sabato 23 aprile 2011

Il “colpo di grazia”

Come divenuto ormai consuetudine, riporto l’articolo pubblicato sull’ultimo numero dell’Eco dei Barnabiti (n. 1/2011, pp. 12-13) per la rubrica “Osservatorio ecclesiale”. L’articolo è stato scritto nel mese di febbraio.


Qualcuno si chiederà se, durante il 2010, il nostro “osservatorio” (che si è occupato successivamente di interpretazione del Concilio, di liturgia, di ecumenismo e di dialogo interreligioso e interculturale) non fosse per caso un po’ distratto: si è soffermato su aspetti certamente importanti della vita ecclesiale, ma sembrerebbe che non si sia neppure accorto della bufera che per diversi mesi ha sconvolto la Chiesa, soprattutto nella parte finale dell’Anno sacerdotale. Mi riferisco allo scandalo della pedofilia, esploso in diversi paesi (Stati Uniti, Irlanda, Germania, Belgio, ecc.), portando all’attenzione dell’opinione pubblica non solo le responsabilità dei sacerdoti direttamente coinvolti, ma anche quelle dei Vescovi e della stessa Santa Sede, che per molti anni li avrebbero “coperti”. Beh, per quanto il nostro “osservatorio” non sia dotato di grandi mezzi di rilevazione, pur tuttavia è fornito di giornali, radio, televisione e internet, che gli permettono di tenersi aggiornato su ciò che i media riferiscono della Chiesa. Se durante il 2010 non abbiamo mai accennato allo scandalo degli abusi, lo abbiamo fatto di proposito; non per far finta di niente, ma perché ci sembrava più opportuno attendere che si calmassero un po’ le acque e si potesse osservare il fenomeno con un certo distacco.

C’è stato un periodo in cui ogni giorno veniva pubblicato dai giornali un nuovo caso di pedofilia. “Nuovo”, si fa per dire: si trattava il più delle volte di casi risalenti a 40-50 anni fa, casi spesso già noti e chiusi dal punto di vista giudiziario, in qualche caso con i diretti responsabili addirittura scomparsi. Era più che evidente che si trattava di una campagna ben orchestrata per mettere in difficoltà la Chiesa. Quello che più ha colpito è che si chiedeva non tanto la condanna dei responsabili (come detto, spesso già condannati e in qualche caso defunti), quanto piuttosto le dimissioni dei Vescovi e dello stesso Papa, accusati di aver coperto i responsabili, di aver occultato i casi, di aver insabbiato le pratiche… Che si trattasse di una congiura risulta dal fatto che gli stessi organi di informazione, che tanto si sono indignati per gli abusi perpetrati dal clero, non sembrano molto interessati a casi simili che vedono coinvolte altre categorie di persone. 

Nella campagna dello scorso anno non ha giocato alcun ruolo il fattore economico, come era invece accaduto in precedenza negli Stati Uniti, dove la denuncia di abusi era divenuta un vero e proprio business (recentemente l’avvocato Donald H. Steier ha condotto un’inchiesta, con la quale si dimostra che circa la metà delle denunce di abusi commessi da sacerdoti negli Stati Uniti era interamente falsa o perlomeno enormemente esagerata). Lo scandalo del 2010 è stato esclusivamente di tipo mediatico: non si è trattato tanto di nuove denunce di tipo legale, finalizzate a ottenere un risarcimento, quanto piuttosto di una campagna stampa tendente a divulgare alcuni vecchi casi, allo scopo di dimostrare le “connivenze” dell’establishment ecclesiale.

Come ha reagito la Chiesa? Beh, diciamo che si è fatta trovare piuttosto impreparata e non ha saputo sempre rispondere in maniera ferma alle accuse spesso strumentali che le venivano rivolte. Sicuramente un certo “senso di colpa” per i reali abusi compiuti dal clero e per una effettiva sottovalutazione del fenomeno le ha impedito di reagire con lucidità agli attacchi. I sociologi parlerebbero di una “crisi di panico”, che ha determinato, almeno a livello mediatico, reazioni talvolta impacciate o un tantino superficiali (come la ripetizione, a mo’ di mantra, di alcuni slogan, quali “trasparenza”, “tolleranza zero”…). Bisogna però riconoscere che i provvedimenti canonici che, dopo qualche tentennamento, sono stati adottati sono stati tutti molto seri e ponderati.

A questo proposito vanno segnalate le nuove Norme sui delitti più gravi, pubblicate nel luglio 2010. Innanzi tutto, bisogna notare che i “delitti più gravi” non sono solo gli abusi sessuali, ma sono tutti quei delitti di cui si occupa la Congregazione per la dottrina della fede (CDF): delitti contro la fede (eresia, apostasia e scisma), i delitti contro la santità dei sacramenti dell’Eucaristia e della Penitenza, il delitto di attentata ordinazione di una donna e i delitti più gravi contro i costumi. Questi ultimi, nelle nuove norme sono due: «1° il delitto contro il sesto comandamento del Decalogo commesso da un chierico con un minore di diciotto anni; (…) 2° l’acquisizione o la detenzione o la divulgazione, a fine di libidine, di immagini pornografiche di minori sotto i quattordici anni da parte di un chierico, in qualunque modo e con qualunque strumento». Per tali delitti è prevista una pena proporzionata alla gravità del crimine, non esclusa la dimissione o la deposizione. La prescrizione per i delitti riservati alla CDF è stata elevata a 20 anni (nel caso degli abusi su minori, essa decorre dal giorno in cui la vittima compie 18 anni). È prevista anche la possibilità di procedere per via amministrativa (decreto extragiudiziale). Viene confermato il segreto pontificio per tutti questi tipi di cause. Già nell’aprile 2010, inoltre, era stata resa nota una Guida alla comprensione delle procedure di base della CDF riguardo alle accuse di abusi sessuali, nella quale, a proposito della dibattutissima questione di un’eventuale denuncia dei colpevoli alla magistratura, si precisa: «Va sempre dato seguito alle disposizioni della legge civile per quanto riguarda il deferimento di crimini alle autorità preposte».

La Chiesa però non ha reagito allo scandalo pedofilia soltanto sul piano giuridico, emanando norme più restrittive, ma anche su un piano spirituale e pastorale. Ed è soprattutto su questo piano che si è mosso il Santo Padre Benedetto XVI (il quale — giova ricordarlo — da Prefetto della CDF si era adoperato per l’avocazione alla Santa Sede di tutte le cause di abuso su minori). In tutti i suoi numerosi interventi il Papa non si è mai messo a polemizzare con i mezzi di comunicazione per le notizie, vere o false, che riportavano; non si è mai difeso dalle ingiuste accuse che gli venivano mosse; non ha mai gridato al complotto; non si è mai lasciato andare ad atteggiamenti di vittimismo; ma ha sempre invitato a cogliere nello scandalo un’occasione di conversione e di rinnovamento spirituale per la Chiesa. Tra tali innumerevoli interventi, ne vanno ricordati in modo particolare due: la lettera ai cattolici d’Irlanda (19 marzo 2010) e il discorso natalizio alla Curia Romana (20 dicembre 2010).

La lettera alla Chiesa irlandese è stata presentata dalla stampa come un invito a denunciare i preti pedofili alla magistratura. In realtà, il Papa, rivolgendosi a Vescovi, ha detto loro: «Continuate a cooperare con le autorità civili nell’ambito di loro competenza» (n. 11) e, rivolgendosi ai sacerdoti responsabili di abusi, li ha ammoniti: «Dovete rispondere di ciò davanti a Dio onnipotente, come pure davanti a tribunali debitamente costituiti» (n. 7). Ma nessuno si è preoccupato di mettere in luce il carattere eminentemente pastorale della lettera. Benedetto XVI propone alla Chiesa irlandese «un cammino di guarigione, di rinnovamento e di riparazione», e la invita a «riconoscere davanti al Signore e davanti agli altri, i gravi peccati [si noti che il Santo Padre parla di “peccati”, non di “reati”] commessi contro ragazzi indifesi» (n. 2). Anche ai sacerdoti e ai religiosi colpevoli propone un cammino di preghiera e di penitenza, invitandoli a non disperare della misericordia di Dio (n. 7). A tutti i fedeli il Pontefice chiede di offrire, per un anno intero, le penitenze del venerdì (digiuno, preghiera, lettura della parola di Dio, opere di misericordia) per «ottenere la grazia della guarigione e del rinnovamento per la Chiesa in Irlanda» (n. 14). Li incoraggia inoltre a riscoprire il sacramento della Riconciliazione e ad attendere all’adorazione eucaristica riparatrice (ib.).

Ma è soprattutto nell’allocuzione natalizia ai prelati della Curia Romana che Benedetto XVI ha dato una lettura tutta spirituale dello scandalo in cui la Chiesa è stata coinvolta durante l’Anno sacerdotale. Lo ha fatto citando una visione di sant’Ildegarda di Bingen, nella quale compare una donna — la Chiesa — col volto cosparso di polvere e il vestito strappato. Il Santo Padre ha così commentato la visione: 

«Nella visione di sant’Ildegarda, il volto della Chiesa è coperto di polvere, ed è così che noi l’abbiamo visto. Il suo vestito è strappato — per la colpa dei sacerdoti. Così come lei l’ha visto ed espresso, l’abbiamo vissuto in quest’anno. Dobbiamo accogliere questa umiliazione come un’esortazione alla verità e una chiamata al rinnovamento. Solo la verità salva. Dobbiamo interrogarci su che cosa possiamo fare per riparare il più possibile l’ingiustizia avvenuta. Dobbiamo chiederci che cosa era sbagliato nel nostro annuncio, nell’intero nostro modo di configurare l’essere cristiano, così che una tale cosa potesse accadere. Dobbiamo trovare una nuova risolutezza nella fede e nel bene. Dobbiamo essere capaci di penitenza. Dobbiamo sforzarci di tentare tutto il possibile, nella preparazione al sacerdozio, perché una tale cosa non possa più succedere».

Come si può vedere, un approccio diverso sia da quello di chi è preoccupato solo di difendere la Chiesa dagli attacchi dei media, sia da quello di chi pensa di risolvere il problema unicamente con i processi, canonici o civili che siano. Un approccio spirituale che ci permette di vedere anche nelle situazioni peggiori un’occasione di purificazione e di rinascita. Dice sant’Ambrogio, riferendosi alle prove della Chiesa: «Abluitur undis, non quatitur» (Lettera 2); le onde della tempesta, nonché scuotere la barca, la lavano. Ciò che, agli occhi del mondo, potrebbe apparire come il colpo di grazia che mette a morte la Chiesa, si rivela quale autentico “colpo di grazia” che le ridà vita.

martedì 12 aprile 2011

Tutto è bene quel che finisce bene

Rilevo con piacere che esiste ancora un po’ di buon senso nei sacri palazzi. Ieri, con sorprendente celerità, è stato pubblicato il decreto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti con cui si regola il culto liturgico in onore del Beato Giovanni Paolo II (L’Osservatore Romano, 11-12 aprile 2011, p. 7).

Era ovvio che non si potesse non ribadire il “carattere di eccezionalità”, la “straordinarietà” della beatificazione di Papa Wojtyła e pertanto si usasse un trattamento di favore nei confronti del nuovo Beato: possibilità di celebrare una “Messa di ringraziamento” (con tanto di letture appropriate) anche in una domenica durante l’anno; possibilità di chiedere l’indulto della Sede Apostolica per la dedicazione di una chiesa al Beato.

Per quanto riguarda invece la celebrazione liturgica annuale, contrariamente alla richiesta avanzata dal Cardinale Vallini di estendere la ricorrenza alla Chiesa universale, si dispone che la memoria (non si precisa se obbligatoria o facoltativa; ma suppongo si tratterà di una “memoria obbligatoria”) del Beato Giovanni Paolo II sia iscritta al 22 ottobre nel calendario proprio della diocesi di Roma (come è consuetudine per i Papi beatificati e canonizzati) e in quello delle diocesi della Polonia. Il decreto aggiunge:

«Quanto agli altri Calendari propri, la richiesta di iscrizione della memoria facoltativa del Beato Giovanni Paolo II potrà essere presentata a questa Congregazione dalle Conferenze dei Vescovi per il loro territorio, dal Vescovo diocesano per la sua diocesi, dal Superiore Generale per la sua famiglia religiosa».

Mi sembra una soluzione ragionevole e saggia. Come suol dirsi, “un colpo al cerchio e uno alla botte”. Meno ragionevole mi è parsa invece la traslazione della salma del Beato Innocenzo XI (en passant, la sua memoria liturgica facoltativa è iscritta nel calendario della diocesi di Roma al 12 agosto) dall’altare di San Sebastiano a quello della Trasfigurazione, per lasciare posto al suo successore. Ma facciamo finta di nulla. Mentre mi è piaciuta molto la colletta nuova di zecca, composta in onore del nuovo Beato:

«Deus, dives in misericórdia,
qui beátum Ioánnem Paulum, papam, 
univérsæ Ecclésiæ tuæ præésse voluísti,
præsta, quǽsumus, ut, eius institútis edócti,
corda nostra salutíferæ grátiæ Christi, 
uníus redemptóris hóminis, fidénter aperiámus».

«O Dio, ricco di misericordia,
che hai chiamato il beato Giovanni Paolo II, papa,
a guidare l’intera tua Chiesa,
concedi a noi, forti del suo insegnamento,
di aprire con fiducia i nostri cuori
alla grazia salvifica di Cristo,
unico Redentore dell’uomo».

In questa orazione c’è il Giovanni Paolo II migliore, quello dell’«Aprite le porte a Cristo!» e quello delle sue prime encicliche (Redemptor hominis e Dives in misericordia); c’è il Giovanni Paolo II che ha diffuso nella Chiesa la devozione alla divina misericordia (a mio parere, il suo merito piú grande) e quello che, con il Grande Giubileo del 2000 e la dichiarazione Dominus Iesus, ha riaffermato l’unicità di Cristo Salvatore. Nessun cenno al dialogo interreligioso e allo “spirito di Assisi”. Ciò dimostra che la Chiesa, in barba al politicamente corretto a cui pure deve di volta in volta, per opportunità, sottomettersi, riesce poi a distinguere ciò che vale ed è duraturo dall’«erba che germoglia: al mattino fiorisce e germoglia, alla sera è falciata e secca» (Sal 89:5-6). Tutto è bene quel che finisce bene.

mercoledì 6 aprile 2011

Senso della misura

Nell’organizzazione della beatificazione di Giovanni Paolo II c’è qualcosa che non torna. Quando, nel gennaio scorso, Benedetto XVI promulgò il decreto che attribuisce un miracolo all’intercessione del Servo di Dio e fu annunciata la beatificazione per il 1° maggio, pochi giorni dopo l’annuncio fu comunicato che ormai a Roma c’era già il “tutto esaurito”. Ora, a meno di un mese dalla beatificazione, siamo invitati ad andare a Roma, perché — ci viene assicurato — ci sono ancora posti disponibili. Oibò, che cosa è successo? Evidentemente qualcuno ci ha marciato: si trattava solo di uno stratagemma promozionale per indurre i pellegrini ad affrettare la prenotazione. Non si potranno certo accusare di questo gli organizzatori della beatificazione, ma sta di fatto che qualcuno ne ha approfittato.

Si dirà: nessuna meraviglia; è inevitabile che, in simili circostanze, scattino certi meccanismi. Certo; ma preferirei che, almeno nella Chiesa, non si incoraggiassero gli eccessi e si mantenesse un atteggiamento piú sobrio. E invece che succede? Il Cardinale Vicario, in una conferenza stampa ha rivelato di aver presentato alla Santa Sede l’istanza che la memoria liturgica del nuovo Beato, in deroga alla prassi vigente (si veda in proposito la Notificazione su alcuni aspetti dei calendari e dei testi liturgici propri, in particolare i nn. 9 e 29-32), sia estesa come “memoria obbligatoria” a tutta la Chiesa. Sinceramente, non capisco il senso di tale richiesta. Pensavo che con la beatificazione sarebbe terminata la fase di “eccezionalità” del caso Wojtyla. C’era già stata la deroga alla norma dei cinque anni per l’introduzione della causa; il processo si è svolto a tempo di record (destando inevitabilmente qualche legittima perplessità sul rispetto rigoroso delle procedure). Ora che si era finalmente giunti alla meta, pensavo che tutto sarebbe rientrato nella normalità. E invece no: anche la celebrazione liturgica del nuovo Beato dovrà godere del carattere della straordinarietà, quasi che Karol Wojtyla sia un santo unico nella storia della Chiesa; nessuno come lui prima di lui, nessuno come lui dopo di lui. Possibile che non ci si renda conto che si sta perdendo il senso della misura? Di questo passo, subito dopo la beatificazione si pretenderà, con altrettanta rapidità, la canonizzazione e, già che ci siamo, anche la sua proclamazione a “dottore della Chiesa”, stabilendone la celebrazione liturgica col grado di “solennità” con ottava. 

L’ironia, che qualcuno troverà fuori luogo (e certamente lo è), nasconde l’amarezza per un modo di procedere che non rispetta alcuna regola, quasi che le regole non abbiano alcun valore (ma allora perché si fanno?) o valgano solo per alcuni. Quel che faccio difficoltà a comprendere è il motivo di tale “trattamento di favore”. Giovanni Paolo II è santo? OK, nessuno lo nega; ma che ci sarebbe di male se venisse trattato come tutti gli altri santi? Che cosa c’è che lo distingue dagli altri? Non ci si rende conto che, cosí facendo, si rischia di ottenere, almeno in qualcuno, un risultato contrario?

sabato 2 aprile 2011

Extraterritorialità nella Chiesa?

Il Signor Benedetto Serra, dopo aver letto il mio post di due giorni fa, mi ha inviato un messaggio in cui pone un problema non di poco conto sul piano storico, teologico, canonico e pastorale:

«Ho letto con molto interesse il Suo post sul possibile fallimento dei colloqui con la Fraternità San Pio X, e gli altri echi che sui vari blog cattolici ha avuto l’articolo su Disputationes Theologicae. Volevo chiederLe se non ritiene che la concessione di un Ordinariato, sul modello di quello previsto nella Anglicanorum Coetibus per gli Anglicani, non vada a costituire una specie di abuso. Mi riallaccio anche a qualche Suo commento circa la riconciliazione con gli Ortodossi, sul fatto che il Papa non è il capo supremo dei Vescovi, ma è il Vescovo di Roma, primus inter pares, garanzia di unità ma non padrone assoluto di tutte le diocesi e di tutte le parrocchie. Non Le sembra che riconoscendo ai lefebvriani il diritto ad un Ordinariato, e quindi il diritto a essere indipendenti dai Vescovi diocesani, il Papa non scavalchi in questo modo l’autorità dei Vescovi? E non Le sembra che il riconoscimento di un Ordinariato non sia una violazione dell’autorità del Vescovo? Non so nulla di diritto canonico, e non so quindi quali privilegi abbiano gli ordini religiosi, cui Lei fa riferimento nel suo post. Evidentemente, se capisco bene, perfino gli istituti religiosi hanno spesso dovuto soffrire il rapporto con i Vescovi … Nel caso degli Anglicani erano comunque dei cristiani fuori (da secoli) dalla Chiesa cattolica, e non sottoposti all’autorità dei Vescovi, per cui l’Ordinariato in realtà non cambia molto la situazione. Ma nel caso dei lefebvriani questo non è vero. E si rischia di introdurre nelle diocesi dei gruppi “indipendenti”, estremamente polemici ed aggressivi con l’autorità diocesana, protetti da questa specie di status di “extraterritorialità”, che non hanno fatto niente per meritarsi».

Innanzi tutto, una precisazione: non mi pare di aver mai affermato che «il Papa non è il capo supremo dei Vescovi, ma è il Vescovo di Roma, primus inter pares, garanzia di unità ma non padrone assoluto di tutte le diocesi e di tutte le parrocchie». È vero che egli è il Vescovo di Roma, ma ciò non toglie che egli sia anche il “capo del Collegio dei Vescovi” (can. 331) e perciò non possa essere considerato semplicemente un “primus inter pares”, dal momento che gode di un primato non solo onorifico, ma giurisdizionale sui suoi fratelli Vescovi ed esercita su tutta la Chiesa (quindi su tutte le diocesi, su tutte le parrocchie e su tutti i fedeli) una “potestà ordinaria suprema, piena, immediata e universale” (ibid.). Il problema che oggi si pone, soprattutto a livello ecumenico, non riguarda tanto l’affermazione di tale primato (che non può in alcun modo essere messa in discussione), quanto piuttosto il suo concreto esercizio.

E su questo piano si pongono le osservazioni piú che pertinenti del Signor Serra. È opportuna l’istituzione di un ulteriore “Ordinariato personale”? Non sono sufficienti l’Ordinariato di Nostra Signora di Walsingham e la Prelatura personale dell’Opus Dei? Se si continua su questa strada non si rischia di stravolgere la naturale struttura della Chiesa? Penso che non sia facile dare una risposta netta a tali domande; non si può rispondere semplicemente con un sí o con un no. Credo che si debba prendere il problema un po’ alla larga.

Penso che sia opportuno ricordare l’esistenza, nella Chiesa, di alcune ineliminabili “polarità”. La prima è quella fra la dimensione istituzionale o gerarchica e la dimensione pneumatica o carismatica. È vero che la Chiesa è stata istituita da Cristo, il quale le ha dato una organizzazione gerarchica; ma è altrettanto vero che lo Spirito continua ad agire nella Chiesa, distribuendo liberamente i suoi carismi e suscitando in essa nuove forme di vita evangelica. È vero che queste due dimensioni sono fra loro interconnesse; ma è altrettanto vero che nessuna delle due può essere semplicemente ridotta all’altra.

Una seconda polarità è quella esistente fra la Chiesa particolare e la Chiesa universale: se è vero che una diocesi non può essere considerata semplicemente una forma di “decentramento” della Chiesa universale (e il Vescovo non può essere considerato una sorta di “funzionario”, di rappresentante locale del Papa); è altrettanto vero che la Chiesa universale non può essere considerata semplicemente la “somma” delle Chiese particolari o una loro “federazione” (e il Papa il suo “presidente”). 

Connessa con questa, esiste poi la polarità fra collegialità e primato: è vero che l’autorità suprema della Chiesa risiede, collegialmente, nel Collegio dei Vescovi (il cui capo è il Papa); ma è altrettanto vero che la medesima autorità risiede, individualmente, nel Romano Pontefice.

Tali polarità vanno accettate cosí come sono. La tentazione è sempre quella di semplificare, eliminando uno dei due “poli” (gli “opposti estremismi” di chi vuole solo la Chiesa istituzionale o solo la Chiesa carismatica, solo la Chiesa particolare o solo la Chiesa universale, solo la collegialità o solo il primato); ma ciò non è possibile: Cristo ha voluto cosí la Chiesa e cosí dobbiamo tenercela. È ovvio che l’esistenza di tali polarità provocherà inevitabilmente delle tensioni; ma la soluzione a tali tensioni non starà mai nell’eliminazione di uno dei poli, ma nella loro composizione. Ciò che va fatto è la ricerca continua di un difficile equilibrio. Per dirla con Vittorio Messori: non l’aut-aut, ma l’et-et.

È proprio questo ciò che distingue la Chiesa cattolica dalle comunità ecclesiali non-cattoliche: lo sforzo di tenere insieme le spinte centrifughe che inevitabilmente si generano al suo interno. Che cosa avviene nel mondo della Riforma? Non appena sorge un qualche leader carismatico, nasce una nuova “chiesa”. Nella Chiesa cattolica, al contrario, un tempo nasceva un ordine religioso; oggi, un movimento ecclesiale. 

Visto che abbiamo accennato agli ordini religiosi, va ricordato che essi, grazie all’istituto dell’esenzione, sono sempre stati dei preziosi strumenti in mano al Papa per esercitare il suo primato universale sulla Chiesa (va anche detto che, se non fosse stato per il papato, la stragrande maggioranza degli ordini religiosi oggi non esisterebbe). Cosí come ai nostri giorni l’appello alla “nuova evangelizzazione” è stato accolto quasi esclusivamente dai movimenti ecclesiali (i quali esistono solo grazie alla protezione del Sommo Pontefice e se ne fanno i primi ambasciatori).

Venendo ora al nostro problema delle circoscrizioni ecclesiastiche territoriali o personali, ci troviamo di fronte a un ulteriore tipo di polarità, in qualche modo connesso con i precedenti. Anche in questo caso credo che la soluzione non stia nell’aut-aut, ma nell’et-et. È vero che l’attuale Codice di diritto canonico, quando parla delle Chiese particolari, prevede solo circoscrizioni di tipo territoriale (can. 368). Ciò corrisponde all’organizzazione originaria della Chiesa (ed è per questo che gli Ortodossi, specialmente i russi, insistono tanto sul “territorio canonico” di una determinata Chiesa e non ammettono la presenza, sul medesimo territorio, di un’altra Chiesa). Ma è altrettanto vero che, col passare dei secoli, si è avuta nella Chiesa un’evoluzione che, senza eliminare tale organizzazione, ha ammesso l’esistenza di strutture “personali”: tali sono, appunto, gli ordini religiosi; ma l’attuale Codice di diritto canonico — non nella parte dedicata alla costituzione gerarchica della Chiesa, ma in quella dedicata ai fedeli — prevede la costituzione di prelature personali (cann. 294-297). Esistono inoltre Ordinariati militari (che sono praticamente delle diocesi personali); esistono delle parrocchie personali (non solo quelle previste nel m. p. Summorum Pontificum per i fedeli tradizionalisti; esistono anche parrocchie “nazionali”: per esempio, la parrocchia dei Barnabiti a San Diego è una parrocchia personale per la comunità italiana); ora sono stati istituiti gli Ordinariati personali per gli Anglicani.

È un bene? è un male? Mi rendo conto che, se si eccedesse su questa linea, si potrebbe realmente stravolgere la struttura originaria della Chiesa. Ma, finché si tratta di rispondere a delle esigenze oggettive, penso che non possa che essere un fatto positivo. Si tratterà di valutare caso per caso. Chi deve farlo? Certamente non io; e neppure i singoli Vescovi; ma il Sommo Pontefice. Un criterio molto equilibrato da seguire mi sembra quello previsto dal Codice di diritto canonico per le prelature personali:

«Al fine di promuovere un’adeguata distribuzione dei presbiteri o di attuare speciali opere pastorali o missionarie per le diverse regioni o per le diverse categorie sociali, la Sede Apostolica può erigere prelature personali formate da presbiteri e da diaconi del clero secolare, udite le Conferenze dei Vescovi interessati» (can. 294).

Che dire a proposito del caso presente? Chi deve giudicare è soltanto il Papa. Da parte mia, posso solo dire che, se questo può servire per evitare uno scisma, ben venga. Ciò non significa che non mi renda conto dei problemi che ciò potrebbe creare; ma io sono stato sempre del parere che i problemi, almeno finché viviamo su questa terra, non possono essere evitati; essi vanno piuttosto “gestiti”. La Chiesa non può essere considerata una caserma; i cristiani non possono essere irreggimentati. Quante volte ho ripetuto che nella Chiesa c’è posto per tutti e — aggiungo ora — se non c’è, bisogna trovarlo! L’unica cosa che bisogna pretendere è che nessuno si senta esclusivo e indispensabile: l’unica cosa da chiedere ai lefebvriani è che non pretendano che tutti, nella Chiesa, diventino come loro; ma se vogliono fare, nella Chiesa, l’esperienza della tradizione, lasciamogliela fare liberamente, e cerchiamo di evitare che qualcuno possa impedirglielo. 

Il mondo, nell’era della globalizzazione, sta diventando sempre piú complesso; è inevitabile che anche la Chiesa rifletta tale complessità, ed è inevitabile che essa adegui le proprie strutture a tale complessità. Che sullo stesso territorio possano insistere diverse giurisdizioni, credo che stia diventando pressoché inevitabile: proprio l’Oriente ci dimostra che nel medesimo territorio possono esistere piú Chiese e molteplici riti; probabilmente anche in Occidente dovremo pian piano abituarci a questo tipo di pluralismo. 

La moltiplicazione di strutture personali non finisce per rafforzare ulteriormente il primato romano, a danno delle diocesi, e creare problemi sul piano ecumenico? Anche questa la considero una tendenza abbastanza inevitabile. Il mondo si sta unificando; è inevitabile che anche nella Chiesa l’autorità centrale si rafforzi. Ma questo sta già avvenendo, a prescindere dagli Ordinariati personali: i viaggi apostolici non sono forse la riaffermazione del primato pontificio? E allora, che facciamo? Li eliminiamo? E i mezzi di comunicazione che ci permettono di seguire l’insegnamento e l’attività del Papa in ogni parte del mondo non finiscono per rafforzare il primato? Che facciamo? Lo impediamo? Certi fenomeni sono piú grandi di noi; possiamo tenerli sotto controllo, ma non possiamo evitarli. Dobbiamo semmai saper leggere i “segni dei tempi” e vedere in essi il soffio dello Spirito e… adeguare, se necessario, le nostre strutture. Non dimentichiamo mai che il diritto è fatto per l’uomo e non l’uomo per il diritto.

giovedì 31 marzo 2011

Battute finali

Molto interessante e pienamente condivisibile l’ultimo post di Disputationes theologicae. Interessante perché rivela quale sarebbe la soluzione canonica che la Santa Sede avrebbe intenzione di proporre alla FSSPX: quella dell’ordinariato personale, soluzione simile a quella appena adottata per gli anglicani che chiedono di rientrare nella Chiesa cattolica. Se l’informazione corrisponde al vero (e non ho alcun motivo di dubitarne), penso che si tratterebbe della soluzione ideale: non si potrebbe, onestamente, pretendere di piú. Se i lefebvriani dovessero lasciarsi sfuggire questa occasione, sarebbero davvero degli sciocchi. Sarebbero definitivamente destinati a diventare una “chiesuola”, meglio, una setta.

Quanto al fallimento dei “colloqui dottrinali”, non ho molto da aggiungere a quanto ho già espresso su questo blog, se non ribadire che dei colloqui, che si fondavano su premesse ecclesiologiche inadeguate, non potevano che avere tale esito. Come si può ammettere che l’Autorità suprema della Chiesa accetti una “trattativa” su questioni dottrinali con chi a tale Autorità è semplicemente sottomesso? Se questo è avvenuto, è segno che, da una parte e dall’altra, si è persa la coscienza della distinzione dei ruoli: nella Chiesa ciascuno deve stare al suo posto; un gruppo di fedeli non può pretendere di “venire a patti” col Papa come se si trattasse di due parti alla pari. Il ruolo dei fedeli nella Chiesa mi sembra che sia ben descritto nel can. 212:

«§1. I fedeli, consapevoli della propria responsabilità, sono tenuti ad osservare con cristiana obbedienza ciò che i sacri Pastori, in quanto rappresentano Cristo, dichiarano come maestri della fede o dispongono come capi della Chiesa.

«§2. I fedeli hanno il diritto di manifestare ai Pastori della Chiesa le proprie necessità, soprattutto spirituali, e i propri desideri.

«§3. In modo proporzionato alla scienza, alla competenza e al prestigio di cui godono, essi hanno il diritto, e anzi talvolta anche il dovere, di manifestare ai sacri Pastori il loro pensiero su ciò che riguarda il bene della Chiesa; e di renderlo noto agli altri fedeli, salva restando l’integrità della fede e dei costumi e il rispetto verso i Pastori, tenendo inoltre presente l’utilità comune e la dignità della persona».

Nell’articolo si percepisce una certa amarezza sperimentata in tutta questa vicenda dagli istituti cosiddetti “Ecclesia Dei” (il blog Disputationes theologicae è gestito da Don Stefano Carusi, appartenente all’Istituto del Buon Pastore). Non hanno tutti i torti tali istituti a lamentarsi, quando si vedono trascurati, perché tutte le attenzioni sono rivolte alla FSSPX. Hanno ragione a rammentare che, oltre ai tradizionalisti pieni di pretese che sono fuori della Chiesa, ci sono quelli che stanno dentro e hanno una sola pretesa, quella di fare l’“esperienza della tradizione”, ma spesso non si sentono per nulla incoraggiati dai Pastori. Hanno ragione a far notare che un fattivo sostegno a tali istituti sarebbe la migliore politica per incoraggiare, se non l’intera FSSPX, almeno alcuni membri di essa a fare il salto e a tornare in grembo alla Chiesa. Altrimenti i massimalisti avranno sempre buon gioco a dire: vedete che fine hanno fatto quei traditori… A questo proposito, c’è nel post un passaggio che mi ha particolarmente colpito:

«Ci si getta in faraonici progetti d’accordo con l’“ala dura” della Fraternità, quando non si è nemmeno capaci di difendere chi l’accordo canonico l’ha già fatto. Quando si lascia cacciare da una diocesi un istituto tradizionale, riconosciuto canonicamente, solo perché ha osato insegnare un po’ di catechismo a qualche bambino, quando il “piano pastorale diocesano” preferisce affidare incarichi parrocchiali ad un gruppo di laici piuttosto che ad un prete con la tonaca perché “sarebbe assimilato ai lefebvriani”, quando capita ripetutamente che gli organizzatori della Messa gregoriana subiscano continue minacce e pressioni e si sentano costretti a dire cose che in coscienza non pensano, per potere ottenere (o per paura di perdere) l’instabile “concessione” — nel silenzio generale — è quantomeno difficile spiegare a quei genitori, a quei seminaristi e anche a quei preti che è meglio abbandonare la posizione, per certi versi confortevole e facile, rappresentata dalla Fraternità San Pio X».

Quanto gli istituti tradizionali stanno sperimentando, è ciò che i religiosi hanno sperimentato per secoli (adesso un po’ meno, avendo essi perso molto della loro specifica identità ed essendosi appiattiti su un’uniformità generalizzata; ma sono stati rimpiazzati nel subire lo stesso destino dai movimenti ecclesiali). Spesso, nelle Chiese locali, il “piano pastorale” diventa un assoluto; e guai a chi non si adegua, alla faccia di tanti bei discorsi sullo Spirito che soffia dove vuole… Il riferimento alla tonaca mi fa ripensare alla discussione che si fece anni fa nel nostro capitolo generale, dove i confratelli franco-belgi dissero che loro non potevano usare l’abito appunto per non essere confusi coi lefebvriani, e quelli spagnoli per non essere confusi con i preti dell’Opus Dei…

Nell’articolo si fa riferimento al possibile esito scismatico di tutta la vicenda. Certo, se la FSSPX rimarrà ferma sulle proprie posizioni intransigenti, non potrà che andare a finire cosí. Ma io vorrei far notare che il pericolo è piú grave. Storicamente avviene che spesso si cominci con uno scisma e si finisca nell’eresia: si veda, per esempio, quanto successo in Inghilterra nel XVI secolo, o quanto avvenuto, piú recentemente, ai Vecchi Cattolici (che, per rimanere fedeli alla tradizione, hanno finito per accettare… il sacerdozio femminile). E si spiega: una volta che non si è piú sottomessi all’autorità del Papa, tutto è possibile; ciascuno diventa misura di sé stesso. Certe idee pericolose già serpeggiano all’interno della Fraternità, come quando preferiscono che un fedele non vada a Messa la domenica piuttosto che partecipare a una Messa Novus Ordo, o addirittura sconsigliano di assistere alla Messa tridentina celebrata da un sacerdote in comunione con la Sede Apostolica. Da questi atteggiamenti al Donatismo il passo è breve.

lunedì 28 marzo 2011

Religione e senso religioso

Terminavo il post del 20 febbraio scorso sui “Semina Verbi” con la domanda se l’atteggiamento del Concilio Vaticano II nei confronti delle religioni non-cristiane costituisse una rottura con la tradizione o piuttosto una sua legittima evoluzione. E lasciavo in sospeso la risposta. In questo mese ho continuato a riflettere sulla questione e ho scoperto che, dei tre testi conciliari da me riportati, solo quello della dichiarazione Nostra aetate rinviene nelle religioni non-cristiane un raggio della Verità che illumina tutti gli uomini (n. 2), mentre gli altri due testi sono molto piú sfumati: il decreto Ad gentes si riferisce genericamente a “tradizioni nazionali e religiose” (n. 11); la costituzione Lumen gentium parla semplicemente di “coloro che, senza colpa, non sono ancora arrivati ad una esplicita conoscenza di Dio” (n. 16). Dal contesto appare chiaramente che non ci si sta riferendo ai seguaci delle altre religioni (menzionati in precedenza), ma ai non-credenti; anche in questi, afferma la Lumen gentium, si può trovare qualcosa “di buono e di vero”, che costituisce una sorta di praeparatio evangelica (si noti che tale espressione non viene usata per i seguaci delle religioni non-cristiane). Dunque, a parte il caso di Nostra aetate, sembrerebbe che il Concilio sia abbastanza in linea con la tradizione. Allora, come mai si è arrivati all’idea che le religioni non-cristiane sono “cosparse” di semina Verbi, come si esprime Paolo VI nell’Evangelii nuntiandi? Si direbbe che, anziché interpretare la Nostra aetate alla luce della Lumen gentium (come dovrebbe essere), è avvenuto esattamente il contrario: la “Dichiarazione sull’atteggiamento della Chiesa verso le religioni non-cristiane” (questo il vero titolo della Nostra aetate, e non, come viene di solito erroneamente tradotto, “Dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non-cristiane”) è diventata la chiave di lettura del resto del Concilio. 

Qualcuno potrebbe obiettare: ma come, i non-credenti sono avvantaggiati rispetto ai seguaci delle religioni non-cristiane? In un certo senso, sí. Dopo la rivalutazione postconciliare delle religioni (che ci ha portato a pensare che un credente, a qualsiasi religione appartenga, sia sempre meglio di un ateo), può sembrare strano; eppure è cosí. Le religioni, nonché costituire una preparazione al Vangelo, il piú delle volte finiscono per diventarne un ostacolo. Questo vale per tutte le religioni, compresa quella ebraica (tanto è vero che essa impedí alla maggior parte dei giudei di accogliere Cristo). Affermare il contrario significherebbe ignorare la lezione di Karl Barth (1886-1968), a mio parere il piú grande teologo del XX secolo, il quale, nella sua Epistola ai Romani, vede nella religione l’espressione suprema dell’arroganza e della presunzione umana.

Per capire questo, dobbiamo distinguere tra “senso religioso” e “religione”: il rapporto tra queste due realtà è lo stesso che intercorre tra la “domanda” e la “risposta”. In ogni uomo c’è una “domanda” innata, vale a dire una istintiva ricerca di Dio (quaerere Deum), una disposizione naturale a conoscere Dio. Questa non solo è positiva, ma indispensabile perché l’uomo possa incontrare il vero Dio che gli si rivela (tanto è vero che il Concilio Vaticano I ha sentito il bisogno di definire la possibilità per l’uomo di conoscere Dio razionalmente). È questo innato “senso religioso” che costituisce una sorta di praeparatio evangelica, perché è proprio grazie ad esso che l’uomo può aprirsi alla verità del Vangelo. 

Altra cosa sono le religioni cosí come si sono storicamente configurate. Esse hanno la pretesa di dare una “risposta” alla “domanda” che è nell’uomo. Ma tale risposta, non provenendo da Dio, bensí dall’uomo stesso, è una risposta erronea, che, anziché avvicinare l’uomo a Dio, spesso lo allontana da lui. Se non è Dio che si rivela all’uomo, ma è l’uomo che si costruisce il proprio dio (= idolo), questo gli impedisce di incontrare il vero Dio. Ciò spiega perché il primo comandamento ingiunga perentoriamente: «Non avrai altro dio fuori di me». Non è un caso se gli israeliti prima e i cristiani poi erano cosí spietati nella lotta contro l’idolatria. Non voglio escludere in maniera assoluta che talvolta le religioni possano svolgere un ruolo positivo; ma penso che questo avvenga soltanto in un caso, quando cioè esse rinunciano alla pretesa di dare delle risposte e si accontentano di essere pura e semplice ricerca. Praticamente si tratta del caso a cui si appiglia Paolo nel suo discorso all’Areopago: 

«Cittadini ateniesi, vedo che in tutto siete molto timorati degli dèi. Passando infatti e osservando i monumenti del vostro culto, ho trovato anche un’ara con l’iscrizione: Al Dio ignoto. Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio» (At 17:22-23).

Ma, come si vede, si tratta soltanto di un’occasione per annunciare il vero Dio (e, nonostante questo, sappiamo che ben pochi accolsero l’annuncio paolino). Il bisogno di Dio è innato nell’uomo («Inquietum est cor nostrum donec requiescat in te»), ma tale bisogno viene soddisfatto solo dal vero Dio che si rivela all’uomo.

Visto che abbiamo citato il n. 16 della Lumen gentium, permettete una postilla su questo testo conciliare. Dopo aver parlato di ebrei e musulmani, riferendosi a non-cristiani e non-credenti, esso afferma:

«Dio non è neppure lontano dagli altri che cercano il Dio ignoto nelle ombre e sotto le immagini (in umbris et imaginibus), poiché egli dà a tutti la vita e il respiro e ogni cosa (cf At 17:25-28), e come Salvatore vuole che tutti gli uomini siano salvati (cf 1 Tm 2:4). Infatti, quelli che, senza colpa (sine culpa), ignorano il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa, ma che tuttavia cercano Dio con cuore sincero e, coll’aiuto della grazia (sub gratiae influxu), si sforzano di compiere con le opere la sua volontà, conosciuta attraverso il dettame della coscienza (per conscientiae dictamen), possono conseguire la salvezza eterna

«Né la divina Provvidenza nega gli aiuti necessari alla salvezza a coloro che, senza colpa (sine culpa), non sono ancora arrivati all’esplicita conoscenza di Dio, ma si sforzano, non senza la grazia divina (non sine divina gratia), di condurre una vita retta. Poiché tutto ciò che di buono e di vero si trova in loro è ritenuto dalla Chiesa come una preparazione al Vangelo (tamquam praeparatio evangelica) e come dato da Colui che illumina ogni uomo, affinché abbia finalmente la vita».

Come dicevamo, si tratta di un testo pienamente ortodosso e radicato nella tradizione. Al termine del comma riguardante i non-cristiani, per fondare la possibilità che essi hanno di salvarsi, si cita la lettera del Sant’Uffizio all’Arcivescovo di Boston Richard J. Cushing dell’8 agosto 1949 (Denzinger, 3869-72), nella quale si ammetteva l’esistenza di un “desiderio implicito” (implicitum votum) di appartenenza alla Chiesa (la dottrina insegnata da Pio XII nella Mystici Corporis) e si condannava il rigorismo del Padre Leonard Feeney.

Ebbene, nonostante l’esattezza di tale testo, nonostante i ripetuti riferimenti all’intervento della grazia in esso contenuti, l’allora Professore Joseph Ratzinger, nel 1969, rinveniva in esso, non senza fondamento, una certa venatura “pelagiana”, quasi che l’uomo possa salvarsi semplicemente comportandosi in modo retto e seguendo il dettame della propria coscienza. A tale testo Ratzinger preferiva un altro passo conciliare, il n. 22 della Gaudium et spes:

«Il cristiano certamente è assillato dalla necessità e dal dovere di combattere contro il male attraverso molte tribolazioni, e di subire la morte; ma, associato al mistero pasquale, configurato alla morte di Cristo, andrà incontro alla risurrezione fortificato dalla speranza (cf Fil 3:10; Rm 8:17).

«E ciò vale non solamente per i cristiani, ma anche per tutti gli uomini di buona volontà, nel cui cuore lavora invisibilmente la grazia (cf LG 16). Cristo, infatti, è morto per tutti (cf Rm 8:32) e la vocazione ultima dell’uomo è effettivamente una sola, quella divina; perciò dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo dia a tutti la possibilità di venire associati, nel modo che Dio conosce (modo Deo cognito), a questo mistero pasquale».

In tale testo è espressa chiaramente la possibilità per tutti gli uomini di salvarsi, ma essa non è messa in rapporto, come nella Lumen gentium, con le opere o con la coscienza, bensí esclusivamente con il mistero pasquale, col quale lo Spirito Santo dà a tutti la possibilità di essere associati, nel modo che solo Dio conosce. Sulla questione si può legger molto utilmente il seguente articolo di qualche anno fa.

martedì 22 marzo 2011

Non ci resta che pregare

Tutti i media stanno giustamente sottolineando la diversità di posizioni a proposito dell’intervento militare della coalizione occidentale in Libia: critiche dall’esterno della coalizione, da parte di chi ha chiesto o almeno non ha impedito la risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza dell’ONU (Lega Araba, Russia, Cina, Germania); divergenze interne alla coalizione stessa (la Norvegia e ora, a quanto pare, anche l’Italia); contrasti fra le forze politiche che pure fanno parte della maggioranza (Lega Nord, la Destra di Storace, Formigoni); perplessità espresse da opinion leaders non certamente di sinistra (Ferrara, Sgarbi). Qualcuno potrebbe pensare che sia quanto mai inopportuno essere divisi in un momento come questo, che richiederebbe la massima unione. Personalmente, invece, ritengo molto positivo che si sentano tante voci dissonanti: segno che non tutti hanno messo il cervello all’ammasso; segno che la propaganda di regime (non mi riferisco a un’inesistente “regime” italiano; ma a quello, senza volto ma reale, che controlla le nostre esistenze a livello globale) non è ancora riuscita a farci il lavaggio del cervello; segno che la “controinformazione”, che finora si diffondeva sotterraneamente attraverso internet, incomincia ad affiorare e a raggiungere almeno le persone piú attente, che non si accontentano dell’informazione ufficiale, quella controllata dai poteri forti e convogliata attraverso i giornali e la televisione.

Ebbene, mentre prendo atto con soddisfazione di questa dialettica che si sta sorprendentemente facendo strada nel mondo laico, rimango basito dall’atteggiamento della Chiesa e del mondo cattolico. Se ne può avere un breve resoconto nell’articolo pubblicato oggi su Europa. A parte le due lodevoli eccezioni del Vicario apostolico di Tripoli, Mons. Giovanni Innocenzo Martinelli, e del Vescovo di Pavia, Mons. Giovanni Giudici, Presidente di Pax Christi, si ha l’impressione che il resto della Chiesa, soprattutto a livello di CEI e di Santa Sede, o si è completamente appiattita sulle posizioni della coalizione o, presa alla sprovvista, si dimostra incapace di prendere un’iniziativa a livello diplomatico, o anche solo di elaborare un’autonoma analisi della situazione.

Capisco che il Card. Angelo Bagnasco, Presidente della Conferenza episcopale italiana, sia anche un generale dell’Esercito italiano (in quanto ex Ordinario militare), ma mi sembra inconcepibile che possa sposare in maniera totalmente acritica le tesi della coalizione. Come si fa ad accettare, senza neppure una venatura di dubbio, le motivazioni ufficiali, quando non ci crede piú nessuno, neppure coloro che fanno parte della coalizione, i quali, con una certa onestà, ammettono la presenza di altri interessi. Non credo che il cristiano debba essere un ingenuo: è vero che Gesú ci ha detto di essere semplici come le colombe, ma ci ha anche detto di essere prudenti come i serpenti. Ovviamente, la linea del Presidente della CEI si riflette su quella di Avvenire. Andatevi a leggere lo, a dir poco, sconcertante articolo di fondo di oggi, e vi farete un’idea della posizione assunta da quello che dovrebbe essere il quotidiano dei cattolici italiani.

Se poi passiamo alla Santa Sede, si ha l’impressione che abbiano avuto un totale black-out dell’informazione nei giorni scorsi. A parte le parole, necessariamente misurate, del Santo Padre all’Angelus di domenica scorsa, tutto tace. Provate a sfogliare L’Osservatore Romano di oggi: un’anodina cronaca in prima pagina (“Terzo giorno di raid”) e un altrettanto amorfo resoconto in terza pagina (“L’impegno della Lega araba decisivo per l’Onu”), dove si riportano, fra gli altri, i pareri del Presidente Napoletano (se lo sarebbero potuto risparmiare), del Card. Bagnasco e di Pax Christi. Dell’intervento di Mons. Martinelli, ne verbum quidem. E la Segreteria di Stato, che fa? Possibile che la Santa Sede non abbia niente da dire? Possibile che la diplomazia vaticana non abbia alcun ruolo da giocare? Possibile che si debba assistere a una guerra in maniera del tutto passiva, come se si trattasse di un intervento dei vigili urbani per regolare il traffico?

Certe volte mi viene da rimpiangere la gestione Sodano, che avrà pure preso le sue cantonate (vedi Jugoslavia), ma è stata capace anche di opporsi risolutamente (qualcuno direbbe “profeticamente”) alle guerre del Golfo, pagando poi un prezzo assai alto (la campagna antipedofilia in America è stata una chiara ritorsione per l’atteggiamento assunto in quelle occasioni dalla Chiesa).

Ma quel che mi lascia piú attonito è l’incoerenza fra i fiumi di parole sulla pace, che dobbiamo sorbirci ogni anno il 1° gennaio, e l’incapacità di assumere un seppur minimo atteggiamento critico nel momento in cui scoppia una guerra. Continuiamo a condannare le guerre del passato oppure i lontani conflitti locali; ma non appena sono coinvolte le “grandi potenze”, diventiamo tutto d’un tratto muti. Se poi le vergogne dell’intervento militare (pardon, “umanitario”) sono coperte dalla foglia di fico di una risoluzione ONU, allora tutto sembra permesso. 

Non ci resta che pregare.

mercoledì 16 marzo 2011

Signori o ospiti?

Due giorni fa il Corriere della sera ha pubblicato un interessante commento del Prof. Giuseppe Panissidi sul cataclisma giapponese, mettendolo in rapporto col devastante terremoto-maremoto di Lisbona del 1755. Effettivamente esistono inquietanti analogie fra le due catastrofi (anche in quel caso l’intensità raggiunse il 9° grado della scala Richter). Quel tragico evento ebbe ripercussioni non solo sulla società portoghese, ma anche sulla cultura europea del tempo:

«Una straordinaria temperie spirituale, l’Illuminismo, d’un tratto si fermò, ripiegando su se stessa. A meditare intensamente e ripensare i suoi pur rigorosi paradigmi culturali, la sua stessa visione della storia e dell’uomo … Il terremoto di Lisbona, invero, segna la fine di ogni ottimismo di maniera, le leopardiane “magnifiche sorti e progressive” e, nel contempo, l’alba del nostro disincanto, intriso di quella peculiare forma di realismo che Nietzsche, nella Nascita della tragedia (1872), chiamerà “pessimismo della forza”».

Potrebbe accadere qualcosa di simile ai nostri giorni. La tragedia giapponese non può lasciarci indifferenti. Personalmente, vedendo le immagini dell’onda anomala dello tsunami che travolgeva tutto, mi veniva di pensare: vedi che fine fa la nostra tecnologia! Quanto il maremoto colpí l’Indonesia nel 2004 non avevo avuto la stessa sensazione: in quel caso a essere colpiti erano stati per lo piú poveri villaggi, al massimo qualche villaggio turistico. Ma questa volta è stato colpito il Giappone, un paese supersviluppato, che sembrava quasi invulnerabile. E invece… bastano pochi minuti alla natura per distruggere tutto. Anche i ritrovati piú sofisticati diventano, da un momento all’altro, un ammasso di ferri vecchi (le avete viste tutte quelle auto galleggiare sulle acque? quei treni, quelle navi e quelle case spazzate via?). Anzi, le nostre creature piú perfette per produrre energia (le centrali nucleari), che sembravano cosí potenti e sicure, in un batter d’occhio si rivoltano contro di noi e ci minacciano con il loro terrore. Probabilmente sarebbe il caso di fare qualche riflessione sulla nostra reale condizione. Afferma giustamente il Prof. Panissidi:

«Credenti e non, ricchi e poveri, sani e malati, siamo ospiti (non sempre graditi), non signori del cosmo: enti naturali finiti e incompleti, fatti per (cercare di) conoscerlo e viverci nell’armonia possibile, affrancati da distopie di manipolazione e dominio, perseguite con lo scopo di “deviarne” con modalità improbabili e intrusive leggi e dinamiche».

Nel leggere quella frase: «siamo ospiti, non signori del cosmo», mi veniva in mente quanto avevo letto tempo fa in Iota unum, a proposito della “Teleologia antropocentrica di Gaudium et spes”. Lí per lí la posizione di Romano Amerio mi aveva lasciato piuttosto perplesso. Per chi, come me, viene da una formazione umanistica, che pone l’uomo al centro dell’universo, ed è stato formato alla scuola del Concilio Vaticano II, che ha fatto propria la visione antropocentrica del cosmo, la contestazione di Amerio mi sembrava un po’ esagerata. Sembrava quasi come l’impugnazione di una verità ovvia, praticamente indiscutibile. Amerio, nel capitolo XXX di Iota unum, mette in discussione due passi della Gaudium et spes: 

«Secondo l’opinione quasi concorde di credenti e non credenti, tutto quanto esiste sulla terra deve essere riferito all’uomo, come a suo centro e vertice» (n. 12; Amerio erroneamente cita il n. 14)

«L’uomo … è la sola creatura sulla terra che Dio abbia voluto per se stessa» (n. 24).

La novità di questo testo sta in quel “propter seipsam”, che avrebbe sostituito il tradizionale “propter seipsum”. Tanto è vero che Amerio, per dimostrare l’illegittimità di tale sostituzione, invoca l’autorità del libro dei Proverbi:

«Universa propter semetipsum operatus est Dominus» (16:4).

Amerio non avrebbe piú potuto citare questo testo, se avesse dovuto citare la Neovolgata, che ora afferma: «Universa secundum proprium finem operatus est Dominus» (e infatti la nuova versione della CEI traduce: «Il Signore ha fatto ogni cosa per il suo fine»). 

Se devo essere sincero, durante i miei studi, ho sempre rilevato una certa incoerenza nel considerare un progresso la visione antropocentrica dell’Umanesimo e del Rinascimento, quando, piú o meno contemporaneamente, in campo scientifico si abbandonava la teoria geocentrica in favore di quella eliocentrica (cosí come non ho mai capito come Kant potesse chiamare “rivoluzione copernicana” il far ruotare l’oggetto intorno al soggetto, quando, secondo me, sarebbe stato piú logico chiamarla “rivoluzione tolemaica”). Ma il fatto di percepire certe incongruenze non mi autorizzava a mettere in discussione quello che costituisce un vero e proprio “dogma” della nostra cultura: la centralità dell’uomo nell’universo. Con il Vaticano II la Chiesa ha fatto propria questa visione antropocentrica. Per noi che siamo stati formati dopo il Concilio, si tratta di una verità pressoché evidente, che non ha bisogno di dimostrazione. Questo spiega perché fossi rimasto perplesso dinanzi alle critiche di Romano Amerio.

Non sarò ora io a dire che il Concilio aveva torto e Amerio aveva ragione. Certo però avvenimenti come la catastrofe giapponese dovrebbero davvero farci riflettere. Dovrebbero, se non altro, ridimensionare quel senso di superiorità al limite dell’onnipotenza, che caratterizza l’uomo moderno. L’uomo dovrebbe prendere coscienza della sua reale condizione e del suo rapporto con la natura, infinitamente piú forte di lui. Per dirla con il Prof. Panissidi, dovremmo ricordarci di essere ospiti, non signori del cosmo.

Probabilmente, non c’è bisogno di procedere alla correzione dei testi conciliari, che pure hanno un loro fondamento; ma perlomeno dovremmo rinunciare, una volta per tutte, a quell’ottimismo un tantino ingenuo che pervade la Gaudium et spes, a favore di un maggiore realismo. Lo stesso Paolo VI ammise che il Vaticano II aveva un po’ esagerato in questa visione ottimistica dell’uomo:

«Bisogna onestamente riconoscere che questo nostro Concilio, nell’elaborare il suo giudizio sull’uomo, si è soffermato a considerare piú la fronte serena che quella triste; e che in esso ha volutamente interpretato tutti gli aspetti con ottimismo … Il Concilio ha parlato agli uomini contemporanei facendo uso non di previsioni catastrofiche, ma di messaggi di speranza e parole di fiducia» (Omelia nella IX Sessione del Concilio, 7 dicembre 1965).

Ecco, è forse giunto il momento di voltare pagina. Come 250 anni fa il terremoto di Lisbona disincantò gli uomini del secolo dei Lumi, cosí forse oggi lo tsunami giapponese aiuterà l’uomo a ridimensionarsi, e libererà la Chiesa da quell’ottimismo di maniera che l’ha contraddistinta negli ultimi decenni. Non per assumere un atteggiamento pessimista, ma semplicemente per ritrovare quel sano realismo che l’ha caratterizzata in tutta la sua storia.

lunedì 7 marzo 2011

Effetti benefici?

Il mio post di quindici giorni fa sui Semina Verbi ha avuto una discreta risonanza. Esso è stato segnalato e commentato da diversi blog. La cosa, naturalmente, non può che farmi piacere. Tra i siti che hanno ripreso integralmente la mia riflessione c’è quello di Una vox. Va dato atto a tale sito di aver sempre difeso la tradizione, anche quando non era di moda. Per diversi anni l’ho visitato regolarmente perché esso costituiva per me l’unica fonte di informazione sul mondo tradizionalista. Per cui, anche se spesso non mi trovavo d’accordo con le sue posizioni, l’ho sempre considerato con grande rispetto. Questa volta però sento di dover fare qualche precisazione, dal momento che non mi sembra che ciò che è stato scritto come introduzione al mio post corrisponda a verità. Ecco il commento di Una vox:

«Pubblichiamo un articolo apparso, il 20 febbraio 2011, sul sito internet Querculanus e redatto dallo stesso creatore del sito: il Padre Giovanni Scalese. Lo pubblichiamo perché riteniamo che si tratti di un chiaro esempio di come la liberalizzazione della celebrazione secondo il Messale tradizionale e la remissione della cosiddetta scomunica ai quattro Vescovi della Fraternità San Pio X, oltre alle levate di scudi contro il Papa e contro la Tradizione Cattolica, possano generare riflessioni interessanti, che fino a qualche mese fa sembravano appannaggio esclusivo ed eccentrico dei fedeli tradizionali. In particolare, in questo articolo, il Padre Scalese dice a chiare lettere, del Vaticano II, ciò che i fedeli tradizionali ripetono da 40 anni e per cui sono stati bollati come ribelli e scismatici. Il Padre Scalese è un sacerdote barnabita ben lontano dall’essere sospettabile di “tradizionalismo”, le sue riflessioni, quindi, possono considerarsi come uno dei frutti benefici che l’influenza e la presenza dei fedeli tradizionali hanno prodotto, prima silenziosamente, oggi apertamente e pubblicamente. Abbiamo già pubblicato qualche altra riflessione del Padre Giovanni Scalese: Concilio e “spirito del Concilio” […]

Precisazione necessaria. Alcuni passaggi degli articoli di Padre Giovanni Scalese richiederebbero delle precisazioni, soprattutto in relazione al Concilio, ai documenti del Concilio e alla liturgia moderna, ma non è questo che piú conta, in questa occasione, poiché la cosa importante è che si possano finalmente criticare, in maniera seria e ponderata, il Concilio, la liturgia moderna e il Papa senza per questo incorrere in sanzioni morali o disciplinari e in ostracismi o emarginazioni».

Ciò che mi sembra non corrispondere al vero è il pensare che le mie riflessioni siano conseguenza della liberalizzazione della Messa tridentina o frutto dell’influsso benefico esercitato dai fedeli tradizionali. Sia ben chiaro, non voglio apparire un “duro e puro” che non si lascia in alcun modo influenzare dal mondo che lo circonda; anzi, sono profondamente convinto che dobbiamo saper cogliere i “segni” dei tempi in cui viviamo. Non vorrei però essere scambiato per uno dei tanti tradizionalisti dell’ultim’ora, che hanno improvvisamente scoperto la tradizione col motu proprio Summorum Pontificum. Quanto vado scrivendo è il frutto di una riflessione che certamente tiene conto anche di tanti contributi recenti, ma che affonda le sue radici lontano nel tempo.

Quanto all’intervento sui Semina Verbi, vorrei innanzi tutto spiegare quale è stato il motivo occasionale che lo ha originato. Dovendo insegnare, oltre che storia e filosofia al liceo, anche religione nella scuola secondaria di primo grado, nel libro di testo di terza media ho trovato una lezione sul pluralismo religioso, che riportava un brano di una catechesi di Giovanni Paolo II del 1998, dove appunto si parlava dei «semi del Verbo presenti e operanti nelle diverse religioni». Siccome la cosa non mi tornava, ho sentito il bisogno di fare una ricerca, il cui risultato è stato il post che ho pubblicato. Certamente nel fare tale ricerca ero in qualche modo condizionato anche dall’annuncio della prossima giornata di Assisi, ma non era stato quell’evento lo stimolo per la mia riflessione. Né, tanto meno, sono andato a leggere studi di chicchessia sul tema (meno che mai, come qualcuno ha voluto insinuare, di esponenti, a me affatto sconosciuti, della Fraternità di San Pio X).

Quanto alle mie critiche al Concilio Vaticano II, esse risalgono a non pochi anni fa: sono precedenti al mio stesso articolo Concilio e “spirito del Concilio” (che è stato scritto nel giugno del 2008 e pubblicato su questo blog nel gennaio del 2009). Per darvene una prova, vi riporto quanto affermavo in una conferenza che feci al nostro Capitolo provinciale, nel dicembre del 1999. Il titolo della conferenza era L’apostolato dei Chierici Regolari di San Paolo ieri, oggi e domani: si trattava di una riflessione sulla nostra storia. A proposito della situazione attuale facevo le seguenti considerazioni:

«Nonostante gli sforzi di rinnovamento, la situazione attuale risulta alquanto critica sia per la Chiesa sia per la Congregazione. Per quanto riguarda la Chiesa, ci limiteremo a constatare che le grandi attese suscitate dal Concilio sono rimaste in gran parte frustrate: si era parlato di una “nuova pentecoste”, e abbiamo avuto la secolarizzazione; si sperava in un riavvicinamento fra Chiesa e mondo, e mai come ora sentiamo queste due realtà distanti fra loro; si pensava a un nuovo slancio missionario, e mai come adesso vediamo la Chiesa ripiegata su sé stessa; si attendeva un ringiovanimento della Chiesa, e mai come ai nostri giorni la vediamo popolata soprattutto da persone anziane. Si pensava che fossero sufficienti alcune riforme strutturali per rinnovare il volto della Chiesa: il lifting è stato fatto, ma il volto della Chiesa continua a essere segnato dalle rughe. C’è stata la riforma liturgica, e ci ritroviamo le chiese vuote; ci si è dedicati a un immane sforzo di catechesi, e mai come oggi è diffusa l’ignoranza religiosa; ci si è fatti un’overdose di pastorale giovanile, e i giovani hanno abbandonato gli oratori per affollare le discoteche; sono stati istituiti gli organismi di partecipazione, e quelli che dovevano essere uno strumento di comunione si sono rivelati un ulteriore motivo di burocratizzazione della Chiesa; si sono “aperti” i seminari, e si sono svuotati. Le uniche vere novità dei nostri giorni sono costituite da fenomeni in nessun modo programmati o previsti dal Concilio: l’inatteso ritorno del martirio, la stupefacente fioritura dei movimenti ecclesiali, l’incredibile richiamo esercitato a tutti i livelli da padre Pio, la sorprendente moltiplicazione delle apparizioni mariane e — perché no? — la straordinaria diffusione di Radio Maria e l’eccezionale proliferazione di siti cattolici in Internet […]».

Le mie riflessioni si soffermavano poi sulla situazione attuale della Congregazione. La conferenza, nel suo insieme, fu bene accolta dall’assemblea; ma il passaggio su riportato fu criticato da qualche confratello, perché avevo osato mettere in discussione il Concilio, che fino ad allora costituiva un vero e proprio tabú.

Anche per quanto riguarda la libertà di criticare il Papa, non si tratta per me di una novità. Non posso documentare i miei dubbi sulle precedenti giornate di Assisi; posso però riportare un passaggio piuttosto polemico della mia prefazione al volume di Massimo Angeleri, Rosminianesimo a Milano. Il caso di padre Gazzola (1885-1891), NED, 2001. Padre Gazzola è un barnabita (di profonda spiritualità e sicura ortodossia), che dovette soffrire molto perché accusato prima di rosminianesimo e poi di modernismo:

«Sul Corriere della sera del 23 marzo 2000 Ernesto Galli della Loggia chiedeva che la richiesta di perdono della Chiesa per le colpe del passato, compiuta durante l’anno giubilare, si estendesse anche alle vittime della repressione antimodernistica. Anche noi, sinceramente, siamo rimasti un po’ sorpresi e delusi per questo mancato mea culpa per la durezza usata dalla Chiesa verso certi suoi figli incompresi, ingiustamente accusati, talvolta ferocemente perseguitati, ma rimasti a lei fedeli sino alla fine. Sappiamo bene che tradizionalmente la Chiesa agisce in maniera diversa: anziché riconoscere gli errori del passato e chiedere scusa a coloro che furono perseguitati, supera di fatto determinate situazioni e riabilita indirettamente i perseguitati riconoscendone la santità (si pensi, solo per fare un esempio, alla recente beatificazione di padre Pio). Ma siccome sembrava che si volesse adottare un nuovo metodo, poteva essere, questa, l’occasione per procedere a una vera e propria “riabilitazione”. Peccato! Non rimane che sperare che anche nei confronti di molte delle vittime della repressione antimodernistica, e in particolare di padre Gazzola, la Chiesa torni almeno al sistema tradizionale e le riabiliti riconoscendo pubblicamente l’eroicità delle loro virtú».

Anche in tal caso mi presi una bella lavata di capo da un confratello Vescovo, perché mi ero permesso di criticare pubblicamente il Papa. 

Per quanto riguarda la liturgia, il Prof. Dante Pastorelli di Firenze ha in piú occasioni testimoniato che, quando i tradizionalisti erano considerati ancora come degli appestati, io li ospitai gratuitamente alla Querce per un loro incontro, non perché ne condividessi le posizioni, ma semplicemente perché ho sempre pensato che nella Chiesa ci sia posto per tutti: se c’è posto per tanti riti liturgici (non solo tradizionali, ma perfino di nuovo conio come quello neocatecumenale), non ho mai capito perché non ci potesse essere piú posto per il rito romano antico. Questo senza mai mettere in discussione la mia convinta adesione alla riforma liturgica.

Penso che questo basti per dimostrare che le mie attuali posizioni, pur essendo aperte a ulteriori sviluppi e a sempre possibili revisioni, non sono improvvisate o frutto di recenti ripensamenti. Semmai, se proprio devo essere sincero, dirò che i fenomeni che, secondo Una vox, starebbero esercitando un benefico influsso sulla Chiesa, secondo me, stanno piuttosto provocando un effetto contrario. Non voglio soffermarmi, almeno per il momento, su quanto sta avvenendo nella Chiesa nel suo complesso (anche se non posso nascondere l’impressione che la liberalizzazione della Messa tradizionale, anziché riportare la pace tra i fedeli, stia suscitando ulteriori divisioni). Preferisco per ora limitarmi a considerare quanto sta avvenendo in me stesso: attualmente mi sento assai piú confuso di qualche anno fa. Nonostante ci sia sempre stata una certa dialettica nella Chiesa, nonostante che abbiamo vissuto periodi di gran lunga piú confusi di quello attuale, devo però dire che io, grazie al Cielo, ho sempre potuto contare su alcuni principi abbastanza chiari, che mi hanno permesso di attraversare anche i momenti piú critici senza rimanerne travolto. In questi ultimi tempi invece ho la sensazione di non avere piú nessuna certezza. Per esempio, in campo liturgico, non avevo mai messo in discussione la validità della riforma liturgica; semmai, il problema era quello di attuarla pienamente e di eliminare gli abusi. Ora, invece, con il Summorum Pontificum (o perlomeno con certe sue interpretazioni), tutto è stato rimesso in discussione. Di fatto, il risultato del motu proprio, al di là delle intenzioni, non è stato tanto il riconoscimento ad alcuni fedeli del sacrosanto diritto di partecipare alla Messa secondo la loro legittima sensibilità, ma quello di insinuare il dubbio che la riforma liturgica in sé fosse stata un errore.

Quanto poi alla presenza dei fedeli tradizionali, beh, devo fare una distinzione. A quelli che con coraggio e coerenza hanno difeso la tradizione in tempi non sospetti, è sempre andato tutto il mio rispetto. Non altrettanto posso dire a proposito dei tradizionalisti dell’ultim’ora, che si permettono di sparare giudizi e lanciare anatemi a destra e a manca con una superficialità, un’arroganza e una volgarità che hanno ben poco a che fare col Vangelo. Chiedo solo: dove erano questi talebani della tradizione negli anni Settanta e Ottanta? O non erano nati, o avevano ancora i calzoni corti, o, se li avevano lunghi, stavano dall’altra parte della barricata (o perché non erano credenti o, se lo erano, militavano nelle file della contestazione). Con ciò non voglio escludere la possibilità di un salutare ravvedimento; voglio solo dire che la vera conversione di solito si contraddistingue per umiltà e mitezza. La moltitudine vociante di certi tradizionalisti odierni, nonché esercitare un benefico effetto sulla Chiesa, rischia di provocare in molti una crisi di rigetto.

domenica 27 febbraio 2011

Criteri di traduzione

Il prossimo 9 marzo, mercoledí delle Ceneri, uscirà la nuova edizione (la quarta) della New American Bible (“NAB Revised Edition”), la traduzione cattolica della Bibbia ufficiale negli Stati Uniti. Dovrebbe essere quella definitiva: la prima edizione era stata pubblicata nel 1970; nel 1986 era stato rivisto il Nuovo Testamento; nel 1991, i Salmi; ora, finalmente, è stata ultimata la revisione dell’Antico Testamento. I criteri adottati in queste successive revisioni in genere hanno seguito una duplice tendenza: da una parte, una maggiore fedeltà al testo biblico; dall’altra, uno sforzo di adattamento all’evoluzione del linguaggio. Rientra in questa seconda tendenza la discutibilissima adozione, almeno nel caso del Nuovo Testamento (non so come si siano comportati per l’Antico), del cosiddetto “linguaggio inclusivo” (per quanto in una forma mitigata).

Ha avuto una certa risonanza (vedi qui) la decisione di non utilizzare piú nell’Antico Testamento la parola “holocaust”, in quanto ormai riservata esclusivamente (con la “H” maiuscola) allo sterminio degli ebrei durante la seconda guerra mondiale. La decisione, che non era stata in alcun modo sollecitata, è stata accolta con favore dalle organizzazioni dei sopravvissuti (vedi qui).

Ciò che mi irrita maggiormente non è tanto l’adeguamento totale, da parte della Chiesa cattolica, alla political correctness (ieri con l’adozione del linguaggio inclusivo, oggi con l’eliminazione della parola “olocausto”), quanto piuttosto l’incoerenza nell’utilizzo dei criteri di traduzione che si è deciso di seguire. Da una parte si dichiara di voler eseguire una traduzione letterale (e in molti casi lo si fa); dall’altra si ricorre spesso e volentieri alla creatività arbitraria. 

Si pensi che talvolta, pur di rimanere fedeli al testo originale, si è addirittura rinunciato a tradurre. In certi casi, secondo me, giustamente, come per esempio conservando l’espressione “Amen”, quando Gesú dice: «In verità vi dico» (Amen, I say to you); o ritenendo alcune espressioni popolari usate da Gesú, come “raqa” (Mt 5:22) o “mammon” (Mt 6:24). In altri casi, a mio parere, senza nessun valido motivo, come quando in Nm 21 si parla di “saraph serpents” (nella vecchia versione CEI tradotto con “serpenti velenosi” e nella nuova con “serpenti brucianti”).

Nel caso di “olocausto”, che in tutte le lingue è un termine tecnico per indicare un particolare tipo di sacrificio (quello nel quale la vittima viene completamente consumata dal fuoco), si è invece preferito ricorrere a una perifrasi descrittiva: “burnt offering” (= offerta bruciata). Il motivo sarebbe perché ormai la parola “Holocaust” avrebbe mutato significato e si riferirebbe, in maniera univoca, alla Shoah. C’è da dire che l’espressione “burnt offering” non è nuova (essa veniva già usata, in qualche caso, nella traduzione cattolica classica Douay-Rheims e, sempre, in quella protestante King James) e rende correttamente il senso di “olocausto”. Ma perché privarsi di un termine cosí specifico, oltretutto perfettamente comprensibile?

La critica all'incoerente applicazione dei criteri di traduzione non si rivolge solo alla NAB-RE, ma può essere rivolta anche alla nuova versione della CEI. Avete notato il vangelo della Messa di oggi (Mt 6:24-34)? Da una parte, la nuova traduzione segna un netto miglioramento rispetto alla vecchia: il verbo μεριμνάω viene reso, in tutte e sei le sue ricorrenze, con “preoccuparsi” (a differenza di quanto avveniva nella vecchia traduzione). D’altra parte, si è preferito abbandonare l’espressione “mammona” (presente nella vecchia versione e facente parte del linguaggio comune) e tradurla con “ricchezza”. È troppo chiedere che, una volta adottati dei criteri, essi vengano sempre coerentemente applicati?