martedì 23 marzo 2010

Il momento dell'unità

Ormai tutto quello che si poteva dire sulla lettera del Papa ai cattolici d’Irlanda è stato detto. Sarebbe del tutto inutile ripetere cose già lette. Da parte mia aggiungerò solo che il Santo Padre è stato capace di mantenere un difficilissimo equilibrio, specialmente nell’attuale congiuntura, nella quale, sotto la spinta delle pressioni e delle emozioni, è estremamente facile propendere per una certa soluzione, dimenticando le esigenze altrettanto importanti di posizioni diverse.

Tanto per fare un esempio, fra gli innumerevoli articoli che sono stati pubblicati, ne prendo due che esprimono posizioni opposte: da una parte quello di Francesco Peloso sul Riformista, che lamenta che «il documento lascia molti nodi irrisolti» (personalmente, considero pregi i punti deboli della lettera evidenziati da Peloso); dall’altra, l’articolo di Gianfranco Zizola sulla Repubblica, che sottolinea l’assenza della “medicina della misericordia” nella lettera del Papa (ma che lettera ha letto Zizola?).

Non so però che cosa arriverà al grande pubblico di questo raro equilibrio, dal momento che ben pochi leggeranno la lettera nella sua interezza e si accontenteranno dei sunti e delle presentazioni dei giornali, che spesso ne travisano completamente il contenuto. Un esempio: se voi leggete che i preti pedofili dovranno rispondere a Dio e ai tribunali umani, che cosa capite? Che dovranno essere denunciati, magari dai loro Vescovi, alla magistratura civile. Ma, se andate a leggere il testo, vi accorgerete che non sta scritto da nessuna parte. Quel che vi si legge è ben diverso: «Dovete rispondere di ciò davanti a Dio onnipotente, come pure davanti ai tribunali debitamente costituiti».

Ma vorrei soffermarmi su un altro punto, che finora è stato alquanto trascurato e che a me sembra invece di capitale importanza: la situazione dei Vescovi che sono rimasti coinvolti, loro malgrado, in questi casi. Non vorrei che, alla fine, siano proprio loro a dover subire le maggiori conseguenze di tutta questa situazione. E, se devo essere sincero, ho l’impressione che siano proprio loro l’obiettivo principale di questa campagna ufficialmente contro la pedofilia, di fatto contro la Chiesa (perché non ci si sdegna contro la pedofilia in altri ambienti come contro quella che avviene nella Chiesa?).

Vedete, in fondo, i preti pedofili, se subiscono delle pene per il loro comportamento, se lo sono meritato. Anzi mi meraviglia la delicatezza usata dai giornali nei loro confronti (avete notato che di solito vengono citati con le sole iniziali?). Gli strali dei pubblici moralizzatori non si scagliano tanto contro i pedofili, quanto piuttosto contro i Vescovi (di cui si fanno nome e cognome e si chiedono pubblicamente le dimissioni), che li hanno coperti. Ciò che viene rinfacciato alla Chiesa non è tanto il comportamento peccaminoso (e criminale) di alcuni preti (del resto non raramente condiviso dagli accusatori piú arrabbiati), quanto piuttosto le “coperture”, l’“occultamento” dei casi, l’“insabbiamento” delle pratiche, il clima di “omertà” che esisterebbe nella Chiesa. E in questa polemica è ovvio che i principali bersagli sono appunto i Vescovi, i quali, nel migliore dei casi, “non potevano non sapere” (colpa, a quanto pare, sufficiente per esigere le loro dimissioni).

Lasciate pertanto che spezzi una lancia a favore di questi poveri Vescovi, che spesso si sono trovati, senza alcuna colpa, coinvolti in questi casi, hanno cercato e pensato di fare del loro meglio, e oggi vengono accusati di complicità. Diciamo subito che forse in alcuni casi non si sono resi pienamente conto della gravità della situazione. Probabilmente è vero che in molti casi l’unico provvedimento da loro preso è stato il trasferimento. Ma, del resto, non è, questa, una delle pene previste dal diritto canonico (magari usando altre espressioni, come “proibizione o ingiunzione di dimorare in un determinato luogo”)?

Diciamo la verità, non è che finora esistessero norme cosí chiare e precise riguardo ai casi di pedofilia. La tanto citata istruzione Crimen sollicitationis del 1962 si riferisce, appunto, alla sollecitazione al peccato contro il sesto comandamento nell’atto o in occasione o col pretesto della confessione sacramentale (nell’attuale CIC, can. 1387). Non sempre i reati di pedofilia sono connessi con la confessione. La Crimen sollicitationis dedica alla pedofilia solo un articolo (n. 73). C’è voluta la lettera Ad exsequendam del 2001 per inserire «il delitto contro il sesto comandamento del Decalogo commesso da un chierico con un minore al di sotto dei 18 anni di età» fra i delitti piú gravi riservati alla Congregazione per la dottrina della fede. Ora, ritengo che i Vescovi possano essere incolpati solo se sono andati contro le norme previste da questi due documenti (se per esempio, dopo il 2001, non avessero deferito tali casi alla CDF). In caso contrario, di che cosa possono essere accusati?

So già la risposta: di occultamento e di insabbiamento; i Vescovi non hanno denunciato alla magistratura i casi di cui sono venuti a conoscenza. Mi si dica, per favore, dove stava (e dove sta) scritto. Anzi, nella Crimen sollicitationis era ingiunto il “segreto del Sant’Uffizio”, sotto pena di scomunica (n. 11; cf n. 70). Anche nella nuova normativa (lettera Ad exsequendam), è esplicitamente detto che «le cause di questo genere sono soggette al segreto pontificio». A tale proposito, non mi sembra corretto confondere il “segreto pontificio”, che è giuridicamente ben definito e regolamentato (si veda l’istruzione Secreta continere del 4 febbraio 1974), con il semplice “segreto istruttorio”.

Oltre tutto, nel vecchio Codice di diritto canonico era previsto il privilegium fori (can. 120 CIC 1917). Perché un Vescovo avrebbe dovuto denunciare un suo sacerdote alla magistratura civile? Oggi la sensibilità sta cambiando; il Papa invita i Vescovi irlandesi a «cooperare con le autorità civili nell’ambito di loro competenza», ma non chiede loro di piú. Quindi non mi sembra giusto incolpare i Vescovi di colpe che non hanno. Se si vuole che i Vescovi agiscano in maniera diversa, occorre cambiare le norme e dire con precisione come devono comportarsi, d’ora in poi, in casi simili.

Non vorrei che i Vescovi diventassero i capri espiatori di una situazione piú grande di loro. Stiamo soprattutto attenti a non introdurre nella Chiesa pericolosissime fratture: il Papa è buono perché sta dalla parte delle vittime; i Vescovi sono cattivi perché coprono i preti pedofili. Se cosí fosse, sarebbe la piú grossa vittoria dei nemici della Chiesa, che dopo aver fallito a incastrare il Papa in questa vicenda, sarebbero riusciti a dividere la Chiesa. Non è questo il momento delle divisioni, ma quello dell’unità, necessaria per far fronte alle sfide interne ed esterne alla Chiesa.

giovedì 18 marzo 2010

Omelia del Card. Brady

Omelia del Card. Seán Brady, Arcivescovo di Armagh e Primate di tutta l'Irlanda, nella solennità di San Patrizio, St. Patrick's Cathedral, Armagh, 17 marzo 2010:


My sisters and brothers in Christ.

Today, Irish people across the world are remembering St Patrick and the land of their birth. Most will do so with joy and pride. They will celebrate the enormous contribution of this nation to the Christian faith and heritage across the world. They will celebrate a people renowned for generosity to others in need.

Ireland and its people have much to be proud of.

Yet every land and its people have moments of shame.

Dealing with the failures of our past, as a country, as a Church, or as an individual is never easy. Our struggle to heal the wounds of decades of violence, injury and painful memory in Northern Ireland are more than ample evidence of this.

There is always tension between the possibilities we aspire to and our wounded memories and past mistakes.

Saint Patrick, our national Apostle, our patron Saint, knew this tension throughout his life. Even as he brought the joy and life of the Gospel to the Irish people, he was haunted by the sins of his past. We recall the famous opening words of his Confession: ‘I, Patrick, a sinner, and the least of all the faithful’.

In today’s Gospel, Saint Peter wrestled with his own sinfulness while still answering Jesus’ call to become a fisher of men. Jesus calls Peter to ‘put out into the deep’. Peter responds: ‘Leave me Lord, I am a sinful man.’

We all experience this tension between being called to follow Jesus – to live up to his values - and the reality of our sinful nature. There is true freedom in humbly acknowledging – like the wounded healers Peter and Patrick – the full truth of our sinfulness.

This week a painful episode from my own past has come before me. I have listened to reaction from people to my role in events thirty five years ago. I want to say to anyone who has been hurt by any failure on my part that I apologise to you with all my heart. I also apologise to all those who feel I have let them down. Looking back I am ashamed that I have not always upheld the values that I profess and believe in.

These are momentous times for the Church in Ireland.

I believe the two years leading up to the Fiftieth International Eucharistic Congress in Dublin will be among the most critical for us since the time of St. Patrick. I deeply believe that God is calling us to a new beginning, to a time of Patrician energy, reform and renewal. I look forward to the Pastoral Letter of Pope Benedict XVI to the Faithful of Ireland as one important source for this renewal.

The Gospel we have just read, and the life of St. Patrick, also offers us some principles for this renewal.

Firstly, renewal begins with a sincere, prayerful listening to the Word of God. We have just heard how the crowds pressed around Jesus, hungry for his Word - the Word of life itself.

Secondly, we need to listen to the Spirit as the source of our renewal. St. Patrick heard the Spirit’s call in the ‘voice of the Irish’. As we search for the voice of the Spirit in our time, the Irish faithful must be involved more effectively within the Church.

Finally, we must humbly continue to deal with the enormity of the hurt caused by abuse of children by some clergy and religious and the hopelessly inadequate response to that abuse in the past.

I believe the period up to the Eucharistic Congress has to involve a sincere, wholehearted and truthful acknowledgement of our sinfulness. Like St. Patrick, like St. Peter, we as Bishops, successors of the Apostles in the Irish Church today must acknowledge our failings. The integrity of our witness to the Gospel challenges us to own up to and take responsibility for any mismanagement or cover-up of child abuse. For the sake of survivors, for the sake of all the Catholic faithful as well as the religious and priests of this country, we have to stop the drip, drip, drip of revelations of failure.

The Lord is calling us to a new beginning. None of us knows where that new beginning will lead. Does it allow for wounded healers, those who have made mistakes in their past to have a part in shaping the future? This is a time for deep prayer and much reflection. Be certain that I will be reflecting carefully as we enter into Holy Week, Easter and Pentecost. I will use this time to pray, to reflect on the Word of God and to discern the will of the Holy Spirit. I will reflect on what I have heard from those who have been hurt by abuse. I will also talk to people, priests, religious and to those I know and love.

Pray for those who have been hurt. Pray for the Church. Pray for me.


domenica 14 marzo 2010

Delirio di onnipotenza

Eh no, mi sembra che si cominci a sragionare e a straparlare!

Ha cominciato ieri Mons. Luciano Pacomio con una intervista a La Stampa dove sosteneva che «per il diritto canonico non esiste immunità a nessun livello della gerarchia ecclesiastica».

Arriva oggi Luigi De Magistris a dire: «Non ritengo un tabú che Ratzinger possa rendere testimonianza ai giudici tedeschi di quanto sa sui casi di pedofilia denunciati in Germania» e ad auspicare la costituzione di «un nuovo soggetto giuridico internazionale che possa indagare sui casi di pedofilia che hanno colpito la Chiesa».

Ho l’impressione che si stia perdendo il senso della misura e ci si trovi dinanzi a un vero e proprio delirio di onnipotenza. Possibile che non ci sia alcun canonista che ricordi a questi signori che «PRIMA SEDES A NEMINE IUDICATUR» (can. 1404)?

sabato 13 marzo 2010

Calma e sangue freddo

Mentre ci stringiamo tutti intorno al Santo Padre in questo momento difficile — per altro ampiamente previsto — registriamo oggi con piacere la pubblicazione di due rilevanti contributi, che inviterei i lettori a leggere per intero. Si tratta di altri due tasselli da aggiungere al “mosaico” che abbiamo incominciato a comporre con l’ultimo post di questo blog. Entrambi gli interventi sono apprezzabili, perché si fondano su dati certi: riportano delle statistiche difficilmente contestabili. In un momento di confusione come quello attuale, mi sembra importante fare riferimento anche ai numeri, perché altrimenti si rischia di perdere di vista la reale consistenza dei fenomeni di cui si sta parlando.

Il primo contributo è l’intervento di Massimo Introvigne, che analizza ciò che sta accadendo in questi giorni da un punto di vista scientifico. L’autore descrive il fenomeno facendo ricorso alle categorie della sociologia. Mi sembra un approccio molto utile, per capire che cosa c’è dietro ai titoli che leggiamo sui giornali. Alle riflessioni di Introvigne, che sottoscrivo al cento per cento, aggiungerei solo alcune osservazioni sulla vicenda Regensburg, costruita praticamente sul nulla. I casi che sono stati portati, per dimostrare gli abusi avvenuti nel coro del Duomo, si riferivano agli anni Cinquanta-Sessanta: ciò significa che le vittime sono ora cinquantenni-sessantenni; i responsabili erano noti, erano stati già processati e condannati, e sono già morti. Perché tirare fuori proprio ora questi casi? In secondo luogo, avete notato come si sia giocato sull’equivocità del termine “violenza”, equiparando negli articoli un ceffone a una violenza sessuale? Si tratta di tecniche per creare, appunto, un “panico morale”.

Il secondo contributo è l’intervista, pubblicata oggi su Avvenire, con Mons. Charles J. Scicluna, promotore di giustizia della Congregazione per la dottrina della fede. Anche in questo caso mi sembra che si tratti di un contributo importante, perché rende noto come si muove la Chiesa; apre uno squarcio su quell’ordinamento canonico, di cui si parlava la volta scorsa. Fino ad ora l’idea che ci si è fatta attraverso i media è che i casi di pedofilia siano stati sempre e solo “coperti” e “insabbiati” dai Vescovi, i quali si sarebbero limitati a trasferire i preti coinvolti da una parrocchia all’altra, moltiplicando cosí gli abusi. Ci sono senz’altro stati anche questi casi, ma l’intervista ci manifesta l’altra faccia della medaglia: gli interventi canonici che ci sono stati in questi anni e la procedura che solitamente viene seguita in simili circostanze.

Ho voluto citare questi interventi, perché credo che possano essere utili a tutti, in questo momento, per non farci prendere dal panico e mantenere la calma e il sangue freddo, necessari in questi casi. È molto importante, nei momenti difficili, non reagire in maniera scomposta, sull’onda delle emozioni indotte dai media: il rischio è quello di commettere gravissimi errori e ingiustizie. Che ci debba essere collaborazione con le autorità civili, mi pare piú che ragionevole; ma non mi sembrano assolutamente fuori luogo (quasi fossero tentativi di frenare l’opera di pulizia intrapresa da Benedetto XVI) i richiami di chi ci rammenta che anche il peccato di pedofilia può essere assolto (e che non si può in nessun caso infrangere il sigillo sacramentale) o di chi ribadisce che «lo scandalo degli abusi va affrontato seguendo rigorosamente il diritto canonico» (si veda l’articolo di Giacomo Gaelazzi per La Stampa). Che il diritto canonico possa cambiare, è fuor di dubbio (lo stesso Mons. Scicluna sembrerebbe auspicarlo); ma scavalcarlo o ignorarlo, potrebbe essere estremamente pericoloso.

giovedì 11 marzo 2010

Qualcosa comincia a muoversi

Finalmente qualche sprazzo di luce! Dopo aver letto per lungo tempo, sulla questione della pedofilia, quasi solo slogan (“Trasparenza!”; “Tolleranza zero!”), finalmente si incomincia a ragionare. In questi giorni è stato possibile trovare qui è là delle riflessioni degne d’attenzione, qualche volta addirittura alcune verità scomode, che finora nessuno aveva avuto il coraggio di pronunciare. Credo che si tratti come delle tessere di un mosaico, che bisognerebbe incominciare a mettere insieme.

Secondo me, il primo a cui va riconosciuto il merito di aver affrontato l’argomento in una prospettiva nuova, questa volta è stato proprio Padre Lombardi, il quale ha detto alcune cose molto interessanti. Innanzi tutto, credo per la prima volta, è passato dall’atteggiamento difensivo, finora adottato, al contrattacco: «Certamente gli errori compiuti nelle istituzioni e da responsabili ecclesiali sono particolarmente riprovevoli, data la responsabilità educativa e morale della Chiesa. Ma tutte le persone obiettive ed informate sanno che la questione è molto piú ampia, e il concentrare le accuse solo sulla Chiesa porta a falsare la prospettiva. Solo per fare un esempio, i dati recentemente forniti dalle autorità competenti in Austria dicono che in uno stesso periodo di tempo i casi accertati in istituzioni riconducibili alla Chiesa sono stati 17, mentre ve ne sono stati altri 510 in altri ambienti. È bene preoccuparsi anche di questi». E poi ha ricordato una grande verità, che nei dibattiti finora svolti sull’argomento era stata sempre trascurata: «È bene ricordare ancora che la Chiesa vive inserita nella società civile e in essa assume le sue responsabilità, ma ha anche un suo ordinamento specifico distinto, quello “canonico”, che risponde alla sua natura spirituale e sacramentale, in cui quindi anche le procedure giudiziali e penali sono di natura diversa (ad esempio non prevedono pene pecuniarie o di privazione della libertà, ma impedimento di esercizio di ministero, privazione di diritti nel campo ecclesiastico, ecc.). Nell’ambito canonico il delitto di abuso sessuale di minori è sempre stato considerato uno dei piú gravi fra tutti, e le norme canoniche lo hanno costantemente riaffermato, in particolare la Lettera “De delictis gravioribus” del 2001, talvolta inopportunamente citata come causa di una “cultura del silenzio”».

Oggi poi sono stati pubblicati due commenti sul Corriere della sera, in entrambi dei quali si possono trovare utili spunti di riflessione. Alberto Melloni, in mezzo alle solite amenità, ha detto una verità che tutti sapevano, ma che nessuno finora aveva avuto il coraggio di pronunciare: «E probabilmente ha ragione anche l’analisi di chi vede in certe sequenze — il caso americano scoppiò giusto giusto quando Giovanni Paolo II si schierò contro la guerra di Bush in Iraq — lo zampino di una politica che non genera, ma approfitta della inettitudine dei vescovi». Vittorio Messori, da parte sua, innanzi tutto rivela un’altra verità scomoda: «Non pochi di coloro che si atteggiano a inflessibili moralizzatori, furono apostoli attivi della sessantottarda “liberazione sessuale”. Per coloro che non vissero quei tempi, sarà sorprendente un carotaggio tra tanti, troppi testi degli anni Settanta. Libertà di sesso, per chiunque e con chiunque! Bambini compresi, anzi questi per primi, per educarli da subito a una prospettiva “non repressiva”, a un “eros liberato”» (vedo ora con piacere anche il Card. Schönborn ha tirato fuori il problema, per me determinante, della “rivoluzione sessuale” del ’68). Molto interessante poi l’esperienza personale di Messori, avuta in ambienti rigorosamente laici. Lasciamo perdere la finale dell’articolo, forse valida per i “piccoli”, che non possono che rimanere scandalizzati da certe notizie, ma assolutamente inadeguata per quanti hanno promosso questa campagna contro la Chiesa.

Chiaramente non è ancora il momento di tirare conclusioni. Ma per lo meno si incomincia a intravvedere un approccio diverso al problema della pedofilia nella Chiesa. Prima di tutto ci si comincia a liberare dal complesso di inferiorità e di colpa che fin qui aveva caratterizzato tutte le reazioni ecclesiastiche. Si è iniziato a contrattaccare, non perché i fatti contestati non siano veri, ma perché è ormai assodato che si tratta esclusivamente di accuse strumentali: se gli accusatori della Chiesa fossero veramente interessati al bene dei bambini, denuncerebbero le violenze da qualunque parte provengono. Mentre invece interessano loro solo gli abusi operati dal clero cattolico: a questi sepolcri imbiancati, dei bambini non gliene importa niente; l’unica cosa che interessa loro è l’attacco alla Chiesa, e al Papa in particolare. Oramai è evidente la strategia: si è partiti dall’America (per i motivi espressi da Melloni), per passare poi all’Europa, cominciando dall’Irlanda e arrivando infine in Germania, guarda caso alle diocesi di Ratisbona e di Monaco (chissà perché). Il cerchio si stringe: in un modo o nell’altro, bisogna incastrare Papa Ratzinger. C’è solo da chiedersi se la tappa successiva sarà la Chiesa italiana. Staremo a vedere.

Ma un altro aspetto positivo è che la Chiesa sta prendendo coscienza della gravità del fenomeno e quindi della necessità di correre ai ripari. È una questione complessa, che richiederà tempo e impegno non indifferente; ma non è certo una questione che si risolve, come si vorrebbe far credere, con la “collaborazione con le autorità civili”. Come giustamente ci ha ricordato Padre Lombardi, la Chiesa ha un suo ordinamento interno, ed è lí che bisogna intervenire. Si tratta di ripensare da capo tutto il problema, sul piano teologico, ascetico, formativo, canonico e pastorale, con la disponibilità a fare, se ce ne fosse bisogno, autocritica per gli errori commessi e a introdurre eventuali correttivi. Ma si tratta di un lavoro da svolgere lontano dai riflettori dei media, che inevitabilmente condizionano e limitano la serenità, la lucidità e il rigore necessari in questi casi.

venerdì 5 marzo 2010

Processi mediatici

Anche il processo di beatificazione di Giovanni Paolo II si sta trasformando in una telenovela. Era inevitabile che finisse cosí. È ovvio che, una volta imboccata la strada del processo mediatico (non so se vi siete accorti che il processo si è finora svolto sui media piú che nelle austere aule dei tribunali ecclesiastici), si doveva essere pronti a certi colpi di scena. Il problema è che ormai stiamo cadendo nel ridicolo.

Tutto è cominciato con quell’improvvido “Santo subito!” dei funerali: fu presentato come la spontanea espressione della vox populi, ma poi qualcuno ha sollevato il sospetto che si trattasse di un’operazione ben pianificata da qualche “lobby”.

Atto secondo: le pressioni sul nuovo Pontefice si sono fatte cosí insistenti da costringerlo a derogare alla norma dei cinque anni per l’introduzione della causa di beatificazione. Ovviamente, il Papa era libero di rispondere alle pressioni in modo diverso; ma è innegabile che le pressioni ci siano state (non so se ricordate che, successivamente, alle insistenze di alcuni che chiedevano a Benedetto XVI l’approvazione dell’eroicità delle virtú di Pio XII, la Sala Stampa della Santa Sede rispose con un secco invito a non esercitare sul Santo Padre intollerabili pressioni).

All’introduzione della causa è seguito un processo-lampo, la cui velocità non può che suscitare qualche perplessità sulla scrupolosità adottata nelle procedure. Circolavano voci che non tutti i documenti fossero stati messi a disposizione. A quanto pare il voto dei consultori sull’eroicità delle virtú non è stato unanime.

Nel frattempo si è svolto il “processo” parallelo sui media: a parte gli articoli sui giornali e i servizi televisivi, i due volumi che non molto opportunamente sono stati pubblicati, interferendo pesantemente nel lavoro dei giudici. Prima il libro di Wanda Poltawska, Diario di un’amicizia, la cui pubblicazione è stata fortemente criticata dal Card. Dziwisz; poi quello del postulatore Slawomir Oder, Perché è santo, stroncato da Gianfranco Svidercoschi. Si pensava forse di affrettare la beatificazione; di fatto, la si è intralciata.

Poi c’è stata la dichiarazione dell’eroicità delle virtú, che è stata presentata come una specie di pre-beatificazione: erano state addirittura già proposte le date: o il 2 aprile o il 16 ottobre 2010. Dimenticando che, dopo la dichiarazione dell’eroicità delle virtú, è necessario che ci sia un altro processo per il miracolo; ma sembrava che si trattasse di semplici formalità: il miracolo c’era già e sembrava inoppugnabile. Ora sembra che non lo sia poi cosí tanto. Per carità, niente di strano nei processi normali; già, ma in questo caso non si tratta di un processo normale...

Poi c’è stato il concistoro per l’approvazione di alcune canonizzazioni (che si svolgeranno il 17 ottobre 2010), nel quale non si fa alcun cenno alla beatificazione di Papa Wojtyla. C’è subito qualcuno (anche nell’episcopato polacco) che manifesta il proprio disappunto.

Se posso esprimere il mio modesto parere, mi sembra che proprio non ci siamo. È vero che i tempi sono cambiati; è vero che le norme che regolano i processi di beatificazione e canonizzazione sono state modificate; però mi sembra che siamo arrivati a una situazione intollerabile. Ricordo che un tempo, nelle vite dei Servi di Dio, molto prudentemente si dichiarava che, in ossequio ai decreti di Urbano VIII, quanto scritto non voleva in alcun modo prevenire il giudizio della Chiesa e che ci si rimetteva alle decisioni della Sede Apostolica. Ora invece siamo di fronte a un susseguirsi di forzature, che stanno prestando un pessimo servizio a Giovanni Paolo II.

Direi proprio che sia giunto il momento di mettere un punto a questo andazzo. Non è questo il modo per procedere a beatificazioni e canonizzazioni; bisogna che tutto rientri nella normalità delle procedure, col rigore e la discrezione che queste prevedono. Se il processo, anziché richiedere cinque anni, ne richiederà dieci, venti o cinquanta, che importa? Perché tutta questa fretta? Se Giovanni Paolo II è santo, presto o tardi verrà pubblicamente riconosciuto. Perché voler a tutti i costi bruciare le tappe, col rischio di seminare dei sospetti, poi difficilmente rimediabili?

martedì 2 marzo 2010

Fieri di certi Vescovi

Sandro Magister pubblica oggi sul sito www.chiesa il testo della conferenza tenuta ieri sera a Houston dall’Arcivescovo di Denver Charles J. Chaput su “La vocazione dei cristiani nella vita pubblica americana”. Si tratta di un documento che merita di essere letto. Ne parlo qui perché si ricollega a un punto da me toccato nel post della settimana scorsa. Se ricordate, scrivevo: «Si è partiti con l’idea — di per sé positiva — di laicità dello Stato; dalla rivendicazione di una legittima autonomia dello Stato dalla Chiesa, si è poi passati a quella di indipendenza e di totale separazione; poi si è proceduto al graduale smantellamento di quella cultura e di quel patrimonio di valori morali, che erano alla base della convivenza civile». Mi riferivo alla situazione italiana; ma, a quanto pare, il discorso vale anche, e forse in misura maggiore, per gli Stati Uniti. Questo paese è sempre stato una democrazia, che presupponeva un sistema di valori fondati sulla religione cristiana (sia pure protestante); a un certo punto, secondo l’interessante analisi del prelato americano, è stato introdotto surrettiziamente il principio di separazione fra Stato e Chiesa, estraneo alla tradizione americana, che ha portato alla situazione attuale.

Non entro nel merito della questione storiografica delle responsabilità del Presidente Kennedy. Certo, si tratta di una questione di estremo interesse; ma non ho gli elementi per pronunciarmi. Apprezzo però il coraggio, l’anticonformismo, la parrhesia, con cui si esprime Mons. Chaput. Confesso che lo conoscevo molto superficialmente, senza aver mai letto nulla di suo. Questa conferenza è stata per me una rivelazione: sono rimasto molto bene impressionato da questo Vescovo di origini indiane. Sembra quasi che ci troviamo di fronte a una nuova generazione di Vescovi, su cui la Chiesa può fare affidamento.

E questo mi porta a fare una ulteriore riflessione. Recentemente lo stesso Magister si soffermava sulle tensioni che si sarebbero create tra la Segreteria di Stato e alcuni episcopati nazionali (vedi qui): non solo quello italiano, ma anche quello brasiliano (per la questione della bambina costretta ad abortire) e quello statunitense (per l’atteggiamento da tenere nei confronti della presidenza Obama).

Ebbene, mi veniva da fare la seguente riflessione. Nel passato Roma si trovava a fronteggiare episcopati che spesso ne contestavano l’insegnamento dottrinale e morale: in Europa motivo del contendere era soprattutto la contraccezione; in America Latina, la teologia della liberazione. Gli anni del pontificato di Giovanni Paolo II sono stati quelli in cui ci si è sforzati di procedere a un ricambio dei Vescovi, in modo da avere un episcopato in linea col magistero pontificio. Non è stato facile: ancora ci sono casi di singoli presuli o di intere conferenze episcopali che fanno fatica ad allinearsi con Roma; ma, in generale, si può dire che le Chiese locali siano in comunione con gli insegnamenti pontifici in materia morale, specialmente per quanto riguarda la difesa della vita. Anzi, si direbbe che in qualche caso (come, per esempio, negli Stati Uniti) si sia creata una sensibilità ignota alle Chiese europee.

Appare quindi quanto meno singolare che ora la Santa Sede si trovi ad avere problemi proprio con quei Vescovi e quegli episcopati che hanno fatto della difesa della vita la loro bandiera. Invece di essere contenti che esistano certi Vescovi, li si critica. Sono d’accordo che in tutte le cose, e quindi anche nella difesa della vita, c’è bisogno di equilibrio; ma sono altrettanto convinto che, nelle situazioni locali, gli unici qualificati a discernere sull’opportunità di certi interventi sono i Vescovi del luogo, che conoscono a fondo la situazione. Come dicevo in altra occasione, il fatto di stare a Roma non è di per sé garanzia di infallibilità: il dogma dell’infallibilità riguarda esclusivamente il Sommo Pontefice quando si pronuncia ex cathedra in materia di fede e di morale; i dicasteri della Curia Romana — men che meno la Segreteria di Stato — non godono della medesima prerogativa: loro compito è, semmai, quello di promuovere la comunione fra la Sede di Pietro e le Chiese particolari. Per non parlare dello scandalo che potrebbe provocare nei fedeli anche il solo sospetto che Roma, alla difesa dei principi, preferisca la politica e la diplomazia.

mercoledì 24 febbraio 2010

Angeli per legge

Giorni fa Piero Ostellino ha pubblicato sul Corriere della sera un commento dal titolo “La nostalgia italiana dello Stato teocratico”. Vi riferisce di due dibattiti radiofonici a cui ha partecipato, dedicati alla corruzione, nei quali si è reso conto che in Italia esisterebbe quel tipo di nostalgia. Prima di procedere nella lettura di questo post, vi pregherei di leggere l’articolo (è molto breve).

So già di scandalizzare qualche “anima bella”, ma devo confessare di essere pienamente d’accordo con Ostellino, non solo quando si chiede: «Ma dove sta il reato?», ma anche quando afferma: «Rivendico il diritto all’immoralità». Come, un prete non stigmatizza la corruzione diffusa nella società e giunge al punto di rivendicare il diritto all’immoralità? Ora capiamo perché il mondo va a rotoli: perché neppure i preti fanno piú il loro mestiere!

E invece no! Sono d’accordo con Ostellino proprio perché non voglio delegare ad altri quello che è un mio compito specifico. Ha mille e una ragione l’ex-direttore del Corriere quando afferma: «Se si ritiene che compito della magistratura sia di scoprire, e denunciare attraverso i media, che gli uomini non sono angeli, si è in ritardo con la storia. L’hanno già fatto decine di filosofi della politica e della morale. Se, poi, si ritiene che suo compito sia (anche) di fare in modo che lo diventino, si sbaglia ancora. È compito dei preti». Il vero problema sta proprio qui, nella confusione dei ruoli: si vuole affidare allo Stato, alle sue leggi e ai custodi di tali leggi un ruolo che non spetta loro. Non so se ci si renda conto, ma, procedendo di questo passo, si giunge allo Stato totalitario, allo Stato assoluto, allo Stato etico: uno Stato che non conosce la sua ragion d’essere; uno Stato che non ha la consapevolezza dei propri limiti; uno Stato che si sente in diritto e in dovere di intervenire su ogni aspetto della vita umana; uno Stato che si considera suprema fonte di moralità.

Date le premesse, era ovvio che si dovesse arrivare a questo punto. Si è partiti con l’idea — di per sé positiva — di laicità dello Stato; dalla rivendicazione di una legittima autonomia dello Stato dalla Chiesa, si è poi passati a quella di indipendenza e di totale separazione; poi si è proceduto al graduale smantellamento di quella cultura e di quel patrimonio di valori morali, che erano alla base della convivenza civile. Ora che il lavoro è stato compiuto, ci si accorge che qualcosa non funziona. E che cosa si fa? Anziché riconoscere gli errori commessi; anziché ammettere che esiste un momento pre-politico, che non è di spettanza dello Stato, ma che è ad esso indispensabile; anziché accettare umilmente i propri limiti, lo Stato pensa di risolvere tutto aggiungendo alle infinite leggi esistenti (che, come le gride manzoniane, hanno clamorosamente dimostrato la loro inefficacia) nuove leggi con le quali si dovrebbe eliminare la corruzione, e affidando ai giudici il ruolo di vestali, oltreché della legalità, anche della moralità dei cittadini.

Personalmente preferirei che, anziché sovraccaricare ulteriormente di lavoro la magistratura, già visibilmente in difficoltà nel disbrigo delle sue pratiche, si lasciasse un po’ di lavoro anche a noi preti, da sbrigare in confessionale. Ma ho l’impressione che, di questo passo, piú che la mancata osservanza del precetto festivo non ci rimanga; a poco a poco, ci stanno scippando anche tutte le mancanze contro il sesto comandamento...

Solo su un punto non mi trovo d’accordo con Ostellino: quando, come esempio di Stato teocratico, porta quello «pre-unitario, dove governava il Papa». Avrei capito se avesse fatto riferimento allo Stato islamico, dove vige la legge coranica; ma mi pare che Ostellino non conosca molto bene la storia: quando il Papa aveva lo Stato Pontificio da governare, sapeva distinguere molto bene il suo ruolo temporale da quello religioso; era un sovrano forse piú laico di tanti governanti democratici odierni; sapeva che la virtú non può essere imposta per legge e tollerava non pochi vizi (spesso — rimanga fra noi — anche i propri). Sapeva, per dirla con Ostellino, che compito dello Stato non è quello di rendere gli uomini angeli, ma quello di porre le condizioni perché possano diventarlo.

sabato 20 febbraio 2010

Interessi corporativi?

A quanto pare, Sandro Magister non si lascia minimamente intimidire dalle “bacchettate” — si direbbe sempre piú ricorrenti — nei confronti dei vaticanisti da parte della Sala Stampa della Santa Sede, e continua imperterrito il suo lavoro. E fa bene. Anche perché, nonostante i bei discorsi, si ha l’impressione che oltre Tevere non ci si renda ancora pienamente conto del tipo di società in cui viviamo e si continui a ragionare con criteri che potevano andar bene in altri tempi.

Giorni fa Padre Lombardi, intervenendo a proposito della dichiarazione sottoscritta da alcuni membri della Pontificia Accademia per la vita, nella quale veniva “sfiduciato” il Presidente di quell’organismo Mons. Rino Fisichella, ha smentito che tale documento fosse giunto al Santo Padre o alla Segreteria di Stato e ha lamentato che non si fosse trattato della questione durante l’assemblea plenaria appena svolta, concludendo con le seguenti parole: «Stupisce e appare non corretto che a tale documento venga data una circolazione pubblica». Incurante del pronunciamento di Padre Lombardi, Magister ha appena pubblicato sul sito www.chiesa il testo integrale della dichiarazione, «a titolo di documentazione».

Intendiamoci, da un punto di vista formale, il Direttore della Sala Stampa Vaticana ha ragione: i naturali destinatari di eventuali lagnanze riguardo ai responsabili dei dicasteri della Curia Romana non possono che essere il Papa e il Segretario di Stato; per cui, a prima vista, la dichiarazione diffusa pubblicamente potrebbe apparire una scorrettezza. Una volta si sarebbe detto: una “congiura”.

Ma se andiamo a leggere il contenuto della dichiarazione, ci accorgiamo che i “congiurati” avevano validi motivi per agire in tal modo. In seguito alla pubblicazione dell’articolo di Mons. Fisichella sull’Osservatore Romano del 15 marzo 2009, essi avevano scritto all’interessato e, successivamente, al Card. Levada. Quest’ultima lettera aveva sortito l’effetto sperato: la chiarificazione della Congregazione per la dottrina della fede del 10 luglio 2009. La cosa poteva finire lí (personalmente, ero convinto che la questione si fosse chiusa con quell’intervento).

Ma, a quanto pare, Mons. Fisichella non si è dato per vinto, ed è imprudentemente tornato sulla questione nel corso della recente assemblea. Per me avrebbe fatto meglio a glissare sull’argomento. È ovvio che col suo inopportuno intervento ha messo i “congiurati” nella condizione di fare il passo che hanno fatto. Avrebbero dovuto scrivere direttamente al Papa o al Card. Bertone? Forse; ma si sarebbe potuto tacciare anche questo tipo di ricorso come forma di “delazione”. I cinque accademici hanno invece preferito la via della trasparenza, ricorrendo a una dichiarazione pubblica. Si potrà discutere sulla correttezza formale. Personalmente, non trovo alcunché di scandaloso nel comportamento degli accademici della vita.

C’è un punto toccato dalla dichiarazione, che invece, se confermato, mi appare decisamente “scandaloso”: in essa si afferma che Mons. Fisichella avrebbe manipolato il primo paragrafo della chiarificazione della Congregazione della dottrina della fede, facendovi aggiungere le parole “manipolazione e strumentalizzazione”. Possibile? Se questo è vero, si tratta di un fatto gravissimo, sufficiente, da sé solo, a giustificare la rimozione dal suo incarico. Spero che si faccia luce al piú presto su questo increscioso episodio e si ristabilisca cosí un minimo di serenità e di fiducia non solo all’interno dell’Accademia per la vita, ma anche fra i semplici fedeli. Altrimenti saremmo costretti a concludere, con i “congiurati”, che la Curia ha serrato «i ranghi attorno a Fisichella a motivo della mentalità clericale di questa corporazione». Credo che, nel caso presente, ci sia in gioco qualcosa di piú di banali interessi corporativi.

martedì 9 febbraio 2010

Coda di paglia

Se devo essere sincero, questa interminabile telenovela del “caso Boffo” incomincia a venirmi a noia. Ora siamo tutti in spasmodica attesa di scoprire chi sia la “personalità della Chiesa della quale ci si deve fidare istituzionalmente”, che avrebbe recapitato a Feltri i documenti riguardanti il Direttore di Avvenire. I sospetti si sono appuntati sul Direttore dell’Osservatore Romano, Giovanni Maria Vian, il quale avrebbe agito per mandato del Segretario di Stato Card. Tarcisio Bertone. Non essendoci alcuna presa di posizione ufficiale da parte della Santa Sede, i giornalisti hanno avuto buon gioco a tirar fuori tutti i “veleni”, le lotte di potere, le manovre politiche interne alla Curia Romana e gli scontri tra Vaticano e Conferenza episcopale italiana. Uno scenario — diciamo la verità — piuttosto squallido.

A nessuno è venuto in mente che il Direttore del Giornale potrebbe stare sghignazzando alle spalle della Chiesa. Prima ha preso un granchio madornale: già, ma ci si doveva fidare “istituzionalmente” della fonte! Eh no, un giornalista serio dovrebbe sempre verificare le proprie fonti prima di pubblicare una notizia. Poi riconosce l’errore, e pensa di cavarsela con un trafiletto, concedendo magnanimamente l’onore delle armi alla sua vittima. Eh no, dopo il cancan scatenato, il minimo che ci si sarebbe aspettati erano le dimissioni. Adesso cerca di scrollarsi di dosso qualsiasi responsabilità, facendo credere che si tratta solo di una faida intraecclesiale: «Io che c’entro con le vostre lotte intestine? Sono fatti vostri».

E noi che gli andiamo dietro pensando che il Segretario di Stato abbia bisogno di passare sottobanco al Dott. Feltri certe carte per rimuovere Boffo dalla direzione di Avvenire! Ma la “personalità della Chiesa della quale ci si deve fidare istituzionalmente” non potrebbe essere, molto più semplicemente, un modestissimo impiegatuccio di una qualsiasi delle curie delle oltre duecento diocesi italiane, visto che quei documenti giacevano da tempo sui tavoli di tutte le cancellerie vescovili?

Penso che, come Chiesa, dovremmo mostrare un po’ piú di carattere e reagire a questo assedio. Non perché nella Chiesa non ci siano miserie; ma semplicemente perché non possiamo ridurre la Chiesa a una “parrocchietta”. Da che mondo è mondo, in tutte le parrocchie e in tutte le curie ci sono state (e sempre ci saranno) piccinerie, invidie, competizioni, sgambetti, e chi piú ne ha piú ne metta. E con ciò? Forse che nelle burocrazie laiche certe cose non accadono? Eppure non sembrano degne della prima pagina dei giornali, dove invece si parla delle grandi dispute politiche. Non si capisce perché, quando si parla di Chiesa, si debba sempre e solo parlare dei suoi aspetti piú deteriori. Non che questi non esistano, ma a casa mia il parlare di certi argomenti ha un nome ben preciso: “pettegolezzo”. Non che mi scandalizzi del pettegolezzo: anche qui, da che mondo è mondo, esso è sempre esistito e sempre esisterà. Ciò che mi dà noia è che esso assurga a livello di “giornalismo” e venga con ciò legittimato e nobilitato.

Non sarà che anche in questo caso ci sia dietro una manovra pianificata per mettere in difficoltà la Chiesa? Visto che non si riesce a confutarla sul piano dei principi, beh, screditiamola mettendo in piazza le sue miserie. Non si rischia nulla, perché, tanto, di meschinità se ne troveranno sempre, e loro stessi — i “preti” — avendo la coda di paglia, non sapranno come reagire. E invece sarebbe proprio il caso di reagire. Solo due osservazioni.

1. La sapienza popolare insegna che i panni sporchi si lavano in casa. Trasparenza non significa che tutto debba essere messo in piazza. Non solo le persone, ma anche le istituzioni hanno diritto a una loro privacy (lo Stato non ha forse i suoi “segreti”?).

2. La consapevolezza della nostra indegnità e delle nostre miserie non può paralizzarci e impedirci di svolgere la missione che ci è stata affidata. Se aspettiamo di diventare santi, per iniziare a evangelizzare, il Vangelo rischia di rimanere sigillato per qualche millennio. Il tesoro che ci è stato affidato non ci appartiene e non abbiamo alcun diritto di sotterrarlo. Il suo valore e la sua efficacia non dipendono da noi. Anzi, la nostra inadeguatezza non fa che mettere in risalto la grandezza del dono di cui siamo portatori: «Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza» (2 Cor 12:9).

sabato 6 febbraio 2010

Ermeneutica della discontinuità

Ieri l’ASCA ha riferito le parole pronunciate da Mons. Fellay alla vestizione di alcuni seminaristi, il 2 febbraio scorso, a proposito dei colloqui in corso tra la Fraternità e la Santa Sede. La notizia è stata riportata anche da Raffaella, che giustamente ha lamentato una mancanza di gratitudine verso il Santo Padre.

Da parte mia, mi sarei aspettato maggiore discrezione. Si dirà che non si trattava di una dichiarazione, ma semplicemente di un’omelia, nella quale non si è rivelato nessun segreto, ma si è fatta solo una riflessione di tipo spirituale. È vero. Oltre tutto, il nocciolo della riflessione è pienamente condivisibile: nella Chiesa esistono due piani distinti, quello umano e quello soprannaturale. È vero che è Dio che guida la Chiesa e che «le cose sono nelle mani di Dio, che ha i mezzi per rimettere la Chiesa in carreggiata».

Non mi sembra però giusto disprezzare piú del necessario la dimensione umana della Chiesa e quindi, nella fattispecie, l’utilità dei colloqui in corso. Mi sembra un tantino eccessivo arrivare a dire: «Umanamente, non arriveremo mai ad un accordo; sí, umanamente non arriveremo ad un accordo, per come vediamo adesso le cose, umanamente non serve a niente». Se i colloqui non servono a niente, perché farli? Tanto valeva, dal punto di vista dei lefebvriani, attendere che Roma si convertisse. Non dimentichiamo mai che, nel mistero dell’incarnazione l’umanità viene assunta dal Verbo e diventa strumento della divinità. Ciò vale anche nel mistero della Chiesa.

Ma quel che mi ha lasciato piú amareggiato è quanto Mons. Fellay dice a proposito della Messa: «Ci si chiede a volte quali sono i punti comuni [tra la Messa riformata e quella tradizionale, ndr], talmente è differente ... Quando sentiamo oggi, anche da Roma, che niente è cambiato, che è la stessa cosa, si rimane un po’ interdetti. Quando si dice che non c’è differenza tra le due messe, vorrei che aprissero gli occhi, non è difficile».

Mi dispiace, ma, insistendo su tale posizione, i lefebvriani rendono davvero impossibile qualsiasi accordo. Ma, a questo punto, la responsabilità della mancata intesa ricade tutta su di loro; non possono continuare a incolpare Roma.

Il problema non riguarda solo la Messa, ma, piú in generale, l’interpretazione del Vaticano II. Ho l’impressione che i lefebvriani non abbiano capito che l’unica possibilità di incontro sta nell’“ermeneutica della continuità”, enunciata dal Santo Padre nel suo discorso alla Curia Romana del 22 dicembre 2005. E non si rendono conto che, di fatto, essi si trovano sulle stesse posizioni dei progressisti, che sostengono l’“ermeneutica della discontinuità e della rottura”. È proprio vero che gli estremi si toccano: pensano di essere su posizioni opposte, mentre in realtà condividono la stessa visione.

Continuare a ripetere che il Novus Ordo costituisce un’altra Messa significa anche essere convinti che il Concilio Vaticano II segni davvero una “svolta” nella storia della Chiesa. Ma, se si sostiene tale tesi, non ci si può piú considerare, ahimè, custodi della tradizione; ci si arruola, per quanto inconsapevolmente, nelle schiere degli “eversori”.

martedì 2 febbraio 2010

Quod omnes tangit...

Sandro Magister continua a pubblicare interventi sempre estremamente interessanti (a parte la querelle, non proprio edificante, col Direttore dell’Osservatore Romano...). Fra gli ultimi articoli, pubblicati sul sito www.chiesa, ce ne sono due che, a prima vista, non hanno alcun rapporto fra loro, ma che, a uno sguardo piú attento, possono perlomeno ispirare qualche riflessione comune. Mi riferisco all’articolo, pubblicato il 25 gennaio, “Il papa è il primo tra i patriarchi”. Tutto sta a vedere come, e quello pubblicato ieri, dal titolo Rito ambrosiano. La scure del cardinale Biffi sul nuovo lezionario.

Partiamo da quest’ultimo. Lungi da me voler intervenire su una questione di cui non so praticamente nulla: non sono un ambrosiano; conosco solo molto approssimativamente il rito della Chiesa milanese; sapevo a mala pena che era stato pubblicato un nuovo lezionario (che non ho avuto ancora l’occasione di avere fra mano); per cui non potrei in alcun modo pronunciarmi su questa nuova pubblicazione. Però, leggendo le osservazioni del Card. Biffi, non posso non riconoscere che si tratta di rilievi di grande buon senso. Si potrà pure discutere su questa o quella obiezione, ma non si può negare che, nel loro insieme, le riserve avanzate provengono da un valente teologo e da un pastore di grande esperienza. Non lo si può accusare né di tradizionalismo né di progressismo: le critiche da lui mosse non sono mai preconcette, ma frutto di una approfondita riflessione.

Il Card. Biffi non è nuovo a certe uscite. Ricordo che, quando, giovane sacerdote, mi trovavo a Bologna come viceparroco, partecipai alla “Tre giorni” del Clero, durante la quale il nostro Arcivescovo ci diede alcune preziosissime Note pratiche sulla celebrazione della Messa, che ho sempre conservato. A quell’epoca era stata da poco pubblicata la seconda edizione del Messale italiano. Ebbene, a proposito delle nuove preghiere eucaristiche inserite in questo Messale, Biffi ebbe a dire:

«Personalmente non amo dire le preghiere eucaristiche dell’appendice. Trattandosi di testi destinati alle Chiese italiane, sarebbe stato desiderabile sottoporli al giudizio di tutti i vescovi interessati. Personalmente, avrei fatto presente che la cosí detta preghiera eucaristica quinta evita con troppa cura il concetto di transustanziazione (“manda il tuo Spirito su questo pane e su questo vino, perché il tuo Figlio sia presente in mezzo a noi con il suo corpo e il suo sangue”); concetto che è evitato, con maggior garbo, anche dalla seconda preghiera eucaristica “della riconciliazione”. Avrei altresí segnalato che la stessa preghiera [la quinta, ndr] non esprime l’idea dell’“offerimus”, cioè la verità che il sacrificio di Cristo nell’Eucaristia è offerto anche da noi (“Guarda, Padre santo, questa offerta: è Cristo che si dona con il suo corpo e il suo sangue, e con il suo sacrificio apre a noi il cammino verso di te”)» (10 settembre 1986: Bollettino dell’Arcidiocesi di Bologna, 9/1986, p. 523; testo ripreso poi in Fonti pastorali della Chiesa di Bologna, vol. I, Bologna 1994, n. 577).

Beh, bisogna dire che in quel caso il Card. Biffi fu ascoltato: nella terza edizione latina del Messale Romano la cosí detta “quinta preghiera eucaristica” è stata accolta, ma completamente rifusa e con il seguente titolo: “Prex eucharistica quae in Missis pro variis necessitatibus adhiberi potest”. I passaggi criticati da Biffi sono stati cosí riformulati:

«Rogamus ergo te, Pater clementissime, ut Spiritum Sanctum tuum emittas, qui haec dona panis et vini sanctificet, ut nobis Corpus et Sanguis fiant Domini nostri Iesu Christi»;

«In oblationem Ecclesiae tuae, in qua paschale Christi sacrificium nobis traditum exhibemus, respice propitius, et concede, ut virtute Spiritus caritatis tuae, inter Filii tui membra, cuius Corpori communicamus et Sanguini, nunc et in diem aeternitatis numeremur».

Come si può vedere, l’intervento di revisione è stato radicale. Si potrà continuare a discutere sull’opportunità di quell’inserimento (per me se ne poteva tranquillamente fare a meno), ma perlomeno la nuova formulazione risulta ora ineccepibile dal punto di vista dottrinale. Tutto è bene quel che finisce bene.

Orbene, la riflessione che mi veniva da fare a questo proposito era che non sempre l’approvazione vaticana è garanzia di correttezza dottrinale e opportunità pastorale; in certi casi forse si farebbe meglio a dare maggiore ascolto ai Vescovi. Non so come sia andata l’approvazione del nuovo lezionario ambrosiano: è abbastanza comprensibile che in tal caso non si sia consultato il Card. Biffi, il quale, pur rimanendo uno dei maggiori esperti di cose ambrosiane, non ricopre alcun ruolo nella Chiesa milanese (ormai egli è semplicemente l’Arcivescovo emerito di Bologna). Ma posso testimoniare che nel lontano 1986, quando pronunciava le parole che ho riportato sopra, si mostrò notevolmente irritato per la mancata consultazione dei Vescovi italiani: praticamente, la pubblicazione della seconda edizione del Messale italiano era stata una specie di blitz dei “tecnici”, i quali, “baipassando” (si può dire?) bellamente i Vescovi, avevano sottoposto all’approvazione della Congregazione del culto divino quella che allora era conosciuta come la “preghiera eucaristica svizzera”, inserendola cosí di fatto nel nuovo sacramentario.

Certe cose succedono spesso nella Curia Romana: non è raro che i Dicasteri ignorino il parere di interi episcopati e finiscano poi per fidarsi di qualche “esperto” di dubbia competenza. Per esempio, ricordo le giuste rimostranze dei Vescovi di paesi lontani che, dopo aver curato la traduzione dei libri liturgici nella loro lingua locale, se la vedevano respinta da Roma, dove non c’era nessun membro del Dicastero che conoscesse quella lingua e ci si doveva perciò affidare a qualche studente di teologia delle università pontificie. È ovvio che il problema è alquanto complesso e non lo si può liquidare con una battuta. Sono convinto che qualche volta Roma faccia piú che bene a resistere alle posizioni di certi episcopati (come, per esempio, rimanendo nell’ambito delle traduzioni liturgiche, nel caso della nuova edizione del Messale in inglese).

Ma il problema, secondo me, non è tanto quello delle pur reali — e inevitabili — tensioni fra il Papa e i Vescovi, quanto piuttosto quello degli “abusi di potere” delle rispettive burocrazie (la Curia Romana e le Conferenze episcopali). Sí, perché noi in genere siamo portati a identificare la Curia Romana con il Papa e le Conferenze episcopali con i Vescovi: teoricamente dovrebbe essere cosí, ma di fatto non lo è. La Curia Romana e le Conferenze episcopali sono realtà burocratiche, di cui certo non si può fare a meno, ma con tutti i limiti che la burocrazia per sua natura comporta. Gli ufficiali di Curia e i funzionari delle Conferenze episcopali sono preziosi collaboratori del Papa e dei Vescovi; ma devono ricordare che non sono loro i pastori. È ovvio che Papa e Vescovi debbano necessariamente delegare molte competenze ai loro “tecnici”; ma questi non dovrebbero mai dimenticare che esiste un’autorità personale dei pastori, che non può in alcun modo essere delegata.

A questo punto, voi direte: che c’entra tutto questo con l’altro articolo di Magister, che pubblicava un documento su Il ruolo del Vescovo di Roma nella comunione della Chiesa nel primo millennio, documento su cui la Commissione mista internazionale per il dialogo fra la Chiesa cattolica e le Chiese ortodosse sta lavorando? Il nesso c’è, dal momento che quel documento affronta una questione spinosissima, l’unica praticamente che continua a dividere cattolici e ortodossi: quella del rapporto fra collegialità e primato. Noi cattolici, nonostante le “aperture” del Vaticano II, ammaestrati dalla storia, siamo portati a guardare con un certo sospetto a un'ulteriore sottolineatura della collegialità episcopale, a scapito del primato pontificio; cosí come gli ortodossi, pur riconoscendo in linea di principio il primato del Vescovo di Roma, temono che poi questo possa in qualche modo limitare il principio, a loro cosí caro, della sinodalità. Ci sarà pure una via di uscita a questo impasse! Il documento pubblicato da Magister (le lagnanze del Consiglio per l’unità dei cristiani per la sua pubblicazione risultano, per la verità, piuttosto incomprensibili) mi sembra un buon punto di partenza. Lo strumento di lavoro si apre con una citazione del documento finale di Ravenna del 2007, in cui cattolici e ortodossi riconoscevano il vincolo inseparabile fra conciliarità e primato a tutti i livelli di vita della Chiesa:

«Primato e conciliarità sono reciprocamente interdipendenti. Questo è il motivo per cui il primato ai diversi livelli di vita della Chiesa — locale, regionale e universale — deve sempre essere considerato nel contesto della conciliarità, e similmente la conciliarità nel contesto del primato» (n. 43).

Vedo già qualcuno arricciare il naso, pronto a tacciare tale testo di “conciliarismo”; ma il conciliarismo è ben altro. Mi sembra piuttosto che, almeno come dichiarazione di principio, esso sia pienamente accettabile (e di fatto lo è stato) sia da parte cattolica che da parte ortodossa. Il problema semmai sarà come mettere in pratica il principio della reciproca interdipendenza di collegialità e primato.

Ebbene, io credo che tutto si riduca ad assumere un diverso stile di rapporto. Gli esempi su riportati, riguardanti il Card. Biffi, dovrebbero insegnarci che il sistema oggi utilizzato all’interno della Chiesa cattolica spesso non va: Roma, da sola, non può arrivare a tutto e spesso, di fatto, prende delle cantonate; ha bisogno della collaborazione dei Vescovi. Non perché qualcuno voglia negare il primato pontificio, ma semplicemente perché la Curia Romana è fatta di uomini con i loro limiti, che di per sé non godono del carisma dell’infallibilità. La consultazione dei Vescovi — dei Successori degli Apostoli, intendo, non dei monsignori delle Conferenze episcopali — non può far che bene alla Chiesa. Piú vasta è la consultazione, specialmente sulle questioni delicate, meglio è. Ciò da cui bisogna guardarsi non è la collegialità episcopale, ma lo strapotere delle burocrazie, centrali o periferiche che siano.

Non si tratta di introdurre nella Chiesa un principio rivoluzionario; si tratta semplicemente di seguire l’immemorabile tradizione romanistica ed canonica: «Quod omnes tangit ab omnibus approbari debet» (Giustiniano, Corpus iuris civilis, 5, 59, 5, 2; Bonifacio VIII, Liber sextus decretalium, 5, 12, 29; cf Codex iuris canonici, can. 119, 3°).

martedì 26 gennaio 2010

Fedeltà al Concilio

Mi ha colpito molto la notizia, riportata da Sandro Magister, delle dimissioni del direttore della Cappella musicale (qui) e dell’intero coro (qui) della Cattedrale di Cremona. Non sono cose che accadono ogni giorno; si tratta di un fatto di una gravità eccezionale; ma spero che, perlomeno, serva a provocare una riflessione su quanto è avvenuto e sta avvenendo nella Chiesa dopo la riforma liturgica promossa dal Vaticano II.

Non sono un nostalgico della liturgia tridentina, e perciò non coglierò l’occasione per dare addosso alla riforma liturgica e per auspicare un ritorno, sic et simpliciter, alla liturgia preconciliare. Però non si può neppure far finta di niente, e liquidare quanto è successo come il mal di pancia di un gruppo di esteti nostalgici, che non si rassegnano ad adeguarsi ai tempi nuovi.

Semmai, l’incidente cremonese potrebbe essere l’occasione per fermarci un attimo a “ripensare” la riforma liturgica, non necessariamente per giungere alla conclusione che si renda necessaria una “riforma della riforma”, ma semplicemente per fare un bilancio e chiederci: Come è stata attuata? È stato realmente fatto ciò che il Concilio prescriveva? C’è stato qualcosa che non ha funzionato? Domande piú che legittime a quasi cinquant’anni dall’inizio della riforma.

Il punto di riferimento per tale valutazione rimane, ovviamente, la Costituzione Sacrosanctum Concilium, promulgata al termine della terza sessione del Concilio, il 4 dicembre 1963. Soffermiamoci, per il momento, sull’aspetto musicale, ma ricordandoci che il discorso potrebbe — e dovrebbe — essere allargato a tutti gli altri aspetti. Ebbene, che cosa diceva il Concilio a proposito della musica sacra? Andatevi a rileggere il capitolo VI della Sacrosanctum Concilium: penso che chiunque, anche il piú prevenuto verso il Vaticano II, sia costretto a riconoscere che si tratta di un piccolo capolavoro. C’è qualcuno che non è d’accordo con quanto il Concilio affermava? Eppure, che ne è stato di quelle sagge norme? Praticamente sono rimaste lettera morta; la riforma liturgica, quella che di fatto è stata attuata, ha semplicemente ignorato il Concilio; ha seguito un’altra strada, a cui il Concilio non aveva neppure accennato: si è ripartiti da zero, come se non esistesse alcuna tradizione musicale; nella liturgia sono state ammesse solo nuove composizioni, il piú delle volte di scarso o punto valore. Ciò che era importante era la novità; tutto il resto — gregoriano, polifonia, canto popolare — semplicemente da rigettare. Che cosa c’era dietro tale atteggiamento? È ovvio: la mentalità secondo cui il “Concilio” (ma quale Concilio?) segnava un “nuovo inizio”, una “svolta” nella storia della Chiesa (“ermeneutica della discontinuità e della rottura”).

Appare in maniera evidente che la “riforma liturgica”, cosí come è stata attuata, non risponde in buona parte alle indicazioni del Concilio. Qualcosa non ha funzionato. Diciamo che la situazione è sfuggita di mano. Di chi è la colpa: del Concilio, di Paolo VI, di Mons. Bugnini? Personalmente penso che non serva a niente ora star lí a recriminare e a distribuire pagelle ai protagonisti della riforma. Molto piú utile mi sembra prendere atto della situazione e cercare di correre ai ripari.

Già, correre ai ripari. C’è già chi dice: basta tornare alla liturgia, cosí com’era prima del Concilio. Non mi sembra una proposta che risolva il problema. Qualcun altro sostiene che sia necessario a questo punto procedere a una “riforma della riforma”. Sí, forse; la cosa non è da escludersi a priori. Ma se, prima di procedere a delicatissime e rischiosissime riforme di riforme, provassimo ad attuare la riforma liturgica come l’aveva pensata il Vaticano II, non sarebbe tutto piú facile?

Tornando alla questione iniziale, se provassimo a reintrodurre nella liturgia il canto gregoriano (nel frattempo, per fortuna, i monaci hanno lavorato sodo e ci hanno messo a disposizione tutta una serie di strumenti con cui possiamo cantare la nuova liturgia in gregoriano, senza bisogno di ricorrere piú al benemerito Liber usualis), un po’ di polifonia (riconosco che non sempre è possibile trasferire certe magnifiche messe nella nuova liturgia) e un po’ di sano canto popolare; se provassimo a reintrodurre il suono dell’organo; se provassimo a riappropriarci della nostra tradizione musicale, la liturgia — quella rinnovata intendo, non quella tridentina — non avrebbe tutto da guadagnarci? È ovvio che anche dietro tale proposta c’è una mentalità: l’ermeneutica della continuità.

Vedo già qualcuno pronto a gridare alla “restaurazione”. Personalmente, la riterrei piutttosto una operazione di fedeltà al Concilio e di rivalorizzazione del nostro patrimonio musicale. Dice giustamente la Sacrosanctum Concilium all’inizio del capitolo dedicato alla musica sacra: «La tradizione musicale di tutta la Chiesa costituisce un tesoro di inestimabile valore, che eccelle tra le altre espressioni dell’arte, specialmente perché, come canto sacro applicato alle parole, è parte essenziale o integrante della liturgia solenne» (n. 112).

Oltre tutto, si tratta di una operazione non impossibile, visto che ci sono già a disposizione forze professionalmente attrezzate per attuarla. Anziché lasciarle vagabondare per le sale-concerto, non sarebbe il caso di arruolarle in questa opera di recupero della liturgia?

giovedì 21 gennaio 2010

Ermeneutica della riforma

Nel memorabile discorso del 22 dicembre 2005 alla Curia Romana, commemorando i quarant’anni del Vaticano II, Benedetto XVI sostenne che i problemi di recezione del Concilio dipendono dal fatto che esso è stato interpretato secondo due ermeneutiche contrapposte: «Da una parte esiste un’interpretazione che vorrei chiamare “ermeneutica della discontinuità e della rottura” ... Dall’altra parte c’è l’“ermeneutica della riforma”, del rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa».

Tale distinzione è stata contestata, con un certo fondamento, da Joseph A. Komonchak (“Benedetto XVI e l’interpretazione del Vaticano II”: Chi ha paura del Vaticano II, a cura di A. Melloni e G. Ruggieri, Carocci, Roma, 2009): «Si resta subito colpiti dalla eccentricità dei nomi dati a questi due concorrenti orientamenti. In contrapposizione a quello che insiste sulla discontinuità ci si sarebbe infatti aspettati un’“ermeneutica della continuità o della fedeltà”. Similmente, in contrapposizione ad un’“ermeneutica della riforma”, ci si sarebbe aspettati che l’altra venisse presentata come “un’ermeneutica della rivoluzione”. Invece troviamo messe in tensione “discontinuità” e “riforma”, come se fossero necessariamente contrastanti» (pp. 71-72). In linea di principio, Komonchak ha ragione; ma è ovvio che, dietro le sue disquisizioni logiche, si nasconde un problema ideologico non indifferente, che infatti viene a galla immediatamente: «Che esse non siano necessariamente in contrasto è chiaro d’altra parte dalla semplice osservazione che una genuina riforma implica di per sé alla fine una discontinuità: qualcosa deve cambiare laddove c’è una riforma» (p. 72). Anche qui sembrerebbe che Komonchak affermi una ovvietà; eppure le cose non sono cosí semplici come il professore dell'Università Cattolica di Washington vorrebbe farci credere.

Solitamente, siamo portati a catalogare il termine “riforme” nel vocabolario della “sinistra moderata” (i cosiddetti “riformisti”, in contrapposizione ai “rivoluzionari” della sinistra estrema). A nessuno passerebbe mai per la mente che il concetto di “riforma” possa in qualche modo essere imparentato con la “destra” (dove possono esistere solo “conservatori”, “tradizionalisti” e “reazionari”, i quali per definizione sono per la conservazione dello statu quo e quindi contro qualsiasi riforma). Questo è ciò che gli schemi ideologici correnti ci obbligano a pensare. Allora — direte voi — liberiamoci di tali schemi e sforziamoci di guardare alle cose con oggettività. Sí, sarebbe auspicabile; ma siccome so già che qualcuno potrebbe contestare la possibilità stessa di oggettività e sostenere che è inevitabile essere condizionati da schemi soggettivi, sceglierò un altro schema (visto che tutto è soggettivo, dove sta scritto che quegli schemi sono gli unici possibili?): uno schema seguendo il quale si raggiungeranno conclusioni opposte. Lo schema ideologico che scelgo è quello che divide gli uomini fra “ottimisti” e “pessimisti”.

Gli “ottimisti” sono coloro che considerano la storia come un continuo, irrefrenabile progresso, il piú delle volte indipendente dalla volontà umana (determinismo). All’origine di questa mentalità c’è una filosofia della storia ispirata all’illuminismo, all’idealismo, al positivismo e all’evoluzionismo. I “pessimisti” sono quelli che considerano la storia come una continua decadenza rispetto a una mitica “età dell’oro”, identificata con le origini. Penso che ciascuno di noi possa facilmente identificarsi in uno di questi due gruppi. Sia ben chiaro che tale distinzione non è intercambiabile con quella — meramente politica — di “destra” e “sinistra”.

Ebbene, se adottiamo lo schema “ottimisti”/“pessimisti” o “progresso”/“decadenza”, ci accorgeremo che il concetto di riforma non appartiene agli “ottimisti”, ma ai “pessimisti”. Sempre, nella storia, i “riformatori” si sono presentati come quelli che criticavano il presente, considerato decaduto rispetto al passato, e auspicavano una qualche forma di “ritorno alle origini”. Anzi, approfondendo il discorso, ci accorgeremo che anche un’altra categoria che oggi va per la maggiore — quella di profezia — appartiene esattamente all’ideario dei “pessimisti”: nella storia di Israele, i profeti non sono mai stati dei rivoluzionari, ma semmai dei “nostalgici” dei bei tempi andati, e hanno sempre auspicato un ritorno al passato (si veda in proposito il saggio di Norbert Lohfink, I profeti ieri e oggi, Queriniana, Brescia, 1967).

A questo punto potremmo porci il problema: usando questo schema, da quale parte poniamo il Concilio Vaticano II? Certo, nella visione degli “ottimisti”, esso segna una tappa — non necessariamente in discontinuità col passato — dell’irrefrenabile cammino della Chiesa verso il suo “Punto Omega” (per usare un’espressione cara a Teilhard de Chardin). Può darsi che tale mentalità sia presente, almeno parzialmente, all’interno del Vaticano II, ed è senz’altro presente in molti dei suoi interpreti. Ma — potremmo chiederci — è stata questa l’autocomprensione che il Concilio ha avuto di sé stesso? Avrei qualche perplessità a rispondere affermativamente.

Non voglio escludere che nel Vaticano II sia presente, almeno in qualche passaggio, una mentalità “evoluzionistica”. Sono per altro note le accuse, rivolte al Concilio, di discontinuità e di rottura con la tradizione precedente; accuse che andranno prima o poi vagliate attentamente. Ma nell’insieme, almeno nelle intenzioni, a me pare che il Vaticano II si muova nel campo opposto, quello di chi guarda al presente della Chiesa (il “presente” di cinquanta anni fa) come in qualche modo distante (perché gradualmente allontanatosi) dall’“archetipo” (la Chiesa delle origini) e quindi bisognoso di “riforma”.

Prendiamo l’esempio della liturgia. Noi di solito parliamo, giustamente, di “riforma liturgica”, ma la Costituzione Sacrosanctum Concilium usa un termine ancora piú forte, che non lascia adito a dubbi: instauratio, che in italiano significa letteralmente “restaurazione”. La liturgia, secondo il Concilio, va restaurata, va cioè riportata alla sua bellezza originaria. È evidente il rischio sotteso a tale visione: quello dell’“archeologismo”, l’illusione cioè di tornare a un passato ideale, totalmente astratto, ignorando il cammino compiuto attraverso i secoli. È forse per questo motivo che la Sacrosanctum Concilium, per lo piú, accompagna il verbo instaurare con il verbo fovere, quasi a dire che non si tratta solo di tornare indietro, ma di andare avanti, incrementando, favorendo, migliorando ciò che già esiste. E forse è per questo motivo che il Santo Padre, nel suo discorso alla Curia Romana, usa il termine “riforma” come sinonimo di “rinnovamento nella continuità”.

Credo che l’atteggiamento del Concilio verso la liturgia possa essere considerato in qualche modo paradigmatico: l’attitudine “restauratrice” (so bene le reazioni che l’uso di tale espressione può provocare nell’animo di quanti si lasciano condizionare dagli schemi ideologici correnti, ma spero che si sappia andare oltre le risonanze emotive) è quella che ha ispirato il Concilio; si trattava di riportare la Chiesa al suo primitivo splendore.

È vero che il Vaticano II fa uso anche di altre espressioni. Per esempio, a proposito della vita religiosa parla di renovatio, giustamente tradotto con “rinnovamento”. Solo che renovare, in latino, molto spesso non è altro che un sinonimo di instaurare. Non mi pare un caso che il decreto Perfectae caritatis (n. 2) esorti i religiosi a un «continuo ritorno alle fonti di ogni vita cristiana e allo spirito originario degli istituti» (a voler essere pignoli poi si potrebbe notare che le traduzioni italiane tralasciano sistematicamente l’aggettivo da cui la parola renovatio è sempre accompagnata: “accomodata renovatio vitae religiosae”).

Ha dunque sbagliato Benedetto XVI a parlare di “ermeneutica della riforma” a proposito del Vaticano II? Niente affatto; anzi mi pare che, usando tale espressione, egli abbia colto perfettamente il vero spirito del Concilio: il Vaticano II non ha voluto in alcun modo essere una rottura col passato né, tanto meno, un “nuovo inizio” nella storia della Chiesa; esso, molto piú modestamente, si è prefisso solo di “riformare” la Chiesa, adattandola certo alle mutate condizioni dei tempi, ma sforzandosi soprattutto di riportarla alla sua originaria fisionomia.

martedì 19 gennaio 2010

Un problema fantasma?

Un lettore mi chiede un parere sul post del 7 gennaio 2010 apparso sul blog di Matias Augé dal titolo Una opinione sull’attuale dibattito liturgico. Si tratta di una lettera scritta al Padre Augé da un suo confratello, missionario da 35 anni (prima nelle Filippine, poi a Cuba, ora nella Repubblica Dominicana), nella quale si contesta, con accenti — diciamo — piuttosto vivaci, l’esistenza stessa di un problema liturgico nella Chiesa (“un problema fantasma”). Nella sua esperienza, Padre Carmelo — questo il nome del missionario clarettiano — sostiene di non aver mai incontrato “un solo cristiano” che chiedesse la Messa tridentina; di non aver mai ricevuto “neppure una sola istanza” in tal senso.

Ho già in qualche modo affrontato lo stesso problema alcuni mesi fa nel post Auditel liturgico e “riforma della riforma”, in cui si commentava il sondaggio informale condotto da Padre Augé sulla stessa tematica. Non posso quindi che rinviare alle considerazioni che facevo in quella sede. Anche nel caso del Padre Carmelo, non ho alcuna difficoltà a credere a quanto da lui affermato. Non posso contare sulla sua lunga esperienza missionaria, ma il mio, di gran lunga piú breve e limitato, soggiorno nelle Filippine e in India mi porta piú o meno alle medesime conclusioni: effettivamente non esiste in questi paesi (e, per analogia, suppongo, nel resto del “terzo mondo”) un problema della liturgia tridentina; la liturgia va bene cosí com’è. Concordo con Padre Carmelo che in questi paesi si celebra la Messa “degnamente”, senza gravi abusi; le liturgie sono in genere molto vivaci e partecipate; e anche chi, come me, è sensibile alla bellezza della liturgia latino-gregoriana, non può rimanere indifferente di fronte a certe celebrazioni forse non altrettanto ieratiche, ma certo intensamente partecipate dai fedeli. Del resto, lo stesso Santo Padre non ha confessato forse di essere rimasto ammirato dalle liturgie da lui presiedute nel suo ultimo viaggio in Africa?

Non concordo con Padre Carmelo su due punti. Il primo è la categoricità delle sue affermazioni: “ni un solo cristiano”, “ni una sola instancia”. Io sarei un tantino piú cauto: se è vero che il problema non è cosí sentito come sembrerebbe nei nostri paesi occidentali, non è vero che nel “terzo mondo” non ci sia nessuno che lo sente. Giustamente in uno dei commenti si puntualizza che «in Brasile la sensibilità e la richiesta sono molto forti»: sarà un caso che l’unica amministrazione apostolica di rito tridentino non è in Francia, non è in Europa, ma in Brasile? Anche nelle Filippine ci sono alcuni gruppi che celebrano secondo la forma straordinaria. È vero che si tratta di gruppi minoritari, ma esistono!

E qui vengo al secondo appunto che muovo al post del Padre Carmelo: il linguaggio che riserva appunto a tali gruppi. Per me, dire che si tratta di “gruppi minoritari” sarebbe piú che sufficiente; non vedo che bisogno ci sia di procedere a ulteriori apprezzamenti, che nulla aggiungono al dato oggettivo, ma servono solo per invelenire i rapporti tra fratelli di fede: “una minoranza assolutamente insignificante e ridicola”; “persone squilibrate che vivono fuori della realtà”; “menti malate (calenturientas = “febbricitanti”) e retrograde che vivono fuori della realtà”; “movimento di involuzione nervosa e isterica”. D’accordo che in certi casi si possa ricorrere anche a un linguaggio un po’ colorito; ma in questo caso mi sembra che si venga meno alla carità cristiana: mi chiedo a che cosa si riduca il Vangelo, quando lo trasgrediamo in maniera cosí palese. A che serve parlare di apertura, di comprensione, di dialogo, di ecumenismo con i “lontani”, quando poi non abbiamo nessun rispetto per quelli che sono di casa? In certi momenti si ha davvero l’impressione che il cristianesimo sia stato ridotto a pura ideologia...

Potrei fermarmi qui; ma vorrei aggiungere qualcosa, entrando nel merito della questione sollevata. I lettori dovrebbero conoscere la mia posizione in materia liturgica; chi volesse farsene un’idea può andare a leggersi il post If only... Praticamente, io sono convinto che, se la riforma liturgica fosse stata realizzata come il Concilio l’aveva concepita e se poi essa fosse stata attuata seguendo fedelmente le norme previste nei libri liturgici, probabilmente ora non ci sarebbe nessun nostalgico della vecchia liturgia.

Questa convinzione non è stata affatto intaccata dalla mia sia pur breve esperienza missionaria. È vero che nei paesi del “terzo mondo” nessuno va in cerca della Messa tridentina (per quanto almeno un paio di volte mi sia stata richiesta); ma devo anche dire che tutte le volte che ho celebrato la Messa in latino (quella di Paolo VI) non ho mai incontrato alcun rifiuto. Anzi... È ovvio che nessuno chieda la celebrazione secondo l’uso antico: la maggior parte della gente non sa neppure che esista; ma quando partecipano a una bella Messa cantata in latino, ne rimangono anche loro affascinati.

Qualche volta mi ponevo il problema se celebrare in latino per popoli cosí lontani da Roma non fosse una sorta di “violenza”; me lo chiedevo soprattutto al momento della comunione, quando presentavo loro l’ostia consacrata dicendo “Corpus Christi” anziché “Ang Katawan ni Kristo”. Ma poi mi dicevo: Perché dovrebbe essere una violenza dire “Corpus Christi”, quando nessuno ha nulla da eccepire se dico in inglese (che non è la loro lingua) “The Body of Christ”? E sono giunto alla conclusione che, non solo non era una violenza, ma, al contrario, era loro diritto sentirsi dire “Corpus Christi”.

Sono convinto che la riforma liturgica, cosí come è stata attuata (anche con le deroghe — sanzionate da Paolo VI — alla lettera della Sacrosanctum Concilium, p. es. riguardo alla lingua liturgica), sia stata provvidenziale. Come affermavo nel post citato all’inizio, la Chiesa percepiva che il suo futuro si sarebbe giocato non piú in Europa, ma in altre parti del mondo; e per questo ha sentito il bisogno di mettere la liturgia alla portata di tutti. Ma con ciò non ha voluto in alcun modo cancellare la liturgia solenne in latino e in canto gregoriano, anzi ha voluto restaurarla e renderla ancora piú bella di quanto già non fosse (ermeneutica della continuità...). Per cui dobbiamo ammettere che non esiste piú (o forse non è mai esistita) una sola liturgia, uniforme e monolitica, ma molte varietà liturgiche con diversi gradi di solennità. A questo proposito, l’Institutio generalis de Liturgia Horarum parla assai opportunamente, al n. 273, di un “principio di solennizzazione progressiva” che, secondo me, può applicarsi a tutta la liturgia. È ovvio che, secondo tale principio, le forme meno solenni sono un momento propedeutico a quelle piú solenni; ed è un diritto dei fedeli poter partecipare, almeno in alcune occasioni, a una celebrazione solenne della liturgia romana. Ed è nostro dovere, come pastori, educare i fedeli perché possano esercitare tale diritto. La mia concezione di educazione non è mai stata quella del docente che si abbassa al livello del discente (anche se questo va in ogni modo fatto), ma piuttosto quella del docente che, dopo essersi abbassato, innalza il discente al proprio livello.

Che poi si debba fare i conti con la realtà, è un’altra questione. Ha ragione Padre Carmelo a dire che nel terzo mondo i preti non conoscono piú il latino. Non solo nel terzo mondo — aggiungo io — e non solo i preti... Ma anche qui si tratta del risultato di precise scelte (spesso ideologiche) che sono state fatte in passato. Ma, per quanto questa sia la realtà, non possiamo arrenderci: sono situazioni che possono cambiare; basta la “volontà politica”: non è impossibile insegnare il latino ai seminaristi, dovunque essi si trovino; basta volerlo. Non è questa un’affermazione astratta, ma il frutto di un’esperienza vissuta.