col titolo “Caritas in veritate in oro e in rosso”. Piú che di un commento si trattava di una presentazione quanto mai interessante, perché rivelava tutti i retroscena della stesura dell’enciclica. Il titolo del post riprendeva l’idea di fondo dell’articolo di Weigel: sottolineare in oro i passi di sicura composizione ratzingeriana, e in rosso quelli dovuti alla penna della Commissione “Justitia et Pax”. Se ricordate, io stesso nel mio post avevo fatto notare l’intervento di piú mani nella composizione dell’enciclica: Weigel, che è un esperto di dottrina sociale della Chiesa, ci svela il criterio per distinguere i testi da attribuire all’una o all’altra fonte. Un articolo, ripeto, interessantissimo e in buona parte condivisibile. Come si può, per esempio, non convenire con Weigel nella critica ai passi su “gratuità” e “dono” (che si inserirebbero certamente bene in un contesto spirituale, meno in uno socio-economico) o a quelli sull’autorità politica mondiale (che potevano essere giustificati al tempo di Giovanni XXIII; oggi un po’ meno)? Anche qui però si incontrano espressioni un po’ forti: d’accordo che la Caritas in veritate sia un po’ ibrida; ma chiamarla un “ornitorinco” mi sembra sinceramente un po’ eccessivo. Che dire poi della Populorum progressio considerata il “brutto anatroccolo” delle encicliche sociali?

L’articolo di Weigel ci fa capire quale è il problema. Weigel e Novak sono due fra i maggiori esponenti del movimento cosiddetto “teocon” (si veda un veloce resoconto su tale movimento in questo post di www.chiesa). I teocon hanno avuto il loro momento di gloria durante il pontificato di Giovanni Paolo II. Avete notato l’insistente riferimento all’enciclica Centesimus annus? Non escluderei che l’abbiano scritta loro: con quell’enciclica il capitalismo veniva non solo sdoganato, ma in qualche modo “santificato”. Potete immaginare perciò il loro giudizio sulla Populorum progressio e sulla Caritas in veritate, che commemora l’enciclica montiniana. Probabilmente non s’aspettavano un colpo del genere da Benedetto XVI (che passa per essere un Papa conservatore); ecco quindi il tentativo di attribuire l’enciclica a una specie di complotto della Commissione “Justitia et Pax” (“La vendetta di Giustizia e Pace”).

Da parte mia, dirò che mi sembra pienamente legittimo criticare un’enciclica sociale: non si tratta di una definizione dogmatica. In campo socio-economico-politico è possibile una pluralità di opinioni. Ma è altrettanto legittimo criticare la posizione dei teocon. Probabilmente non si sono ancora resi conto della gravità della crisi. Forse ancora pensano che il capitalismo sia il migliore dei sistemi possibili, e non si accorgono che la crisi in cui si agita il mondo attuale (a cominciare dall’America) è proprio un frutto del capitalismo. Che loro, teorici di quel sistema, non si rendano conto dei suoi limiti, può essere anche comprensibile; ma non possono pretendere che la Chiesa chiuda gli occhi di fronte alla realtà. L’enciclica è uscita con due anni di ritardo non solo per il “braccio di ferro” (che ci sarà pur stato) fra il Papa e “Giustizia e Pace”, ma soprattutto perché non si sapeva come affrontare la crisi in corso. E la crisi non è ancora terminata; non sappiamo minimamente come andrà a finire. Per questo mi sembra piú che comprensibile un atteggiamento prudente da parte della Chiesa. Non ci si può illudere che tutto vada bene semplicemente rilevando che negli ultimi anni, in Bangladesh, l’aspettativa di vita è aumentata e il tasso di mortalità infantile è diminuito (ci mancherebbe…). Forse sarebbe auspicabile, da parte dei teocon americani, un pizzico in piú di obiettività.

giovedì 6 agosto 2009

Paolo VI: tutela della fede e difesa della vita umana

Ricorre oggi il 31° anniversario della santa morte di Paolo VI. Mi sono già occupato di lui recentemente (24 giugno 2009: Elogio di Paolo VI), per cui non ho molto da aggiungere, se non che per me, ogni giorno che passa, la sua figura diventa piú grande. Qualcuno — uno dei tanti giornalisti che pensano di rendersi interessanti inventando o ripetendo banalità — ha arricchito la lunga lista di luoghi comuni su Paolo VI denominandolo il “Papa dimenticato”. Non si direbbe: mi sembra che si parli sempre di piú di lui, certo spesso per criticarlo, ma ancora piú spesso per rivalutarne l’insegnamento, che a distanza di anni appare davvero profetico. Rientra in questa rivalutazione l’ultima enciclica di Benedetto XVI Caritas in veritate, che riprende, continua e approfondisce l’insegnamento della Populorum progressio.

Nei giorni scorsi Raffella ha ripubblicato due discorsi di Papa Montini al Concistoro, quello del 24 maggio 1976 e quello del 27 giugno 1977. Il primo di tali discorsi è stato successivamente ripreso da Rinascimento sacro, destando le ire di alcuni lettori, che continuano a perpetuare uno dei tanti stereotipi su Paolo VI: il Papa progressista che ha distrutto la Chiesa. Per me, come ho già detto, egli è, al contrario, il Papa che ha salvato la Chiesa. E lo ha fatto senza alcuna esitazione, checché ne dicano quanti lo accusano di essere stato timido, dubbioso, amletico. Paolo VI, pur nell'innata modestia, nella signorilità del tratto e nel rispetto delle persone, fu sempre pienamente consapevole della missione che Dio gli aveva affidato e la compí senza reticenze o tentennamenti. Quando si recò in visita al Consiglio Ecumenico delle Chiese a Ginevra, il 10 giugno 1969, si presentò con queste parole: «Il Nostro nome è Pietro».

Vorrei commemorarlo oggi ripubblicando quello che fu forse il suo ultimo discorso pubblico, l’omelia pronunciata durante la Messa dei Santi Pietro e Paolo, il 29 giugno 1978, in occasione del XV anniversario della sua incoronazione: una specie di bilancio del suo pontificato. Interessanti i due punti in cui si articola il discorso: "Tutela della fede" e "Difesa della vita umana", le due colonne di quel pontificato e una specie di binario per la Chiesa degli anni avvenire
.


Venerati Fratelli e Figli carissimi,

Le immagini dei Santi Apostoli Pietro e Paolo occupano, oggi piú che mai, il nostro spirito durante la celebrazione di questo rito. Non solo perché ci sono riportate, come di consueto, dal volgere dell’anno liturgico, ma anche per il particolare significato che riveste per noi questo XV anniversario della nostra elezione al Sommo Pontificato, quando, dopo il compimento dell’80° genetliaco, il corso naturale della nostra vita volge al tramonto.

Pietro e Paolo: «le grandi e giuste colonne» (S. Clemente Romano, I, 5, 2) della Chiesa romana e della Chiesa universale! I testi della Liturgia della parola, or ora ascoltati, ce li presentano sotto un aspetto che suscita in noi profonda impressione: ecco Pietro, che rinnova nei secoli la grande confessione di Cesarea di Filippo; ecco Paolo, che dalla cattività romana lascia a Timoteo il testamento piú alto della sua missione. Guardando a loro, noi gettiamo uno sguardo complessivo su quello che è stato il periodo durante il quale il Signore ci ha affidato la sua Chiesa; e, benché ci consideriamo l’ultimo e indegno successore di Pietro, ci sentiamo a questa soglia estrema confortati e sorretti dalla coscienza di aver instancabilmente ripetuto davanti alla Chiesa e al mondo: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16:16); anche noi, come Paolo, sentiamo di poter dire: «Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede» (2 Tm 4:7).

I. TUTELA DELLA FEDE

Il nostro ufficio è quello stesso di Pietro, al quale Cristo ha affidato il mandato di confermare i fratelli (cf Lc 22:32): è l’ufficio di servire la verità della fede, e questa verità offrire a quanti la cercano, secondo una stupenda espressione di San Pier Crisologo: «Beatus Petrus, qui in propria sede et vivit et praesidet, praestat quaerentibus fidei veritatem» (Ep. ad Eutichen, inter Ep. S. Leonis Magni XXV, 2: PL 54, 743-744). Infatti la fede è «piú preziosa dell’oro», dice San Pietro; non basta riceverla, ma bisogna conservarla anche in mezzo alle difficoltà («per ignem probatur», 1 Pt 1:7). Della fede gli Apostoli sono stati predicatori anche nella persecuzione, sigillando la loro testimonianza con la morte, a imitazione del loro Maestro e Signore che, secondo la bella formula di San Paolo «testimonium reddidit sub Pontio Pilato bonam confessionem» (1 Tm 6:13). Ora, la fede non è il risultato dell’umana speculazione (cf 2 Pt 1:16), ma il «deposito» ricevuto dagli Apostoli, i quali lo hanno accolto da Cristo che essi hanno «visto, contemplato e ascoltato» (1 Gv 1:1-3). Questa è la fede della Chiesa, la fede apostolica. L’insegnamento ricevuto da Cristo si mantiene intatto nella Chiesa per la presenza in essa dello Spirito Santo e per la speciale missione affidata a Pietro, per il quale Cristo ha pregato: «Ego rogavi pro te ut non deficiat fides tua» (Lc 22:32) e al Collegio degli Apostoli in comunione con lui: «qui vos audit me audit» (Lc 10:16). La funzione di Pietro si perpetua nei suoi successori, tanto che i Vescovi del Concilio di Calcedonia poterono dire dopo aver ascoltato la lettera loro mandata da Papa Leone: «Pietro ha parlato per bocca di Leone» (cf H. Grisar, Roma alla fine del tempo antico, I, 359). E il nucleo di questa fede è Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, confessato cosí da Pietro: «Tu es Christus, Filius Dei vivi» (Mt 16:16).

Ecco, Fratelli e Figli, l’intento instancabile, vigile, assillante che ci ha mossi in questi quindici anni di pontificato. «Fidem servavi»! possiamo dire oggi, con la umile e ferma coscienza di non aver mai tradito «il santo vero» (A. Manzoni). Ci sia consentito ricordare, a conferma di questa convinzione, e a conforto del nostro spirito che continuamente si prepara all’incontro col giusto Giudice (2 Tm 4:8), alcuni documenti salienti del pontificato, che hanno voluto segnare le tappe di questo nostro sofferto ministero di amore e di servizio alla fede e alla disciplina: tra le encicliche e le esortazioni pontificie, la Ecclesiam suam (9 agosto 1964: AAS 56/1964, 609-659), che, all’alba del pontificato, tracciava le linee di azione della Chiesa in se stessa e nel suo dialogo col mondo dei fratelli cristiani separati, dei non-cristiani, dei non-credenti; la Mysterium fidei sulla dottrina eucaristica (3 settembre 1965: AAS 57/1965, 753-774); la Sacerdotalis caelibatus (24 giugno 1967: AAS 59/1967, 657-697) sul dono totale di sé che distingue il carisma e l’ufficio presbiterale; la Evangelica testificatio (29 giugno 1971: AAS 63/1971, 497-526) sulla testimonianza che oggi la vita religiosa, in perfetta sequela di Cristo, è chiamata a dare davanti al mondo; la Paterna cum benevolentia (8 dicembre 1974: AAS 67/1975, 5-23), alla vigilia dell’Anno Santo, sulla riconciliazione all’interno della Chiesa; la Gaudete in Domino (9 maggio 1975: AAS 67/1975, 289-322) sulla ricchezza zampillante e trasformatrice della gioia cristiana; e, infine, la Evangelii nuntiandi (8 dicembre 1975: AAS 68/1976, 5-76), che ha voluto tracciare il panorama esaltante e molteplice dell’azione evangelizzatrice della Chiesa, oggi.

Ma soprattutto non vogliamo dimenticare quella nostra «Professione di fede» che, proprio dieci anni fa, il 30 giugno del 1968, noi solennemente pronunciammo in nome e a impegno di tutta la Chiesa come Credo del Popolo di Dio (AAS 60/1968, 436-445), per ricordare, per riaffermare, per ribadire i punti capitali della fede della Chiesa stessa, proclamata dai piú importanti Concili Ecumenici, in un momento in cui facili sperimentalismi dottrinali sembravano scuotere la certezza di tanti sacerdoti e fedeli, e richiedevano un ritorno alle sorgenti. Grazie al Signore, molti pericoli si sono attenuati; ma davanti alle difficoltà che ancor oggi la Chiesa deve affrontare sul piano sia dottrinale che disciplinare, noi ci richiamiamo ancora energicamente a quella sommaria professione di fede, che consideriamo un atto importante del nostro magistero pontificale, perché solo nella fedeltà all’insegnamento di Cristo e della Chiesa, trasmessoci dai Padri, possiamo avere quella forza di conquista e quella luce di intelligenza e d’anima che proviene dal possesso maturo e consapevole della divina verità. E vogliamo altresí rivolgere un appello, accorato ma fermo, a quanti impegnano se stessi e trascinano gli altri, con la parola, con gli scritti, con il comportamento, sulle vie delle opinioni personali e poi su quelle dell’eresia e dello scisma, disorientando le coscienze dei singoli, e la comunità intera, la quale dev’essere anzitutto koinonia nell’adesione alla verità della Parola di Dio, per verificare e garantire la koinonia nell’unico Pane e nell’unico Calice. Li avvertiamo paternamente: si guardino dal turbare ulteriormente la Chiesa; è giunto il momento della verità, e occorre che ciascuno conosca le proprie responsabilità di fronte a decisioni che debbono salvaguardare la fede, tesoro comune che il Cristo, il quale è Petra, è Roccia, ha affidato a Pietro, Vicarius Petrae, Vicario della Roccia, come lo chiama San Bonaventura (Quaest. disp. de perf. evang., q. 4, a. 3; ed. Quaracchi, V, 1891, p. 195).

II. DIFESA DELLA VITA UMANA

In questo impegno offerto e sofferto di magistero a servizio e a difesa della verità, noi consideriamo imprescindibile la difesa della vita umana. Il Concilio Vaticano secondo ha ricordato con parole gravissime che «Dio padrone della Vita, ha affidato agli uomini l’altissima missione di proteggere la vita»! (Gaudium et spes, 51) E noi, che riteniamo nostra precisa consegna l’assoluta fedeltà agli insegnamenti del Concilio medesimo, abbiamo fatto programma del nostro pontificato la difesa della vita, in tutte le forme in cui essa può esser minacciata, turbata o addirittura soppressa.

Rammentiamo anche qui i punti piú significativi che attestano questo nostro intento.

a) Abbiamo anzitutto sottolineato il dovere di favorire la promozione tecnico-materiale dei popoli in via di sviluppo, con la enciclica Populorum progressio (26 marzo 1967: AAS 59/1967, 257-299).

b) Ma la difesa della vita deve cominciare dalle sorgenti stesse della umana esistenza. È stato questo un grave e chiaro insegnamento del Concilio, il quale, nella Costituzione pastorale Gaudium et spes, ammoniva che «la vita, una volta concepita, dev’essere protetta con la massima cura; e l’aborto come l’infanticidio sono abominevoli delitti» (n. 51). Non abbiamo fatto altro che raccogliere questa consegna, quando, dieci anni fa, promanammo l’Enciclica Humanae vitae (25 luglio 1968: AAS 60/1968, 481-503): ispirato all’intangibile insegnamento biblico ed evangelico, che convalida le norme della legge naturale e i dettami insopprimibili della coscienza sul rispetto della vita, la cui trasmissione è affidata alla paternità e alla maternità responsabili, quel documento è diventato oggi di nuova e piú urgente attualità per i vulnera inferti da pubbliche legislazioni alla santità indissolubile del vincolo matrimoniale e alla intangibilità della vita umana fin dal seno materno.

c) Di qui le ripetute affermazioni della dottrina della Chiesa cattolica sulla dolorosa realtà e sui penosissimi effetti del divorzio e dell’aborto, contenute nel nostro magistero ordinario come in particolari atti della competente Congregazione. Noi le abbiamo espresse, mossi unicamente dalla suprema responsabilità di maestro e di pastore universale, e per il bene del genere umano!

d) Ma siamo stati indotti altresí dall’amore alla gioventú che sale, fidente in un piú sereno avvenire, gioiosamente protesa verso la propria auto-realizzazione, ma non di rado delusa e scoraggiata dalla mancanza di un’adeguata risposta da parte della società degli adulti. La gioventú è la prima a soffrire degli sconvolgimenti della famiglia e della vita morale. Essa è il patrimonio piú ricco da difendere e avvalorare. Perciò noi guardiamo ai giovani: sono essi il domani della comunità civile, il domani della Chiesa.

Venerati Fratelli e Figli carissimi!

Vi abbiamo aperto il nostro cuore, in un panorama sia pur rapido dei punti salienti del nostro Magistero pontificale in ordine alla vita umana, perché un grido profondo salga dai nostri cuori verso il Redentore; davanti ai pericoli che abbiamo delineato, come di fronte a dolorose defezioni di carattere ecclesiale o sociale, noi, come Pietro, ci sentiamo spinti ad andare a Lui, come a unica salvezza, e a gridargli: «Domine, ad quem ibimus? verba vitae aeternae habes» (Gv 6:68). Solo Lui è la verità, solo Lui è la nostra forza, solo Lui la nostra salvezza. Da lui confortati, proseguiremo insieme il nostro cammino.

Ma oggi, in questo anniversario, noi vi chiediamo anche di ringraziarlo con noi, per l’aiuto onnipotente con cui ci ha finora fortificati, sicché possiamo dire, come Pietro, «nunc scio vere quia misit Deus angelum suum» (At 12:11). Sí, il Signore ci ha assistiti: noi lo ringraziamo e lodiamo; e chiediamo a voi di lodarlo con noi e per noi, per l’intercessione dei Patroni di questa «Roma nobilis» e di tutta la Chiesa, su di essi fondata.

O Santi Pietro e Paolo, che avete portato nel mondo il nome di Cristo, e a Lui avete dato l’estrema testimonianza dell’amore e del sangue, proteggete ancora e sempre questa Chiesa, per la quale avete vissuto e sofferto; conservatela nella verità e nella pace; accrescete in tutti i suoi figli la fedeltà inconcussa alla Parola di Dio, la santità della vita eucaristica e sacramentale, l’unità serena nella fede, la concordia nella carità vicendevole, la costruttiva obbedienza ai Pastori; che essa, la santa Chiesa, continui a essere nel mondo il segno vivo, gioioso e operante del disegno redentivo di Dio e della sua alleanza con gli uomini. Cosí essa vi prega con la trepida voce dell’umile attuale Vicario di Cristo, che a voi, o Santi Pietro e Paolo, ha guardato come a modelli e ispiratori; e cosí custoditela, questa Chiesa benedetta, con la vostra intercessione, ora e sempre, fino all’incontro definitivo e beatificante col Signore che viene.

Amen, amen.

mercoledì 5 agosto 2009

Peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio

Nel mio post di lunedí scorso affermavo che, secondo me, la grande colpa dell’Europa è l’apostasia; e identificavo questa con uno dei “sei peccati contro lo Spirito Santo”: impugnare la verità conosciuta. Chi, come me, nella sua infanzia, ha studiato il Catechismo di San Pio X, ricorderà che gli altri cinque peccati sono rispettivamente: disperazione della salute; presunzione di sal­varsi senza merito; invidia della grazia altrui; ostinazione nei peccati; impenitenza finale. E ricorderà pure che «I peccati contro lo Spirito Santo sono dei piú gravi e funesti, perché con essi l’uomo si oppone ai doni spirituali della verità e della grazia, e perciò, anche potendolo, difficilmente si converte» (n. 153). Sarà pur stato troppo schematico e mnemonico, però il Catechismo della dottrina cristiana, io lo trovavo molto comodo e pratico per la sua chiarezza, tanto che vi ho sempre fatto riferimento (pur con qualche adattamento) nell’insegnamento del catechismo ai fanciulli.

Personalmente, trovo molto ben fatti sia il Catechismo della Chiesa Cattolica sia il suo successivo Compendio. Adesso, per esempio, sto usando il Compendio per fare il catechismo ai seminaristi del primo anno (eh sí, vi sembrerà strano, ma ora nei seminari, durante il primo anno, prima di iniziare qualsiasi altro tipo di formazione, bisogna dare una istruzione catechetica di base, insieme a un avviamento alla vita spirituale e a un’integrazione della preparazione culturale), e non posso proprio lamentarmi: in sintesi c’è tutto.

Però devo riconoscere che certe definizioni cosí precise, chiare e incisive si sono perse. Che cosa dice il CCC a proposito dei peccati contro lo Spirito Santo? «“Qualunque peccato o bestemmia sarà perdonata agli uomini, ma la bestemmia contro lo Spirito non sarà perdonata” (Mt 12,31). La misericordia di Dio non conosce limiti, ma chi deliberatamente rifiuta di accoglierla attraverso il pentimento, respinge il perdono dei propri peccati e la salvezza offerta dallo Spirito Santo. Un tale indurimento può portare alla impenitenza finale e alla rovina eterna» (n. 1864). Per carità, tutto giusto; il nuovo testo sarà pure biblicamente e teologicamente piú ricco; ma… l’elencazione di quei “sei peccati contro lo Spirito Santo” mi sembrava assai piú esplicita e incisiva.

Mi veniva in mente tale riflessione in questi giorni, a proposito della pillola RU486. Direte: che c’entra? Nel Catechismo di San Pio X, dopo i “sei peccati contro lo Spirito Santo”, venivano elencati i “quattro peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio”: omicidio volontario; peccato impuro contro natura; oppressione dei poveri; defraudare la mercede agli operai. Di tali peccati si diceva: «I peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio, sono dei piú gravi e funesti, perché direttamente contrari al bene dell’umanità e odiosissimi, tanto che provocano, piú degli altri, i castighi di Dio» (n. 154). Tali peccati sono diventati, nel nuovo Catechismo, i “peccati che gridano verso il cielo”: «Gridano verso il cielo: il sangue di Abele (cf Gen 4:10); il peccato dei Sodomiti (cf Gen 18:20; Gen 19:13); il lamento del popolo oppresso in Egitto (cf Es 3:7-10); il lamento del forestiero, della vedova e dellorfano (cf Es 22:20-22); l’ingiustizia verso il salariato (cf Dt 24:14-15; Gc 5:4)» (n. 1867). Anche qui, le medesime osservazioni: tutto giustissimo; ma non vi sembra che non ci sentiamo affatto coinvolti? Che cosa volete che mi importi del popolo oppresso in Egitto quattromila anni fa? (Fra parentesi devo lamentare che nel Compendio si è persa qualsiasi traccia tanto della bestemmia contro lo Spirito Santo quanto dei peccati che gridano al cielo, sia nel testo che nelle “formule di dottrina cattolica” finali).

Ebbene, mi tornavano in mente i “peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio” a proposito della RU486, perché, forse, sarebbe assai piú incisivo, da parte della Chiesa, rammentare agli uomini che l’aborto è un “peccato che grida vendetta al cospetto di Dio” e che, come tale, provoca, piú degli altri, i castighi di Dio. Certamente, nessuno può accusare la Chiesa di silenzio di fronte alla tragedia dell’aborto. Se c’è una cosa che non si può rimproverare alla Chiesa odierna è uno scarso impegno in difesa della vita. Anche nel caso della pillola abortiva immediata è stata la reazione delle gerarchie ecclesiastiche. Mons. Sgreccia ha ribadito che si tratta di un vero e proprio aborto e, come tale, è un delitto e peccato in senso morale e giuridico e quindi comporta la scomunica latae sententiae. Giustissimo. Pensate però che parlare di scomunica, nella situazione attuale, sia sufficiente? Non credo che la gente oggi sia poi cosí preoccupata di essere scomunicata. Non sarebbe invece costretta a riflettere se le ricordassimo che si tratta di un peccato che grida vendetta al cospetto di Dio?

lunedì 3 agosto 2009

Cristianesimo e Islam #2

La settimana scorsa in Nigeria; questi giorni in Pakistan. Le violenze dei musulmani contro i cristiani sembrano moltiplicarsi. Qualcuno potrebbe persare: c’è da meravigliarsi? È sempre stato cosí, e sempre lo sarà.

Torno sull’argomento “Cristianesimo e Islam”, perché qualche lettore, che pure mi legge regolarmente e si trova in genere d’accordo con quanto scrivo, quando incomincio a parlare di Islam, fa fatica a seguirmi. Posso anche capire il motivo: la mia posizione in materia è difficilmente inquadrabile negli schemi correnti di destra/sinistra, progressista/conservatore. Secondo tali sbrigative schematizzazioni chi è — o meglio, appare — di destra, dovrebbe purte essere per lo “scontro di civiltà”, su cui ha insistito per anni la propaganda americana. Ho già detto in altra occasione che io in questa destra secolarizzata, postmoderna e neocon non mi ci ritrovo affatto. Preferisco andare per la mia strada, infischiandomene della destra e della sinistra (che sono etichette del tutto sorpassate) e cercando di guardare alla realtà, per quanto mi è possibile, con obiettività.

Anche nel caso presente, non posso chiudere gli occhi dinanzi alla realtà. Non posso negare che ci siano dei cristiani che vengono perseguitati dai musulmani. Purtroppo, personalmente, non posso fare nulla per evitare queste tragedie, se non pregare per le vittime e per i loro carnefici. Se i governi e gli organismi internazionali possono fare qualcosa di piú sul piano diplomatico, ben venga. Quel che mi rifiuto di fare è di pensare: 1) che è sempre stato così, e sempre lo sarà; 2) che sia inevitabile uno “scontro di civiltà”.

Innanzi tutto, sul piano storico, non è vero che è sempre stato cosí. È vero che l’Islam ha conquistato molti territori dell’Asia e dell’Africa precedentemente cristiani; è vero che prima gli Arabi e poi i Turchi hanno cercato di conquistare anche l’Europa (in parte riuscendoci); ma non è vero che essi volessero la morte o la conversione forzata dei cristiani. L’Islam crede che la terra appartiene ad Allah, e perciò deve essere a lui sottomessa. Quanto ai popoli che la abitano, se pagani, devono essere convertiti; se cristiani o ebrei, possono continuare a professare la loro religione (pagando un tributo). Per questo motivo, nel mio precedente post scrivevo che l’Islam “è sempre stato piuttosto tollerante”. Allora, come mai i cristiani sono quasi scomparsi dai territori arabi? Non perché siano stati uccisi o costretti a convertirsi, ma semplicemente perché essi stessi hanno preferito convertirsi piuttosto che pagare il tributo. L’Europa meridionale invece, che pure è stata dominata dagli arabi per alcuni secoli, è rimasta cristiana. Ma anche in Medio Oriente, prima sotto il dominio arabo e poi sotto quello turco, sono rimaste a lungo fiorenti numerose comunità cristiane: ortodossi bizantini, armeni, maroniti, caldei, ecc. Per secoli musulmani, ebrei e cristiani hanno convissuto, certamente fra mille tensioni, ma senza scannarsi a vicenda. È stato solo in epoca moderna, con la fine dell’Impero Ottomano, che sono incominciate le varie “pulizie etniche”: l’espulsione dei Greci dal Ponto, il genocidio degli Armeni, le guerre civili libanesi, quello che sta accadendo oggi ai cristiani in Terra Santa e in Iraq. Ripeto, questi fenomeni, non appartengono alla tradizione dell’Islam. Appunto per questo dobbiamo analizzare tali fenomeni con estrema attenzione, per cercare di capirli, prima di mettere la lancia in resta e partire per una nuova crociata.

Da parte mia, ho cercato di dare una spiegazione. Non pretendo di aver ragione: è solo un tentativo di capire che cosa sta avvenendo. Sono pronto ad accettare qualsiasi spiegazione alternativa. Dicevo nel mio post che, secondo me, il fanatismo islamico può essere spiegato “come una forma di reazione a un supposto attacco, una forma di autodifesa, quanto si vuole irrazionale ma comprensibile, della propria civiltà”. Ho l’impressione che l’Islam si senta assediato dall’Occidente; si rende conto della propria debolezza, sa che il sistema di vita occidentale potrebbe travolgerlo; e perciò si difende, spesso facendo ricorso alla violenza (ripeto che il “terrorismo” in questo discorso non c’entra nulla; è un fenomeno diverso, che andrebbe trattato a parte).

Si tenga conto anche di un altro fattore, che spesso sfugge a noi occidentali. In Occidente, solitamente, mentre abbiamo l’impressione che l’Islam stia avanzando inesorabilmente, abbiamo un’immagine di Chiesa ripiegata su sé stessa, in profonda crisi, in alcuni paesi in via di estinzione. Ma questa non è la realtà della Chiesa (e di altre confessioni cristiane) in altri continenti (specialmente in Asia e in Africa). Qui il Cristianesimo è una realtà estremamente viva, in piena espansione. Esso rappresenta una seria minaccia per le religioni tradizionali, che spesso si trascinano e appaiono impreparate ad affrontare la sfida della modernità. Questo spiega le leggi anticonversione in alcuni Stati e le diffuse violenze contro sacerdoti e fedeli.

Questo ci fa capire come l’Islam (alla stregua di altre religioni) non è poi cosí forte come potrebbe apparire. Ciò non significa che non esista un reale pericolo di islamizzazione dell’Europa. Ma la colpa, in questo caso, non è dell’Islam, bensí dell’Europa. È l’Europa che si sta suicidando. Prendete il problema demografico: se gli europei non fanno piú figli, è colpa dei musulmani? È ovvio che, prima o poi, il posto degli europei, nel frattempo scomparsi, verrà preso da qualcun altro. Capisco che una prospettiva del genere ci mette in agitazione; ma, a quanto pare, non modifica per nulla le nostre abitudini. La cosa non mi meraviglia piú di tanto. Sono sempre stato del parere che la grande colpa dell’Europa sia l’apostasia; e l’apostasia (“impugnare la verità conosciuta”) è uno dei peccati contro lo Spirito Santo, che non possono essere perdonati.

Dobbiamo perciò rassegnarci a vedere un’Europa islamizzata? Spero di no. La mia speranza (qualcuno la chiamerà “illusione”) è che i musulmani diventino cristiani. Solitamente si afferma che ciò è impossibile, perché l’Islam è successivo al Cristianesimo e pretende di essere la rivelazione definitiva: diventare cristiani sarebbe come un tornare indietro (come se un cristiano si facesse ebreo). Questo è un ragionamento completamente astratto che non tiene conto di un fatto semplicissimo: che il Cristianesimo è l’unica vera religione. Le religioni non possono essere giudicate solo su un piano storico, per cui quella che viene dopo è, di per sé, migliore della precedente; se noi crediamo che Gesú Cristo è il Figlio di Dio, inevitabilmente saremo anche convinti che prima o poi egli sarà riconosciuto e accolto da tutti i popoli. Come si spiega allora l’Islam, che è venuto dopo la rivelazione cristiana? Possiamo interpretarlo in due modi diversi, ripresi entrambi dalla tradizione: o come una “eresia” cristiana (cosí era considerato nel Medioevo) o come una praeparatio evangelica (come vennero considerate le filosofie pagane dai primi cristiani). Nell’uno e nell’altro caso, non si può escludere una conversione dell’Islam al Cristianesimo.

Io voglio guardare al fenomeno in corso delle migrazioni con l’occhio con cui alcuni cristiani guardarono al fenomeno delle invasioni barbariche. Ovviamente, a quel tempo, molti, legati alla civiltà romana (come noi lo siamo oggi alla civiltà europea), erano terrorizzati dall’arrivo dei barbari, perché avrebbero distrutto la civiltà romana e la religione cristiana. Ma c’era qualcuno che invece, con lungimiranza, vedeva in quel fenomeno la mano della Provvidenza. Vi cito quanto scriveva lo storico Paolo Orosio, contemporaneo di Sant’Agostino, alla fine della sua Storia:

«Quamquam si, ob hoc solum Barbari Romanis finibus immissi forent, quod vulgo per Orientem et Occidentem ecclesiae Christi Hunnis et Suevis, Vandalis et Burgundionibus, diversisque et innumeris credentium populis replentur, laudanda et attollenda Dei misericordia videretur [= se anche i barbari fossero stati introdotti nel territorio romano solo a questo scopo, perché dovunque, in Oriente e in Occidente, le chiese di Cristo si riempissero di Unni e Svevi, di Vandali e Burgundi, e di diversi e innumerevoli popoli, sembrerebbe che si debba lodare ed esaltare la misericordia di Dio]» (Historiae adversus paganos, VII, 41).

Poteva sembrare assurdo, a quell’epoca, pensare che i barbari potessero un giorno riempire le chiese. Eppure avvenne. E nacque una nuova civiltà: l’Europa, appunto. Chi ci impedisce di nutrire oggi la stessa speranza? Chi ci impedisce di sperare che le nostre chiese, disertate dagli europei, possano un giorno riempirsi di arabi, di turchi e di persiani, non perché nel frattempo quelle chiese saranno state convertite in moschee (come avvenne, ahimè, per Santa Sofia), ma perché nel frattempo quelle genti si saranno convertite a Cristo? Qualcuno dirà: Impossibile! Io non sarei cosí categorico. Gesú ha detto: “Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio” (Mc 10:27).

domenica 2 agosto 2009

XVIII domenica "per annum"

Quando la folla vide che Gesú non era piú là e nemmeno i suoi discepoli salí sulle barche e si diresse alla volta di Cafarnao alla ricerca di Gesú ... "In verità, in verità vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati".

La folla cerca Gesú; ma la loro ricerca non è disinteressata; li spinge un tornaconto materiale: Gesú è colui che può sfamarli gratuitamente. Per questo volevano farlo re. Avevano visto il miracolo, ma non avevano capito niente. Gesú non se la prende, ma cerca di farli maturare spiritualmente: "Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna".

"Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?".

Ancora non capiscono. Gesú dice loro: "Datevi da fare"; e loro, da buoni giudei, pensano che si tratti di fare qualcosa, che sia tutto una questione di opere. Ma Gesú precisa: "Questa è l'opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato". Ciò che conta non sono le opere, ma la fede.

"Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai?
".

"OK, siamo disposti a crederti; ma prima devi dimostrarci la tua autorità: per favore, dacci un segno, possibilmente uno simile a quello della manna nel deserto". Ma come? Rimaniamo strabiliati: avevano appena assistito a un segno simile a quello della manna, e ora vanno cercando altri segni? Abbiamo qui la riprova che non avevano capito nulla. Forse, la maggior parte di loro non s'era neppure accorta del miracolo: avevano mangiato, senza neppure chiedersi da dove provenisse quel pane; forse pensavano che Gesú si fosse portato dietro un rifornimento di pane e di pesci per i suoi simpatizzanti... Gesú, ancora una volta, non si scompone. Lui, che aveva appena finito di dare un segno — e che segno! — precisa che non darà alcun segno; meglio, che non sarà lui a dare il segno che attendono; è il Padre che dà tale segno: "È il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero". Gesú stesso è il segno che il Padre dà agli uomini, il pane di cui loro sono alla ricerca, non quello materiale, ma quello vero, quello dal cielo: "Io sono il pane della vita". Per cogliere questo segno, è necessaria la fede: "Chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!".

sabato 1 agosto 2009

Compromesso o chiarezza?

Qualcuno di voi si chiederà: Che ne è stato della lettera aperta a Mons. Fellay di lunedí scorso? Beh, devo dire che gli angeli hanno svolto molto bene il loro lavoro… Quella lettera ha avuto una enorme diffusione (è stata letta da centinaia di persone); e ho fondati motivi di pensare che sia giunta a destinazione.

Nei giorni scorsi questo blog ha visto aumentare notevolmente il numero dei contatti giornalieri. La lettera è stata poi ripresa o segnalata da non pochi altri blog e siti, in Italia e all’estero.

In Italia, la lettera è stata pubblicata integralmente da Rinascimento sacro (che ringrazio per l’attenzione che sta dedicando ultimamente ai miei post) ed è stata segnalata da Papa Ratzinger blog [2] e dai forum Oriens e Cattolici Romani.

Beatrice, come al solito, ha immediatamente tradotto la lettera in francese e l’ha postata sul suo sito Benoît et moi. Di lí essa è stata ripresa da Eucharistie Miséricordieuse, Forum Catholique (a tutt’oggi, 775 contatti!), TradiNews, Le blog de Saint Michel Archange, Saint Michel de Rolleboise, Le Nouvelliste.

Padre Clécio Silva dos Santos, a sua volta, ha tradotto la lettera in portoghese e l’ha postata sul suo blog Oblatus.

In genere, i commenti sono stati piú che favorevoli, con qualche stonatura (ci sarà sempre qualcuno che ha da ridire su tutto e su tutti...). D’altra parte, non ho scritto la lettera per ricevere apprezzamenti da chicchessia, ma semplicemente per favorire, se possibile, la riconciliazione nella Chiesa. Mi fa in ogni caso piacere rilevare come il clima sia, da entrambe le parti, positivo: mi pare di percepire che c’è in tutti un gran desiderio di arrivare presto a una ricomposizione della frattura; il che fa ben sperare in un successo dei colloqui.

Ovviamente, da parte della Fraternità di San Pio X, nessuna reazione ufficiale: non era né prevista né richiesta né attesa. Mi basta sapere che il messaggio sia giunto a destinazione. In ogni caso, ho letto con piacere, proprio ieri, su APCom un’intervista a Mons. Fellay (se ne veda il testo completo su Papa Ratzinger blog [2]). Sarà certamente un caso che essa giunga pochi giorni dopo il mio intervento, ma in ogni modo, io la considero come una specie di risposta indiretta alla mia lettera. In tale intervista, il Superiore generale della FSSPX non dice nulla di nuovo (se non che i colloqui inizieranno molto probabilmente in autunno) e ribadisce la tesi dello “stato di necessità” per giustificare la posizione della Fraternità. Mons. Fellay, che è persona intelligente, di solito sa smarcarsi abbastanza bene di fronte alle domande insidiose. Questa volta però mi pare di cogliere un certo imbarazzo nella sua risposta all’obiezione di possibili divisioni esistenti all’interno della Fraternità. Mons. Fellay passa al contrattacco, evidenziando divisioni anche in Vaticano (e non ha tutti i torti); ma poi, per quanto cerchi di giustificare la diversità di punti di vista, a un certo punto non sa come venirne fuori: si veda la contorta reazione al giudizio di Williamson sul Concilio (“torta avvelenata da gettare nella pattumiera”): “Direi il concetto in un altro modo. Ma non lo so se non sono d’accordo”. In ogni caso, è piú che comprensibile: chiunque, al suo posto, si comporterebbe allo stesso modo.

Molto interessante come Mons. Fellay risponde alla domanda: “E sul Concilio, accetterete il compromesso con Roma?”. Risposta: “Non dobbiamo fare alcun compromesso sul Concilio. Non ho nessuna intenzione di fare un compromesso. La verità non sopporta il compromesso. Non vogliamo un compromesso, chiediamo chiarezza sul Concilio”. Penso che possiamo trovarci tutti d’accordo su questa posizione. Non si tratta di fare compromessi (questi potranno essere fatti su altre questioni, per esempio di carattere canonico e disciplinare). I problemi dottrinali non si risolvono con i compromessi. Si tratta piuttosto di un problema di chiarezza. Una chiarezza che non solo Mons. Fellay e i lefebvriani attendono, ma di cui tutta la Chiesa sente urgente bisogno. Solo nella chiarezza (nello “splendore della verità”) sono possibili l’unità e la riconciliazione.