martedì 22 settembre 2009

Ancora sulla diaspora arabo-cristiana

La realtà è sempre complessa; la tentazione è quella di semplificarla oltre il necessario, per ridurla entro gli angusti limiti dei nostri schemi mentali. Dovremmo ricordarci sempre di questa verità, se vogliamo rimanere in contatto con la realtà e non rinchiuderci nelle gabbie dell’ideologia. Per questo è utile ascoltare le opinioni di tutti, anche quando queste non collimano totalmente con le nostre, perché in tal modo abbiamo la possibilità di verificare se le nostre idee corrispondano davvero alla realtà o sono semplicemente frutto dei nostri pregiudizi.

Il mio post dell’altro giorno sulla sorte dei cristiani in Terra Santa ha raccolto discreti consensi; segno, questo, che si tratta di una preoccupazione ampiamente condivisa. Cosa che non può che far piacere. David però mi ha scritto invitandomi ad allargare lo sguardo, per rendermi conto che il problema è piú complesso di quanto non sembri; o, per lo meno, può avere diverse spiegazioni. Penso che sia utile per tutti considerare questo altro punto di vista, che può certamente arricchire la nostra riflessione.


«Permettimi due parole sulla “diaspora” degli arabi cattolici (melkiti, maroniti, bizantini, romani, ecc.) dalla Palestina e da Israele, ma anche da Libano, Iraq, Egitto, Siria e Iran... A ben vedere, è un fenomeno che non dipende solo dalle politiche di Israele, ma anche da fattori differenti. Prima di tutto, chi sono questi arabi cattolici? Sono spesso commercianti, professionisti, intellettuali e imprenditori, che emigrano prima di tutto verso le Americhe e non lo fanno da ora, ma da almeno settanta anni: basti guardare quanti vivono in Brasile, in Uruguay, negli Stati Uniti e soprattutto in Argentina, dove oggi sono milioni e esprimono la migliore classe dirigente di quei Paesi. Persino arabi musulmani sono emigrati con loro e sono diventati cattolici, come nel caso dell’ex-presidente Menem. Emigrano in cerca di condizioni di vita migliori, non solo di pace: lo fanno perché se lo possono permettere e perché intendono dare ai loro figli condizioni di vita all’altezza della loro istruzione e della loro cultura. Fanno lo stesso che fecero Irlandesi, Italiani e Bavaresi nell’Ottocento; Polacchi, Slovacchi e Croati anche ai nostri giorni... Cosí facendo portano con sé la loro fede, che non va perduta anzi — specie nelle Americhe — si diffonde e si approfondisce, apportando elementi di coraggio a comunità cattoliche spesso fiaccate e spaventate dopo decenni di governi ateo-massonici. [...]

Se la Chiesa vuole mantenere una “fiaccola” accesa in Terra Santa [...], allora stimoli giovani cattolici europei, asiatici e americani a stabilirsi in loco: i Filippini si troveranno certo meglio che nel Golfo e in Arabia Saudita, dove milioni di lavoratori sono spesso (ma non sempre) privati della libertà di praticare la loro fede. Scoprirà cosí che forse Israele è meno nemico di quanto possa sembrare... Lungi da noi l’idea di proteggere i cattolici di lingua araba come una specie in via di estinzione, forzata a restare in loco solo perché meno istruiti e meno fortunati di altri loro connazionali da tempo stabilitisi in Brasile o in Australia.

Soprattutto, se vogliamo che restino, offriamo loro ragioni per farlo: non vedo perché la Chiesa non stimoli imprenditori cattolici (ce ne sono eccome!) a investire in loco per dare ragioni serie di restare a quanti vogliono farlo. Non possiamo pensare che vogliano solo vendere ninnolini religiosi! In Egitto, per dire, gli imprenditori copto-ortodossi quasi sempre investono dove ci sono comunità di loro correligionari e assumono quanti hanno la loro stessa fede. Se vuol farlo, Pietro non ha che da tirare fuori dalla bocca del pesce la moneta... Ti ricordo le sagge parole di Padre Pio, quando parlava di una follia come costruire un modernissimo policlinico in un paesello depresso e isolato del Sud Italia: “La Madonna apre i cuori... ma apre anche i portafogli!”».


Mi pare che le annotazioni storiche di David siano assai pertinenti: il fenomeno della diaspora non è recente, e attualmente si sta verificando non solo in Terra Santa o in altri paesi arabi. È vero che esso riguarda principalmente i cristiani, non solo perché questi se lo possono permettere, ma anche perché hanno un livello culturale superiore e sono piú sensibili al richiamo dell’Occidente.

Rimane il problema che, in tal modo, il Medio Oriente rischia di perdere la componente cristiana, che ha sempre costituito una realtà importante, per quanto minoritaria, di quella regione. Dice David: rimpiazziamoli! L’idea potrebbe sembrare balzana, ma non lo è poi cosí tanto. In parte, ciò sta già avvenendo. La presenza di lavoratori cristiani (soprattutto indiani e filippini) nei paesi del Golfo è una realtà. I filippini in Terra Santa ci sono già: secondo alcune statistiche del 2004 essi ammontavano a circa 40 mila (prima dell’operazione “Piombo fuso”, ce n’erano un centinaio anche a Gaza). Come ho già avuto modo di dire, sono pienamente consapevole del ruolo che i filippini stanno svolgendo, forse senza saperlo, nel mondo. La Chiesa sarà loro a lungo debitrice.

L’ultima proposta di David mi sembra piuttosto interessante. Forse è vero: la Chiesa, oltre a predicare il Vangelo (cosa che ha sempre fatto e continua a fare), dovrebbe recuperare una certa iniziativa in campo socio-economico-politico. Con tutti i rischi che questo comporta. Col rischio di “sporcarsi le mani”. Ma forse si tratta di un rischio da correre. Una Chiesa purissima, che si limita a richiamare i principi, rischia di essere disincarnata e di perdere una delle sue caratteristiche principali: quella di essere “lievito” della società. Nella fattispecie, una “Chiesa-imprenditrice” (non in prima persona, ma attraverso l’iniziativa economica dei suoi membri) mi sembra un’idea da non scartare. Anche perché ciò ha sempre caratterizzato l’azione della Chiesa nel corso dei secoli. Vogliamo davvero aiutare i cristiani in Terra Santa? Le preghiere sono certo importanti, ma forse un aiutino concreto, che non si riduca alla semplice elemosina, non guasterebbe.

lunedì 21 settembre 2009

Una bella notizia e... retroscena inquietanti

1. Cominciamo con la bella notizia. Come non accogliere con gioia l’annuncio, dato dallo stesso Sommo Pontefice, della convocazione di un’assemblea speciale del Sinodo dei Vescovi per il Medio Oriente? D’accordo che i problemi di quella regione sono tali e tanti, che non ci si può illudere che essi possano essere risolti con un Sinodo di Vescovi. Ma sarà certamente un’occasione per tutti i credenti di prendere coscienza della drammatica situazione in cui versano le popolazioni e, in particolare, i cristiani ivi residenti. Sono convinto che tale Sinodo sarà una fonte di benedizione per la Chiesa e i popoli del Medio Oriente. Grazie, Santo Padre!

Un amico mi ha scritto ieri:

«Pare che il Papa abbia ascoltato il tuo “grido di dolore”: convocato il Sinodo per il Medio Oriente. Ma, politicamente parlando, non vedo per ora resipiscenze di Israele circa la sua dissennata politica di insediamenti nei territori occupati, ostracismo di arabi e cristiani da Gerusalemme e Israele, campagne planetarie di giornalismo spazzatura, minacce e ritorsioni militari asimmetriche e sproporzionate. Forse bisogna avere la pazienza dei tempi storici perché si avverino i desideri dei profeti disarmati».

Certamente il Santo Padre non ha convocato il Sinodo, per altro già atteso, in risposta al mio “grido di dolore” (semmai il grido di dolore veniva dal Patriarca Twal, che parlava a nome del suo piccolo gregge, che si va sempre piú assottigliando, e a nome di tutti gli oppressi di Terra Santa); ma, in ogni caso, non ci si può che rallegrare della fortuita coincidenza.

Quanto alla “pazienza dei tempi storici”, sono convinto che la pazienza sia una virtú che deve contraddistinguere tutti, non solo i “profeti disarmati”; ma sono altrettanto convinto che le situazioni possono cambiare da un momento all’altro, quando meno ce lo aspettiamo. Ricordo che solo qualche tempo prima della caduta del Muro di Berlino, Andreotti era ancora convinto che l’esistenza di due Germanie fosse ormai un dato definitivo, che non potesse in alcun modo essere messo in discussione. Sappiamo come è andata a finire. Specialmente quando sono in gioco la verità e la giustizia, non possiamo rassegnarci allo statu quo.


2. Veniamo ora ai retroscena inquietanti. Ricorderete che, nel bel mezzo della vicenda Boffo, il Direttore dell’Osservatore Romano, Gian Maria Vian, aveva rilasciato un’intervista al Corriere della Sera, nella quale metteva in discussione le scelte editoriali di Avvenire nei confronti del governo Berlusconi. L’intervento poteva sembrare di non molto buon gusto per la tempistica adottata; ma, tutto sommato, si poteva pure condividere. Quando però Dino Boffo scrisse la sua lettera di dimissioni al Card. Bagnasco, si capí che c’era sotto qualcosa: «Se qualche vanesio irresponsabile ha parlato a vanvera, questo non può gettare alcun dubbio sulle intenzioni dei Superiori, che mi si sono rivelate sempre esplicite e, dunque, indubitabili».

Giorni fa, come sapete, c’è stata, a Roma, la presentazione del libro di Andrea Tornielli, Paolo VI. Dopo qualche giorno, Sandro Magister, sul suo blog Settimo Cielo, pubblica un post da titolo “Al montiniano Vian c’è un Paolo VI che va di traverso”, nel quale fa notare che, fino a quella data, L’Osservatore Romano non ha ancora recensito il volume di Tornielli. La cosa incomincia a puzzare.

L’altro giorno, sul Giornale compare un articolo di certa Diana Alfieri dal titolo “Quella falsa congiura laicista per coprire la verità su Boffo”. Diana Alfieri! Chi era costei? Mah, sarà una redattrice del quotidiano di Feltri, certamente una fervente cattolica, visto il linguaggio che usa, e molto bene informata, viste le cose che rivela. Praticamente si tratta di una risposta all’articolo di Socci pubblicato su Libero dell’11 settembre (a cui anche questo blog ha fatto riferimento), per smentire la ricostruzione ivi proposta e invitare a non divagare, ma a concentrarsi di nuovo sulla sostanza del caso Boffo, vale a dire sulla sua non idoneità a dirigere il quotidiano cattolico italiano. In ogni caso, rimane un articolo alquanto misterioso. Fra l’altro, in esso si tira in ballo anche Sandro Magister, «vaticanista dell’Espresso ... notoriamente molto vicino al cardinale Camillo Ruini». Mah.

Lo stesso giorno Magister, sempre sul suo blog, rivela un retroscena: «Diana Alfieri non è una persona in carne ed ossa. È un “nom de plume”, una firma fittizia d’uso corrente al “Giornale” ... Il “non de plume” serve a coprire l’autore vero, la persona reale che è in definitiva l’ispiratore ultimo dell’articolo. Cioè, in questo caso, Giovanni Maria Vian».

Qualcuno sa dirmi che cosa sta succedendo? L’impressione che se ne ha dall’esterno è che siamo ormai arrivati alla resa dei conti. Il che non mi sembra uno spettacolo tanto edificante. Visto che fra i miei lettori ce ne sono alcuni anche in Vaticano, vorrei chiedere loro la gentilezza di far arrivare a chi di dovere, in “terza loggia”, il seguente messaggio: Non sarà il caso che qualcuno prenda in mano la situazione, prima che essa degeneri e si arrivi a un altro scandalo, di cui non si sente, al momento, proprio alcun bisogno?

domenica 20 settembre 2009

XXV domenica "per annum"

«Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà».

È la seconda volta che Gesú parla della sua passione. La prima volta Pietro si era risentito, rimproverando Gesú. Questi, a sua volta, aveva reagito sdegnosamente, addirittura appellando Pietro “Satana”. Questa volta sia i discepoli sia Gesú, forse ammaestrati dalla precedente esperienza, reagiscono in maniera totalmente diversa.

I discepoli «non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo». Come se non bastasse, continuarono nei loro discorsi su chi fosse piú grande. Che abisso! Gesú parla di sofferenze, e loro discettano di onori... Gesú avrebbe avuto tutti i motivi per indignarsi e dare loro una bella lavata di capo. E invece che fa?

«Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: “Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti”».

Gesú si siede. Capite? Con infinita pazienza, conoscendo l’umana debolezza dei suoi discepoli, egli accetta di ragionare pacatamente con loro. Su che cosa? Di nuovo sulla necessità di portare la croce, come aveva fatto la prima volta? No, sarebbe stato inutile; non avrebbero capito. Questa volta adotta una strategia diversa. Neppure li rimprovera per aver espresso il desiderio di primeggiare. Gesú conosce il cuore dell’uomo; sa che in esso c’è un naturale istinto a primeggiare. Sicché dice ai Dodici: “Volete essere i primi? OK, io vi insegnerò il modo per diventarlo. Siate gli ultimi. Volete diventare grandi? Imparate a servire. Il servizio è la strada che vi condurrà alla gloria”.

E la croce? Gesú smentisce quanto aveva detto la volta precedente? Ha capito di aver preso una cantonata? Si è reso conto che i suoi discepoli non accetteranno mai la croce? No, ha solo cambiato tattica. Gesú sa — perché questa è l’esperienza che lui stesso sta facendo — che, una volta che si è accettato di essere gli ultimi e i servi di tutti, si è disposti anche ad abbracciare la croce: chi è pronto a servire è pronto anche a morire. Il servizio è la strada che conduce alla croce, e la croce è la strada che conduce alla gloria.

sabato 19 settembre 2009

Chiese brutte #2

Ancora una volta il mio ex-alunno David mi ha inviato alcune riflessioni, ispirategli dalla lettura del mio post su Chiese brutte: problema educativo o “politico”. Siccome trovo condivisibile buona parte delle sue considerazioni, penso che sia opportuno pubblicare l’intervento, cosicché anche i lettori possano prenderne visione.


«Caro Padre, ti prego, non pensare che voglia sempre dire la mia sul tuo (interessantissimo) blog, ma la questione delle chiese brutte mi appassiona da parecchio. Credo che il problema abbia radici profonde, al di là della formazione estetica dei parroci e delle diocesi che si rivolgono ad architetti e geometri laicisti. Verrebbe da dire: e dove lo troverai mai un progettista e esecutore di chiese di formazione cristiana? Questo è un fronte su cui la Chiesa cattolica ha abdicato da parecchio tempo... Hai notato che in Europa nessuna delle università cattoliche ha una facoltà di architettura? Né il Sacro Cuore né quelle dell’Opus Dei e degli ordini religiosi, tanto meno le università pontificie! Per non parlare poi del design e della moda: quelli sono campi che il clero guarda ancora con disprezzo, quando non con disgusto, lasciandoli spesso nelle mani di depravati e di laicisti.

C’è da chiedersi come sia possibile che chi ha inventato tutti gli stili architettonici e ispirato tutti i movimenti artistici per quasi quindici secoli possa disinteressarsi tanto alla formazione di architetti, ingegneri e designer... Forse il Signore non ha ammonito che se la Chiesa non predicherà il Vangelo del Regno, “grideranno le pietre”? Forse non erano Lui e il padre putativo costruttori o decoratori di case e di strade? Forse non indossò durante la Passione un magnifico abito “tessuto tutto d’un pezzo” che i soldatacci romani seppero apprezzare subito e che sicuramente era passato per le mani di Maria?

Eppure, le chiese oggi sono il trionfo della decorazione minimalista, del cemento armato, delle forme geometriche piú assurde... Già, assurde... perché l’opposto del Mistero, che sta dietro la Fede, non è la ragione, che anzi della Fede è spesso ancella, ma l’assurdo, la sciocchezza esaltata come verità, l’idiozia spacciata per bellezza. E cosí ci troviamo con chiese a forma di libro, di barca, di... astronave. Mi è capitato di passare per Via Baracca a Firenze e pensare che la sede locale di una banca fosse una chiesa e ne ho riso amaramente perché... tante chiese fra Prato e Firenze mi sembrano banche, biblioteche o fabbriche!

La cosa triste è aver perso quello che gli esperti di marketing chiamano il family style: quei pochi elementi comuni a diversi prodotti che rendono riconoscibile la marca. Pensa alle chiese come prodotto (delle loro epoche) e vedrai che ci sono alcuni elementi caratterizzanti tutte le generazioni: l’altare, il tabernacolo, la navata, il crocifisso, gli altari laterali... Se entro in un edificio dove non trovo il Padrone di Casa ad aspettarmi al centro (il tabernacolo) dove l’occhio cade appena oltrepasso la soglia, né trovo distintamente i segni della sua presenza nella vita della casa (altare, pulpito, ambone...), né riesco a identificare tutto attorno altri elementi distintivi di quella dimora (altari laterali, fonte battesimale, santi...), come posso identificarmi io stesso in quel luogo, nella sua storia, integrarmi nella vita del Padrone di Casa? Perché le merendine per bambini e le automobili tedesche si caratterizzano per un’identità piú marcata della Chiesa? Certo, come marketing siamo sempre stati scarsi: ti immagini una religione dove il Fondatore — che conosce tutto, dall’infinitamente piccolo degli atomi all’estremità delle galassie — sceglie un traditore fra i suoi seguaci piú intimi? E un omuncolo come Pietro come suo successore? Come minimo l’ufficio marketing di un’altra religione (Islam, gli stessi evangelici) avrebbe fatto sapere a tutti che il traditore si era sostituito a un giusto inizialmente scelto dal Capo (nel Corano, Giuda è crocifisso al posto di Gesú!). E che Simon Pietro — lungi dal rinnegare il Maestro e darsela a gambe — era in realtà stato catturato con lui e aveva vinto la morte con Lui. Ma scherziamo? Però, la Chiesa non è così...

Quei grandi capolavori che sono le cattedrali gotiche e le certose sono cresciute nel corso dei secoli, spesso finendo in rovina per la miseria (morale, non materiale) degli uomini che le abitavano. Magari sarà cosí anche stavolta: nel corso delle generazioni le chiese brutte saranno abbellite col dono di statue e dipinti, con migliori decorazioni, con interventi architettonici saggi. Intanto, stanno lí, monumento alla nostra epoca. In attesa che lo spirito le riempia di vita come ossa inaridite. Sí, “vieni Spirito dai quattro venti!” E magari fai aprire un politecnico cattolico...»


Se devo essere sincero, non mi ero mai reso conto che non esiste alcuna facoltà ecclesiastica di architettura. A Roma esistono un Pontificio Istituto di Archeologia sacra e un Pontificio Istituto di Musica sacra, ma non esiste un Istituto di Arte sacra. Non sarebbe il caso di incominciare a pensarci?

Quanto al design e alla moda, beh, devo dire che negli anni Trenta del secolo scorso il barnabita Padre Erminio Rondini fondò a Trani la Congregazione delle Piccole Operaie del Sacro Cuore con lo scopo di cristianizzare l’alta moda femminile. Non so con quali risultati, ma per lo meno va apprezzata l’apertura mentale e la lungimiranza di quel religioso.

Parlando di chiese di ogni forma, David mi ha fatto venire in mente una chiesa costruita dai Barnabiti una decina di anni fa a Brasilia. Che cosa vi ricorda?


Non so come sia l’interno (non ci sono mai stato); ma, se devo essere sincero, non spasimo dalla voglia di vederlo...

Invece vorrei mostrarvi un’altra chiesa, costruita sempre dai Barnabiti, questa volta a Varsavia. È stata inaugurata nel 2003, durante l’anno giubilare che era stato indetto in occasione del 5° centenario della nascita di Sant’Antonio Maria Zaccaria (a cui la chiesa è dedicata).


Beh, direi: tutt’altra musica. Si tratta, sí, di una chiesa moderna, ma che si ispira ai canoni classici. Anche l’interno, vi posso assicurare, è molto bello: una chiesa accogliente, “calda”, che favorisce la preghiera. Ci sono ancora degli interventi da fare (pavimento definitivo, vetrate, confessionali, ecc.), ma già ora si presenta molto bene.

Prima di concludere, mi permetto di esprimere qualche perplessità a proposito della possibilità di abbellimento di certe chiese: in certi casi è possibile; in altri, c'è solo da attendere che il tempo le distrugga (e non credo che ce ne voglia molto...).

venerdì 18 settembre 2009

Che ne sarà dei cristiani di Terra Santa?

L’altro giorno l’agenzia ZENIT ha riferito del discorso pronunciato dal Patriarca latino di Gerusalemme (a proposito: come mai i Patriarchi latini di Gerusalemme non diventano mai Cardinali? La Chiesa-madre della cristianità non merita forse una porpora?), Mons. Fouad Twal, l’8 settembre scorso a Londra nella Cattedrale di Westminster. Non mi pare che tale intervento abbia avuto la risonanza che avrebbe meritato. Pertanto mi permetto di farvi eco, nel mio piccolo, perché non voglio, come ho già ripetuto altre volte, che qualcuno possa dire un giorno: “Non sapevamo...”.

Il Patriarca ha, innanzi tutto, lanciato un grido di allarme circa il futuro della Chiesa in Terra Santa:


«Il Patriarca latino di Gerusalemme, Fouad Twal, ha avvertito che il futuro della Chiesa in Terra Santa è a rischio. Per questo motivo, ha chiesto ai cristiani di tutto il mondo di unire i propri sforzi per aiutare i fedeli della terra di Gesú.

[...] Il Patriarca ha sottolineato che l’emigrazione ha ridotto drasticamente il numero dei cristiani sia in Israele che in Palestina. Secondo il presule, ricorda l’associazione caritativa internazionale Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS), che ha organizzato l’incontro londinese, si pensa che i fedeli di Gerusalemme diminuiranno dai 10.000 attuali a poco piú di 5.000 nel 2016. In tutta la Terra Santa, ha aggiunto, i cristiani sono scesi dal 10 al 2% in 60 anni, anche se altre prove mostrano che il declino potrebbe essere superiore».


Si noti che “in 60 anni” significa: “dalla creazione dello Stato di Israele” (1948). Se le statistiche hanno un senso, le conclusioni dovrebbero essere ovvie.

Mons. Twal ha quindi descritto la reale situazione dei cristiani e delle altre minoranze in Terra Santa:


«Il Patriarca ha confessato che fino ad ora il pellegrinaggio svolto da Benedetto XVI in Terra Santa a maggio non ha portato a una minore oppressione delle minoranze e che “la continua discriminazione in Israele minaccia sia i cristiani che i musulmani”.

“Tra la limitazione degli spostamenti e la noncuranza per le necessità abitative, le tasse e la violazione dei diritti di residenza, i cristiani palestinesi non sanno da che parte voltarsi”.

Il Patriarca Twal ha condannato in particolare il muro eretto da Israele intorno alla West Bank, affermando che oltre a ostacolare la libertà di movimento “ha chiuso molti palestinesi in zone-ghetto in cui l’accesso al lavoro, all’assistenza medica, all’istruzione e ad altri servizi di base è stato gravemente compromesso”.

“Abbiamo una nuova generazione di cristiani che non può visitare i Luoghi Santi della sua fede anche se distano solo pochi chilometri dal luogo in cui risiede”, ha denunciato. [...]

Nei Territori Occupati, ha aggiunto, la gente “è completamente alla mercé dell’Esercito israeliano, e al momento la Striscia di Gaza vive sotto un assedio imposto da Israele, che ha provocato una drammatica crisi umanitaria”».


C’era qualcuno che si era illuso che la visita del Papa in Terra Santa avrebbe cambiato qualcosa? Basta vedere che cosa stanno facendo in questi giorni gli israeliani con gli insediamenti: bloccarli — ha detto Netanyahu — sarebbe contro la pace!!!

Mons. Twal ha infine fatto una amara riflessione che tutti faremmo bene a fare insieme con lui:


«Se in 61 anni non siamo riusciti a ottenere la pace, vuol dire che i metodi che abbiamo usato erano sbagliati».


Penso proprio che il Patriarca abbia ragione: i metodi finora usati — non solo dai poveri cristiani di Terra Santa, ma dalla Chiesa intera e dalla fantomatica “comunità internazionale” — erano sbagliati. Che significa? Significa che bisogna cambiare politica nei confronti dello Stato di Israele. Non è possibile continuare a seguire una politica di formale “equidistanza”, che di fatto si risolve in un sostegno incondizionato per Israele a danno dei palestinesi. Non è possibile continuare a riaffermare il “sacrosanto diritto di Israele all’esistenza” e il (non altrettanto sacrosanto) “diritto dei palestinesi ad avere un loro Stato”. Sono chiacchiere. È giunta l’ora di prendere una posizione netta a favore degli oppressi contro l’oppressore. Anche perché Israele approfitta della timidezza della Chiesa e della comunità internazionale (che tiene sotto ricatto con l’arma dell’antisemitismo) per fare i propri comodi.

Personalmente sono convinto che, se tutti avessero un po’ piú di coraggio, Israele non potrebbe permettersi di fare quello che sta facendo. Ma — argomentano i pusillanimi — Israele è una potenza nucleare; potrebbe distruggerci tutti in un batter d’occhio. Per me, è solo un gigante dai piedi di argilla. Quando ero giovane, esisteva l’Unione Sovietica: sembrava una superpotenza invincibile, che terrorizzava i popoli con le sue armi. A Roma aspettavamo, da un giorno all’altro, che i cosacchi si accampassero in Piazza San Pietro. Li stiamo ancora aspettando. Dov’è finita nel frattempo l’Unione Sovietica? È finita nel nulla, dalla sera alla mattina. Prima o poi, se Israele continuerà con la sua politica criminale, farà la stessa fine; e i suoi abitanti se ne fuggiranno uno a uno all’estero, dove hanno una seconda cittadinanza. Il bello sarà, a quel punto, che tutti se ne laveranno le mani, e l'unica su cui ricadranno tutte le colpe sarà, come al solito, la Chiesa cattolica, che verrà accusata di aver sostenuto il regime israeliano. Quanto ci volete scommettere?

giovedì 17 settembre 2009

Chiese brutte: problema educativo o "politico"?

Ho letto ieri l’articolo del Giornale che riportava il giudizio espresso da Mons. Ravasi sulle chiese moderne: «Un certo cattivo gusto nelle chiese, oggi, è un dato di fatto. Per questo è indispensabile una formazione di tipo estetico a partire dai seminari e dalle parrocchie».

Tale intervento è stato accolto favorevolmente, come segno di un’inversione di tendenza della Chiesa in campo artistico. Da parte mia, mi permetto di fare qualche considerazione.

Non voglio parlare del passato; sarebbe del tutto inutile: il passato è passato. Concentriamoci piuttosto sul presente e sul futuro. Ebbene, mi sembra abbastanza comodo — oltreché velleitario — pensare di risolvere il problema appellandosi alla formazione. Oggi sembra che tutti i problemi si possano e si debbano risolvere sul piano educativo. Per carità, sono il primo a riconoscere il ruolo basilare e insostituibile dell’educazione; ma non è vero che le responsabilità vadano sempre e solo individuate in un difetto di formazione. Perché, se cosí fosse, qualsiasi problema sarebbe esclusivamente un problema della “base”. Il che mi sembra, onestamente, un comodo alibi, con cui i “vertici” cercano di nascondere le proprie responsabilità. I problemi hanno, il piú delle volte, cause “politiche”, e attendono, per essere risolti, soluzioni “politiche”.

Da parte mia, non ho nulla, in linea di principio, contro una “formazione estetica” nei seminari (semmai, mi chiedo come questa possa avvenire in una parrocchia...). Siccome però sono direttamente coinvolto nel lavoro di formazione, ho l’impressione che talvolta ci si attenda troppo da noi formatori: dovremmo essere in grado non solo di dare una formazione spirituale-teologica ai candidati al sacerdozio, ma prima di questa dovremmo assicurare ai seminaristi una formazione umana e culturale, e successivamente dovremmo completare la loro formazione con un addestramento pastorale e con corsi integrativi nei piú svariati settori (che vanno dall’economia alla politica, dalle scienze umane alla tecnologia, e chi piú ne ha piú ne metta: adesso aggiungiamoci anche l’arte). Sinceramente, non vi sembra un po’ troppo? Abbiamo già da sudare sette camicie, perché i candidati giungono in seminario senza alcuna formazione di base: non è piú come una volta che si entrava in seminario da bambini e tutti seguivano, nel seminario stesso, gli studi classici; oggi arrivano con studi un po’ raffazzonati, e tu devi ricominciare da capo, a partire dalle abilità linguistiche di base, spesso carenti (altro che latino e lingue bibliche e moderne...). Figuriamoci, ora dobbiamo dare loro anche una formazione estetica. Ma ci si rende conto che oggi la maggior parte dei candidati viene dal terzo mondo, dove non si ha idea di che cosa sia l’arte? Ma, in ogni caso, si può accettare la sfida, in quanto anche un pizzico di estetica fa parte di una educazione integrale.

Il problema però, a mio parere, non sta qui, nella formazione dei futuri sacerdoti. Semplicemente perché non è il povero parroco che decide della costruzione di una chiesa. È vero, molto spesso la parrocchia viene eretta prima della costruzione della chiesa, per cui il parroco ha una responsabilità nella richiesta e ispirazione dei progetti. Ma poi tali progetti devono essere approvati dalla commissione o dai responsabili deputati in ogni diocesi per l’architettura sacra. Quindi il problema non è tanto quello di avere parroci con senso estetico (ovviamente, se ce l’hanno, tanto meglio); il problema è, appunto, un problema “politico”: sono gli organi diocesani competenti che devono funzionare. Se viene presentato il progetto di una chiesa-scatola, esso deve semplicemente essere cestinato. Ci vuol tanto? Allora il vero problema è, sí, un problema di formazione, ma non tanto di formazione del clero, quanto piuttosto di formazione dei tecnici, di coloro che prendono le decisioni in materia.

Tali organi competenti dovrebbero avere delle regole ben precise, valide per tutti, e non lasciate al gusto personale di questo o quell’esperto. Per esempio, la prima regola, suggerita dal buon senso, dovrebbe essere che, quando si deve costruire una chiesa, ci si deve rivolgere a un architetto cristiano-cattolico-praticante-esperto in liturgia, non a un architetto qualsiasi, fosse pure di grido. Mi dite voi che senso ha far progettare una chiesa a un architetto ebreo o, addirittura, ateo? E poi ci meravigliamo che le chiese moderne sono fredde, senz’anima... Ma che volete che ne capisca di una chiesa un architetto non-credente? Per lui sarà unicamente una questione di luci e di volumi. Ancora una volta dunque si pone, sí, un problema di formazione, ma di formazione di artisti cristiani. Il principio dell’art pour l’art nella Chiesa non trova spazio; o l’arte sacra è espressione della fede (e non di una fede astratta, ma di una fede vissuta), o non è.

mercoledì 16 settembre 2009

“In questa città io ho un popolo numeroso”

Ieri avevo annunciato un seguito (e un approfondimento) ai post sull’intervista a Messori. Fra i messaggi me ne è arrivato uno dal mio ex-alunno David (che già in altre occasioni è intervenuto su questo blog), che mi sembra degno di attenzione per le riflessioni che fa:


«La mia personale esperienza/conoscenza si limita all’area arabo-musulmana, un po’ all’Est Europa e un po’ all’America Latina. Parlo di contatti con cattolici, clero e non cattolici di queste aree, con le organizzazioni ecclesiali, ecc. Beh, la prima impressione è che il ruolo della Chiesa Cattolica — specie nel Sud del mondo — sia un po’ come quello di George Baily (James Stewart) in La Vita è Meravigliosa, capolavoro di Frank Capra: tutti la schiaffeggiano e la criticano ma... che mondo sarebbe senza quella che Messori chiama spesso la Catholica? Immaginiamo per un attimo di togliere Salesiani, Comboniani e altri “papisti” dal solo Egitto, come se non fossero mai esistiti... Bene, non ci sarebbero piú operai specializzati, tecnici, la gran parte dei quadri... Sparirebbe l’intero settore commerciale (che è un prodotto dell’immigrazione cattolica italiana e libanese nell’Ottocento); milioni di adulti si troverebbero senza istruzione perché loro non sarebbero mai passati dalle scuole cattoliche o i loro maestri e insegnanti non sarebbero mai stati educati da Comboniani, Francescani, ecc. Senza gli ambulatori delle Suore Minime, quanti sarebbero sciancati, ciechi o addirittura morti? Persino... il gelato non si troverebbe piú lungo il corso del Nilo! L’Egitto oggi sarebbe come la Somalia o l’Afghanistan. Spesso non ci pensiamo neppure, ma intere nazioni dipendono dalla presenza della Chiesa Cattolica sul loro territorio. Invece che starci a piangere addosso, dovremmo considerarlo: attraverso la Chiesa e suoi figli, Dio ha veramente “ricolmato di beni gli affamati”.

Ora, l’importanza sociale della Chiesa non necessariamente corrisponde a un rafforzamento della fede nei popoli. Lo spettacolo della Spagna scristianizzata, delle sette che prosperano in Brasile e della scarsa autorevolezza dei vescovi in Francia e Germania è davanti a tutti. C’è da dire però che continueremmo a perdere fedeli se pensassimo che tutto questo dipenda da una sbagliata strategia e che si debbano progettare a tavolino nuovi piani di pastorale per i giovani, le famiglie, ecc. Credo che non argineremmo l’emorragia di vocazioni e la fuga dei giovani dalle chiese neppure se pensassimo di far rifiorire la Chiesa attraverso i vari Regnum Christi, Opus Dei, Neocatecumenali, tutte comunità molto strette e — Dio mi perdoni, ma lo voglio dire — chiuse in sé stesse. La Chiesa, forse solo il Padrone della Messe saprà farla rifiorire, come e quando Lui vorrà...

Ma se le chiese languono, i santuari mariani prosperano. Mi risulta che a Vailankanni in India — antico e glorioso santuario della Beata Vergine — vadano piú pellegrini che sul sacro Gange. Lourdes batte la Mecca 7 a 4... milioni di pellegrini. Per non parlare poi del “peso massimo” di tutti i luoghi di culto, il santuario della Morenita, a Mexico City. La Vergine di Guadalupe con i suoi 35-40 milioni di pellegrini ogni anno non ha paragoni al mondo: non c’è stadio sportivo sulla terra dove in media si rechino ogni giorno centoventimila persone! Uomini sudati e a volte un po’ in disordine, donne grasse con bambini a seguito, anziani dai volti segnati dal tempo e giovani a milioni... Spesso i nostri discorsi sulla crisi della Chiesa non tengono conto di questi eserciti, di cui — a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca — le gerarchie un po’ si vergognano... Hai mai provato a far venire una Madonna pellegrina in chiesa? In moltissimi casi fai... il tutto esaurito per giorni.

Veramente, “in questa città io ho un popolo numeroso”. Tutto sta nel trovarlo...»


Non posso che confermare quanto dice David. L’esperienza mi insegna che la presenza della Chiesa è importante non solo nei paesi cristiani, ma anche in quelli dove i cristiani sono solo una minoranza. Quel che fa la Chiesa cattolica non lo fa nessun altro. E questo tutti, chi in un modo chi nell’altro, lo riconoscono: sia quelli che apprezzano il lavoro della Chiesa e le sono riconoscenti, sia quelli che, per invidia o per paura, la combattono. Anche laddove è minoritaria, la Chiesa cattolica mostra una vitalità che nessun’altra religione può esibire. Non perché possa contare su una efficace organizzazione (giustamente il Card. Biffi considerava la Chiesa la “piú grande disorganizzazione della storia”), non perché i suoi quadri siano piú efficienti, non perché una rigida disciplina regni al suo interno, non perché adotti sofisticate strategie promozionali, ma semplicemente perché può contare su qualcosa — meglio, Qualcuno — che nessun altro possiede.

Confermo anche quanto David dice dei santuari mariani. Voi sapete che attualmente mi trovo in un paese non-cristiano. Nella città dove risiedo esiste un santuario frequentatissimo da persone di ogni credo. Davvero mi vado convincendo che Dio abbia ovunque un popolo numeroso (cf At 18:10). A parte i VIP che si convertono al cattolicesimo (prima Blair, poi Gingrich, e ora... Obama?), vedo che nei paesi non-cristiani ci sono molti che, pur non convertendosi per vari motivi, di fatto accettano il cristianesimo. L’altro giorno ho benedetto la casa di un musulmano sposato a una cristiana, felicissimo di ricevere la benedizione...

Di fronte a questa realtà, come diventano piccine le nostre sterili polemicuzze intraecclesiali! Quando ti accorgi che Dio è all’opera attraverso la sua Chiesa (una Chiesa spesso sbracata, che sembrerebbe non far molto per nascondere le proprie miserie), non puoi che dire: questa, nonostante tutti i suoi difetti, è la vera Chiesa; non c’è bisogno di ritirarsi su un monte e fondare una nuova Chiesa di perfetti, perché Dio possa rivelarsi al mondo. Lui preferisce servirsi di questa Chiesa, perché per lui qualsiasi strumento, anche il piú imperfetto, va bene; dal momento che è lui che compie la sua opera; è lui che si sceglie il suo popolo, dove vuole, quando vuole e come vuole. L’unica cosa che ci viene richiesta è di aprire gli occhi per “vedere la grazia di Dio” (cf At 11:23) che è all’opera attorno a noi.


PS: Vi consiglio di dare un’occhiata all’intervista, pubblicata su ZENIT, al Vescovo Camillo Ballin, il Vicario apostolico in Kuwait, di cui vi parlavo l’altro giorno a proposito dei filippini.

martedì 15 settembre 2009

Feedback

Ho ricevuto diversi messaggi pro e contro il mio post di ieri. L’audience poi ha avuto un’impennata inconsueta. Sinceramente, non mi aspettavo una simile reazione a un intervento che non aveva alcuna pretesa, ma voleva solo postillare l’intervista di Vittorio Messori dell’altro ieri su La Stampa.

Avevo premesso che consideravo del tutto legittime le obiezioni alle affermazioni di Messori (in quanto «opinioni personali ... che possono tranquillamente essere messe in discussione»). A maggior ragione, ritengo piú che legittimo dissentire dalle mie considerazioni, altrettanto personali e opinabili. Permettete però che aggiunga qualche parola di spiegazione, per chiarire il mio pensiero e la reale portata del mio intervento.

Innanzi tutto, vorrei che fosse ben chiaro che non avevo alcuna intenzione di polemizzare con quanti avevano espresso riserve sull’intervista di Messori né, tanto meno, con il Santo Padre. Volevo solo dire che quanto affermato da Messori, a mio modesto parere, non era del tutto campato in aria. Probabilmente neppure Messori aveva alcuna intenzione di controbattere al Papa; le sue erano semplicemente delle considerazioni generali sulla condizione reale dei vescovi in alcune parti del mondo. Le parole pronunciate dal Santo Padre sabato scorso non sono mai state in discussione né nell’intervista di Messori né nel mio post.

In ogni caso, penso che non sia molto corretto voler vedere in ogni intervento del Papa un riferimento diretto a qualcuno o a qualche situazione particolare. Benedetto XVI, com’è suo solito, “vola alto”; specialmente in una omelia, non si abbandona a polemiche spicciole. È vero che i vescovi ordinati erano tutti e cinque italiani e provenienti dalla Curia Romana; è vero che Papa Ratzinger conosce bene quell’ambiente, per esservi vissuto a lungo, e sa che il carrierismo vi è assai diffuso; sono convinto che egli si sia trovato sempre a disagio in un simile ambiente, che non era il suo (fosse stato per lui, sarebbe volentieri tornato agli studi, alla ricerca e all’insegnamento); ma non mi sembrerebbe rispettoso pensare che attenda certi momenti, come un’ordinazione episcopale, per denunciare o rinfacciare le umane miserie di chicchessia. Oltre tutto, sarebbe poco carino nei confronti degli ordinandi, che, se sono stati scelti, si suppone siano persone degne.

Il Papa dunque stava, sí, parlando a cinque vescovi italiani di Curia, ma avendo in mente tutti i vescovi della Chiesa. Messori, da parte sua, ha fatto alcune considerazioni (che probabilmente prendevano spunto dalle parole del Papa, ma non avevano alcun intento polemico nei suoi confronti) sulla situazione dei vescovi in Europa (il caso italiano è accennato solo di sfuggita), in Africa e in America Latina. Io, da parte mia, mi sono limitato a dire, basandomi anche sulla mia limitata esperienza, che, secondo me, quanto afferma Messori corrisponde a verità. Tutto qui.

Mi è stato fatto notare che il vero problema degli episcopati europei è la loro mancanza di comunione con il Papa. Sono pienamente d’accordo. Sono sempre stato convinto che all’origine della crisi della Chiesa (e della cristianità) europea ci sia una sorta di “complesso antiromano”. E questo non lo dico oggi, che la situazione si è fatta piuttosto grave; lo vado ripetendo da quando quelle comunità erano ancora fiorenti (subito dopo il Concilio); anzi, esse sembravano il futuro della Chiesa, mentre noi, poveri papalini, rappresentavamo il passato, che presto sarebbe stato spazzato via. Mi permetto però di aggiungere, tra parentesi, che anche lí dove si è tentato di correre ai ripari (come, p. es., in Olanda ai tempi di Giovanni Paolo II), la situazione non è affatto cambiata. In ogni caso, tali osservazioni nulla tolgono e nulla aggiungono alle affermazioni di Messori, che si limitano a constatare una realtà.

Semmai, ci sarebbe da notare, come ulteriore spunto di riflessione, che negli episcopati dei paesi del “terzo mondo”, tranne alcune eccezioni (specialmente in America Latina), in genere non ci sono contestazioni contro il magistero del Romano Pontefice. Ma ci sono i problemi a cui faceva riferimento Messori.

Anche a proposito del celibato, non mi sembra che Messori abbia inteso in alcun modo criticare l’attuale disciplina della Chiesa o abbia auspicato un suo mutamento; si è limitato a descrivere una realtà. Semmai, ha tentato di dare una spiegazione al fenomeno della islamizzazione dell’Africa e a quello della protestantizzazione dell’America Latina; interpretazione che però ho dichiarato esplicitamente di non condividere.

Quanto poi alla Rivoluzione francese, sono d’accordo che non le vada attribuito alcun “merito” diretto in riferimento alla purificazione della Chiesa che ad essa è susseguita (credo che anche Messori converrebbe su questo punto). Semplicemente, si trattava anche qui della constatazione di quanto oggettivamente accaduto, riconducibile, per chi crede, all’opera della Provvidenza, che sa trarre il bene anche dal male. Né voleva essere in alcun modo, almeno da parte mia, un giudizio totalmente negativo sulla cristianità dell’Ancien Régime, che avrà avuto pure i suoi limiti, ma ebbe certo anche i suoi pregi (pensiamo, tanto per fare un paio di nomi, a San Luigi Maria Grignion de Montfort in Francia o a Sant’Alfonso Maria de’ Liguori in Italia).

C’è poi anche chi mi ha scritto per approfondire ulteriormente la riflessione. Ma ne riparliamo domani.

lunedì 14 settembre 2009

Santi e peccatori

L’intervista rilasciata ieri da Messori a La Stampa non è piaciuta a tutti (vedi qui). Poco male: ovviamente si tratta di opinioni personali (anche se talvolta alcuni considerano il giornalista una specie di portavoce ufficioso della Santa Sede), che possono tranquillamente essere messe in discussione. Io devo confessare un debole per Messori; per me non è un giornalista qualsiasi; è un maestro. Quando scriveva su Avvenire, non mi perdevo una puntata della sua rubrica “Vivaio” (e spesso ritagliavo e conservavo il pezzo). L’ho sempre seguito con qualcosa di piú di un semplice interesse: non che lo consideri un oracolo; ma certo, prima di mettere in discussione le sue tesi, sono solito prenderle in seria considerazione. Quel che mi è sempre piaciuto di piú in lui è la sua “cattolicità”: mi sembra che sia fra i pochi che ha veramente capito che cosa significa essere cattolici. Anche quando si ha a che fare con questioni, nelle quali si potrebbe facilmente scivolare nel moralismo, riesce a esprimere un punto di vista equilibrato e profondamente cattolico. L’ultimo esempio l’abbiamo avuto nella vicenda Boffo: senza giudicare la persona, prudenza avrebbe voluto che... Chi può dargli torto?

Anche in questo caso, a proposito del carrierismo dei vescovi, non mi sento proprio di contraddirlo. Io non conosco direttamente la situazione europea, ma mi pare che quanto afferma Messori sia attendibile. Non guardiamo all’Italia, dove la Chiesa vive una situazione del tutto privilegiata (anche se spesso non ce ne rendiamo conto); ma negli altri paesi penso davvero che i vescovi contino poco. Che poi l’episcopato costituisca, in ogni caso, all’interno della Chiesa, una posizione di potere, è un’altra questione. Ma nelle società europee è probabilmente vero che, se i vescovi non sono dei paria, poco ci manca.

Diversa è la situazione nel cosiddetto “terzo mondo”, dove effettivamente i vescovi godono di autorevolezza e gestiscono, di fatto, un notevole potere. A quanto afferma Messori a proposito di America Latina e Africa, io potrei aggiungere la mia, seppur limitata, esperienza asiatica, del tutto analoga a quella di quei continenti. E non posso dar torto a Messori quando dice che questo è uno dei motivi per cui i seminari in questi paesi sono affollati (la qualcosa, sia bene inteso, non mi scandalizza piú di tanto: lo stesso è accaduto nel passato in Italia e nel resto d’Europa).

Quanto dice Messori a proposito del celibato, purtroppo, è vero. Ho solo qualche perplessità che sia questo il motivo per cui l’Africa rischia di diventare musulmana e l’America Latina protestante. Secondo me i motivi reali vanno cercati altrove (anche se poi non sono del tutto convinto che si verifichi davvero ciò che viene paventato).

Mi fa molto riflettere quanto Messori aggiunge a proposito della Rivoluzione francese. Secondo lui, questa avrebbe provocato una sorta di purificazione nella Chiesa, con conseguente innalzamento del livello culturale, morale e spirituale del clero, e in particolare dei vescovi e dei papi. Sono fondamentalmente d’accordo. Solo mi chiedo: come mai in Europa, dove la Chiesa può contare su un clero tutto sommato decente, essa è in gravissima crisi e rischia l’estinzione, mentre là dove c’è un clero che lascia alquanto a desiderare, essa è in piena espansione? Sinceramente, non riesco a trovare una spiegazione razionale. Evidentemente, ci troviamo dinanzi a un mistero: qualità e quantità non sono, nella Chiesa, direttamente proporzionali; sembrerebbe piuttosto che esse siano inversamente proporzionali. È mai possibile? Pare proprio di sí: sembrerebbe che Dio preferisca servirsi di strumenti imperfetti per realizzare i suoi piani. Sembra che troppa santità faccia male alla Chiesa. O forse dobbiamo ammettere che la santità della Chiesa vada ricercata altrove: non tanto nella irreprensibilità dei costumi, quanto piuttosto nell’indefettibilità della fede.

Mi torna in mente l’aforisma di Oscar Wilde, da me già menzionato tempo fa: «La Chiesa Cattolica è per i santi e per i peccatori, per le persone rispettabili è sufficiente la Chiesa Anglicana». E mi viene di pensare che, forse, non dobbiamo considerare i “santi” e i “peccatori” come due categorie distinte esistenti all’interno della Chiesa, ma come un’unica categoria: anche i santi sono fondamentalmente dei poveri peccatori; anche i peccatori possono essere dei santi.

domenica 13 settembre 2009

XXIV domenica "per annum"

«Egli domandava loro: “Ma voi, chi dite che io sia?”. Pietro gli rispose: “Tu sei il Cristo” ... E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto...».

Potrebbe sembrare che ci sia una forte opposizione tra la prima e la seconda parte del Vangelo odierno. E in effetti la c’è; nella mentalità di Pietro, dei discepoli, dei giudei in genere (e, diciamolo pure, nella nostra mentalità), che Gesú sia il messia e che egli debba soffrire sono due affermazioni pressoché contraddittorie: se Gesú è il messia, non può soffrire; se deve soffrire, non è il messia.

È per questo che «Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo». Egli non ha difficoltà a riconoscere in Gesú il messia; quel che non può accettare è questa prospettiva di sconfitta, inconciliabile con le sue — e le nostre — attese.

Ma per Gesú non esiste alcuna opposizione fra le due affermazioni. Egli non rifiuta la confessione di Pietro (semplicemente, chiede ai discepoli di non mettere in giro la voce, perché nessuno avrebbe capito), ma spiega che tipo di messia egli è: diverso dalle loro aspettative; non un messia glorioso, potente, vittorioso, ma un messia sofferente.

Già questo era sconvolgente per chiunque. Come se non bastasse, Gesú non si limita a parlare di sé; aggiunge qualcosa anche per quanti lo seguono. Siccome il messia sarà un messia sofferente, anche i suoi discepoli sono chiamati a condividere lo stesso destino:

«Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua».

Pensiamoci seriamente, quando decidiamo di porci alla sequela di Cristo: che cosa ci attendiamo? Il successo, il potere, la gloria? Dovremmo sapere fin dall’inizio che innanzi a noi c’è solo una croce. I discepoli di un messia sofferente non possono che essere, essi stessi, “discepoli sofferenti”.

sabato 12 settembre 2009

Il "dopo-Boffo"

A quanto pare, i nuovi scenari che si andavano disegnando sopra la testa di Boffo, incominciano a poco a poco a delinearsi. Ho letto due articoli, assai diversi fra loro, ma entrambi estremamente interessanti al riguardo. Il primo è l’analisi del Prof. Pietro De Marco, pubblicata da Sandro Magister sul suo blog Settimo cielo; il secondo è l’editoriale di Antonio Socci per Libero di ieri, ripreso dal suo blog lo Straniero.

Ho letto con piacere il commento del Prof. De Marco, perché, in qualche modo, conferma la sensazione, da me espressa nel post di sabato scorso, che il caso Boffo non fosse altro che una faida intraecclesiastica; ma, allo stesso tempo, rimuove qualsiasi sospetto pendente sulla CEI e la Santa Sede, dal momento che riconduce il caso a una lotta di potere interna all’Università Cattolica. Non che sia una cosa simpatica, ma per lo meno non vi sono direttamente coinvolte le gerarchie ecclesiastiche. E questo, almeno per me, è un bel sollievo. Personalmente trovo l’analisi del Prof. De Marco piuttosto attendibile.

Socci invece parla dei nuovi scenari politici che si starebbero aprendo in Italia, soffermandosi sulla “parte ecclesiastica” di tali scenari. Secondo Socci, dopo il pensionamento di Ruini e la defenestrazione di Boffo, assistiamo a un nuovo corso della politica ecclesiastica nei confronti dell’Italia, nuovo corso controllato direttamente dalla Segreteria di Stato. Si tratterebbe praticamente di sostenere un progetto politico che si starebbe delineando in Italia: «un nuovo centrodestra post-berlusconiano (che magari torna a inglobare l’Udc): potrebbe andare da Montezemolo alla Scaraffia, con Casini ... E magari Fini al Quirinale». I patron di tale progetto sarebbero Paolo Mieli e Galli della Loggia. Non si tratta di ipotesi campate in aria. Socci documenta tali nuovi orientamenti con tutta una serie di recenti interventi dell’Osservatore Romano, del suo direttore, Gian Maria Vian, e della sua editorialista di punta, Lucetta Scaraffia (moglie, guarda caso, di Galli Della Loggia). Forse Socci dà troppo per scontato che L’Osservatore Romano costituisca, tout court, il portavoce della Segreteria di Stato; ma certo non si può negare che le sue prese di posizione siano espressione autorevole di una linea radicalmente diversa rispetto a quella (ruiniana) di Avvenire e della CEI.

Se devo essere sincero, pur concedendo una certa fondatezza alle affermazioni di Socci, trovo il “progetto” ancora alquanto confuso e non del tutto provato il coinvolgimento della Segreteria di Stato in tale progetto. In ogni caso, se le cose dovessero stare come afferma Socci, non posso nascondere qualche perplessità, non perché io sia un sostenitore della linea ruiniana (che non mi ha mai convinto completamente) o wojtyliana (mi pare di percepire nell’articolo un certo disappunto da parte di Socci, wojtyliano di ferro), ma perché queste ipotetiche nuove prospettive non mi sembrano affatto piú rassicuranti dell’attuale situazione.

Capisco che un po’ tutti siano stanchi dell’interminabile telenovela berlusconiana e sentano il bisogno di voltare pagina. Capisco che dopo l’esperienza del centrosinistra e quella del centrodestra, entrambe deludenti, venga naturale guardare al centro o a un nuovo centrodestra (“liberalnazionale”?). I volti che incarnano tale progetto sembrano rassicuranti. Il problema è (e la Chiesa non può non porsi questa domanda): chi c’è dietro tale progetto? Non ci saranno per caso quei “poteri forti”, che hanno deciso di scaricare il Cavaliere? Se cosí fosse, non ci sarebbe da stare troppo allegri.

Inoltre non mi sembra molto prudente, in tali nuovi scenari, tenere fuori completamente la Conferenza episcopale italiana. Capisco che con l’uscita di scena del Card. Ruini, che le aveva imposto una ben precisa linea “politica”, essa rischia oggi di diventare un pollaio, dove avrà la meglio il gallo che canta piú forte (i Vescovi tendenti a sinistra: come li chiama De Marco, i “cattomanichei”). Ma proprio per questo, avocando il rapporto con la politica italiana alla Segreteria di Stato e ignorando l’opinione dei Vescovi (i quali, lo si voglia o no, hanno il polso della situazione), si rischia di approfondire ulteriormente il solco già esistente fra Santa Sede ed episcopato italiano. Si rischia la confusione totale.

Socci, in un poscritto al suo articolo, dice di confidare sulla presenza del Papa, che certamente rimane per tutti un punto di riferimento sicuro. Ma lui stesso limita tale rassicurante certezza all’ambito strettamente ecclesiale; e sono d’accordo con lui, perché non credo che Benedetto XVI, sia per motivi di principio e di stile, sia per la sua origine, sia per carattere, abbia alcuna intenzione di intromettersi nelle questioni politiche italiane. E allora? C’è solo da pregare che i nostri pastori siano illuminati dallo Spirito Santo e guidati da prudenza e discernimento. Non vorrei che un giorno, in Italia, si debba rimpiangere il Cavaliere e, nella Chiesa, il Card. Ruini.

venerdì 11 settembre 2009

Filippini nei paesi islamici

Sarà che, dopo cinque mesi di forzato distacco, la mancanza dei filippini si fa sentire; ma devo confessare che a leggere questa notizia su AsiaNews mi sono commosso. Sapere di questa ragazza che è andata in chiesa a Manila per confessarsi e partecipare alla Messa per l’ultima volta prima di partire per Riyadh mi ha stretto il cuore. E, come lei, chissà quanti altri (a quanto pare, ogni giorno duemila filippini abbandonano il loro paese per andare a lavorare all'estero). E purtroppo sappiamo che cosa li attende: oltre all’impossibilità di praticare la loro fede (mi piacerebbe sapere se ai nostri ventenni costerebbe cosí tanto dover rinunciare ai sacramenti...), la prospettiva di dover lavorare 12 ore al giorno, spesso in condizioni disumane (senza contare che le donne spesso vengono letteralmente schiavizzate e sfruttate sessualmente...).

Qualcuno dirà: E chi glielo fa fare? Perché non se ne stanno a casa loro? Vorrei vederli, quelli che si pongono tali domande, al posto di questi giovani costretti a lasciare il loro paese. Vorrei vederli, magari con un titolo accademico, doversi accontentare di poche migliaia di pesos (1 euro = 70 pesos). Chissà, forse anche loro hanno in casa un filippino o una filippina, e non sanno che ha una laurea, che è un dottore o un architetto, che deve rassegnarsi ai lavori piú umili per guadagnare dieci volte quel che guadagnerebbe nel suo paese esercitando la professione.

Non voglio santificarli, i filippini. Ormai penso di conoscerli abbastanza; conosco i loro pregi e i loro difetti. So bene che, in patria o all’estero, non sono dei santi. Il Vescovo Ballin — un veneto — Vicario Apostolico del Kuwait, recentemente li ha dovuti richiamare al dovere della fedeltà coniugale, rammentando loro quello che i suoi conterranei hanno dovuto patire in passato in giro per il mondo. Talvolta qualche ragazza finisce nell’harem di qualche signorotto locale ed è costretta anche a ripudiare la fede cristiana e a convertirsi all’Islam. Ma si tratta di casi eccezionali.

Lo vediamo nelle nostre città, quanto i filippini siano attaccati alla religione cattolica: in quante parrocchie ormai c’è una comunità filippina, che si ritrova settimanalmente per la celebrazione dell’Eucaristia? A Kabul l’unica chiesa cattolica esistente è la cappella dell’Ambasciata d’Italia: dovrebbe essere frequentata, principalmente, da italiani e da europei; ma da un po’ di anni a questa parte la comunità piú numerosa (e fervente) è quella filippina.

Direi che i filippini sono piú praticanti quando sono all’estero che non quando sono a casa: probabilmente la Messa diventa anche un modo per ritrovarsi e per sentirsi in qualche modo in patria; ma non è certo questo il motivo che li spinge ad andare in chiesa. Magari sarà talvolta una religiosità, secondo i nostri canoni, un po’ formalistica; ma vi posso assicurare che non si tratta di pura esteriorità; credono veramente a ciò che fanno. Forse non saranno sempre coerenti con quel che professano (e noi lo siamo?); ma almeno sono capaci di riconoscerlo onestamente e di pentirsene (talvolta anche con penitenze eccessive).

L’articolo di AsiaNews è intitolato “Migranti cattolici filippini, testimoni della fede nei Paesi islamici”. Potrebbe apparire esagerato; e forse lo è, se guardiamo alle intenzioni: i filippini non decidono di lasciare il loro paese per annunziare il vangelo nel mondo; non hanno la vocazione dei missionari. Lasciano il loro paese per guadagnarsi da vivere. Eppure, missionari lo sono lo stesso, a prescindere dalle loro intenzioni: con la loro semplicità, la loro bontà, la loro dolcezza, il loro sorriso (anche il filippino piú arrabbiato o angosciato sarà capace di farvi un sorriso). E poi con il loro essere cristiani, che va oltre le loro possibili incoerenze e infedeltà. Essere cristiani non significa essere impeccabili: si può testimoniare la fede anche nella fragilità.

Infine, non possiamo dimenticare un altro aspetto: Dio compie la sua opera servendosi di strumenti spesso fallibili. San Paolo ci ricorda che «quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono» (1 Cor 1:27-28). Sono convinto che Dio abbia scelto i filippini per rivelarsi a molti che ancora non lo conoscono. Li ha scelti, non perché siano migliori degli altri, ma perché credono in lui.

giovedì 10 settembre 2009

Chiesa e riscaldamento globale

Mi è stato chiesto di dire qualcosa sul riscaldamento globale: qual è la mia opinione personale in materia? Come mai la Chiesa non prende posizione? Devo ammettere di non essere un esperto, per cui non so quanto possa valere il mio parere. Né, d'altra parte, sono il portavoce della Santa Sede per parlare a nome della Chiesa. Ma, in ogni caso, proverò a dire qualcosa, affidandomi a quel poco che so sull’argomento e a un po’ di buon senso.

Premetto che, come cristiani, non dovremmo lasciarci condizionare piú di tanto dalle mode del momento (è ovvio che non siamo marziani, per cui sarebbe illusorio pensare che possiamo conservarci totalmente immuni dall’influsso delle tendenze culturali dell’ambiente in cui viviamo). Quando ero giovane, andava di moda il marxismo; sembrava che esso sarebbe stato il futuro dell’umanità; anche all’interno della Chiesa sembrava che, per essere autenticamente cristiani, si dovesse essere anche marxisti (si pensi ai “cristiani per il socialismo”, alla teologia della liberazione, ecc.). Oggi il marxismo appare come un’anticaglia del passato; oggi va di moda l’ecologismo: se si vuol essere à la page, bisogna tendere al verde; e, se non abbiamo tale inclinazione, ci sentiamo a disagio. Personalmente penso che, come cristiani, non dovremmo provare alcun complesso di inferiorità né, tanto meno, di colpa; perché nessuno ha da insegnare nulla alla Chiesa, la quale, senza inseguire le mode, ha sempre lottato per la giustizia sociale (ben prima che nascesse il marxismo) e ha sempre difeso la natura (ben prima che nascesse il movimento ambientalista).

Ciò premesso, va riconosciuto serenamente che la Chiesa vive nel tempo e che deve essere sempre attenta ai “segni dei tempi”. Per cui non stupisce che essa, negli ultimi anni, sia a piú riprese intervenuta in difesa dell’ambiente (forse, in una prospettiva cristiana, sarebbe meglio parlare di “salvaguardia del creato”). Cercherò di elencare tali interventi, in modo che ciascuno possa farsi un’idea su ciò che la Chiesa insegna in materia:

Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2415;
— Giovanni Paolo II, Enciclica Sollicitudo rei socialis (1987), n. 34;
— Giovanni Paolo II, Enciclica Centesimus annus (1991), nn. 37-38;
— Benedetto XVI, Enciclica Caritas in veritate (2009), nn. 48-52;
— Benedetto XVI, Udienza generale di mercoledí 26 agosto 2009;
— Benedetto XVI, Angelus di domenica 30 agosto 2009.

Tutti questi interventi vertono, in generale, sul rispetto della natura; solo nell’Angelus di due domeniche fa il Papa, facendo riferimento all’imminente “Giornata per la salvaguardia del creato” (1° settembre), ha accennato ai mutamenti climatici in corso: «Non siano le popolazioni piú povere a pagare il maggior prezzo dei mutamenti climatici». Un riferimento sobrio, ma assai significativo, perché non si pronuncia sui cambiamenti climatici in sé, ma sulle conseguenze che essi possono avere sugli essere umani, specialmente i piú deboli e indifesi.

In nessuno degli interventi su riportati si fa riferimento al riscaldamento globale. Come mai? Beh, penso innanzi tutto perché la Chiesa non vuole lasciarsi, come dicevo, condizionare piú di tanto dalle mode. Non so se avete notato: qualche anno fa tutti parlavano di “effetto serra”; oggi chi usa ancora tale espressione? Oggi bisogna parlare di “riscaldamento globale” (global warming). Già questo ci fa capire che, piú che di una questione scientifica, si tratta di una tendenza culturale. Non che gli scienziati non ne discutano; anzi... Ma proprio il fatto che ne discutano dimostra che non c’è nulla di sicuro; ci sono solo ipotesi contrastanti. Quando ci si interroga sulla causa che provoca il surriscaldamento degli ultimi decenni, la teoria politicamente corretta (quella del “riscaldamento globale”) sostiene che esso è da attribuire alle attività umane; ma ci sono autorevoli scienziati che, invece, ritengono che i comportamenti umani sono pressoché insignificanti in confronto alle forze della natura; secondo loro, una spiegazione molto piú soddisfacente dell’innalzamento della temperatura potrebbe essere trovata nell’attività solare.

Non entro nel merito, dal momento che non sono uno scienziato. Dirò solo, lasciandomi guidare dal buon senso, che i mutamenti climatici non possono essere valutati nel breve termine (qualche decennio), ma solo nel lungo termine (i secoli, se non addirittura i millenni). Da che mondo è mondo, si sono sempre verificate variazioni nel clima: come si spiegherebbero altrimenti le ricorrenti glaciazioni? C’erano forse attività umane tali che le potessero determinare? La concezione della natura come di un orologio che annualmente segna le medesime stagioni è una bella immagine poetica, che non ha mai trovato riscontro nella realtà.

Al di là delle serie — ancorché divergenti — considerazioni scientifiche, ci sono poi gli abbagli pseudo-scientifici, dovuti a incompetenza, superficialità, pressapochismo. Faccio un esempio: quando ero a Firenze, durante l’inverno dovevamo patire spesso il fenomeno dello smog, attribuito principalmente al traffico urbano. Un anno il Comune decise di istallare, in diversi punti della città, alcune centraline di rilevamento, di cui La Nazione riportava quotidianamente i risultati. Ebbene, la strada piú inquinata di Firenze risultava essere sempre Via Brunetto Latini, una tranquillissima stradina del quartiere delle Cure (uno dei piú salubri della città, i cui abitanti muoiono in genere ultranovantenni) con poco o punto traffico. Com’era possibile? A un certo punto si scoprí che la centralina era stata posizionata esattamente di fronte allo scarico dell’impianto di riscaldamento di una scuola...

Infine non si può ignorare una terza eventualità: a parte le ipotesi scientifiche, a parte le cantonate piú o meno “colpose”, non si può escludere a priori la possibilità del “dolo”. Va bene che il cristiano non deve essere prevenuto e vedere ovunque malizia, deve fidarsi dei propri simili e credere nella loro buona fede; ma questo non significa che egli debba essere un ingenuo, un credulone che beve qualsiasi storia gli raccontino; è auspicabile che, oltre alla fiducia, abbia anche un pizzico di senso critico, che gli permetta di giudicare autonomamente come stanno realmente le cose. Il cristiano è fondamentalmente un realista; sa che l’uomo è segnato dal peccato e che non sempre è guidato dalla retta intenzione. Anche a proposito del riscaldamento globale non possiamo ignorare l’ipotesi che si tratti, in definitiva, di una “grande truffa” (the Great Global Warming Swindle). Non entro nei dettagli (non è mio compito); chi è interessato può approfondire l’argomento sul sito RiscaldamentoGlobale.org. Mi limito a riportare una significativa dichiarazione di Patrick Moore, fondatore di Greenpeace, che ha ora ripudiato il proprio passato: «Il movimento ambientalista si è trasformato nella forza maggiore che esiste per impedire lo sviluppo nei paesi in via di sviluppo» (capite ora il senso delle parole del Papa all’Angelus del 30 agosto scorso?).

Io non mi pronuncio; non ho gli elementi per esprimere un giudizio. Dico solo che non mi sembra affatto prudente per la Chiesa prendere posizione in una situazione del genere. Vogliamo che la Chiesa faccia propria la teoria del riscaldamento globale, col rischio che in futuro venga accusata di oscurantismo, per aver creduto alle favole? O vogliamo che si arruoli anch’essa nella schiera dei complottisti? Beh, penso proprio che, vista la mala parata, sia meglio non compromettersi e limitarsi a riaffermare la dottrina tradizionale sulla salvaguardia del creato. Il resto, prima o poi, si chiarirà da sé.

mercoledì 9 settembre 2009

Auditel liturgico e "riforma della riforma"

Padre Augé ha pubblicato l’altro ieri sul suo blog (Liturgia Opus Trinitatis) un sondaggio informale condotto fra i clarettiani latinoamericani partecipanti al capitolo generale della loro Congregazione. Tema del sondaggio: la situazione liturgica in America Latina, ricorso alla forma straordinaria del rito romano, parere su una eventuale “riforma della riforma”. I risultati del sondaggio sono: la riforma liturgica è stata pacificamente accettata; solo gruppi marginali celebrano la Santa Messa usando il messale del 1962; l’eventualità di una “riforma della riforma” viene vista con apprensione.

Capisco pienamente l’intenzione del Padre Augé nel promuovere tale sondaggio: dimostrare che, a differenza di Europa e Nord America (dove ci sono gruppi di una certa consistenza che fanno ricorso all’usus antiquior), in America Latina (dove vive «quasi la metà dei cattolici dell’intero pianeta») questa esigenza non è in alcun modo sentita. Per cui viene spontanea la domanda: è proprio cosí urgente pensare a una “riforma della riforma”, quando la riforma liturgica va bene cosí com’è (semmai «in alcuni ambienti c’è il desiderio di testi piú attuali, piú vicini alla sensibilità della gente; se volete, alcuni vorrebbero una riforma della riforma che vada avanti nella linea di quella posteriore al Vaticano II»)?

Confesso che, fra me e me, avevo fatto anch’io considerazioni analoghe. Non conosco la realtà latinoamericana (solo venticinque anni fa ebbi l’occasione di trascorrere un mese in Brasile e di rendermi conto di quale fosse, allora, la situazione della Chiesa in quel paese). Posso però parlare della mia limitatissima esperienza quinquennale nelle Filippine. Ebbene, da quel che ho sperimentato in questo paese, potrei confermare in pieno i risultati del sondaggio di Padre Augé: la situazione è praticamente la stessa (non per niente, le Filippine sono considerate un pezzo di America Latina finito per sbaglio in Asia...). La riforma liturgica è pacificamente accettata in ogni ambiente; la partecipazione dei fedeli è buona (sia quantitativamente sia qualitativamente); non ci sono grossi abusi (anche se naturalmente si potrebbe fare meglio); non si sente nessun bisogno di “tornare all’antico” (anche perché nessuno sa di che cosa si tratti); il rito tridentino è usato solo da piccoli gruppi marginali; sarebbe difficilmente ipotizzabile una “riforma della riforma”, che annulli i cambiamenti introdotti nella liturgia dopo il Concilio.

Eppure c’è qualcosa che non torna nel sondaggio di Padre Augé. Il suo difetto non è quello di non essere scientifico (se si facesse un sondaggio scientifico, sono sicuro che otterrebbe i medesimi risultati). Il difetto è alla radice, nell’idea che lo ha ispirato, quasi che le riforme, nella Chiesa, si debbano fare in base ai sondaggi. Per carità, non voglio dire che non sia lecito fare i sondaggi, che non si possa sentire il polso della “base”; lo si può fare tranquillamente; ma non dovrebbe essere questo il criterio ultimo di decisione da parte della Chiesa. Certo, nel prendere le sue decisioni, la Chiesa deve anche tener conto di ciò che i fedeli (clero e laici) pensano, ma poi le sue decisioni devono essere ispirate unicamente a ciò che è giusto in sé e a ciò che è, obiettivamente, bene per i fedeli. Sappiamo a che cosa ha portato la politica dell’Auditel: alla TV-spazzatura. Compito dell’autorità, di qualsiasi autorità, non è quello di rincorrere il consenso e assecondare a tutti i costi i gusti della gente, ma quello di perseguire il bene comune.

Giustamente qualche lettore ha ricordato a Padre Augé che la stessa riforma liturgica non è nata come risposta a un’esigenza dei fedeli, ma è stata in qualche modo “imposta” dall’alto. Qualcun altro ha replicato che essa è il frutto del movimento liturgico, esistente da decenni prima del Concilio. È vero, ma spesso si dimentica che tali movimenti sono generalmente movimenti di élite, che non coinvolgono in alcun modo le masse. Io ero bambino, quando è stata fatta la riforma liturgica, ma ricordo molto bene le reazioni dei fedeli: se le persone semplici (come la mia povera mamma) l’accolsero con favore («Almeno adesso capiamo qualcosa!»), le persone di una certa cultura fecero molta fatica ad accettarla. In ogni caso, la Chiesa ritenne giusto procedere a tale riforma; e io penso che fece bene. A parte tutte le altre considerazioni che si potrebbero fare, la Chiesa forse prevedeva che il suo volto stava cambiando; forse percepiva che il suo futuro non sarebbe piú stato in Europa, ma in altre parti del mondo, e si rendeva conto che doveva adattarsi a questa nuova prospettiva. La storia le ha dato ragione: ormai la maggior parte dei cattolici vive fuori d’Europa. Forse, anche la riforma liturgica ha contribuito a farli sentire protagonisti nella Chiesa.

Ciò non significa, però, che tutto vada bene, e che si possa riposare sugli allori, respingendo chiunque venga a disturbare la pax liturgica esistente con l’ipotesi di una inutile “riforma della riforma”. Come la Chiesa è stata lungimirante cinquant’anni fa (quando tutto sembrava andare bene), cosí deve continuare a esserlo oggi. Non mancano i segni di una crisi strisciante, non solo in Europa (dove ormai siamo allo stadio terminale), ma anche in America Latina (io avevo percepito le avvisaglie di tale crisi già venticinque anni fa). Proprio mentre Padre Augé scriveva il suo post, il Papa riceveva un gruppo di Vescovi brasiliani, ai quali ricordava la secolarizzazione del loro paese e l’«autosecolarizzazione» della loro Chiesa... Io potrei dire la stessa cosa delle Filippine: per il momento la situazione è tranquilla, ma da un momento all’altro potrebbe cambiare tutto. Non sarebbe la prima volta che un paese profondamente cattolico, da un giorno all’altro, si ritrovi completamente secolarizzato: si pensi alla Polonia o all’Irlanda. La Chiesa deve prevedere e, per quanto possibile, prevenire certi fenomeni. Anche la liturgia svolge un ruolo importante in tale opera di prevenzione. Per cui non escluderei a priori la possibilità di una “riforma della riforma”.

Convengo che si tratta di una impresa delicatissima e riconosco che abbiamo tutti, ancora, le idee abbastanza confuse. Di che cosa dovrebbe trattarsi? Nessuno lo sa; forse, neppure Papa Ratzinger che ha lanciato l’idea. Non mi sembra un caso che, dopo quattro anni di pontificato, gli unici interventi in materia liturgica sono stati l’inserimento, nel messale latino, di alcune formule di dimissione dell’assemblea alternative all’Ite, missa est, e un nuovo stile, per altro non molto imitato altrove, delle celebrazioni pontificie. Non è un caso neppure che la notizia, data da Andrea Tornielli, di alcune ipotesi di “riforma della riforma”, che sarebbero all’esame della Congregazione del Culto divino, sia stata immediatamente smentita. Il motivo non credo sia, come sostengono alcuni, solo quello di voler coinvolgere l’episcopato, ma sia soprattutto quello che non si sa ancora bene che cosa fare e ci si rende conto che è incombente il pericolo dell’ibridismo (da cui non mi sembra del tutto esente lo stesso nuovo stile delle celebrazioni pontificie).

Io stesso non ho affatto le idee chiare in materia. Però penso che qualche punto si potrebbe cominciare a fissarlo, perché altrimenti non si comincia mai. Provo a buttar giú qualche appunto.

1. “Riforma della riforma” non significa rinnegamento della riforma liturgica, che, nell’insieme, può essere giudicata positivamente.

2. “Riforma della riforma” non significa, di per sé, ritorno al passato: certamente non significa un ritorno alla liturgia preconciliare (ciò non esclude che chi lo voglia possa celebrare secondo la forma straordinaria, a norma del motu proprio Summorum Pontificum; qui si sta parlando della forma ordinaria); semmai, se proprio ci deve essere un ritorno al passato, questo dovrebbe essere un “ritorno al Concilio”, vale a dire una piú attenta applicazione di quanto il Vaticano II aveva previsto.

3. “Riforma della riforma” va intesa, innanzi tutto, come completamento della riforma liturgica iniziata. Questa infatti non è stata ancora del tutto attuata. Un esempio: la riforma della liturgia delle ore prevedeva la pubblicazione di un “Lezionario facoltativo” (Principi e norme della liturgia delle ore, n. 161), che non è stato ancora pubblicato. En passant, un affezionato lettore recentemente mi segnalava il sito Schola Saint Maur, dove si riconosce la necessità di un grande lavoro ancora da fare in campo musicale (per un auspicabile “re-incantamento” della liturgia).

4. “Riforma della riforma” va intesa, in secondo luogo, come continuazione della riforma liturgica, che preveda la correzione di eventuali errori commessi (non bisogna avere paura di riconoscere onestamente gli sbagli, se ci sono stati), il recupero di elementi frettolosamente abbandonati dell’antica liturgia e l’introduzione di ulteriori adattamenti che dovessero rendersi necessari. Non si tratta perciò di sconfessare il cammino finora percorso, ma di proseguire sulla stessa linea. Del resto, in questi anni si sono già avuti non pochi adattamenti: se si confronta la terza edizione del messale latino con la prima si scopriranno numerose differenze.

5. Capisco che un conto è parlare in astratto e un conto è poi decidere quali concrete modifiche apportare; ma non è che dobbiamo fare noi, qui e ora, la “riforma della riforma”; ci stiamo solo chiarendo le idee. In ogni caso, onde evitare ibridismi, bisognerà tenere presente un altro principio generale: ogni modifica dovrà essere coerente con l’insieme del rito e non dovrà rompere l’equilibrio e l’armonia della celebrazione.

Personalmente ritengo che tali punti si potrebbero fissare in maniera definitiva, ma non escludo che essi possano essere corretti e che se ne possano aggiungere altri. Una volta chiariti i principi, si potrà iniziare a considerare le singole proposte di riforma. Senza paura di quel che dirà la gente: l’esperienza mi insegna che i fedeli sono pronti ad accogliere qualsiasi novità, purché si tratti di cose serie, e non solo di trovate estemporanee, dettate dall’ultima moda o dalla fantasia e dai gusti personali di questo o quel sacerdote.

martedì 8 settembre 2009

Dossetti e Baget Bozzo

Strano destino quello di don Giuseppe Dossetti e don Gianni Baget Bozzo: i due sacerdoti hanno una storia molto simile, ma con esiti opposti. Entrambi militano nella DC (all’inizio su posizioni affini); entrambi lasciano la politica attiva e diventano sacerdoti; entrambi crescono all’ombra di due figure emblematiche della Chiesa italiana del Novecento (il Card. Giacomo Lercaro e il Card. Giuseppe Siri). Ma forse proprio per questo, per essersi formati alla scuola di due Vescovi cosí diversi fra loro, finiscono per ritrovarsi su fronti opposti. Entrambi diventano esponenti, ispiratori, “anime” del movimento cattolico italiano, ciascuno di uno dei due schieramenti che oggi si fronteggiano: uno diventa ispiratore dei “cattolici democratici”; l’altro, dei “cattolici liberali”. Il primo potrebbe essere considerato il gran patron di Prodi e, in qualche modo, il promotore dell’Ulivo prima e del Partito Democratico poi; il secondo, il gran patron di Berlusconi e il “padre spirituale” della Casa delle libertà prima e del Partito della Libertà poi (già solo questa osservazione la dice lunga sull’influsso tuttora esercitato dal cattolicesimo nella politica italiana).

Se si considera l’evoluzione della loro esperienza, ci si accorge che non solo sul piano intellettuale si ritrovano su fronti opposti, ma anche le loro scelte di vita si differenziano in maniera radicale. Dossetti, dopo aver lasciato la politica ed essere diventato sacerdote, a un certo punto abbandona anche la presenza attiva nella Chiesa e si dà completamente a vita monastica; Baget Bozzo, al contrario, una volta diventato prete, continua ad occuparsi di politica, non solo, ma a un certo punto torna alla militanza attiva e, per questo, viene sospeso a divinis. Se si fa un confronto fra le due figure, la prima potrebbe apparire molto piú spirituale della seconda. E di fatto lo è. Ma possiamo affermare categoricamente che Dossetti fu piú cattolico di Baget Bozzo? Devo ammettere di non conoscere abbastanza le due figure per esprimere un giudizio definitivo; ma ci sono degli indizi che mi portano a concludere che Baget Bozzo, al di là delle apparenze, fosse piú cattolico di Dossetti.

Recentemente è stato pubblicato il libro, scritto da Baget Bozzo in collaborazione con Pier Paolo Saleri, Giuseppe Dossetti. La Costituzione come ideologia politica, Ares, pp. 272. Sul sito della casa editrice Ares si può trovare il link alle diverse recensioni comparse sulla stampa in occasione dell’uscita del volume. Il 1° luglio 2009 il Giornale ha riprodotto un brano tratto da tale volume. Lo trovo estremamente illuminante, perché riassume in poche battute l’evoluzione politico-spirituale di Dossetti e il suo influsso nella vita della Chiesa (in tale brano non ci si occupa del suo influsso sulla politica italiana).

Confesso che non sapevo del ruolo di primo piano svolto da Dossetti durante il Concilio Vaticano II, come “segretario dei moderatori” (e questo spiega come mai la “Scuola bolognese” si sia poi considerata l’interprete autorevole del Vaticano II e la custode dell’autentico “spirito del Concilio”). Non sapevo del suo «tentativo di dare una svolta radicale al Concilio ponendo ai voti la dichiarazione sulla collegialità della Chiesa», tentativo che trovò in Paolo VI un inflessibile oppositore. E non sapevo che tale opposizione perdurò dopo il Concilio; anzi, si radicalizzò fino al punto che Papa Montini rifiutò di nominare Dossetti, già vicario generale dell’Arcidiocesi di Bologna, anche vescovo ausiliare. «Fu la definitiva rottura di Dossetti con il papato».

Alla luce di queste, che a me appaiono come vere e proprie rivelazioni, si comprende tutto il resto dell’esperienza dossettiana. Anche la sua scelta monastica non va piú vista tanto come la naturale maturazione di un’esperienza spirituale, quanto piuttosto come espressione della suddetta opposizione fra il monaco e il papato e, piú in generale, fra una ipotetica “Chiesa spirituale” (che sarebbe dovuta scaturire, nelle intenzioni di Dossetti, dal Vaticano II) e la Chiesa istituzionale, che aveva trovato in Paolo VI il suo strenuo difensore. Si trattava di una concezione radicalmente diversa di Chiesa, alternativa a quella tradizionale riaffermata dal Vaticano II. Il Concilio riconosce nella Chiesa una tensione fra la dimensione istituzionale e quella pneumatica, tensione che va ultimamente ricondotta alla sua costituzione teandrica; ma mai oppone le due realtà, quasi che siano inconciliabili o alternative (cf Lumen gentium, n. 8). Tale tensione è sempre esistita nella Chiesa: giustamente Baget Bozzo richiama «la contrapposizione antica, nella Chiesa, fra il monaco e il vescovo». Ciò che risulta nuovo, nell’esperienza di Dossetti, è il passaggio dalla tradizionale contrapposizione «fra il monaco e il vescovo» a quella, inedita, «tra il monaco e il Papa». Quest’ultima non appare mai nella tradizione, se non nei movimenti ereticali. Perché, se c’è stato un modo, nella storia della Chiesa, per superare l’opposizione fra monachesimo e potere episcopale, è sempre stata la stretta alleanza tra vita religiosa e papato (cosa che si è ripresentata ai nostri giorni con i movimenti ecclesiali).

Il titolista del Giornale ha forse esagerato nel riassumere il contenuto dell’articolo nell’espressione: «Dossetti, l’eretico che volle riformare anche il Vaticano»; ma certamente ha colto un elemento reale presente nella concezione ecclesiologica dossettiana: questa idea di “Chiesa spirituale” non appartiene alla tradizione cattolica; essa è propria dei movimenti ereticali (si pensi a Gioacchino da Fiore). Probabilmente non c’è mai stata in don Giuseppe Dossetti una piena consapevolezza della pericolosità della sua posizione (giustamente Baget Bozzo fa notare: «Dossetti non era un teologo né un esegeta»); probabilmente egli visse la sua esperienza spirituale in assoluta buona fede; ma ciò non toglie che si trattasse, oggettivamente, di una posizione del tutto aliena dalla tradizione cattolica.

domenica 6 settembre 2009

XXIII domenica "per annum"

«Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».

Lo stupore delle folle — pagane! — della Decàpoli è immenso. Il motivo che provocava tale stupore era il vedere che Gesú faceva udire i sordi e parlare i muti. Era bastato qualche semplice gesto («gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua») e una sola parola («Effatà») per guarire quel sordomuto. Ma chi era costui? Per il momento non erano in grado di dare una risposta a questa domanda; ma, nonostante ciò, non potevano trattenersi dal proclamare a tutti ciò di cui erano stati testimoni. A quanto pare, Gesú fu capace di aprire la bocca del muto, ma non fu capace di chiudere quella delle folle («E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma piú egli lo proibiva, piú essi lo proclamavano»). Anche Gesú aveva i suoi limiti...

Con noi Gesú non incontrerebbe altrettanta difficoltà. Anzi, non c’è neppure bisogno che ci ordini di tenere chiusa la bocca: lo facciamo già di nostra iniziativa. Forse nei nostri confronti Gesú dovrebbe fare piuttosto ciò che fece al sordomuto: aprire i nostri orecchi e sciogliere la nostra lingua. Sí, anche noi siamo, in un certo senso, sordomuti: incapaci di percepire la sua parola e incapaci di annunziarla. È necessario che tocchi col suo Spirito (il suo “dito”, la sua “saliva”) la nostra mente e il nostro cuore, e gridi anche a noi «Effatà», perché ci apriamo all’ascolto della sua parola e non ci vergogniamo di diffonderla intorno a noi.

sabato 5 settembre 2009

L'abbaglio

Sicché, che cosa rimane del caso Boffo? Che è terminata definitivamente l’era Ruini. Allora, in barba a tutte le smentite, era vero che si trattava di una faida ecclesiastica? Se volete proprio saperlo, questa è l’impressione che se ne ricava dal di fuori, da chi, vivendo lontano e leggiucchiando qui e là, cerca di farsi un’idea di che cosa è successo in questi giorni in Italia. Chi si ricorda piú oggi di Berlusconi, di Feltri e, diciamolo pure, solo un giorno dopo le sue dimissioni, delle vicende personali dello stesso Boffo? Su che cosa vertono in questo momento tutti i commenti? Sui nuovi scenari che si starebbero aprendo all’interno della Chiesa; sui nuovi equilibri nella Santa Sede, nella Conferenza episcopale italiana, nei rapporti fra Vaticano e CEI e nei rapporti fra Chiesa e politica italiana. Anche se poi non si capisce bene quali siano questi nuovi scenari; l’unica cosa che pare certa è la fine dell’era Ruini; quale nuova era si stia aprendo, nessuno lo sa.

Lo stesso Boffo si era reso conto dei giochi di potere che si stavano svolgendo sopra la sua testa. Rileggiamo questo passaggio della sua lettera di dimissioni: «E mentre sento sparare i colpi sopra la mia testa mi chiedo: io che c’entro con tutto questo? ... Perché devo vedere disegnate geografie ecclesiastiche che si fronteggerebbero addirittura all’ombra di questa mia piccola vicenda?». Capisco perfettamente il suo stato d’animo; per quanto penso che, se tali giochi di potere sono reali, Boffo non dovrebbe meravigliarsi di esservi coinvolto, essendo stato uno dei gangli, certamente non secondari, del sistema di potere che ora si starebbe sgretolando.

Dico però che, se tutto ciò è vero (e molti elementi purtroppo mi portano a pensare che lo sia), c’è veramente da piangere. C’è veramente da dire: povera Chiesa! Come siamo ridotti! Certo non sono un uomo di mondo; ma non sono neppure uno sprovveduto (so come va il mondo); né sono un moralista che si straccia le vesti per le miserie degli uomini di Chiesa. So che la Chiesa, oltre a essere la Sposa di Cristo senza ruga e senza macchia, è un’organizzazione umana, soggetta alle leggi che regolano qualsiasi altra aggregazione umana. Non mi scandalizza il fatto che ci possano essere degli schieramenti e che si possa stabilire una sana concorrenza fra loro. Capisco che quando qualcuno (chiunque egli sia) raggiunge certe posizioni, tende poi a consolidare il suo potere e deve necessariamente attorniarsi di collaboratori, che spesso si trasformano in una casta (è sempre stato cosí e sempre lo sarà). Capisco che a un certo punto si renda inevitabile un avvicendamento; e so che tali avvicendamenti non sono mai indolori. Quel che però mi meraviglia e mi infastidisce sono i metodi che vengono usati. Possibile che nella Chiesa si debba ricorrere agli agguati? Certe cose non dovrebbero neppure succedere nella società civile; ma nella Chiesa non ci si dovrebbe attendere uno stile diverso?

Spero di non aver capito nulla di quanto è avvenuto. Spero che sia solo un mio abbaglio. Spero che la distanza mi abbia ottenebrato la vista. Spero che la realtà sia opposta a quella da me percepita.

venerdì 4 settembre 2009

I mille volti del moralismo

L’altro ieri il Card. Seán P. O’Malley O.F.M.Cap., Arcivescovo di Boston, ha pubblicato sul suo blog (Cardinal Seán’s Blog) un post sul funerale del Senatore Edward Kennedy, che si è svolto sabato 29 agosto nella basilica della Madonna del Perpetuo Soccorso dei Redentoristi a Boston, funerale al quale Sua Eminenza ha assistito (la Messa è stata celebrata dal Rettore del Boston College, il gesuita Padre Donald Monan, e l’omelia è stata pronunciata dal Parroco di Nostra Signora delle Vittorie a Centerville, Don Mark Hession). Alcuni si sono lamentati per la presenza del l'Arcivescovo al funerale, in quanto il Sen. Kennedy non aveva sostenuto durante la sua vita l’insegnamento della Chiesa in materia d’aborto.

Col suo post, il Card. O’Malley intende rispondere alle critiche che gli sono state rivolte. Siccome mi sembra un testo molto importante per una corretta comprensione di che cosa significa essere cattolici, ho creduto opportuno tradurne i passaggi piú significativi.


Visto il profondo influsso della dottrina sociale della Chiesa su numerosi programmi e iniziative politiche del Sen. Kennedy e i milioni di persone che ne hanno beneficiato, la sua mancanza di sostegno ai diritti di chi non è ancora nato appare tragicamente come una occasione persa. Per me e per molti cattolici è stata una grande delusione, perché, se avesse posto il tema della vita al centro del Vangelo sociale a cui appartiene, avrebbe potuto moltiplicare il lavoro immensamente prezioso che ha compiuto.

Le migliaia di persone che hanno fatto ala al passaggio del corteo funebre da Cape Cod a Boston e le folle che sono transitate nella Kennedy Library nei due giorni di esposizione della salma, credo, erano lí per rendere omaggio a queste numerose realizzazioni piuttosto che per sostenere il voto del Senatore sull’aborto.

Le folle erano lí anche per rendere omaggio all’intera famiglia Kennedy. Nello scenario politico nazionale, se Barak Obama ha aperto le porte della presidenza agli Afro-Americani, John Kennedy le ha aperte ai cattolici americani. [...]

Ci sono alcuni che hanno obiettato, in qualche caso rumorosamente, perché la Chiesa ha concesso le esequie ecclesiastiche al Senatore. Nel modo piú fermo dissento da tale posizione. Alla sepoltura del Senatore, sabato sera, col permesso della sua famiglia, siamo venuti a conoscenza dei particolari della sua recente corrispondenza personale con Papa Benedetto XVI. È stato assai commovente sentire il Senatore riconoscere di non essere stato sempre un cattolico fedele, e la sua richiesta di preghiere nel momento in cui sentiva approssimarsi la fine della vita. L’espressione di gratitudine del Santo Padre per la promessa di preghiere, da parte del Senatore, per la Chiesa, l’affidamento del Senatore e della sua famiglia all’intercessione della Madonna, e la sua Benedizione Apostolica, sono una testimonianza del ruolo di Sua Santità come Vicario di Cristo Buon Pastore, che non lascia indietro nessuna delle sue pecore.

Come Arcivescovo di Boston, ho ritenuto opportuno rappresentare la Chiesa a questa liturgia per rispetto al Senatore, alla sua famiglia, a quanti hanno partecipato alla Messa e a tutti coloro che pregavano per il Senatore e la sua famiglia in un cosí difficile momento. Siamo uomini di fede e crediamo in un Dio che ama e perdona, dal quale attendiamo misericordia.

Difendere la dignità della vita è al centro della mia missione di sacerdote e di vescovo. Una delle piú grandi soddisfazioni nel mio ministero finora svolto è stata quella di aver aiutato a rovesciare le leggi sull’aborto in Honduras. La persona che rispose alla mia richiesta di aiuto in quello sforzo fu il Dott. Bernard Nathanson, che era stato un dirigente di primo piano del NARAL e del movimento per il diritto all’aborto. La sua conversione condusse il Dott. Nathanson dalla pratica di procurare aborti a diventare uno dei maggiori esponenti del movimento per la vita.

Helen Alvaré, che è una delle piú eminenti giuriste, ex-direttrice dell’Ufficio episcopale per la vita e a lungo consulente del Comitato della Conferenza episcopale per le attività pro life, ha sempre detto che il movimento per la vita è meglio caratterizzato da ciò per cui è a favore piuttosto che da ciò a cui è contro. Noi siamo per il dono prezioso della vita, e nostro compito è costruire la civiltà dell’amore. Dobbiamo mostrare a quanti non condividono le nostre convinzioni sulla vita che ci interessiamo di loro. Fermeremo la pratica dell’aborto cambiando la legge, e riusciremo a cambiare la legge se cambieremo il cuore degli uomini. Non cambieremo i cuori allontanandoci dagli uomini nel momento del bisogno e quando fanno l’esperienza del dolore e della morte.

Talvolta, anche nella Chiesa, lo zelo può portare alcuni a formulare giudizi severi e ad attribuirci a vicenda le peggiori intenzioni. Questi atteggiamenti recano un danno irreparabile alla comunione della Chiesa. Se una causa è motivata dal giudizio, dalla rabbia o dall’astio, sarà destinata a essere messa da parte e a fallire. Le parole che Gesú ci rivolge sono che ci dobbiamo amare gli uni gli altri come lui ci ama. Gesú ci ama mentre noi siamo ancora nel peccato. Egli ama ciascuno di noi per primo, e ci ama fino alla fine. La nostra capacità di cambiare il cuore degli uomini e aiutarli a cogliere la dignità di ogni e ciascuna vita, dal momento del suo concepimento al momento della sua morte naturale, è direttamente connessa con la nostra capacità di aumentare l’amore e l’unità nella Chiesa, dal momento che la proclamazione della Verità è intralciata quando siamo divisi e combattiamo l’uno contro l’altro.


Mi sembra che il Card. O’Malley colga in pieno il nocciolo della questione: che cosa significa essere cattolici? Ho l’impressione che molti oggi nella Chiesa, al di là e al di qua dell’Atlantico (e forse nel resto del mondo), abbiano dimenticato quale sia la vera natura della Chiesa. Papa Callisto direbbe: la Chiesa è come l’arca di Noè, che contiene in sé animali puri e impuri (= santi e peccatori), e tutti conduce alla salvezza. La Chiesa non è fatta di santi, ma di peccatori; è la casa di tutti; in essa c’è posto per tutti. Il vezzo di dividere gli uomini in buoni e cattivi non è cattolico; il suo vero nome è “manicheismo”.

Alcuni, certo animati dalle migliori intenzioni, non si rendono conto che col loro atteggiamento, stanno trasformando il cristianesimo in una ideologia e la Chiesa in una setta (o in un partito, che è lo stesso). Che la Chiesa abbia una dottrina morale, che le è stata affidata e che essa ha il dovere di custodire e di predicare, è pacifico. Ma ciò non significa che chi non segue perfettamente quella dottrina non fa piú parte della Chiesa; perché, se cosí fosse, non rimarrebbe nessuno; o, se volete, rimarrebbero i farisei, quelli cioè che pretendono di essere giusti, ma sono peggio dei peccatori. I farisei potremmo pure chiamarli “moralisti”: essi trasformano la morale, che è una cosa santa, in un’arma con cui distruggere i propri nemici.

In Italia, ormai abbiamo sufficientemente sperimentato la pericolosità di tale atteggiamento; ma in America non è che le cose vadano meglio. Certo, il moralismo dei cattolici americani non è cosí becero come quello degli italiani; esso è al servizio di una nobile causa (la difesa della vita), ma con ciò non cessa di essere moralismo. Se, in nome della difesa della vita, diventiamo nemici dei nostri fratelli — fratelli che sbagliano, come noi possiamo sbagliare — non siamo piú cristiani; e non stiamo piú difendendo la vita.

Certo, il cattolicesimo americano sta vivendo un gran brutto momento: da una parte i cattolici pro choice (per lo piú democratici), che in tal modo si pongono contro l’insegnamento della Chiesa; dall’altra i cattolici moralisti (per lo piú repubblicani) che, in nome della vita, si sentono piú in comunione con certi evangelicals che non con i loro fratelli cattolici. Ecco, mi pare che il Card. Malley ricordi agli uni e agli altri, con molta semplicità, ma con estrema chiarezza, dove stia l’essenza del cattolicesimo. Faremo bene a rifletterci su anche noi.