domenica 18 ottobre 2009

XXIX domenica "per annum"

Gesú torna ancora una volta sul destino che lo attende: annuncia per la terza volta la sua passione (Mc 10:32-34). La prima volta (Mc 8:31-33), Pietro lo aveva rimproverato e s’era dovuto sorbire una severa reprimenda da parte di Gesú. La seconda volta (Mc 9:31-37), i discepoli, incapaci di comprendere le parole di Gesú e timorosi di interrogarlo, avevano preferito continuare la loro discussione su chi fosse il piú grande.

Questa volta, mentre salivano a Gerusalemme, presagendo quel che li attendeva, i discepoli «erano sgomenti» (Mc 10:32). Eppure due di loro, Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo, che passavano per essere fra i prediletti di Gesú, gli si accostano per chiedergli di sedere, quando avrà restaurato il regno d’Israele, uno alla sua destra e uno alla sua sinistra. E «gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni». Che meschinità: alcuni cercano il potere e gli altri sono gelosi!

Che fa Gesú? La prima volta aveva perso la pazienza con Pietro. La seconda volta, con piú calma, aveva spiegato ai discepoli che, se volevano essere i primi, dovevano essere gli ultimi. Questa volta Gesú riprende il discorso, per approfondirlo:

«Chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti».

Ancora una volta, Gesú non biasima il desiderio di grandezza, connaturato nell’uomo; ma indica una strada da seguire: Vuoi essere grande? Diventa servitore degli altri. Vuoi essere il primo? Fatti schiavo di tutti. E propone sé stesso come modello:

«Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

Autorità non significa farsi servire, ma servire. Il potere non ci viene conferito per spadroneggiare, ma per porci al servizio degli altri. E il servizio, se autentico, giunge al punto di dare la vita per gli altri. La croce, che sembrava essere stata messa momentaneamente da parte, torna in campo come esigenza intrinseca del servizio: chi serve disinteressatamente è disposto a dare la vita per gli altri. Il servizio porta, per sua natura, alla croce.

sabato 17 ottobre 2009

Ritorno alla barbarie

Mi sono state segnalate alcune scioccanti immagini, pubblicate recentemente dal Seoul Times, che mostrano come in Cina i feti abortiti vengano usati anche per preparare una minestra con effetto afrodisiaco. Vi avverto che si tratta di immagini raccapriccianti.

La reazione naturale di fronte a certe notizie e a certe immagini è: dove siamo arrivati! che cosa ci attende? Certo, siamo arrivati a un tale punto di disumanità, che ormai tutto è possibile. Non c’è piú nessun limite oltre il quale non si possa andare.

Ma andavo riflettendo in questi giorni: queste cose accadono in Cina, che non è mai stato un paese cristiano. Probabilmente (sottolineo “probabilmente”, perché non ho fatto alcuna specifica ricerca in merito), certe cose sono sempre avvenute. Per esempio, è risaputo che l’infanticidio (soprattutto femminile) in India è una prassi comune. Ciò significa che dove non è arrivato il cristianesimo non c’è una grande sensibilità per la vita umana. Anche nei paesi attualmente cristiani, prima dell’avvento del cristianesimo, non c’era alcun rispetto per la persona: sacrifici umani, aborto, infanticidio, ecc. Oggi celebriamo Sant’Ignazio d’Antiochia: che cosa fece la grande Roma (la patria del diritto!) con lui? Lo condannò ad bestias. È stato il cristianesimo a introdurre il concetto di “persona” e il rispetto per la vita umana. È stato il cristianesimo a “umanizzare l’umanità”. Prima del cristianesimo c’era la “barbarie”.

Ciò che è inquietante è che l’Occidente, che dal cristianesimo era stato plasmato, ha ormai rinnegato il cristianesimo, e sta cosí regredendo al suo stato primitivo. E non ce ne accorgiamo neppure: a poco a poco i nostri criteri morali si stanno trasformando. Se un giorno ci troveremo sul tavolo una “minestra di bambino con effetti afrodisiaci” (pare che la chiamino in codice “spare rib soup”), molto probabilmente non ci meraviglieremo piú di tanto. Penseremo: in fondo, che male c’è? E lo chiameremo progresso, senza renderci conto che, in realtà, si tratta di “regresso”.

Per fortuna, nel frattempo, ci sono popoli che stanno ripercorrendo il cammino percorso in passato dall’Occidente, quando dalla barbarie passò, grazie al cristianesimo, alla civiltà. Già sapevamo delle persecuzioni contro i cristiani in India. Ora un Vescovo sudanese, presente al Sinodo in corso a Roma, ci informa che i cristiani nel suo paese vengono addirittura crocifissi. Non saranno cristiani “adulti” come noi, ma muoiono per la loro fede. E questa è l’unica speranza per la Chiesa, per i loro paesi, per l’umanità intera. Mentre noi siamo tutti presi a legiferare sulla RU486 e sul reato di omofobia, nel terzo mondo c’è ancora chi è disposto a dare la vita per la sua fede in Cristo. Mentre noi stiamo distruggendo la nostra civiltà e tornando alla barbarie, ci sono dei martiri che stanno costruendo, col loro sangue, una nuova umanità.

venerdì 16 ottobre 2009

Il caso Medjugorje

Il post di martedí scorso su Radio Maria ha riscosso un certo interesse. Sarà forse anche perché in questi giorni si sta svolgendo un incontro dei responsabili delle varie stazioni radiofoniche aderenti alla Famiglia di Radio Maria. Tali responsabili hanno partecipato mercoledí scorso all’udienza generale, e il Papa li ha incoraggiati «a proseguire la loro importante opera a servizio della diffusione del Vangelo» (vedi qui).

Un lettore ha espresso qualche riserva sul fatto che Padre Livio difenda troppo acriticamente il fenomeno Medjugorje.

Il post è stato ripreso anche sul blog Messainlatino.it, soprattutto per chiedere a Padre Livio di trasmettere almeno una Messa in forma straordinaria. Ma, anche lí, diversi interventi sono stati su Medjugorje.

Allora ho chiesto a David che cosa ne pensasse di Medjugorie, e lui mi ha mandato questo pezzo:


«Su tuo invito entro su un tema “caldo” da oltre un quarto di secolo nella Chiesa: mi riferisco alle apparizioni di Medjugorje. Premetto che sono stato là in pellegrinaggio una sola volta, nel 1987, e che leggo con interesse, ma anche in fretta purtroppo, i messaggi due volte al mese... Da qui a definirmi un devoto di Medjugorje ne corre... Sono un osservatore!

Parto da un aspetto poco conosciuto della vicenda, perché molti lo ignorano e i media non ne hanno parlato adeguatamente. Già, perché se Roma non si è espressa sulle apparizioni (e come potrebbe? sono ancora in corso!), la diocesi di Civitavecchia, che è posta sotto quella di Roma, ha approvato il culto della cosí detta Madonnina delle Lacrime di Sangue, che — a detta del vescovo emerito Girolamo Grillo — è stata venerata pure da Giovanni Paolo II nei sacri palazzi. Ora, la statuina di Civitavecchia è la Regina della Pace di Medjugorje, quella delle apparizioni a sei croati dell’Erzegovina. Dubito sempre di certe preannunciate condanne vaticane su Medjugorje perché, dopo Civitavecchia, la Chiesa si contraddirebbe e non poco. Tra l’altro, mi risulta che Medjugorje sia persino nel catalogo dell’Opera Romana Pellegrinaggi e che fior di cardinali si siano recati sul posto. Suggerisco sempre ai miei conoscenti di non dare, poi, grande peso alle condanne della diocesi di Mostar (condanne tra l’altro in antitesi con la posizione della Chiesa croata e dell’arcidiocesi di Zagabria), dato che da decenni è in urto con i Francescani, ai quali fa capo la parrocchia delle apparizioni: è una vicenda per certi versi simile a quella di Saragozza, dove la diocesi e il santuario erano impegnati in una lotta molto accanita quando avvenne, sotto Filippo IV, il “milagro de los milagros”: la Madonna può benissimo prendere posizione in certe stupide beghe che sorgono all’interno della Chiesa. Come sarebbe bello che non accadessero, però...

A parte queste considerazioni, credo che i frutti di Medjugorje — con o senza il riconoscimento della soprannaturalità del fenomeno — parlino da soli: circa tre milioni di persone, battezzate e non, da tutto il mondo vanno ogni anno in una località sperduta e non certo amena della penisola balcanica, ogni giorno migliaia di cattolici si confessano e ricevono la Comunione, ai semplici è annunciata la Novella del Regno, moltissimi giovani cantano e pregano la Regina della Pace, titolo — va ricordato — conferito a Maria da Benedetto XV nel 1917, pochi giorni prima dei fatti di Fatima... Chiederei ai critici che cosa vedono di male in tutto questo... Perché disprezzano questa bella manifestazione di pietà popolare... e infine che vantaggio ne avrebbe la Chiesa a porsi di ostacolo a un fenomeno che potrebbe essere di origina soprannaturale? Davvero il passato non ci ha insegnato niente? Per cinquant’anni sacerdoti, vescovi e persino due papi si sono dedicati a perseguitare Padre Pio, con quale frutto, domando? Perché ripetere l’errore, dimostrando come minimo poca lungimiranza? Se è vero che occorre grande prudenza ed è necessario usare discernimento, è altrettanto vero che è cosa saggia stare a osservare dall’esterno, senza approvare né opporsi, una manifestazione di fede che, almeno per adesso, non ha richiesto pronunciamenti né sfidato l’autorità della Chiesa. Quando è stato necessario, come nei recenti fatti di cronaca, Roma si è mossa: è parso, però, che lungi dallo sfrondare l’albero di Medjugorje da un ramo secco o dal correggerne una devianza, la Santa Sede abbia voluto estirpare un’erbaccia nata lí attorno, ma che nulla aveva a che vedere con la pianta principale. Un po’ come successe a Lourdes, quando si moltiplicarono le false veggenti, per opera del Nemico.

Quanto potremo stare a guardare, senza pretendere prese di posizione? Magari per anni... Medjugorje contiene abbastanza materiale da tenere impegnata la Chiesa per parecchio tempo. Ma non si tratta solo di messaggi della Vergine, sia ben inteso. In pancia al “caso Medjugorje” si trovano centinaia di guarigioni inspiegabili, migliaia di conversioni di peccatori accaniti e persino parecchie decine di fenomeni celesti con decine di migliaia di testimoni. Chi ti scrive ha sulla scrivania, chiuse in un cassetto, alcune foto regalategli nel 1992 da un sacerdote: in esse, assolutamente non passate da photoshop, si vede il sole a Medjugorje che si muove in cielo, prende la forma di una colomba e infine disegna una grande M. Non entreranno mai in nessun processo, ma qualcosa devono significare per un credente anche se di natura portato allo scetticismo. Padre René Laurentin raccontava di essersi stupito a vedere che i passeri, prima tanto turbolenti sotto il tetto della chiesa parrocchiale di Medjugorje, al momento dell’apparizione se ne stavano zitti e immobili... Della chiesa in questione (Medjugorje è e vuol essere una apparizione “per la parrocchia”, non dimentochiamolo) va notato che è intitolata a San Giacomo, proprio l’apostolo a cui Maria apparve in vita mentre stava predicando in terra iberica. È, appunto, la Vergine del Pilar di Saragozza.

Circa la Chiesa e Medjugorje, sicuramente qualcosa di interessante dirà in materia il processo di beatificazione di Giovanni Paolo II, che di Medjugorje è stato un testimone. Già adesso però non mancano i cardinali, i vescovi e le grandi personalità che sono stati nella parrocchia bosniaca in pellegrinaggio. Riporto solo il bel commento di Don Gabriele Amorth, esorcista della diocesi di Roma e presidente degli esorcisti cattolici: “Medjugorje è una fortezza contro satana. Satana odia Medjugorje perché è un luogo di conversione, di preghiera, di trasformazione della propria vita... Il “testamento” di Maria, le Sue ultime parole scritte nel Vangelo, sono «fate ciò che Lui vi dirà». Qui a Medjugorje, la Madonna insiste ancora che le leggi del Vangelo siano rispettate. L’Eucaristia è al centro di tutti i gruppi di Medjugorje, perché la Madonna porta sempre a Gesú. Questo è la Sua principale preoccupazione: farci vivere le parole di Gesú”.

Ricordiamoci infine di Gamaliele: “Non occupatevi di questi uomini e lasciateli andare. Se infatti questa teoria o questa attività è di origine umana, verrà distrutta; ma se essa viene da Dio, non riuscirete a sconfiggerli; non vi accada di trovarvi a combattere contro Dio!”. Meno che mai di trovarci a far guerra a Colei che è “terribile come esercito schierato a battaglia”...».


Se devo dire la mia su tale questione, dirò che, almeno per il momento, sospendo qualsiasi giudizio. Anch’io, come Davide, sto a guardare. Semmai, rispetto a Davide, sono un tantino piú disincantato. Per esempio, sono piuttosto scettico riguardo ai vari fenomeni solari, ricorrenti in non poche apparizioni (magari, una volta o l’altra, vi spiegherò perché). Diversamente da lui, non sono mai stato a Medjugorje. Ciò non mi impedisce però di osservare da lontano.

“Osservare” significa... osservare; non significa chiudere gli occhi. Significa considerare i fatti che avvengono e interrogarsi sul loro valore, senza aver la pretesa di giungere immediatamente a una conclusione. Anch’io rimango impressionato dai “frutti di Medjugorje”, a cui David fa riferimento. Ebbene, il mio ragionamento è: se Medjugorje fosse un’impostura, se fosse cioè un’opera del demonio (è possibile, non possiamo escluderlo a priori), beh, allora dovrei concludere che il diavolo non sa fare il suo mestiere, perché, a quanto pare, i risultati che ottiene sono l’opposto delle sue aspettative. Se invece le apparizioni di Medjugorje sono autentiche, beh, in questo caso, devo dire che il diavolo sta facendo benissimo il suo lavoro, creando divisione, insinuando il dubbio, suscitando cattivi modelli, ecc.

Corre voce che ci sarà presto un pronunciamento di Roma in materia (vi fa riferimento anche il solitamente bene informato Robert Moynihan nella sua Letter #31). Staremo a vedere. Personalmente, non sento tutto questo bisogno di pronunciamenti. Credo anch’io che, in questi casi, l’atteggiamento di Gamaliele sia quello migliore. In ogni modo, non appena Roma si sarà pronunciata (Roma locuta, causa finita), mi adeguerò senza difficoltà al suo giudizio.

giovedì 15 ottobre 2009

Una voce profetica

Ieri ho pubblicato il testo della conferenza tenuta dal Patriarca emerito di Gerusalemme, Mons. Michel Sabbah, alla comunità cattolica araba emigrata in America. Mi sono limitato a definirla “straordinaria” e meritevole di vasta diffusione. Oggi aggiungo: una voce “profetica”. Perché?

Sono parole che vengono da un uomo di Dio, che vive in prima persona il dramma di Gerusalemme. Egli certamente non è super partes; è un uomo di parte, perché appartiene a una delle due parti in conflitto. Ma ciò non gli impedisce di essere obiettivo e di riconoscere i diritti e le giuste rivendicazione di tutti.

È una riflessione profondamente spirituale, che, partendo dalle Scritture e dalla storia, si sofferma sulla vocazione unica di Gerusalemme: città della pace, città universale, città dell’incontro fra popoli, culture e religioni diverse.

Ma, allo stesso tempo, espone con drammatico realismo i problemi che colpiscono questa città, in particolare lo scandalo del muro che la divide, segno materiale dell’odio che divide i cuori dei suoi abitanti. A tale proposito, è interessante notare che il Patriarca cita l’invito del Salmo 50 a ricostruire le mura di Gerusalemme. Qualcuno ha frainteso l’invito e ha pensato bene di costruire un muro a Gerusalemme...

Mons. Sabbah non si limita a descrivere la situazione “straziante” della sua città, ma si sforza di dimostrare che non è per nulla necessario che sia cosí: la città potrebbe senza difficoltà essere contemporaneamente capitale dello Stato d’Israele e capitale dello Stato palestinese e, allo stesso tempo, capitale spirituale delle tre grandi religioni monoteistiche. Aggiungo io: non si tratta di un sogno irrealizzabile; questo è stata Gerusalemme per secoli. Perché oggi non dovrebbe essere piú possibile?

E proprio per non rimanere nel regno dei sogni e dei desideri, il Patriarca avanza una proposta politica precisa. Non si tratta di una novità; questa è stata per lungo tempo la linea seguita dalla Santa Sede a proposito della Città Santa; poi, in seguito ai controversi accordi sottoscritti da Giovanni Paolo II con lo Stato d’Israele, non se n’è piú parlato. Sembrava quasi che il problema non esistesse piú. Ora invece Mons. Sabbah ha il coraggio di rilanciare la proposta, dimostrando che si tratta di una proposta piú che mai attuale:

«Avendo Gerusalemme questo carattere santo e questa vocazione universale, deve avere uno statuto speciale che garantisca i diritti di tutti i cittadini in essa come credenti e cittadini, e al tempo stesso garantisca la libertà di accesso a tutti i pellegrini. Qualsiasi potere politico che governi Gerusalemme deve perciò tener conto di questa vocazione universale della città e darle questo statuto speciale che garantisca i diritti dei cittadini, come capitale per lo Stato palestinese, come capitale per lo Stato d’Israele, e come capitale spirituale per l’umanità».

Spero che l’augurio di Sua Beatitudine ridesti almeno la diplomazia vaticana, facendole ritrovare le sue migliori tradizioni, e che questa si faccia portavoce di tale proposta a livello internazionale.

Prima di terminare, vorrei esprimere un auspicio. Ritengo che la Chiesa di Gerusalemme debba sentirsi sostenuta dalla Chiesa universale. In tal senso, c’è bisogno di un “segnale forte”. Già in altra occasione mi son chiesto — non nego, con una punta polemica — come mai i Patriarchi di Gerusalemme non diventino mai Cardinali. Ci saranno probabilmente motivazioni di ordine diplomatico che lo impediscono. Aggiungo ora: se non è possibile dare la porpora all’attuale Patriarca Twal, non sarebbe possibile darla almeno al Patriarca emerito? Sarebbe un segnale molto chiaro del sostegno della Santa Sede alla Chiesa-madre della cristianità.

mercoledì 14 ottobre 2009

"Gerusalemme, città di pace"

In occasione di una recente visita pastorale alla locale comunità cattolica araba americana emigrata dalla Giordania e dalla Terra Santa nella regione di Los Angeles, S. B. Michel Sabbah, già Patriarca Latino di Gerusalemme, è stato invitato a fare una conferenza sul tema “Gerusalemme, città di pace” (23 settembre 2009).

Si tratta di un testo straordinario, che secondo me merita un’ampia diffusione. Per questo, ho provveduto a farne una mia traduzione. Potete trovare l’originale inglese sul sito del Patriarcato Latino di Gerusalemme.


1. «Quando fu vicino, alla vista della città, pianse su di essa, dicendo: “Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, la via della pace”» (Lc 19:41-42).

Oggi queste stesse parole si applicano a Gerusalemme, che vive una situazione di conflitto, di odio e di morte. I leader politici non hanno trovato ancora, fino a oggi, “le vie della pace”. Essi sono riusciti a creare nuove situazioni di fatto, essi sono riusciti a cambiare la demografia e la geografia; ma, in tutto ciò, non si vedono ancora le “vie della pace”.

I leader religiosi, da parte loro, riempiono Gerusalemme con riti e preghiere formali. Ma, dentro questi riti formali, lo stesso cuore che rende culto ha dentro la guerra verso il suo prossimo. Esso adora Dio, ma rigetta le creature di Dio, poiché esse sono diverse, sono differenti, per religione e nazionalità.

Ma, per quanto riguarda la vita e i valori religiosi, dobbiamo anche ammettere l’esistenza di tante persone pie, in tutte e tre le religioni, che adorano Dio e amano gli altri, pur differenti, perché li vedono come figli di Dio. La loro preghiera è silenziosa, nascosta, conosciuta solo a Dio, lo stesso Dio, che ha radunato tutti i diversi popoli — ebrei, musulmani e cristiani — nella sua stessa città santa.

2. Vivere a Gerusalemme è vivere con problemi di vita quotidiana, con tutti quelli che vivono lí, uomini di fedi e nazionalità differenti, e allo stesso tempo vivere con il mistero di Dio in questa città.

I profeti dell’Antico Testamento hanno parlato di Gerusalemme, talvolta con maledizioni per l’infedeltà dei suoi abitanti, talvolta con una visione gloriosa del futuro basata sulla conversione degli uomini, e sulla compassione di Dio che perdona e rinnova piú volte la Sua vita fra gli uomini.

Dio onnipotente e misericordioso, il Signore della storia, insieme con gli uomini di buona e cattiva volontà, ha fatto la storia di Gerusalemme, con tutte le sue diverse fasi attraverso i secoli: l’alleanza di Dio, la permanente fedeltà di Dio, la fedeltà e l’infedeltà degli uomini, e i vari conquistatori che si sono succeduti a Gerusalemme attraverso i secoli fino a oggi. Tutta quella storia, e tutti quegli attori, sotto l’occhio vigilante di Dio, hanno fatto il nostro presente, oggi, a Gerusalemme: due popoli, israeliano e palestinese, e tre religioni, ebrei, cristiani e musulmani, che sono, allo stesso tempo, in conflitto gli uni con gli altri mentre adorano lo stesso Dio.

Gerusalemme è una città di conflitto fra i due popoli che vivono in essa. Nonostante ciò, essa rimane la città di Dio. Perciò, occuparsi di Gerusalemme o dei suoi popoli significa occuparsi del mistero di Dio in essa. Ogni persona che si occupa di Gerusalemme — i leader politici e religiosi in particolare — dovrebbe essere una persona che innanzi tutto adora e prega Dio, chiedendogli ispirazione, luce e sapienza, per conoscere come occuparsi della città e del popolo in essa — siano essi residenti o pellegrini che la visitano — e come trovare le vie giuste di occuparsi del conflitto in corso.

3. Noi cristiani di Gerusalemme e nel mondo guardiamo a Gerusalemme attraverso il mistero di Gesú Cristo, Signore e Dio, che è venuto a salvare il mondo, e a iniziare il regno di Dio sulla terra. La sua predicazione e quella di San Giovanni Battista, il precursore, incominciò con queste parole: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo» (Mc 1:15). Per molti questo compimento ebbe luogo, per altri no. Molti vivono, o si sforzano di vivere, nel regno di Dio su questa terra. Altri no.

Gerusalemme è la città della redenzione del mondo, una città dove l’umanità è stata riconciliata con Dio. E, con la risurrezione del Signore Gesú Cristo, vale a dire il Suo trionfo sulla morte e sul peccato, anche l’umanità — e ogni singolo uomo — è risorta “dai morti” e resa capace di liberare sé stessa dal peccato, di riconciliarsi con Dio e con il proprio prossimo, qualunque siano le differenze fra vicini, religioni, nazionalità, razze o situazioni di conflitto, come nel caso oggi fra i due popoli che vivono in essa.

Una città di redenzione e riconciliazione: questo è per i Cristiani la definizione e la vocazione di Gerusalemme. Essa ha una dimensione universale, rivolta a tutta l’umanità. Questo è un secondo elemento importante della sua definizione. Essere una città santa per tutte e tre le religioni è parte di questo carattere e di questa vocazione che Gerusalemme possiede.

4. Ho vissuto a Gerusalemme per 20 anni come Patriarca di Gerusalemme per i cattolici. La mia prima osservazione sullo stare a Gerusalemme come cristiano è questa: vista la vocazione universale di Gerusalemme, una vocazione di riconciliazione universale, non ci si può rinchiudere nella propria comunità. A Gerusalemme, o si vive con tutti oppure si è fuori della vocazione della città, anche se si vive in essa. Vivere a Gerusalemme da soli, vivere con una visione e un quadro di riferimento ristretti riguardo alla confessione religiosa, rivendicare i propri diritti su Gerusalemme, politici o religiosi, escludendo i diritti degli altri su di essa, è, ancora una volta, vivere contro la missione e la vocazione di Gerusalemme. Escludere l’altro, rifiutare di vedere l’altro, vedere solo sé stessi, non è “ricostruire le mura di Gerusalemme” come dice il Salmo 50. È demolire Gerusalemme ed esporla alla permanente minaccia di guerra, violenza e mali, esattamente l’opposto della sua vocazione di città della redenzione e riconciliazione universali.

Perciò la mia prima osservazione sul vivere a Gerusalemme può essere riassunta nel modo seguente: Vivi a Gerusalemme, il che significa che vivi con Dio e con tutti i figli di Dio in essa. Non puoi rimanere chiuso esclusivamente dentro la tua comunità. Vivi con Dio, e cosí condividi la grazia di Dio con tutti, e condividi le sofferenze e le gioie di tutti. Sebbene può essere difficile vivere all’altezza di questa dimensione universale della città, è un dovere per i cristiani e per ogni credente che rende culto in essa e vuole sinceramente “ricostruire le mura di Gerusalemme” e riportare in essa la gloria che Dio vuole per essa.

Perciò sono vissuto a Gerusalemme, con e per la mia piccola comunità cattolica, ma anche con e per tutti i cristiani, come pure con e per i musulmani e gli ebrei.

Che cosa ho vissuto e visto?

Una città lacerata, piena di conflittualità, cose che fanno soffrire a vederle e a parlarne: un muro che divide le strade principali, facendo un lato israeliano e un lato palestinese; un muro che separa le parti di Gerusalemme, facendo un lato parte di Gerusalemme, e l’altro lato, non piú Gerusalemme; ho visto confiscare terre e case, rimpiazzare gli abitanti delle case, creare nuovi quartieri ebraici, limitando allo stesso tempo ogni sforzo di sviluppo palestinese: il che significa diniego dei permessi di costruzione, e perciò costruzioni senza permesso, il che porta alla demolizione di quelle case... e, peggio di tutto, il veleno dell’odio dell’altro, dovuto alla propria cecità che ci rende incapaci di vedere l’altro come una creatura di Dio.

Ho visto una città voluta dai due popoli, palestinesi e israeliani, come capitale politica, e dai credenti delle tre religioni come città santa e come città di normale vita quotidiana. Sembra non esserci contraddizione nell’essere città santa per le tre religioni monoteiste. Ognuno rende culto in essa e rispetta la sua santità. Ma la realtà è che i sentimenti religiosi sono cosí mescolati con la realtà politica che le cose diventano piú complicate, e il culto non rimane semplice culto, ma diventa un atto politico o un segno di appropriazione della città e di esclusione dell’altro.

I palestinesi hanno rivendicato e a tutt’oggi rivendicano che Gerusalemme Est è o sarà la capitale eterna della Palestina. È loro diritto, e non è esclusivo, in quanto rivendica solo la Gerusalemme Est araba come capitale della Palestina. Israele rivendica che tutta Gerusalemme, Est e Ovest, è la capitale eterna di Israele, non accettando né una città condivisa con sovranità condivisa, né una città divisa con sovranità divisa: uno status dichiarato “nullo” dalla comunità internazionale, ma ancora valido nei fatti.

Quindi i diritti politici dei palestinesi sono esclusi. Quindi gli altri credenti, i palestinesi, siano essi musulmani o cristiani, hanno accesso limitato alla città, a causa delle misure di sicurezza e di una visione di sicurezza. Per coloro che vivono fuori del nuovo muro che circonda Gerusalemme e che la separa dai Territori Palestinesi, l’accesso è soggetto a permessi militari, che sono dati ad alcuni e rifiutati ad altri. E a quei cristiani e musulmani che vivono nei paesi arabi è quasi completamente proibito l’accesso alla città, per la preghiera e per altre ragioni.

Questa è la situazione in cui sono vissuto, e vivo fino a oggi. È una situazione straziante. Da una parte, Gerusalemme parla a ogni credente: riconciliazione e pace dentro il proprio cuore, e pace esteriore estesa a tutti. Non piú ostilità. D’altra parte, l’ostilità è la realtà quotidiana imposta a tutti.

Sí, noi circondiamo Gerusalemme con le nostre preghiere per tutti, scavalcando i muri materiali, come quelli nei cuori. Oltre le preghiere, esistono anche molteplici sforzi di dialogo interreligioso a Gerusalemme, finalizzati a portare gli uomini piú vicini a Dio, e gli uni agli altri. Ma la conflittualità rimane la realtà dominante.

5. Avendo Gerusalemme questo carattere santo e questa vocazione universale, deve avere uno statuto speciale che garantisca i diritti di tutti i cittadini in essa come credenti e cittadini, e al tempo stesso garantisca la libertà di accesso a tutti i pellegrini. Qualsiasi potere politico che governi Gerusalemme deve perciò tener conto di questa vocazione universale della città e darle questo statuto speciale che garantisca i diritti dei cittadini, come capitale per lo Stato palestinese, come capitale per lo Stato d’Israele, e come capitale spirituale per l’umanità.

Chiunque governi Gerusalemme ha il dovere di tener conto di tutta questa storia passata e universale, oggi viva in tutte le sue fasi nelle comunità viventi. Perciò non deve cadere in una visione ristretta, egoistica, nazionalistica, esclusivistica: una visione che esclude gli altri, insieme con la loro lunga storia, cancellandola, e imponendo oggi una nuova realtà che lavora contro la sopravvivenza di tutte le identità con uguali diritti e doveri a Gerusalemme, e condanna la città a rimanere una fonte di guerra.

Un vero credente — ebreo, cristiano o musulmano — deve innalzarsi al livello della santità che Dio vuole per la città, al livello della santità di Dio stesso, il che significa, la capacità di rispettare e accogliere tutti i figli di Dio in essa, dando loro uguali diritti e doveri, senza alcuna discriminazione per motivi religiosi o politici. È nella misura in cui il vero credente può innalzarsi al livello della sua santità, che Gerusalemme può vincere tutte le forze di conflitto e tutto il male della guerra in essa.

6. Esiste a Gerusalemme un Consiglio delle Istituzioni Religiose, un consiglio interreligioso, nel quale il Gran Rabbinato rappresenta la parte ebraica, il Ministro degli Affari Islamici la parte musulmana, e i 13 capi delle Chiese rappresentano la parte cristiana. È un consiglio di dialogo interreligioso. Il dialogo verte sulla vita quotidiana e, di conseguenza, sulla situazione politica che impone questa vita quotidiana. Ci incontriamo per raggiungere una visione comune della Città Santa e della Terra Santa. Ma finora siamo riusciti a metterci d’accordo solo sul fatto basilare che Gerusalemme è una città santa per tutti. Si sta preparando una bozza, e sarà pubblicata in un prossimo futuro, che definisca i punti su cui siamo d’accordo e i punti su cui non lo siamo. Speriamo che un giorno la grazia di Dio e leader politici piú saggi permettano alla città di essere un centro di riconciliazione per tutti e una città dove cessino tutte le ostilità.

I Patriarchi e i Capi cristiani delle Chiese di Gerusalemme, da parte loro, hanno pubblicato due documenti sullo status di Gerusalemme e il suo significato per i cristiani: il primo nel 1994 e il secondo nel 2006. Concludo questa conferenza citando alcuni passi del secondo documento, del settembre 2006:

«Con la costruzione del muro molti dei nostri fedeli sono esclusi dai confini della Città Santa, e secondo i piani pubblicati sulla stampa locale, molti di piú lo saranno in futuro. Circondata da muri, Gerusalemme non è piú al centro e non è piú il cuore della vita come dovrebbe essere.

Consideriamo parte del nostro dovere attirare l’attenzione delle autorità locali, come pure la comunità internazionale e le Chiese del mondo, su questa gravissima situazione e invocare uno sforzo concertato a cercare una visione comune sullo statuto di questa Città Santa, basato sulle risoluzioni internazionali e che tenga conto dei diritti dei due popoli e delle tre comunità religiose che vivono in essa.

In questa città, in cui Dio scelse di parlare all’umanità e riconciliare i popoli con sé e fra di loro, leviamo le nostre voci per dire che le strade seguite finora non hanno prodotto la pacificazione della città e non hanno assicurato una vita normale per i suoi abitanti. Perciò esse devono essere cambiate. I leader politici devono cercare una nuova visione e nuovi mezzi.

Nel disegno di Dio due popoli e tre religioni sonno vissuti insieme in questa città. La nostra visione è che essi dovrebbero continuare a vivere insieme in armonia, rispetto, accettazione reciproca e cooperazione».

Conclusione

«Quando fu vicino, alla vista della città, pianse su di essa, dicendo: “Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, la via della pace”» (Lc 19:41-42).

Gerusalemme deve essere una città di pace, ma oggi non è cosí.

Oggi la santità è trasformata in contesa e in controversia politica. La persona umana ne è la vittima. La storia ne è la vittima. La religione ne è la vittima, sia essa il Giudaismo, il Cristianesimo o l’Islam: perché nessuna di esse è chiamata, come tale, a essere una fonte di controversia, o a rendere la coesistenza di tutti qualcosa di impossibile.

Le “vie della pace” a Gerusalemme sono basate su tre principi: primo, accettare la volontà di Dio come Egli l’ha manifestata attraverso le Sacre Scritture e attraverso la storia. Attraverso le Sacre Scritture e attraverso la storia Dio ci ha riunito tutti a Gerusalemme: ebrei, cristiani e musulmani. Secondo, le Sacre Scritture hanno dato a Gerusalemme una dimensione universale, facendone un luogo da essere condiviso da tutta l’umanità, a cominciare da coloro che vi abitano, israeliani e palestinesi. Terzo: piú importante del luogo santo è Dio, che santifica quel luogo. Il comandamento di Dio è di adorarlo e di amare tutte le sue creature. Nella stessa prospettiva, la persona umana è il tempio vivente di Dio, ed è perciò piú importante di qualunque luogo.

Alla luce di questi tre principi: la santità della città, la sua universalità come luogo da condividere, e la priorità dell’essere umano, la questione religiosa e politica di Gerusalemme deve essere risolta.

Gerusalemme non può essere una proprietà esclusiva di nessuno; lo stesso vale di Dio stesso, che non può essere proprietà esclusiva di nessuno: Egli è il Dio creatore di tutti. Tutto a Gerusalemme deve riflettere questa vocazione divina e la condivisione è la strada attraverso cui questo può essere raggiunto. Con la condivisione nessuno è sottomesso all’altro. Nessuno dei suoi abitanti è soggetto alla paura, o dominato da essa, o ridotto allo stato di minoranza o di straniero. Tutti sono uguali in dignità, nei diritti e nei doveri religiosi e politici, nel riconoscimento reciproco e nella libertà di religione. Ciascuno godrà Gerusalemme come essa è: una città di Dio, una città di pace, una città in cui ciascuno è riconciliato con Dio e con tutti i suoi fratelli, di tutte le nazioni e religioni.

+ Michel Sabbah, Patriarca emerito


Chapman University chapel (Orange, CA)
Claremont School of Religion Library, 831 N. Dartmouth, Claremont.
23 settembre 2009

martedì 13 ottobre 2009

Fede e impresa: il caso di Radio Maria

Ricevo da David e pubblico il seguente intervento che torna sul problema del rapporto tra fede e impresa.


Davvero l’automobile, piú che i mezzi pubblici, è un dono di Dio agli uomini di questo nostro tempo perché ci permette di trovarci per molti minuti o anche per intere ore soli con Lui. Questa mattina mentre guidavo sono “inciampato”, come spesso mi capita, su Radio Maria.

Quella che molti considerano con fastidio solo la “radio dove recitano sempre il rosario” è in realtà una delle stazioni radio piú seguite d’Italia, con una media di quasi 2 milioni di ascoltatori al giorno e punte di 4 milioni. E credimi, non sono solo vecchiette: mi risulta che sia ai primi posti fra i camionisti, gli studenti e i rappresentanti! Per costoro, ha costruito oltre 850 ripetitori sparsi in tutto il territorio nazionale, piú di qualunque altra radio italiana, persino piú della Rai! Nata come una semplice radio parrocchiale in quel di Como, si è dotata subito di identità e carisma particolari, che la rendono lontana dall’essere una delle tante emittenti cattoliche del paese. Leggiamo che cosa scrive di sé: “Pur costituendosi come associazione civile, fece fin dall’inizio una scelta radicale per un palinsesto che fosse completamente di ispirazione religiosa, col fine esplicito di animare la preghiera, di risvegliare la fede e di avvicinare i piú lontani a Dio e alla Chiesa. Questa scelta risultava allora controcorrente anche in rapporto alle altre radio cattoliche, dove le tematiche religiose erano piuttosto marginali nel palinsesto. Il fatto poi di ispirarsi al nome di “Maria” conferiva al progetto una profonda ispirazione mariana. Essa si concretizzata innanzi tutto nella convinzione dei dirigenti, dei conduttori, dei volontari e di gran parte degli ascoltatori che ci si trovasse di fronte a una emittente “dono di Maria” per tutta la Chiesa. Nel corso degli anni infatti è stato l’amore per la Madonna il motore dell’intero progetto, mentre il palinsesto si andava modellando come una forma di annuncio del vangelo sotto la guida di Maria, Madre della Chiesa”. Insomma, al di là di porsi l’etichetta di “cattolico” per poi razzolare un po’ ovunque, Radio Maria “ha scelto la parte migliore” e se la tiene stretta come la peccatrice del Vangelo che non molla i piedi del Signore.

Radio Maria fa tutto questo in modo globale: costituisce, infatti un network internazionale di radio che opera in cinque continenti, facendo capo all’Italia. Dagli Stati Uniti al Canada, dal Messico a Panama, dalle Filippine all’Indonesia, dal Libano alla Russia, dalla Spagna a Papua Nuova Guinea: la Catholica vanta poche opere di comunicazione sociale cosí diffuse e ben inculturate. Radio Maria, infatti, parla spagnolo in Texas, francese e arabo in Medio Oriente, italiano a New York, russo nella Federazione Russa, tagalog nelle Filippine ecc. Veramente, uno sforzo meraviglioso per confermare vieppiú che “tutte le generazioni... chiameranno beata” Maria di Nazareth!

Questa mattina Padre Livio Fanzaga, il padre scolopio che ne è fondatore e direttore, ha parlato in diretta all’assemblea dei dirigenti delle radio sorelle e, per noi che da alcune settimane riflettiamo su cattolicesimo e impresa (o, per dirla col nuovo presidente dello IOR, su “denaro e Paradiso”), ha detto molte cose interessanti.

Se togliamo l’aggettivo “commerciale”, Radio Maria è senza dubbio una gran bella impresa, visto che poggia esclusivamente sul lavoro di volontari non salariati e sulle donazioni, tutte quante di piccole dimensioni. Anche se non fa profitti, Radio Maria maneggia denaro, eccome. Il buon parroco comasco parlando al cuore dei sacerdoti che dirigono le radio ha detto qualcosa di istruttivo anche per tutti quegli uomini di Chiesa che disprezzano l’economia e non pensano che la Catholica debba avere a che vedere con l’impresa: lorsignori, forse, si fanno scrupoli quando devono raccogliere fondi per le loro parrocchie e le loro iniziative? Si tirano indietro quando hanno bisogno di donazioni? Certo che no: capiscono benissimo che la Chiesa per i propri progetti ha bisogno di soldi. Prima riflessione ispirata da Padre Livio: i soldi non cambiano odore se passano dalla mano di un imprenditore a quella di un parroco, non transitano da mammona a Dio. Perché allora non capire che l’imprenditore, al di là del fatto di fare donazioni per i poveri o no, può svolgere una grande funzione evangelizzatrice? L’impresa aperta al Signore, quella che rispetta i suoi comandi (giorno di riposo, paga giusta, rispetto delle leggi) ma anche quella dove la Verità può trovare terreno buono (cappellanie, Messe e cerimonie per le festività, disponibilità alla preghiera e alla Parola) è certamente, parafrasando le parole di un imprenditore sulla via degli altari, quel Martin che dette la vita a Santa Teresa di Lisieux, “il miglior investimento”.

Seguiamo ancora un po’ Padre Livio. Stamani con concretezza e fervore ha identificato il tesoro di Radio Maria, i suoi volontari e dirigenti: la radio ha successo dove i suoi capi sono piú capaci ed è in difficoltà là dove mediocri dirigenti portano avanti il progetto. Cattivi dirigenti gettano discredito o semplicemente fanno languire la radio; volontari non capaci non portano frutto. Quanto è importante quindi investire in formazione e nel miglioramento delle risorse umane. Il vero capitale non sono i soldi: quelli ci vogliono, ma vengono dopo. Prima di tutto ci sono gli uomini, che determinano il successo o meno di un’impresa, per quanto buona questa sia. Seconda riflessione ispirata da Padre Livio: l’imprenditore cattolico non è un caporale che assume dei salariati, ma qualcuno al quale verrà chiesto conto dei talenti ricevuti. Se non li avrà fratti fruttare e moltiplicati, il Padrone gli domanderà ragione della sua cattiva amministrazione, punendo eventualmente proprio lui. Ecco quindi uno spunto interessante: l’impresa “catholically correct” deve investire nella selezione, nella formazione e nel miglioramento delle risorse umane e trattarle come i poveri del Vangelo, quelli che sono “il vero tesoro” della Chiesa.

Se la responsabilità sociale è grande, altrettanto importante è la risposta: le risorse umane non sono meri esecutori, ma veri rappresentanti dell’impresa all’esterno. Radio Maria può privarsi di quelle risorse che non la rappresentano, ma semplicemente credono di vivacchiare come lo stolto che nasconde sotto terra il talento. L’ultima riflessione è proprio questa: l’impresa di chi (mi ripeto, lo so) vuol conquistare il mondo intero senza perdere la propria anima è solida e seria: “chi non raccoglie con me disperde” vale anche per quanti non rispondono seriamente alla proposta dell’imprenditore o all’imprenditore stesso che non sa scegliere il meglio. Pensiamo a quanti, senza scrupoli, non mettono sul mercato prodotti di qualità o addirittura distribuiscono articoli nocivi per i consumatori. Ma anche a quanti non vedono nel proprio lavoro una via di miglioramento sociale e spirituale, ma solo un dovere da compiere o peggio qualcosa da fare con trascuratezza.

Infine, Maria... La Vergine era sposa di un carpentiere o forse di un piccolo imprenditore che collaborava come terzista alla costruzione delle strade e dei palazzi romani. La Vergine prudentissima è senz’altro il miglior esempio per l’imprenditore attento. Parafrasando le parole di papà Benincasa alla figlia, la futura Santa Caterina da Siena: “Ti metti sotto la protezione di Maria? Di certo, miglior guida la tua impresa non avrà!”.


Non ho molto da aggiungere a quanto scritto da David. Anch’io, quando sono in Italia e mi trovo a viaggiare in auto, spesso lo faccio in compagnia di Radio Maria. La cosa che mi ha sempre colpito è che essa non è frutto di una pianificazione umana: nessuno ha mai concepito l’idea di mettere su un’impresa come quella di Radio Maria. Come giustamente ricorda David, essa doveva essere una semplice radio parrocchiale dell’Alta Brianza; ed è diventata un network internazionale! Guardate invece che cosa ne è dei grandi “progetti culturali”: Sat2000 e Radio in Blu, mi sapete dire chi le segue? E non mi risulta che esse vadano avanti grazie al volontariato e alle offerte degli ascoltatori. La lezione dovrebbe essere chiara: chi manda avanti la Chiesa non siamo noi, ma il divino Imprenditore. A noi non viene chiesto di elaborare progetti, ma di avere fede ed essere a disposizione per la realizzazione dei progetti del Capo.

lunedì 12 ottobre 2009

Concilio e vita religiosa

Negli Stati Uniti è in corso una visita apostolica alle comunità di suore, segno questo della profonda preoccupazione della Santa Sede nei confronti la vita religiosa femminile in quel paese. Le reazioni contro della visita sono state spesso violente. Non è questo il caso di un articolo apparso sull’ultimo numero di America, la rivista dei Gesuiti americani, dal titolo “Confessioni di una suora moderna”, a firma di Sr. Ilia Delio, delle Suore Francescane di Washington. Potete trovare una traduzione italiana nel blog Messainlatino.it (consiglio chi conosce l’inglese di leggere direttamente l’originale, sia perché la traduzione è incompleta — manca della parte autobiografica, che svolge un ruolo non secondario nell’economia dell’articolo — sia perché dall’originale è piú facile cogliere il reale stato d’animo dell’autrice).

Nonostante una certa farraginosità, l’articolo è apprezzabile, perché l’autrice si mostra fondamentalmente onesta, non si lascia andare a sterili polemiche e si sforza di presentare obiettivamente la situazione della vita religiosa in America oggi. Attualmente si fronteggiano negli Stati Uniti due modi diversi di interpretare e vivere la vita religiosa: da una parte ci sono gli istituti che, dopo il Concilio, hanno attuato una radicale trasformazione, abbandonando buona parte delle tradizionali pratiche della vita religiosa (inclusa spesso la stessa vita comune), insistendo maggiormente su una immersione nel mondo; dall’altra, ci sono non poche nuove comunità che, pur non potendo essere ricondotte alla galassia tradizionalista, hanno riscoperto il valore di alcune forme tradizionali. I due schieramenti fanno riferimento a due distinte associazioni. Segno esteriore dell’appartenenza al primo o al secondo schieramento è l’uso (o il non-uso) dell’abito religioso.

Prendendo a prestito gli strumenti forniti da Padre Radcliffe, Sr. Delio individua il discrimine che divide le suore americane in «due differenti teologie basate su differenti interpretazioni del Vaticano II» (emblematicamente, l’ex-Maestro generale dei Domenicani riconduceva tali opposte teologie alle due riviste teologiche apparse in Europa nel postconcilio: Concilium e Communio). La prima interpretazione del Concilio è quella di chi sottolinea in esso l’aspetto di rottura con il passato; la seconda, quella di chi invece evidenzia soprattutto l’aspetto di continuità.

L’autrice dell’articolo, con molta onestà, riconosce che, se si deve dare retta ai numeri, il futuro appartiene alle comunità rimaste fedeli alla tradizione, dal momento che esse possono contare su nuove vocazioni, mentre quelle che hanno rotto col passato stanno subendo un forte invecchiamento e sono destinate, prima o poi, a scomparire. Ma quel che meraviglia è che, nonostante il riconoscimento di tale situazione, Sr. Delio non mette in alcun modo in discussione le proprie scelte; anzi, le conferma, vedendo in esse una maggiore fedeltà al Vangelo. Non che con ciò voglia accusare lo schieramento opposto di infedeltà al Vangelo; anzi, si sforza di presentare le due opzioni come due modi diversi, entrambi legittimi di vivere la vita religiosa:

«Entrambi i gruppi contemporanei di religiose ... testimoniano il Vangelo rivelato in Gesú Cristo, ma le loro traiettorie differiscono. Le prime [le “tradizionaliste”] cercano innanzi tutto di essere spose di Cristo; la loro preoccupazione è una unione nuziale celeste. Il secondo gruppo [quello delle suore “postconciliari”] innanzi tutto segue Cristo liberatore, testimoniando Cristo in mezzo ai conflitti della storia. In ambedue i gruppi si possono trovare idoli, segreti e disfunzioni, cosí come santi, profeti e mistici. Entrambi i gruppi sono peccatori e redenti. Entrambi seguono il diritto canonico; entrambi hanno l’assicurazione contro le malattie, l’assicurazione per l’auto, i fondi pensione e un posto per la sepoltura».

Tale equiparazione mi piace, perché la trovo molto cattolica: invita a non assolutizzare nulla e a guardare con estremo realismo a qualsiasi esperienza presente nella Chiesa. Eppure c’è qualcosa che non torna nel discorso di Sr. Ilia. Io sono il primo a riconoscere che nella Chiesa c’è posto per tutti, per le esperienze piú diverse. Non esiste un solo modo di vivere il Vangelo; lo Spirito soffia dove vuole e distribuisce a piene mani i suoi doni, e dobbiamo essere sempre pronti a riconoscere e valorizzare tali doni. Mi sta tutto bene. Ma nel caso presente, non mi sembra che si possa applicare un simile discorso. Perché in questo caso si tratta, come giustamente rileva l’autrice, dell’atteggiamento da tenere nei confronti del Concilio Vaticano II. E in questo ambito non mi sembra che ci sia possibilità di pluralismo. L’atteggiamento non può che essere uno solo: quello della “ermeneutica della continuità”, come ci ricorda Benedetto XVI. L’altro atteggiamento, quello della “ermeneutica della rottura”, è semplicemente da rigettare: non si tratta di una possibile opzione alternativa.

L’articolo in questione è un esempio lampante di quanto un atteggiamento di difesa a oltranza Concilio si traduca spesso in un completo tradimento di esso. Sr. Delio fa continuo riferimento al Vaticano II, senza mai citarlo: per lei (come per tanti altri) il Concilio si identifica piú con il cosiddetto “spirito del Concilio” che non con i suoi documenti. Basti questo passaggio rivelatore:

«La Leadershp Conference of Women Religious [l’associazione delle suore progressiste] ha continuato nello spirito del Vaticano II ad essere aperta al mondo, esplorando nuove strade, fra cui la teologia della liberazione, la teologia femminista e l’impegno per i poveri».

Per cui, secondo la nostra cara suorina, il Concilio si identificherebbe con la teologia della liberazione, la teologia femminista e l’impegno per i poveri. Ma ha mai letto Sr. Ilia il decreto Perfectae caritatis sulla vita religiosa? È proprio sicura che ci siano scritte queste cose?

Il colmo è poi quando incomincia a parlare di Teilhard de Chardin. Che tale teologo abbia avuto un certo influsso sul Vaticano II, non c’è dubbio; ma che egli possa essere considerato come la chiave di lettura del Concilio, avrei qualche dubbio.

Personalmente ho un grande rispetto per Sr. Delio e per tanti che, come lei, hanno fatto certe scelte. Tali scelte non sono state fatte, il piú delle volte, per motivi ideologici, ma sono il risultato di sofferte esperienze personali. Per questo dicevo che la parte autobiografica dell’articolo ha la sua importanza. Non ho alcuna difficoltà a comprendere le difficoltà incontrate da Sr. Ilia nella sua prima esperienza di vita religiosa:

«La mia visione idealizzata di vita religiosa cominciò a crollare nella clausura. Per giorni e giorni riconobbi quanto ero lontana da ogni nobile aspirazione di santità. Vivevo con donne che soffrivano di depressione maniacale, venivano da famiglie alcolizzate o erano diventate vedove da giovani. C’era poca condivisione personale e poco contatto con il mondo».

Che questa possa essere la situazione di molti monasteri non faccio fatica ad ammetterlo. Anche nella vita religiosa non claustrale sperimentiamo quotidianamente i limiti della nostra umanità. Il problema è quello di essersi illusi che tali problemi dipendessero esclusivamente dalle strutture della vita religiosa e che si potessero risolvere intervenendo, appunto, sulle strutture. Fino ad arrivare al punto di abbandonare la stessa vita comune. Mi sembra una soluzione piuttosto comoda: siccome incontro difficoltà a vivere con gli altri, mi metto per conto mio. Alla faccia di tanti bei discorsi! Che ci fosse bisogno di un adattamento delle strutture, fu il Concilio stesso a riconoscerlo, ma senza stravolgere la natura della vita religiosa. Anzi, il Concilio invitava i religiosi a tornare «alle fonti di ogni forma di vita cristiana e alla primitiva ispirazione degli istituti» (Perfectae caritatis, n. 2). Il vero rinnovamento, secondo il Concilio, doveva essere, prima che rinnovamento delle strutture, un «rinnovamento spirituale» (ibid.).

Se leggete con attenzione l’articolo, vi accorgerete che torna continuamente il discorso sull’uso dell’abito (io ho contato ben 12 ricorrenze). Si direbbe che il pensiero dell’abito, in queste suore che lo hanno abbandonato, sia diventato una specie di ossessione. La giustificazione che per lo piú viene portata per l’abbandono dell’abito, è che esso sarebbe un ostacolo che impedisce di rapportarsi con gli altri. Chi fa uso di un abbigliamento religioso sa benissimo che non è vero: se incontriamo difficoltà a rapportarci agli altri, ciò dipende assai piú probabilmente dal nostro carattere che non dal modo come siamo vestiti. Se c’è un motivo recondito che ci spinge ad abbandonare l’abito religioso, questo è solo quello di passare inosservati, di mimetizzarci nella massa, di non aver noie. Ma, a parte tali considerazioni, mi piacerebbe sapere dove le suore progressiste trovino nel Concilio, a cui continuamente si appellano, l’indicazione ad abbandonare l’abito religioso? Il decreto Perfectae caritatis afferma:

«L’abito religioso, segno della consacrazione, sia semplice e modesto, povero e nello stesso tempo decoroso, come pure rispondente alle esigenze della salute e adatto sia ai tempi e ai luoghi, sia alle necessità dell’apostolato. Gli abiti dei religiosi e delle religiose che non concordano con queste norme, siano modificati» (n. 17).

Il Concilio dice di modificare gli abiti non corrispondenti ai criteri indicati, non di sopprimere l’abito religioso. Ecco un bell’esempio di fedeltà al Concilio! Alla vita religiosa è successo qualcosa di simile a ciò che è accaduto alla liturgia: in nome del Concilio, ci si è infischiati di quanto il Concilio aveva detto.

Il caso dell’abito religioso mi pare emblematico. Si è fatto di tutto per convincerci che si trattava di una questione secondaria (e in effetti lo è: non basta portare un abito per essere un buon religioso!); salvo poi assolutizzarla in senso contrario, al punto che in molti casi è diventato un tabú fare uso dell’abito. Oggi ci accorgiamo che quelle comunità che ne fanno ancora uso hanno le vocazioni; quelle che lo hanno abbandonato, no. Mi sembra assai significativo; l’abito continua a svolgere il ruolo che il Concilio gli aveva attribuito: quello di essere “segno”. Ha ragione Sr. Delio: l’abito continua a essere segno sia quando lo si usa, sia quando non lo si usa; il segno di due modi diversi di intendere la vita religiosa; uno in comunione con la Chiesa e in continuità con la tradizione; l’altro secondo i nostri schemi mentali e un’interpretazione ideologica del Concilio.

Da ultimo, mi pare che non vada tralasciato un elemento semplicissimo ma importantissimo: l’obbedienza alla Chiesa. Se essa, attraverso un Concilio ecumenico, ci dice di fare in un certo modo, perché noi cerchiamo tutte le scuse per fare di testa nostra? Ci meravigliamo poi che la realtà si mostra diversa dalle nostre aspettative? Se invece di ideologizzare il Concilio e lanciarci nell’elaborazione di astratte teorie, ci fossimo limitati ad attuare, con umiltà e semplicità, ciò che il Concilio aveva stabilito, non sarebbe stato molto meglio per tutti?

domenica 11 ottobre 2009

XXVIII domenica "per annum"

«Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!».

Che sia difficile, ne è prova l’episodio del giovane ricco:

«Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni».

Difficile, certo; ma non impossibile:

«Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio».

Anche di questo ne è prova il giovane ricco: se è vero che alle parole di Gesú, che lo invitavano a lasciare tutto e a seguirlo, «si fece scuro in volto e se ne andò rattristato», il vangelo non ci dice che cosa avvenne successivamente.

Con grande probabilità quel giovane era lo stesso che, il giorno dell’arresto di Gesú, lo “seguiva” a distanza, coperto solo da un lenzuolo e che fuggí nudo, quando lo afferrarono (Mc 14:51-52). Dunque quel tale continuava a “seguire” Gesú. Secondo la tradizione, quel giovane era lo stesso evangelista Marco. Chi altri avrebbe potuto conoscere certi dettagli?

«Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: “Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!”».

Se è vero che quel giovane era Marco, ciò dimostra che quanto poteva sembrare impossibile agli uomini, è stato possibile a Dio.

Quello sguardo, quell’amore, quelle parole di Gesú rimasero, come un seme, nel cuore di quel giovane. Un seme che avrebbe dato frutto a suo tempo. Lí per lí ci fu una reazione di rifiuto; ma quel seme continuò a operare nascostamente fino a produrre il suo frutto.

I tempi di Dio non sono i nostri tempi. Il piú delle volte siamo impazienti: vorremmo vedere l’effetto immediato dell’azione divina. Ma lo stile di Dio è quello del seminatore: getta il seme, e poi aspetta. Aspetta che il seme faccia il suo lavoro, un lavoro nascosto, sotto terra, che nessuno può vedere. A un certo punto, improvvisamente, dalla terra spunta un germoglio... Ciò che sembrava impossibile è ora una sorprendente realtà.

sabato 10 ottobre 2009

Indignazione a senso unico

C’è qualcosa che non torna. In questi anni ci hanno fatto una testa cosí con i preti pedofili. Tutti a stracciarsi le vesti per il comportamento immorale del clero: “Tolleranza zero!”, è stato lo slogan ripetuto all’infinito; “I colpevoli devono essere assicurati alla giustizia”, hanno ripetuto fino alla noia; “Non solo coloro che hanno commesso tali crimini sono colpevoli; ma anche la Chiesa che li ha coperti”; e chi piú ne ha piú ne metta.

Alla fine, ci siamo dovuti adeguare: la Chiesa ha dovuto adottare una linea piú severa nei confronti dei sacerdoti che si sono resi responsabili di reati di pedofilia e ha dovuto risarcire le vittime di tali reati. È di ieri la notizia dell’incontro dei Vescovi irlandesi con alcune vittime degli abusi (leggi qui). Mi sta tutto bene: è giusto — direi, doveroso — che la Chiesa chieda scusa per tali odiosi crimini e ne indennizzi le vittime; è giusto che chi ha sbagliato paghi. Anche se ci sono due punti che mi lasciano un tantino perplesso. Primo: come mai tanto scandalo da parte di una società completamente secolarizzata, che ha fatto della libertà sessuale la propria bandiera? Secondo: come mai in una società che insiste tanto sul valore riabilitativo della pena, non esiste alcuna possibilità di riscatto per i preti pedofili? Ma lasciamo stare: a prescindere da tutto, è giusto che in certi casi ci si muova con estremo rigore.

Capita però di tanto in tanto di imbattersi in notizie che non solo lasciano perplessi, ma destano i peggiori sospetti. È di questi giorni la notizia dell’arresto, in Svizzera, del regista Roman Polanski, reo confesso dello stupro di una ragazza minorenne nel lontano 1978. Ebbene, che cosa è successo? Non solo i suoi amici si sono indignati (leggi qui), ma addirittura il Ministro francese della Cultura, Frederic Mitterand, ha espresso “stupore” e “rammarico” per l’accaduto (leggi qui). Come se non bastasse, vengo a sapere che il sullodato Ministro, lui stesso ex-regista, nella sua autobiografia La Mauvaise Vie, ha candidamente ammesso di aver fatto turismo sessuale in Thailandia, dove amava “pagare i ragazzi per fare sesso” (leggi qui).

A questo punto non è possibile che una conclusione: la campagna moralistica contro gli abusi sessuali del clero è tutta una sceneggiata. Attenzione, non che non siano veri — nella maggior parte dei casi — i reati che vengono contestati. Il problema è che a questi signori della castità dei preti o della violenza subita da poveri innocenti, non gliene importa un fico secco; l’unica cosa che interessa loro è attaccare la Chiesa. Se fossero davvero interessati alle vittime degli abusi, si scandalizzerebbero ogniqualvolta certi crimini vengono commessi, chiunque sia il loro responsabile. Invece, a quanto pare, la cosa interessa solo quando c’è di mezzo un prete. Se ci sono di mezzo pastori protestanti, rabbini o insegnanti, non se ne parla proprio. Se poi ci sono di mezzo registi o uomini dello spettacolo, addirittura li si esalta: o diventano ministri, se viventi (Frederic Mitterand), o diventano eroi, se morti (Michael Jackson).

Da tutto ciò risulta piú che evidente che ci troviamo di fronte a una campagna volutamente orchestrata per colpire la Chiesa cattolica. Per quale motivo? Beh, potrebbe trattarsi di una generica forma di anticlericalismo che si propone la distruzione della Chiesa; oppure potrebbe trattarsi di una vera e propria “punizione” della Chiesa, per aver fatto ciò che non doveva fare. Come mai proprio nei paesi anglosassoni si è sferrato l’attacco piú violento contro il clero cattolico? Forse che i preti di altri paesi sono piú virtuosi dei loro colleghi anglosassoni? Non ci sarà qualche motivo recondito? Non sarà che certi poteri occulti si erano accorti che la Chiesa stava diventando troppo critica verso certe politiche e bisognava quindi darle una lezione?

Ma, a quanto pare, la lezione non è stata ancora imparata. Non so se avete notato, ma a questo Sinodo, di cui ovviamente nessuno parla, stanno venendo fuori cose interessanti. Innanzi tutto, l’omelia di Benedetto XVI per l’apertura del Sinodo:

«Il cosiddetto “primo” mondo talora ha esportato e sta esportando tossici rifiuti spirituali, che contagiano le popolazioni di altri continenti, tra cui in particolare quelle africane. In questo senso il colonialismo, finito sul piano politico, non è mai del tutto terminato» (4 ottobre 2009).

E poi l’intervento, l’altro giorno, dell’Arcivescovo di Johannesburg, Buti Joseph Tlhagale:

«Le culture dell’Africa subiscono la forte pressione del liberismo, del secolarismo e delle lobby che hanno occupato le Nazioni Unite. L’Africa affronta una seconda ondata di colonizzazione, subdola e spietata allo stesso tempo» (8 ottobre 2009).

Mah, ho l’impressione si incominci a toccare tasti proibiti... Ho la sensazione che dovremo prepararci a qualche altra campagna moralizzatrice... Questa Chiesa, a quanto pare, non vuole proprio capire...

venerdì 9 ottobre 2009

Sussidiarietà ed ecumenismo

Ieri, mentre scrivevo il mio post sulla “Sussidiarietà nella Chiesa”, mi veniva in mente che l’adozione di tale principio potrebbe avere conseguenze notevoli anche a livello ecumenico; ma, sia perché l’oggetto della riflessione era un altro, sia per non appesantire il discorso, non vi ho fatto alcun cenno. Ci ha pensato David a tirare le debite conclusioni:


«Il bell’articolo sulla sussidiarietà nella Chiesa mi fa venire in mente i rapporti con le Chiese Ortodosse, quelle dell’Europa orientale e del Filioque.

Un tempo erano una realtà non solo staccata da noi da una divisione vecchia di secoli, ma perfettamente distinta anche dal punto di vista geografico: salvo che in Bielorussia, Ucraina e Bosnia, dalla caduta di Bisanzio fino al crollo della Cortina di Ferro cattolici e ortodossi hanno vissuto in due mondi separati, dove problemi come matrimoni misti, conversioni ed edifici di culto comuni non esistevano. Anche in paesi di frontiera, la Catholica e l’Ortodossia hanno trovato un modus vivendi piú o meno efficace fatto di netta separazione: nei quartieri dove abitavano i “papisti” non si trovavano “greci” e viceversa; l’idea stessa di matrimoni misti e conversioni era fuori dal mondo, una apostasia in piena regola, uno scandalo intollerabile. Ora non è piú cosí... In Italia la seconda religione non è l’Islam, né le sette protestanti... Da noi vivono oltre un milione di ortodossi, in maggioranza romeni, ucraini e moldavi, e sono loro la comunità che forma famiglie miste con cattolici, non i musulmani. E qui nasce il busillis... Alcuni mesi fa la mia interprete russa, residente in Italia da dieci anni, mi chiese consiglio perché intendeva sposarsi con un italiano cattolico: scoprii cosí che per gli ortodossi il matrimonio cattolico non è valido... Idem per tutti gli altri sacramenti. Non solo. Nell’ipotesi che si ragioni dicendo: per i cattolici, i sacramenti ortodossi sono illegittimi ma perfettamente validi, non si caverebbe lo stesso un ragno da un buco! Sí, perché, per sposare un ortodosso / una ortodossa col matrimonio celebrato dal pope orientale, occorre... convertirsi e abiurare il cattolicesimo. Quindi, siamo in un tunnel senza uscita... O sei un apostata da una parte o lo sei dall’altra!

Posso capire che ci siano differenze teologiche importanti con gli ortodossi monofisiti (copti, etiopi, assiri ecc.) che giustifichino questa divisione netta; ma quali differenze importanti ci sono fra noi e gli ortodossi greci o russi o bizantini? Mi è capitato di assistere a una messa ortodossa a Mosca e a una messa greco cattolica a Roma: le differenze liturgiche sono davvero minime... È possibile che non sia possibile trovare una strada che porti alla riunificazione dell’Est e dell’Ovest della Chiesa? Certo, questo fino all’altro ieri era un problema soprattutto cattolico: era la nostra sensibilità portata a cercare il compromesso con gli ortodossi. Loro, convinti di avere ragione da quasi mille anni e che oltre un miliardo di battezzati siano nell’errore, nemmeno si ponevano il problema, e se accettavano di dialogare era per elencare lamentele e accuse. Ma ora sono loro a essere dispersi in mezzo ai cattolici come mai prima nella loro storia: persino durante le migrazioni del Novecento verso le Americhe avevano conservato la propria identità. Farlo ora è impossibile.

I problemi fra Roma e Costantinopoli sembrano davvero pochi: il patriarca Bartolomeo, a capo di un gregge piú striminzito di quello di una parrocchia italiana di piccole dimensioni, trova piú agevole dialogare con Roma, che lo legittima e lo accoglie da pari, che con Mosca, che vede in lui solo un puntino sulla carta geografica. Già, Mosca... Ancora è presto per giudicare Cirillo nella sua politica verso Roma: l’ottima accoglienza fatta da Benedetto XVI al presidente bielorusso (ex funzionario del PCUS, dichiaratamente ateo) e il trasferimento dello zelante arcivescovo Tadeusz Kondrusiewicz dalla cattedra della Madre di Dio a quella del Santo Nome di Maria fanno pensare che Roma non cerchi piú il confronto. Ai cattolici romani russi è stato imposto di tenere un profilo bassissimo nei media e in politica. Prove di dialogo in corso...

Già, dialogo... Come se si trattasse di un confronto fra due mondi ancora separati. E non dei rapporti fra due fratelli che la storia ha diviso ma che hanno lo stesso sangue. Quello di Cristo...

Secondo te, si potrebbe esercitare il ministero petrino lasciando che i fratelli ortodossi conservino le loro tradizioni e la loro gerarchia? Dopo tutto, ammettiamolo, sono perfettamente inseriti nella successione apostolica, nella loro Comunione è presente Cristo in Corpo e Sangue come nella nostra, la loro Messa è vera e santa come la nostra...».


Innanzi tutto, una precisazione. Non è vero che con le cosiddette Chiese “monofisite” (meglio sarebbe chiamarle “Antiche Chiese d’Oriente” o Chiese “pre-calcedonesi”) ci siano “differenze teologiche importanti”. I numerosi incontri ecumenici avuti negli ultimi anni con queste Chiese hanno permesso di chiarire che le apparenti divergenze dottrinali che ci separano sono frutto di equivoci. In tutti questi incontri sono state sottoscritte dichiarazioni comuni in cui si riafferma la medesima fede in Gesú Cristo, vero Dio e vero uomo. Con queste Chiese l’unità potrebbe essere fatta immediatamente; anzi, personalmente ritengo che esse siano già in comunione con la Chiesa cattolica; manca solo il riconoscimento giuridico.

Diverso è il discorso con le Chiese Ortodosse, quelle, per intenderci, di tradizione bizantina. È vero, che in questo caso non esistono divergenze teologiche rilevanti; il problema è che ci separano mille anni di reciproche incomprensioni. La separazione si situa piú su un piano emotivo che dottrinale. Si dirà che si tratta di quisquilie, facilmente superabili. Personalmente ritengo che sia assai piú difficile superare questo tipo di difficoltà, che non le divergenze dottrinali, che con un pizzico di buona volontà possono facilmente essere chiarite (come appunto nel caso delle Chiese pre-calcedonesi).

Ciò non significa che ci si debba rassegnare e abbandonare gli sforzi ecumenici che si stanno compiendo. Solo, bisogna essere consapevoli dei problemi esistenti e, allo stesso tempo, occorre confidare sull’intervento dall’alto: l’unità della Chiesa non sarà il frutto dei nostri sforzi, ma un dono dello Spirito.

Da parte cattolica, non esistono ostacoli che impediscano l’unità. Meglio sarebbe dire: non sono mai esistiti. Per esempio, la questione del Filioque: la Chiesa latina ha sempre riconosciuto valida la posizione delle Chiese orientali (“lo Spirito Santo procede dal Padre attraverso il Figlio”); ma, allo stesso tempo, ha sempre creduto che “lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio”. Sono gli ortodossi che escludono la nostra posizione. Sui sacramenti, come diceva Davide, la Chiesa cattolica ne riconosce la piena validità (cosí come riconosce la successione apostolica nei Vescovi ortodossi). Sulle questioni disciplinari Roma ha sempre ammesso un sano pluralismo, tanto è vero che esistono Chiese orientali cattoliche, che seguono in tutto le tradizioni orientali (anche il Credo, lo recitano senza il Filioque). Direi che da parte nostra esistano solo due questioni ancora da approfondire: quella della sinodalità e quella del primato pontificio. Direte: E ti pare poco? Beh, credo che non si tratti di questioni insormontabili.

Per quanto riguarda la sinodalità, sono pienamente d’accordo che sia un aspetto che la Chiesa latina deve riscoprire, non tanto per fare piacere agli ortodossi, ma semplicemente perché fa parte della natura della Chiesa, cosí come essa è stata istituita da Gesú Cristo. Tale elemento costitutivo della Chiesa non è mai scomparso (il Concilio ecumenico); ma si vorrebbe che esso diventasse uno stile permanente di governo, come avviene nelle Chiese orientali. È possibile? Certo che è possibile, tanto è vero che nelle Chiese orientali, comprese quelle cattoliche, esiste un Sinodo patriarcale. La Chiesa latina dovrebbe dotarsi di un organo simile. Direte: ce l’ha già; è il Sinodo dei Vescovi. Probabilmente, dopo quaranta anni, si sente il bisogno di una riforma di questo organismo, che, cosí come esso è attualmente concepito, non corrisponde affatto al concetto di “sinodalità” delle Chiese orientali. Se ne può discutere. In ogni caso, questo non è un ostacolo sulla via dell’unità, in quanto è un problema interno alla Chiesa latina; nessuno si sogna di impedire agli orientali di continuare a seguire la loro tradizione sinodale.

Il problema piú rilevante rimane, senza dubbio, quello del primato pontificio. È ovvio che noi non possiamo rinunciare a tale principio, in quanto anch’esso parte della costituzione divina della Chiesa. In linea di principio, anche gli ortodossi accettano il primato del Vescovo di Roma (si tratta di un elemento della tradizione difficilmente negabile); ma lo considerano semplicemente un primato “d’onore”. A parte il fatto che non so che cosa abbia a che fare l’onore col Vangelo, è chiaro che anche su questo punto noi cattolici non possiamo transigere: che il primato pontificio sia un primato di giurisdizione è verità di fede. Forse si tratta, anche qui, di chiarire i termini e poi di cercare nuove forme di esercizio di tale primato.

Innanzi tutto, il chiarimento dei termini. “Giurisdizione” è un termine che può mettere un po’ di paura; ma non si tratta che di un sinonimo di “autorità”. E noi sappiamo qual è il significato di autorità secondo il Vangelo: essa è, innanzi tutto, “servizio” (altro che “onore”!). Se l’autorità — autorità effettiva, sia ben chiaro — viene realmente intesa come un “servizio”, un servizio alla comunione, non vedo perché la si dovrebbe rifiutare.

Rimane il problema delle modalità di esercizio del primato papale. Da questo punto di vista noi cattolici dobbiamo fare lo sforzo di non identificare le attuali modalità di esercizio come le uniche possibili. Per secoli il Romano Pontefice ha esercitato il suo primato in maniera diversa da come lo fa oggi. Non è possibile che in futuro si possa trovare un altro modo di fare il Papa? Tanto per fare un esempio: è assolutamente necessario che i Vescovi siano nominati da Roma? È ovvio che l’attuale prassi ha le sue motivazioni storiche (che continuano a essere valide); ma ciò non toglie che tale prassi possa in futuro cambiare: non si tratta di una questione che tocca la natura della Chiesa.

A questo proposito, penso che proprio il principio di sussidiarietà potrebbe giocare un ruolo importante. Forse è la chiave per affrontare i rapporti con le Chiese ortodosse. Per favorire un loro riavvicinamento, bisognerebbe far loro capire che essere in comunione con Roma non significa essere fagocitati dalla Chiesa latina; significa rimanere in tutto e per tutto Chiese sui juris, ma riconoscendo un’autorità superiore, esercitata secondo il principio di sussidiarietà. In questo senso, credo che il ruolo delle Chiese orientali cattoliche sia prezioso: “prove di unità in corso”. l’esistenza di tali Chiese (sprezzantemente considerate “uniate” dagli ortodossi) dovrebbe dimostrare che è possibile conservare le proprie tradizioni, vivendo in comunione col Papa.

Dobbiamo guardare al futuro con fiducia? Io penso di sí. Siccome i problemi non sono teologici, ma disciplinari e, soprattutto, umani, le cose possono cambiare da un momento all’altro. Ne abbiamo avuto già una prova: è bastato che a un Papa polacco succedesse un Papa tedesco, e i rapporti con la Chiesa Russa sono cambiati completamente (direte: Che c’entra? C’entra e come!). Ora poi che ad Alessio è subentrato Cirillo, i rapporti sono diventati ancora piú cordiali (non solo con la Chiesa di Roma, ma anche all’interno della stessa Ortodossia). Pare ormai certo che il Papa si recherà in Bielorussia, ed è molto probabile che lí si incontrerà con Cirillo: un altro passo avanti. Volete che, prima o poi, non si arrivi alla piena comunione?

giovedì 8 ottobre 2009

Sussiadiarietà nella Chiesa

Ieri Sandro Magister ha pubblicato sul suo blog Settimo cielo un articolo del Prof. Pietro De Marco dal titolo “Cattolicesimo politico al tramonto: a vantaggio di chi? L’enigma segreteria di Stato”. Si tratta praticamente di una risposta all’articolo di Gianfranco Brunelli sull’ultimo numero de Il Regno.

Non voglio entrare nel merito della disputa, innanzi tutto perché, come lo stesso De Marco riconosce, non c’è «niente di certo, ovviamente; solo scenari ipotetici»; in secondo luogo, perché — devo confessare — questa storia del caso Boffo incomincia a venirmi un po’ a noia.

Vorrei invece prendere spunto dalle riflessioni del Prof. De Marco a proposito delle relazioni fra Segreteria di Stato e Conferenza episcopale italiana, per soffermarmi su una questione piú generale: quella del rapporto fra Papa e Vescovi, Santa Sede e Conferenze episcopali.

Il Prof. De Marco vede, in ciò che sta accadendo in questi giorni, una sorta di “disciplinamento” delle Conferenze episcopali da parte della Segreteria di Stato. E aggiunge:

«Estraneo come sono ad ogni “complesso antiromano”, desidero una segreteria di Stato forte. Ma è evidente il rischio che, per realizzare questo disegno di disciplinamento, si distrugga nella Chiesa italiana il meglio, cioè proprio la linea piú in sintonia con questo papa e col predecessore, si abbandoni l’episcopato ai suoi conflitti, e infine si perda il polso della stessa situazione politica, che non è riducibile al rapporto con i governi».

E, per confermare il suo pensiero, ricorda che la CEI ha sempre costituito una sorta di modello per le altre Conferenze episcopali: «un modello planetario di attaccamento alla sede apostolica».

Non posso che concordare col Prof. De Marco. Vale anche per me l’estraneità a qualsiasi “complesso antiromano”. Non solo, ma ho sempre pienamente condiviso le obiezioni sollevate dal Card. Ratzinger sullo “statuto teologico” delle Conferenze episcopali. Sono perfettamente consapevole che tali organismi rischiano di trasformarsi in mostri di burocrazia, che nulla hanno a che fare con la costituzione divina della Chiesa. Ma ciò non significa che le Conferenze episcopali siano inutili e da gettare, quindi, nella spazzatura: esse svolgono, nella situazione attuale della Chiesa, un insostituibile ruolo di coordinamento fra i Vescovi di un determinato territorio. Quel “disciplinamento” che la Segreteria di Stato vorrebbe esercitare sulle Conferenze episcopali, queste ultime lo esercitano sui singoli Vescovi, impedendo che ciascuno se ne vada per la sua strada, provocando disorientamento dentro e fuori la Chiesa. Esse decidono, in maniera collegiale, quale debbano essere gli orientamenti pastorali da seguirsi hic et nunc, e inoltre adottano un atteggiamento comune di fronte alle autorità politiche. È ovvio che su tutte queste materie sia possibile una diversità di vedute da parte dei singoli Vescovi (non si tratta di questioni di fede); per cui, onde evitare l’impressione di anarchia, è opportuno che siano concordate alcune linee-guida, a cui poi tutti i Vescovi faranno riferimento. E questo lavoro solo i Vescovi possono farlo, perché loro conoscono direttamente le situazioni locali.

È bene che non venga mai interrotto il contatto con Roma (diretto o attraverso il Nunzio); ma questa non può sostituirsi ai singoli episcopati, perché, cosí facendo, rischia di prendere delle forti cantonate. Il Prof. De Marco fa l’esempio della bambina brasiliana costretta ad abortire: in quel caso L’Osservatore Romano (con la Segreteria di Stato alle spalle) sconfessò il Vescovo di Recife, suscitando un putiferio non solo in Brasile, ma nella stessa Curia Romana (Pontificia Accademia della Vita). Oggi Magister riprende, sul sito www.chiesa, un altro caso di tensione: quello tra la Santa Sede e l’episcopato statunitense a proposito dell’atteggiamento da tenere nei confronti della presidenza Obama. È troppo rischioso per la Sede Apostolica volersi sovrapporre alle competenze dei Vescovi o delle Conferenze episcopali.

D’altra parte, ci sono molti oggi che chiedono un maggiore disciplinamento della Chiesa: c’è una grande confusione; sembra che ognuno vada per la sua strada; i Vescovi sembrano spesso, se non ribellarsi, perlomeno non sottomettersi al Papa. C’è da ricucire, per cosí dire, il “tessuto” ecclesiale. Come? La soluzione sembra ovvia: una maggiore centralizzazione della Chiesa. Per garantire una effettiva sottomissione dei Vescovi al Papa, sembra necessario che la Segreteria di Stato tenga sotto controllo le Conferenze episcopali, ridimensionando i loro poteri, e la Santa Sede curi maggiormente le nomine episcopali, scegliendo esclusivamente candidati di sicura fedeltà.

Sembra facile; ma non lo è. Se si riflette bene, ci si accorgerà che gli attuali Vescovi non sono stati scelti da Giovanni XXIII o da Paolo VI, ma da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Durante gli ultimi pontificati i Vescovi sono stati nominati con grande cura; eppure... Quando sono stati scelti, Tettamanzi o Schönborn — tanto per fare due nomi — passavano per conservatori; come mai oggi vengono annoverati fra i maggiori contestatori dell’autorità pontificia? C'è qualcosa che non va.

Non possiamo applicare alla Chiesa gli schemi propri di una impresa o di uno stato: la Chiesa è qualcosa di diverso. Ci sono alcuni cattolici che pensano alla Chiesa come a una monarchia assoluta, nella quale esiste un unico sovrano (il Papa), e i Vescovi sono i suoi funzionari (una specie di prefetti). Ma questa non è la Chiesa. Le diocesi non sono le “province” della Chiesa; esse stesse sono “Chiese” a tutti gli effetti (le Chiese particolari); e i Vescovi sono i loro legittimi pastori, successori degli Apostoli. Che nella Chiesa ci sia poi una Chiesa particolare con il suo Vescovo, che hanno un primato rispetto alle altre Chiese e agli altri Vescovi, è un dato di fatto, che però non sopprime la piena “ecclesialità” delle singole diocesi. Piú che parlare di “sottomissione”, sarebbe opportuno parlare di piena “comunione” fra le singole Chiese particolari e di queste con la Chiesa di Roma. È ovvio che tale comunione è una comunione gerarchica, che prevede l’accettazione del primato non solo onorifico, ma giurisdizionale del Romano Pontefice.

Anche questo potrebbe apparire un bel discorso astratto, ma difficile da attuarsi nella pratica. Certamente; ma penso che, una volta chiariti i principi, non sia poi impossibile trovare gli strumenti per armonizzare le diverse esigenze. Tra tali strumenti mi pare che la Chiesa ne possieda uno, preziosissimo, che essa ha sempre proposto alla società civile, ma che sembra faccia fatica ad applicare a sé stessa. Si chiama “principio di sussidiarietà”. Tale principio viene cosí descritto da Pio XI nell’enciclica Quadragesimo anno:

«Siccome è illecito togliere agli individui ciò che essi possono compiere con le forze e l’industria propria per affidarlo alla comunità, cosí è ingiusto rimettere a una maggiore e piú alta società quello che dalle minori e inferiori comunità si può fare. Ed è questo insieme un grave danno e uno sconvolgimento del retto ordine della società; perché l’oggetto naturale di qualsiasi intervento della società stessa è quello di aiutare in maniera suppletiva le membra del corpo sociale, non già distruggerle e assorbirle.

Perciò è necessario che l’autorità suprema dello Stato, rimetta ad associazioni minori e inferiori il disbrigo degli affari e delle cure di minor momento, dalle quali essa del resto sarebbe piú che mai distratta; e allora essa potrà eseguire con piú libertà, con piú forza ed efficacia le parti che a lei solo spettano, perché essa sola può compierle; di direzione cioè, di vigilanza, di incitamento, di repressione, a seconda dei casi e delle necessità. Si persuadano dunque fermamente gli uomini di governo, che quanto piú perfettamente sarà mantenuto l’ordine gerarchico tra le diverse associazioni, conforme al principio della funzione suppletiva dell’attività sociale, tanto piú forte riuscirà l’autorità e la potenza sociale, e perciò anche piú felice e piú prospera la condizione dello Stato stesso» (nn. 80-81).

Parole sante, che non valgono solo per lo Stato, ma anche per la Chiesa. Se vogliamo che nella Chiesa ci sia ordine (“l’ordine gerarchico”), se vogliamo che l’autorità sia rispettata e possa svolgere le sue funzioni, non dobbiamo centralizzare, ma delegare. La Santa Sede non può esautorare i singoli Vescovi; la Segreteria di Stato non può sostituirsi alle Conferenze episcopali; ciascuno deve fare la sua parte, in piena armonia col resto del corpo. È ovvio che ci saranno sempre delle tensioni; è inevitabile che ci sia diversità di valutazione. Per questo è importante che ci sia un continuo dialogo, una condivisione dei problemi, una disponibilità al reciproco confronto; ma mai l’esautoramento, la delegittimazione, l’accentramento. Tali atteggiamenti dànno solo l’impressione di una immediata efficacia; ma, in realtà, distruggono la comunione e rendono piú difficile l’esercizio dell’autorità. L’autorità superiore, come ci ricorda Pio XI, deve sostenere quella inferiore, non distruggerla. Il ruolo della Curia Romana è quello di aiutare, incoraggiare, talvolta correggere i Vescovi e le Conferenze episcopali; non quello di sostituirsi a loro.

mercoledì 7 ottobre 2009

Ancora sull'origine del capitalismo

Vorrei riprendere il discorso iniziato ieri, a proposito dell’origine del capitalismo. Ci sono stati infatti dei contributi, che hanno allargato la prospettiva.

David ha preparato una ricostruzione storica, come al solito, molto interessante:

«La “paternità” del capitalismo è contesa — come da te giustamente scritto — da molti, soprattutto fra i cattolici del Quattro e Cinquecento e i calvinisti del Seicento, in relazione alle grandi compagnie commerciali che in quei periodi nacquero in Europa e si diffusero in tutto il mondo. (...)

A ben vedere, il capitalismo ha radici piú antiche, addirittura precedenti il Dugento. Il padre dello stesso San Francesco, Pietro di Bernardone, è un mercante: durante i suoi viaggi di affari conosce la moglie francese e piú tardi ha un figlio, Giovanni, detto “Francesco” proprio per gli stretti legami del padre con la Francia. Sappiamo che compra prodotti tessili di alta qualità dalla Francia e li rivende in Italia (e forse non solo qui) guadagnandone un margine di profitto tale da poter sperare di comprare un titolo nobiliare per il figlio. Ingenuità medievali, certo, ma perfettamente calate in un mondo dove capitale e impresa sono già realtà: Pietro non era un signore feudale né un artigiano ma il capitano di un’impresa. In quegli anni Sant’Omobono Tucenghi a Cremona, partendo da umili origini, mette su un’attività commerciale notevole nel settore laniero: reso celebre dalla sua eccezionale bontà verso i poveri, certamente possiamo definirlo un capitalista. Lo stesso discorso vale, ma oltre cento anni dopo, per Francesco Datini, che da garzone orfano di Prato sa cogliere le opportunità legate alla presenza della corte papale ad Avignone e si arricchisce enormemente. Datini non solo fa piú bella la sua città (pensiamo al Palazzo Datini e alla Villa del Palco), ma getta le basi per un miglioramento dei commerci grazie all’uso di lettere di cambio e assegni. Questi ultimi strumenti sono resi di dominio universale grazie alle banche toscane che ne fanno largo uso: pensiamo al Banco dei Medici ma anche al Monte dei Paschi di Siena, che è ancora oggi in attività. Ma già prima esistono imprese private legate al credito: il fallimento delle banche dei Bardi e dei Peruzzi nella metà del Trecento provoca una crisi economica persino superiore a quella seguita al crollo di Lehman Brothers. Sono i Medici, comunque, a dare un contributo notevole allo sviluppo della contabilità con il miglioramento del libro mastro attraverso l’inserimento del sistema della partita doppia che rende piú evidenti crediti e debiti. Parliamo di imprese bancarie, non di attività usuraie, è bene notarlo.

Soprattutto, nel Medio Evo si sviluppa e si perfeziona un’altra caratteristica del capitalismo: le compagnie commerciali creano una fitta rete di branches, cioè di filiali, ognuna in solidarietà con la casa madre e fra di loro: siamo agli albori della moderna impresa multinazionale! Non parliamo di realtà piccole: molte imprese aprono rappresentanze in ben tre continenti (Europa, Asia e Africa). Possiamo dire che i Polo sono i primi a avere gli headquarters in Asia: ma soprattutto, devono avere una rete di agenti fra Venezia, la Persia e la Mongolia!

Poi arriva il Cinquecento... I Medici si convertono da mercanti in signori feudali: Lorenzo il Magnifico non aveva mai voluto abbandonare la direzione dell’impresa di famiglia per fare il Principe. Dal Cinquecento la stessa Venezia cede le armi: i capitani delle compagnie commerciali lasciano la laguna e i rischi dell’impresa per il latifondo agricolo e gli investimenti immobiliari. Nel Nord Europa lo Stato assoluto e i principi illuminati non stanno piú a guardare, ma si gettano anima e corpo — insieme a privati — nello sfruttamento commerciale delle colonie: finiscono l’epoca del capitalismo cattolico (dove si vuol conquistare il mondo intero senza perdere l’anima) e quella del “meticciato” (gli spagnoli si erano mescolati agli indios senza mai teorizzare teorie razziste e uno sfruttamento sistematico delle risorse umane indie), inizia il periodo d’oro delle grandi imprese commerciali dei protestanti inglesi, dei calvinisti olandesi e dei loro alleati portoghesi. Costoro non si accontentano piú di guadagnare un interesse sui talenti investiti, secondo le parole del Maestro Divino, ma entrano nella piú lucrosa impresa commerciale della storia dell’umanità: la tratta degli schiavi. Per duecento anni Londra e Amsterdam vendono ai privati le obbligazioni e le azioni di imprese negriere: tutti titoli sicuri, perché il costo della materia prima è irrisorio e il margine spesso enorme. Se una nave sta per fare naufragio, si scarica la “merce” in mare per non perdere il bastimento e si torna indietro a fare un nuovo carico. Persino il padre nobile dell’Illuminismo, Voltaire, si arricchisce investendo i risparmi in questi titoli. Solo con la fine della tratta, alla fine del Settecento, ha inizio la vera stagione del capitalismo dell’epoca industriale. Da quel momento, per circa cento anni, gli schiavi sono milioni di bambini a cui l’ancien régime almeno garantiva un minimo di istruzione e di sostentamento. Ma questa è un’altra storia...».

Come si può vedere da questa veloce carrellata, il capitalismo è precedente, non solo al calvinismo, ma addirittura allo stesso Quattrocento.

Un altro Davide, questa volta da Milano (il precedente, se non lo aveste ancora capito, è di Prato), mi ha chiesto che cosa penso de La vittoria della ragione di Rodney Stark. Confesso di non aver letto il libro, ma ho letto qualche recensione, dalla quale sono giunto alla conclusione che si tratti di un volume estremamente importante in vista di quella “disintossicazione” a cui facevo riferimento ieri. Potete trovare abbondante materiale di riflessione sul sito StoriaLibera.it. In particolare, vi consiglio una o l’altra delle due recensioni di Massimo Introvigne (per completezza, potete aggiungere l’intervista rilasciata da Stark allo stesso Introvigne, pubblicata sul sito del CESNUR).

Ebbene, penso che il lavoro di Stark sia importante perché:

1. Sposta ulteriormente la data di nascita del capitalismo: non il XVI secolo (come voleva Weber), né il Qauttrocento (come ci ricordava ieri Cardini), né il “Dugento” (come sostenuto oggi da David), ma addirittura il IX secolo: il capitalismo è nato nei monasteri; i monaci sono stati i primi capitalisti. E ciò risulta ben comprensibile, se riflettiamo sugli effetti del voto di povertà, che impone la messa in comune dei beni. Tale retrodatazione è un’ulteriore prova — se ce ne fosse ancora bisogno — che il Medioevo non è affatto quel periodo “buio” nella storia dell’umanità, che certa propaganda vorrebbe farci credere.

2. Inquadra il capitalismo in un contesto piú vasto, collegando lo sviluppo economico al progresso scientifico e al riconoscimento dei diritti dell’uomo, che comprendono la libertà politica e la proprietà privata. E individua nel cristianesimo (specificamente, nel cattolicesimo) la condizione che ha reso possibile l’affermarsi della scienza, della democrazia e dello sviluppo economico. Molto interessante il fondamento teologico con cui Spark spiega tale connessione: il cristianesimo è l’unica religione compatibile con la ragione (da cui il titolo del libro).

3. Pone l’origine del capitalismo non nell’Europa settentrionale, ma in Italia. Perché? Esattamente perché in Italia, paese cattolico, si realizzano le condizioni per la nascita del capitalismo: sviluppo scientifico (università), libertà politica (comuni) e proprietà privata (finalizzata al bene comune). Il declino economico italiano, nel Seicento, si spiega con la perdita di una delle suddette condizioni: la libertà politica.

4. Dimostra, in maniera pressoché definitiva, che il capitalismo non si sviluppò in Francia e Spagna non perché paesi cattolici, ma perché monarchie assolute; si sviluppò invece in Inghilterra non perché essa ripudiò il cattolicesimo, ma perché in essa si erano conservati quei corpi intermedi e quelle libertà cittadine e comunali risalenti all’epoca cattolica (e che successivamente sarebbero stati trapiantati nel nuovo mondo). Il calvinismo, nonché favorire la nascita del capitalismo, ne provocò la distruzione in vaste aree dei Paesi Bassi. Il protestantesimo, contrariamente a quanto sostenuto da Weber, danneggiò l’economia moderna nascente e ne ritardò il progresso.

Personalmente trovo l’opera di Stark come la confutazione — a sua volta difficilmente confutabile — della teoria di Weber. Come dicevo, forse dovremmo leggere La vittoria della ragione per “disintossicarci” della propaganda anticattolica, che per secoli è stata propalata ai quattro venti e che ha finito per convincerci che, davvero, la Chiesa cattolica è sempre stata contro il progresso e che questo è stato reso possibile solo dal ripudio del cattolicesimo. Stark dimostra che è vero esattamente il contrario: è proprio il cattolicesimo all’origine del progresso in ogni campo: scientifico, politico ed economico.

In secondo luogo, dovremmo leggere l’opera di Stark per ritrovare, come italiani, un po’ di autostima. Anche qui, per secoli hanno continuato a ripeterci (e alla fine ci abbiamo creduto) che l’Italia, almeno sino alla sua unificazione nazionale, non era nulla: in confronto alle grandi nazioni europee (Francia, Inghilterra, Spagna...), che cosa era l’Italia? Una mera “espressione geografica”, secondo Metternich. Sapevamo già di essere sempre stati i primi in campo artistico e letterario; ora veniamo a sapere che eravamo i primi anche in campo economico. Vi sembra poco? Non siamo mai stati, è vero, una grande potenza politica e militare. E con ciò? Vi sembrano questi i valori assoluti? Anzi, dovremmo andar fieri di non aver sterminato i popoli, ma di avere, al contrario, contribuito al loro sviluppo con la condivisione della fede e della civiltà.

Infine, vorrei fare un’ultima riflessione. Solitamente, quando abbiamo una forte identità cattolica, siamo portati a essere un po’ conservatori, anche sul piano politico. Per cui siamo tentati di guardare con una certa nostalgia a modelli politici del passato, quali lo Stato centralizzato e l’assolutismo monarchico. Ebbene, Stark ci dimostra che ciò non fa parte della nostra storia: la nostra storia è fatta di... libertà comunali. La democrazia (non come ideologia, ma come sistema politico che garantisce le libertà personali) è iscritta nel nostro DNA di cattolici e di italiani. Forse dovremmo, ancora una volta, riappropriarci della nostra storia e andarne fieri, senza complessi di colpa o di inferiorità.