lunedì 16 novembre 2009

Chiesa e Internet

Si è svolto nei giorni scorsi in Vaticano un simposio su Internet, promosso dalla Commissione per i mezzi di comunicazione del Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa (CCEE). Ne potete leggere la notizia su ZENIT.

Caterina mi ha inviato un suo commento all’intervento di Monsignor Jean-Michel di Falco Léandri, Vescovo di Gap e Embrun (Francia) e Presidente della Commissione episcopale europea per i media, il quale ha riferito di «un’inchiesta condotta nel mondo francese di Internet che mostra come i siti evangelici siano piú visitati di quelli cattolici, anche se la popolazione cattolica del Paese è molto piú consistente di quella evangelica». Ecco le riflessioni di Caterina:


«Nota mia sui siti evangelici che conosco da 10 anni, almeno quelli in Italia. Non è affatto vero che essi escono da se stessi per mettersi come prima cosa al posto degli altri, rispondono ai bisogni. È vero invece che essi usano Internet per evangelizzare soprattutto i cattolici. Mi fa davvero specie che il presule nell’inchiesta non abbia annotato la cattiveria e l’astio della maggior parte dei siti evangelici contro la Chiesa cattolica, contro il Papa, contro il culto a Maria e ai santi. E come si fa a proporre come esempio dei siti come quelli evangelici che fanno riferimento alla Bibbia con una interpretazione diversa da quella della Chiesa?

E mi fa specie che il presule non abbia annotato che il maggior successo dei siti web evangelici sta nei soldi: molti degli iscritti pagano di tasca propria il mantenimento delle spese; in altri c’è la decima; altri ancora prestano gratuitamente la loro bravura al sito. Indubbiamente la vera differenza fra i siti cattolici e quelli evangelici sta proprio nella necessità del concetto di comunità-comunione, che fra di noi purtroppo non si avverte.

Mi sono imbattuta nel tempo in forum gestiti da preti e suore progressiste che non disdegnavano il bannare facile se ti azzardavi, prima dell’avvento di Benedetto XVI, a difendere la liturgia nella sua tradizione. Il presule avrebbe potuto motivare meglio tali differenze con gli evangelici dal momento che in Internet c’è una vera differenza fra i siti, blog e forum di matrice progressista da quelli tradizionali cattolici; problemi che gli evangelici non hanno, dal momento che sono preoccupati di evangelizzare principalmente i cattolici.

Il dramma dei cattolici nella rete, riguardo a molti forum, sta nell’invidia fra gruppi. La preoccupazione di taluni forum sta nell’audience, nelle classifiche, nel farsi notare dagli altri, nel sottolineare di essere gli unici. Sono pronti ad umiliare gli iscritti soprattutto di matrice tradizionale; molti di questi gruppi si scontrano con delle enormi contraddizioni:
— alcuni hanno una obbedienza al Papa idolatrica; di conseguenza diventa impossibile poter approfondire argomenti inerenti a delle scelte del Papa che, non avendo nulla a che fare con l’infallibilità, possono essere pacificamente discusse, ma a causa dell’incapacità di taluni gestori dal ban facile, si è costretti a tacere;
— altri pur sapendo di non sapere, non accettano che si porti il Magistero della Chiesa integralmente. Le proprie opinioni sono diventate le nuove verità da difendere a discapito della vera fede;
— ci sono altri ancora che nuotano nel sincretismo piú puro; hanno come regolamento il “volemose bene” al di là di che cosa sia la Verità.

Il presule ha dimenticato inoltre di annotare che il problema di coordinamento tra forum cattolici nasce anche qui da una difesa sbagliata del Concilio; un problema che appunto i siti evangelici non hanno. La prassi liturgica, la dottrina nel suo rituale, le norme che stabiliscono come si deve prendere la comunione ecc. sono problemi attuali che indubbiamente dividono i cattolici non solo nella rete ma anche fuori nella vita reale.

Se il presule non se ne fosse accorto (ma, vantandomi in Cristo, è necessario che dica che sono anni che lo vado scrivendo in Internet), i cattolici sono divisi: i movimenti navigano per conto loro sia nei loro territori sia nella rete; idem i francescani, i domenicani ecc. Ognuno cura il suo orticello; di conseguenza ciò che è la realtà quotidiana si riscontra nella rete.

Gli evangelici, assai piú furbamente, non sono divisi; sono indipendenti — è diverso — e si tengono uniti per una comune battaglia quella contro la Chiesa cattolica. Al contrario per noi cattolici seppur scoordinati — mi sia concesso dirlo — la battaglia comune è quella della propria identità; e non facciamo altro che rispecchiare la confusione che viviamo nella Chiesa, dove l’identità cattolica è davvero diventata motivo di discussione a causa, purtroppo, di 40 anni di apostasia e soprattutto di anarchia.

Ergo, i forum cattolici non fanno altro che rispecchiare in rete questi problemi; ma, per favore, evitiamo la diplomatica scelta di portarci come esempio gli evangelici. Per loro, il presule che ha detto queste cose, è un idolatra, ed eretico».


Prima di rispondere a Caterina, vorrei dire qualcosa in generale sul simposio. Mi fa piacere che la Chiesa si muova in questo campo; che si renda conto che il mondo sta cambiando, e cerchi di stare al passo coi tempi. Anche questo è un segno di vitalità della Chiesa: è la smentita — se mai ce ne fosse bisogno — che la Chiesa non vive nel passato, come taluni anticlericali d’altri tempi (loro, sí, rimasti ancorati a una visione ideologica totalmente superata) vorrebbero farci credere.

La mia preoccupazione è per le conseguenze di tali convegni. Mi spiego. Molti dei partecipanti a tali incontri fanno una certa fatica ad accostarsi a certi fenomeni, non per pregiudizio, non per rifiuto aprioristico, ma, il piú delle volte, per mere ragioni anagrafiche. Manca loro l’approccio “naturale” verso questi mezzi, proprio delle nuove generazioni, che sono nate e cresciute alla loro ombra. Per molti occorre fare uno sforzo reale di adattamento a certe novità. Niente di male; non è una colpa; è un fenomeno naturale. Io stesso, che pure non sono vecchissimo, faccio talvolta fatica a cogliere l’utilità e il funzionamento di certi nuovi strumenti (p. es., il “social network”).

Il rischio è che, proprio perché si deve fare uno sforzo per adattarsi ai nuovi mezzi di comunicazione, qualche volta li si sottovaluti (non riuscendo a coglierne le potenzialità) e qualche altra li si sopravvaluti (considerandoli una specie di strumenti magici). E si faccia fatica a prenderli per quello che essi in realtà sono: strumenti utili, ma che non possono essere in alcun modo assolutizzati.

Un altro pericolo è che, non sentendosi competenti in questo campo, spesso ci si affidi a sedicenti “esperti”, i quali il piú delle volte, approfittando della nostra buona fede, fiutano l’affare. Un avviso per tutti: quando qualche “tecnico” vi accosta, chiamandovi “Reverendo Padre” o “Eccellenza Reverendissima” e proponendovi progetti faraonici, diffidate; state pur certi che vuole far soldi alle vostre spalle.

Infine, c’è un altro rischio in cui è facile incorrere nella Chiesa: quello della pianificazione, della regolamentazione e dell’accentramento. Che ci sia bisogno di un coordinamento, non c’è dubbio; ma pensare che tutto debba essere controllato dalla diocesi o dal Vaticano, mi sembra totalmente fuori luogo. Anche nella Chiesa ci deve essere spazio per la “libera iniziativa”. I pastori, nella Chiesa, non sono gli unici da cui devono partire le iniziative; sono piuttosto quelli che “esaminano ogni cosa” (1 Ts 5:21), ne discernono l’autenticità e coordinano le iniziative dei fedeli. Nel simposio vaticano Mons. Celli ha pronunciato una frase rivelatrice: «I mezzi di comunicazione sociale sono lasciati all’iniziativa di individui o piccoli gruppi, ed entrano nella programmazione pastorale solo a livello secondario». Ecco la grande preoccupazione: la “programmazione pastorale”, che è diventata nella Chiesa qualcosa di molto simile alla “pianificazione economica” di sovietica memoria. Se qualcosa non rientra nella “programmazione pastorale”, non ha diritto di cittadinanza nella Chiesa.

Ed ecco che vengo al problema posto da Caterina. Concordo con lei sul quanto meno discutibile paragone con gli evangelici. È ovvio che l’erba del vicino è sempre piú verde. Personalmente, devo riconoscere di non frequentare siti evangelici, eccetto quelli biblici, che offrono una notevole ricchezza di testi e traduzioni. Sinceramente, non ho mai avuto occasione di imbattermi in siti protestanti anticattolici.

Ricordo solo che, quando ero giovane (a quel tempo Internet non esisteva ancora), ascoltavo frequentemente stazioni radio protestanti, e quel che mi colpiva positivamente era l’uso che facevano della radio per l’annuncio puro del Vangelo, senza la preoccupazione della cultura, dell’intrattenimento, ecc. Nulla a che vedere con la Radio Vaticana (l’unica stazione cattolica allora esistente; Radio Maria era di là da venire).

Ora — ci assicura il Presidente della Commissione episcopale europea per i media — «gli evangelici ascoltano e i cattolici parlano»; «gli evangelici escono da se stessi per mettersi come prima cosa al posto degli altri. Rispondono ai bisogni»; «la Chiesa cattolica parla forse partendo da se stessa senza prendere sufficientemente in considerazione ciò che vive la gente»; «i siti cattolici sono centrati su se stessi [e sono] considerati come strumenti e non come un mondo da evangelizzare; [sono] delle estensioni o dei duplicati dei nostri foglietti parrocchiali, dei nostri bollettini diocesani. Sono ad uso interno. Parlano una lingua per iniziati ad uso esclusivo degli iniziati. I siti evangelici, al contrario, vogliono raggiungere gli internauti, utilizzando Internet come strumento e vettore di evangelizzazione».

Sinceramente, mi sembrano belle frasi, a effetto; ma, dopo tutto, non cosí sensate. In qualche caso, di difficile comprensione. Che significa dire che i siti cattolici sono «considerati come strumenti e non come un mondo da evangelizzare», e poi affermate che, invece, gli evangelici usano Internet «come strumento e vettore di evangelizzazione»? Faccio difficoltà a cogliere la logica di tale ragionamento.

In ogni caso — e questo lo dico non solo ai partecipanti al simposio, ma anche a Caterina — non mi sembra proprio il caso di disperare. Non mi pare che noi cattolici siamo messi cosí male in questo campo: c’è un pullulare di siti, blog, forum, da fare invidia a chiunque (personalmente, non mi preoccuperei piú di tanto per la varietà delle presenze: il pluralismo è un segno della ricchezza e della vitalità della Chiesa). A sentire certi discorsi, sembra quasi che la Chiesa cattolica sia assente dalla rete. Beh, se per Chiesa cattolica si intende solo la Chiesa istituzionale, forse (ma non è vero neppure in tal caso, giacché la Santa Sede, tutte le diocesi e tutti gli istituti religiosi hanno il loro sito). Ma la Chiesa non è solo questa; ci sono anche i fedeli che, individualmente o in gruppo, affollano la rete, in maniera spesso artigianale; ma si tratta pur sempre di una presenza.

Ora, la mia preoccupazione è appunto quella che, oltre a possibili interventi dello Stato o dell’Unione Europea tesi a regolamentare (leggi: imbavagliare) la rete, adesso ci si metta anche la Chiesa, per inserire siti, blog e forum nella “programmazione pastorale”. Il che significherebbe la fine di tutto. Magari per avere su Internet il corrispondente di “Sat2000” televisivo, che costa una barca di soldi e nessuno segue. Beh, direi che è meglio tenerci i nostri poveri blog, lasciando che sia la “fantasia pastorale” e lo Spirito Santo a suggerirci come utilizzare al meglio questi nuovi strumenti per l’annuncio del Vangelo.

domenica 15 novembre 2009

XXXIII domenica "per annum"

«Vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria».

Gesú ci annuncia che cosa avverrà alla fine dei tempi: egli tornerà «sulle nubi con grande potenza e gloria». È uno degli articoli del Credo che professiamo: «E di nuovo verrà, nella gloria, per giudicare i vivi e i morti». È già venuto una prima volta, nell’umiltà e nella debolezza; tornerà una seconda volta «con grande potenza e gloria».

Quando avverrà ciò? «Quanto a quel giorno e a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli del cielo né il Figlio, eccetto il Padre». Se nessuno lo sa (neppure il Figlio!), significa che non è importante per noi conoscere il momento; è sufficiente sapere che «egli è vicino, è alle porte».

«Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo».

Il Signore, quando tornerà, che cosa verrà a fare? A radunare «i suoi eletti dai quattro venti». Nel Credo diciamo che verrà a giudicare i vivi e i morti: forse tale espressione può incuterci un po’ di timore; certo un timore salutare, perché fa bene temere il giudizio che ci attende. Ma Gesú qui ci presenta la stessa realtà in modo piú positivo: verrà a radunare i suoi eletti. Se noi siamo fra questi (e lo siamo!), che cosa temere? Dovremmo piuttosto essere animati da grande serenità e fiducia.

«In verità io vi dico: il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno».

La nostra serenità e fiducia si fondano sulle parole del Signore, piú stabili di qualsiasi altra realtà. Solitamente siamo portati a pensare che non ci sia nulla di piú stabile del cielo e della terra: tutto cambia, tutto passa; ma il cielo e la terra sono sempre lí, immutabili. Eppure Gesú ci assicura che anche il cielo e la terra passeranno. Solo le sue parole non passeranno. E questo perché lui rimane stabile per sempre: «Gesú Cristo è lo stesso ieri e oggi e per sempre!» (Eb 13:8). Di che preoccuparci? Mentre tutto cambia, tutto passa, c’è qualcosa che rimane fermo, sempre identico a sé stesso: Gesú Cristo e le sue parole. Uniti a lui, siamo già partecipi dell’eternità: in mezzo agli sconvolgimenti del mondo, rimaniamo tranquilli, perché fondati su una roccia che non viene scossa neppure dalla fine di tutte le cose. «Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno».

sabato 14 novembre 2009

Ancora sulla cremazione

Un lettore spagnolo, Martín, mi ha scritto a proposito del post di ieri sulla cremazione:


«Carissimo Padre, grazie per il Suo articolo, sono d’accordo al cento per cento. Qualche commento:

1) Mi sembra che questo atteggiamento è contrario allo spirito del Codice di diritto canonico, che dispone: “Enixe commendat Ecclesia, ut pia consuetudo defunctorum corpora sepeliendi servetur (= la Chiesa raccomanda vivamente che si conservi la pia consuetudine di seppellire i corpi dei defunti)” (can. 1176 §3). Cioè, non si tratta di una cosa neutra; noi abbiamo una consuetudine che esprime la nostra fede.

2) Che fede è la nostra se non è operosa, se non si manifesta, se si accontenta di seguire quello che tutti fanno o, peggio ancora, quello che il business consiglia, di che fede si tratta? Mi sa che Lei ha ragione, questo è un passo nel processo di neopaganizzazione.

3) Racconto brevemente, quello che so della realtà del mondo ispanico. A Santiago del Cile, la stessa arcidiocesi si è associata con un gruppo di imprenditori per iniziare l’affare delle cremazioni. Dopo la cremazione “cattolica” le ceneri sono messe in una apposita struttura costruita nel cortile delle parrocchie. Ci sono decine di rappresentanti che percorrono le parrocchie e le case offrendo questo “servizio”. Secondo la informazione che ho, lo scopo di questa operazione è... guadagnare soldi, tutto qui. Mi domando: e quello che dice il Codice di diritto canonico che la Chiesa “raccomanda vivamente”, dov’è? Come può la Chiesa “raccomandare vivamente” la sepoltura dei corpi se la stessa diocesi promuove la cremazione porta a porta? Secondo me questo è una vergogna. Mi viene da piangere quando penso alla fede nella risurrezione dei primi cristiani che hanno fatto chilometri e chilometri di gallerie per custodire i corpi dei morti. Sarebbe stato molto piú facile fare la cremazione come i pagani».


Martín tocca un altro punto, che avevo tralasciato nel mio post, ma di cui ero già a conoscenza. Come dicevo ieri, nelle Filippine la pratica della cremazione è diventata comune fra i cattolici. E anche lí si è già trasformata in un business. Non so se siano coinvolte le diocesi, ma certamente lo sono molti parroci (che costruiscono colombari nelle loro chiese per poi venderne i loculi) e soprattutto laici, i quali magari costruiscono santuari, che in realtà sono vere e proprie “necropoli”.

Penso che, se non altro, i nostri Vescovi, fra i vari “paletti” fissati per rendere ammissibile fra i cristiani il fenomeno delle cremazione, avrebbero dovuto considerare anche l’aspetto commerciale: evitare che il tutto si trasformi in un grosso business, magari con la partecipazione diretta della Chiesa. È vero che ogni cosa ha un risvolto commerciale (basta pensare alle nostre agenzie di pompe funebri); ma, come giustamente fa notare Martín, non sembra molto coerente per la Chiesa fare soldi con una pratica quanto meno contraria alla tradizione cristiana.

venerdì 13 novembre 2009

A proposito di cremazione

I Vescovi italiani, nell’Assemblea generale conclusasi ieri ad Assisi, hanno approvato la bozza del nuovo Rito delle esequie (se ne veda la notizia riportata da ZENIT). In tale nuovo Rito è prevista anche la possibilità di esequie anche a coloro che scelgono la cremazione.

Non si tratta di una novità: la Chiesa aveva già da tempo ammesso la cremazione, a condizione che non fosse dettata da motivazioni contrarie alla dottrina cristiana. Il fatto è che, finora, tale concessione sembrava solo una possibilità ipotetica, riservata a qualche tipo un po’ eccentrico. Ora invece sta diventando una prassi sempre piú diffusa. Ecco le cifre riportate da ZENIT: «In vent’anni si è passati dalle 3.600 cremazioni del 1987 alle quasi 60.000 del 2007».

È ovvio che la Chiesa non può rimanere indifferente di fronte ai fenomeni di massa come questo; è ovvio che deve in qualche modo intervenire, dando delle direttive e fissando dei paletti. In questo caso, la Chiesa italiana si era già pronunciata due anni fa con il sussidio pastorale Proclamiamo la tua risurrezione; ora interviene di nuovo con il Rito delle esequie. I Vescovi pongono dei limiti precisi: le ceneri non possono essere disperse e non possono essere conservate «in luoghi diversi dal cimitero». Mi pare il minimo, per potersi dire ancora cristiani.

Eppure, nonostante queste precise indicazioni, confesso che le nuove norme mi lasciano alquanto perplesso. Perché? Perché segnano una rottura con una ininterrotta tradizione. Non dimentichiamo che il Cristianesimo è nato in un tempo in cui l’incenerimento era prassi comune; eppure i cristiani scelsero l’inumazione, perché tale uso esprimeva meglio la loro fede nella risurrezione. Avrebbero potuto anche loro fare qualche “contorsione” teologica; ma non la fecero, perché il seppellimento del corpo era un segno che parlava da sé. I segni — lo sappiamo — sono di solito molto piú eloquenti di tanti giri di parole.

Ecco dove sta il problema: la nuova linea adottata dalla Chiesa, pur essendo teoricamente corretta, rischia di favorire il processo di secolarizzazione e “ripaganizzazione” della società. Accettare la cremazione, pur con tutte le precisazioni e i distinguo, trasmette un messaggio ben chiaro: non esiste risurrezione; dalla natura veniamo e alla natura torniamo.

Ma allora, che fare di fronte alla diffusione della cremazione anche fra i cattolici? So bene che si tratta di un fenomeno incontrollabile. Quando ero nelle Filippine mi sono reso conto che ormai tale pratica è diffusa anche fra il clero. Un giorno, al termine della Messa, rimasi interdetto, quando una signora, con un fagottino sotto braccio, mi chiese di benedire le ceneri del marito. Ma non credo che sia saggio limitarsi semplicemente a prendere atto della situazione; in qualche caso bisogna reagire, come fecero i primi cristiani. “Bisogna evangelizzare”, si dice. Certo, ma non si evangelizza solo con le parole; spesso un segno, un gesto, una pratica sono molto piú efficaci di tante prediche. Certa timidezza pastorale non paga; qualche volta, forse, dovremmo avere il coraggio di prendere posizioni nette e controcorrente anche di fronte a questioni apparentemente secondarie.

mercoledì 11 novembre 2009

E gli anglicani del "terzo mondo"?

David, come al solito, fa alcune considerazioni molto interessanti sulle possibili conseguenze della Costituzione apostolica Anglicanorum coetibus:


«Quando nel 1993 un incendio distrusse parte del castello di Windsor, negli stessi giorni in cui la Chiesa anglicana nominava le prime “pastore” (ci hai fatto caso? certi liberal che si riempiono la bocca di neologismi cacofonici come “ministra” e “sindaca”, la parola “sacerdotessa” non va a genio e preferiscono parlare di donne prete o donne pastore... buffo il mondo!): con arguzia, il buon vecchio Il Sabato, il mai abbastanza rimpianto settimanale di CL, titolava: “Anglicani in fiamme”. Evidentemente, ci sono voluti tre lustri perché l’incendio divampasse in tutta la comunione anglicana e riducesse in polvere questa bizzarra “chiesa” i cui dogmi sono decisi dal Parlamento di Londra e che, forse piú di tutte le altre chiese “riformate”, si è inginocchiata davanti al mondo e alle sue mode.

Condivido in pieno la tua analisi: la Roma papista si è dimostrata materna e flessibile, là dove la liberale Canterbury era stata dura di cuore e ottusa.

Ora, però, converrà spostare lo sguardo dal centro amministrativo dell’anglicanesimo (una denominazione cattolica fra le piú “burocratiche”) alle sue membra (alcune piuttosto vivaci), sparse per i cinque continenti, dato che a torto fino a oggi l’attenzione si è concentrata solo sui circa cinquecentomila anglicani cattolici che risiedono in Inghilterra, in Australia e negli States.

Parliamo intanto di cifre: i fedeli anglicani nel mondo (compresi quelli americani, della “filiale” episcopaliana) sono circa 77 milioni, con 450 diocesi. Di questi, la maggior parte non risiede nel Regno Unito (17-18 milioni) ma in Nigeria (18 milioni). L’India ha il doppio di battezzati anglicani rispetto al Canada (4 vs 2 milioni). Allo stesso modo, Kenia e Sud Africa insieme hanno quattro volte piú fedeli della Chiesa Episcopaliana americana (8 vs 2 milioni). In Tanzania e Uganda l’anglicanesimo conta ben 11 milioni di membri, circa cinque volte piú numerosi che in tutto il Nord America.

È inutile dire che le chiese “di colore” sono tanto conservatrici e attaccate alla tradizione quanto quelle “bianche” sono liberal e modaiole. La stampa ha riportato storie interessanti su questo “incendio” che, come dicevo, ha frantumato l’anglicanesimo. Nel dicembre 2008 sette parrocchie in Virginia, contrarie alla nomina del gay Robinson, abbandonarono gli episcopaliani per seguire... la Chiesa anglicana della Nigeria, i cui leader affermano con orgoglio: “In Nigeria obbediamo alla Scrittura, sia conveniente o meno. Non è negoziabile”. Quando Williams avallò la legge inglese sui gay, i nigeriani abrogarono dallo statuto della loro comunità la frase “in comunione con Canterbury”, commentando:Se vogliono creare una nuova religione, good luck”.

C’è da chiedersi come reagiranno costoro ai grandi segni di vitalità e alla mano tesa in spirito di fraterna liberalità dal papa. Francamente, parlare di mezzo milione di fedeli in procinto di accettare il catechismo romano non ha molto senso: se la Madonna ci darà una mano (e mi permetto di dire, parafrasando Padre Pio, che — per come la conosco io — di certo lo farà), forse avremo almeno dieci milioni di africani anglicani a bussare alle porte di Roma nel giro di pochi anni, o addirittura di mesi.

Canterbury appare impotente, cosí come la maggior parte degli Evangelicals, in questo periodo di trasformazioni: si fa sentire un fenomeno poco studiato, ma degno di attenzione. Fra le conseguenze della recente crisi economica, c’è anche il disseccarsi del fiume di denaro che dal Nord America rimpinguava le casse di sette e comunità protestanti in giro per il mondo: chi, come la Chiesa cattolica, ha investito nell’Amore che guarisce e nella Verità che libera invece che in progetti faraonici e illusioni, probabilmente sa reagire meglio ai cambiamenti. Caro padre, non era anglicano quel Charles Darwin che teorizzò la sopravvivenza in natura del piú forte? Ecco, lo sbriciolamento proprio dell’anglicanesimo e la crescita lenta ma costante della Chiesa non è una conferma paradossale delle sue teorie? Il piú forte è la Chiesa Cattolica, l’anglicanesimo è condannato forse a estinguersi o a sopravvivere solo in poche nicchie protette».


Che ne sarà degli anglicani del “terzo mondo”? Domanda interessante, alla quale però, almeno per il momento, è difficile dare una risposta. Mentre si sentí parlare a lungo di loro in occasione dell’ordinazione episcopale di Robinson, con comunità episcopaliane che passarono alle Chiese anglicane del Sud America o dell’Africa, per quanto ne so, non si è ancora sentito parlare di loro in queste ultime vicende connesse con la disponibilità della Chiesa cattolica ad accogliere gruppi di anglicani in maniera “corporativa”.

Io non darei per scontata la loro accettazione dell’offerta papale; ma neppure mi sentirei di escluderla a priori. Il fatto di essere anglicani “tradizionalisti”, di per sé, non significa nulla: non significa essere piú vicini alla Chiesa cattolica. Anzi, un vero anglicano tradizionalista dovrebbe essere, a rigor di termini, anti-papista, essendo questo uno degli elementi caratteristici della tradizione anglicana. L’apertura verso Roma è segno di un’evoluzione, di una maturazione, di cui dobbiamo essere grati al movimento ecumenico (inteso in senso positivo). Ora, sinceramente, non so dire quale sia l’atteggiamento di queste Chiese anglicane dell’emisfero sud nei confronti della Chiesa cattolica. Spero che David abbia ragione; ma, per il momento, è meglio essere prudenti e non lasciarsi prendere da eccessivi entusiasmi, che alla lunga potrebbero essere delusi. Stiamo a guardare, con fiducia e preghiera, ma anche con un certo distacco e un sano realismo.

Oltre tutto, si tratta anche di una questione di rispetto verso questi nostri fratelli; cerchiamo di comprendere il loro dramma: per quanto il Papa si sia mostrato accogliente e generoso, non credo sia facile per uno che è vissuto finora in una determinata Chiesa, dire da un giorno all’altro: Cambio denominazione. Mi sembrano assai significative, in proposito, le dichiarazioni del Vescovo Broadhurst, Presidente di “Forward in Faith”: «Non risponderò alla domanda: “Cosa farete?”. È una cosa su cui dobbiamo lavorare insieme». Mi sembra il minimo che possa dire una persona seria.

Concordo con David sulla fiducia da avere nella Madonna: non c’è dubbio che, se lei ci mettere una “buona parola”, tutto sarà piú facile.

martedì 10 novembre 2009

"Anglicanorum coetibus"

Ho letto la Costituzione apostolica Anglicanorum coetibus con le Norme complementari emanate dalla Congregazione per la dottrina della fede. Ormai conoscevamo già a grandi linee il contenuto di tali documenti, per cui non provocano alcuna meraviglia. Eppure non si rimane indifferenti a leggere il loro testo ufficiale.

Il primo sentimento che ho provato è stato quello dello stupore nel constatare come la Chiesa cattolica sappia di volta in volta adattarsi alle diverse situazioni. Questo nuovo tipo di istituzione giuridica (gli “ordinariati personali”) non è prevista nel diritto canonico. Esistono già gli “ordinariati militari” (anch’essi assenti nel CJC e istituiti con speciale Costituzione apostolica), ma finora quel modello non era stato applicato ad alcun’altra categoria di fedeli.

Ora si è presentata una situazione nuova: gruppi di fedeli anglicani, con i loro pastori, hanno chiesto di essere accolti, in maniera “corporativa”, nella Chiesa cattolica. E questa che fa? Si inventa una nuova circoscrizione ecclesiastica personale apposta per loro, per venire incontro alla loro richiesta e per accontentarli nelle loro legittime aspirazioni.

L’unica condizione posta è stata: “Accettate il Catechismo della Chiesa cattolica?” Nient’altro. Una volta che si condivide la stessa fede, tutto è possibile; si trova sempre una soluzione. “Volete continuare a seguire le vostre tradizioni?”. No problem. “I vostri preti (sposati) vogliono continuare a essere preti?”. OK, verranno riordinati sacerdoti, rimanendo sposati. “I vostri vescovi vogliono continuare a essere i vostri pastori?”. È possibile: se celibi, possono essere ordinati vescovi e diventare “ordinari”; se sposati, possono essere ordinati sacerdoti, e diventare ugualmente “ordinari”; se non lo diventano, possono chiedere addirittura di usare le insegne episcopali e partecipare alla Conferenza episcopale come i vescovi emeriti.

Mi vien da dire: davvero non ci sono limiti alla fantasia! E ciò viene dalla Chiesa cattolica, che solitamente passa per essere conservatrice, tradizionalista, lenta nell’adeguarsi ai cambiamenti. Ma, a quanto pare, in questo caso i conservatori sono proprio gli anglicani. Sentite che cosa ha detto il Vescovo John Broadhurst, Presidente di “Forward in Faith”: «Sono rimasto inorridito per il fatto che la Chiesa d’Inghilterra, mentre cercava di soddisfarci, abbia ripetutamente affermato che non possiamo avere la giurisdizione e la vita indipendente di cui la maggior parte di noi pensa di aver bisogno per continuare il nostro pellegrinaggio cristiano. Ciò che Roma ha fatto è offrire esattamente ciò che la Chiesa d’Inghilterra ha rifiutato». Avete capito? Questi anglicani, che non accettavano le novità introdotte nella loro Chiesa, prima di rivolgersi alla Chiesa cattolica, si erano rivolti alla Chiesa d’Inghilterra, chiedendo di avere una legittima autonomia (in una Chiesa dove pure c’è sempre stato spazio per le posizioni piú diverse, talvolta addirittura contraddittorie); ma la risposta è stata negativa: “No, signori; per voi non c’è posto; o vi adeguate, o... arrangiatevi!”. Quel che non è stato concesso dalla liberale Chiesa d’Inghilterra è stato concesso dalla retriva Chiesa cattolica.

E questo è un segno di grande vitalità della Chiesa cattolica. Quelle Chiese che si considerano “aperte” e moderne, semplicemente perché concedono il sacerdozio alle donne o perché ammettono omosessuali praticanti all’episcopato o perché benedicono le coppie dello stesso sesso, in realtà sono Chiese “morte”. Staremo a vedere ora che cosa succederà; ma, se consistenti gruppi aderiranno alla Chiesa cattolica, la Comunione anglicana rischia di trasformarsi in una conventicola di pochi nostalgici esagitati.

Naturalmente non dobbiamo nasconderci le difficoltà che ci aspettano. Non tutto sarà facile. Già leggendo la Costituzione apostolica e le Norme annesse si percepisce una certa confusione che inevitabilmente verrà a crearsi per la sovrapposizione dei nuovi ordinariati alle circoscrizioni territoriali esistenti (le diocesi). Negli stessi documenti emergono alcune situazioni difficilmente sanabili: i preti in situazioni matrimoniali irregolari e i sacerdoti cattolici che erano passati all’Anglicanesimo per potersi sposare. Aggiungiamoci poi le difficoltà che preti e comunità incontreranno con le Chiese di origine, soprattutto per motivi economici. Non dimentichiamo infine che, per quanto “tradizionalisti”, questi anglicani provengono da ambienti ultraliberali, per cui, inevitabilmente porteranno con sé una certa mentalità, che in qualche caso scontrerà con la tradizione cattolica. Si tratta di difficoltà reali, che non possiamo nasconderci, ma che neppure devono bloccarci: sono le difficoltà caratteristiche di una realtà vivente.

Per intanto, godiamoci questo momento di grazia; e ringraziamo il Signore, che ci dimostra, anche attraverso queste vicende, che la Chiesa cattolica (quella Chiesa data da molti per spacciata e da noi stessi spesso criticata per i suoi limiti e i suoi errori) è la vera Chiesa, della quale noi — indegnamente, ma con fierezza — facciamo parte.

lunedì 9 novembre 2009

Paolo VI e la Chiesa

Dall’omelia di Benedetto XVI a Brescia, in Piazza Paolo VI (8 novembre 2009):

«Cari amici! A partire da questa icona evangelica [della povera vedova], desidero meditare brevemente sul mistero della Chiesa, del Tempio vivo di Dio, e cosí rendere omaggio alla memoria del grande Papa Paolo VI, che alla Chiesa ha consacrato tutta la sua vita. La Chiesa è un organismo spirituale concreto che prolunga nello spazio e nel tempo l’oblazione del Figlio di Dio, un sacrificio apparentemente insignificante rispetto alle dimensioni del mondo e della storia, ma decisivo agli occhi di Dio. Come dice la Lettera agli Ebrei — anche nel testo che abbiamo ascoltato — a Dio è bastato il sacrificio di Gesú, offerto “una volta sola”, per salvare il mondo intero (cf Eb 9:26.28), perché in quell’unica oblazione è condensato tutto l’Amore del Figlio di Dio fattosi uomo, come nel gesto della vedova è concentrato tutto l’amore di quella donna per Dio e per i fratelli: non manca niente e niente vi si potrebbe aggiungere. La Chiesa, che incessantemente nasce dall’Eucaristia, dall’autodonazione di Gesú, è la continuazione di questo dono, di questa sovrabbondanza che si esprime nella povertà, del tutto che si offre nel frammento. È il Corpo di Cristo che si dona interamente, Corpo spezzato e condiviso, in costante adesione alla volontà del suo Capo. [...]

È questa la Chiesa che il servo di Dio Paolo VI ha amato di amore appassionato e ha cercato con tutte le sue forze di far comprendere e amare. Rileggiamo il suo Pensiero alla morte, là dove, nella parte conclusiva, parla della Chiesa. “Potrei dire — scrive — che sempre l’ho amata ... e che per essa, non per altro, mi pare d’aver vissuto. Ma vorrei che la Chiesa lo sapesse”. Sono gli accenti di un cuore palpitante, che cosí prosegue: “Vorrei finalmente comprenderla tutta, nella sua storia, nel suo disegno divino, nel suo destino finale, nella sua complessa, totale e unitaria composizione, nella sua umana e imperfetta consistenza, nelle sue sciagure e nelle sue sofferenze, nelle debolezze e nelle miserie di tanti suoi figli, nei suoi aspetti meno simpatici, e nel suo sforzo perenne di fedeltà, di amore, di perfezione e di carità. Corpo mistico di Cristo. Vorrei — continua il Papa — abbracciarla, salutarla, amarla, in ogni essere che la compone, in ogni Vescovo e sacerdote che la assiste e la guida, in ogni anima che la vive e la illustra; benedirla”. E le ultime parole sono per lei, come alla sposa di tutta la vita: “E alla Chiesa, a cui tutto devo e che fu mia, che dirò? Le benedizioni di Dio siano sopra di te; abbi coscienza della tua natura e della tua missione; abbi il senso dei bisogni veri e profondi dell’umanità; e cammina povera, cioè libera, forte ed amorosa verso Cristo”.

Che cosa si può aggiungere a parole cosí alte ed intense? Soltanto vorrei sottolineare quest’ultima visione della Chiesa “povera e libera”, che richiama la figura evangelica della vedova. Cosí dev’essere la Comunità ecclesiale, per riuscire a parlare all’umanità contemporanea. L’incontro e il dialogo della Chiesa con l’umanità di questo nostro tempo stavano particolarmente a cuore a Giovanni Battista Montini in tutte le stagioni della sua vita, dai primi anni di sacerdozio fino al Pontificato. Egli ha dedicato tutte le sue energie al servizio di una Chiesa il piú possibile conforme al suo Signore Gesú Cristo, cosí che, incontrando lei, l’uomo contemporaneo possa incontrare Lui, Cristo, perché di Lui ha assoluto bisogno. Questo è l’anelito di fondo del Concilio Vaticano II, a cui corrisponde la riflessione del Papa Paolo VI sulla Chiesa. Egli volle esporne programmaticamente alcuni punti salienti nella sua prima Enciclica, Ecclesiam suam, del 6 agosto 1964, quando ancora non avevano visto la luce le Costituzioni conciliari Lumen gentium e Gaudium et spes.

Con quella prima Enciclica il Pontefice si proponeva di spiegare a tutti l’importanza della Chiesa per la salvezza dell’umanità e, al tempo stesso, l’esigenza che tra la Comunità ecclesiale e la società si stabilisca un rapporto di mutua conoscenza e di amore (cf Enchiridion Vaticanum, 2, p. 199, n. 164). “Coscienza”, “rinnovamento”, “dialogo”: queste le tre parole scelte da Paolo VI per esprimere i suoi “pensieri” dominanti — come lui li definisce — all’inizio del ministero petrino, e tutt’e tre riguardano la Chiesa. Anzitutto, l’esigenza che essa approfondisca la coscienza di se stessa: origine, natura, missione, destino finale; in secondo luogo, il suo bisogno di rinnovarsi e purificarsi guardando al modello che è Cristo; infine, il problema delle sue relazioni con il mondo moderno (cf ibid., pp. 203-205, nn. 166-168). Cari amici — e mi rivolgo in modo speciale ai Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio —, come non vedere che la questione della Chiesa, della sua necessità nel disegno di salvezza e del suo rapporto con il mondo, rimane anche oggi assolutamente centrale? Che, anzi, gli sviluppi della secolarizzazione e della globalizzazione l’hanno resa ancora piú radicale, nel confronto con l’oblio di Dio, da una parte, e con le religioni non cristiane, dall’altra? La riflessione di Papa Montini sulla Chiesa è piú che mai attuale; e piú ancora è prezioso l’esempio del suo amore per lei, inscindibile da quello per Cristo. “Il mistero della Chiesa — leggiamo sempre nell’Enciclica Ecclesiam suam — non è semplice oggetto di conoscenza teologica, dev’essere un fatto vissuto, in cui ancora prima di una sua chiara nozione l’anima fedele può avere quasi connaturata esperienza” (ibid., p. 229, n. 178). Questo presuppone una robusta vita interiore, che è — cosí continua il Papa — “la grande sorgente della spiritualità della Chiesa, modo suo proprio di ricevere le irradiazioni dello Spirito di Cristo, espressione radicale e insostituibile della sua attività religiosa e sociale, inviolabile difesa e risorgente energia nel suo difficile contatto col mondo profano” (ibid., p. 231, n. 179). Proprio il cristiano aperto, la Chiesa aperta al mondo hanno bisogno di una robusta vita interiore.

Carissimi, che dono inestimabile per la Chiesa la lezione del Servo di Dio Paolo VI! E com’è entusiasmante ogni volta rimettersi alla sua scuola! È una lezione che riguarda tutti e impegna tutti, secondo i diversi doni e ministeri di cui è ricco il Popolo di Dio, per l’azione dello Spirito Santo. In questo Anno Sacerdotale mi piace sottolineare come essa interessi e coinvolga in modo particolare i sacerdoti, ai quali Papa Montini riservò sempre un affetto e una sollecitudine speciali. Nell’Enciclica sul celibato sacerdotale egli scrisse: “«Preso da Cristo Gesú» (Fil 3,12) fino all’abbandono di tutto se stesso a lui, il sacerdote si configura piú perfettamente a Cristo anche nell’amore col quale l’eterno Sacerdote ha amato la Chiesa suo corpo, offrendo tutto se stesso per lei... La verginità consacrata dei sacri ministri manifesta infatti l’amore verginale di Cristo per la Chiesa e la verginale e soprannaturale fecondità di questo connubio” (Sacerdotalis caelibatus, 26). Dedico queste parole del grande Papa ai numerosi sacerdoti della Diocesi di Brescia, qui ben rappresentati, come pure ai giovani che si stanno formando nel Seminario. E vorrei ricordare anche quelle che Paolo VI rivolse agli alunni del Seminario Lombardo il 7 dicembre 1968, mentre le difficoltà del post-Concilio si sommavano con i fermenti del mondo giovanile: “Tanti — disse — si aspettano dal Papa gesti clamorosi, interventi energici e decisivi. Il Papa non ritiene di dover seguire altra linea che non sia quella della confidenza in Gesú Cristo, a cui preme la sua Chiesa piú che non a chiunque altro. Sarà Lui a sedare la tempesta... Non si tratta di un’attesa sterile o inerte: bensí di attesa vigile nella preghiera. È questa la condizione che Gesú ha scelto per noi, affinché Egli possa operare in pienezza. Anche il Papa ha bisogno di essere aiutato con la preghiera” (Insegnamenti, VI, [1968], 1189)».

© Copyright 2009 – Libreria Editrice Vaticana

domenica 8 novembre 2009

XXXII domenica "per annum"

È una forma di materialismo misurare la generosità dalla quantità del dono: chi dà di piú è piú generoso di chi dà di meno. Circondiamo di gratitudine e di onore i grandi benefattori; ignoriamo l’obolo insignificante della vedova. E non ci rendiamo conto di quanto sia costata la rispettiva offerta del ricco e del povero.

Non che la quantità del dono non abbia la sua importanza; essa però non può essere misurata assolutamente, ma solo in relazione con la quantità di ciò che si possiede. Se il mio dono è grande, ma è solo parte del mio superfluo, esso non vale nulla; se il mio dono è piccolo, ma è tutto ciò che possiedo, esso ha un valore inestimabile:

«In verità io vi dico: questa vedova, cosí povera, ha gettato nel tesoro piú di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».

La quantità è importante, perché Dio vuole tutto. Il nostro Dio è un Dio esigente; non si accontenta di “qualcosa”, fosse pure oggettivamente tanto; vuole “tutto”, tanto o poco che sia, non importa; ciò che conta è che sia “tutto”.

Di fronte a Lui non conta essere poveri o essere ricchi; conta essere generosi. Nessuno è cosí povero da non avere niente da donare: per quanto abbia poco, ha sempre qualcosa da poter dare. E Dio gli chiede di dare quel poco che ha, e di darlo in maniera totale.

venerdì 6 novembre 2009

Appello al Papa per un'arte autenticamente cattolica

Ho appena sottoscritto l’Appello a Sua Santità Papa Benedetto XVI per il ritorno a un’arte autenticamente cattolica. Potete leggerlo al seguente indirizzo: http://appelloalpapa.blogspot.com/. Nel medesimo sito troverete le indicazioni per sottoscrivere l’appello.

Mi sembra che si tratti di un appello ampiamente condivisibile, completo ed equilibrato. Ci si ritrovano praticamente tutti gli elementi di un’arte autenticamente cristiana: il suo fondamento teologico (il mistero dell’incarnazione); la sua natura ancillare rispetto alla liturgia; l’arte sacra come espressione di fede e di vita cristiana vissuta; il collegamento con la tradizione; la necessità di una formazione artistica del clero e di una formazione liturgico-spirituale degli artisti; l’opportunità della definizione di alcuni “canoni” artistici; ecc.

L’appello evita saggiamente ogni accenno polemico e sottolinea positivamente la continuità nella Chiesa. È molto significativo — e per me motivo di grande soddisfazione — che esso prenda le mosse dal Discorso di Paolo VI agli artisti nel 1964.

Esprimo le mie congratulazioni ai promotori dell’appello; mi auguro che esso possa portare abbondanti frutti nella vita della Chiesa; e invito i lettori che lo desiderino a sottoscriverlo.

giovedì 5 novembre 2009

Mysterium iniquitatis

Ricevo da David e pubblico:


«“Il mistero dell’iniquità è già in atto, ma è necessario che sia tolto di mezzo chi finora lo trattiene”. Quel qualcosa o qualcuno, il katéchon appunto, che impedisce la manifestazione piena dell’Anticristo è uno dei nodi piú enigmatici delle Scritture. Nell’attuale contesto storico, la funzione di katéchon è svolta anche da un articolo della Costituzione italiana, precisamente dal settimo, che recita: “Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale”. Non sono i contenuti dei Patti ad avere questa “blindatura” costituzionale ma la forma concordataria delle relazioni fra la Chiesa Cattolica (si badi bene, la Chiesa, non lo Stato della Città del Vaticano): nessun Governo della Repubblica potrebbe, unilateralmente, rompere i Patti o sottoporre le relazioni con la Chiesa a un regime diverso da quello stabilito, con consenso di entrambe le parti, dal concordato. È facile capire che, senza questa robusta garanzia (voluta, si badi bene, da Giuseppe Dossetti, non certo da un cattolico reazionario), la Chiesa romana sarebbe messa male come la nave dei sogni di don Bosco, che era appunto la Chiesa dell’epoca di Papa Mastai Ferretti e dei suoi successori fino a Papa Ratti. Ora, la Corte europea dei diritti di Strasburgo si insinua — deliberando sulla questione niente affatto simbolica dei crocifissi — nei rapporti fra il nostro Paese e la Santa Sede. Occorre precisare che non è un’istituzione dell’Unione Europea e non va confusa con la Corte di giustizia, che invece lo è. La Corte europea dei diritti dell’uomo è stata istituita dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, per assicurarne il rispetto. Mi domando quanto questa giungla di tribunali, trattati e istituzioni sovranazionali possa mettere in pericolo la solidità dell’articolo 7 e del nostro katékhon in futuro: se passerà il principio che una parte, anche piccola, del Concordato viola addirittura i diritti dell’uomo, beh c’è da chiedersi se non farà la stessa fine l’insegnamento della religione cattolica. Che dire poi dei rapporti economici fra lo Stato e la Chiesa? In un mondo in cui l’aborto potrebbe presto diventare un diritto dell’uomo e le critiche allo stile di vita gay un crimine da punire con tanto di gendarmi, chi può garantire che il Vaticano come istituzione non finisca presto nel mirino? Pensa solo all’ultimo Sinodo sull’Africa e domàndati se i Signori di questo mondo abbiano gradito... Mi dirai che è impossibile; in fondo la Santa Sede ha tanti Stati amici e un prestigio internazionale notevole. Ti dirò: al congresso di Parigi del 1856 le critiche allo Stato Pontificio e al Regno delle Due Sicilie, suo grande amico, anticiparono di pochi anni la spedizione dei Mille e nella presa di Porta Pia. Vuoi vedere che a pensar male si sbaglia, ma ci si azzecca sempre?».


Ringrazio David per la precisazione, quanto mai opportuna, che la Corte europea dei diritti dell’uomo non è una istituzione dell’Unione Europea. Condivido, allo stesso tempo, la preoccupazione per “questa giungla di tribunali, trattati e istituzioni sovranazionali”, che sono saldamente in mano a poteri oscuri e sfuggono a qualsiasi controllo democratico. Tale sentenza è solo un “assaggio” di quanto ci attende in futuro: i nostri spazi di libertà si stanno via via riducendo; senza accorgercene, ci stiamo a poco a poco incamminando verso un regime totalitario.

Condivido anche l’applicazione del concetto di katechon alla realtà italiana. Effettivamente dobbiamo essere grati alla Costituzione italiana per aver garantito in questi anni alla Chiesa una piena libertà di movimento. Una laicità positiva opposta al giacobinismo imperante nelle istituzioni europee.

Tale katechon verrà tolto di mezzo dall’Europa? Speriamo di no. La sollevazione — direi pressoché unanime — di questi giorni in Italia, mi sembra un buon segnale. So bene che non c’è da farsi illusioni: è ovvio che questa reazione bipartisan non significa che gli italiani sono tutti dei buoni cattolici. Ma non importa. Anche il solo attaccamento esteriore a questo simbolo della nostra fede è di un’importanza fondamentale. Non facciamo l’errore di cadere nel fondamentalismo cattolico, per cui solo i praticanti sono buoni cristiani. È importante che quel simbolo resti appeso alle pareti delle scuole e dei luoghi pubblici, perché, in tal modo, rimarrà per tutti un salvagente a cui aggrapparsi nei momenti di pericolo.

La Santa Sede in pericolo? Tutto è possibile: la storia ci insegna che il Papato ha dovuto subire nel corso dei secoli le prove piú dure; ma ne è sempre uscito vittorioso. Dove sono ora quei potenti che in passato si illusero di eliminarlo? La Sede Apostolica invece è ancora lí, pronta a sfidare i potenti di turno. I quali dovrebbero essere imparare qualcosa dalla storia; ma so che non lo faranno, essendo essi solo le marionette di un “mistero di iniquità” che le trascende.

mercoledì 4 novembre 2009

Fatemi uscire dall'Unione Europea

Sicché la Corte europea per i diritti umani ha sentenziato che la presenza del crocifisso nelle aule scolastiche italiane costituisce una violazione alla libertà di religione degli alunni.

Se qualcuno si chiedeva a che cosa sarebbe servita l’Europa, eccolo servito: ora ha la risposta alla sua domanda. Finora l’Europa s’era limitata a rifiutare di riconoscere le proprie radici cristiane: beh — pensavamo — poco male; se l’Europa vuole essere laica, che lo sia pure; l’importante è che ci lasci liberi di credere in ciò che vogliamo e di esprimere liberamente le nostre convinzioni.

Ora capiamo come intende l’Europa la libertà religiosa: per rispettare la libertà religiosa delle minoranze, la maggioranza non può esprimere la propria fede. Le minoranze hanno diritto a essere tutelate; la maggioranza, no. Per essa non esiste libertà religiosa. Esporre il simbolo della sua fede non fa parte della sua libertà; è una violazione della libertà altrui. Si è liberi di professare qualsiasi religione; si è liberi di non professarne alcuna; non si è liberi di essere e apparire cristiani.

In questa Europa l’omofobia è un crimine; se qualcuno si permette di mettere in discussione i dogmi connessi con l’Olocausto finisce in prigione; in questi casi la Corte europea non si preoccupa dei diritti di chi non crede nelle “nuove religioni”. Solo quando si tratta di Cristianesimo nasce la preoccupazione per la tutela dei non-credenti.

Mi chiedo: ma che cosa ci stiamo a fare in questa Europa? che cosa aspettiamo a uscirne? Chiedo se sia possibile, almeno a titolo personale, uscire dall’Unione Europea: non la sento la mia patria; anzi mi vergogno di essa. Non ho sottoscritto il Trattato di Lisbona. Non voglio saperne di questa Europa massonica. Non voglio piú essere considerato cittadino europeo e voglio che sia cancellata dal mio passaporto la scritta “Unione Europea”: la considero una violazione della mia libertà personale. Farò ricorso alla Corte europea per i diritti umani: chissà se i miei diritti troveranno tutela...

lunedì 2 novembre 2009

Prudenza o decisione?

Scusate se in questi giorni c'è stata una certa irregolarità nell'aggiornamento del blog. Ero in viaggio. Ho terminato la mia missione in Asia e sono tornato in Italia. Un giorno o l'altro vi racconterò qualcosa della mia esperienza missionaria.

Nel frattempo, Caterina ha inviato questo feedback al mio post di venerdí scorso sulla “riforma della riforma”:


«Condivido in toto quanto ha detto specialmente nell’elencare il susseguirsi di documenti davvero magisteriali a riguardo dell’Eucarestia, della Messa e della Liturgia in senso ampio. Le condivido alcune perplessità che mi sorgono anche in qualità di catechista ed operativa in diverse parrocchie. Lei giustamente dice e fa osservare che:

“Il problema era — ed è — la mentalità: se rimane l’idea che la Messa la invento io sacerdote con la mia creatività e fantasia pastorale, non ci sarà mai rubrica che tenga. Il problema è: come cambiare la mentalità di buona parte del clero, che è stato formato a questo senso di creatività senza limiti? Per il momento, non ho una risposta da dare”.

Però poi una risposta involontariamente la dà sopra dove dice:

“Anche su questo orientamento generale, non posso non convenire, essendo sempre stato del parere che ciò che rende la liturgia bella non è tanto questo o quel rito, questa o quella rubrica, ma il modo in cui si celebra. Anch’io non vedrei molto bene uno stravolgimento dell’attuale Ordo Missae (che, come ho ripetuto piú volte, trovo equilibrato e ben fatto); ma sono pienamente d’accordo che c’è da recuperare, come dice il Cardinale, «il senso del mistero»”.

Ebbe modo di dire l’allora card. Ratzinger che “la Liturgia della Messa, il rito, non può diventare luogo di sperimentazioni teologiche, dottrinali e liturgiche”. Questa denuncia ci sottolinea, come lei stesso sottolinea, che il concetto stesso di “creatività” (denunciata per altro nel MP di Benedetto XVI) è diventato il passepartout di certa sperimentazione della quale ora non se ne può piú fare a meno se non intervenendo drasticamente (se necessario) per debellarne l’espandersi.

Non si espande piú forse è vero, ma la mentalità è rimasta; e non accennano a diminuire una catechesi e una pastorale volte al diffondersi della creatività liturgica. Se lei prova ad interpellare i Movimenti sulla Riforma di Benedetto XVI si sentirà rispondere: “Non riguarda noi!”. E infatti essi stanno andando avanti come se la questione non li riguardasse; quando invece, in certi casi, essi sono davvero i primi destinatari con le Parrocchie, di questa Riforma.

La mentalità e l’azione diretta della Riforma vanno di pari passo, quello che manca, a mio parere, è il ricorso alla famosa ed evangelica “correzione fraterna” che si ha quasi paura di citare perché nessuno ama oggi sentirsi correggere; sembra quasi una offesa. Nelle nostre Parrocchie (parlo naturalmente della nostra situazione, che conosco direttamente) è vietato quasi parlare di questa Riforma, molti parroci ancora oggi dicono: “Non riguarda noi!”. E di fatti all’umile richiesta, per esempio, di inserire alle due file centrali della Comunione ai fedeli un inginocchiatoio per lasciare la libertà ai fedeli che volessero di usarlo, la risposta è un “NO” categorico, senza appello e ancora con la mentalità errata che dice: “Il Concilio lo ha tolto!”. C’è un muro contro muro fatto da una mentalità cresciuta e formata nell’errore, ma anche testarda a non volersi far correggere.

La risposta da dare ce l’avremo pure, caro padre Giovanni, e sono sicura che la pazienza e la carità nella Verità premiano molto piú della linea dura ed impositiva; ma non sarebbe anche il caso di cominciare a pretendere che certa Verità (maiuscola) non venga piú offuscata con la scusa che nulla va imposto? Perché, se continuiamo cosí, ciò che continuerà a essere imposta nelle Parrocchie è proprio una linea falsa e incoerente».


Penso che Caterina abbia ragione a dire che nella Chiesa odierna ci sia un «muro contro muro». E credo che sia proprio la consapevolezza di questa contrapposizione che spinga il Santo Padre a muoversi con estrema circospezione. Il Papa sa che, intervenendo con maggiore decisione, otterrebbe il contrario di quel che desidera. Anche se i tempi sono cambiati per tutti, non è pensabile di sradicare con qualche provvedimento di autorità una mentalità radicata in larghi settori della Chiesa. Radicata, perché per tanti anni essa è stata diffusa ai massimi livelli: sembrava che certi atteggiamenti fossero gli unici possibili “dopo il Concilio”. Ora invece ci si rende conto che quella mentalità, pur contenendo una parte di verità, era troppo di parte. Benedetto XVI non dice (come alcuni tradizionalisti): ciò che è stato fatto durante e dopo il Concilio è tutto sbagliato; bisogna abolirlo e tornare a prima del Concilio. Quel che Papa Ratzinger dice è semplicemente di trovare un nuovo equilibrio, che reinterpreti le novità conciliari e postconciliari alla luce della tradizione. Un discorso che dovrebbe essere ovvio, ma che non lo è per molti. Molti vedono in esso una sconfessione del Vaticano II e perciò vi si oppongono. Benedetto XVI ne è perfettamente consapevole, e per tale motivo si muove con grande prudenza.

Sarà, questo atteggiamento, quello vincente? Oppure è necessario, come sembra suggerire Caterina, un intervento piú deciso? Sinceramente, non saprei rispondere. Anch’io, per carattere e per convinzione, sono portato a seguire il metodo Ratzinger, estremamente rispettoso delle persone. Ma, allo stesso tempo, nutro qualche dubbio sulla sua efficacia; per cui non vedrei male una maggiore decisione. Come potete vedere, mi trovo diviso. E per questo mi rimetto alla prudenza del Santo Padre. Nel suo caso, la prudenza, oltre a essere una virtú umana, è arricchita di una speciale grazia di stato. Lasciamo che sia lui a decidere non solo che cosa è meglio per la Chiesa oggi, ma anche i modi per attuare questa riforma.

domenica 1 novembre 2009

Ognissanti

Quando si è bambini, si ha la massima stima e fiducia di alcune persone (i genitori, gli insegnanti, i sacerdoti, ecc.); a scuola ci educano al culto degli eroi; al catechismo ci propongono l’esempio dei santi. Anche se sappiamo che nel mondo ci sono alcuni “cattivi” (da cui dobbiamo guardarci attentamente), siamo convinti che la maggior parte dell’umanità sia “buona”. Poi, col passare degli anni, a poco a poco, incominciamo ad aprire gli occhi e ad accorgerci che la realtà è un tantino diversa da come ci era stata dipinta: scopriamo che i genitori non sono cosí perfetti come ce l’immaginavamo; gli insegnanti cosí sapienti come avevamo creduto; i sacerdoti cosí santi come ci erano apparsi. Studiando piú seriamente la storia, veniamo a sapere che quelli che ci erano stati presentati come eroi non erano poi tali. L’unica categoria che tiene sembrerebbe quella dei santi. OK, gli uomini sono quello che sono, però ci sono stati almeno alcuni che sono stati capaci di vivere a pieno la loro umanità. Leggendo le vite dei santi, restiamo affascinati dal loro esempio e nasce in noi il desiderio di imitarli: Si ille et iste, cur non ego?

Gli anni continuano a passare e ci accorgiamo che non è poi cosí facile riprodurre in noi l’esempio dei santi. Quello che era stato un motivo di entusiasmo e di fervore, diventa un motivo di frustrazione. A poco a poco incomincia a insinuarsi un dubbio: ma sarà poi vero che i santi hanno fatto quel che ne scrivono gli agiografi? Divenuti sempre piú scettici e vittime dello spirito ipercritico, incominciamo a sospettare che si tratti esclusivamente di un genere letterario. E cosí, sotto la spinta di nuove scoperte e rivelazioni, anche l’immagine dei santi comincia a ridimensionarsi. Giusto un esempio: Madre Teresa, che avevamo sempre immaginato completamente assorta in Dio, per anni visse nella piú assoluta oscurità e aridità. Ma allora... anche lei era come noi?

Sí, anche lei era come noi. Tutti i santi erano come noi, dei poveri uomini come noi, peccatori come noi. Allora incominciamo a capire che certe cose strane che leggevamo nelle vite dei santi avevano un senso: quando dicevano di essere dei peccatori, non era un modo di dire, né tanto meno una forma di umiltà pelosa; era la pura e semplice verità. Quando leggevamo che si confessavano tutti i giorni, non era perché fossero scrupolosi, ma perché sentivano effettivamente il bisogno della misericordia di Dio. Quando ci parlavano delle loro tentazioni e noi pensavamo che si trattasse di una specie di commedia, in realtà avevano sperimentato le stesse tentazioni che noi quotidianamente sperimentiamo e, lungi dall’averle sempre superate vittoriosamente, spesso forse ci sono caduti come noi quasi immancabilmente ci cadiamo. A quel punto i santi cessano di essere gli eroi a cui guardavamo con ammirazione (e frustrazione) e cominciano a essere nostri fratelli, in tutto simili a noi.

Ma allora dove sta la loro santità? Non sta certo nei loro sforzi, molto probabilmente destinati al fallimento come i nostri; ma nella grazia, che si è servita di loro, nonostante i loro limiti e le loro debolezze (o forse proprio per questo), per compiere meraviglie. L’unico grande merito dei santi è stato quello di aver permesso alla grazia di operare in loro. Quest’oggi, prima che celebrare le virtú e i meriti dei santi, celebriamo la grazia di Dio, che ha saputo trasformare delle povere creature in strumenti della sua potenza.

venerdì 30 ottobre 2009

Prima conferma di "riforma della riforma"

Ieri La Stampa ha riferito dell’intervista rilasciata dal Cardinale Antonio Cañizares Llovera, Prefetto della Congregazione per il Culto divino, rilasciata a Catalunya Cristiana. Mi sembra un’intervista importante, perché conferma in maniera definitiva che il suddetto dicastero vaticano sta effettivamente lavorando alla “riforma della riforma”, di cui da molto tempo si parla, ma finora poco o nulla si è visto. Alcuni mesi fa Andrea Tornielli, solitamente bene informato, aveva rivelato qualcosa a proposito della “Plenaria” della Congregazione, ma c’era stata un’immediata smentita.

Ora, finalmente, Cañizares, pur rimanendo sulle generali, ammette per la prima volta in pubblico che il suo dicastero ha lavorato intensamente e ha stilato delle proposte che il Santo Padre ha approvato e che costituiscono la base del prosieguo dei lavori. Obiettivo che la Congregazione si propone: «Rivitalizzare lo spirito della liturgia in tutto il mondo». Fin qui, non si può che essere d’accordo, in linea di principio, con Sua Eminenza. Il quale però non scende a maggiori particolari, limitandosi a dire: «Questo non significa semplicemente cambiare rubriche o introdurre nuove cose, ma si tratta semplicemente che la liturgia deve essere vissuta e che deve essere al centro della vita della Chiesa». Anche su questo orientamento generale, non posso non convenire, essendo sempre stato del parere che ciò che rende la liturgia bella non è tanto questo o quel rito, questa o quella rubrica, ma il modo in cui si celebra. Anch’io non vedrei molto bene uno stravolgimento dell’attuale Ordo Missae (che, come ho ripetuto piú volte, trovo equilibrato e ben fatto); ma sono pienamente d’accordo che c’è da recuperare, come dice il Cardinale, «il senso del mistero».

Sua Eminenza non va oltre. Né conferma né smentisce le indiscrezioni estive di Tornielli (recupero del latino, comunione in bocca, orientamento versus absidem almeno durante la consacrazione). Per il momento va bene cosí: sapere che si sta effettivamente lavorando per rivitalizzare la liturgia. Per quanto riguarda i ritocchi formali, non c’è nessuna fretta: prudenza vuole che si ponderi bene qualsiasi tipo di intervento.

L’unica perplessità che mi rimane è che questi discorsi, che — ripeto — condivido pienamente, li ho sempre sentiti: non sono affatto una novità. Quante istruzioni in materia liturgica sono state emanate in questi anni per prevenire e reprimere gli abusi? Tanto per ricordare i piú recenti sforzi di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI riguardo all’Eucaristia: enciclica Ecclesia de Eucharistia (17 aprile 2003), istruzione Redemptionis Sacramentum (25 marzo 2004), Anno dell’Eucaristia (ottobre 2004 – ottobre 2005), Sinodo sull’Eucaristia (ottobre 2005), esortazione apostolica post-sinodale Sacramentum caritatis (22 febbraio 2007). Per carità, non si può dire che nulla sia cambiato; certamente non si vedono piú tanti abusi a cui eravamo abituati negli anni immediatamente successivi al Concilio (ricordo una Messa durante la quale la lettura del Vangelo fu sostituita dalla lettura del giornale...); eppure si ha l’impressione che tutti questi sforzi non abbiano partorito i risultati sperati. Sarà, questa, la volta buona? Speriamo; ma, se devo essere sincero, nutro qualche dubbio. Sono sempre stato del parere che, se solo lo si fosse voluto, si sarebbe potuto celebrare decorosamente col Messale che attualmente abbiamo in mano: era sufficiente attuare alla lettera le rubriche in esso contenute. Il problema era — ed è — la mentalità: se rimane l’idea che la Messa la invento io sacerdote con la mia creatività e fantasia pastorale, non ci sarà mai rubrica che tenga. Il problema è: come cambiare la mentalità di buona parte del clero, che è stato formato a questo senso di creatività senza limiti? Per il momento, non ho una risposta da dare.

giovedì 29 ottobre 2009

Ecumenismo ideologico

Giorni fa Antonio Socci scriveva di Eugenio Scalfari che «ha un incedere ieratico e ... sembra portare in processione la sua preziosissima cervice, come fosse un ostensorio» (Libero, 25 ottobre 2009). Qualcosa di simile potrebbe dirsi di Hans Küng, che continua a esporre alla pubblica adorazione le sue monotone lamentazioni, questa volta contro la “pirateria” romana in acque anglicane (Repubblica, 28 ottobre 2009).

Non voglio controbattere punto per punto a Küng: sarebbe tempo perso. Vorrei piuttosto soffermarmi su un atteggiamento abbastanza comune fra questi progressisti, che non riescono a rassegnarsi alla “restaurazione” in corso — secondo loro — nella Chiesa cattolica. Ho l’impressione che la lettura dell’ultimo articolo del teologo tedesco sia rivelatrice delle vere motivazioni del loro atteggiamento.

Si tratta della delusione e della rabbia per essere stati, a un certo punto, messi da parte, dopo che, per molto tempo, era stato dato loro ampio spazio e avevano avuto modo di fare e disfare secondo le loro personali visioni. Avete notato che cosa dice Küng nel suo articolo, a proposito del dialogo ecumenico con gli anglicani? Si era cominciato bene con i «documenti realmente ecumenici» dell’ARCIC, non «mirati alla pirateria, bensí alla riconciliazione». Ma che ne è stato di tali documenti? Scomparvero «il piú rapidamente possibile nelle segrete del Vaticano. “Chiudere nel cassetto”, si dice. “Troppa teologia küngiana”» (attinta, a quanto pare, al volume La Chiesa, dove — a detta del teologo di Tubinga — si trovava la soluzione alla questione ecumenica: dall’impero romano al Commonwealth cattolico!).

Ecco il problema reale: la stizza per essere stati messi da parte nella definizione delle strategie da seguire nella Chiesa. Si è mai chiesto Küng il motivo di tale accantonamento? Certo, per lui la risposta è molto facile: si tratta esclusivamente di una questione di potere. Non sarò io a escludere l’esistenza di lotte di potere all’interno della Chiesa cattolica (e della Curia romana in particolare); dico solo che non si può ridurre tutto esclusivamente a tale dimensione. Sarebbe una lettura ideologica della realtà. Ed è proprio tale lettura ideologica che impedisce a Küng — e a tanti altri con lui — di vedere la realtà per quel che essa veramente è.

Non si è mai chiesto Küng che, forse, il problema stava nelle soluzioni da lui proposte? Non può certo accusare la Chiesa di non avergli dato spazio, di non avergli permesso di diffondere le sue idee e di influire sui documenti del Concilio e sulla teologia postconciliare. Ma evidentemente, a un certo punto, la Chiesa si è accorta che si trattava di pura ideologia, che anziché rinnovare la Chiesa, avrebbe portato alla sua veloce scomparsa. Gli anni hanno dimostrato che, effettivamente, certe posizioni non portavano da nessuna parte: in quei paesi dove la “teologia küngiana” ha avuto maggiore influsso, la Chiesa è ridotta al lumicino. Ma Küng non si rassegna: il problema è Roma. Se i cattolici tedeschi continuano a diminuire, la colpa è di Roma, che si intestardisce a non voler seguire le soluzioni da lui proposte. Non c’è peggior cieco di chi ha gli occhi bendati dall’ideologia.

Non c’è nulla di scandaloso nel proporre, a volte, delle soluzioni inadeguate: Errare humanun est. Ciò che importa è che a un certo punto, quando ci si rende conto dell’inadeguatezza di quelle soluzioni, si aggiusti il tiro. È esattamente quanto sta facendo la Chiesa, dopo il Concilio Vaticano II. Il realismo e la prudenza chiedono che ci si adatti alle situazioni. Per l’ideologo è vero il contrario: è la realtà che deve adattarsi ai suoi schemi mentali.

Per tornare al problema ecumenico, OK: si era partiti con i “documenti realmente ecumenici” dell’ARCIC. A che cosa hanno portato? Hanno portato alla riconciliazione nella Chiesa? No, hanno portato piuttosto al sacerdozio femminile, all’episcopato agli omosessuali praticanti e alla benedizione di coppie dello stesso sesso. Questi fatti — non idee astratte! — non dicono nulla a Küng: per lui rimangono tuttora validi i “documenti realmente ecumenici” dell’ARCIC. La Chiesa, che invece non è indifferente di fronte ai fatti concreti, si adatta alle nuove situazioni e cambia strategia: visto che quei documenti non hanno portato a nulla, vediamo di raggiungere l’unità (magari non con tutti, ma solo con alcuni) percorrendo una strada diversa. No, questo non è ecumenismo, ma “pirateria”: anziché il “Commonwealth cattolico”, «Papa Benedetto vuole assolutamente restaurare l’impero romano».

Ancora una volta, ciò che interessa non è l’effettiva unità della Chiesa (che, a quanto pare, ora con questo Papa “medievale” sembra piú vicina), ma un ipotetico e del tutto astratto “ecumenismo”, che si nutre di sé stesso in una sorta di narcisistico compiacimento ed è totalmente indifferente ai reali risultati a cui conduce.

mercoledì 28 ottobre 2009

A tu per tu, sommessamente

Nel loro ultimo post, gli amici di Messainlatino.it avanzano “Due richieste al Santo Padre”. Naturalmente ciascuno è libero di chiedere ciò che vuole al Papa o a chicchessia; però vorrei, in tutta cordialità, dire due paroline sottovoce alla Redazione del blog e ai suoi numerosi lettori.

Sulla prima richiesta, nulla da eccepire: non vedrei assolutamente male che la domenica pomeriggio si possa celebrare una santa Messa in rito straordinario nella basilica di Santa Maria Maggiore, magari nella cappella del Santissimo Sacramento (dove è sepolto San Pio V: sarebbe anche un modo per venerarne la memoria).

Quel che mi fa qualche problema è la seconda richiesta. Ho notato con piacere i toni piú sfumati usati dalla Redazione rispetto a quelli usati spesso dai lettori in alcuni commenti. In questo caso si chiede “una celebrazione pubblica, o almeno assistenza da parte del Papa alla liturgia straordinaria”. Prendo atto con soddisfazione che la Redazione di Messainlatino.it si rende conto che non si può chiedere al Santo Padre: “Ma allora, quando si decide il Papa a celebrare la Messa tradizionale?”. Personalmente però ritengo che, anche in questa forma piú sfumata, la richiesta sia ugualmente un tantino sopra le righe. Perché?

Riconosco che un po’ tutti (io mi metto come primo della lista) abbiamo la tentazione di tirare il Papa dalla nostra parte. Ma si tratta, appunto, di una tentazione; e come tale dobbiamo riconoscerla e dobbiamo resistervi. Cerchiamo di capire: il Papa è, come si diceva una volta, il “padre comune”, il padre di tutti nella Chiesa; non è il leader di questa o quella corrente ecclesiale, di questo o quel movimento, gruppo o associazione. Proprio perché padre di tutti, è legittimo rivolgersi a lui con fiducia. Ma, allo stesso tempo, bisogna stare attenti a non metterlo in difficoltà.

Sappiamo benissimo quanti problemi debba affrontare ogni giorno per le sue prese di posizione, non sempre accettate da tutti. Fortunatamente, non si scoraggia e va avanti per la sua strada, con mitezza e decisione. Lasciamo però che sia lui a decidere che cosa sia meglio fare nelle diverse situazioni; non pressiamolo con le nostre rivendicazioni; non teniamogli il fiato sul collo; non tiriamolo per la tonaca dove noi vorremmo che andasse. A tirarlo troppo dalla propria parte, si rischia di rendere al Papa un pessimo servizio.

Agli amanti della “Messa di sempre” chiedo: che cosa non ha fatto Benedetto XVI, che poteva fare? Piú che pubblicare il motu proprio Summorum Pontificum; piú che istituire nella sua diocesi una parrocchia personale per i fedeli legati alla tradizione; piú che permettere a cardinali e prelati di Curia di celebrare nel rito straordinario; che altro dovrebbe fare? Già queste decisioni gli hanno attirato un sacco di critiche. Per fortuna, lui se ne infischia (anche se sappiamo che non è ad esse affatto indifferente). Ma ve lo immaginate il putiferio che succederebbe se il Papa celebrasse secondo il rito tridentino?

Dopo tutto, non bisogna dimenticare che il rito tradizionale è, nell’attuale situazione liturgica della Chiesa, solo la “forma straordinaria” del rito romano, rimanendo “forma ordinaria” il Messale di Paolo VI. Mi sembra una cosa ovvia che il Papa celebri la Messa secondo la sua “forma ordinaria”. Con questo non voglio porre alcun limite alle decisioni papali: non ci sarebbe nulla di scandaloso se celebrasse qualche volta anche secondo la “forma straordinaria”; ma questo deve dipendere esclusivamente dalla sua volontà. Non mi sembra rispettoso esigerlo da lui quasi che fosse un dovere.

Un ultimo avviso fraterno: perché voler vedere a tutti i costi, e dappertutto, malafede? Che ci siano resistenze da parte di vescovi, preti e laici, non ci piove. Ma qualche volta ho l’impressione che si scambi per “resistenze” ciò che fa parte dell’ordinaria amministrazione. Un esempio? I cosiddetti “buttafuori” al pontificale celebrato da Mons. Burke in San Pietro. Beh, scambiare gli uscieri della basilica vaticana con dei “buttafuori” che impediscono l’ingresso alla Messa tradizionale, significa non essere mai entrati in San Pietro e non aver mai fatto una visita alla cappella del Santissimo. Quei “buttafuori”, di fronte a quella cappella, ci stanno ogni giorno, e sono lí non per impedire ai fedeli di pregare, ma per difenderli dalle orde dei turisti, a tutto interessati fuorché alla preghiera. Anziché lamentarci, dovremmo essere loro grati per il servizio che prestano.

martedì 27 ottobre 2009

Ecumenismo ed ecumenismo #2

Ricevo da David la seguente, come al solito interessante, testimonianza:


«Ho letto con grande interesse i tuoi articoli sull’ecumenismo, seguendo con attenzione il modo, molto realistico e insieme rispettoso, con cui Benedetto XVI e il cardinale Levada hanno gestito il caso degli anglicani dell’High Church che sono tornati nella Chiesa universale. Le due storie trovano un elemento unificante in questa vicenda che mi appresto a raccontarti e che credo abbia molto da insegnare ai “professionisti dell’ecumenismo”.

Lucrezia Tudor è una signora, oggi di 77 anni, che vive a Pesceana, nella Transilvania. Madre di Mariano, 38 anni, pittore di icone affermato, e di Victor, 43 anni, un sacerdote ortodosso. La storia ha inizio nel dicembre 2002, quando alla donna viene diagnosticato un cancro al polmone che ha già disseminato tutto l’organismo di metastasi. La diagnosi medica è seguita da una raccomandazione amichevole e rassegnata: “Torni dai suoi figli e cerchi di vivere serenamente gli ultimi mesi di vita”. Padre, solo chi ha o ha avuto un malato di cancro in fase avanzata in casa sa che questa malattia, lungi dall’essere incurabile in fase primitiva, quando progredisce è imprevedibile e se si diffonde parecchio lascia davvero poche speranze di vita. Lucrezia non si perde d’animo e raggiunge Mariano a Roma, dove lui vive facendo il pittore e il restauratore. A Roma si sottopone a nuovi controlli che, purtroppo, confermano la diagnosi dei medici romeni. La donna, intanto, si imbatte in una statua di Padre Pio in una chiesetta di Guidonia, in cui il figlio sta lavorando al restauro di alcuni mosaici, e passa intere ore seduta davanti a quel frate con le stigmate: immagino che abbia chiesto di lui. Pare di vedere la Samaritana che parla col Signore senza averlo mai conosciuto... Non so che cosa gli abbia detto, ma fatto sta che al ritorno in Romania le sue condizioni cominciano a migliorare, tanto che viene sottoposta a nuovi controlli, dai quali risulta la guarigione. Completa. Non era stato forse Padre Pio a dire che dopo morto avrebbe fatto “ancora piú danno”? Il miracolo è solo l’inizio, non la fine della storia! Lasciamo parlare Victor: “I medici sono rimasti stupiti davanti alla sua guarigione e poco a poco si è manifestato un grande entusiasmo fra la mia gente: siamo stati testimoni di altri miracoli, di altre donne malate e guarite all’improvviso”. E ancora: “Siamo rimasti stupiti per primi... Mia madre pur essendo ortodossa, si è affidata molto a Padre Pio: quel che mi ha colpito è stata la sua fiducia. Fatico ancora a raccontare la sua storia, eppure mi rendo conto che è un incoraggiamento a sperare sempre”.

Passano gli anni e la goccia scava la roccia: se, secondo il Signore, è piú facile guarire il corpo che perdonare i peccati, allora veramente la riunificazione delle Chiese può essere solo opera sua, non della diplomazia... Infatti, nel giro di pochi anni l’intera comunità — e non solo! — chiede di passare nella Chiesa cattolica. Non oso dire che si convertono, perché le due Chiese, cattolica e ortodossa, sono perfettamente innestate nella successione apostolica. In ogni modo, la situazione non è semplice: Roma è forse piú imbarazzata di Bucarest, dato che si tratta non di singole persone, ma di un’intera comunità col sacerdote, padre Victor. Non sono nemmeno come gli anglicani, dei cristiani di fatto staccati dalla successione, che chiedono di tornare nell’Unico Ovile. Né vivono in paesi multiconfessionali, come Stati Uniti e Australia: sono innestati nel cuore della ortodossa Romania. Fatto sta che per quasi cinque anni il caso non diventa di dominio pubblico sulla stampa. Per fortuna, esiste il rito greco-cattolico e ci sono le strutture giuridiche in cui inserire questi nuovi fratelli. Ma quante esitazioni! La comunità locale, non si perde d’animo e comincia addirittura a costruire un santuario per il santo con le stigmate, inaugurato un anno fa.

Caro Padre, che cosa vuol significare questa storia? Quando si ha modo di intrattenersi con gli ortodossi dell’Est europeo si ha l’impressione che la territorialità sia spesso una scusa per coprire la mancanza di apostolato e una fede che la grandissima parte dei fedeli sperimentano solo a Pasqua. Confessione e comunione frequenti, assiduità alla messa domenicale, adorazione eucaristica, preghiera comunitaria, gruppi di preghiera, apostolato dei fedeli laici ecc. non esistono e non potrebbero esistere dove l’Ortodossia è maggioritaria: i fratelli dell’Est sono come eravamo noi mille anni fa, loro non hanno conosciuto Gregorio VII e San Pier Damiani, San Domenico e San Francesco (venerano comunque il santo umbro e gli dipingono icone!), Sant’Ignazio e Don Bosco, la Riforma e la Controriforma, l’Illuminismo e il Positivismo... Questa immobilità esalta la solennità dei riti e la grandezza della vita monastica, ma pare sempre piú inadatta a affrontare le sfide sociali e culturali del nostro tempo... Le prime dichiarazioni di Cirillo sulla necessità di affrontare il presente e il futuro dialogando con la Chiesa cattolica, invece che scontrandocisi, paiono confermare che la dura politica di Alessio II verso il papa polacco non era solo dettata dalla rivalità tutta slava fra Mosca e Varsavia, anche perché il patriarca di Mosca era di origini tedesche, non slavo; era piuttosto segno di debolezza, per l’incapacità dell’Ortodossia di reggere il confronto diretto con la Chiesa di Roma. Potrei raccontarti tante storie di sacerdoti ortodossi che vivono grazie agli aiuti della Catholica nello sterminato territorio dell’ex URSS, sulle preghiere negate da monaci ortodossi ai malati che non possono pagare il “servizio”, sull’odio verso gli uniati o delle accuse di “comprare” conversioni al cattolicesimo... Tutto conferma che l’Ortodossia è in una fase di debolezza e che appoggiarsi alle autorità statali serve solo come stampella... Se l’incontro a Minsk fra Benedetto e Cirillo ci sarà, non sarà per quarant’anni di sforzi ecumenici, ma perché a Est non si può fare a meno di cercare accordi diplomatici con Roma grazie ai quali arrestare la Cattolicità greca e romana alle porte di Mosca.

Sarà anche per questo che Padre Pio “fa danno” in mezzo alla seconda comunità ortodossa del mondo, quella romena, per indicarci che la soluzione è nella diffusione del Cattolicesimo di rito bizantino e che nelle trattative non si deve perdere di vista che noi siamo dalla parte del vero e del giusto?».


Non posso né confermare né contraddire le affermazioni di David, perché non ho alcuna esperienza diretta del mondo ortodosso; ma mi fa piacere sentire quel che lui dice, perché conferma l’impressione che ne avevo avuto da altre testimonianze. Non ho alcuna difficoltà ad ammettere che il rigido atteggiamento dell’Ortodossia nei confronti della Chiesa cattolica non sia altro che un segno di debolezza. Io ho sempre interpretato in questo modo anche l’intolleranza praticata verso i cristiani dai fondamentalisti islamici o indú. In questi anni che ho vissuto lontano dall’Italia mi sono reso conto che la Chiesa cattolica, per quanto noi ci lamentiamo (qualche volta, ma non sempre, a ragione), ha una vitalità che non si ritrova in alcun’altra confessione religiosa.

Questa vitalità, gli ortodossi la chiamano “proselitismo”; e sperano in tal modo di esorcizzarla. Probabilmente, anziché preoccuparsi di rendere inoffensivo il cattolicesimo, farebbero meglio a unire le forze nell’unica battaglia contro la secolarizzazione dilagante.

Ciò significa che “noi siamo dalla parte del vero e del giusto?”, come chiede David? Mah, certo, che la Chiesa cattolica sia l’unica vera Chiesa, è un dato di fatto. Ma ciò non significa che gli ortodossi non siano “cattolici” (anche loro professano nel Credo la “Chiesa una santa cattolica e apostolica”). L’unico problema esistente nel loro caso è che non vivono nella piena comunione col Romano Pontefice e quindi con la Chiesa universale. Il che non è poco; ma non è neanche quell’abisso che ci separa dalle comunità protestanti e ora, dopo l’introduzione del sacerdozio alle donne, dalla Chiesa anglicana.

Si deve parlare di “conversione” nel caso degli ortodossi? Direi proprio di no. Anche nel passato si preferiva usare l’espressione: “ritorno all’unità cattolica”. Oggi diremmo meglio: “ristabilimento della piena comunione”. Giacché di questo si tratta: di vivere in comunione. Gli ortodossi non devono cambiare nulla nella loro fede; non devono cambiare nulla neppure nelle loro tradizioni; devono solo accettare il primato del Romano Pontefice. A quanto pare, nel recente incontro di Cipro, tutti hanno convenuto che non si tratta solo di un primato onorifico, ma di qualcos’altro. Che cosa? Beh, noi cattolici abbiamo pronta la risposta (“primato di giurisdizione”), ma forse dovremmo fare un piccolo sforzo per interpretare correttamente tale affermazione, presentarla in maniera che possa essere accettata da tutti e, soprattutto, esercitare tale primato in maniera che esso si concili con la tradizione sinodale delle Chiese orientali e con le necessità dei tempi. Quindi, noi cattolici non possiamo solo stare a guardare e aspettare che gli ortodossi ritornino a noi; ma dobbiamo fare da entrambe le parti uno sforzo per venirci incontro reciprocamente. Per questo, sono convinto che i colloqui in corso non siano del tutto inutili.

Ma sono altrettanto convinto che, da soli, tali colloqui non sono sufficienti. L’unità è dono di Dio. E Dio si serve dei suoi strumenti per realizzarla: per esempio, la Madonna (il conte russo, divenuto cattolico e sacerdote barnabita, Agostino Šuvalov e il suo confratello Cesare Tondini de’ Quarenghi erano convinti che il “ritorno” della Chiesa russa sarebbe stato opera della Vergine: c’è una profezia secondo cui un giorno, sulla Piazza Rossa, verrà innalzata la statua dell’Immacolata) o... Padre Pio. Quanto racconta David è la riprova che il rinnovamento della Chiesa non è il risultato di una umana pianificazione, ma frutto imprevedibile della grazia.

domenica 25 ottobre 2009

XXX domenica "per annum"

Quanti ciechi furono guariti da Gesú? Quanti malati furono risanati? Quanti indemoniati furono liberati? Eppure è solo nel caso di Bartimeo che la persona risanata si mette a seguire Gesú. È vero che anche l’indemoniato geraseno avrebbe voluto farlo (Mc 5:18-19), ma Gesú non glielo aveva permesso. In questo caso, invece, non sembra che Gesú si opponga alla decisione di Bartimeo.

Bartimeo aveva chiesto a Gesú di riavere la vista: «Rabbuní, che io veda di nuovo» (ciò significa che non era nato cieco, ma lo era diventato successivamente). Un desidero piú che comprensibile. Ci aspetteremmo che, dopo essere guarito, egli corra a fare tutte quelle cose che fino ad allora è stato impossibilitato a fare. E invece, che fa? «E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada»: va dietro a Gesú, che si stava recando a Gerusalemme, incontro alla sua passione.

Quando era cieco, Bartimeo «sedeva lungo la strada a mendicare»; ora che può camminare, segue Gesú. Eh sí, per seguire Gesú occorre camminare; e per camminare bisogna vederci. Un cieco non può seguire Gesú; può solo sedere lungo la strada e mendicare. Questo vale per tutti. Anche noi, se vogliamo seguire Gesú dobbiamo essere risanati dalla nostra cecità: i nostri occhi devono aprirsi, per poter vedere Gesú e per vedere la strada su cui seguirlo.

sabato 24 ottobre 2009

Patriarca dell'Occidente?

Leggo nell’articolo di Paolo Rodari per Il Foglio (ripreso dal suo blog Palazzo Apostolico) che il Metropolita di Pergamo Giovanni Zizioulas, copresidente assieme al Card. Walter Kasper della Commissione mista cattolico-ortodossa, ha denunciato, nell’incontro attualmente in corso a Cipro, che non solo nel mondo dell’ortodossia, ma anche nella Chiesa cattolica vi sono esponenti imbrigliati in un «eccessivo razionalismo dogmatico, e vogliono che nulla sia cambiato». A detta di Rodari, tali parole si riferirebbero «anche a quella decisione di Roma poco digerita in Oriente, almeno dalle chiese che si riconoscono nella pentarchia: l’annullamento del titolo di patriarca d’occidente per il Papa».

Forse nessuno se n’era accorto da noi, ma questo fu uno dei primi atti del pontificato di Benedetto XVI: una decisione presa senza alcun documento ufficiale, che si presentò come un fatto compiuto quando fu pubblicato l’Annuario pontificio del 2006. Fino all’anno precedente, fra i diversi titoli del Papa (Vescovo di Roma, Metropolita della Provincia Romana, Primate d’Italia, ecc.), figurava quello di “Patriarca dell’Occidente”. Nella prima edizione dell’Annuario pubblicata dopo l’elezione di Papa Ratzinger quel titolo era scomparso. La decisione fu giustificata con ragioni di tipo ecumenico.

Quando lessi tale spiegazione, sobbalzai sulla sedia, perché secondo me l’abolizione di quel titolo poteva essere motivata in qualsiasi modo, fuorché con ragioni di tipo ecumenico. Se c’è un titolo che gli ortodossi hanno sempre riconosciuto al Vescovo di Roma è appunto quello di Patriarca dell’Occidente, perché, come giustamente ricorda Rodari, tale titolo mette il Papa sullo stesso livello degli altri Patriarchi della Pentarchia (le cinque sedi patriarcali del primo secolo: Roma, Costantinopoli, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme). Ma nessun dibattito seguí a quella incomprensibile decisione: sembrava la cosa piú ovvia liberarsi di quell’anticaglia del passato. Che senso poteva avere ai nostri giorni chiamare il Papa “Patriarca dell’Occidente”?

Ecco che invece ora i nodi vengono al pettine: quella decisione, a quanto pare, gli ortodossi non l’hanno mai digerita. Ci voleva tanto a capirlo? Proprio ieri dicevamo che al giorno d’oggi, quando si deve prendere una qualsiasi decisione all’interno della Chiesa (non solo della Chiesa cattolica, ma di ogni confessione cristiana), si dovrebbe sempre tener conto anche dei risvolti ecumenici di quella decisione. Come in questo caso: che fastidio dava conservare, fra gli innumerevoli titoli del Vescovo di Roma, quel titolo che per secoli era stato tramandato, forse senza neppure rendersi sempre perfettamente conto del suo esatto significato?

Un altro motivo portato per giustificare la soppressione di quel titolo fu che, ai nostri giorni, il termine “Occidente” ha cambiato significato. A tale obiezione, con terminologia scolastica, risponderei: “Concedo”. Oggigiorno “Occidente” ha assunto un significato culturale-politico diverso da quello che poteva avere in passato. Ma non mi sembra questo un motivo sufficiente per abolire il titolo stesso. Prima dell’abolizione, ci può essere un’altra soluzione: la modifica. Non va piú bene “Patriarca dell’Occidente”? OK; che ne direste invece di “Patriarca della Chiesa latina”? Tale espressione, secondo me, esprime lo stesso concetto, ma evitando gli inconvenienti che il titolo tradizionale potrebbe comportare. Se si fosse proceduto a tale modifica, non credo che gli ortodossi avrebbero avuto nulla da ridire, perché per loro il Vescovo di Roma è esattamente questo, il Patriarca della Chiesa latina.

A parte la teoria della Pentarchia (che effettivamente oggi potrebbe apparire un tantino anacronistica), a parte le preoccupazioni di carattere ecumenico, anche se consideriamo la cosa solo da un punto di vista interno alla Chiesa cattolica, secondo il Codice dei canoni delle Chiese orientali (che riconosce l’esistenza di “Chiese sui juris”, perlopiú patriarcali), il Vescovo di Roma, prima ancora di essere “Pastore supremo della Chiesa universale”, è Patriarca della sua “Chiesa sui juris”, vale a dire della Chiesa latina. Ciò non toglie nulla al suo primato universale, ma mette in luce una delle sue molteplici prerogative.

Se abbiamo veramente a cuore l’unità della Chiesa non possiamo ignorare la tradizione. Molto giustamente Sandro Magister alcuni giorni fa faceva notare, sul sito www.chiesa, che «oggi piú che mai, con Joseph Ratzinger papa, il cammino ecumenico appare non una rincorsa alla modernità, ma un ritrovarsi sul terreno della tradizione». Questo è l’unico terreno su cui è possibile ricostruire l’unità. L’«eccessivo razionalismo dogmatico», per dirla col Metropolita di Pergamo, non giova affatto alla causa ecumenica.

venerdì 23 ottobre 2009

Ecumenismo e "uniatismo"

Un lettore mi fa notare che, nell’editoriale di Avvenire del 21 ottobre, Salvatore Mazza ha scritto: «Certo, per la Chiesa cattolica sarebbe stato facile ricorrere a soluzioni piú semplici, come una qualche forma di “uniatismo”». E mi chiede: «Ma che significa? Non le sembra offensivo per i nostri fratelli Cattolici Orientali? Ma che cos’è questo disprezzo per l’uniatismo?».

Anch’io mi chiedo che cosa intendesse Mazza con la sua affermazione, che non mi pare per nulla chiara. Non mi sembra però di ravvisare nelle sue parole alcunché di offensivo nei confronti dei nostri fratelli orientali. Anche se — va riconosciuto — oggi è diventato abbastanza di moda guardare con un certo disprezzo a tale forma di ecumenismo “d’altri tempi”.

Sappiamo che gli ortodossi hanno sempre rifiutato categoricamente il fenomeno uniate, e lo considerano come uno degli ostacoli sul cammino ecumenico. E non c’è da meravigliarsi: nella loro concezione ecclesiologica, è impensabile che sullo stesso territorio ci possano essere piú giurisdizioni. L’Oriente è “territorio canonico” della Chiesa ortodossa; non possono esistere, in quelle regioni, altre Chiese, siano esse di rito latino o anche orientale; un cristiano nell’Est non può che essere ortodosso. Anche se poi, abbastanza incomprensibilmente, loro stessi hanno in Occidente i loro Vescovi che assistono pastoralmente i fedeli ortodossi. Chiedo: l’Occidente non dovrebbe essere “territorio canonico” della Chiesa latina?

L’uniatismo è stato il modo in cui la Chiesa cattolica “ha fatto ecumenismo” nel passato, fino al Concilio. Questo è importante ricordarlo, perché talvolta sembra che la preoccupazione per l’unità dei cristiani sia nata col Vaticano II. Non è affatto vero: la Chiesa ha sempre sentito vivo l’anelito verso l’unità; solo, lo ha perseguito con modalità diverse da quelle odierne. Anziché avere colloqui ecumenici con le altre confessioni (allora semplicemente impensabili), la Chiesa cattolica ristabiliva la piena comunione con alcuni gruppi di cristiani appartenenti a quelle confessioni: in alcuni casi (in Oriente), conservando gli elementi caratteristici della loro tradizione; in altri casi (in Occidente), ristabilendo una gerarchia parallela di rito romano (nei paesi protestanti); in alcuni casi (come in Inghilterra), facendo attenzione a non dare alle sedi vescovili lo stesso nome di quelle anglicane: il Vescovo cattolico di Londra, per esempio, non si chiama in questo modo, ma “Arcivescovo di Westminster” (che è il nome di un quartiere di Londra).

Che giudizio esprimere oggi sul fenomeno uniate? Personalmente, ritengo che le Chiese sui juris (questo è il loro nome tecnico, secondo il Codice dei canoni delle Chiese orientali) svolgano un ruolo importantissimo: esse dimostrano che l’unità (un unità — si badi bene — che non è sinonimo di uniformità e appiattimento) è possibile. È possibile conservare le proprie tradizioni e, allo stesso tempo, vivere in piena comunione con il Romano Pontefice. Ma non penso che questo sia solo il mio pensiero. Perché lo stesso Concilio, al di là delle sue semplicistiche interpretazioni posteriori, ha valorizzato moltissimo le Chiese orientali. Tanto è vero che soltanto negli anni recenti, per la prima volta nella storia della Chiesa, è stato promulgato un Codice di diritto canonico esclusivamente per loro.

Tali Chiese cattoliche orientali sono d’intralcio al cammino ecumenico? Non lo credo proprio. Se ci sono dei cattolici che si sentono profondamente solidali con i loro fratelli non-cattolici appartenenti allo stesso rito, questi sono proprio i cattolici orientali. Che poi ci possano essere delle beghe a livello locale, riguardanti magari le proprietà, è vero; ma queste cose esistono da che mondo è mondo anche fra i cattolici o fra gli stessi ortodossi.

Il problema vero è capire che cosa si intenda per ecumenismo. Se ecumenismo significa incontrarsi semplicemente per discutere e pregare insieme, e poi ciascuno continua ad andare per la propria strada, mi chiedo a che cosa serva tale ecumenismo. Faccio un esempio, tratto proprio dal caso anglicano: non avrebbero dovuto gli anglicani, prima di introdurre certe novità, come il sacerdozio e l’episcopato alle donne, interrogarsi sulle conseguenze “ecumeniche” che tali decisioni avrebbero avuto? No, sono andati per la loro strada, infischiandosene non solo delle reazioni all’interno della loro Chiesa, ma anche della tradizione seguita da cattolici e ortodossi. Tanto per far notare la differenza di stile, vi siete accorti di come la Chiesa cattolica in questa ultima vicenda sia stata attenta alle motivazioni ecumeniche? Teoricamente, essa avrebbe potuto permettere che i Vescovi anglicani sposati, rientrando nella Chiesa cattolica, potessero essere ordinati Vescovi rimanendo sposati. No, per ragioni di carattere ecumenico e storico non lo ha permesso. Questo si chiama ecumenismo; non l’ecumenismo alla “tarallucci e vino”.

Per tornare all’affermazione di Mazza, dicevo che non mi è per nulla chiara. Che significa dire che la Chiesa avrebbe potuto scegliere soluzioni piú semplici “come una qualche forma di uniatismo”? A me sembra — posso sbagliarmi — che la decisione papale di istituire “ordinariati personali” per gli anglicani che chiedono di rientrare nella piena comunione con Roma sia esattamente “una qualche forma di uniatismo”. Ed è per questo che essa è stata digerita con difficoltà, a quanto pare, sia dagli anglicani (nonostante la dichiarazione congiunta di Londra), sia dall’episcopato cattolico britannico, sia soprattutto dal Pontificio Consiglio per l’Unità dei Cristiani (assente alla conferenza stampa dell’altro giorno in Vaticano).

Leggo ora con immenso piacere, sul blog di Sandro Magister Settimo cielo, che John Henry Newman «aveva studiato un piano per creare una sorta di Chiesa anglicana “uniate”, simile a quelle di rito orientale unite a Roma. Il piano aveva l’appoggio del cardinale Manning, all’epoca arcivescovo di Westminster». Praticamente si tratta della medesima soluzione da me auspicata in questo blog (la costituzione di una Chiesa cattolica sui juris di rito anglicano); una soluzione che però probabilmente è ancora prematura. Prematura perché non esistono ancora Chiese sui juris in Occidente; le uniche esistenti sono quelle orientali. Ma non vedo che cosa possa impedire la costituzione di simili Chiese anche in Occidente. Personalmente ritengo che sia l’unica soluzione del problema ecumenico: dare alle comunità separate la possibilità di rientrare nella piena comunione con Roma, conservando le loro tradizioni. Ma comunque diamo tempo al tempo. Per il momento, vanno benissimo gli “ordinariati personali”.

Personalmente ritengo che la decisione del Papa sia veramente importante (qualcuno l’ha chiamata “storica”), perché segna una svolta nell’ecumenismo. È come se Benedetto XVI, dopo aver preso atto degli scarsi risultati raggiunti in questi anni dall’ecumenismo ufficiale, dicesse: “OK, è ora di cambiare registro”. Non riusciremo forse a ristabilire la piena comunione con la Comunione anglicana nel suo insieme (ma come è possibile questo dopo le scelte che essa ha fatto?); ma almeno possiamo ristabilire la piena comunione con alcuni gruppi anglicani. Mi sembra una posizione ragionevole, perché segna il ritorno a una delle caratteristiche che ha sempre contraddistinto Chiesa cattolica e che negli anni recenti sembrava un tantino offuscata: il realismo. L’ottimo è sempre stato nemico del bene: in questi anni ci siamo illusi che fosse possibile ristabilire l’unità con le Chiese e le comunità non-cattoliche semplicemente sedendoci intorno a un tavolo. Dopo quarant’anni, è giunta l’ora di tirare le somme. Quel che si è fatto finora certamente non è stato inutile: forse il risultato ottenuto oggi non sarebbe stato possibile senza quei colloqui, che hanno dimostrato che le differenze non sono poi cosí grandi. Ma non ci si può dimenticare che, oltre alle questioni dogmatiche, ci sono tanti altri elementi (di carattere storico, politico, emotivo, ecc.) che si frappongono sul cammino verso l’unità. Era necessario rompere gli indugi. Benedetto XVI l’ha fatto. È come se avesse detto: Rinunciamo pure a una ipotetica unità universale, che appare sempre piú astratta e lontana; e accontentiamoci di una unità reale, possibile, con quei gruppi che desiderano e sono nella condizione di vivere in comunione con la Chiesa cattolica. Un risultato parziale, ma sicuro, di fronte a prospettive forse affascinanti, ma sempre piú evanescenti.

mercoledì 21 ottobre 2009

Ecumenismo ed ecumenismo

Ieri il Card. Levada ha annunciato la pubblicazione di una Costituzione apostolica con la quale il Santo Padre regolerà il ritorno di gruppi anglicani alla piena comunione con la Chiesa cattolica, “conservando nel contempo elementi dello specifico patrimonio spirituale e liturgico anglicano”.

Le linee che vengono date non sono nuove: sono quelle che sono state finora seguite per l’accettazione di singoli preti o vescovi. La grande novità sta nello strumento giuridico predisposto per l’accoglienza di intere comunità: l’ordinariato personale. Mi sembra una soluzione intelligente e saggia. La Congregazione per la Dottrina della Fede, a quanto pare, aveva suggerito il ricorso alla prelatura personale, che però, nel caso presente, non sembra adattarsi alla varietà delle situazioni locali. La prelatura personale, per sua natura, è unica: tutti i sacerdoti, in qualsiasi parte del mondo dipenderebbero dal medesimo prelato. Di ordinariati personali, invece, se ne possono costituire quanti se ne vuole, anche uno per ciascun paese (come attualmente avviene nel caso degli ordinariati militari). Ciò sembra rispettare maggiormente la natura di “Chiese locali” che queste comunità portano in qualche modo con sé.

In un mio precedente intervento (2 febbraio 2009), avevo avanzato un’altra proposta, quella della Chiesa sui juris (come avviene nel caso delle Chiese orientali cattoliche); ma capisco che sarebbe, per il momento, una soluzione prematura e un tantino rivoluzionaria. La soluzione degli ordinariati personali è invece di piú facile attuazione e può costituire un primo passo verso l’eventuale costituzione, in futuro, di una vera e propria Chiesa sui juris.

Altre due considerazioni. La prima riguarda il rapporto con la Chiesa anglicana. Ufficialmente, tutto si è svolto in piena intesa con la Chiesa d’Inghilterra. In contemporanea con il briefing vaticano c’è stata a Londra una conferenza stampa dei due primati inglesi: l’Arcivescovo di Westminster Vincent Nichols e l’Arcivescovo di Canterbury Rowan Williams, i quali hanno sottoscritto una dichiarazione comune, nella quale si riconosce la sostanziale convergenza nella fede, nella dottrina e nella spiritualità fra la Chiesa cattolica e la tradizione anglicana. Questo a livello ufficiale. I soliti bene informati sostengono invece che Lambeth Palace si sia fermamente opposto alla decisione papale. È possibile; anzi, comprensibile (guardando la foto di Williams ieri alla conferenza stampa, si direbbe proprio che non fosse cosí soddisfatto). Ma, in questi casi, piú che i sentimenti personali, contano i documenti sottoscritti.

La seconda considerazione riguarda il rapporto fra questa decisione e il dialogo ecumenico svolto finora. Ovviamente, a me il ritorno di intere comunità anglicane alla piena comunione con la Chiesa cattolica sembra uno splendido frutto del cammino ecumenico percorso in questi anni; ma non tutti sono dello stesso parere. La Nota informativa della Congregazione per la Dottrina della Fede afferma in proposito: «Il provvedimento di questa nuova struttura è in linea con l’impegno per il dialogo ecumenico, che continua ad essere una priorità per la Chiesa Cattolica, in particolare attraverso gli sforzi del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani». La Dichiarazione congiunta londinese poi insiste molto su questo punto: «Senza i dialoghi egli ultimi quarant’anni, questo riconoscimento non sarebbe stato possibile, né si sarebbero potute nutrire speranze per una piena visibile unità. In questo senso, la Costituzione apostolica è una conseguenza del dialogo ecumenico fra la Chiesa cattolica e la Comunione anglicana».

Sono pienamente convinto di quanto ribadito ieri a Roma e a Londra. Eppure c’è qualcosa che non torna. Come mai il briefing è stato fatto solo dal Card. Levada e da Mons. Di Noia? Mi sta bene che fossero presenti il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede e il Segretario della Congregazione del Culto Divino, per le loro rispettive competenze; ma possibile che in una circostanza del genere il Pontificio Consiglio per l’Unità dei Cristiani brilli per la sua assenza? Il Card. Kasper, è stato detto, era a Cipro. Non mi sembra una scusa molto convincente.

In un mio precedente post (8 febbraio 2009) facevo notare certe incongruenze. Ancora pochi giorni fa il Card. Kasper escludeva la possibilità di “passaggi di gruppo” al cattolicesimo (vedi qui). Si ha quasi l’impressione che in Vaticano si cammini su due binari diversi. Da una parte un ecumenismo di facciata, fatto soprattutto di bei discorsi, di sorrisi, di strette di mano, di incontri cordiali ma perlopiú inconcludenti; dall’altro un ecumenismo sotterraneo, condotto dall’ex Sant’Uffizio, che, nel silenzio, sembra produrre risultati concreti. Capisco che forse c’è bisogno dell’uno e dell’altro; ma non sarebbe il caso di coordinare un po’ meglio il lavoro, per non dare l’impressione che si perseguano due diversi obiettivi?