sabato 10 ottobre 2009

Indignazione a senso unico

C’è qualcosa che non torna. In questi anni ci hanno fatto una testa cosí con i preti pedofili. Tutti a stracciarsi le vesti per il comportamento immorale del clero: “Tolleranza zero!”, è stato lo slogan ripetuto all’infinito; “I colpevoli devono essere assicurati alla giustizia”, hanno ripetuto fino alla noia; “Non solo coloro che hanno commesso tali crimini sono colpevoli; ma anche la Chiesa che li ha coperti”; e chi piú ne ha piú ne metta.

Alla fine, ci siamo dovuti adeguare: la Chiesa ha dovuto adottare una linea piú severa nei confronti dei sacerdoti che si sono resi responsabili di reati di pedofilia e ha dovuto risarcire le vittime di tali reati. È di ieri la notizia dell’incontro dei Vescovi irlandesi con alcune vittime degli abusi (leggi qui). Mi sta tutto bene: è giusto — direi, doveroso — che la Chiesa chieda scusa per tali odiosi crimini e ne indennizzi le vittime; è giusto che chi ha sbagliato paghi. Anche se ci sono due punti che mi lasciano un tantino perplesso. Primo: come mai tanto scandalo da parte di una società completamente secolarizzata, che ha fatto della libertà sessuale la propria bandiera? Secondo: come mai in una società che insiste tanto sul valore riabilitativo della pena, non esiste alcuna possibilità di riscatto per i preti pedofili? Ma lasciamo stare: a prescindere da tutto, è giusto che in certi casi ci si muova con estremo rigore.

Capita però di tanto in tanto di imbattersi in notizie che non solo lasciano perplessi, ma destano i peggiori sospetti. È di questi giorni la notizia dell’arresto, in Svizzera, del regista Roman Polanski, reo confesso dello stupro di una ragazza minorenne nel lontano 1978. Ebbene, che cosa è successo? Non solo i suoi amici si sono indignati (leggi qui), ma addirittura il Ministro francese della Cultura, Frederic Mitterand, ha espresso “stupore” e “rammarico” per l’accaduto (leggi qui). Come se non bastasse, vengo a sapere che il sullodato Ministro, lui stesso ex-regista, nella sua autobiografia La Mauvaise Vie, ha candidamente ammesso di aver fatto turismo sessuale in Thailandia, dove amava “pagare i ragazzi per fare sesso” (leggi qui).

A questo punto non è possibile che una conclusione: la campagna moralistica contro gli abusi sessuali del clero è tutta una sceneggiata. Attenzione, non che non siano veri — nella maggior parte dei casi — i reati che vengono contestati. Il problema è che a questi signori della castità dei preti o della violenza subita da poveri innocenti, non gliene importa un fico secco; l’unica cosa che interessa loro è attaccare la Chiesa. Se fossero davvero interessati alle vittime degli abusi, si scandalizzerebbero ogniqualvolta certi crimini vengono commessi, chiunque sia il loro responsabile. Invece, a quanto pare, la cosa interessa solo quando c’è di mezzo un prete. Se ci sono di mezzo pastori protestanti, rabbini o insegnanti, non se ne parla proprio. Se poi ci sono di mezzo registi o uomini dello spettacolo, addirittura li si esalta: o diventano ministri, se viventi (Frederic Mitterand), o diventano eroi, se morti (Michael Jackson).

Da tutto ciò risulta piú che evidente che ci troviamo di fronte a una campagna volutamente orchestrata per colpire la Chiesa cattolica. Per quale motivo? Beh, potrebbe trattarsi di una generica forma di anticlericalismo che si propone la distruzione della Chiesa; oppure potrebbe trattarsi di una vera e propria “punizione” della Chiesa, per aver fatto ciò che non doveva fare. Come mai proprio nei paesi anglosassoni si è sferrato l’attacco piú violento contro il clero cattolico? Forse che i preti di altri paesi sono piú virtuosi dei loro colleghi anglosassoni? Non ci sarà qualche motivo recondito? Non sarà che certi poteri occulti si erano accorti che la Chiesa stava diventando troppo critica verso certe politiche e bisognava quindi darle una lezione?

Ma, a quanto pare, la lezione non è stata ancora imparata. Non so se avete notato, ma a questo Sinodo, di cui ovviamente nessuno parla, stanno venendo fuori cose interessanti. Innanzi tutto, l’omelia di Benedetto XVI per l’apertura del Sinodo:

«Il cosiddetto “primo” mondo talora ha esportato e sta esportando tossici rifiuti spirituali, che contagiano le popolazioni di altri continenti, tra cui in particolare quelle africane. In questo senso il colonialismo, finito sul piano politico, non è mai del tutto terminato» (4 ottobre 2009).

E poi l’intervento, l’altro giorno, dell’Arcivescovo di Johannesburg, Buti Joseph Tlhagale:

«Le culture dell’Africa subiscono la forte pressione del liberismo, del secolarismo e delle lobby che hanno occupato le Nazioni Unite. L’Africa affronta una seconda ondata di colonizzazione, subdola e spietata allo stesso tempo» (8 ottobre 2009).

Mah, ho l’impressione si incominci a toccare tasti proibiti... Ho la sensazione che dovremo prepararci a qualche altra campagna moralizzatrice... Questa Chiesa, a quanto pare, non vuole proprio capire...

venerdì 9 ottobre 2009

Sussidiarietà ed ecumenismo

Ieri, mentre scrivevo il mio post sulla “Sussidiarietà nella Chiesa”, mi veniva in mente che l’adozione di tale principio potrebbe avere conseguenze notevoli anche a livello ecumenico; ma, sia perché l’oggetto della riflessione era un altro, sia per non appesantire il discorso, non vi ho fatto alcun cenno. Ci ha pensato David a tirare le debite conclusioni:


«Il bell’articolo sulla sussidiarietà nella Chiesa mi fa venire in mente i rapporti con le Chiese Ortodosse, quelle dell’Europa orientale e del Filioque.

Un tempo erano una realtà non solo staccata da noi da una divisione vecchia di secoli, ma perfettamente distinta anche dal punto di vista geografico: salvo che in Bielorussia, Ucraina e Bosnia, dalla caduta di Bisanzio fino al crollo della Cortina di Ferro cattolici e ortodossi hanno vissuto in due mondi separati, dove problemi come matrimoni misti, conversioni ed edifici di culto comuni non esistevano. Anche in paesi di frontiera, la Catholica e l’Ortodossia hanno trovato un modus vivendi piú o meno efficace fatto di netta separazione: nei quartieri dove abitavano i “papisti” non si trovavano “greci” e viceversa; l’idea stessa di matrimoni misti e conversioni era fuori dal mondo, una apostasia in piena regola, uno scandalo intollerabile. Ora non è piú cosí... In Italia la seconda religione non è l’Islam, né le sette protestanti... Da noi vivono oltre un milione di ortodossi, in maggioranza romeni, ucraini e moldavi, e sono loro la comunità che forma famiglie miste con cattolici, non i musulmani. E qui nasce il busillis... Alcuni mesi fa la mia interprete russa, residente in Italia da dieci anni, mi chiese consiglio perché intendeva sposarsi con un italiano cattolico: scoprii cosí che per gli ortodossi il matrimonio cattolico non è valido... Idem per tutti gli altri sacramenti. Non solo. Nell’ipotesi che si ragioni dicendo: per i cattolici, i sacramenti ortodossi sono illegittimi ma perfettamente validi, non si caverebbe lo stesso un ragno da un buco! Sí, perché, per sposare un ortodosso / una ortodossa col matrimonio celebrato dal pope orientale, occorre... convertirsi e abiurare il cattolicesimo. Quindi, siamo in un tunnel senza uscita... O sei un apostata da una parte o lo sei dall’altra!

Posso capire che ci siano differenze teologiche importanti con gli ortodossi monofisiti (copti, etiopi, assiri ecc.) che giustifichino questa divisione netta; ma quali differenze importanti ci sono fra noi e gli ortodossi greci o russi o bizantini? Mi è capitato di assistere a una messa ortodossa a Mosca e a una messa greco cattolica a Roma: le differenze liturgiche sono davvero minime... È possibile che non sia possibile trovare una strada che porti alla riunificazione dell’Est e dell’Ovest della Chiesa? Certo, questo fino all’altro ieri era un problema soprattutto cattolico: era la nostra sensibilità portata a cercare il compromesso con gli ortodossi. Loro, convinti di avere ragione da quasi mille anni e che oltre un miliardo di battezzati siano nell’errore, nemmeno si ponevano il problema, e se accettavano di dialogare era per elencare lamentele e accuse. Ma ora sono loro a essere dispersi in mezzo ai cattolici come mai prima nella loro storia: persino durante le migrazioni del Novecento verso le Americhe avevano conservato la propria identità. Farlo ora è impossibile.

I problemi fra Roma e Costantinopoli sembrano davvero pochi: il patriarca Bartolomeo, a capo di un gregge piú striminzito di quello di una parrocchia italiana di piccole dimensioni, trova piú agevole dialogare con Roma, che lo legittima e lo accoglie da pari, che con Mosca, che vede in lui solo un puntino sulla carta geografica. Già, Mosca... Ancora è presto per giudicare Cirillo nella sua politica verso Roma: l’ottima accoglienza fatta da Benedetto XVI al presidente bielorusso (ex funzionario del PCUS, dichiaratamente ateo) e il trasferimento dello zelante arcivescovo Tadeusz Kondrusiewicz dalla cattedra della Madre di Dio a quella del Santo Nome di Maria fanno pensare che Roma non cerchi piú il confronto. Ai cattolici romani russi è stato imposto di tenere un profilo bassissimo nei media e in politica. Prove di dialogo in corso...

Già, dialogo... Come se si trattasse di un confronto fra due mondi ancora separati. E non dei rapporti fra due fratelli che la storia ha diviso ma che hanno lo stesso sangue. Quello di Cristo...

Secondo te, si potrebbe esercitare il ministero petrino lasciando che i fratelli ortodossi conservino le loro tradizioni e la loro gerarchia? Dopo tutto, ammettiamolo, sono perfettamente inseriti nella successione apostolica, nella loro Comunione è presente Cristo in Corpo e Sangue come nella nostra, la loro Messa è vera e santa come la nostra...».


Innanzi tutto, una precisazione. Non è vero che con le cosiddette Chiese “monofisite” (meglio sarebbe chiamarle “Antiche Chiese d’Oriente” o Chiese “pre-calcedonesi”) ci siano “differenze teologiche importanti”. I numerosi incontri ecumenici avuti negli ultimi anni con queste Chiese hanno permesso di chiarire che le apparenti divergenze dottrinali che ci separano sono frutto di equivoci. In tutti questi incontri sono state sottoscritte dichiarazioni comuni in cui si riafferma la medesima fede in Gesú Cristo, vero Dio e vero uomo. Con queste Chiese l’unità potrebbe essere fatta immediatamente; anzi, personalmente ritengo che esse siano già in comunione con la Chiesa cattolica; manca solo il riconoscimento giuridico.

Diverso è il discorso con le Chiese Ortodosse, quelle, per intenderci, di tradizione bizantina. È vero, che in questo caso non esistono divergenze teologiche rilevanti; il problema è che ci separano mille anni di reciproche incomprensioni. La separazione si situa piú su un piano emotivo che dottrinale. Si dirà che si tratta di quisquilie, facilmente superabili. Personalmente ritengo che sia assai piú difficile superare questo tipo di difficoltà, che non le divergenze dottrinali, che con un pizzico di buona volontà possono facilmente essere chiarite (come appunto nel caso delle Chiese pre-calcedonesi).

Ciò non significa che ci si debba rassegnare e abbandonare gli sforzi ecumenici che si stanno compiendo. Solo, bisogna essere consapevoli dei problemi esistenti e, allo stesso tempo, occorre confidare sull’intervento dall’alto: l’unità della Chiesa non sarà il frutto dei nostri sforzi, ma un dono dello Spirito.

Da parte cattolica, non esistono ostacoli che impediscano l’unità. Meglio sarebbe dire: non sono mai esistiti. Per esempio, la questione del Filioque: la Chiesa latina ha sempre riconosciuto valida la posizione delle Chiese orientali (“lo Spirito Santo procede dal Padre attraverso il Figlio”); ma, allo stesso tempo, ha sempre creduto che “lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio”. Sono gli ortodossi che escludono la nostra posizione. Sui sacramenti, come diceva Davide, la Chiesa cattolica ne riconosce la piena validità (cosí come riconosce la successione apostolica nei Vescovi ortodossi). Sulle questioni disciplinari Roma ha sempre ammesso un sano pluralismo, tanto è vero che esistono Chiese orientali cattoliche, che seguono in tutto le tradizioni orientali (anche il Credo, lo recitano senza il Filioque). Direi che da parte nostra esistano solo due questioni ancora da approfondire: quella della sinodalità e quella del primato pontificio. Direte: E ti pare poco? Beh, credo che non si tratti di questioni insormontabili.

Per quanto riguarda la sinodalità, sono pienamente d’accordo che sia un aspetto che la Chiesa latina deve riscoprire, non tanto per fare piacere agli ortodossi, ma semplicemente perché fa parte della natura della Chiesa, cosí come essa è stata istituita da Gesú Cristo. Tale elemento costitutivo della Chiesa non è mai scomparso (il Concilio ecumenico); ma si vorrebbe che esso diventasse uno stile permanente di governo, come avviene nelle Chiese orientali. È possibile? Certo che è possibile, tanto è vero che nelle Chiese orientali, comprese quelle cattoliche, esiste un Sinodo patriarcale. La Chiesa latina dovrebbe dotarsi di un organo simile. Direte: ce l’ha già; è il Sinodo dei Vescovi. Probabilmente, dopo quaranta anni, si sente il bisogno di una riforma di questo organismo, che, cosí come esso è attualmente concepito, non corrisponde affatto al concetto di “sinodalità” delle Chiese orientali. Se ne può discutere. In ogni caso, questo non è un ostacolo sulla via dell’unità, in quanto è un problema interno alla Chiesa latina; nessuno si sogna di impedire agli orientali di continuare a seguire la loro tradizione sinodale.

Il problema piú rilevante rimane, senza dubbio, quello del primato pontificio. È ovvio che noi non possiamo rinunciare a tale principio, in quanto anch’esso parte della costituzione divina della Chiesa. In linea di principio, anche gli ortodossi accettano il primato del Vescovo di Roma (si tratta di un elemento della tradizione difficilmente negabile); ma lo considerano semplicemente un primato “d’onore”. A parte il fatto che non so che cosa abbia a che fare l’onore col Vangelo, è chiaro che anche su questo punto noi cattolici non possiamo transigere: che il primato pontificio sia un primato di giurisdizione è verità di fede. Forse si tratta, anche qui, di chiarire i termini e poi di cercare nuove forme di esercizio di tale primato.

Innanzi tutto, il chiarimento dei termini. “Giurisdizione” è un termine che può mettere un po’ di paura; ma non si tratta che di un sinonimo di “autorità”. E noi sappiamo qual è il significato di autorità secondo il Vangelo: essa è, innanzi tutto, “servizio” (altro che “onore”!). Se l’autorità — autorità effettiva, sia ben chiaro — viene realmente intesa come un “servizio”, un servizio alla comunione, non vedo perché la si dovrebbe rifiutare.

Rimane il problema delle modalità di esercizio del primato papale. Da questo punto di vista noi cattolici dobbiamo fare lo sforzo di non identificare le attuali modalità di esercizio come le uniche possibili. Per secoli il Romano Pontefice ha esercitato il suo primato in maniera diversa da come lo fa oggi. Non è possibile che in futuro si possa trovare un altro modo di fare il Papa? Tanto per fare un esempio: è assolutamente necessario che i Vescovi siano nominati da Roma? È ovvio che l’attuale prassi ha le sue motivazioni storiche (che continuano a essere valide); ma ciò non toglie che tale prassi possa in futuro cambiare: non si tratta di una questione che tocca la natura della Chiesa.

A questo proposito, penso che proprio il principio di sussidiarietà potrebbe giocare un ruolo importante. Forse è la chiave per affrontare i rapporti con le Chiese ortodosse. Per favorire un loro riavvicinamento, bisognerebbe far loro capire che essere in comunione con Roma non significa essere fagocitati dalla Chiesa latina; significa rimanere in tutto e per tutto Chiese sui juris, ma riconoscendo un’autorità superiore, esercitata secondo il principio di sussidiarietà. In questo senso, credo che il ruolo delle Chiese orientali cattoliche sia prezioso: “prove di unità in corso”. l’esistenza di tali Chiese (sprezzantemente considerate “uniate” dagli ortodossi) dovrebbe dimostrare che è possibile conservare le proprie tradizioni, vivendo in comunione col Papa.

Dobbiamo guardare al futuro con fiducia? Io penso di sí. Siccome i problemi non sono teologici, ma disciplinari e, soprattutto, umani, le cose possono cambiare da un momento all’altro. Ne abbiamo avuto già una prova: è bastato che a un Papa polacco succedesse un Papa tedesco, e i rapporti con la Chiesa Russa sono cambiati completamente (direte: Che c’entra? C’entra e come!). Ora poi che ad Alessio è subentrato Cirillo, i rapporti sono diventati ancora piú cordiali (non solo con la Chiesa di Roma, ma anche all’interno della stessa Ortodossia). Pare ormai certo che il Papa si recherà in Bielorussia, ed è molto probabile che lí si incontrerà con Cirillo: un altro passo avanti. Volete che, prima o poi, non si arrivi alla piena comunione?

giovedì 8 ottobre 2009

Sussiadiarietà nella Chiesa

Ieri Sandro Magister ha pubblicato sul suo blog Settimo cielo un articolo del Prof. Pietro De Marco dal titolo “Cattolicesimo politico al tramonto: a vantaggio di chi? L’enigma segreteria di Stato”. Si tratta praticamente di una risposta all’articolo di Gianfranco Brunelli sull’ultimo numero de Il Regno.

Non voglio entrare nel merito della disputa, innanzi tutto perché, come lo stesso De Marco riconosce, non c’è «niente di certo, ovviamente; solo scenari ipotetici»; in secondo luogo, perché — devo confessare — questa storia del caso Boffo incomincia a venirmi un po’ a noia.

Vorrei invece prendere spunto dalle riflessioni del Prof. De Marco a proposito delle relazioni fra Segreteria di Stato e Conferenza episcopale italiana, per soffermarmi su una questione piú generale: quella del rapporto fra Papa e Vescovi, Santa Sede e Conferenze episcopali.

Il Prof. De Marco vede, in ciò che sta accadendo in questi giorni, una sorta di “disciplinamento” delle Conferenze episcopali da parte della Segreteria di Stato. E aggiunge:

«Estraneo come sono ad ogni “complesso antiromano”, desidero una segreteria di Stato forte. Ma è evidente il rischio che, per realizzare questo disegno di disciplinamento, si distrugga nella Chiesa italiana il meglio, cioè proprio la linea piú in sintonia con questo papa e col predecessore, si abbandoni l’episcopato ai suoi conflitti, e infine si perda il polso della stessa situazione politica, che non è riducibile al rapporto con i governi».

E, per confermare il suo pensiero, ricorda che la CEI ha sempre costituito una sorta di modello per le altre Conferenze episcopali: «un modello planetario di attaccamento alla sede apostolica».

Non posso che concordare col Prof. De Marco. Vale anche per me l’estraneità a qualsiasi “complesso antiromano”. Non solo, ma ho sempre pienamente condiviso le obiezioni sollevate dal Card. Ratzinger sullo “statuto teologico” delle Conferenze episcopali. Sono perfettamente consapevole che tali organismi rischiano di trasformarsi in mostri di burocrazia, che nulla hanno a che fare con la costituzione divina della Chiesa. Ma ciò non significa che le Conferenze episcopali siano inutili e da gettare, quindi, nella spazzatura: esse svolgono, nella situazione attuale della Chiesa, un insostituibile ruolo di coordinamento fra i Vescovi di un determinato territorio. Quel “disciplinamento” che la Segreteria di Stato vorrebbe esercitare sulle Conferenze episcopali, queste ultime lo esercitano sui singoli Vescovi, impedendo che ciascuno se ne vada per la sua strada, provocando disorientamento dentro e fuori la Chiesa. Esse decidono, in maniera collegiale, quale debbano essere gli orientamenti pastorali da seguirsi hic et nunc, e inoltre adottano un atteggiamento comune di fronte alle autorità politiche. È ovvio che su tutte queste materie sia possibile una diversità di vedute da parte dei singoli Vescovi (non si tratta di questioni di fede); per cui, onde evitare l’impressione di anarchia, è opportuno che siano concordate alcune linee-guida, a cui poi tutti i Vescovi faranno riferimento. E questo lavoro solo i Vescovi possono farlo, perché loro conoscono direttamente le situazioni locali.

È bene che non venga mai interrotto il contatto con Roma (diretto o attraverso il Nunzio); ma questa non può sostituirsi ai singoli episcopati, perché, cosí facendo, rischia di prendere delle forti cantonate. Il Prof. De Marco fa l’esempio della bambina brasiliana costretta ad abortire: in quel caso L’Osservatore Romano (con la Segreteria di Stato alle spalle) sconfessò il Vescovo di Recife, suscitando un putiferio non solo in Brasile, ma nella stessa Curia Romana (Pontificia Accademia della Vita). Oggi Magister riprende, sul sito www.chiesa, un altro caso di tensione: quello tra la Santa Sede e l’episcopato statunitense a proposito dell’atteggiamento da tenere nei confronti della presidenza Obama. È troppo rischioso per la Sede Apostolica volersi sovrapporre alle competenze dei Vescovi o delle Conferenze episcopali.

D’altra parte, ci sono molti oggi che chiedono un maggiore disciplinamento della Chiesa: c’è una grande confusione; sembra che ognuno vada per la sua strada; i Vescovi sembrano spesso, se non ribellarsi, perlomeno non sottomettersi al Papa. C’è da ricucire, per cosí dire, il “tessuto” ecclesiale. Come? La soluzione sembra ovvia: una maggiore centralizzazione della Chiesa. Per garantire una effettiva sottomissione dei Vescovi al Papa, sembra necessario che la Segreteria di Stato tenga sotto controllo le Conferenze episcopali, ridimensionando i loro poteri, e la Santa Sede curi maggiormente le nomine episcopali, scegliendo esclusivamente candidati di sicura fedeltà.

Sembra facile; ma non lo è. Se si riflette bene, ci si accorgerà che gli attuali Vescovi non sono stati scelti da Giovanni XXIII o da Paolo VI, ma da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Durante gli ultimi pontificati i Vescovi sono stati nominati con grande cura; eppure... Quando sono stati scelti, Tettamanzi o Schönborn — tanto per fare due nomi — passavano per conservatori; come mai oggi vengono annoverati fra i maggiori contestatori dell’autorità pontificia? C'è qualcosa che non va.

Non possiamo applicare alla Chiesa gli schemi propri di una impresa o di uno stato: la Chiesa è qualcosa di diverso. Ci sono alcuni cattolici che pensano alla Chiesa come a una monarchia assoluta, nella quale esiste un unico sovrano (il Papa), e i Vescovi sono i suoi funzionari (una specie di prefetti). Ma questa non è la Chiesa. Le diocesi non sono le “province” della Chiesa; esse stesse sono “Chiese” a tutti gli effetti (le Chiese particolari); e i Vescovi sono i loro legittimi pastori, successori degli Apostoli. Che nella Chiesa ci sia poi una Chiesa particolare con il suo Vescovo, che hanno un primato rispetto alle altre Chiese e agli altri Vescovi, è un dato di fatto, che però non sopprime la piena “ecclesialità” delle singole diocesi. Piú che parlare di “sottomissione”, sarebbe opportuno parlare di piena “comunione” fra le singole Chiese particolari e di queste con la Chiesa di Roma. È ovvio che tale comunione è una comunione gerarchica, che prevede l’accettazione del primato non solo onorifico, ma giurisdizionale del Romano Pontefice.

Anche questo potrebbe apparire un bel discorso astratto, ma difficile da attuarsi nella pratica. Certamente; ma penso che, una volta chiariti i principi, non sia poi impossibile trovare gli strumenti per armonizzare le diverse esigenze. Tra tali strumenti mi pare che la Chiesa ne possieda uno, preziosissimo, che essa ha sempre proposto alla società civile, ma che sembra faccia fatica ad applicare a sé stessa. Si chiama “principio di sussidiarietà”. Tale principio viene cosí descritto da Pio XI nell’enciclica Quadragesimo anno:

«Siccome è illecito togliere agli individui ciò che essi possono compiere con le forze e l’industria propria per affidarlo alla comunità, cosí è ingiusto rimettere a una maggiore e piú alta società quello che dalle minori e inferiori comunità si può fare. Ed è questo insieme un grave danno e uno sconvolgimento del retto ordine della società; perché l’oggetto naturale di qualsiasi intervento della società stessa è quello di aiutare in maniera suppletiva le membra del corpo sociale, non già distruggerle e assorbirle.

Perciò è necessario che l’autorità suprema dello Stato, rimetta ad associazioni minori e inferiori il disbrigo degli affari e delle cure di minor momento, dalle quali essa del resto sarebbe piú che mai distratta; e allora essa potrà eseguire con piú libertà, con piú forza ed efficacia le parti che a lei solo spettano, perché essa sola può compierle; di direzione cioè, di vigilanza, di incitamento, di repressione, a seconda dei casi e delle necessità. Si persuadano dunque fermamente gli uomini di governo, che quanto piú perfettamente sarà mantenuto l’ordine gerarchico tra le diverse associazioni, conforme al principio della funzione suppletiva dell’attività sociale, tanto piú forte riuscirà l’autorità e la potenza sociale, e perciò anche piú felice e piú prospera la condizione dello Stato stesso» (nn. 80-81).

Parole sante, che non valgono solo per lo Stato, ma anche per la Chiesa. Se vogliamo che nella Chiesa ci sia ordine (“l’ordine gerarchico”), se vogliamo che l’autorità sia rispettata e possa svolgere le sue funzioni, non dobbiamo centralizzare, ma delegare. La Santa Sede non può esautorare i singoli Vescovi; la Segreteria di Stato non può sostituirsi alle Conferenze episcopali; ciascuno deve fare la sua parte, in piena armonia col resto del corpo. È ovvio che ci saranno sempre delle tensioni; è inevitabile che ci sia diversità di valutazione. Per questo è importante che ci sia un continuo dialogo, una condivisione dei problemi, una disponibilità al reciproco confronto; ma mai l’esautoramento, la delegittimazione, l’accentramento. Tali atteggiamenti dànno solo l’impressione di una immediata efficacia; ma, in realtà, distruggono la comunione e rendono piú difficile l’esercizio dell’autorità. L’autorità superiore, come ci ricorda Pio XI, deve sostenere quella inferiore, non distruggerla. Il ruolo della Curia Romana è quello di aiutare, incoraggiare, talvolta correggere i Vescovi e le Conferenze episcopali; non quello di sostituirsi a loro.

mercoledì 7 ottobre 2009

Ancora sull'origine del capitalismo

Vorrei riprendere il discorso iniziato ieri, a proposito dell’origine del capitalismo. Ci sono stati infatti dei contributi, che hanno allargato la prospettiva.

David ha preparato una ricostruzione storica, come al solito, molto interessante:

«La “paternità” del capitalismo è contesa — come da te giustamente scritto — da molti, soprattutto fra i cattolici del Quattro e Cinquecento e i calvinisti del Seicento, in relazione alle grandi compagnie commerciali che in quei periodi nacquero in Europa e si diffusero in tutto il mondo. (...)

A ben vedere, il capitalismo ha radici piú antiche, addirittura precedenti il Dugento. Il padre dello stesso San Francesco, Pietro di Bernardone, è un mercante: durante i suoi viaggi di affari conosce la moglie francese e piú tardi ha un figlio, Giovanni, detto “Francesco” proprio per gli stretti legami del padre con la Francia. Sappiamo che compra prodotti tessili di alta qualità dalla Francia e li rivende in Italia (e forse non solo qui) guadagnandone un margine di profitto tale da poter sperare di comprare un titolo nobiliare per il figlio. Ingenuità medievali, certo, ma perfettamente calate in un mondo dove capitale e impresa sono già realtà: Pietro non era un signore feudale né un artigiano ma il capitano di un’impresa. In quegli anni Sant’Omobono Tucenghi a Cremona, partendo da umili origini, mette su un’attività commerciale notevole nel settore laniero: reso celebre dalla sua eccezionale bontà verso i poveri, certamente possiamo definirlo un capitalista. Lo stesso discorso vale, ma oltre cento anni dopo, per Francesco Datini, che da garzone orfano di Prato sa cogliere le opportunità legate alla presenza della corte papale ad Avignone e si arricchisce enormemente. Datini non solo fa piú bella la sua città (pensiamo al Palazzo Datini e alla Villa del Palco), ma getta le basi per un miglioramento dei commerci grazie all’uso di lettere di cambio e assegni. Questi ultimi strumenti sono resi di dominio universale grazie alle banche toscane che ne fanno largo uso: pensiamo al Banco dei Medici ma anche al Monte dei Paschi di Siena, che è ancora oggi in attività. Ma già prima esistono imprese private legate al credito: il fallimento delle banche dei Bardi e dei Peruzzi nella metà del Trecento provoca una crisi economica persino superiore a quella seguita al crollo di Lehman Brothers. Sono i Medici, comunque, a dare un contributo notevole allo sviluppo della contabilità con il miglioramento del libro mastro attraverso l’inserimento del sistema della partita doppia che rende piú evidenti crediti e debiti. Parliamo di imprese bancarie, non di attività usuraie, è bene notarlo.

Soprattutto, nel Medio Evo si sviluppa e si perfeziona un’altra caratteristica del capitalismo: le compagnie commerciali creano una fitta rete di branches, cioè di filiali, ognuna in solidarietà con la casa madre e fra di loro: siamo agli albori della moderna impresa multinazionale! Non parliamo di realtà piccole: molte imprese aprono rappresentanze in ben tre continenti (Europa, Asia e Africa). Possiamo dire che i Polo sono i primi a avere gli headquarters in Asia: ma soprattutto, devono avere una rete di agenti fra Venezia, la Persia e la Mongolia!

Poi arriva il Cinquecento... I Medici si convertono da mercanti in signori feudali: Lorenzo il Magnifico non aveva mai voluto abbandonare la direzione dell’impresa di famiglia per fare il Principe. Dal Cinquecento la stessa Venezia cede le armi: i capitani delle compagnie commerciali lasciano la laguna e i rischi dell’impresa per il latifondo agricolo e gli investimenti immobiliari. Nel Nord Europa lo Stato assoluto e i principi illuminati non stanno piú a guardare, ma si gettano anima e corpo — insieme a privati — nello sfruttamento commerciale delle colonie: finiscono l’epoca del capitalismo cattolico (dove si vuol conquistare il mondo intero senza perdere l’anima) e quella del “meticciato” (gli spagnoli si erano mescolati agli indios senza mai teorizzare teorie razziste e uno sfruttamento sistematico delle risorse umane indie), inizia il periodo d’oro delle grandi imprese commerciali dei protestanti inglesi, dei calvinisti olandesi e dei loro alleati portoghesi. Costoro non si accontentano piú di guadagnare un interesse sui talenti investiti, secondo le parole del Maestro Divino, ma entrano nella piú lucrosa impresa commerciale della storia dell’umanità: la tratta degli schiavi. Per duecento anni Londra e Amsterdam vendono ai privati le obbligazioni e le azioni di imprese negriere: tutti titoli sicuri, perché il costo della materia prima è irrisorio e il margine spesso enorme. Se una nave sta per fare naufragio, si scarica la “merce” in mare per non perdere il bastimento e si torna indietro a fare un nuovo carico. Persino il padre nobile dell’Illuminismo, Voltaire, si arricchisce investendo i risparmi in questi titoli. Solo con la fine della tratta, alla fine del Settecento, ha inizio la vera stagione del capitalismo dell’epoca industriale. Da quel momento, per circa cento anni, gli schiavi sono milioni di bambini a cui l’ancien régime almeno garantiva un minimo di istruzione e di sostentamento. Ma questa è un’altra storia...».

Come si può vedere da questa veloce carrellata, il capitalismo è precedente, non solo al calvinismo, ma addirittura allo stesso Quattrocento.

Un altro Davide, questa volta da Milano (il precedente, se non lo aveste ancora capito, è di Prato), mi ha chiesto che cosa penso de La vittoria della ragione di Rodney Stark. Confesso di non aver letto il libro, ma ho letto qualche recensione, dalla quale sono giunto alla conclusione che si tratti di un volume estremamente importante in vista di quella “disintossicazione” a cui facevo riferimento ieri. Potete trovare abbondante materiale di riflessione sul sito StoriaLibera.it. In particolare, vi consiglio una o l’altra delle due recensioni di Massimo Introvigne (per completezza, potete aggiungere l’intervista rilasciata da Stark allo stesso Introvigne, pubblicata sul sito del CESNUR).

Ebbene, penso che il lavoro di Stark sia importante perché:

1. Sposta ulteriormente la data di nascita del capitalismo: non il XVI secolo (come voleva Weber), né il Qauttrocento (come ci ricordava ieri Cardini), né il “Dugento” (come sostenuto oggi da David), ma addirittura il IX secolo: il capitalismo è nato nei monasteri; i monaci sono stati i primi capitalisti. E ciò risulta ben comprensibile, se riflettiamo sugli effetti del voto di povertà, che impone la messa in comune dei beni. Tale retrodatazione è un’ulteriore prova — se ce ne fosse ancora bisogno — che il Medioevo non è affatto quel periodo “buio” nella storia dell’umanità, che certa propaganda vorrebbe farci credere.

2. Inquadra il capitalismo in un contesto piú vasto, collegando lo sviluppo economico al progresso scientifico e al riconoscimento dei diritti dell’uomo, che comprendono la libertà politica e la proprietà privata. E individua nel cristianesimo (specificamente, nel cattolicesimo) la condizione che ha reso possibile l’affermarsi della scienza, della democrazia e dello sviluppo economico. Molto interessante il fondamento teologico con cui Spark spiega tale connessione: il cristianesimo è l’unica religione compatibile con la ragione (da cui il titolo del libro).

3. Pone l’origine del capitalismo non nell’Europa settentrionale, ma in Italia. Perché? Esattamente perché in Italia, paese cattolico, si realizzano le condizioni per la nascita del capitalismo: sviluppo scientifico (università), libertà politica (comuni) e proprietà privata (finalizzata al bene comune). Il declino economico italiano, nel Seicento, si spiega con la perdita di una delle suddette condizioni: la libertà politica.

4. Dimostra, in maniera pressoché definitiva, che il capitalismo non si sviluppò in Francia e Spagna non perché paesi cattolici, ma perché monarchie assolute; si sviluppò invece in Inghilterra non perché essa ripudiò il cattolicesimo, ma perché in essa si erano conservati quei corpi intermedi e quelle libertà cittadine e comunali risalenti all’epoca cattolica (e che successivamente sarebbero stati trapiantati nel nuovo mondo). Il calvinismo, nonché favorire la nascita del capitalismo, ne provocò la distruzione in vaste aree dei Paesi Bassi. Il protestantesimo, contrariamente a quanto sostenuto da Weber, danneggiò l’economia moderna nascente e ne ritardò il progresso.

Personalmente trovo l’opera di Stark come la confutazione — a sua volta difficilmente confutabile — della teoria di Weber. Come dicevo, forse dovremmo leggere La vittoria della ragione per “disintossicarci” della propaganda anticattolica, che per secoli è stata propalata ai quattro venti e che ha finito per convincerci che, davvero, la Chiesa cattolica è sempre stata contro il progresso e che questo è stato reso possibile solo dal ripudio del cattolicesimo. Stark dimostra che è vero esattamente il contrario: è proprio il cattolicesimo all’origine del progresso in ogni campo: scientifico, politico ed economico.

In secondo luogo, dovremmo leggere l’opera di Stark per ritrovare, come italiani, un po’ di autostima. Anche qui, per secoli hanno continuato a ripeterci (e alla fine ci abbiamo creduto) che l’Italia, almeno sino alla sua unificazione nazionale, non era nulla: in confronto alle grandi nazioni europee (Francia, Inghilterra, Spagna...), che cosa era l’Italia? Una mera “espressione geografica”, secondo Metternich. Sapevamo già di essere sempre stati i primi in campo artistico e letterario; ora veniamo a sapere che eravamo i primi anche in campo economico. Vi sembra poco? Non siamo mai stati, è vero, una grande potenza politica e militare. E con ciò? Vi sembrano questi i valori assoluti? Anzi, dovremmo andar fieri di non aver sterminato i popoli, ma di avere, al contrario, contribuito al loro sviluppo con la condivisione della fede e della civiltà.

Infine, vorrei fare un’ultima riflessione. Solitamente, quando abbiamo una forte identità cattolica, siamo portati a essere un po’ conservatori, anche sul piano politico. Per cui siamo tentati di guardare con una certa nostalgia a modelli politici del passato, quali lo Stato centralizzato e l’assolutismo monarchico. Ebbene, Stark ci dimostra che ciò non fa parte della nostra storia: la nostra storia è fatta di... libertà comunali. La democrazia (non come ideologia, ma come sistema politico che garantisce le libertà personali) è iscritta nel nostro DNA di cattolici e di italiani. Forse dovremmo, ancora una volta, riappropriarci della nostra storia e andarne fieri, senza complessi di colpa o di inferiorità.

martedì 6 ottobre 2009

Calvino e il capitalismo

Il Prof. Cardini, con la consueta puntualità, ha pubblicato su Liberal un interessantissimo articolo per commemorare il quinto centenario della nascita di Giovanni Calvino.

Ho una grande stima del Prof. Cardini, per la sua cultura sterminata, per la profondità delle sue analisi, per la capacità di collegare i fatti, per il modo di semplificare e divulgare questioni spesso complesse. Ho sempre letto i suoi scritti, e ascoltato le sue conferenze, con estremo interesse. Quando ero a Firenze, in piú di un’occasione lo invitai alla Querce per intrattenere gli alunni su questioni storiche. Un vero maestro.

Anche in questa circostanza non si smentisce. Definisce Calvino come il «“vero” grande riformatore del cristianesimo e fondatore della modernità», in contrapposizione a Lutero giustamente considerato «per molti riguardi ancor medievale». Per dimostrare che Calvino fu “fondatore della modernità” Cardini fa riferimento alla nota teoria di Max Weber, esposta nel libro L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, secondo la quale il capitalismo sarebbe una derivazione del calvinismo (potete trovare nell’articolo di Cardini i dettagli di tale teoria). Una teoria indubbiamente suggestiva, che anche su di me esercitò un fascino notevole, quando ne venni a conoscenza all’Università di Bologna.

Fortunatamente per me, in contemporanea ai corsi di filosofia, dove tale teoria veniva data per scontata, dovevo frequentare corsi di storia (per poter successivamente concorrere all’abilitazione all’insegnamento della storia e della filosofia nei licei). Tra questi corsi ce n’era uno di storia medievale tenuto dal terribile (ma bravissimo) Prof. Ovidio Capitani. Ebbene tale corso monografico verteva, appunto, sulle radici medievali del capitalismo: quei «francescani “osservanti” del Quattrocento, san Bernardino da Siena in testa», ai quali fa riferimento Cardini. Tale corso fu per me assai utile, perché mi aiutò a non assolutizzare il discorso di Weber (che conserva, in ogni caso, una sua relativa validità) e a riscoprire la tradizione cattolica, che non ha nulla da invidiare al protestantesimo.

Ancora una volta, una seria storiografia dimostra che il cattolicesimo è arrivato in anticipo, e con maggiore equilibrio, a certi risultati, per sé validi, del protestantesimo. Il problema è: chi conosce tali studi, pure divulgati in Italia — come giustamente ricorda Cardini — da Amintore Fanfani? Purtroppo è diffuso fra i cattolici una sorta di complesso di inferiorità nei confronti del protestantesimo (significativo il riferimento di Cardini al sanguinario Cromwell, che nei nostri manuali di storia passa come una sorta di «pio governante-filosofo»): la propaganda protestante-illuministico-massonica ci ha fatto un lavaggio del cervello tale, che siamo convinti che la Chiesa cattolica è sempre stata (e continua a essere) retrograda, oscurantista, avversa al progresso, mentre il protestantesimo sarebbe all’origine di tutte le conquiste dell’umanità. Sarebbe ora che ci disintossicassimo un po’ da certa mentalità e incominciassimo a riscoprire la nostra storia. Ci accorgeremmo che non abbiamo nulla di cui vergognarci, ma anzi molto di cui andare fieri. Come in questo caso: se c’è qualcosa di buono nel capitalismo lo dobbiamo a San Bernardino da Siena; mentre invece sono proprio i limiti del capitalismo, che ora stanno venendo a galla, ciò che possiamo ricondurre alla sua matrice calvinista.

lunedì 5 ottobre 2009

Il Trattato di Lisbona

Sicché il “sí” ce l’ha fatta a vincere in Irlanda. C’era da aspettarselo. Stranamente, nessuno ne parla. Forse per la delusione. L’anno scorso, dopo il “no”, fu una festa in tutta Europa. Quest’anno sembra quasi che gli irlandesi ci abbiano tradito; quindi preferiamo ignorarli. Poveretti!

Personalmente, non mi sento di giudicarli. Probabilmente li avevamo caricati di una responsabilità troppo grande: quella di salvare l’Europa dal Trattato di Lisbona. Ciò che non siamo stati capaci di fare noi (perché non abbiamo preteso anche noi un referendum dai nostri governanti?), volevamo che lo facessero loro, un popolo che rappresenta appena l’1% della popolazione europea...

Che cosa ha fatto cambiare idea agli irlandesi nel giro di appena un anno? Beh, innanzi tutto penso che la campagna in favore del “sí” sia stata massiccia: sono scesi in campo anche i Vescovi e... la Ryanair! Come potete vedere dal link all'intervento dei Vescovi, c’è stata l’assicurazione che l’adesione al Trattato di Lisbona non inciderà in alcun modo sulla legislazione irlandese in difesa della vita (in Irlanda l’aborto è illegale). Ma penso che, al di là delle questione ideali (che pure avranno avuto il loro peso), ciò che ha convinto gli irlandesi a votare “sí” sia stata la recessione economica in cui il loro paese è incappato recentemente. La prospettiva di rimanere emarginati dal resto dell’Europa deve aver terrorizzato gli irlandesi.

Per comprendere tale reazione, occorre ricordare che l’Irlanda, fino a non molti anni addietro, era uno dei paesi piú poveri del continente. A metà Ottocento ci fu la Grande Carestia, che provocò l’emigrazione verso l’America. La fame è rimasta, come un trauma, impressa nella coscienza di quel popolo. L’ingresso dell’Irlanda in Europa ha significato un insperato salto di qualità: chi va in Irlanda ora, trova un paese moderno, ricco, ordinato. Buona parte delle realizzazioni sono state rese possibili dai fondi europei, che, a differenza dell’Italia, sono stati effettivamente utilizzati per lo sviluppo del paese. Potete quindi rendervi conto di quanto abbia potuto giocare in questa circostanza l’incubo della povertà.

Le uniche speranze, per gli oppositori del Trattato di Lisbona, ora si appigliano a Polonia e Repubblica Ceca, che non hanno ancora ratificato il trattato. Io non ci farei eccessivo affidamento: la “forza persuasiva” (leggi: il “ricatto”) delle burocrazie europee non farà molta fatica a convincere questi paesi a procedere alla ratifica. A meno che la recente visita del Papa a Praga non abbia ridestato la fiamma dell’orgoglio nazionale nel cuore del popolo ceco...

Che dire a proposito della presa di posizione dell’episcopato irlandese? Come ho detto, essa è stata determinata dall’assicurazione che la legislazione nazionale in materia di aborto non cambierà (speriamo!). Ma, al di là di tale problema specifico, certo importante, si pone un problema piú generale sul valore del trattato in sé. Certo, non è facile darne un giudizio, semplicemente perché esso è illeggibile. Ma è proprio tale illeggibilità che giustifica i peggiori sospetti. Giorni fa Paolo Barnard ha pubblicato uno studio sul Trattato, che fa riflettere. La lettura di tale articolo può essere utile per capire a quali rischi stiamo andando incontro. I Vescovi non si rendono conto di tali pericoli? Probabilmente sí, ma non è loro compito entrare in questioni squisitamente politiche. Magari — penso io — proprio per tale motivo farebbero meglio a non esprimersi neppure a favore del trattato. In ogni caso, credo che l’atteggiamento di non eccessiva apprensione sia dettato dall’esperienza plurisecolare della Chiesa: essa, nel corso della storia, ha dovuto attraversare momenti ben peggiori; eppure è riuscita sempre non solo a sopravvivere, ma a anche a svolgere bene o male la sua missione. Volete che il Trattato di Lisbona sia peggiore delle persecuzioni e dei totalitarismi che, nel corso dei secoli, si sono illusi di sopprimere la Chiesa, senza mai riuscirci? Certo, qualcosa (che cosa?) cambierà nella nostra vita: vuol dire che ci adatteremo. Leggevo proprio oggi nel profeta Isaia: «Nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza, nell’abbandono confidente sta la vostra forza» (30:15).

domenica 4 ottobre 2009

XXVII domenica "per annum"

«Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?» (Gv 6:60), era stata la reazione dei discepoli al discorso di Gesú sul pane di vita, nella sinagoga di Cafarnao. Potrebbe essere la nostra reazione alle parole di Gesú nel vangelo di oggi.

Solitamente, quando si paragonano il Vecchio e il Nuovo Testamento, il primo appare assai piú duro del secondo: l’antica alleanza si presenta a noi come il regno del rigore, in contrasto con la nuova, che si manifesta come il trionfo della misericordia. Ma nel vangelo odierno Mosè appare molto piú umano e comprensivo di Gesú: egli concede agli israeliti il divorzio, perché si rende conto della loro debolezza, al contrario di Gesú, che inaspettatamente si mostra cosí rigido, arroccato nei suoi principi, incapace di comprendere la nostra fragilità.

Ma, se leggiamo attentamente il vangelo, troviamo la spiegazione di tale atteggiamento. Gesú sembra dirci: «Se c’è qualcuno o qualcosa di duro in tutta questa storia, non sono io, non sono le mie parole, ma i vostri cuori. Per la durezza del vostro cuore Mosè scrisse per voi questa norma». Ecco il motivo per cui non riusciamo a capire e ad accettare le parole di Gesú, perché i nostri cuori sono induriti.

Ma il vangelo non si ferma qui, va avanti parlando dei bambini. Che c’entra? Potrebbe sembrare che non ci sia nessun rapporto. Eppure, a pensarci bene, una connessione c’è. Gesú dice: «Chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso». Ecco dov’è il problema: Gesú sta parlando del regno di Dio (e quello che lui dice a proposito dell’indissolubilità del matrimonio riguarda i “figli del regno”) e noi, invece, continuiamo a essere attaccati a questo mondo (dove la fedeltà risulta praticamente impossibile). Ebbene, i bambini, a differenza degli adulti, sono capaci di accogliere il regno di Dio. Perché? Perché non hanno il cuore ancora indurito; hanno un cuore aperto a qualsiasi possibilità.

Gesú è venuto nel mondo non solo per annunciare il regno di Dio e rammentarci le esigenze di esso (apparentemente superiori alle nostre forze); Gesú è venuto nel mondo per inaugurare il regno di Dio: se siamo capaci di accoglierlo, saremo anche capaci di vivere secondo le sue esigenze. Ciò sarà possibile solo a patto che cambiamo il nostro cuore indurito, che diventiamo come bambini e accogliamo con gioia l’avvento del regno. Allora saremo capaci di comprendere la parola di Dio e di vivere secondo i suoi dettami.

sabato 3 ottobre 2009

Ancora sull'anomalia italiana

Nel mio ultimo post riconducevo l’anomalia del caso Italia, nel contesto di un’Europa totalmente secolarizzata, anziché alle politiche, pur apprezzabili, del Card. Ruini e al suo Progetto culturale, piuttosto all’attività pastorale — talvolta magari non tanto qualificata, ma pur sempre capillare — dei parroci e delle suore onnipresenti sul territorio italiano.

La mia non voleva essere, ovviamente, una spiegazione esaustiva ed esclusiva: cercavo solo di indicare quello che, a mio parere, è il motivo principale che giustifica la vitalità della Chiesa italiana rispetto alle altre Chiese europee. Non escludevo che ci potessero essere altre spiegazioni. David, da parte sua, mi ha scritto per dare la sua spiegazione:


«Con tutto il rispetto per il cardinale Ruini, se l’Italia non si è scristianizzata come altri Paesi, non lo dobbiamo alla CEI, ma al fatto che per un quarto di secolo abbiamo goduto — come nessuno al mondo — della presenza ... di una persona concreta, che emanava [il] “bonum odor Christi”, cioè Giovanni Paolo II; cosí, ancora oggi, godiamo della presenza fra noi di Benedetto XVI, che del papa polacco è un dono. Giovanni Paolo II non ha rappresentato un progetto da realizzare, ma [è stato] un grande imitatore di Cristo. Torniamo a quel mese di ottobre 1978 prima di Woytila e domandiamoci se, davanti al corpo morto di Papa Luciani, molti cattolici non abbiano pensato di essere prossimi alla rovina. In quelle settimane la Chiesa stava peggio di Lehman Brothers un anno fa: era una gloriosa compagnia ormai arrivata prossima al tracollo, una nave alla deriva come in un famoso sogno di Don Bosco.

Per 26 anni, il pontefice polacco ha coltivato la Chiesa come la vigna del Vangelo che non produce frutto: “Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto?”. Non a caso, Ratzinger si definí da subito “umile lavoratore della vigna”, non quindi un papa-filosofo che lancia un nuovo progetto, ma un modesto operaio che si limita a mantenere e curare bene quanto ha ricevuto. Questo spiega la “prudenza” dei suoi collaboratori e il desiderio di evitare tante avventure. Pensiamo un attimo ai referendum su aborto e divorzio e, per paragone, a quello del 2005 sulla legge 40. Nel mezzo c’è il pontificato di Giovanni Paolo II: possiamo spiegare i diversissimi risultati senza quello? Nel mezzo c’è stato un papa che “che parla come uno che ha autorità” e che probabilmente fra mille anni miliardi di cattolici ci invidieranno, perché noi lo abbiamo conosciuto.

Sarà un caso che i Paesi meno scristianizzati (Italia, Polonia, Portogallo, Slovacchia, Filippine, Messico) sono anche quelli piú toccati da lui, quelli che in lui hanno riconosciuto Cristo come Dio Personale e non come ammaestratore di folle? Se è vero che milioni di messicani o di polacchi vivono more uxorio o hanno scarsa dimestichezza con alcuni principi morali, è altrettanto vero che da quelle parti le vocazioni non mancano, le messe sono seguite e soprattutto i santuari sono strapieni.

Sí, ringraziamo i tanti parroci e le tantissime suorine che da noi hanno fatto un ottimo lavoro in questi anni ... ma soprattutto ringraziamo la Provvidenza per averci dato questo santo pontefice: senza di lui, oggi saremmo davvero un piccolissimo gregge...».


Vorrei esprimere qualche riserva su quanto afferma David. Innanzi tutto, lui non ricorda — non può ricordare, perché a quell’epoca aveva solo 3 anni — quali fossero i nostri sentimenti il 16 ottobre 1978 (io ero in Piazza San Pietro, quel pomeriggio). Non ci sentivamo affatto prossimi alla rovina. Avevamo, sí, sperimentato un profondo dolore per la perdita di due Papi nello spazio di due mesi; ma questo non significava in alcun modo che la Chiesa fosse alla deriva, ormai prossima al tracollo. Assolutamente no. E quel giorno, la mestizia si trasformò — come sempre avviene in questi casi — in gioia. L’elezione di un nuovo Papa è sempre segno della vitalità della Chiesa. La Chiesa cattolica, a differenza di un partito o di un’associazione, non si identifica con un uomo, per quanto egli possa essere stato grande; essa va avanti anche dopo la morte di uomini straordinari. Gli uomini passano; la Chiesa rimane. E questo perché la Chiesa non è governata dagli uomini, che muoiono, ma da Cristo, che non muore.

Proprio per questo motivo, concordo con David nel dire che la presenza del Papa sul suolo italiano è un altro motivo che giustifica l’anomalia italiana. Ma non questo o quel Papa; il Papa tout court. È certamente una grazia unica, che nessun altro paese può vantare, quella di ospitare sul proprio suolo la Sede Apostolica. Tale presenza non può non riversare i suoi benefici effetti sul popolo circostante. Forse dovremmo andare a rileggerci qualche pagina del Primato morale e civile degl’Italiani di Vincenzo Gioberti, per prendere coscienza di questo privilegio, che solo noi italiani abbiamo.

Quanto ai singoli Papi, io sono convinto che ciascuno sia il Papa giusto al momento giusto. Capisco l’ammirazione di David per Giovanni Paolo II (è stato il Papa della sua giovinezza, come Paolo VI lo è stato della mia); riconosco i meriti che egli ha nei confronti della Chiesa; ma non attribuirei soprattutto alla sua opera il miracolo italiano. Ha fatto la sua parte. Anche lui è stato un operaio nella vigna, come l’attuale Pontefice e come quelli di tutti i tempi.

In particolare, io non insisterei piú di tanto sul referendum del 2005 sulla fecondazione assistita, che solitamente viene portato come prova del successo della linea Ruini. Anche i suoi avversari gliene dànno atto. Personalmente, lo trovo un evento piuttosto ambiguo. Un conto è fare la campagna per il sí o per il no a un referendum e ottenere il risultato sperato: questo costituisce un reale successo. Un altro conto è invitare all’astensione (posizione, sia ben chiaro, che nella fattispecie condivido). In tal caso, se il referendum fallisce perché non si raggiunge il quorum, ciò non può essere considerato un successo di chi ha propugnato l’astensione, in quanto questa può avere mille altre spiegazioni, non sempre nobili (per esempio, gli italiani hanno preferito andare al mare...). In pratica, tutti gli ultimi referendum sono falliti, perché gli italiani sono stufi. Ma ciò non significa nulla circa le loro reali opinioni. Per cui ritengo che sia meglio non fare eccessivo riferimento al referendum sulla legge 40 per dimostrare il successo delle politiche ruiniane.

Giacché ci siamo, vorrei aggiungere un ulteriore motivo che, secondo me, spiega l’unicità del situazione italiana in Europa. Ricordo che il mariologo René Laurentin diceva che l’Italia è favorita rispetto ad altre nazioni perché è stata consacrata alla Madonna. È vero. O ci crediamo o non ci crediamo a queste cose. Fare un atto di consacrazione non è una formalità; è una cosa seria. Se ci consacriamo consapevolmente alla Vergine, tale consacrazione non può non avere efficacia (se volete averne una prova, fatelo a livello individuale).

Come si può vedere, le ragioni dell’anomalia italiana sono molteplici. Può darsi che ce ne siano altre, che in questo momento non mi sovvengono. Se qualcuno ha qualcosa da aggiungere, il dibattito rimane aperto.

giovedì 1 ottobre 2009

Dibattito sull'Italia e sull'Europa

Il miei post dei giorni scorsi, anche grazie alle segnalazioni di Raffaella (a cui esprimo tutta la mia riconoscenza), hanno avuto una discreta diffusione. Diversi sono stati i messaggi e i commenti di approvazione (i cui autori ringrazio cordialmente). Ma ci sono state anche alcune critiche, peraltro estremamente garbate, che accolgo piú che volentieri, perché contribuiscono ad approfondire gli argomenti trattati.

Il primo a reagire al post sulla visita del Papa nella Repubblica Ceca è stato mio fratello, che è stato recentemente a Praga, dove ha potuto constatare di persona l’indifferentismo religioso che vi regna: «Tutte le chiese erano diventate praticamente dei musei, quando non erano chiuse». Mi ha però giustamente fatto notare che quarant’anni di comunismo non si cancellano in vent’anni. Probabilmente ha ragione.

A ruota è arrivato il commento di David, a proposito dell’apostasia:

«Circa l’apostasia, credo che sia un fenomeno transitorio, già previsto dal Monfort e che alla fine il relativismo, come tutti gli “-ismi” che lo hanno preceduto, perderà la guerra ... Vedi, mentre ti scrivo, in Brasile ci sono centinaia di candidati al sacerdozio che fanno la lista d’attesa per entrare nei seminari: semplicemente, non ci sono posti per tutti e tanti devono attendere uno o due anni. Intanto, nel Sud e nell’Ovest degli USA si registra un boom di battesimi di adulti: negli stati piú evangelical e antipapisti dell’Unione, si contano a decine di migliaia i convertiti. In Cina i battesimi di adulti sono raddoppiati in appena un anno. Che dire poi di Corea del Sud e India? Nella stessa Francia Papa Benedetto XVI fu accolto da mezzo milione di fedeli in trepidante attesa. Cosí pure a Vienna e Mariazell, in Austria. Se poi alcuni di questi cattolici non vanno a messa ogni domenica... o se magari per alcuni anni si perdono (ma poi tornano, magari richiamati dalla Vergine o dai santi), perché rattristarsi e darli per passati ad altre compagnie? Non stava forse il Padre del figliol prodigo ad aspettarlo, sperando di vederlo arrivare da lontano? Se stiamo a lamentarci che tutto è finito, come potremo avere vitelli grassi da ammazzare per festeggiare il ritorno dei fratelli smarriti? L’apostasia è storia dell’altro ieri: oggi abbiamo i figli degli apostati che vagano dubbiosi per il mondo: la Chiesa non deve guardare al passato, ma al futuro».

Ammiro (e un po’ invidio) l’ottimismo di David. Io pure sono ottimista, ma nel lungo periodo, non a breve termine. Non discuto sugli esempi riguardanti altri continenti; il mio discorso concerneva l’Europa. I riferimenti alla Francia e all’Austria non mi convincono appieno. Spero di sbagliarmi...

Sulla stessa linea si situa l’intervento dell’Avv. Marcello Bolognesi, il quale però non si limita a criticare la mia posizione, ma propone anche una soluzione articolata, che forse dovremmo prendere in seria considerazione:

«Non penso che l’Europa debba per forza perire per poi risorgere. Non escludo tale eventualità, ma temo che cullarsi su tale prospettiva ci esponga al rischio che, una volta decristianizzata, l’Europa non ritorni piú necessariamente al cristianesimo, ma possa essere vittima di altre fedi e altre ideologie. Come diceva Chesterton quando l’uomo che non crede piú a Dio non è che non creda piú a niente, ma crede a tutto. Che fare, dunque? Come in tutti i grandi problemi si deve agire su piú fronti. Sono convinto che sia finita da tempo sia l’era mediatica che quella della Chiesa istituzionale.

Siamo sommersi, infatti, da informazioni mediatiche da cui non ci giunge alcuna Verità, la quale difficilmente può venire da un papa in televisione, da cardinali che si mettono in posa davanti ai fotografi e che sono troppo attenti a conservare l’8 per mille. È verosimile, invece, che l’evangelizzazione avvenga con la predicazione in parrocchia, con l’insegnamento ai giovani al catechismo e nelle scuole cattoliche, dei comunicandi, con l’ascolto di quanto emerge nelle confessioni e nei corsi prematrimoniali.

Coerentemente non dovrebbe piú accadere che un vescovo lasci chiudere le due principali scuole cattoliche cittadine senza muovere un dito, neppure rispondendo al grido di dolore dei fedeli che reclamano un suo intervento. Non dovrebbe piú accadere che alcuni gruppi di boy scouts siano fucina di atei, che ai bambini che si avvicinano alla prima Comunione non vengano piú insegnati neppure i 10 Comandamenti (sic!), perché basta riempire il quaderno di foto scaricate da internet su Gesú e dire che “Dio è amore” (cosa vera, ma è anche giustizia e rigore). Non bastano i magnifici libri del Papa (che pochi leggono e ancor meno intendono), occorre evangelizzazione e comportamenti esemplari.

E da qui si sviluppa l’ultima parte della mia riflessione, quella sulla Chiesa istituzionale. Da troppo tempo la Chiesa è arroccata sull’idea che condizionando le istituzioni civili possa avere ascendente sui fedeli secondo lo schema per cui il diritto crea la morale. Nulla di più errato. Se il messaggio morale pervade la società non vi sarà produzione normativa contraria ad esso o, comunque, i fedeli non utilizzeranno le norme immorali. Non è vero che sia piú efficace il comodo intervento in uno spettacolo televisivo piuttosto che la predicazione tra i fedeli e il comportamento che dia il buon esempio. Troppe volte si affrontano i problemi della “società” e non piú quelli della comunità dei fedeli, perché si pensa in chiave sociologica e non teologica, perché solo cosí si è moderni e politicamente corretti. Ma la correttezza politica per un cristiano sussiste solo se vi è coerenza con la parola di Dio e non con i proclami dell’Onu o del Trattato di Lisbona. Non una Chiesa militante in senso teologico della liberazione o di alcuni preti marxisti, ma una Chiesa presente tra i fedeli in carne ed ossa e non ridotta ad uno spettacolo mediatico come tutti gli altri».

Mi sembra che l’Avv. Bolognesi tocchi il nodo della questione. E in ciò facendo, non solo propone una soluzione al problema della secolarizzazione dell’Europa, ma anche a quello, posto ieri, del Progetto culturale della Chiesa italiana. Perché, in fondo, i due problemi sono collegati. Mi spiego. Finora si è voluto presentare il caso Italia come una felice anomalia in Europa. E in parte lo è: non che l’Italia non sia un paese secolarizzato, ma per lo meno la Chiesa gode di una vitalità che in altri paesi non si sognano neppure. Ebbene, finora si è attribuito il merito di tale “anomalia” alla politica del Card. Ruini; tanto è vero che, come ci ricordava in questi giorni Magister, altri episcopati europei hanno guardato a lui, con una punta di invidia, nel tentativo di riprodurre nei loro paesi la medesima strategia. Non voglio negare i meriti di Ruini; ma mi pare che l’Avv. Bolognesi abbia perfettamente ragione, quando denuncia l’atteggiamento della Chiesa italiana, che ha concentrato i suoi sforzi quasi esclusivamente sul piano istituzionale, come se questo fosse sufficiente per conservare la fede fra gli italiani. Tale intervento della Chiesa sulle istituzioni dà l’impressione che la Chiesa sia realmente presente nella società. Ma talvolta tale presenza è piú una presenza mediatica che reale. E non è certamente questo tipo di “presenza” che spiega l’anomalia italiana: l’Italia si distingue dagli altri paesi europei non perché in essa sia stato promosso il Progetto culturale, ma perché ci sono ancora, grazie a Dio, un esercito di parroci e di suorine che tengono viva la fede con la loro attività pastorale ordinaria, spesso carente, ma ancora abbastanza capillare.

Ed è proprio questo l’aspetto su cui, secondo l’Avv. Bolognesi, bisognerebbe far convergere tutte le energie. Come non dargli ragione? Oggi siamo tutti presi dalla carriera, dalla visibilità sui media, dalle discussioni sui massimi sistemi, e trascuriamo il lavoro pastorale spicciolo: predicazione, catechesi, amministrazione dei sacramenti, direzione spirituale, educazione, insegnamento (oh, certo, abbiamo docenti universitari a non finire; ma chi si mette a insegnare alla scuola media o al liceo?). Non che tali attività non esistano nelle nostre parrocchie e scuole; ma, in genere (spesso — va detto — perché costretti), siamo portati a delegare ad altri (mamme o giovani che fanno il catechismo, docenti laici nelle scuole cattoliche, insegnanti di religione nelle scuole statali), e noi sacerdoti ci riduciamo a fare i manager, spesso perdendo il contatto diretto con la gente.

A questo punto, un altro avvocato, amico del precedente, Alberto, che di tanto in tanto interviene su questo blog, aggiunge, a mo’ di corollario, un altro aspetto importante, senza il quale tutto il discorso precedente rimarrebbe lettera morta:

«Mi sembra un’ottima proposta che — a ben vedere — collima con la scelta del Papa di indire l’anno sacerdotale e di additare ad esempio San Giovanni Maria Vianney, il Curato d’Ars, che ha passato la vita a confessare. Però, per fare questo, sarebbe necessaria anche una riforma dei seminari. Non è certo un processo semplice. Potrebbe essere un’idea quella di proporre che i migliori sacerdoti vadano, anziché a fare i Nunzi o i segretari di Conferenze episcopali, a dirigere i seminari».

Non voglio entrare nel merito, perché non si finirebbe piú. Ma mi sa tanto che i nostri cari avvocati abbiano proprio ragione: o la smettiamo di rincorrere le nostre umane ambizioni e riscopriamo la gioia di vivere nella semplicità il nostro sacerdozio a servizio della gente, o l’Italia e l’Europa diventeranno sempre piú secolarizzate e a nulla varranno i nostri sofisticatissimi Progetti culturali.

mercoledì 30 settembre 2009

Magister, Ruini e il Progetto culturale

Non so se ricordate, nel mio post del 21 settembre ponevo la domanda: «Qualcuno sa dirmi che cosa sta succedendo?». Ebbene, ricevetti immediata risposta, il giorno stesso, da Sandro Magister, che pubblicò un articolo sul suo sito www.chiesa, dove spiegava la posta in gioco: il Progetto culturale promosso dal Card. Ruini. In quell’articolo Magister cercava di dimostrare la vitalità di tale Progetto contro chi lo dava per morto. Le prove di tale vitalità: «una proposta al paese su “l’emergenza educativa”, una nuova scuola di teologia applicata a una società “plurale”, un convegno internazionale su “Dio oggi”».

Questo avveniva il 21 settembre, giorno in cui doveva iniziare la riunione del Consiglio permanente della CEI. Probabilmente, Magister deve essersi reso conto che nella Conferenza episcopale non c’è poi tutto questo entusiasmo per il Progetto culturale; ed ecco che ieri è tornato alla carica con un’intervista pubblicata sul Foglio. Tale intervista risulta ancora piú esplicita dell’articolo di una settimana fa. Ora, a poco a poco, incominciano a delinearsi i contorni della partita in corso.

A prima vista, le forze in gioco, secondo Magister, sarebbero le seguenti: da una parte la CEI, dall’altra la Segreteria di Stato; da una parte Avvenire, dall’altra L’Osservatore Romano. Aggiungo io: da una parte Magister, dall’altra Vian (si vedano le scaramucce da me riportate nel succitato post del 21 settembre).

Magister non fa nulla per nascondere la sua insofferenza verso la nuova linea adottata dal Card. Bertone, «linea “concordataria”, fatta di buon vicinato, di rapporti istituzionali cortesi, utilizzata anche dove i concordati non ci sono proprio», una linea secondo Magister, non «all’altezza delle linee maestre dei due grandi pontificati di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI». Per dimostrare la sua tesi, Magister allarga lo scenario: l’attuale politica della Segreteria di Stato non solo non è condivisa dalla Conferenza episcopale italiana, ma neanche da quella americana e neppure dal Card. Zen.

Magister sa il fatto suo; non parla a vanvera. I fatti a cui fa riferimento non possono in alcun modo essere negati. Che con l’avvento di Bertone alla Segreteria di Stato ci sia stato un cambiamento di rotta, è abbastanza evidente. Che questo possa destare qualche perplessità, è comprensibile. Mi sembra altrettanto legittimo che non solo i giornalisti, ma anche dei Vescovi possano avanzare delle riserve. Anche perché bisogna riconoscere che, in qualche caso, sono state prese posizioni piuttosto discutibili. Magister non lo rammenta, ma in questo quadro va inserito anche l’increscioso incidente dell’Osservatore Romano con l’Arcivescovo di Recife, a proposito della bambina brasiliana costretta ad abortire. In quell’occasione dovette intervenire la Congregazione per la dottrina della fede a chiudere il caso.

Tutto questo è vero. Però lo stesso Magister è costretto ad ammettere che la partita che si sta giocando è, in fondo, tutta italiana. Senza scomodare la Segreteria di Stato e le sue innegabili tensioni con gli episcopati in diverse parti del mondo, va serenamente riconosciuto che il conflitto è interno alla Chiesa italiana. Non sono un vaticanista, ma mi sembra piuttosto evidente che il vero problema sia l’uscita di scena del Card. Ruini e la sorte del sua creatura, quel Progetto culturale attraverso il quale Ruini pensava di rimanere in qualche modo protagonista anche del “dopo-Ruini”.

Personalmente trovo del tutto normale che una successione provochi qualche scossa di assestamento. Da che mondo è mondo, in qualsiasi ambiente, è sempre avvenuto. Soprattutto quando un determinato ruolo è stato ricoperto dalla stessa persona per tanti anni, e diciamo pure con un certo successo, è inevitabile che l’eredità si riveli alquanto pesante per chi è chiamato a succedergli. Per quanto il successore scelga una linea di continuità, è normale che egli abbia un carattere diverso, adotti uno stile diverso e debba affrontare problemi diversi. Se poi il predecessore aveva una personalità forte, capace di riscuotere l’unanimità e di mettere a tacere eventuali voci discordi, è ovvio che, non appena egli viene sostituito, quell’unanimità improvvisamente scompaia, e ciascuno abbia da dire la sua, dando l’impressione che la CEI sia diventata un’armata Brancaleone.

Ho l’impressione che stia succedendo in Italia quanto, qualche anno fa, accadde nelle Filippine, alla morte del Card. Sin. Fino ad allora sembrava che ci fosse un episcopato compatto (tanto è vero che fu capace di far dimettere due capi di Stato); ora invece ogni Vescovo sembra andare per la sua strada. Ma so per certo che durante la gestione Sin, molti Vescovi non erano affatto d’accordo con lui; solo, non avevano la possibilità (o il coraggio) di esprimere il loro dissenso. Anche in Italia sta avvenendo qualcosa di simile: probabilmente sta emergendo l’insofferenza di molti Vescovi per la linea di Ruini; una linea che allora non poteva essere messa in discussione, ma che ora non si vede il motivo di continuare a seguire.

E veniamo al Progetto culturale. È ovvio che, finché c’era Ruini, esso passava come una scelta della Conferenza episcopale (mentre in realtà era una iniziativa del suo Presidente), e nessuno, per quanto discorde, si permetteva di criticarlo. Ora che Ruini non c’è piú, questo malessere probabilmente sta venendo a galla; e, sebbene per il momento non ci sia un esplicito rifiuto, lo si ignora, lasciando che se ne occupi personalmente il promotore. Assai significativo quanto afferma Magister: «Il Progetto culturale è vivo e continua a operare. Ma c’è, allo stesso tempo, un’inspiegabile freddezza a livelli anche alti della gerarchia cattolica, rispetto a queste iniziative ... Nella stessa prolusione del cardinale Bagnasco ai lavori dell’ultimo consiglio permanente della Cei, le parole “Progetto culturale” non sono state mai pronunciate, nonostante sia noto che proprio il Progetto culturale è uno dei bersagli fondamentali della tumultuosa operazione condotta per defenestrare Boffo. Nessun accenno nemmeno al convegno su Dio, che pure la Cei ha promosso».

Tento di dare una spiegazione. Probabilmente, quando Ruini è andato in pensione, per non farlo sentire messo da parte, e anche come forma di riconoscimento per quanto aveva fatto per la Chiesa italiana, gli si era voluto dare questo “contentino”: Continua ad occuparti del Progetto culturale; in fondo, si tratta di una tua creatura. E forse sta qui l’errore, che è all’origine di tutte le inquietudini odierne. Sí, perché il Progetto culturale non è un giocattolo; o meglio, è un giocattolo estremamente costoso: pensate che certe iniziative non costino nulla? Il Progetto culturale è una macchina mangia-soldi, con risultati peraltro ancora tutti da verificare. Penso (sia ben chiaro, si tratta di una mia supposizione; non ho alcuna entratura negli episcopi d’Italia) che tutto questo incominci a infastidire diverse Eccellenze. Finché Ruini era Presidente della CEI, non si poteva dire nulla; ma ora che lui non è piú nulla, perché continuare a buttar via soldi, senza vederne l’utilità? Oltre tutto, molti Vescovi devono cominciare a temere che da un giorno all’altro qualcuno possa mettere in discussione il meccanismo dell’8 per mille. L’attuale utilizzo dell’8 per mille (Avvenire, Sat2000, Progetto culturale) corrisponde alle finalità per cui esso è stato istituito? Ricordo che, quando ero rettore della Querce, posi espressamente anche a un certo livello la questione di un eventuale finanziamento “interno” delle scuole cattoliche, attingendo all’8 per mille. Fu risposto categoricamente che ciò non era possibile, perché non rientrava fra i suoi obiettivi...

Per cui, tutto sommato, piuttosto che parlare di un possibile conflitto fra CEI e Segreteria di Stato, forse sarebbe piú esatto dire che la Santa Sede si sta facendo in questo momento interprete dei sentimenti di una parte dell’episcopato italiano. Quando, il 9 settembre scorso, il Direttore dell’Osservatore Romano, alla presenza del Card. Ruini, paragonava il Progetto culturale all’Araba Fenice, probabilmente dava voce a un sentimento piú diffuso di quanto non sembri, anche fra i Vescovi.

Io, comunque, una proposta ce l’avrei per venir fuori da questo pasticcio. Vediamo se il Card. Bagnasco la prenderà in considerazione: perché non nominare Sandro Magister Direttore di Avvenire? Allora sí che ci sarà da divertirsi...

martedì 29 settembre 2009

Melloni su Benedetto XVI

L’altro giorno Alberto Melloni ha rilasciato una breve intervista a La Stampa a proposito del Papa. Solo quattro domande. Sulla prima risposta (la domanda riguardava il messaggio lanciato da Benedetto XVI a Praga) si potrebbe pure convenire. Secondo Melloni, Papa Ratzinger a Praga ha riaperto la questione, da tempo tramontata, delle radici cristiane dell’Europa. Questione tramontata, perché l’aveva già posta, senza successo, Giovanni Paolo II. «Ora Ratzinger — sostiene Melloni — ci torna sopra per inerzia». Può darsi che abbia ragione.

Personalmente, mi chiedo anch’io quale possa essere l’utilità di tale richiamo alle radici cristiane dell’Europa. Che l’Europa abbia radici cristiane è un dato di fatto, che nessuno può negare: basta guardarsi intorno, basta studiare la storia, basta conoscere la cultura europea: non si può far finta di non vedere che l’Europa è figlia del cristianesimo. Ma il problema, almeno per noi cristiani, non è tanto quello di riconoscere un dato storico; il problema è che questa Europa, dalle radici cristiane, non è piú cristiana. Questo è il problema di cui, come cristiani, dobbiamo prendere coscienza. L’unica preoccupazione di un cristiano dovrebbe essere non che da qualche parte sia scritto che l’Europa ha radici (giudeo?) cristiane, ma che l’Europa sia effettivamente cristiana. Orbene, c’è da chiedersi: rammentare all’attuale Europa totalmente secolarizzata che essa ha delle radici cristiane è sufficiente perché essa ridiventi cristiana?

Se devo essere sincero, mi ero dimenticato che Giovanni Paolo II era stato per ben tre volte a Praga. Ebbene, quale è stato il risultato di queste tre visite del Papa che riempiva le piazze, del grande comunicatore che trascinava le folle, del leader carismatico che piaceva a i giovani? Che Praga è, a quanto pare, la città piú atea d’Europa. Se non c’è riuscito Wojtyla, col suo carisma, ci riuscirà Ratzinger, col suo stile discreto? Staremo a vedere. Io, per il momento, mi permetto di sollevare qualche dubbio. Perché?

Come ho già scritto in altre occasioni, per me, all’apostasia non c’è rimedio. Essa è uno dei peccati contro lo Spirito Santo (“impugnare la verità conosciuta”); e noi sappiamo che per tali peccati non esiste perdono. Bisogna solo aspettare che questa Europa finisca da sé e che dalle sue ceneri nasca una nuova Europa. In questo momento ciò che importa è che la Chiesa — piccolo gregge, “resto d’Israele” — tenga accesa la fiamma, conservi la fede; cosicché, al momento opportuno possa costituire il seme della rinascita. Ma credo che Ratzinger non sia estraneo a tali riflessioni. Solo che, come Papa, non può farsene interprete piú di tanto, essendo esse politicamente scorrette.

Come vedete, non escludo che in certi casi si possa discutere su ciò che il Papa dice o fa. Anzi, personalmente, io muoverei un ulteriore appunto alla visita di Benedetto XVI nella Repubblica Ceca. Capisco che quest’anno ricorre il XX anniversario della caduta del Muro, e quindi le rievocazioni diventano pressoché inevitabili; ma chiedo: è proprio necessario continuare a parlare di un fenomeno che appartiene al passato? Quale significato può avere condannare oggi il comunismo? Il comunismo andava condannato quando esisteva, non oggi che è morto e sepolto. Troppo comodo scaricare la colpa dell’ateismo e dell’indifferentismo attuali su un regime che non esiste piú da vent’anni. Non sarà per caso responsabile di tale situazione il sistema in cui noi oggi viviamo? Ho l’impressione che il passato diventi spesso un alibi per non parlare del presente: continuiamo a condannare nazismo e comunismo, ma facciamo fatica a esprimere un giudizio critico sul presente, come se vivessimo nel migliore dei mondi possibili. Spesso non ci rendiamo conto (o facciamo finta di non renderci conto) dei limiti del presente e continuiamo a deplorare regimi che la storia ha già definitivamente giudicato. Faccio un esempio: come mai la Chiesa non si esprime in maniera netta sul Trattato di Lisbona (anzi, a quanto pare, i Vescovi irlandesi hanno invitato i loro fedeli a votare a favore della sua ratifica...). Si dirà: non è compito della Chiesa far politica. Bene, se è politica occuparsi del presente, è politica anche esprimere giudizi sul passato; se, al contrario, possiamo esprimere giudizi morali sul passato, possiamo farlo anche nei confronti del presente.

Se, come dicevo, sulla prima risposta si può anche convenire con Melloni, sul resto dell’intervista non si può in alcun modo essere d’accordo con lui. Il giudizio che egli esprime su Benedetto XVI, oltre a essere ingeneroso e offensivo, è totalmente sballato. «Il Papa è un teologo, segue rigidamente la sua linea di pensiero». Vuole dire: Ratzinger è un intellettuale, che vive fuori del mondo, prigioniero dei suoi pensieri, incapace di cogliere la realtà. «Della situazione italiana Ratzinger ha una visione molto limitata, non personalizza il nodo-Italia». Cosa di per sé possibile per uno straniero; ma non è questo il motivo, secondo Melloni; il motivo vero è il suo approccio intellettualistico: «Vede intellettualmente uno scenario in cui si agitano delle culture, delle tensioni. Non vede persone, ma prospettive».

Mi chiedo di chi stia parlando Melloni, se di Benedetto XVI o di sé stesso. Sí, perché quelle parole si attagliano perfettamente a chi le pronuncia: è Melloni l’intellettuale che vive fuori del mondo, applica i suoi schemi mentali alla realtà che lo circonda, è incapace di vedere persone (anche Papa Ratzinger è una persona), ma solo prospettive. Melloni non lo dice espressamente, ma è quel che sottintende: secondo lui, Benedetto XVI è un ideologo. Ma non si accorge che, se in tutta questa storia c’è un ideologo, questo è proprio lui.

Oltre tutto, mi sembra che non sia neppure coerente nella sua sbrigativa descrizione di Papa Ratzinger: da una parte lo considera un intellettuale che vive fra le nuvole; dall’altra, un cinico opportunista: «Il suo ragionamento è lineare: “Berlusconi è il premier, ascolta le nostre sollecitazioni, quindi non c’è ragione per non trattarlo bene”. Il resto sono problemi di carattere dottrinario ... Per il governo, Ratzinger è un cliente complicato perché è un negoziatore che non si arresta nelle sue richieste». Non mi sembra questa la descrizione esatta di un intellettuale che vive rinchiuso nelle sue astrazioni.

A parte il fatto che non ce lo vedo proprio Papa Ratzinger nelle vesti del “negoziatore” insaziabile; ho l’impressione che proprio su questo punto Melloni dimostri, da buon ideologo, di non aver capito nulla di Benedetto XVI. Sembrerebbe che l’unica preoccupazione del Papa sia quella di “difendere i principi non negoziabili”. Ancora una volta, dunque, un uomo che vive di astrazioni e che riduce il cristianesimo a una questione di “principi”. Basterebbe aver letto qualche scritto del Card. Ratzinger o anche solo ascoltare qualche intervento di Benedetto XVI per capire che per lui il cristianesimo non è affatto una questione di principi, ma è, innanzi tutto, un’esperienza, è vita. Ma come può cogliere certe sfumature un uomo accecato dall’ideologia, prigioniero dei suoi schemi mentali? È proprio vero, Melloni non vede persone, ma prospettive.

lunedì 28 settembre 2009

Chiesa e impresa #2

Ancora alcune interessanti riflessioni di David:


«Torno un’ultima volta sul discorso dell’impresa per alcune considerazioni... Ho seguito la vicenda delle nomine allo IOR e devo dire che mi sembra stia andando tutto bene. Non conosco personalmente Gotti Tedeschi, ma ho avuto modo di leggere alcuni suoi scritti, compreso il bel saggio Denaro e Paradiso.

Permettimi alcune considerazioni: la Chiesa ha da sempre un buon rapporto con le banche presenti sul territorio; alcune addirittura hanno un rapporto — mi si passi il termine — “organico” con la Chiesa, nel senso che sono dirette da cattolici da comunione settimanale, sono ispirate da principi cristiani fin negli statuti e spesso hanno sacerdoti, religiosi e laici cattolici negli organi direttivi. Non parlo solo di piccole casse rurali né di un colosso — ormai “secolarizzato” — come il San Paolo di Torino. Mi riferisco alle Casse di Risparmio, alle Banche Cooperative e a tutte quelle centinaia di realtà locali molto ben coordinate fra di loro, che costituiscono circa la metà del banking in Italia. A dir poco la metà... È certamente grazie a loro se da noi sono arrivati solo gli spifferi della immane tempesta finanziaria che ha fatto a pezzi i castelli di carte di banker e investment banker anglosassoni e nord-europei, essendo i “nostri” vaccinati da generazioni contro la tentazione del guadagno facile, staccato dal territorio e dal “fare”. Permettimi di spezzare una lancia a favore anche di Fazio, il penultimo governatore della Banca d’Italia e il primo cattolico praticante a guidare la nostra banca centrale: la sua “Italietta”, cosí sonnolente e poco aperta alle “innovazioni” della finanza anglosassone, ha retto molto bene all’urto... Meglio di altri, senza dubbio. Ora, lungi dal trionfalismo, continuo a sperare che le banche cattoliche si rendano protagoniste — con coraggio e lungimiranza — di questa lunga, difficile stagnazione che potrebbe durare anni e anni e che solo la stampa continua a chiamare “ripresa”. Sí, perché il problema — almeno secondo me — non sono le banche, ma le imprese. Quello che manca alla Chiesa non sono né i rapporti col mondo del credito né quelli con i lavoratori: su entrambi i fronti, la Catholica è messa meglio di chiunque altro al mondo. Mancano invece i rapporti — non solo istituzionali, intendiamoci — col mondo del “fare”: con le imprese industriali, dei servizi, del turismo, persino dell’agricoltura, un tempo la grande alleata dei papisti. Lasciando da parte medicina, comunicazione e formazione, perché si tratta di settori molto particolari, viene da dire che la Chiesa cattolica non coltiva rapporti saldi con le imprese.

Per esempio, sullimmigrazione ha un atteggiamento miope del tipo: Non vogliamo islamizzare l’Italia, ma gli immigrati vanno accolti, devono potersi integrare ecc. Parlo di miopia, perché vede il fenomeno (l’immigrazione), ma non ne coglie il dramma, se non quando lo può osservare da vicino e in modo eclatante (tragedie in mare, sfruttamento ecc.). Ma c’è un altro dramma, che si trova — passami il termine sessantottino — a monte di questo: sono le nazioni di origine dei flussi migratori, che vengono depredate di tecnici, ingegneri, agronomi, insegnanti e contabili per farne operai senza specializzazione, raccoglitori di pomodori, colf e badanti... La Chiesa potrebbe invece coordinarsi con le imprese dirette dai propri figli che delocalizzano per intervenire tutti insieme nei Paesi stranieri con credito, formazione, know-how, progetti... Se è vero che sotto molti aspetti le migrazioni sono una benedizione, per altri è una minaccia alle chance di emergere dei Paesi. La Chiesa lo potrebbe fare attraverso le diocesi, le conferenze episcopali, i movimenti cattolici o anche laici con capacità organizzative. La Comunità di Sant’Egidio o Comunione e Liberazione hanno già dimostrato di avere i mezzi per agire in modo concreto e positivo...

Il buon rapporto con le banche non deve essere un fine, ma uno strumento: le imprese hanno da imparare dalla Chiesa come si progetta nel lungo periodo, senza puntare al profitto immediato e facile. La crisi di molti distretti industriali in Italia, come quello pratese, sta proprio in questo: è venuto meno l’entusiasmo, che l’imprenditore agli inizi ha e che lo rende simile al missionario, al quale anche il solo fatto di essere ben accolto da non battezzati riempie il cuore di speranza. Sono passate le generazioni, i padri e i nonni, dopo aver avviato l’azienda fra sacrifici e trepidazione, ora hanno passato la mano ai figli, che sono cresciuti senza sofferenze e sono impreparati alle sfide; puntano perciò al guadagno veloce e sicuro, al reddito e alla bella vita. Un po’ come quelle Chiese dell’Africa e del Medio Oriente che — passate le persecuzioni — si dedicarono alle speculazioni filosofiche e teologiche e disprezzarono quanti erano restati fedeli alla fede semplice dei Padri e l’attività missionaria: arrivò l’Islam e di loro non restarono che poche enclave. Quando restò qualcosa... Dalla Chiesa l’imprenditore ha da imparare come — pur con tutte le umane debolezze — un’impresa possa durare nei secoli, restando sempre fedele a sé stessa. La Chiesa può fare molto, non solo come carità missionaria e assistenza ai bisognosi ma anche cercando di coinvolgere le imprese in progetti ispirati alla fede.

“Voi siete il sale della terra ... la luce del mondo ... se il sale perdesse il suo sapore, a cosa servirebbe?” Non era rivolto anche a chi produce, a chi commercia, a chi fornisce servizi alla società quanto detto dal Signore? Senza lo spirito cristiano e senza perseguire progetti ispirati dalla fede, a cosa serve l’impresa? Perché non pensiamo a quale sia la differenza fra una multinazionale che pianta e raccoglie frutta in un Paese africano e chi — oltre a dare ai lavoratori del loro secondo equità — investe anche per quel territorio, nella formazione, nello sviluppo e nella promozione umana? Osserviamo come si muovono gli investitori cinesi o quelli dei Paesi anglosassoni in Sud America o in Africa e domandiamoci se un giorno il Signore — che pure è misericordioso — ci chiederà conto anche di questo: “Ero prigioniero e voi non mi avete visitato”...».


Non mi intendo di banche, per cui mi fa molto piacere leggere quanto scrive David a tale proposito. Anche se non posso negare una certa apprensione per l’attuale situazione, che ritengo drammatica per tutti. Se il sistema crolla, penso che inevitabilmente tutti vi saranno coinvolti.

Mi sembra, ancora una volta, estremamente interessante il discorso sul rapporto fra Chiesa e impresa. Evidentemente, David se ne intende... Personalmente penso che il discorso sull’accoglienza e quello sulla delocalizzazione non siano alternativi, ma complementari. Anche perché noi abbiamo bisogno di questi immigrati. Ma è vero che queste masse di lavoratori, spesso qualificati, che lasciano la loro patria per andare in Europa e in America a fare i lavori piú umili, rappresentano un impoverimento notevole dei loro paesi in termini di risorse umane (anche se, allo stesso tempo, esse contribuiscono in maniera determinante allo sviluppo dei loro paesi con le loro rimesse finanziarie).

Di entrambi i problemi (migrazioni e delocalizzazione) si è occupata la recente enciclica Caritas in veritate. Nel mio post del 9 luglio scorso elencavo queste due tematiche fra i punti piú deboli dell’enciclica (in quanto meritevoli, secondo me, di un approfondimento ulteriore, che però — va riconosciuto — non poteva essere fatto nel contesto di un’enciclica). In particolare ciò che l’enciclica dice a proposito della “delocalizzazione” (in inglese, outsourcing) è stato fortemente criticato nei paesi beneficiari di tale dislocazione del lavoro, quasi che il Papa si sia fatto interprete degli interessi dell’“aristocrazia del lavoro bianco”, dimenticandosi degli interessi dei popoli del terzo mondo. L’enciclica, infatti, al n. 40, invita a tener conto non soltanto degli interessi degli azionisti (shareholders), ma anche di quelli degli stakeholders (“i lavoratori, i fornitori, i consumatori, l’ambiente naturale e la piú ampia società circostante”). Effettivamente, a una lettura superficiale, l’enciclica potrebbe dare l’impressione che sia preoccupata esclusivamente dei posti di lavoro che si perdono in Europa e in America, e poco interessata ai benefici che la delocalizzazione di fatto apporta ai paesi del terzo mondo. Ma, se si legge attentamente il testo, ci si accorge che la Chiesa non è affatto indifferente alle sorti dei popoli piú poveri.

Probabilmente una via d’uscita da questo “conflitto di interessi” potrebbe essere proprio quella di invitare gli imprenditori, piú che a delocalizzare (cosa che inevitabilmente danneggia i lavoratori del primo mondo), semplicemente a investire nel terzo mondo (con beneficio dell’impresa e delle popolazioni piú povere).

D’accordissimo con David sulle cause della crisi delle imprese italiane (ma non solo...). Queste non sono andate in crisi solo a causa della negativa congiuntura internazionale (certo, anche questo), ma soprattutto per ragioni “culturali”: il cambio di mentalità intervenuto nelle nuove generazioni (frutto, chiaramente, di una “rivoluzione culturale” non certo fortuita, ma deliberata). Quando lo scopo della vita è il guadagno facile e immediato, quando non si ha la consapevolezza che il successo di un’impresa è frutto di fatica e di sacrificio, è inevitabile che l’impresa vada presto in crisi.

Vorrei terminare con un esempio che ha suscitato la mia ammirazione in questi anni trascorsi nelle Filippine. L’uomo attualmente piú ricco in quel paese si chiama Henry Sy. È nato in Cina nel 1924. A causa della povertà, all’età di 12 anni, si trasferí a Manila con suo padre, aiutandolo in una botteguccia di alimentari (sari-sari store), che andò distrutta durante la seconda guerra mondiale. Aprí quindi un negozio di scarpe... Ora è proprietario di una catena di oltre trenta centri commerciali (SM Malls). E questo in un momento di crisi per l’economia internazionale. La sua filosofia: le crisi sono un’opportunità. Non solo lui è diventato l’uomo piú ricco delle Filippine, ma contemporaneamente ha dato lavoro a migliaia di persone, contribuendo allo sviluppo del paese che lo ha accolto. Tali risultati non sono certo il prodotto del caso, ma il frutto di costante impegno e sacrificio. Se Mr. Sy avesse cercato il guadagno immediato, forse a quest’ora starebbe ancora vendendo scarpe...

domenica 27 settembre 2009

XXVI domenica "per annum"

Anche i discepoli di Gesú — compreso Giovanni, il “discepolo prediletto” — avevano la mentalità della setta, del partito: «Maestro abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». Per loro non era importante che quel tale scacciasse i demoni nel nome di Gesú, ma che non facesse parte del loro gruppo.

Per Gesú la mancata appartenenza al gruppo dei discepoli è ininfluente; ciò che conta è che quegli operi nel suo nome: «Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi».

Quest’ultima frase potrebbe apparire in contraddizione con una simile affermazione di Gesú che troviamo nel vangelo di Matteo: «Chi non è con me è contro di me» (Mt 12:30). In realtà, se ben riflettiamo, ci accorgeremo che non esiste alcuna contraddizione. In Matteo, Gesú sta parlando del rapporto con la sua persona, che risulta indispensabile. E infatti nel caso del vangelo odierno, l’adesione a Cristo da parte dell’esorcista c’era (scacciava i demoni nel suo nome); ciò che mancava era l’appartenenza al gruppo dei discepoli, che, a quanto pare, risulta non indifferente, ma certamente secondaria, perlomeno su un piano formale. Dico: “su un piano formale”, in quanto proprio qui si pone il problema della vera natura della Chiesa: essa non è una setta, non è un partito, non è un’associazione che richiede un’iscrizione. Essa è la famiglia di tutti i credenti in Cristo: chiunque può farne parte.

Nei suoi confronti è sufficiente un atteggiamento di “non belligeranza”: «Chi non è contro di noi è per noi». Mentre nei confronti di Cristo è necessaria una esplicita adesione; nel caso della Chiesa, basta non opporvisi, per farne parte (a patto che ci sia la fede in Cristo). E tale fede è spesso presente al di là dei confini della Chiesa, perché il Signore concede i suoi doni quando vuole, come vuole, dove vuole e a chi vuole. Non siamo noi che possiamo porre limiti alla sua azione. Si direbbe che l’adagio tomistico «Deus non alligavit gratia sacramentis» si applichi, innanzi tutto, al sacramento dei sacramenti, alla Chiesa. Ma ciò non toglie alla Chiesa il suo carattere universale (“sacramento universale della salvezza”)? No, anzi lo accentua: essa è lo strumento di salvezza per tutti gli uomini, non solo per quelli iscritti alla sua anagrafe.

Vivendo in un ambiente multireligioso, sto vedendo con i miei occhi come il popolo di Dio non sempre coincida con i cristiani battezzati. Lo Spirito agisce anche al di fuori dei confini della Chiesa cattolica. La fede in Cristo è molto piú diffusa di quanto non sembri. Molti credono in Cristo; ma, per motivi che non sta a noi giudicare, non aderiscono formalmente alla Chiesa. Ma forse senza saperlo, forse in maniera anonima, ne fanno già parte. «Chi non è contro di noi è per noi».