mercoledì 9 settembre 2009

Auditel liturgico e "riforma della riforma"

Padre Augé ha pubblicato l’altro ieri sul suo blog (Liturgia Opus Trinitatis) un sondaggio informale condotto fra i clarettiani latinoamericani partecipanti al capitolo generale della loro Congregazione. Tema del sondaggio: la situazione liturgica in America Latina, ricorso alla forma straordinaria del rito romano, parere su una eventuale “riforma della riforma”. I risultati del sondaggio sono: la riforma liturgica è stata pacificamente accettata; solo gruppi marginali celebrano la Santa Messa usando il messale del 1962; l’eventualità di una “riforma della riforma” viene vista con apprensione.

Capisco pienamente l’intenzione del Padre Augé nel promuovere tale sondaggio: dimostrare che, a differenza di Europa e Nord America (dove ci sono gruppi di una certa consistenza che fanno ricorso all’usus antiquior), in America Latina (dove vive «quasi la metà dei cattolici dell’intero pianeta») questa esigenza non è in alcun modo sentita. Per cui viene spontanea la domanda: è proprio cosí urgente pensare a una “riforma della riforma”, quando la riforma liturgica va bene cosí com’è (semmai «in alcuni ambienti c’è il desiderio di testi piú attuali, piú vicini alla sensibilità della gente; se volete, alcuni vorrebbero una riforma della riforma che vada avanti nella linea di quella posteriore al Vaticano II»)?

Confesso che, fra me e me, avevo fatto anch’io considerazioni analoghe. Non conosco la realtà latinoamericana (solo venticinque anni fa ebbi l’occasione di trascorrere un mese in Brasile e di rendermi conto di quale fosse, allora, la situazione della Chiesa in quel paese). Posso però parlare della mia limitatissima esperienza quinquennale nelle Filippine. Ebbene, da quel che ho sperimentato in questo paese, potrei confermare in pieno i risultati del sondaggio di Padre Augé: la situazione è praticamente la stessa (non per niente, le Filippine sono considerate un pezzo di America Latina finito per sbaglio in Asia...). La riforma liturgica è pacificamente accettata in ogni ambiente; la partecipazione dei fedeli è buona (sia quantitativamente sia qualitativamente); non ci sono grossi abusi (anche se naturalmente si potrebbe fare meglio); non si sente nessun bisogno di “tornare all’antico” (anche perché nessuno sa di che cosa si tratti); il rito tridentino è usato solo da piccoli gruppi marginali; sarebbe difficilmente ipotizzabile una “riforma della riforma”, che annulli i cambiamenti introdotti nella liturgia dopo il Concilio.

Eppure c’è qualcosa che non torna nel sondaggio di Padre Augé. Il suo difetto non è quello di non essere scientifico (se si facesse un sondaggio scientifico, sono sicuro che otterrebbe i medesimi risultati). Il difetto è alla radice, nell’idea che lo ha ispirato, quasi che le riforme, nella Chiesa, si debbano fare in base ai sondaggi. Per carità, non voglio dire che non sia lecito fare i sondaggi, che non si possa sentire il polso della “base”; lo si può fare tranquillamente; ma non dovrebbe essere questo il criterio ultimo di decisione da parte della Chiesa. Certo, nel prendere le sue decisioni, la Chiesa deve anche tener conto di ciò che i fedeli (clero e laici) pensano, ma poi le sue decisioni devono essere ispirate unicamente a ciò che è giusto in sé e a ciò che è, obiettivamente, bene per i fedeli. Sappiamo a che cosa ha portato la politica dell’Auditel: alla TV-spazzatura. Compito dell’autorità, di qualsiasi autorità, non è quello di rincorrere il consenso e assecondare a tutti i costi i gusti della gente, ma quello di perseguire il bene comune.

Giustamente qualche lettore ha ricordato a Padre Augé che la stessa riforma liturgica non è nata come risposta a un’esigenza dei fedeli, ma è stata in qualche modo “imposta” dall’alto. Qualcun altro ha replicato che essa è il frutto del movimento liturgico, esistente da decenni prima del Concilio. È vero, ma spesso si dimentica che tali movimenti sono generalmente movimenti di élite, che non coinvolgono in alcun modo le masse. Io ero bambino, quando è stata fatta la riforma liturgica, ma ricordo molto bene le reazioni dei fedeli: se le persone semplici (come la mia povera mamma) l’accolsero con favore («Almeno adesso capiamo qualcosa!»), le persone di una certa cultura fecero molta fatica ad accettarla. In ogni caso, la Chiesa ritenne giusto procedere a tale riforma; e io penso che fece bene. A parte tutte le altre considerazioni che si potrebbero fare, la Chiesa forse prevedeva che il suo volto stava cambiando; forse percepiva che il suo futuro non sarebbe piú stato in Europa, ma in altre parti del mondo, e si rendeva conto che doveva adattarsi a questa nuova prospettiva. La storia le ha dato ragione: ormai la maggior parte dei cattolici vive fuori d’Europa. Forse, anche la riforma liturgica ha contribuito a farli sentire protagonisti nella Chiesa.

Ciò non significa, però, che tutto vada bene, e che si possa riposare sugli allori, respingendo chiunque venga a disturbare la pax liturgica esistente con l’ipotesi di una inutile “riforma della riforma”. Come la Chiesa è stata lungimirante cinquant’anni fa (quando tutto sembrava andare bene), cosí deve continuare a esserlo oggi. Non mancano i segni di una crisi strisciante, non solo in Europa (dove ormai siamo allo stadio terminale), ma anche in America Latina (io avevo percepito le avvisaglie di tale crisi già venticinque anni fa). Proprio mentre Padre Augé scriveva il suo post, il Papa riceveva un gruppo di Vescovi brasiliani, ai quali ricordava la secolarizzazione del loro paese e l’«autosecolarizzazione» della loro Chiesa... Io potrei dire la stessa cosa delle Filippine: per il momento la situazione è tranquilla, ma da un momento all’altro potrebbe cambiare tutto. Non sarebbe la prima volta che un paese profondamente cattolico, da un giorno all’altro, si ritrovi completamente secolarizzato: si pensi alla Polonia o all’Irlanda. La Chiesa deve prevedere e, per quanto possibile, prevenire certi fenomeni. Anche la liturgia svolge un ruolo importante in tale opera di prevenzione. Per cui non escluderei a priori la possibilità di una “riforma della riforma”.

Convengo che si tratta di una impresa delicatissima e riconosco che abbiamo tutti, ancora, le idee abbastanza confuse. Di che cosa dovrebbe trattarsi? Nessuno lo sa; forse, neppure Papa Ratzinger che ha lanciato l’idea. Non mi sembra un caso che, dopo quattro anni di pontificato, gli unici interventi in materia liturgica sono stati l’inserimento, nel messale latino, di alcune formule di dimissione dell’assemblea alternative all’Ite, missa est, e un nuovo stile, per altro non molto imitato altrove, delle celebrazioni pontificie. Non è un caso neppure che la notizia, data da Andrea Tornielli, di alcune ipotesi di “riforma della riforma”, che sarebbero all’esame della Congregazione del Culto divino, sia stata immediatamente smentita. Il motivo non credo sia, come sostengono alcuni, solo quello di voler coinvolgere l’episcopato, ma sia soprattutto quello che non si sa ancora bene che cosa fare e ci si rende conto che è incombente il pericolo dell’ibridismo (da cui non mi sembra del tutto esente lo stesso nuovo stile delle celebrazioni pontificie).

Io stesso non ho affatto le idee chiare in materia. Però penso che qualche punto si potrebbe cominciare a fissarlo, perché altrimenti non si comincia mai. Provo a buttar giú qualche appunto.

1. “Riforma della riforma” non significa rinnegamento della riforma liturgica, che, nell’insieme, può essere giudicata positivamente.

2. “Riforma della riforma” non significa, di per sé, ritorno al passato: certamente non significa un ritorno alla liturgia preconciliare (ciò non esclude che chi lo voglia possa celebrare secondo la forma straordinaria, a norma del motu proprio Summorum Pontificum; qui si sta parlando della forma ordinaria); semmai, se proprio ci deve essere un ritorno al passato, questo dovrebbe essere un “ritorno al Concilio”, vale a dire una piú attenta applicazione di quanto il Vaticano II aveva previsto.

3. “Riforma della riforma” va intesa, innanzi tutto, come completamento della riforma liturgica iniziata. Questa infatti non è stata ancora del tutto attuata. Un esempio: la riforma della liturgia delle ore prevedeva la pubblicazione di un “Lezionario facoltativo” (Principi e norme della liturgia delle ore, n. 161), che non è stato ancora pubblicato. En passant, un affezionato lettore recentemente mi segnalava il sito Schola Saint Maur, dove si riconosce la necessità di un grande lavoro ancora da fare in campo musicale (per un auspicabile “re-incantamento” della liturgia).

4. “Riforma della riforma” va intesa, in secondo luogo, come continuazione della riforma liturgica, che preveda la correzione di eventuali errori commessi (non bisogna avere paura di riconoscere onestamente gli sbagli, se ci sono stati), il recupero di elementi frettolosamente abbandonati dell’antica liturgia e l’introduzione di ulteriori adattamenti che dovessero rendersi necessari. Non si tratta perciò di sconfessare il cammino finora percorso, ma di proseguire sulla stessa linea. Del resto, in questi anni si sono già avuti non pochi adattamenti: se si confronta la terza edizione del messale latino con la prima si scopriranno numerose differenze.

5. Capisco che un conto è parlare in astratto e un conto è poi decidere quali concrete modifiche apportare; ma non è che dobbiamo fare noi, qui e ora, la “riforma della riforma”; ci stiamo solo chiarendo le idee. In ogni caso, onde evitare ibridismi, bisognerà tenere presente un altro principio generale: ogni modifica dovrà essere coerente con l’insieme del rito e non dovrà rompere l’equilibrio e l’armonia della celebrazione.

Personalmente ritengo che tali punti si potrebbero fissare in maniera definitiva, ma non escludo che essi possano essere corretti e che se ne possano aggiungere altri. Una volta chiariti i principi, si potrà iniziare a considerare le singole proposte di riforma. Senza paura di quel che dirà la gente: l’esperienza mi insegna che i fedeli sono pronti ad accogliere qualsiasi novità, purché si tratti di cose serie, e non solo di trovate estemporanee, dettate dall’ultima moda o dalla fantasia e dai gusti personali di questo o quel sacerdote.

martedì 8 settembre 2009

Dossetti e Baget Bozzo

Strano destino quello di don Giuseppe Dossetti e don Gianni Baget Bozzo: i due sacerdoti hanno una storia molto simile, ma con esiti opposti. Entrambi militano nella DC (all’inizio su posizioni affini); entrambi lasciano la politica attiva e diventano sacerdoti; entrambi crescono all’ombra di due figure emblematiche della Chiesa italiana del Novecento (il Card. Giacomo Lercaro e il Card. Giuseppe Siri). Ma forse proprio per questo, per essersi formati alla scuola di due Vescovi cosí diversi fra loro, finiscono per ritrovarsi su fronti opposti. Entrambi diventano esponenti, ispiratori, “anime” del movimento cattolico italiano, ciascuno di uno dei due schieramenti che oggi si fronteggiano: uno diventa ispiratore dei “cattolici democratici”; l’altro, dei “cattolici liberali”. Il primo potrebbe essere considerato il gran patron di Prodi e, in qualche modo, il promotore dell’Ulivo prima e del Partito Democratico poi; il secondo, il gran patron di Berlusconi e il “padre spirituale” della Casa delle libertà prima e del Partito della Libertà poi (già solo questa osservazione la dice lunga sull’influsso tuttora esercitato dal cattolicesimo nella politica italiana).

Se si considera l’evoluzione della loro esperienza, ci si accorge che non solo sul piano intellettuale si ritrovano su fronti opposti, ma anche le loro scelte di vita si differenziano in maniera radicale. Dossetti, dopo aver lasciato la politica ed essere diventato sacerdote, a un certo punto abbandona anche la presenza attiva nella Chiesa e si dà completamente a vita monastica; Baget Bozzo, al contrario, una volta diventato prete, continua ad occuparsi di politica, non solo, ma a un certo punto torna alla militanza attiva e, per questo, viene sospeso a divinis. Se si fa un confronto fra le due figure, la prima potrebbe apparire molto piú spirituale della seconda. E di fatto lo è. Ma possiamo affermare categoricamente che Dossetti fu piú cattolico di Baget Bozzo? Devo ammettere di non conoscere abbastanza le due figure per esprimere un giudizio definitivo; ma ci sono degli indizi che mi portano a concludere che Baget Bozzo, al di là delle apparenze, fosse piú cattolico di Dossetti.

Recentemente è stato pubblicato il libro, scritto da Baget Bozzo in collaborazione con Pier Paolo Saleri, Giuseppe Dossetti. La Costituzione come ideologia politica, Ares, pp. 272. Sul sito della casa editrice Ares si può trovare il link alle diverse recensioni comparse sulla stampa in occasione dell’uscita del volume. Il 1° luglio 2009 il Giornale ha riprodotto un brano tratto da tale volume. Lo trovo estremamente illuminante, perché riassume in poche battute l’evoluzione politico-spirituale di Dossetti e il suo influsso nella vita della Chiesa (in tale brano non ci si occupa del suo influsso sulla politica italiana).

Confesso che non sapevo del ruolo di primo piano svolto da Dossetti durante il Concilio Vaticano II, come “segretario dei moderatori” (e questo spiega come mai la “Scuola bolognese” si sia poi considerata l’interprete autorevole del Vaticano II e la custode dell’autentico “spirito del Concilio”). Non sapevo del suo «tentativo di dare una svolta radicale al Concilio ponendo ai voti la dichiarazione sulla collegialità della Chiesa», tentativo che trovò in Paolo VI un inflessibile oppositore. E non sapevo che tale opposizione perdurò dopo il Concilio; anzi, si radicalizzò fino al punto che Papa Montini rifiutò di nominare Dossetti, già vicario generale dell’Arcidiocesi di Bologna, anche vescovo ausiliare. «Fu la definitiva rottura di Dossetti con il papato».

Alla luce di queste, che a me appaiono come vere e proprie rivelazioni, si comprende tutto il resto dell’esperienza dossettiana. Anche la sua scelta monastica non va piú vista tanto come la naturale maturazione di un’esperienza spirituale, quanto piuttosto come espressione della suddetta opposizione fra il monaco e il papato e, piú in generale, fra una ipotetica “Chiesa spirituale” (che sarebbe dovuta scaturire, nelle intenzioni di Dossetti, dal Vaticano II) e la Chiesa istituzionale, che aveva trovato in Paolo VI il suo strenuo difensore. Si trattava di una concezione radicalmente diversa di Chiesa, alternativa a quella tradizionale riaffermata dal Vaticano II. Il Concilio riconosce nella Chiesa una tensione fra la dimensione istituzionale e quella pneumatica, tensione che va ultimamente ricondotta alla sua costituzione teandrica; ma mai oppone le due realtà, quasi che siano inconciliabili o alternative (cf Lumen gentium, n. 8). Tale tensione è sempre esistita nella Chiesa: giustamente Baget Bozzo richiama «la contrapposizione antica, nella Chiesa, fra il monaco e il vescovo». Ciò che risulta nuovo, nell’esperienza di Dossetti, è il passaggio dalla tradizionale contrapposizione «fra il monaco e il vescovo» a quella, inedita, «tra il monaco e il Papa». Quest’ultima non appare mai nella tradizione, se non nei movimenti ereticali. Perché, se c’è stato un modo, nella storia della Chiesa, per superare l’opposizione fra monachesimo e potere episcopale, è sempre stata la stretta alleanza tra vita religiosa e papato (cosa che si è ripresentata ai nostri giorni con i movimenti ecclesiali).

Il titolista del Giornale ha forse esagerato nel riassumere il contenuto dell’articolo nell’espressione: «Dossetti, l’eretico che volle riformare anche il Vaticano»; ma certamente ha colto un elemento reale presente nella concezione ecclesiologica dossettiana: questa idea di “Chiesa spirituale” non appartiene alla tradizione cattolica; essa è propria dei movimenti ereticali (si pensi a Gioacchino da Fiore). Probabilmente non c’è mai stata in don Giuseppe Dossetti una piena consapevolezza della pericolosità della sua posizione (giustamente Baget Bozzo fa notare: «Dossetti non era un teologo né un esegeta»); probabilmente egli visse la sua esperienza spirituale in assoluta buona fede; ma ciò non toglie che si trattasse, oggettivamente, di una posizione del tutto aliena dalla tradizione cattolica.

domenica 6 settembre 2009

XXIII domenica "per annum"

«Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».

Lo stupore delle folle — pagane! — della Decàpoli è immenso. Il motivo che provocava tale stupore era il vedere che Gesú faceva udire i sordi e parlare i muti. Era bastato qualche semplice gesto («gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua») e una sola parola («Effatà») per guarire quel sordomuto. Ma chi era costui? Per il momento non erano in grado di dare una risposta a questa domanda; ma, nonostante ciò, non potevano trattenersi dal proclamare a tutti ciò di cui erano stati testimoni. A quanto pare, Gesú fu capace di aprire la bocca del muto, ma non fu capace di chiudere quella delle folle («E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma piú egli lo proibiva, piú essi lo proclamavano»). Anche Gesú aveva i suoi limiti...

Con noi Gesú non incontrerebbe altrettanta difficoltà. Anzi, non c’è neppure bisogno che ci ordini di tenere chiusa la bocca: lo facciamo già di nostra iniziativa. Forse nei nostri confronti Gesú dovrebbe fare piuttosto ciò che fece al sordomuto: aprire i nostri orecchi e sciogliere la nostra lingua. Sí, anche noi siamo, in un certo senso, sordomuti: incapaci di percepire la sua parola e incapaci di annunziarla. È necessario che tocchi col suo Spirito (il suo “dito”, la sua “saliva”) la nostra mente e il nostro cuore, e gridi anche a noi «Effatà», perché ci apriamo all’ascolto della sua parola e non ci vergogniamo di diffonderla intorno a noi.

sabato 5 settembre 2009

L'abbaglio

Sicché, che cosa rimane del caso Boffo? Che è terminata definitivamente l’era Ruini. Allora, in barba a tutte le smentite, era vero che si trattava di una faida ecclesiastica? Se volete proprio saperlo, questa è l’impressione che se ne ricava dal di fuori, da chi, vivendo lontano e leggiucchiando qui e là, cerca di farsi un’idea di che cosa è successo in questi giorni in Italia. Chi si ricorda piú oggi di Berlusconi, di Feltri e, diciamolo pure, solo un giorno dopo le sue dimissioni, delle vicende personali dello stesso Boffo? Su che cosa vertono in questo momento tutti i commenti? Sui nuovi scenari che si starebbero aprendo all’interno della Chiesa; sui nuovi equilibri nella Santa Sede, nella Conferenza episcopale italiana, nei rapporti fra Vaticano e CEI e nei rapporti fra Chiesa e politica italiana. Anche se poi non si capisce bene quali siano questi nuovi scenari; l’unica cosa che pare certa è la fine dell’era Ruini; quale nuova era si stia aprendo, nessuno lo sa.

Lo stesso Boffo si era reso conto dei giochi di potere che si stavano svolgendo sopra la sua testa. Rileggiamo questo passaggio della sua lettera di dimissioni: «E mentre sento sparare i colpi sopra la mia testa mi chiedo: io che c’entro con tutto questo? ... Perché devo vedere disegnate geografie ecclesiastiche che si fronteggerebbero addirittura all’ombra di questa mia piccola vicenda?». Capisco perfettamente il suo stato d’animo; per quanto penso che, se tali giochi di potere sono reali, Boffo non dovrebbe meravigliarsi di esservi coinvolto, essendo stato uno dei gangli, certamente non secondari, del sistema di potere che ora si starebbe sgretolando.

Dico però che, se tutto ciò è vero (e molti elementi purtroppo mi portano a pensare che lo sia), c’è veramente da piangere. C’è veramente da dire: povera Chiesa! Come siamo ridotti! Certo non sono un uomo di mondo; ma non sono neppure uno sprovveduto (so come va il mondo); né sono un moralista che si straccia le vesti per le miserie degli uomini di Chiesa. So che la Chiesa, oltre a essere la Sposa di Cristo senza ruga e senza macchia, è un’organizzazione umana, soggetta alle leggi che regolano qualsiasi altra aggregazione umana. Non mi scandalizza il fatto che ci possano essere degli schieramenti e che si possa stabilire una sana concorrenza fra loro. Capisco che quando qualcuno (chiunque egli sia) raggiunge certe posizioni, tende poi a consolidare il suo potere e deve necessariamente attorniarsi di collaboratori, che spesso si trasformano in una casta (è sempre stato cosí e sempre lo sarà). Capisco che a un certo punto si renda inevitabile un avvicendamento; e so che tali avvicendamenti non sono mai indolori. Quel che però mi meraviglia e mi infastidisce sono i metodi che vengono usati. Possibile che nella Chiesa si debba ricorrere agli agguati? Certe cose non dovrebbero neppure succedere nella società civile; ma nella Chiesa non ci si dovrebbe attendere uno stile diverso?

Spero di non aver capito nulla di quanto è avvenuto. Spero che sia solo un mio abbaglio. Spero che la distanza mi abbia ottenebrato la vista. Spero che la realtà sia opposta a quella da me percepita.

venerdì 4 settembre 2009

I mille volti del moralismo

L’altro ieri il Card. Seán P. O’Malley O.F.M.Cap., Arcivescovo di Boston, ha pubblicato sul suo blog (Cardinal Seán’s Blog) un post sul funerale del Senatore Edward Kennedy, che si è svolto sabato 29 agosto nella basilica della Madonna del Perpetuo Soccorso dei Redentoristi a Boston, funerale al quale Sua Eminenza ha assistito (la Messa è stata celebrata dal Rettore del Boston College, il gesuita Padre Donald Monan, e l’omelia è stata pronunciata dal Parroco di Nostra Signora delle Vittorie a Centerville, Don Mark Hession). Alcuni si sono lamentati per la presenza del l'Arcivescovo al funerale, in quanto il Sen. Kennedy non aveva sostenuto durante la sua vita l’insegnamento della Chiesa in materia d’aborto.

Col suo post, il Card. O’Malley intende rispondere alle critiche che gli sono state rivolte. Siccome mi sembra un testo molto importante per una corretta comprensione di che cosa significa essere cattolici, ho creduto opportuno tradurne i passaggi piú significativi.


Visto il profondo influsso della dottrina sociale della Chiesa su numerosi programmi e iniziative politiche del Sen. Kennedy e i milioni di persone che ne hanno beneficiato, la sua mancanza di sostegno ai diritti di chi non è ancora nato appare tragicamente come una occasione persa. Per me e per molti cattolici è stata una grande delusione, perché, se avesse posto il tema della vita al centro del Vangelo sociale a cui appartiene, avrebbe potuto moltiplicare il lavoro immensamente prezioso che ha compiuto.

Le migliaia di persone che hanno fatto ala al passaggio del corteo funebre da Cape Cod a Boston e le folle che sono transitate nella Kennedy Library nei due giorni di esposizione della salma, credo, erano lí per rendere omaggio a queste numerose realizzazioni piuttosto che per sostenere il voto del Senatore sull’aborto.

Le folle erano lí anche per rendere omaggio all’intera famiglia Kennedy. Nello scenario politico nazionale, se Barak Obama ha aperto le porte della presidenza agli Afro-Americani, John Kennedy le ha aperte ai cattolici americani. [...]

Ci sono alcuni che hanno obiettato, in qualche caso rumorosamente, perché la Chiesa ha concesso le esequie ecclesiastiche al Senatore. Nel modo piú fermo dissento da tale posizione. Alla sepoltura del Senatore, sabato sera, col permesso della sua famiglia, siamo venuti a conoscenza dei particolari della sua recente corrispondenza personale con Papa Benedetto XVI. È stato assai commovente sentire il Senatore riconoscere di non essere stato sempre un cattolico fedele, e la sua richiesta di preghiere nel momento in cui sentiva approssimarsi la fine della vita. L’espressione di gratitudine del Santo Padre per la promessa di preghiere, da parte del Senatore, per la Chiesa, l’affidamento del Senatore e della sua famiglia all’intercessione della Madonna, e la sua Benedizione Apostolica, sono una testimonianza del ruolo di Sua Santità come Vicario di Cristo Buon Pastore, che non lascia indietro nessuna delle sue pecore.

Come Arcivescovo di Boston, ho ritenuto opportuno rappresentare la Chiesa a questa liturgia per rispetto al Senatore, alla sua famiglia, a quanti hanno partecipato alla Messa e a tutti coloro che pregavano per il Senatore e la sua famiglia in un cosí difficile momento. Siamo uomini di fede e crediamo in un Dio che ama e perdona, dal quale attendiamo misericordia.

Difendere la dignità della vita è al centro della mia missione di sacerdote e di vescovo. Una delle piú grandi soddisfazioni nel mio ministero finora svolto è stata quella di aver aiutato a rovesciare le leggi sull’aborto in Honduras. La persona che rispose alla mia richiesta di aiuto in quello sforzo fu il Dott. Bernard Nathanson, che era stato un dirigente di primo piano del NARAL e del movimento per il diritto all’aborto. La sua conversione condusse il Dott. Nathanson dalla pratica di procurare aborti a diventare uno dei maggiori esponenti del movimento per la vita.

Helen Alvaré, che è una delle piú eminenti giuriste, ex-direttrice dell’Ufficio episcopale per la vita e a lungo consulente del Comitato della Conferenza episcopale per le attività pro life, ha sempre detto che il movimento per la vita è meglio caratterizzato da ciò per cui è a favore piuttosto che da ciò a cui è contro. Noi siamo per il dono prezioso della vita, e nostro compito è costruire la civiltà dell’amore. Dobbiamo mostrare a quanti non condividono le nostre convinzioni sulla vita che ci interessiamo di loro. Fermeremo la pratica dell’aborto cambiando la legge, e riusciremo a cambiare la legge se cambieremo il cuore degli uomini. Non cambieremo i cuori allontanandoci dagli uomini nel momento del bisogno e quando fanno l’esperienza del dolore e della morte.

Talvolta, anche nella Chiesa, lo zelo può portare alcuni a formulare giudizi severi e ad attribuirci a vicenda le peggiori intenzioni. Questi atteggiamenti recano un danno irreparabile alla comunione della Chiesa. Se una causa è motivata dal giudizio, dalla rabbia o dall’astio, sarà destinata a essere messa da parte e a fallire. Le parole che Gesú ci rivolge sono che ci dobbiamo amare gli uni gli altri come lui ci ama. Gesú ci ama mentre noi siamo ancora nel peccato. Egli ama ciascuno di noi per primo, e ci ama fino alla fine. La nostra capacità di cambiare il cuore degli uomini e aiutarli a cogliere la dignità di ogni e ciascuna vita, dal momento del suo concepimento al momento della sua morte naturale, è direttamente connessa con la nostra capacità di aumentare l’amore e l’unità nella Chiesa, dal momento che la proclamazione della Verità è intralciata quando siamo divisi e combattiamo l’uno contro l’altro.


Mi sembra che il Card. O’Malley colga in pieno il nocciolo della questione: che cosa significa essere cattolici? Ho l’impressione che molti oggi nella Chiesa, al di là e al di qua dell’Atlantico (e forse nel resto del mondo), abbiano dimenticato quale sia la vera natura della Chiesa. Papa Callisto direbbe: la Chiesa è come l’arca di Noè, che contiene in sé animali puri e impuri (= santi e peccatori), e tutti conduce alla salvezza. La Chiesa non è fatta di santi, ma di peccatori; è la casa di tutti; in essa c’è posto per tutti. Il vezzo di dividere gli uomini in buoni e cattivi non è cattolico; il suo vero nome è “manicheismo”.

Alcuni, certo animati dalle migliori intenzioni, non si rendono conto che col loro atteggiamento, stanno trasformando il cristianesimo in una ideologia e la Chiesa in una setta (o in un partito, che è lo stesso). Che la Chiesa abbia una dottrina morale, che le è stata affidata e che essa ha il dovere di custodire e di predicare, è pacifico. Ma ciò non significa che chi non segue perfettamente quella dottrina non fa piú parte della Chiesa; perché, se cosí fosse, non rimarrebbe nessuno; o, se volete, rimarrebbero i farisei, quelli cioè che pretendono di essere giusti, ma sono peggio dei peccatori. I farisei potremmo pure chiamarli “moralisti”: essi trasformano la morale, che è una cosa santa, in un’arma con cui distruggere i propri nemici.

In Italia, ormai abbiamo sufficientemente sperimentato la pericolosità di tale atteggiamento; ma in America non è che le cose vadano meglio. Certo, il moralismo dei cattolici americani non è cosí becero come quello degli italiani; esso è al servizio di una nobile causa (la difesa della vita), ma con ciò non cessa di essere moralismo. Se, in nome della difesa della vita, diventiamo nemici dei nostri fratelli — fratelli che sbagliano, come noi possiamo sbagliare — non siamo piú cristiani; e non stiamo piú difendendo la vita.

Certo, il cattolicesimo americano sta vivendo un gran brutto momento: da una parte i cattolici pro choice (per lo piú democratici), che in tal modo si pongono contro l’insegnamento della Chiesa; dall’altra i cattolici moralisti (per lo piú repubblicani) che, in nome della vita, si sentono piú in comunione con certi evangelicals che non con i loro fratelli cattolici. Ecco, mi pare che il Card. Malley ricordi agli uni e agli altri, con molta semplicità, ma con estrema chiarezza, dove stia l’essenza del cattolicesimo. Faremo bene a rifletterci su anche noi.

giovedì 3 settembre 2009

Una parola di spiegazione

Cari amici, qualcuno di voi si starà chiedendo il perché del mio silenzio proprio in questi giorni in cui ci sarebbero tante cose da scrivere.

Beh, innanzi tutto devo dire che sono stato vittima di un oscuramento informatico, che non mi ha permesso di seguire passo passo l’evolversi del caso Boffo. Ora poi che la connessione internet è stata ristabilita, faccio un po’ di fatica a ricostruire l’intera vicenda e confesso di sentirmi piuttosto confuso.

Devo dire però il blackout è stato forse provvidenziale, perché, da quel che ho capito, di parole, in questi giorni ne sono state dette molte, forse troppe. È stato detto tutto e il contrario di tutto, spesso non basandosi su fatti, ma solo su impressioni. Per cui penso che non sia necessario aggiungere a questo fiume di parole altre parole — le mie — che oltretutto rischierebbero di non essere pertinenti, vista la carenza di sufficiente informazione da parte mia per esprimere una valutazione equilibrata.

Non vorrei che si scambiasse il mio silenzio per una mancanza di coraggio, per altro incoerente con il titolo di questo blog. Quanti mi conoscono sanno che non mi piace esprimermi se non sono piú che sicuro di quel che dico. Quando scrivo qualcosa, è sempre frutto di ponderata riflessione, mai la reazione istintiva a quel che sembra o a quel che si dice. Nel caso presente, non mi pare che ci siano elementi obiettivi cosí sicuri, che permettano di esprimere un giudizio motivato e imparziale.

L’unica cosa che penso si possa affermare con certezza è che questa vicenda sta arrecando un danno immenso alla Chiesa. Mi sembra proprio che non ce ne fosse alcun bisogno. Personalmente ritengo che lo si sarebbe potuto tranquillamente evitare. Questa storia è il risultato di una discutibilissima scelta editoriale (fatta da chi? dalla CEI, da Bagnasco, dal comitato di redazione di Avvenire, da Boffo in persona?), quella cioè di allinearsi alla grande stampa nella campagna contro Berlusconi. Non contesto il diritto, che chiunque (a fortiori la stampa) ha in un paese democratico, di criticare il Presidente del Consiglio (magari sarebbe auspicabile che le argomentazioni utilizzate fossero di carattere politico; ma tant’è). Il problema è che Avvenire non è un giornale qualsiasi: è il quotidiano della Conferenza episcopale italiana; ciò che scrive Avvenire è la voce della Chiesa italiana. Se c’è una cosa che dovrebbe essere diventata chiara in questi giorni, è che non rientra fra i compiti della Chiesa intromettersi in certe controversie politiche. Quando lo si fa — ormai dovrebbe essere piú che evidente — bisogna essere pronti a pagarne le conseguenze, che non sono solo, si badi bene, i danni per la reputazione del direttore di Avvenire (una questione che ha certo la sua importanza), ma soprattutto la perdita di credibilità per la Chiesa.

lunedì 31 agosto 2009

L'antica alleanza ancora valida?

L’altro giorno l’agenzia Catholic News Agency (CNA) ha pubblicato una notizia che ha attirato la mia attenzione. Essendomi già occupato, nei primi giorni di vita di questo blog, del problema del rapporto fra antica e nuova alleanza (vedi qui), mi fa piacere notare che da qualche parte ci si sta incominciando a rendere conto dell’inopportunità di certo linguaggio theologically correct, che inevitabilmente porta alla professione di vere e proprie eresie. I Vescovi americani intanto hanno corretto il loro “Catechismo degli adulti”, dove si affermava senza mezzi termini che l’alleanza con gli ebrei “rimane eternamente valida per loro”. Il nuovo testo non è che mi piaccia granché, ma per lo meno si limita a citare San Paolo, senza fare affermazioni eretiche. Il comunicato della Conferenza episcopale poi non è che brilli per chiarezza, ma almeno dice esplicitamente che l'antica alleanza trova il suo compimento in Cristo. Riporto una mia traduzione della notizia.


Washington DC, 28 agosto 2009 (CNA). – I Vescovi americani hanno comunicato che il Vaticano ha concesso la recognitio a una modifica nel Catechismo cattolico per gli adulti statunitense, che chiarisce l’insegnamento cattolico sull’alleanza degli ebrei con Dio.

La prima versione del catechismo, nella sua trattazione dell'alleanza di Dio con gli ebrei, affermava: «L’alleanza che Dio concluse con il popolo ebraico attraverso Mosè rimane eternamente valida per loro».

Il testo modificato dice: «Il popolo ebraico, che Dio scelse per primo per ascoltare la sua Parola, ha “l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse; a loro appartengono i patriarchi e da loro proviene Cristo secondo la carne”». Nel passo riveduto si cita il capitolo 9 della lettera ai Romani e il paragrafo 839 del Catechismo della Chiesa Cattolica.

La recognitio del Vaticano è una dichiarazione che un documento è in linea con l’insegnamento cattolico. La modifica era stata approvata nella riunione del giugno 2008 dei Vescovi americani a Orlando in Florida.

Un comunicato stampa della Conferenza episcopale degli Stati Uniti (USCCB) affermava: «Il chiarimento non è una modifica nell’insegnamento della Chiesa. Esso riflette l’insegnamento della Chiesa secondo cui tutte le precedenti alleanze che Dio aveva concluso con il popolo ebraico si sono compiute in Gesú Cristo attraverso la nuova alleanza, stabilita con la sua morte sacrificale sulla croce. I cattolici credono che il popolo ebraico continua a vivere entro la verità dell’alleanza che Dio stabilí con Abramo, e che Dio continua a essere a loro fedele». Il comunicato stampa dell’USCCB citava un passo della Costituzione del Concilio Vaticano II Lumen gentium, che insegna che il popolo ebraico «rimane molto caro a Dio; perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili».

In giugno [2008] i Vescovi statunitensi avevano chiarito anche un documento del 2002 dal titolo Alleanza e missione, dicendo che il documento erroneamente minimizzava l’importanza della diffusione del Vangelo.

L’Associated Press riferisce che la modifica ha portato i principali gruppi ebraici e i rabbini delle tre maggiori correnti del giudaismo americano a dire che le loro relazioni con i leader cattolici erano a rischio. Giovedí i rabbini del movimento ortodosso, di quello conservatore e di quello riformista si sono uniti all’Anti-Defamation League e al Comitato Ebraico Americano nell’affermare che il documento è “antitetico” all’essenza del dialogo interreligioso. Secondo loro, tale dialogo diventa “insostenibile”, se lo scopo dei partecipanti cristiani è quello di convincere gli ebrei ad accettare Cristo.

Il Vescovo di Bridgeport in Connecticut, William Lori, ha commentato la revisione di giugno [2008] dicendo: «Se da una parte la Chiesa cattolica non converte il popolo ebraico, essa non può d’altra parte rinunciare a testimoniare loro la propria fede in Cristo, né ad accoglierli nella condivisione di quella stessa fede quando necessario».

domenica 30 agosto 2009

XXII domenica "per annum"

«Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini».

Per noi cattolici, la tradizione è un elemento fondamentale: è lo strumento attraverso cui giunge a noi la rivelazione divina. Siccome tale rivelazione è stata affidata agli apostoli, e da questi trasmessa ai loro successori fino a noi, la chiamiamo “tradizione apostolica”. La Chiesa cattolica vive di tale tradizione: è radicata in essa e da essa trae la sua linfa vitale. Interrompere la tradizione significherebbe per la Chiesa firmare la propria condanna. Abbiamo sotto gli occhi la situazione di quelle comunità ecclesiali che, nei secoli passati, avevano iniziato un nuovo corso, pensando di poter stabilire con Dio un rapporto di tipo diverso — personale, spirituale, immediato — che prescindesse totalmente dalla tradizione della Chiesa. È lo stesso destino che attende quei gruppi e quelle comunità, all’interno della Chiesa cattolica, che hanno considerato il Concilio Vaticano II come un nuovo inizio, come una rifondazione della Chiesa, che ignorava completamente venti secoli di storia.

Eppure Gesú, col vangelo odierno, ci mette in guardia dai pericoli che possono nascondersi anche dietro un formale rispetto della tradizione. I farisei erano attaccatissimi alla tradizione, tanto da scandalizzarsi dei discepoli di Gesú, che, secondo loro, non la rispettavano (non si lavavano le mani prima di mangiare!): «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi?». La risposta di Gesú è durissima: «Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini».

Tale risposta ci ricorda una grande verità: da una parte c’è il “comandamento di Dio” (piú in generale, potremmo dire: la “divina rivelazione”), dall’altra c’è la “tradizione degli uomini”. Tra queste due realtà esiste una profonda differenza: la prima è una realtà divina; la seconda, meramente umana. Non che, per questo, la tradizione non abbia alcun valore, sia inutile e da rigettare; ma il suo è un valore unicamente strumentale: la tradizione è, come abbiamo ricordato, il mezzo attraverso cui la rivelazione giunge a noi. Essa non può essere assolutizzata; essa non è fine a sé stessa; per sua natura, essa rinvia al “comandamento di Dio”. Nel momento in cui essa si chiude in sé stessa, si distacca dalla fonte che l’ha generata e pretende di essere punto di riferimento ultimo, essa perde tutto il suo valore e può essere tranquillamente abbandonata; diventa, semplicemente, “tradizione degli uomini”.

sabato 29 agosto 2009

Che cosa ci si guadagna?

Confesso che non mi piace per niente la piega che stanno prendendo le vicende politico-ecclesiastiche italiane.

Prima, il ventilato incontro fra Berlusconi e il Papa a Viterbo, successivamente smentito (ma era abbastanza evidente che si trattava di un rifiuto); poi le polemiche fra la Lega e Mons. Vegliò; ieri l’attacco di Feltri a Boffo (apertamente presentato come ritorsione alle critiche di Avvenire al Presidente del Consiglio); quindi l’annullamento della cena di Bertone e Berlusconi all’Aquila (l’evidente pariglia ecclesiastica al colpo basso del Giornale).

Certamente qualcuno in questo momento gongolerà: finalmente vede realizzarsi i sogni di rottura fra il Presidente del Consiglio e la sua maggioranza da una parte e la Santa Sede e la Chiesa italiana dall’altra. Io, personalmente, in tutta questa vicenda non ci trovo nulla di buono: non vedo a chi possa giovare e non vedo che cosa ci si guadagni. Pensate che ci guadagni qualcosa Berlusconi? È ovvio che il Presidente del Consiglio, che è un uomo astuto, sta giocando tutte le sue carte; ma non credo che alla fine abbia nulla da guadagnare, alienandosi le simpatie di buona parte del suo elettorato. Ci guadagna qualcosa la Chiesa, in termini di profezia, testimonianza e libertà (come vorrebbe Don Farinella)? Il caso Boffo dimostra dove si può arrivare, una volta imboccata la strada del moralismo.

Ieri ho letto l’articolo di Vito Mancuso sulla Repubblica, e confesso che mi ha fatto riflettere, soprattutto per aver tirato in ballo la testimonianza di Giovanni Battista, di cui oggi ricordiamo il martirio. Lí per lí mi sono detto: però è vero, Giovanni non ha avuto paura di denunciare i comportamenti immorali di Erode (si trattava della sua vita privata, non di reati pubblici), e per questo ha subito il martirio. Poi però ho pensato: sí, l’atteggiamento del Battista è ammirevole; ma Gesú (il quale, essendo galileo, avrebbe avuto un titolo in piú rispetto a Giovanni, che era giudeo, per accusare Erode, tetrarca della Galilea) non seguí quella strada; anzi, a chi gli chiedeva di condannare l’adultera rispose: “Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei” (Gv 8:7). Ora, fino a prova contraria, noi siamo discepoli di Gesú, e non di Giovanni Battista.

Raffaella in questi giorni si è rallegrata, prima, per la smentita dell’incontro fra il Papa e Berlusconi a Viterbo, poi per l’annullamento della cena all’Aquila, invitando gli ecclesiastici a stare alla larga dai politici e a imitare il Papa. Solitamente mi trovo d’accordo con i commenti di Raffaella, ma in questo caso mi permetto di dissentire. Convengo che il Santo Padre ci sta dando una splendida testimonianza; ma sono altrettanto convinto che non è possibile — e non è necessario — che tutti seguano il suo esempio: non tutti possono e devono essere aquile che volano alto; ci sono, e devono esserci, anche le galline che rimangono nel pollaio. Voglio dire, il Papa fa il suo mestiere (e lo sta facendo benissimo); ma non tutti sono il Papa; nella Chiesa c’è bisogno anche dei Cardinali e dei Monsignori che intrattengano i rapporti di buon vicinato con gli uomini di mondo, magari andando a cena con loro (del resto anche Gesú non disdegnava le cene con i peccatori...). Sinceramente, io in quella cena non ci vedevo niente di male; anzi, avrebbe potuto essere un’occasione per una chiacchierata a quattr’occhi, che avrebbe sistemato molte cose. E invece... ecco il risultato!

Capisco che ai cattolici duri e puri alla Don Farinella il mio discorso potrà apparire semplicemente scandaloso; io sarò ancora della vecchia scuola andreottiana, dove allo scontro si preferiva il compromesso. Che volete farci? Ma a me, ripeto, questa storia non piace affatto; e se non si troverà un modo di ricomporla (confido sulle inesauribili doti di mediazione di Gianni Letta), andrà a finir male per entrambe le parti.

venerdì 28 agosto 2009

Ancora sulla lettera a Mons. Fellay

Lo so che non è buona educazione parlare di sé; lo so che, soprattutto nella Chiesa d’oggi, c’è il rischio della “autoreferenzialità”; ma permettetemi di tornare ancora una volta sulla lettera aperta che ho scritto un mese fa a Mons. Fellay. Dirò con San Paolo: «Perdonatemi questa ingiustizia!» (2 Cor 12:13).

A distanza di un mese, quella lettera continua a far discutere. Dopo il mio post del 1° agosto, dove riferivo della sua diffusione in Italia e delle sue traduzioni in francese e in portoghese, si sono aggiunte la traduzione in spagnolo (fatta da La Buhardilla de Jéronimo, ripresa da InfoCatólica, Radio Cristiandad, Hablando ya!!!, The Wanderer e segnalata da Una Voce Cordoba), quella in inglese (pubblicata in Benedetto XVI Forum) e quella... vietnamita (pubblicata su Hoi Dong Giam Muc Viet Nam e Thanh Nhac Ngay Nay).

Ieri è stata la volta del sito spagnolo Sector Católico, con un bel commento del direttore Juan Miguel Comas (che però non è piú possibile leggere, perché non rimane in rete il giorno successivo alla pubblicazione).

A questo punto, posso affermare tranquillamente che la lettera è stata letta da migliaia di persone in ogni parte del mondo. E posso anche dire che essa è giunta, sicuramente, a destinazione. Se era casuale l’intervista rilasciata da Mons. Fellay all’agenzia APCom, meno casuale mi sembra la (ri)pubblicazione, negli stessi giorni, sul sito del Distretto Francese della FSSPX (La Porte Latine), delle interviste ai Vescovi Alfonso de Gallareta e Tissier de Mallerais (riprese in Italia dal sito Una Vox).

Ancora una volta, ringraziamo il Signore. Siccome però non bisogna prendersi troppo sul serio, lasciate che riporti qualche perla dei commenti critici raccolti qua e là sui diversi siti:

«E questo p. Giovanni Scalese da dove salta fuori?»

«Mi ricorda una professione molto in voga fino a pochi anni fa, quella delle “comari”! Erano delle donne con buona favella che “elargivano” consigli a chiunque senza (a dir loro) nessuna pretesa, solo per la buona riuscita del... matrimonio o contratto di lavoro o compravendita di terreni, ecc. In genere venivano pagate da una delle parti per “addolcire” l’altra parte o per far conoscere cose... segrete che nessuno sapeva!»

«Ecco vede p. Scalese, come giustamente suggeriscono Uriel e Areki, lei farebbe bene anzi meglio se aderisse alla crociata dei 12.000.000 di S. Rosario!!! Non si perda in inutili appelli a chi certo ne sa piú e meglio di lei!!! Se lei tornasse a pregare come dovrebbe fare un santo sacerdote gioverebbe di piú alla Fede Tradizionalista ultimo baluardo di Santa Romana Chiesa!!! renderebbe un servizio alla Chiesa, ai fedeli e a NSGC, lasci stare internet, giornali e media vari, torni a fare il “prete”!!! La FSSPX non ha bisogno dei sui appelli ma delle preghiere di tutti!!! Chiaro!!!
PS: Si faccia un bell’esame di coscienza».

giovedì 27 agosto 2009

Don Villa e Paolo VI

Un caro lettore mi ha inviato un testo del sacerdote Don Luigi Villa a proposito di Paolo VI. Conoscendo la mia ammirazione per quel Papa, mi chiede un commento. Siccome non sono riuscito a rinvenire tale testo su internet, mi trovo costretto a riportarlo qui per intero, in modo che i lettori se ne facciano un’idea:


[1] Il 20 marzo 1965, Paolo VI ricevette in udienza un gruppo di dirigenti del “Rotary Club”, durante la quale disse che la forma associativa di quel gruppo para-massonico “era buona” e che “buono era il metodo” e, quindi, erano “buoni anche gli scopi”, come se non si sapesse che questa organizzazione era di origine massonica.

[2] Col Motu proprio “Apostolica sollicitudo”, il 15 settembre 1965, Paolo VI istituisce il “Sinodo dei Vescovi”, un organismo che era mai esistito nella Chiesa, ma che ora veniva istituito per abolire il Primato del Papa, rendendolo solo d’onore, in una confederazione di Chiese autonome.

[3] Il 4 ottobre 1965, Paolo VI parlò all’ONU, pur sapendo che esso è una istituzione massonica, come pure tutte le altre associazioni collegate con essa. Disse: “Signori, voi avete compiuto un’opera grande; voi insegnate agli uomini la pace. L’ONU è la grande scuola dove si riceve questa educazione”... Per Paolo VI, quindi, l’ONU è l’organismo che ci darà la pace attraverso l’umanesimo massonico!

[4] II 7 agosto 1965, Paolo VI, assieme al Patriarca scismatico Athenagoras, si tolsero, reciprocamente, le scomuniche (ancora valide!) che, nel 1054, S. Leone IX aveva emanate. Così, Paolo VI ammetteva la falsa dottrina delle “Chiese sorelle” (Cattolica e Ortodossa), nonostante sapesse che Gesù Cristo aveva fondato una sola Chiesa, senza dare possibilità di potersi dividere in parti. Forse, ignorava che già Pio XI, nella sua “Mortalium animos”, l’avesse condannata come “stoltezza” e, quindi, contraria alla Fede.

[5] Il 23 marzo 1966 Nella Basilica romana di “S. Paolo fuori le Mura”, fece benedire i fedeli (Cardinali e Vescovi compresi!) dall’eretico e scismatico “arcivescovo” (laico!) dott. Ramsey; nonostante fosse un insulto al Papa Leone XIII che, con la Bolla “Apostolicae curae” del 13 settembre 1896, aveva dichiarate invalide quelle ordinazioni anglicane.

[6] Il 14 giugno 1966, Paolo VI abolì l’Indice dei libri proibiti, con la “Notificazione” «Post Litteras apostolicas».

[7] Col Motu Proprio “Sacrum diaconatus ordinem”, stabilì che “possono essere chiamati al diaconato uomini di età matura, sia celibi che congiunti in matrimonio”. Fu un abile gesto papale per una desiderata futura Ordinazione Sacerdotale di uomini sposati.

[8] Il 3 aprile 1969 con la Costituzione “Missale Romanum” e poi con il “Novus Ordo Missae” Paolo VI sostituì l’antico Rito Romano della Santa Messa con una “nuova Messa” — quella d’oggi! — dove sopprime, o attenua, le espressioni e i gesti che esprimevano i dogmi, rifiutati dai protestanti.

[9] Col Motu proprio “Matrimonia mixta” tolse al coniuge non cattolico la solenne promessa di lasciar battezzare ed educare i figli nella Chiesa cattolica; il parroco dovrà solo essere “informato” dei nuovi impegni, assunti dalla parte cattolica. Fu una normativa che passò nel Codice di Diritto Canonico del 1983 (can. 1125). C’è solo da domandarsi, però, quanti di questi matrimoni siano veramente validi!

[10] Il 22 novembre 1970 con il Motu Proprio “Ingravescentem aetatem”, Paolo VI proibisce ai cardinali ultraottantenni di partecipare al Conclave; una mossa politica, questa, per poter eliminare dalle Diocesi, dalle Curie, dal Conclave, gli elementi ancora “tradizionali”, che ostacolavano l’inizio e lo sviluppo della “nuova Chiesa Conciliare” del Vaticano II.

[11] Nel 1969 Paolo Vl, con l’Istruzione “Fidei custos” autorizzava i laici a distribuire la Santa Comunione, col pretesto delle nuove “particolari circostanze o nuove necessità”. Fu un altro empio gesto ecumenico, contro il compito che Gesù aveva riservato agli Apostoli e al Clero!

[12] Con l’Istruzione “Memoriale Domini”, mentre, prima, si ribadiva l’opposizione della Chiesa di distribuire l’Eucarestia sulla mano, per il “pericolo di profanare le specie eucaristiche”, e per “il riverente rispetto dei fedeli verso l’Eucarestia”, poche righe dopo, autorizzava le Conferenze episcopali, in quelle Nazioni in cui la distribuzione sulla mano era già stata abusivamente e illegalmente introdotta, a deliberare loro, con voto segreto, sulla sua ammissibilità. Fu, invece, un altro gesto “sacrilego” che divenne, poi, quotidiano, con la permissione che diede a tutti i “Vescovi conciliari”!

[13] Approvando il nuovo “Rito delle Esequie”, Paolo VI concesse le esequie anche a coloro che avessero scelto la “cremazione del loro cadavere”, sia pure con la condizione che “la loro scelta non risultasse dettata da motivazione contraria alla dottrina cristiana”. Questo nuovo rito, contrario a tutta la Tradizione Apostolica , e regolato nel vecchio Codice dal can. 1203 §§ 1 e 2, era stato imposto dalle Logge massoniche; “in tal modo, il cammino della riconciliazione” (!!!) con la massoneria veniva facilitato e costituiva una ennesima correzione graduale della fede!

[14] L’abolizione dell’Indice” (giugno 1966), affidando alla libera responsabilità delle “cristiano adulto” (!!!) la decisione delle sue letture, ha portato nella Chiesa ogni eresia!

[15] La sua fu una vera inversione della battaglia di S. Pio X contro il Modernismo.

[16] Il filo-comunismo di Paolo VI portò alla vittoria del comunismo in Italia, con Pertini come Presidente, con Argan a sindaco di Roma.

[17] Indicativa è la sua visita all’ONU e la sua visita alla “Meditation Room” l’altare del “dio” senza volto, nel “Tempio della Compressione”.

[18] Si pensi alla donazione dell’Anello e della Croce pettorale al massone segretario generale dell’ONU. I due gioielli contenevano 404 diamanti, 140 smeraldi e 20 rubini. Il valore stimato era sui 100.000 dollari. Si pensi anche alla deposizione della Tiara. Questi due fatti meriterebbero ben tristi riflessioni!...

[19] Nella sua “Populorum Progressio”, si scagliò contro il sistema capitalistico, ma non si dice che Paolo VI, nel frattempo, con Sindona, faceva investimenti del Vaticano nel mondo industriale, a livello mondiale.

[20] Paolo VI firmò un editto nel quale si diceva che durante la comunione nelle due specie, chi voleva, poteva usare una cannuccia per il Sangue di Cristo!

[21] Si rifletta sul fatto della bara di Paolo VI che non aveva alcun simbolo cristiano!...

[22] Con Paolo VI, la Chiesa non doveva più accentrare le sue forze sull’evangelizzazione per guadagnare le anime a Cristo e condurle alla vita eterna, ma tutti i suoi sforzi dovevano, invece, essere impiegati alla promozione di un “umanesimo pieno”, e per questo non solo ingaggiarsi socialmente, ma porsi all’avanguardia di quella azione sociale! La sua enciclica “Populorum Progressio”, infatti, non è che un inno a questa mentalità pagana che Lui voleva inculcare alla sua Chiesa!

(Fonte: Chiesa Viva, aprile 2009, pp. 3-5)



Sapevo dell’esistenza di Don Villa, sapevo che era un tradizionalista; ma non avevo mai letto nulla di lui. Beh, devo dire che, dopo aver letto questa pagina, mi basta e mi avanza. Per principio, sono portato a dar credito a chiunque; anche quando non le condivido, cerco di prendere sul serio le opinioni altrui; in qualsiasi cosa leggo mi sforzo di cercare qualcosa di utile, per arricchire o correggere le mie convinzioni, o anche solo per metterle alla prova con argomentazioni di segno opposto. Scusate, ma in questo caso proprio non ci riesco. Nel sito della rivista da cui tale documento è ripreso (Chiesa viva) Don Villa è presentato come “dottore in teologia”; io devo accontentarmi di essere solo “licenziato” in quella disciplina, ma sinceramente mi aspetterei da un teologo ben diverse argomentazioni. Io non escludo che Paolo Vi possa essere criticato (io stesso quante volte l’ho fatto prima e dopo la sua morte...), ma le obiezioni devono essere serie. In questa lunga lista non ne trovo una che sia tale. Pertanto, non vale la pena perdere tempo a rispondere a ciascuno dei punti elencati.

Da parte mia, mi limiterò a compilare un altro elenco (molto piú breve di quello di Don Villa), quello delle cose che Don Villa ha dimenticato (chiedo venia se ripeterò alcuni punti già toccati in precedenti interventi).


1. Paolo VI viene eletto durante il Concilio Vaticano II; decide di continuarlo, dando ad esso una svolta ecclesiologica. Allega alla Costituzione dogmatica Lumen gentium una “Nota praevia” sulla corretta interpretazione del concetto di collegialità. Avoca a sé alcune questioni scottanti quali il celibato sacerdotale e la contraccezione. Al termine della III sessione del Concilio (21 novembre 1964) proclama Maria “Madre della Chiesa”. Porta quindi a termine il Concilio raccogliendo l’unanimità dei consensi dei Padri su tutti i documenti emanati.

2. Il 3 settembre 1965, a Concilio ancora aperto, pubblica l’enciclica Misterium fidei sulla dottrina e il culto della SS. Eucaristia, nella quale riafferma l’insegnamento tradizionale della Chiesa a proposito della “transustanziazione”, contro le nuove proposte di “transignificazione” e “transfinalizzazione”.

3. Il 1° gennaio 1967 pubblica la Costituzione apostolica Indulgentiarum doctrina, in cui conferma la dottrina cattolica sulle indulgenze.

4. Il 24 giugno 1967 pubblica l’enciclica Sacerdotalis caelibatus, con cui ribadisce la tradizionale disciplina sul celibato dei sacerdoti nella Chiesa latina.

5. Al termine dell’Anno della fede (30 giugno 1968) pronuncia una solenne professione di fede (il “Credo del popolo di Dio”).

6. Il 25 luglio 1968 pubblica l’enciclica Humanae vitae, con cui riafferma la dottrina tradizionale della Chiesa a proposito della contraccezione.

7. Il 10 giugno 1969 si presenta al Consiglio Ecumenico delle Chiese a Ginevra dicendo: “Il Nostro nome è Pietro”.

8. L’8 dicembre 1975 pubblica l’Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi, con cui ribadisce il dovere della Chiesa di annunziare il Vangelo.


Queste, insieme a tante altre, sono le cose che contano nel pontificato di Paolo VI. Il resto — permettetemi — è spazzatura. Che Paolo VI fosse massone o comunista è semplicemente ridicolo (vi pare che un massone-comunista faccia le cose che ho appena elencato?): sono accuse che non vanno neppure prese in considerazione (per avere un saggio delle “prove” che dimostrerebbero che Paolo VI fosse massone, lascio ai lettori che ne abbiano il coraggio e la pazienza di andarsi a leggere questa pagina nel sito di Chiesa viva;io mi rifiuto di riferirle).

Per concludere vorrei rammentare a Don Villa e a tutti coloro che, per difendere la tradizione e, in particolare, il primato pontificio, non riconoscono l’autorità dei legittimi Pontefici, quanto si legge nella bolla Unam Sanctam di Bonifacio VIII: “Subesse Romano Pontifici omni humanæ creaturæ declaramus, dicimus, diffinimus et pronunciamus omnino esse de necessitate salutis” (DS 875). Loro che si stracciano le vesti per il disordine che regna nella Chiesa attuale, non si rendono conto di essere fra i primi fomentatori di quel disordine; loro che lamentano una crisi di fede, non si rendono conto di essere i primi a mettere in crisi la fede; loro che denunciano il soggettivismo imperante, non si rendono conto di aver creato una fede a proprio uso e consumo; loro che dicono di difendere la tradizione, non si rendono conto di aver trasformato la tradizione in una ideologia. Spero che almeno la definizione dogmatica dell’Unam Sanctam li aiuti a riflettere e rinsavire; spero che almeno si rendano conto che stanno mettendo seriamente a rischio la salvezza della loro anima.

mercoledì 26 agosto 2009

Giustizia e misericordia di Dio

Un fedele lettore, Stefano Costa, mi ha scritto sottoponendomi una questione di non poco conto:


«Le scrivo per esporle un dubbio, che mi assilla ormai da tempo, riguardo alla giustizia divina (e qui traggo spunto dal suo post del 5 agosto 2009, circa “I peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio”): davvero Dio “vendica” i peccati degli uomini castigando i peccatori, nel tempo e/o nell’eternità?

Io sono convinto di sí: anzi, a quanto ne so io, che Dio, giusto remuneratore, premi i buoni e punisca i malvagi dovrebbe essere verità di fede... Eppure, spesso mi sono sentito dire, anche da sacerdoti di cui ho grande stima, cose come queste:

“Dio non punisce il peccato con una qualche pena temporale o eterna. Dio è la bontà stessa: come potrebbe infliggere delle pene all’uomo peccatore? No, è l’uomo stesso che si punisce, subendo le conseguenze dei suoi errori, e l’inferno — se mai qualcuno vi si trova — l’inferno non è altro che l’esclusione, l’autoesclusione dall’amore divino. Dunque l’inferno non è una punizione inflitta da Dio. Dio non punisce”.

Insomma, non è Dio che punisce e manda all’Inferno, ma siamo noi ad auto-punirci e ad auto-relegarci all’Inferno. Beninteso, sono d’accordo con l’affermazione che il peccato danneggia il peccatore, ma non penso che i castighi divini si riducano a questo. Trovo che questa dottrina sia in contraddizione con innumerevoli passi della Scrittura (ad es. 2 Sam 12, 13-15; il diluvio universale; Sodoma e Gomorra; le piaghe d’Egitto; l’episodio di Anania e Saffira negli Atti, ecc...); che dire poi delle fiamme dell’Inferno? Anche quelle sono auto-inflitte?

Infine, riporto un paio di testi sulla questione.

I. Il primo è tratto dalla “Somma di Teologia Dogmatica” di padre Casali:

“TESI: Dio è infinitamente giusto.

È DI FEDE

La Tesi è contro Hermes che nega a Dio il diritto di dare pene vendicative.

SPIEGAZIONE. Giustizia, in senso stretto significa dare a ciascuno il suo. Con questo significato si chiama giustizia commutativa. È logico che la giustizia commutativa non è applicabile a Dio, poiché è Lui che dà tutto e non è debitore a nessuno. La giustizia che la Rivelazione attribuisce a Dio è la giustizia distributiva, che è quella con cui il capo di una comunità distribuisce uffici e doveri, premi e pene. In Dio c’è questa giustizia, sia nel dare una ricompensa (giustizia rimunerativa), sia nel dare castighi (giustizia vendicativa)”.

II. Il secondo è tratto dalla costituzione apostolica “Indulgentiarum doctrina” di S. S. Paolo VI, pontefice a lei tanto caro:

“2. È dottrina divinamente rivelata che i peccati comportino pene infinite [faccio notare che nella traduzione pubblicata sul sito della Santa Sede c’è un evidente errore: non si tratta di pene “infinite”, ma “inflitte”; N.d.R.] dalla santità e giustizia di Dio, da scontarsi sia in questa terra, con i dolori, le miserie e le calamità di questa vita e soprattutto con la morte, sia nell’aldilà anche con il fuoco e i tormenti o con le pene purificatrici. Perciò i fedeli furono sempre persuasi che la via del male offre a chi la intraprende molti ostacoli, amarezze e danni. Le quali pene sono imposte secondo giustizia e misericordia da Dio per la purificazione delle anime, per la difesa della santità dell’ordine morale e per ristabilire la gloria di Dio nella sua piena maestà. Ogni peccato, infatti, causa una perturbazione nell’ordine universale, che Dio ha disposto nella sua ineffabile sapienza ed infinita carità, e la distruzione di beni immensi sia nei confronti dello stesso peccatore che nei confronti della comunità umana. Il peccato, poi, è apparso sempre alla coscienza di ogni cristiano non soltanto come trasgressione della legge divina, ma anche, sebbene non sempre in maniera diretta ed aperta, come disprezzo e misconoscenza dell’amicizia personale tra Dio e l’uomo. Cosí come è pure apparso vera ed inestimabile offesa di Dio, anzi ingrata ripulsa dell’amore di Dio offerto agli uomini in Cristo, che ha chiamato amici e non servi i suoi discepoli.

3. È necessario, allora, per la piena remissione e riparazione dei peccati non solo che l’amicizia di Dio venga ristabilita con una sincera conversione della mente e che sia riparata l’offesa arrecata alla sua sapienza e bontà, ma anche che tutti i beni sia personali che sociali o dello stesso ordine universale, diminuiti o distrutti dal peccato, siano pienamente reintegrati o con la volontaria riparazione che non sarà senza pena o con l’accettazione delle pene stabilite dalla giusta e santissima sapienza di Dio, attraverso le quali risplendano in tutto il mondo la santità e lo splendore della sua gloria. Inoltre l’esistenza e la gravità delle pene fanno comprendere l’insipienza e la malizia del peccato e le sue cattive conseguenze”.

Mi sembra che la dottrina contenuta in questi testi e le affermazioni che ho riportato sopra siano inconciliabili: mi sbaglio? Mi sta sfuggendo qualcosa?».


Egregio Signor Costa, la spiegazione dataLe dai sacerdoti, a parte l’inciso (che riprende l’idea attribuita a Hans Urs von Balthassar, secondo cui l’inferno esiste, ma si spera che sia vuoto), non è una loro personale trovata, ma è l’attuale insegnamento ufficiale della Chiesa. Se prendiamo infatti il Catechismo della Chiesa Cattolica vi troviamo scritto esattamente quanto ripetuto piú o meno fedelmente da molti di noi sacerdoti:

«Morire in peccato mortale senza essersene pentiti e senza accogliere l’amore misericordioso di Dio, significa rimanere separati per sempre da lui per una nostra libera scelta. Ed è questo stato di definitiva auto-esclusione dalla comunione con Dio e con i beati che viene designato con la parola “inferno”» (n. 1033).

Ritroviamo lo stesso insegnamento nel Compendio del medesimo Catechismo:

«Come si concilia l’esistenza dell’inferno con l’infinita bontà di Dio?
Dio, pur volendo “che tutti abbiano modo di pentirsi” (2 Pt 3:9), tuttavia, avendo creato l’uomo libero e responsabile, rispetta le sue decisioni. Pertanto, è l’uomo stesso che, in piena autonomia, si esclude volontariamente dalla comunione con Dio se, fino al momento della propria morte, persiste nel peccato mortale, rifiutando l’amore misericordioso di Dio» (n. 213).

Come si concilia tale insegnamento con gli esempi biblici e i testi da Lei riportati? Beh, penso che ci sia una importante distinzione da fare: sia i castighi narrati nella Scrittura sia la citazione di Paolo VI (il testo di Padre Casali ha un carattere piú generale) si riferiscono a “pene temporali”; mentre, quando parliamo di “inferno”, ci stiamo riferendo alla “pena eterna”. Penso che sia evidente a tutti la differenza: non possiamo mettere sullo stesso piano una punizione temporanea e un castigo eterno.

Ciò che fa problema alla nostra mentalità, e a cui il Catechismo cerca di dare una spiegazione, è come conciliare l’inferno con l’infinita bontà di Dio. Le pene temporali non pongono lo stesso problema, perché possono essere facilmente spiegate in altro modo. Per esempio, gli esegeti ci insegnano che i castighi di cui parla la Bibbia vanno considerati come un’espressione della pedagogia di Dio nei confronti del suo popolo. Anche i genitori, quando dànno punizioni, non lo fanno in applicazione della “giustizia vendicativa”, ma semplicemente per educare i loro figli. Lei capisce bene che tale ragionamento non si può applicare all’inferno.

Mi sembra che Paolo VI, nella Indulgentiarum doctrina, esponga in maniera molto esauriente l’insegnamento tradizionale della Chiesa in proposito. Purtroppo, ho l’impressione che tale insegnamento non sia stato ripreso con la stessa completezza dal Catechismo:

«Per comprendere questa dottrina e questa pratica della Chiesa [= le indulgenze] bisogna tener presente che il peccato ha una duplice conseguenza. Il peccato grave ci priva della comunione con Dio e perciò ci rende incapaci di conseguire la vita eterna, la cui privazione è chiamata la “pena eterna” del peccato. D’altra parte, ogni peccato, anche veniale, provoca un attaccamento malsano alle creature, che ha bisogno di purificazione, sia quaggiú, sia dopo la morte, nello stato chiamato Purgatorio. Tale purificazione libera dalla cosiddetta “pena temporale” del peccato. Queste due pene non devono essere concepite come una specie di vendetta, che Dio infligge dall’esterno, bensí come derivanti dalla natura stessa del peccato. Una conversione, che procede da una fervente carità, può arrivare alla totale purificazione del peccatore, cosí che non sussista piú alcuna pena» (n. 1472).

«Il perdono del peccato e la restaurazione della comunione con Dio comportano la remissione delle pene eterne del peccato. Rimangono, tuttavia, le pene temporali del peccato. Il cristiano deve sforzarsi, sopportando pazientemente le sofferenze e le prove di ogni genere e, venuto il giorno, affrontando serenamente la morte, di accettare come una grazia queste pene temporali del peccato; deve impegnarsi, attraverso le opere di misericordia e di carità, come pure mediante la preghiera e le varie pratiche di penitenza, a spogliarsi completamente dell’“uomo vecchio” e a rivestire “l’uomo nuovo”» (n. 1473).

Come si vede, nessun riferimento alla giustizia e alla necessità di reintegrare l’ordine perturbato dal peccato. Mi sembra invece piú equilibrata la descrizione, che il Catechismo fa, delle pene inflitte dalla legittima autorità pubblica (e che, secondo me, si potrebbe applicare, mutatis mutandis, anche alle pene inflitte da Dio):

«La pena ha innanzi tutto lo scopo di riparare il disordine introdotto dalla colpa. Quando è volontariamente accettata dal colpevole, essa assume valore di espiazione. La pena poi, oltre che a difendere l’ordine pubblico e a tutelare la sicurezza delle persone, mira ad uno scopo medicinale: nella misura del possibile, essa deve contribuire alla correzione del colpevole» (n. 2266).

Come si spiega tale incertezza? Beh, penso che dobbiamo ammettere che, pur rimanendo identica la dottrina, sia possibile, nel corso dei secoli, che la Chiesa affronti gli stessi problemi da diversi punti di vista, e sottolinei ora un aspetto ora un altro, secondo i bisogni del tempo in cui si trova a vivere.

Che l’approccio odierno della teologia sia diverso da quello di un tempo, appare evidente. Basta confrontare il testo di Padre Casali, che risente di un certo modo di fare teologia (basato soprattutto sul ragionamento filosofico), con il Catechismo, che preferisce invece partire dalla Scrittura. Quando, per esempio, nella Bibbia si parla di “giustizia di Dio”, non ci si riferisce a nessuna delle forme della giustizia elencate dalla filosofia scolastica (commutativa, distributiva, remunerativa, vendicativa), ma alla sua “giustizia salvifica”. Il Concilio di Trento direbbe: «justitia, non qua Deus justus est, sed qua nos justos facit», vale a dire non la giustizia per cui Dio è giusto in sé stesso, ma quella per cui egli ci rende giusti (= ci giustifica, ci salva). Praticamente, tale giustizia di Dio, si identifica con la sua misericordia (ciò non esclude però che Dio sia infinitamente giusto anche nel senso come noi intendiamo comunemente la giustizia).

Che poi ogni tempo abbia la sua sensibilità, non può essere negato. Nel passato si preferiva presentare Dio come un giusto giudice, oggi si preferisce descriverlo come padre misericordioso. Non si tratta di una contraddizione, ma semplicemente di una diversa accentuazione, di un diverso punto di vista; i due aspetti sono entrambi veri; se si vuole, complementari. Spesso si dimentica che in Dio tutti gli attributi si identificano: in lui non può esserci contraddizione fra la giustizia e la misericordia (cosa che ben compresero i santi, come per esempio Santa Teresa, secondo la quale Dio non sarebbe davvero giusto, se non fosse misericordioso). Se è vero che in Dio (quoad se) non può esistere contraddizione e in lui tutti gli attributi si identificano, è altrettanto vero che da parte nostra (quoad nos) è bene continuare a distinguere, perché non possiamo comprendere con un unico atto mentale l’infinita giustizia e l’infinita misericordia di Dio. Per cui è opportuno affiancare sempre, come fa Paolo VI, giustizia e misericordia, e ricordare, oltre all’amore infinito di Dio, «il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati» (1 Tm 2:4), anche la sua giustizia, che tende a reintegrare l’ordine universale perturbato dal peccato.

Rimane però il fatto, innegabile, che oggi si preferisce parlare di misericordia, piuttosto che di giustizia: non sarà un “segno dei tempi”? non sarà che, forse, oggi il mondo ha bisogno soprattutto di misericordia? Al tempo del giansenismo, che tanto insisteva sulla trascendenza divina e sull’abisso che separa Dio dall’uomo, incapace di avvicinarsi a lui, si diffuse nella Chiesa la devozione al sacratissimo Cuore di Gesú. Ai nostri giorni Santa Faustina ha promosso la devozione alla Divina Misericordia e Giovanni Paolo II se ne è fatto apostolo (sono convinto che Papa Wojtyla verrà ricordato nella storia non per lo “spirito di Assisi”, ma per questo, che considero il suo maggior merito: aver dischiuso all’umanità il mistero della Divina Misericordia). Non credo che si tratti di un caso. Evidentemente è proprio questo ciò di cui oggi il mondo ha piú bisogno: non tanto di temere un Dio giusto, ma confidare in un Dio misericordioso. E confidare nella misericordia di Dio non nega certo la sua giustizia; semmai, la esalta.

lunedì 24 agosto 2009

Liturgia e architettura

Lycopodium mi ha segnalato una sua lettera, inviata lo scorso anno al blog Labre, a proposito dell’altare versus populum. La trovo assai interessante, soprattutto per quanto riguarda i correttivi che vi vengono proposti:


«È forse venuto il momento propizio di necessari radicali correttivi (nella mentalità e nelle realizzazioni), che la tradizione — non tanto e non solo “tridentina” — conosce bene: tanto per iniziare, l’intima connessione con il Crocifisso (iconostasi latina, la definiva Ratzinger teologo), il rilancio del presbiterio e delle soglie di accesso… e, infine, il ritrovamento del ciborio/baldacchino e del suo simbolismo (l’effusione dello Spirito).

La presenza del ciborio/baldacchino consentirebbe di integrare le diverse visioni celebrative (anche di chi vorrebbe che, durante il canone, tutti pregassero con lo sguardo “rivolto verso l’alto”): dal ciborio il CROCIFISSO dovrebbe “discendere”, così sarebbe sospeso sopra l’altare, ma non direttamente a contatto, a modo di suppellettile».


Nel suo messaggio poi Lycopodium mi informa della posizione del liturgista-architetto Crispino Valenziano, il quale, nel suo volume Architetti di chiese, sarebbe fautore di “una innovativa articolazione dei poli celebrativi, incentrata su una distinzione tra luogo del sacrificio (santuario) e luogo della parola e della presidenza (aula)”.

Mi sembrano proposte di tutto rispetto, degne della massima attenzione, che non si riducono a un semplice “cancelliamo-tutto-ciò-che-è-avvenuto-dopo-il-Concilio-e-torniamo-a-celebrare-come-si-faceva-una-volta”, ma un tentativo di correggere gli innegabili errori e abusi che sono stati commessi in questi anni, e allo stesso tempo proseguire il cammino ricollegandosi a una tradizione piú antica di quella immediatamente precedente al Concilio.

I correttivi proposti, a me che sono romano, non appaiono affatto delle novità, ma semplicemente come la riscoperta di ciò che è comune nella basiliche romane. Per favore, non si lanci subito l’accusa di “archeologismo”, perché tali basiliche non sono dei ruderi, né dei musei, ma delle chiese pienamente funzionanti, nelle quali è sempre stata celebrata e si continua a celebrare la liturgia, e costituiscono una preziosa testimonianza della tradizione romana (visto che si sta parlando di rito romano, non trovo nulla di strano che esso possa recuperare elementi che gli sono propri).

Ho avuto sempre l’impressione che molte obiezioni mosse alla riforma liturgica (e alla disposizione delle chiese che ne è conseguita) provenga dal fatto che si ha in mente solo il modello della chiesa barocca, la quale naturalmente riflette il momento storico in cui essa è stata edificata (la Controriforma cattolica) con il suo rito liturgico (il Messale di San Pio V). Ma non si può ridurre la tradizione cattolica agli ultimi cinque secoli.

Ebbene, se guardiamo alle basiliche romane, ci accorgeremo che la riforma liturgica si è ispirata ampiamente a esse. Per esempio, non ho mai capito le obiezioni contro l’altare versus populum, quando nelle basiliche romane è sempre stato cosí (non si dica che vi si poteva celebrare da entrambe i lati, perché in certi casi ciò è semplicemente impossibile: vedasi San Paolo fuori le Mura o Santa Maria in Trastevere). Non ho mai capito le obiezioni contro la centralità della sede presidenziale, quando questa, nelle basiliche romane, è posta sempre in fondo all’abside (semmai si potrebbe discutere sull'uso invalso di porre la sede davanti all'altare...). Non ho mai capito le obiezioni contro lo spostamento della custodia eucaristica dall’altare maggiore a una cappella laterale, quando questa è sempre stata la norma nelle basiliche romane (si badi bene che anche le basiliche maggiori, che furono riedificate o rimaneggiate in epoca, diciamo cosí, “tridentina”, conservarono sempre l’antica struttura).

Per cui le proposte di Lycopodium e di Mons. Valenziano mi trovano molto favorevole (anche se naturalmente si può discutere sui particolari). Interessante l’idea di distinguere il luogo del sacrificio da quello della parola (si pensi, per esempio, a Santa Sabina o a Santa Maria in Cosmedin). Interessante pure la proposta di recuperare il baldacchino con la croce che scende dall’alto. Se avete letto l’articolo di Padre Falsini su Vita Pastorale dell’ottobre 2006, vi si faceva riferimento a una simile proposta emersa durante il convegno di Bose del giugno 2006. Padre Falsini commentava: “È un suggerimento conciliante e conclusivo del citato convegno di Bose, che merita rispetto ma non convince”. E invece mi pare che si tratti di una proposta da prendere in seria considerazione. Io stesso, come ho detto in altra occasione (post dell'11 marzo 2009), sono contrario alla croce-suppellettile, ma sono ben favorevole alla croce sospesa sull’altare, che potrebbe realmente costituire, insieme con l’altare, il punto di attrazione dello sguardo di tutti i presenti.

domenica 23 agosto 2009

XXI domenica "per annum"

«Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?».

Questa la reazione dei discepoli (si noti, dei discepoli; non dei Giudei) all’insegnamento di Gesú: un insegnamento “duro”, incomprensibile, inaccettabile. E Gesú, anziché affrettarsi a spiegare il significato delle sue parole, a renderle piú dolci e accessibili, si limita a dire:

«Le parole che io vi ho detto sono Spirito e sono vita».

Quelle stesse parole, che appaiono “dure” all’orecchio umano, sono in realtà “Spirito” e “vita”. Saranno pur “dure” ad ascoltarsi, ma non sono parole vuote: esse hanno un contenuto, che non è solo un contenuto intellettuale (la comunicazione di un pensiero), ma un contenuto vitale. Esse sono parole efficaci: realizzano ciò che dicono, perché contengono in sé una potenza misteriosa — lo Spirito — capace di creare dal nulla tutte le cose. Gesú inoltre ci rammenta che «è lo Spirito che dà la vita»; pertanto quelle parole, che contengono lo Spirito, comunicano la vita.

Ma tutto ciò è possibile solo per coloro che credono: solo con la fede possiamo scoprire lo Spirito e la vita in parole che, altrimenti, rimarrebbero semplicemente “dure”. Esempio di persona che crede è Pietro, il quale avrà pure sperimentato, come gli altri discepoli, la durezza dell’insegnamento di Gesú; ma, allo stesso tempo, fu capace di percepire il mistero che si nascondeva in quelle parole:

«Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna».

sabato 22 agosto 2009

Riforma della riforma

È di ieri lo scoop del Giornale e di Libero, che hanno pubblicato la lettera che il Card. Joseph Ratzinger aveva inviato, il 23 giugno 2003, al Dott. Heinz-Lothar Barth, esponente del tradizionalismo tedesco.

Va dato atto a Tornielli di essere stato molto preciso nel presentare tale scritto: «Una lettera che ora viene per la prima volta pubblicata in un volume (Joseph Ratzinger-Benedetto XVI, Davanti al Protagonista. Alle radici della liturgia, Edizioni Cantagalli, pagg. 232, euro 15) presentato in anteprima al Meeting di Rimini che inizia domenica, in libreria da settembre».

Non altrettanto preciso il titolo premesso alla pubblicazione del testo: «Inedito di Benedetto XVI “La Messa del futuro? Ecco come deve essere”». Per non parlare dell’articolo di Libero (a firma di Martino Cervo), dove si legge: «Cantagalli manda in stampa due inediti di Joseph Ratzinger ... L’inedito piú interessante e qui pubblicato è la lettera al tradizionalista Heinz-Lothar Barth».

Non si tratta affatto di un inedito: la lettera era piú che nota. Chi ne vuole avere una prova può andarsi a leggere il primo post di questo blog e la troverà citata (verso il termine dell’articolo Concilio e “spirito del Concilio”). Da dove l’avevo ripresa? Dal sito Una Vox, dove era stata pubblicata nel febbraio 2008.

Ma questo “scoop” ci dà l’occasione di riflettere ancora una volta sull’idea dell’allora Card. Ratzinger di una “riforma della riforma”. Mi pare che tale lettera sia un chiaro esempio di quel progetto, che mi trova assolutamente consenziente (anche se non mi nascondo i rischi, giustamente sottolineati dal Padre Augé: anziché avere un solo rito se ne potrebbero avere tre).

Quel che mi fa un po’ piú fatica capire è il modo in cui Benedetto XVI ha deciso di attuare tale progetto. Se posso essere sincero (non si tratta di una critica al Santo Padre, ma solo di una obiezione “accademica”), mi sembra che il m. p. Summorum Pontificum vada nella direzione opposta a quella indicata nella lettera al Dott. Barth. Si dirà: il motu proprio è solo la prima fase del progetto; alla riunificazione del rito romano si potrà giungere solo gradualmente e in tempi certamente lunghi. Sarà; ma io ho paura che in tal modo, anziché andare verso una “riforma della riforma”, si crei nel frattempo solo una gran confusione e si stabilizzino due specie di Chiese parallele. Anche perché sappiamo bene — e Tornielli lo sottolinea nel suo intervento — che i tradizionalisti considerano intoccabile il Vetus Ordo e i progressisti il Novus.

Non sono io il Papa, ma mi chiedo: anziché liberalizzare in maniera indiscriminata l’usus antiquior, non sarebbe stato meglio allargare le possibilità di usufruirne (ma sempre entro limiti ben precisi) e, contemporaneamente incominciare a intervenire sul Novus Ordo, non per abolirlo, ma per migliorarlo? Ripeto, non una critica, ma solo un’ipotesi accademica.

venerdì 21 agosto 2009

"Ad Orientem" o "ad Dominum"?

Ieri Papa Ratzinger blog [2] ha ripubblicato vari interventi di un dibattito intercorso negli anni passati fra Padre Uwe Michael Lang e Padre Rinaldo Falsini.

Tutto era cominciato nel 2003, quando Padre Lang, sacerdote dell’Oratorio di San Filippo Neri a Londra, pubblicò in tedesco il volume Conversi ad Dominum, tradotto l’anno successivo in inglese con una prefazione dell’allora Card. Ratzinger (edizione italiana: Rivolti al Signore, Cantagalli, Siena 2006, 2ª ed. 2008).

Sul numero di ottobre 2006 di Vita Pastorale Padre Falsini pubblicò l’articolo “L’altare verso il popolo è scelta conciliare”. Sulla stessa rivista (gennaio 2007) fu pubblicata una lettera del Padre Lang (“Una scelta imprudente?”) insieme con la replica di Padre Falsini (“Una recezione definitiva e totale”).

Nell’ottobre 2007 Padre Lang rilasciava un’ampia intervista all’agenzia ZENIT dal titolo “Riorientare la Messa”.

Sul numero di marzo-aprile 2008 della Rivista Liturgica, Padre Falsini tornava sull’argomento con l’articolo “Celebrare rivolti al popolo e pregare rivolti al Signore. Sull’orientamento della preghiera”.

Non si può ignorare, a questo riguardo, la notizia di questi giorni che l’Arcivescovo di Tulsa, in Oklahoma, ha deciso di celebrare, nella sua cattedrale, la liturgia eucaristica rivolto ad Orientem (se ne veda qui la notizia e qui la traduzione italiana).

È stata per me una piacevole occasione per aggiornarmi su una questione, della cui esistenza ero al corrente, ma che non avevo mai avuto modo di approfondire. E, per tale motivo, avevo sempre sospeso ogni giudizio in materia, non ritenendomi sufficientemente informato. Non che ora lo sia; ma per lo meno mi sono fatto un’idea. Da quanto detto dovrebbe risultare evidente che non ho letto il libro di Padre Lang Rivolti al Signore; ma pregherei il simpatico di turno di astenersi da facili ironie, come se volessi commentare un libro che non ho letto. Non è mia intenzione fare la recensione di un libro (anche perché un blog non sarebbe il luogo piú idoneo), ma semplicemente esprimere un parere sulla questione dell’orientamento della liturgia, un parere che si fonda sui testi sopra indicati, sull’esperienza pastorale accumulata in questi anni e sulla riflessione personale.

Dopo aver letto gli interventi pubblicati su Vita Pastorale, da lettore assolutamente non prevenuto, ho avuto l’impressione che la posizione di Padre Lang fosse un tantino debole rispetto a quella del Padre Falsini, che mi è apparsa piú documentata (se non altro, per essere stato personalmente coinvolto nella riforma liturgica). Il punto del dibattito era la questione se il Concilio avesse voluto o no la celebrazione versus populum. È vero, come fa notare il Card. Ratzinger nella prefazione al volume del Lang, che il Concilio non ne fa menzione; ma mi sembra che Padre Falsini dimostri sufficientemente che questa era la mens dei Padri conciliari.

È vero che la celebrazione versus populum non è mai stato un obbligo, ma solo una possibilità; ciò non toglie che le norme liturgiche prevedano, come piú adatta alla nuova liturgia, la celebrazione col sacerdote rivolto verso i fedeli. Non mi sembra un argomento stringente quello usato da Padre Lang, secondo cui le rubriche dell’ultima edizione del Messale Romano evidenziano che il sacerdote, in certi momenti deve essere rivolto al popolo, quasi che nel resto della celebrazione dovesse voltargli le spalle: tali rubriche si spiegano appunto perché non è escluso che si possa anche celebrare ad Orientem, per cui in quei momenti il sacerdote deve, in ogni modo, rivolgersi verso i fedeli.

Mi sembra molto significativo il riferimento del Padre Lang alla “prudenza” consigliata dalla Santa Sede, specialmente quando si trattava di adattare le chiese alle nuove norme liturgiche. Non si può negare che ci siano stati degli scempi. Io stesso sono testimone di confratelli che, dopo aver stravolto il presbiterio della loro chiesa, se ne sono amaramente pentiti (non solo per motivi di carattere teologico, ma anche e soprattutto per motivi di buon gusto). Ma, appunto per questo, la Chiesa ha sempre esortato alla cautela, consapevole che non si trattava di una questione di vita o di morte per la liturgia. Gli estremismi (in qualsiasi direzione) sono sempre pericolosi...

Se posso portare una esperienza personale, anche per dimostrare che non si tratta di una questione nuova, posso raccontare quanto avvenne negli anni Ottanta nella Basilica di San Paolo Maggiore a Bologna (una delle più belle chiese barocche della città), dove ero vicario parrocchiale. Nei giorni feriali celebravamo a una cappella laterale (la cappella della Madonna di Lourdes), voltando le spalle ai fedeli, ma senza alcun problema di partecipazione attiva da parte dei fedeli; nei giorni festivi, naturalmente, all’altare maggiore. Subito dopo il Concilio era stato aggiunto un altare posticcio verso il popolo, di nessun valore artistico, mentre l’antico altare in marmo rimaneva inutilizzato sullo sfondo. Fui io stesso a proporre al parroco di provare a rimuovere l’altare posticcio e usare il vecchio altare. Il parroco accettò di buon grado la proposta; trovammo una scusa qualsiasi con i fedeli, e per qualche tempo riprendemmo a celebrare sul vecchio altare. Io stesso mi resi conto che c’era una grossa difficoltà a celebrare la nuova liturgia in quel modo, per cui giungemmo alla conclusione che si doveva trovare una soluzione diversa. E la trovammo nella realizzazione in legno (ma con un certo gusto, riprendendo i motivi artistici del vecchio altare) di un nuovo presbiterio sotto la cupola della chiesa, completamente autonomo dal vecchio presbiterio (che diventava cosí luogo della custodia eucaristica). Una soluzione certo di compromesso, ma decorosa, che cercava di conciliare il rispetto per l’architettura della chiesa con le esigenze della riforma liturgica (ricordo che negli stessi anni anche il Card. Biffi si trovò ad affrontare il medesimo problema in cattedrale, e anche lui lo risolse con una soluzione altrettanto di compromesso e altrettanto decorosa).

Leggendo infine l’intervista che Padre Lang rilasciò a ZENIT nel 2007, mi sono fatto un’idea della sua posizione. Capisco che la questione andrebbe approfondita, per cui le mie considerazioni non vogliono in alcun modo essere definitive. Mi pare però che faccia un po’ di confusione tra conversio ad Dominum e conversio ad Orientem. Padre Lang afferma che per i primi cristiani era comune volgersi verso Oriente (come per gli ebrei lo è volgersi verso Gerusalemme e per i musulmani verso la Mecca). Ripeto, non ho letto il libro, ma dagli accenni che fa nell’intervista, mi pare che tale atteggiamento fosse piú diffuso in Oriente che non a Roma. Certamente può trattarsi di una rispettabile tradizione (e bene fanno i riti orientali a conservarla), ma non mi sembra opportuno assolutizzarla, perché, in tal caso (se assolutizzata), essa non sarebbe conforme al culto in spirito e verità (Gv 4:23-24).

Ammesso e non concesso che i primi cristiani pregassero rivolti a Oriente, non riesco a capire il passaggio logico da questo atteggiamento alla celebrazione con le spalle ai fedeli. Si dice: sacerdote e fedeli, tutti parte della medesima Chiesa, si rivolgono insieme al Signore. Sí, d’accordo; ma questo non c’entra niente col volgersi ad Orientem; è un altro problema. Un conto è rivolgersi a Oriente; un altro conto è assumere durante la liturgia tutti lo stesso orientamento.

Una volta chiarita concettualmente la distinzione fra i due atteggiamenti, mi pare che, anche a proposito dell’orientamento di sacerdote e fedeli durante la liturgia, ci sia qualche considerazione da fare.

Innanzi tutto, vorrei notare che l’espressione “Conversi ad Dominum”, a quanto mi risulta, non appartiene al linguaggio tradizionale. Essa è una ritraduzione in latino di una espressione usata nella traduzione italiana (e forse in qualche altra lingua) della Messa: “In alto i nostri cuori” – “Sono rivolti al Signore” (di qui il titolo italiano del libro). Ma in latino il dialogo è: “Sursum corda” – “Habemus ad Dominum”, dove il concetto di conversio fisica è assente; si tratta di una conversio tutta spirituale, tanto è vero che si sta parlando di cuori e non di corpi. Per cui già questo la dice lunga sulla necessità di assumere tutti lo stesso orientamento fisico.

Ma, in ogni caso, chi ha detto che tale orientamento, anche fisico, di tutti i partecipanti alla Messa (sacerdoti e fedeli) sia assente nella nuova liturgia? Solitamente si sottolinea l’aspetto che, nella liturgia riformata, sacerdote e fedeli “si guardano in faccia”. Se permettete, questa è una banalizzazione che ha lo stesso valore di quella che riduce la vecchia liturgia a “voltare le spalle ai fedeli”. A me sembra che il vero intento della riforma liturgica sia stato quello di rimettere il mistero al centro della celebrazione. Innanzi tutto, con il distacco dell’altare dalla parete (dove molto spesso praticamente scompariva) e il suo posizionamento al centro del presbiterio; in secondo luogo, grazie a questo riposizionamento dell’altare, dando ai fedeli la possibilità di fissare lo sguardo sul mistero che su quell’altare si compie. Il fatto che il sacerdote stia da una parte dell’altare e i fedeli dall’altra non impedisce che tutti siano “rivolti al Signore”, presente in mezzo a loro (prima simbolicamente, attraverso il segno dell’altare; poi sacramentalmente, attraverso l’Eucaristia). Anzi, mi pare che, da un punto di vista cattolico, la nuova liturgia evidenzi meglio il ruolo del sacerdozio ministeriale: tutti sono parte dell’unico popolo di Dio, certo, ma con ruoli distinti. Ciò non toglie che in altri momenti sacerdote e fedeli possano avere tutti lo stesso orientamento; ma non mi sembra che questo sia il caso della Messa, perché dando eccessiva importanza all’orientamento verso un luogo, si rischia di svalutare l’Eucaristia: ebrei e musulmani possono pure avere bisogno di pregare rivolti verso un luogo; noi cristiani non ne abbiamo alcun bisogno, perché dovunque ci troviamo abbiamo l’Eucaristia, che rende presente il Signore in mezzo a noi.