domenica 22 maggio 2011

A proposito di “Universae Ecclesiae”

«Le sentenze non si discutono, si applicano». Semmai, si appellano. Mutatis mutandis, tale principio, proprio dell’ordinamento civile, può essere estensivamente applicato anche a quello canonico. Per cui i provvedimenti dell’autorità ecclesiastica non dovrebbero essere oggetto di discussione, ma di semplice esecuzione. Nel caso di decisioni prese da un’autorità inferiore si può sempre prevedere un ricorso all’autorità superiore; nel caso degli atti pontifici, invece, non è previsto alcun tipo di ricorso: le sentenze emesse dal Sommo Pontefice sono inappellabili (can. 1629); addirittura, chi ricorre al Concilio ecumenico o al Collegio dei Vescovi contro un atto del Romano Pontefice deve essere punito con una censura (can. 1372).

Fondandomi su questo principio, avevo pensato di non pronunciarmi a proposito della pubblicazione dell’istruzione Universae Ecclesiae. È vero, non si tratta di un intervento pontificio, ma di un documento della Pontificia Commissione “Ecclesia Dei”. Quindi, teoricamente, se ne potrebbe anche discutere; ma a me pare che esso faccia proprio ciò che devono fare le istruzioni: «rendono chiare le disposizioni delle leggi e sviluppano e determinano i procedimenti nell’eseguirle» (can. 34). Mi sembra che Universae Ecclesiae assolva correttamente questo compito nei confronti del m. p. Summorum Pontificum, il quale, essendo un atto del Papa, non dovrebbe essere messo in discussione. Ritengo che la nuova istruzione non aggiunga molto al motu proprio: essa si limita a fare alcune precisazioni, tese a evitare che d’ora in poi ci possano essere equivoci nell’interpretazione di Summorum Pontificum.

Se proprio si volesse cercare nell’istruzione una qualche novità rispetto al motu proprio, personalmente direi che questa vada ricercata nel primo degli obiettivi del documento papale, individuati al n. 8:

«[Il motu proprio] si propone l’obiettivo di:
a) offrire a tutti i fedeli la Liturgia Romana nell’Usus Antiquior, considerata tesoro prezioso da conservare;
b) garantire e assicurare realmente a quanti lo domandano, l’uso della forma extraordinaria, nel presupposto che l’uso della Liturgia Romana in vigore nel 1962 sia una facoltà elargita per il bene dei fedeli e pertanto vada interpretata in un senso favorevole ai fedeli che ne sono i principali destinatari;
c) favorire la riconciliazione in seno alla Chiesa».

Sul secondo e terzo obiettivo, nulla da eccepire, dal momento che essi sono chiaramente espressi nel motu proprio e nella lettera accompagnatoria ai Vescovi (si veda il mio post del 16 settembre 2010). Onestamente, non mi sembra che si possa dire altrettanto del primo obiettivo: finora ne potevano aver parlato alcuni prelati; ma faccio fatica a trovare quell’obiettivo esplicitamente dichiarato all’interno del motu proprio. In ogni caso, non ho nulla da ridire in proposito: se questa era veramente la mens del Santo Padre, era giusto che essa, rimasta implicita nel motu proprio, venisse esplicitata nell’istruzione. Non posso però non rilevare che, a mio modesto avviso, con l’attuale disciplina, non sarà facile raggiungere quell’obiettivo. Mi spiego: il motu proprio permette, ma non impone la celebrazione della Messa secondo il vecchio rito; per cui non vedo come, con una celebrazione che di fatto rimarrà limitata ai gruppi che ne faranno richiesta, si possa perseguire l’obiettivo di «offrire a tutti i fedeli la Liturgia Romana nell’Usus Antiquior, considerata tesoro prezioso da conservare».

Potrei fermarmi qui. Ma, siccome sono stato sollecitato a prendere posizione nel dibattito che è seguito alla pubblicazione dell’istruzione, mi sembrerebbe scortese rispondere con un secco «No comment». In particolare mi è stato chiesto di esprimere un’opinione sul commento del Prof. Andrea Grillo, pubblicato nel suo blog e ripreso dal Padre Augé. Devo precisare di aver letto il post del Prof. Grillo, ma di non aver potuto seguire i commenti pubblicati nel blog Liturgia Opus Trinitatis, perché da qualche tempo un misterioso problema tecnico mi impedisce di visitarlo.

Quanto alle considerazioni del Prof. Grillo, si potrà pure contestare il loro tono un tantino “brutale” o, come è stato detto, “temerario”; ma non le si può ritenere prive di qualsiasi fondamento. Il suo intervento potrà certo essere criticato; ma non può essere liquidato semplicemente come la reazione isterica di un nostalgico modernista o come l’atto di insubordinazione di un liturgista disobbediente al Papa. Secondo me, esso deve essere accolto come una stimolante provocazione, che ci costringe a riflettere su una situazione che non può essere considerata scevra di problemi.

Non mi sembra il caso di riprendere e discutere qui le singole osservazioni di Grillo. Ritengo piú utile esporre le mie personali riflessioni (che avrei preferito tenere per me) non tanto sull’istruzione (che — ripeto — non mi sembra portatrice di grandi novità), quanto piuttosto sul “doppio regime” liturgico, introdotto dal m. p. Summorum Pontificum e confermato dall’istruzione Universae Ecclesiae. Che qualche problema esista non sono solo il Prof. Grillo o il Padre Augé a dirlo. Proprio questo fine-settimana Vittorio Messori, col suo solito disarmante buon senso, faceva notare:

«Ma se il vecchio rito era bello e buono, come adesso si riconosce, perché è stato sostituito? Perché, anzi, è stato stravolto? Se si voleva solo cambiare la lingua, perché non è stato tradotto dal latino con solo qualche ritocco qua e là, come è avvenuto altre volte nella storia della Chiesa?» (La Bussola Quotidiana).

Per quanto mi riguarda, mi ero già espresso su Summorum Pontificum (i vedano i post del 6 marzo 2009 e del 18 luglio 2009). Forse qui conviene riprendere i punti allora enunciati e aggiungerne qualche altro frutto di successive riflessioni.

1. Innanzi tutto, a proposito del presupposto della nuova disciplina, Summorum Pontificum afferma che il vecchio rito non è stato mai abolito. Non mi sembra che tale affermazione trovi corrispondenza nella volontà piú che esplicita di Paolo VI di sostituire il Vetus Ordo con il Novus.

2. Sono sempre stato favorevole al fatto che ai fedeli tradizionalisti fosse riconosciuto il diritto di partecipare alla Messa secondo l’antico rito; ciò che mi crea difficoltà è la totale liberalizzazione di esso. Secondo me, per garantire quel sacrosanto diritto, non era necessario giungere alla liberalizzazione (che ritengo sia stata accordata esclusivamente per motivi di “politica ecclesiastica”, vale a dire per venire incontro ai lefebvriani, che l’avevano richiesta). Quel diritto poteva essere garantito tranquillamente attraverso l’istituto dell’indulto. Si dirà: ma l’indulto già esisteva e aveva mostrato i suoi limiti. Bene, a mio parere, bisognava trovare il modo di renderlo piú efficace senza giungere alla completa liberalizzazione. 

3. Personalmente trovo che l’attuale “doppio regime” non possa che essere fonte di confusione e divisioni. Si dirà: ma perché non si sottolineano i medesimi pericoli quando si tratta degli abusi liturgici? Rispondo: semplicemente perché, in quel caso, si tratta appunto di abusi; qui invece si sta parlando della norma. Diverso sarebbe stato se si fosse proseguito sulla strada dell’indulto. L’indulto è un privilegio, un’eccezione alla norma, accordata a determinati gruppi, senza mettere in discussione la norma stessa, che resta vincolante per tutti (“l’eccezione conferma la regola”). Personalmente, non ho alcuna difficoltà ad ammettere l’esistenza di amministrazioni apostoliche, ordinariati, prelature personali, istituti di vita consacrata, società di vita apostolica, parrocchie, rettorie, cappellanie, associazioni di fedeli, che godano del privilegio, da prevedere negli statuti, di celebrare secondo l’antica liturgia. Ecco, se proprio la disciplina precedente non sembrava soddisfacente, si poteva disporre che in ciascuna diocesi, in assenza di istituti “Ecclesia Dei”, si istituisse una parrocchia personale o, almeno, una cappellania per venire incontro ai fedeli legati alla tradizione. Trovo difficile da accettare invece che i due usi del rito romano vengano considerati su un piano di perfetta parità, e che ognuno possa sentirsi libero di scegliere una delle due forme, e che un qualsiasi gruppo di fedeli possa andare da un parroco e “pretendere” che si celebri la Messa tridentina.

4. Faccio fatica a capire come tali gruppi di fedeli (giuridicamente non ben definiti) possano godere di una sorta di “corsia preferenziale” rispetto a tutti gli altri fedeli, che sono tenuti a uniformarsi alle norme pastorali vigenti in ciascuna diocesi. Faccio un esempio che mi tocca da vicino: noi religiosi (che non siamo dei gruppi spontanei, ma delle persone giuridiche ufficialmente riconosciute dalla Chiesa ed esenti dal governo degli Ordinari del luogo) siamo soggetti alla potestà dei Vescovi in ciò che riguarda la cura delle anime, l’esercizio pubblico del culto divino e le opere di apostolato (can. 678 § 1). In qualche caso ciò si traduce in forti limitazioni nel decidere il numero e l’orario delle Messe, nella celebrazione del triduo pasquale e nell’amministrazione dei sacramenti (prima comunione, cresima, matrimonio) nelle nostre chiese non-parrocchiali o nei nostri oratori semipubblici. Non riesco a capire perché i gruppi tradizionalisti debbano godere di facoltà piú ampie di quelle dei religiosi (al punto che possono ottenere la reiterazione dei riti della settimana santa nella stessa chiesa: Universae Ecclesiae, n. 33).

5. Uno dei punti qualificanti del motu proprio (piú precisamente, della concomitante lettera ai Vescovi) è la riaffermazione della continuità tra Vetus e Novus Ordo: «Non c’è nessuna contraddizione tra l’una e l’altra edizione del Missale Romanum. Nella storia della Liturgia c’è crescita e progresso, ma nessuna rottura». Ebbene, non mi sembra che la disciplina del “doppio regime” metta in risalto tale continuità: se si parla di continuità di due segmenti, ci si pone su una stessa linea retta; se si “giustappongono” (Universae Ecclesiae, n. 6; si veda il commento di Cantuale Antonianum) i due riti, li si pone su due rette parallele, e non si può piú parlare di continuità. Una volta dichiarata la continuità tra il vecchio e il nuovo rito, tutti dovrebbero accettare il nuovo come sostitutivo del vecchio (senza escludere, come detto, eventuali eccezioni, che però devono rimanere tali). La giustapposizione è una forma di dualismo, che non favorisce in alcun modo la percezione della continuità.

6. La stessa terminologia scelta per distinguere i due usi (“forma ordinaria” e “forma straordinaria”), che condivido, a mio parere implicherebbe una diversa disciplina, vale a dire quella dell’indulto e non quella della coesistenza su un piano di parità (nel qual caso non si capisce perché una forma debba essere considerata “ordinaria” e l’altra “straordinaria”).

7. Recentemente il Card. Kurt Koch ha affermato che Benedetto XVI avrebbe avviato col motu proprio la “riforma della riforma”, da lui a piú riprese auspicata prima di diventare Papa. Sinceramente tale affermazione suscita in me qualche perplessità: non riesco a vedere come la liberalizzazione del rito tridentino possa segnare l’inizio della “riforma della riforma”. A mio parere, una “riforma della riforma” era già in corso nella Chiesa dal giorno in cui era entrato in vigore il Novus Ordo. Certo, nessuno usava quell’espressione, ma di fatto di questo si trattava; o, se vogliamo, si trattava di una continuazione, di uno sviluppo della riforma. Un fatto è certo: la riforma liturgica non poteva dirsi conclusa. Man mano che passavano gli anni venivano introdotte delle correzioni e degli adattamenti; molto spesso si recuperavano elementi che erano stati forse un po’ frettolosamente accantonati dalla prima riforma. Testimoni di tale evoluzione sono le tre edizioni del Missale Romanum: si faccia un confronto tra la prima e la terza, e si vedranno le differenze. Bene, ho paura che il motu proprio, nonché favorire la “riforma della riforma”, finisca per bloccarla. Il rischio, non remoto, è che si possa assistere a una polarizzazione dei due riti. Altro che continuità!

8. Il Card. Ratzinger aveva espresso l’opinione che «a lungo termine la Chiesa romana deve avere di nuovo un solo rito romano. L’esistenza di due riti ufficiali per i vescovi e per i preti è difficile da “gestire” in pratica» (lettera al Dott. Heinz-Lothar Barth del 23 giugno 2003). Ora tale convinzione è stata ripresa dal Card. Koch: «A lungo termine, non possiamo fermarci a una coesistenza tra la forma ordinaria e la forma straordinaria del rito romano … la Chiesa avrà nuovamente bisogno nel futuro di un rito comune». Se questo è lo scopo, a che pro liberalizzare l’usus antiquior? Risponde Koch, riprendendo le parole di Benedetto XVI: «Le due forme dell’uso del rito romano possono e devono arricchirsi a vicenda». Siamo proprio sicuri che ciò avverrà? D’accordo che «una nuova riforma liturgica non può essere decisa a tavolino, ma richiede un processo di crescita e di purificazione»; ma chiedo: tale “processo di crescita e di purificazione” non era già in corso? Non rischia ora di essere bloccato? Non conveniva che il Vetus Ordo rimanesse il rito proprio di alcune, ben definite, categorie di fedeli, e da tale posizione continuasse a influire sul Novus?

Solo domande, le mie, che non intendono in alcun modo mettere in discussione la piena legittimità del motu proprio e della sua istruzione applicativa. Come detto, avrei preferito tenere per me i miei dubbi; ma, visto che mi è stato richiesto, ho voluto condividerli con voi. Con semplicità. Sperando di non essere tacciato di modernismo e di disobbedienza al Santo Padre...

domenica 8 maggio 2011

Riforma liturgica tra passività e attivismo

Il Signor Benedetto Serra mi ha segnalato un articolo apparso sul numero 2/11 de La Nuova Europa, la rivista del Centro Russia Cristiana. L’articolo, intitolato “L’evoluzione liturgica al cambio di millennio”, è stato scritto da Antonij Lakirev, parroco ortodosso a Mosca. In esso si parla della questione, a lungo dibattuta, se fosse opportuno procedere a una riforma liturgica anche all’interno della Chiesa Ortodossa Russa. La tesi dell’autore è: 

«La riforma liturgica, della cui necessità hanno parlato tutti tante volte, si è già realizzata da tempo de facto. È stata la grande misericordia di Dio nei nostri confronti, perché se un cambiamento qualsiasi fosse avvenuto in seguito agli sforzi intenzionali dell’autorità, sicuramente ci sarebbero state conseguenze dolorose, sicuramente avremmo avuto scismi, odi reciprochi, accuse, eccetera. Invece la nostra vita liturgica oggi è radicalmente cambiata, rispetto a quella di venti trent’anni fa, senza troppi sconquassi».

Chiosa il Signor Serra: «Sono quasi convinto che se Paolo VI non avesse fatto la riforma, questa si sarebbe fatta da sola, e ci saremmo risparmiati i Lefebvriani».

Personalmente penso che l’articolo del P. Lakirev vada letto, innanzi tutto perché riflette il diverso atteggiamento che caratterizza le Chiese orientali e la Chiesa latina. Non so se avete notato che fra gli ortodossi è presente un atteggiamento che potremmo definire “passivo”: si lascia che trascorra il tempo, e nel frattempo i problemi si risolvono da soli. Un atteggiamento che ha sempre contraddistinto l’Oriente cristiano. Noi occidentali istintivamente rifiutiamo un atteggiamento del genere. Certamente, all’origine di tale diversità c’è una differenza di carattere; ma va anche riconosciuto il fondamento teologico di tale “passività”, vale a dire la consapevolezza della dipendenza dall’azione di Dio: «È stata la grande misericordia di Dio nei nostri confronti…». Noi, al contrario, siamo tentati di pensare che tutto dipenda dalla nostra iniziativa. 

Come si può vedere, la testimonianza di P. Lakirev ci stimola a recuperare un aspetto importante del cristianesimo. Ovviamente, ciascuno conserverà il proprio carattere; non possiamo pretendere che anche gli occidentali abbraccino la “passività” orientale (anche perché non sarebbe giusto); però è quanto mai opportuno ridimensionare il nostro “attivismo”, rendendoci conto che chi conduce la Chiesa non siamo noi, ma Dio.

Per venire alla questione della riforma liturgica, io stesso una volta avevo espresso l’opinione che, al momento del Concilio, era già in corso una riforma liturgica. Forse — e sottolineo il “forse” — si sarebbe potuto proseguire su quella strada (fondamentalmente condivisa da tutti), senza mettere in moto la grande macchina della “Riforma liturgica” postconciliare. E forse — come riassume in maniera un po’ brutale il Signor Serra — «ci saremmo risparmiati i Lefebvriani».

Non so però se tale ipotesi sia del tutto valida. Non solo perché la storia non si fa con i “se”, ma per vari altri motivi. Innanzi tutto perché quella riforma, iniziata prima del Concilio, aveva le sue pecche. Come in altri casi, il Concilio ha rappresentato un “riequilibrio” di tendenze piuttosto discutibili apparse durante il pontificato di Pio XII. Tanto per fare un esempio (ma non è l’unico), mi sono già occupato della nuova traduzione del Salterio, che rompeva completamente con la tradizione latina (qui).

In secondo luogo, su un piano teologico, per quanto sia giusto sottolineare che è Dio a guidare la Chiesa, ciò non significa che l’autorità in essa legittimamente costituita debba astenersi da qualsiasi intervento. Altrimenti, che ci stanno a fare il Papa e i Vescovi? Sono o non sono i Vicari di Cristo, i pastori a cui il Signore ha dato l’incarico di pascere il suo gregge?

Infine, su un piano piú pratico, la Chiesa cattolica non può essere paragonata a una qualsiasi, seppur consistente, Chiesa ortodossa. Certe riforme non possono essere lasciate al caso: è impensabile abbandonare una riforma liturgica alla spontaneità della “base”. Proprio perché la liturgia è azione di Cristo e della Chiesa, è inevitabile che ci sia una “norma” che tutti sono tenuti a seguire. 

Ma allora quale errore abbiamo commesso? Secondo me, l’errore non sta nel fatto che il Concilio abbia dato delle indicazioni su come la liturgia avrebbe dovuto essere rivista. L’errore è stato nell’atteggiamento con cui quelle direttive sono state applicate; un atteggiamento che è proprio l’opposto di quello dei nostri fratelli ortodossi; un atteggiamento che potremmo in qualche modo definire “titanico”: l’atteggiamento di chi pretende di ricominciare tutto da capo, di fare qualcosa di radicalmente nuovo, convinto di avere in tasca la soluzione a tutti i problemi, una soluzione frutto di elaborazioni puramente umane e pertanto “ideologica”. È ovvio che tale atteggiamento non ha caratterizzato solo la riforma liturgica, ma tutto il rinnovamento postconciliare.

L’atteggiamento giusto mi pare che sia quello contenuto nel bellissimo discorso rivolto da Benedetto XVI, venerdí scorso, ai partecipanti al convegno promosso dal Pontificio Istituto Liturgico “Sant’Anselmo”, in occasione del 50° della sua fondazione:

«La Liturgia della Chiesa va al di là della stessa “riforma conciliare” (cf Sacrosanctum Concilium, n. 1), il cui scopo, infatti, non era principalmente quello di cambiare i riti e i testi, quanto invece quello di rinnovare la mentalità e porre al centro della vita cristiana e della pastorale la celebrazione del Mistero Pasquale di Cristo. Purtroppo, forse, anche da noi Pastori ed esperti, la Liturgia è stata colta piú come un oggetto da riformare che non come soggetto capace di rinnovare la vita cristiana, dal momento in cui “esiste un legame strettissimo e organico tra il rinnovamento della Liturgia e il rinnovamento di tutta la vita della Chiesa. La Chiesa dalla Liturgia attinge la forza per la vita” … La Liturgia, teste privilegiato della Tradizione vivente della Chiesa, fedele al suo nativo compito di rivelare e rendere presente nell’hodie delle vicende umane l’opus Redemptionis, vive di un corretto e costante rapporto tra sana traditio e legitima progressio, lucidamente esplicitato dalla Costituzione conciliare al n. 23. Con questi due termini, i Padri conciliari hanno voluto consegnare il loro programma di riforma, in equilibrio con la grande tradizione liturgica del passato e il futuro. Non poche volte si contrappone in modo maldestro tradizione e progresso. In realtà, i due concetti si integrano: la tradizione è una realtà viva, include perciò in se stessa il principio dello sviluppo, del progresso. Come a dire che il fiume della tradizione porta in sé anche la sua sorgente e tende verso la foce».

Penso che, se ci libereremo delle opposte ideologie (progressista e tradizionalista), che hanno caratterizzato e continuano a caratterizzare la Chiesa postconciliare, e recupereremo un po’ dello spirito dei nostri fratelli ortodossi, la riforma liturgica, forse con qualche piccolo ritocco, possa andar bene cosí com’è.

mercoledì 4 maggio 2011

“Pro multis”

Il Prof. Giovanni Bazzana, Assistente di Nuovo Testamento alla Harvard Divinity School, a quanto pare, è un attento lettore di questo blog. Anche lui ha un suo blog (“dedicato al Nuovo Testamento e alla storia delle origini cristiane”) dal titolo Ta Biblia. Già in ottobre si era occupato dei miei post sulla nuova versione CEI della Bibbia (qui) e aveva poi precisato, su mia richiesta, il rapporto fra testo masoretico e Settanta, che mi risultava poco chiaro (qui). Successivamente aveva postillato il mio intervento sulle “Traduzioni edulcorate” (qui). Lo scorso gennaio aveva poi fatto riferimento al mio post sui salmi imprecatori (qui). Giorni fa infine si è occupato del mio recente post sulle “Stravaganze di traduzione e di interpretazione” (qui). Non posso che raccomandare anche ai miei lettori la lettura del post del Prof. Bazzana, perché si sofferma su un punto a cui siamo piuttosto sensibili, vale a dire il significato del “pro multis” (Mt 26:28). 

Il Professore corregge la mia affermazione, sicuramente esagerata, secondo cui «tutti gli esegeti ci assicurano che “per molti” è un semitismo che significa in realtà “per tutti”». Io non facevo che riportare l’interpretazione del Padre Zerwick (Analysis philologica Novi Testamenti Graeci, Romae, PIB, 3ª ed., 1966, p. 68): «sem. potest significare multitudinem simul cum totalitate = omnes qui multi sunt». Si veda pure, in proposito, la nota della TOB («per i molti, cioè, secondo il significato semitico della formula, per l’insieme degli uomini») o il Jerome Biblical CommentaryPer tutti senza alcuna riserva»). Giustamente Bazzana fa notare che «non è vero che tutti gli esegeti sostengono questa posizione», e cita il caso di Luz (il quale «non ritiene l’espressione un semitismo e non pensa che significhi “per tutti”») e quello di Joachim Jeremias (il quale «ammette che in ebraico o aramaico le espressioni equivalenti qualche volta possono voler dire “tutti”, ma che questa ovviamente non può essere la regola»). Va precisato, per poter capire la posizione di Jeremias, che egli ricorreva alla tecnica della retroversione (dal greco all’aramaico) per cercare di ricostruire gli ipsissima verba Jesu.

Il Prof. Bazzana spiega poi come si sia arrivati a identificare “per molti” con “per tutti”. La questione non sarebbe tanto di tipo linguistico, quanto piuttosto esegetico: secondo Jeremias, Mt 26:26-28 dipenderebbe da Is 53:11-12 (il quarto canto del Servo del Signore, dove si afferma che «il giusto mio servo giustificherà molti … io gli darò in premio molti ... egli portava il peccato di molti»). Tale constatazione permette a Bazzana di fare una riflessione assai interessante:

«Anche accettando il legame suggerito da Jeremias, è paradossale vedere come proprio questo offra un argomento molto forte contro l’esegesi “semitica”. Di Is 53:11-12 possediamo una traduzione greca (quella dei Settanta) e vale la pena di domandarsi: se l’ebraico rabbim aveva proprio questo chiaro significato di “tutti”, come mai i traduttori, che non brillavano certo per il loro letteralismo, l’hanno tradotto per ben tre volte nello spazio di due versi con polloi?

«È interessante domandarsi quale sia il supporto ideologico di queste esegesi fondate sulle retroversioni semitiche, dal momento che il loro valore storico è tanto scarso. Ho formulato tre ipotesi provvisorie. Anzitutto, discutendo della cosa con un collega, lui mi faceva notare che un peso notevole deve avere ancora l’idea che l’ebraico sia una “lingua divina”. In secondo luogo, ritornare all’originale semitico è un po’ parte dell’utopico tentativo di tornare al Gesú storico (combinato con il “dogma”, secondo il quale Gesú avrebbe parlato solo aramaico). Infine, l’impressione piú sgradevole, ma dalla quale è purtroppo difficile liberarsi quando si leggono esegesi come quelle di Jeremias, è che si tratti di un’altra forma di supersessionismo. Come i cristiani si appropriano della Bibbia degli ebrei, cosí possono fare anche con la loro lingua, dimostrando che gli ebrei non solo non sono stati capaci di capire il “vero” significato dei libri che consideravano sacri, ma anche della lingua stessa in cui erano scritti».

Decisamente interessante.

mercoledì 27 aprile 2011

Sovranità limitata

I miei lettori sanno che solitamente non mi occupo di politica, non perché non mi interessi, ma perché il ruolo che svolgo nella Chiesa (che è la casa di tutti) non mi permette di essere di parte: il sacerdote è padre di tutti e non solo di alcuni. Ma, oltre alla politica spicciola di tutti i giorni (quella che qualche anno fa veniva chiamata il “teatrino della politica italiana”), che mi interessa relativamente, esiste una politica con la “p” maiuscola, che non può lasciarmi indifferente, non solo come cittadino, ma anche come sacerdote.

Rientra in questo campo la questione della guerra in Libia o alla Libia (a seconda dei punti di vista). Non voglio esprimere un giudizio generale sulla guerra in sé stessa, cosa che risulterebbe piuttosto complessa. Chi vuole, può farsi un’opinione personale, a patto che non si accontenti di quanto legge sui giornali o sente alla televisione, ma andandosi a cercare informazioni e commenti su internet. Vorrei invece soffermarmi sulla posizione dell’Italia in questo conflitto.

In un primo momento sembrava che il Governo italiano non fosse molto entusiasta di lasciarsi coinvolgere in questo conflitto (e la cosa non mi dispiaceva). Si era capito che era stato costretto a mettere a disposizione le sue basi militari, ma che non era intenzionato a intervenire direttamente. In un secondo tempo, erano stati messi a disposizione anche degli aerei, ma solo per operazioni di pattugliamento. Recentemente poi era stato comunicato che sarebbero stati inviati dei consiglieri militari in aiuto ai cosiddetti “ribelli”. L’altro ieri — lunedí di Pasqua e festa della liberazione — viene annunciato che anche l’Italia parteciperà ai bombardamenti, che saranno — c’era bisogno di precisarlo? — non “bombardamenti indiscriminati, ma missioni con missili di precisione su obiettivi specifici”. Chissà se avranno ancora il coraggio di dire che l’Italia non è in guerra!

Ma, a parte il merito della questione (sul quale pure ci sarebbe molto da dire), quello che mi ha colpito in tutta la vicenda sono state le modalità con cui si è arrivati a quest’ultima decisione. C’è stata una discussione in Parlamento? No, non ce n’è bisogno: il Ministro Frattini ci assicura che «per partecipare ai bombardamenti non occorre un nuovo passaggio parlamentare, basta il voto di marzo con cui è stato dato il via libera alla missione». C’è stato un Consiglio dei ministri? No, tanto è vero che alcuni ministri si sono già dissociati dalla decisione. E allora, come si è giunti a questa decisione, che pure non mi sembra di secondaria importanza? Il giorno di Pasquetta (notate, il lunedí di Pasqua e festa della liberazione) c’è stata una telefonata: il Presidente Obama ha telefonato al Presidente Berlusconi; e questo è bastato per decidere di partecipare ai bombardamenti. Capite? Basta una telefonata! Sí, certo, poi c’è stato l’intervento di Napolitano che, non si capisce bene in base a quale prerogativa costituzionale, ha “legittimato” la decisione. Ma dove sono il Governo e il Parlamento? 

La Costituzione afferma a chiare lettere che «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali» (art. 11). Ma lasciamo perdere, lo sappiamo tutti che i bei principi servono solo quando fa comodo. Soffermiamoci piuttosto sulle procedure, che dovrebbero rendere legittime le decisioni (si parla tanto di legalità…). Ebbene, che cosa dice la Costituzione in proposito? «Le Camere deliberano lo stato di guerra e conferiscono al Governo i poteri necessari» (art. 78). Già, ma forse i Padri Costituenti avevano dimenticato che, in caso di emergenza, poteva bastare una telefonata. Forse i Padri Costituenti avevano dimenticato di dire, nell’articolo 1, che l’Italia — la “Repubblica democratica, fondata sul lavoro” — non è uno Stato sovrano.

E che dire di Berlusconi? Beh, penso che, con tale atto, abbia firmato la propria condanna. Come sapete, non sono un moralista: non mi è mai interessato dei suoi comportamenti privati. Ma dei suoi comportamenti pubblici, sí. Se finora si poteva anche condividere una certa politica improntata al pragmatismo e alla difesa degli interessi nazionali, con i sui ultimi atteggiamenti ha dimostrato di essere solo un opportunista: stare sempre e solo dalla parte di chi sembra il potente di turno. Una politica di questo genere mi fa schifo. Capisco che il politico debba barcamenarsi e debba scendere anche a patti col diavolo. Ma a tutto c’è un limite: c’è una dignità — di sé stessi e, soprattutto, del Paese che si rappresenta — a cui non si può rinunciare. Andare a prostitute è un conto; prostituirsi, un altro.

lunedì 25 aprile 2011

Stravaganze di traduzione e di interpretazione

In queste ultime settimane, leggendo il vangelo che la liturgia di volta in volta ci proponeva, non ho potuto evitare di fare alcune considerazioni sulla stravaganza di certe traduzioni e di certe interpretazioni.

1. Nella terza domenica di Quaresima abbiamo letto il vangelo della Samaritana (Gv 4:5-42). Riporto solo alcuni versetti nel testo originale greco, nella traduzione latina della Neovolgata e nelle due traduzioni della CEI (1974 e 2008). Notate i tempi dei verbi:

GRECO: «4:5 ἔρχεται οὖν εἰς πόλιν τῆς Σαμαρείας λεγομένην Συχὰρ πλησίον τοῦ χωρίου ὃ ἔδωκεν Ἰακὼβ (τῷ) Ἰωσὴφ τῷ υἱῷ αὐτοῦ· 6 ἦν δὲ ἐκεῖ πηγὴ τοῦ Ἰακώβ. ὁ οὖν Ἰησοῦς κεκοπιακὼς ἐκ τῆς ὁδοιπορίας ἐκαθέζετο οὕτως ἐπὶ τῇ πηγῇ· ὥρα ἦν ὡς ἕκτη. 7 ἔρχεται γυνὴ ἐκ τῆς Σαμαρείας ἀντλῆσαι ὕδωρ. λέγει αὐτῇ ὁ Ἰησοῦς, δός μοι πεῖν· 8 οἱ γὰρ μαθηταὶ αὐτοῦ ἀπεληλύθεισαν εἰς τὴν πόλιν, ἵνα τροφὰς ἀγοράσωσιν. 9 λέγει οὖν αὐτῷ ἡ γυνὴ ἡ Σαμαρῖτις, πῶς σὺ Ἰουδαῖος ὢν παρ’ ἐμοῦ πεῖν αἰτεῖς γυναικὸς Σαμαρίτιδος οὔσης; οὐ γὰρ συγχρῶνται Ἰουδαῖοι Σαμαρίταις. 10 ἀπεκρίθη Ἰησοῦς καὶ εἶπεν αὐτῇ, εἰ ᾔδεις τὴν δωρεὰν τοῦ θεοῦ…».

NEOVOLGATA: «4:5 Venit ergo in civitátem Samaríæ, quæ dícitur Sichar, juxta prǽdium, quod dedit Jacob Joseph fílio suo; 6 erat autem ibi fons Jacob. Jesus ergo fatigátus ex itínere sedébat sic super fontem; hora erat quasi sexta. 7 Venit múlier de Samaría hauríre aquam. Dicit ei Jesus: “Da mihi bíbere”; 8 discípuli enim ejus abíerant in civitátem, ut cibos émerent. 9 Dicit ergo ei múlier illa Samaritána: “Quómodo tu, Judǽus cum sis, bíbere a me poscis, quæ sum múlier Samaritána?”. Non enim coutúntur Judǽi Samaritánis. 10 Respóndit Jesus et dixit ei: “Si scires donum Dei...”».

CEI 1974: «4:5 Giunse pertanto ad una città della Samaria chiamata Sicàr, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: 6 qui c’era il pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, stanco del viaggio, sedeva presso il pozzo. Era verso mezzogiorno. 7 Arrivò intanto una donna di Samaria ad attingere acqua. Le disse Gesù: “Dammi da bere”. 8 I suoi discepoli infatti erano andati in città a far provvista di cibi. 9 Ma la Samaritana gli disse: “Come mai tu, che sei Giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?”. I Giudei infatti non mantengono buone relazioni con i Samaritani. 10 Gesù le rispose: “Se tu conoscessi il dono di Dio…”».

CEI 2008: «4:5 Giunse così a una città della Samaria chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: 6 qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. 7 Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: “Dammi da bere”. 8 I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. 9 Allora la donna samaritana gli dice: “Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?”. I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. 10 Gesù le risponde: “Se tu conoscessi il dono di Dio...”».

Come potete vedere, nell’originale greco (seguito pedissequamente dalla Neovolgata) abbiamo un passaggio piuttosto disinvolto dal presente (i primi quattro verbi) al passato (gli ultimi due). La traduzione CEI del 1974 aveva deciso, abbastanza comprensibilmente, di non tener conto dell’uso variegato dei tempi nell’originale, e di tradurre tutti i verbi al passato remoto. Che ti fa invece la nuova versione della CEI? Traduce il primo verbo (che nell’originale è al presente) con un passato remoto, e poi passa al presente, che conserva anche lí dove l’originale usa il passato. Confesso di far difficoltà a cogliere il criterio che ha guidato la nuova traduzione.

2. Il lunedí della quinta settimana di Quaresima la liturgia ci ha proposto il brano dell’adultera (Gv 8:1-11). Anche in questo caso mi limito ad alcuni versetti. Soffermatevi ancora una volta sui tempi:

GRECO: «8:1 Ἰησοῦς δὲ ἐπορεύθη εἰς τὸ ὄρος τῶν ἐλαιῶν. 2 Ὄρθρου δὲ πάλιν παρεγένετο εἰς τὸ ἱερόν, καὶ πᾶς ὁ λαὸς ἤρχετο πρὸς αὐτόν, καὶ καθίσας ἐδίδασκεν αὐτούς. 3 ἄγουσιν δὲ οἱ γραμματεῖς καὶ οἱ Φαρισαῖοι γυναῖκα ἐπὶ μοιχείᾳ κατειλημμένην καὶ στήσαντες αὐτὴν ἐν μέσῳ 4 λέγουσιν αὐτῷ, διδάσκαλε, αὕτη ἡ γυνὴ κατείληπται ἐπ’ αὐτοφώρῳ μοιχευομένη...».

NEOVOLGATA: «8:1 Jesus autem perréxit in montem Olivéti. 2 Dilúculo autem íterum venit in templum, et omnis pópulus veniébat ad eum, et sedens docébat eos. 3 Addúcunt autem scribæ et pharisǽi mulíerem in adultério deprehénsam et statuérunt eam in médio 4 et dicunt ei: “Magíster, hæc múlier manifésto deprehénsa est in adultério…”».

CEI 1974: «8:1 Gesù si avviò allora verso il monte degli Ulivi. 2 Ma all’alba si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui ed egli, sedutosi, li ammaestrava. 3 Allora gli scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio e, postala nel mezzo, 4 gli dicono: “Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio…”».

CEI 2008: «8:1 Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. 2 Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro. 3 Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e 4 gli dissero: “Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio…”».

Come potete notare, nell’originale i verbi dei vv. 1-2 sono al passato, mentre quelli dei vv. 3-4 sono al presente. Come al solito, la Neovolgata, immune da preoccupazioni stilistiche, traduce alla lettera. In questo caso invece c’è da notare come la vecchia traduzione della CEI rendesse anche in italiano la varietà dei tempi dell’originale. La nuova traduzione, che pure in molti casi sembrerebbe aver seguito un criterio di maggior fedeltà alla lettera dell’originale, in questo caso, al contrario, traduce tutti i verbi al passato. Mi chiedo se gli esperti della CEI, prima di accingersi alla revisione della traduzione della Bibbia, si siano seduti intorno a un tavolo per decidere quali criteri seguire.

3. Dalle traduzioni passiamo alle interpretazioni. In questo caso, nulla da eccepire sulle traduzioni, che sono state fatte correttamente; ciò che voglio evidenziare è invece la disinvoltura con cui siamo talvolta portati a intendere certe espressioni.

La domenica delle palme abbiamo letto il racconto della passione nella versione di Matteo. Ebbene, quando viene narrata l’ultima cena, si dice:

«Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti (περὶ πολλῶν) per il perdono dei peccati» (Mt 26:27-28).

Tutti gli esegeti ci assicurano che “per molti” è un semitismo che significa in realtà “per tutti”, tanto è vero che, nelle traduzioni liturgiche, le parole della consacrazione hanno adottato tale espressione. Non voglio ora entrare nella questione se sia piú o meno opportuno nella Messa conservare l’espressione originale (pro multis); qui mi interessa solo sottolineare che, secondo gli esegeti, “molti” significa “tutti”.

Ebbene, nel medesimo racconto della passione secondo Matteo, poco piú avanti leggiamo:

«E tutto il popolo (πᾶς ὁ λαός) rispose: “Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli”» (Mt 27:25).

Il tal caso i medesimi esegeti si affrettano a informarci che “tutto il popolo” non si riferisce all’intero popolo di Israele, ma soltanto ad alcuni membri di esso, vale a dire alla folla che in quel momento si era radunata nel tribunale di Pilato. Sí, certo, è piú che ragionevole pensare che, in questo caso, “popolo” sia semplicemente sinonimo di “folla”; appare piuttosto difficile che “tutto il popolo” potesse essere presente (e infatti abbiamo appena incontrato in Gv 8:1 la medesima espressione con questo significato). Ma c’è da notare che Matteo, per parlare della folla, usa in quel contesto un altro termine: ὄχλος, che significa appunto “folla” (cf vv. 15; 20; 24). Come mai in questo caso, invece, parla di “tutto il popolo”? Non ci sarà per caso qualche motivo teologico? Comprendo i rischi di antisemitismo in cui si potrebbe incorrere (vi accenna Nostra aetate n. 4); ma ciò non ci esime dal prendere atto, con obiettività, di ciò che l’evangelista ha effettivamente scritto e cercare di comprenderne il significato. Altrimenti, saremo costretti a concludere che, nelle lingue semitiche, “molti” significa “tutti” e “tutti” significa “alcuni”.

domenica 24 aprile 2011

Auguri


«... et vidit et credidit» (Gv 20:8)

Buona Pasqua a tutti i lettori!

sabato 23 aprile 2011

Il “colpo di grazia”

Come divenuto ormai consuetudine, riporto l’articolo pubblicato sull’ultimo numero dell’Eco dei Barnabiti (n. 1/2011, pp. 12-13) per la rubrica “Osservatorio ecclesiale”. L’articolo è stato scritto nel mese di febbraio.


Qualcuno si chiederà se, durante il 2010, il nostro “osservatorio” (che si è occupato successivamente di interpretazione del Concilio, di liturgia, di ecumenismo e di dialogo interreligioso e interculturale) non fosse per caso un po’ distratto: si è soffermato su aspetti certamente importanti della vita ecclesiale, ma sembrerebbe che non si sia neppure accorto della bufera che per diversi mesi ha sconvolto la Chiesa, soprattutto nella parte finale dell’Anno sacerdotale. Mi riferisco allo scandalo della pedofilia, esploso in diversi paesi (Stati Uniti, Irlanda, Germania, Belgio, ecc.), portando all’attenzione dell’opinione pubblica non solo le responsabilità dei sacerdoti direttamente coinvolti, ma anche quelle dei Vescovi e della stessa Santa Sede, che per molti anni li avrebbero “coperti”. Beh, per quanto il nostro “osservatorio” non sia dotato di grandi mezzi di rilevazione, pur tuttavia è fornito di giornali, radio, televisione e internet, che gli permettono di tenersi aggiornato su ciò che i media riferiscono della Chiesa. Se durante il 2010 non abbiamo mai accennato allo scandalo degli abusi, lo abbiamo fatto di proposito; non per far finta di niente, ma perché ci sembrava più opportuno attendere che si calmassero un po’ le acque e si potesse osservare il fenomeno con un certo distacco.

C’è stato un periodo in cui ogni giorno veniva pubblicato dai giornali un nuovo caso di pedofilia. “Nuovo”, si fa per dire: si trattava il più delle volte di casi risalenti a 40-50 anni fa, casi spesso già noti e chiusi dal punto di vista giudiziario, in qualche caso con i diretti responsabili addirittura scomparsi. Era più che evidente che si trattava di una campagna ben orchestrata per mettere in difficoltà la Chiesa. Quello che più ha colpito è che si chiedeva non tanto la condanna dei responsabili (come detto, spesso già condannati e in qualche caso defunti), quanto piuttosto le dimissioni dei Vescovi e dello stesso Papa, accusati di aver coperto i responsabili, di aver occultato i casi, di aver insabbiato le pratiche… Che si trattasse di una congiura risulta dal fatto che gli stessi organi di informazione, che tanto si sono indignati per gli abusi perpetrati dal clero, non sembrano molto interessati a casi simili che vedono coinvolte altre categorie di persone. 

Nella campagna dello scorso anno non ha giocato alcun ruolo il fattore economico, come era invece accaduto in precedenza negli Stati Uniti, dove la denuncia di abusi era divenuta un vero e proprio business (recentemente l’avvocato Donald H. Steier ha condotto un’inchiesta, con la quale si dimostra che circa la metà delle denunce di abusi commessi da sacerdoti negli Stati Uniti era interamente falsa o perlomeno enormemente esagerata). Lo scandalo del 2010 è stato esclusivamente di tipo mediatico: non si è trattato tanto di nuove denunce di tipo legale, finalizzate a ottenere un risarcimento, quanto piuttosto di una campagna stampa tendente a divulgare alcuni vecchi casi, allo scopo di dimostrare le “connivenze” dell’establishment ecclesiale.

Come ha reagito la Chiesa? Beh, diciamo che si è fatta trovare piuttosto impreparata e non ha saputo sempre rispondere in maniera ferma alle accuse spesso strumentali che le venivano rivolte. Sicuramente un certo “senso di colpa” per i reali abusi compiuti dal clero e per una effettiva sottovalutazione del fenomeno le ha impedito di reagire con lucidità agli attacchi. I sociologi parlerebbero di una “crisi di panico”, che ha determinato, almeno a livello mediatico, reazioni talvolta impacciate o un tantino superficiali (come la ripetizione, a mo’ di mantra, di alcuni slogan, quali “trasparenza”, “tolleranza zero”…). Bisogna però riconoscere che i provvedimenti canonici che, dopo qualche tentennamento, sono stati adottati sono stati tutti molto seri e ponderati.

A questo proposito vanno segnalate le nuove Norme sui delitti più gravi, pubblicate nel luglio 2010. Innanzi tutto, bisogna notare che i “delitti più gravi” non sono solo gli abusi sessuali, ma sono tutti quei delitti di cui si occupa la Congregazione per la dottrina della fede (CDF): delitti contro la fede (eresia, apostasia e scisma), i delitti contro la santità dei sacramenti dell’Eucaristia e della Penitenza, il delitto di attentata ordinazione di una donna e i delitti più gravi contro i costumi. Questi ultimi, nelle nuove norme sono due: «1° il delitto contro il sesto comandamento del Decalogo commesso da un chierico con un minore di diciotto anni; (…) 2° l’acquisizione o la detenzione o la divulgazione, a fine di libidine, di immagini pornografiche di minori sotto i quattordici anni da parte di un chierico, in qualunque modo e con qualunque strumento». Per tali delitti è prevista una pena proporzionata alla gravità del crimine, non esclusa la dimissione o la deposizione. La prescrizione per i delitti riservati alla CDF è stata elevata a 20 anni (nel caso degli abusi su minori, essa decorre dal giorno in cui la vittima compie 18 anni). È prevista anche la possibilità di procedere per via amministrativa (decreto extragiudiziale). Viene confermato il segreto pontificio per tutti questi tipi di cause. Già nell’aprile 2010, inoltre, era stata resa nota una Guida alla comprensione delle procedure di base della CDF riguardo alle accuse di abusi sessuali, nella quale, a proposito della dibattutissima questione di un’eventuale denuncia dei colpevoli alla magistratura, si precisa: «Va sempre dato seguito alle disposizioni della legge civile per quanto riguarda il deferimento di crimini alle autorità preposte».

La Chiesa però non ha reagito allo scandalo pedofilia soltanto sul piano giuridico, emanando norme più restrittive, ma anche su un piano spirituale e pastorale. Ed è soprattutto su questo piano che si è mosso il Santo Padre Benedetto XVI (il quale — giova ricordarlo — da Prefetto della CDF si era adoperato per l’avocazione alla Santa Sede di tutte le cause di abuso su minori). In tutti i suoi numerosi interventi il Papa non si è mai messo a polemizzare con i mezzi di comunicazione per le notizie, vere o false, che riportavano; non si è mai difeso dalle ingiuste accuse che gli venivano mosse; non ha mai gridato al complotto; non si è mai lasciato andare ad atteggiamenti di vittimismo; ma ha sempre invitato a cogliere nello scandalo un’occasione di conversione e di rinnovamento spirituale per la Chiesa. Tra tali innumerevoli interventi, ne vanno ricordati in modo particolare due: la lettera ai cattolici d’Irlanda (19 marzo 2010) e il discorso natalizio alla Curia Romana (20 dicembre 2010).

La lettera alla Chiesa irlandese è stata presentata dalla stampa come un invito a denunciare i preti pedofili alla magistratura. In realtà, il Papa, rivolgendosi a Vescovi, ha detto loro: «Continuate a cooperare con le autorità civili nell’ambito di loro competenza» (n. 11) e, rivolgendosi ai sacerdoti responsabili di abusi, li ha ammoniti: «Dovete rispondere di ciò davanti a Dio onnipotente, come pure davanti a tribunali debitamente costituiti» (n. 7). Ma nessuno si è preoccupato di mettere in luce il carattere eminentemente pastorale della lettera. Benedetto XVI propone alla Chiesa irlandese «un cammino di guarigione, di rinnovamento e di riparazione», e la invita a «riconoscere davanti al Signore e davanti agli altri, i gravi peccati [si noti che il Santo Padre parla di “peccati”, non di “reati”] commessi contro ragazzi indifesi» (n. 2). Anche ai sacerdoti e ai religiosi colpevoli propone un cammino di preghiera e di penitenza, invitandoli a non disperare della misericordia di Dio (n. 7). A tutti i fedeli il Pontefice chiede di offrire, per un anno intero, le penitenze del venerdì (digiuno, preghiera, lettura della parola di Dio, opere di misericordia) per «ottenere la grazia della guarigione e del rinnovamento per la Chiesa in Irlanda» (n. 14). Li incoraggia inoltre a riscoprire il sacramento della Riconciliazione e ad attendere all’adorazione eucaristica riparatrice (ib.).

Ma è soprattutto nell’allocuzione natalizia ai prelati della Curia Romana che Benedetto XVI ha dato una lettura tutta spirituale dello scandalo in cui la Chiesa è stata coinvolta durante l’Anno sacerdotale. Lo ha fatto citando una visione di sant’Ildegarda di Bingen, nella quale compare una donna — la Chiesa — col volto cosparso di polvere e il vestito strappato. Il Santo Padre ha così commentato la visione: 

«Nella visione di sant’Ildegarda, il volto della Chiesa è coperto di polvere, ed è così che noi l’abbiamo visto. Il suo vestito è strappato — per la colpa dei sacerdoti. Così come lei l’ha visto ed espresso, l’abbiamo vissuto in quest’anno. Dobbiamo accogliere questa umiliazione come un’esortazione alla verità e una chiamata al rinnovamento. Solo la verità salva. Dobbiamo interrogarci su che cosa possiamo fare per riparare il più possibile l’ingiustizia avvenuta. Dobbiamo chiederci che cosa era sbagliato nel nostro annuncio, nell’intero nostro modo di configurare l’essere cristiano, così che una tale cosa potesse accadere. Dobbiamo trovare una nuova risolutezza nella fede e nel bene. Dobbiamo essere capaci di penitenza. Dobbiamo sforzarci di tentare tutto il possibile, nella preparazione al sacerdozio, perché una tale cosa non possa più succedere».

Come si può vedere, un approccio diverso sia da quello di chi è preoccupato solo di difendere la Chiesa dagli attacchi dei media, sia da quello di chi pensa di risolvere il problema unicamente con i processi, canonici o civili che siano. Un approccio spirituale che ci permette di vedere anche nelle situazioni peggiori un’occasione di purificazione e di rinascita. Dice sant’Ambrogio, riferendosi alle prove della Chiesa: «Abluitur undis, non quatitur» (Lettera 2); le onde della tempesta, nonché scuotere la barca, la lavano. Ciò che, agli occhi del mondo, potrebbe apparire come il colpo di grazia che mette a morte la Chiesa, si rivela quale autentico “colpo di grazia” che le ridà vita.

martedì 12 aprile 2011

Tutto è bene quel che finisce bene

Rilevo con piacere che esiste ancora un po’ di buon senso nei sacri palazzi. Ieri, con sorprendente celerità, è stato pubblicato il decreto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti con cui si regola il culto liturgico in onore del Beato Giovanni Paolo II (L’Osservatore Romano, 11-12 aprile 2011, p. 7).

Era ovvio che non si potesse non ribadire il “carattere di eccezionalità”, la “straordinarietà” della beatificazione di Papa Wojtyła e pertanto si usasse un trattamento di favore nei confronti del nuovo Beato: possibilità di celebrare una “Messa di ringraziamento” (con tanto di letture appropriate) anche in una domenica durante l’anno; possibilità di chiedere l’indulto della Sede Apostolica per la dedicazione di una chiesa al Beato.

Per quanto riguarda invece la celebrazione liturgica annuale, contrariamente alla richiesta avanzata dal Cardinale Vallini di estendere la ricorrenza alla Chiesa universale, si dispone che la memoria (non si precisa se obbligatoria o facoltativa; ma suppongo si tratterà di una “memoria obbligatoria”) del Beato Giovanni Paolo II sia iscritta al 22 ottobre nel calendario proprio della diocesi di Roma (come è consuetudine per i Papi beatificati e canonizzati) e in quello delle diocesi della Polonia. Il decreto aggiunge:

«Quanto agli altri Calendari propri, la richiesta di iscrizione della memoria facoltativa del Beato Giovanni Paolo II potrà essere presentata a questa Congregazione dalle Conferenze dei Vescovi per il loro territorio, dal Vescovo diocesano per la sua diocesi, dal Superiore Generale per la sua famiglia religiosa».

Mi sembra una soluzione ragionevole e saggia. Come suol dirsi, “un colpo al cerchio e uno alla botte”. Meno ragionevole mi è parsa invece la traslazione della salma del Beato Innocenzo XI (en passant, la sua memoria liturgica facoltativa è iscritta nel calendario della diocesi di Roma al 12 agosto) dall’altare di San Sebastiano a quello della Trasfigurazione, per lasciare posto al suo successore. Ma facciamo finta di nulla. Mentre mi è piaciuta molto la colletta nuova di zecca, composta in onore del nuovo Beato:

«Deus, dives in misericórdia,
qui beátum Ioánnem Paulum, papam, 
univérsæ Ecclésiæ tuæ præésse voluísti,
præsta, quǽsumus, ut, eius institútis edócti,
corda nostra salutíferæ grátiæ Christi, 
uníus redemptóris hóminis, fidénter aperiámus».

«O Dio, ricco di misericordia,
che hai chiamato il beato Giovanni Paolo II, papa,
a guidare l’intera tua Chiesa,
concedi a noi, forti del suo insegnamento,
di aprire con fiducia i nostri cuori
alla grazia salvifica di Cristo,
unico Redentore dell’uomo».

In questa orazione c’è il Giovanni Paolo II migliore, quello dell’«Aprite le porte a Cristo!» e quello delle sue prime encicliche (Redemptor hominis e Dives in misericordia); c’è il Giovanni Paolo II che ha diffuso nella Chiesa la devozione alla divina misericordia (a mio parere, il suo merito piú grande) e quello che, con il Grande Giubileo del 2000 e la dichiarazione Dominus Iesus, ha riaffermato l’unicità di Cristo Salvatore. Nessun cenno al dialogo interreligioso e allo “spirito di Assisi”. Ciò dimostra che la Chiesa, in barba al politicamente corretto a cui pure deve di volta in volta, per opportunità, sottomettersi, riesce poi a distinguere ciò che vale ed è duraturo dall’«erba che germoglia: al mattino fiorisce e germoglia, alla sera è falciata e secca» (Sal 89:5-6). Tutto è bene quel che finisce bene.

mercoledì 6 aprile 2011

Senso della misura

Nell’organizzazione della beatificazione di Giovanni Paolo II c’è qualcosa che non torna. Quando, nel gennaio scorso, Benedetto XVI promulgò il decreto che attribuisce un miracolo all’intercessione del Servo di Dio e fu annunciata la beatificazione per il 1° maggio, pochi giorni dopo l’annuncio fu comunicato che ormai a Roma c’era già il “tutto esaurito”. Ora, a meno di un mese dalla beatificazione, siamo invitati ad andare a Roma, perché — ci viene assicurato — ci sono ancora posti disponibili. Oibò, che cosa è successo? Evidentemente qualcuno ci ha marciato: si trattava solo di uno stratagemma promozionale per indurre i pellegrini ad affrettare la prenotazione. Non si potranno certo accusare di questo gli organizzatori della beatificazione, ma sta di fatto che qualcuno ne ha approfittato.

Si dirà: nessuna meraviglia; è inevitabile che, in simili circostanze, scattino certi meccanismi. Certo; ma preferirei che, almeno nella Chiesa, non si incoraggiassero gli eccessi e si mantenesse un atteggiamento piú sobrio. E invece che succede? Il Cardinale Vicario, in una conferenza stampa ha rivelato di aver presentato alla Santa Sede l’istanza che la memoria liturgica del nuovo Beato, in deroga alla prassi vigente (si veda in proposito la Notificazione su alcuni aspetti dei calendari e dei testi liturgici propri, in particolare i nn. 9 e 29-32), sia estesa come “memoria obbligatoria” a tutta la Chiesa. Sinceramente, non capisco il senso di tale richiesta. Pensavo che con la beatificazione sarebbe terminata la fase di “eccezionalità” del caso Wojtyla. C’era già stata la deroga alla norma dei cinque anni per l’introduzione della causa; il processo si è svolto a tempo di record (destando inevitabilmente qualche legittima perplessità sul rispetto rigoroso delle procedure). Ora che si era finalmente giunti alla meta, pensavo che tutto sarebbe rientrato nella normalità. E invece no: anche la celebrazione liturgica del nuovo Beato dovrà godere del carattere della straordinarietà, quasi che Karol Wojtyla sia un santo unico nella storia della Chiesa; nessuno come lui prima di lui, nessuno come lui dopo di lui. Possibile che non ci si renda conto che si sta perdendo il senso della misura? Di questo passo, subito dopo la beatificazione si pretenderà, con altrettanta rapidità, la canonizzazione e, già che ci siamo, anche la sua proclamazione a “dottore della Chiesa”, stabilendone la celebrazione liturgica col grado di “solennità” con ottava. 

L’ironia, che qualcuno troverà fuori luogo (e certamente lo è), nasconde l’amarezza per un modo di procedere che non rispetta alcuna regola, quasi che le regole non abbiano alcun valore (ma allora perché si fanno?) o valgano solo per alcuni. Quel che faccio difficoltà a comprendere è il motivo di tale “trattamento di favore”. Giovanni Paolo II è santo? OK, nessuno lo nega; ma che ci sarebbe di male se venisse trattato come tutti gli altri santi? Che cosa c’è che lo distingue dagli altri? Non ci si rende conto che, cosí facendo, si rischia di ottenere, almeno in qualcuno, un risultato contrario?

sabato 2 aprile 2011

Extraterritorialità nella Chiesa?

Il Signor Benedetto Serra, dopo aver letto il mio post di due giorni fa, mi ha inviato un messaggio in cui pone un problema non di poco conto sul piano storico, teologico, canonico e pastorale:

«Ho letto con molto interesse il Suo post sul possibile fallimento dei colloqui con la Fraternità San Pio X, e gli altri echi che sui vari blog cattolici ha avuto l’articolo su Disputationes Theologicae. Volevo chiederLe se non ritiene che la concessione di un Ordinariato, sul modello di quello previsto nella Anglicanorum Coetibus per gli Anglicani, non vada a costituire una specie di abuso. Mi riallaccio anche a qualche Suo commento circa la riconciliazione con gli Ortodossi, sul fatto che il Papa non è il capo supremo dei Vescovi, ma è il Vescovo di Roma, primus inter pares, garanzia di unità ma non padrone assoluto di tutte le diocesi e di tutte le parrocchie. Non Le sembra che riconoscendo ai lefebvriani il diritto ad un Ordinariato, e quindi il diritto a essere indipendenti dai Vescovi diocesani, il Papa non scavalchi in questo modo l’autorità dei Vescovi? E non Le sembra che il riconoscimento di un Ordinariato non sia una violazione dell’autorità del Vescovo? Non so nulla di diritto canonico, e non so quindi quali privilegi abbiano gli ordini religiosi, cui Lei fa riferimento nel suo post. Evidentemente, se capisco bene, perfino gli istituti religiosi hanno spesso dovuto soffrire il rapporto con i Vescovi … Nel caso degli Anglicani erano comunque dei cristiani fuori (da secoli) dalla Chiesa cattolica, e non sottoposti all’autorità dei Vescovi, per cui l’Ordinariato in realtà non cambia molto la situazione. Ma nel caso dei lefebvriani questo non è vero. E si rischia di introdurre nelle diocesi dei gruppi “indipendenti”, estremamente polemici ed aggressivi con l’autorità diocesana, protetti da questa specie di status di “extraterritorialità”, che non hanno fatto niente per meritarsi».

Innanzi tutto, una precisazione: non mi pare di aver mai affermato che «il Papa non è il capo supremo dei Vescovi, ma è il Vescovo di Roma, primus inter pares, garanzia di unità ma non padrone assoluto di tutte le diocesi e di tutte le parrocchie». È vero che egli è il Vescovo di Roma, ma ciò non toglie che egli sia anche il “capo del Collegio dei Vescovi” (can. 331) e perciò non possa essere considerato semplicemente un “primus inter pares”, dal momento che gode di un primato non solo onorifico, ma giurisdizionale sui suoi fratelli Vescovi ed esercita su tutta la Chiesa (quindi su tutte le diocesi, su tutte le parrocchie e su tutti i fedeli) una “potestà ordinaria suprema, piena, immediata e universale” (ibid.). Il problema che oggi si pone, soprattutto a livello ecumenico, non riguarda tanto l’affermazione di tale primato (che non può in alcun modo essere messa in discussione), quanto piuttosto il suo concreto esercizio.

E su questo piano si pongono le osservazioni piú che pertinenti del Signor Serra. È opportuna l’istituzione di un ulteriore “Ordinariato personale”? Non sono sufficienti l’Ordinariato di Nostra Signora di Walsingham e la Prelatura personale dell’Opus Dei? Se si continua su questa strada non si rischia di stravolgere la naturale struttura della Chiesa? Penso che non sia facile dare una risposta netta a tali domande; non si può rispondere semplicemente con un sí o con un no. Credo che si debba prendere il problema un po’ alla larga.

Penso che sia opportuno ricordare l’esistenza, nella Chiesa, di alcune ineliminabili “polarità”. La prima è quella fra la dimensione istituzionale o gerarchica e la dimensione pneumatica o carismatica. È vero che la Chiesa è stata istituita da Cristo, il quale le ha dato una organizzazione gerarchica; ma è altrettanto vero che lo Spirito continua ad agire nella Chiesa, distribuendo liberamente i suoi carismi e suscitando in essa nuove forme di vita evangelica. È vero che queste due dimensioni sono fra loro interconnesse; ma è altrettanto vero che nessuna delle due può essere semplicemente ridotta all’altra.

Una seconda polarità è quella esistente fra la Chiesa particolare e la Chiesa universale: se è vero che una diocesi non può essere considerata semplicemente una forma di “decentramento” della Chiesa universale (e il Vescovo non può essere considerato una sorta di “funzionario”, di rappresentante locale del Papa); è altrettanto vero che la Chiesa universale non può essere considerata semplicemente la “somma” delle Chiese particolari o una loro “federazione” (e il Papa il suo “presidente”). 

Connessa con questa, esiste poi la polarità fra collegialità e primato: è vero che l’autorità suprema della Chiesa risiede, collegialmente, nel Collegio dei Vescovi (il cui capo è il Papa); ma è altrettanto vero che la medesima autorità risiede, individualmente, nel Romano Pontefice.

Tali polarità vanno accettate cosí come sono. La tentazione è sempre quella di semplificare, eliminando uno dei due “poli” (gli “opposti estremismi” di chi vuole solo la Chiesa istituzionale o solo la Chiesa carismatica, solo la Chiesa particolare o solo la Chiesa universale, solo la collegialità o solo il primato); ma ciò non è possibile: Cristo ha voluto cosí la Chiesa e cosí dobbiamo tenercela. È ovvio che l’esistenza di tali polarità provocherà inevitabilmente delle tensioni; ma la soluzione a tali tensioni non starà mai nell’eliminazione di uno dei poli, ma nella loro composizione. Ciò che va fatto è la ricerca continua di un difficile equilibrio. Per dirla con Vittorio Messori: non l’aut-aut, ma l’et-et.

È proprio questo ciò che distingue la Chiesa cattolica dalle comunità ecclesiali non-cattoliche: lo sforzo di tenere insieme le spinte centrifughe che inevitabilmente si generano al suo interno. Che cosa avviene nel mondo della Riforma? Non appena sorge un qualche leader carismatico, nasce una nuova “chiesa”. Nella Chiesa cattolica, al contrario, un tempo nasceva un ordine religioso; oggi, un movimento ecclesiale. 

Visto che abbiamo accennato agli ordini religiosi, va ricordato che essi, grazie all’istituto dell’esenzione, sono sempre stati dei preziosi strumenti in mano al Papa per esercitare il suo primato universale sulla Chiesa (va anche detto che, se non fosse stato per il papato, la stragrande maggioranza degli ordini religiosi oggi non esisterebbe). Cosí come ai nostri giorni l’appello alla “nuova evangelizzazione” è stato accolto quasi esclusivamente dai movimenti ecclesiali (i quali esistono solo grazie alla protezione del Sommo Pontefice e se ne fanno i primi ambasciatori).

Venendo ora al nostro problema delle circoscrizioni ecclesiastiche territoriali o personali, ci troviamo di fronte a un ulteriore tipo di polarità, in qualche modo connesso con i precedenti. Anche in questo caso credo che la soluzione non stia nell’aut-aut, ma nell’et-et. È vero che l’attuale Codice di diritto canonico, quando parla delle Chiese particolari, prevede solo circoscrizioni di tipo territoriale (can. 368). Ciò corrisponde all’organizzazione originaria della Chiesa (ed è per questo che gli Ortodossi, specialmente i russi, insistono tanto sul “territorio canonico” di una determinata Chiesa e non ammettono la presenza, sul medesimo territorio, di un’altra Chiesa). Ma è altrettanto vero che, col passare dei secoli, si è avuta nella Chiesa un’evoluzione che, senza eliminare tale organizzazione, ha ammesso l’esistenza di strutture “personali”: tali sono, appunto, gli ordini religiosi; ma l’attuale Codice di diritto canonico — non nella parte dedicata alla costituzione gerarchica della Chiesa, ma in quella dedicata ai fedeli — prevede la costituzione di prelature personali (cann. 294-297). Esistono inoltre Ordinariati militari (che sono praticamente delle diocesi personali); esistono delle parrocchie personali (non solo quelle previste nel m. p. Summorum Pontificum per i fedeli tradizionalisti; esistono anche parrocchie “nazionali”: per esempio, la parrocchia dei Barnabiti a San Diego è una parrocchia personale per la comunità italiana); ora sono stati istituiti gli Ordinariati personali per gli Anglicani.

È un bene? è un male? Mi rendo conto che, se si eccedesse su questa linea, si potrebbe realmente stravolgere la struttura originaria della Chiesa. Ma, finché si tratta di rispondere a delle esigenze oggettive, penso che non possa che essere un fatto positivo. Si tratterà di valutare caso per caso. Chi deve farlo? Certamente non io; e neppure i singoli Vescovi; ma il Sommo Pontefice. Un criterio molto equilibrato da seguire mi sembra quello previsto dal Codice di diritto canonico per le prelature personali:

«Al fine di promuovere un’adeguata distribuzione dei presbiteri o di attuare speciali opere pastorali o missionarie per le diverse regioni o per le diverse categorie sociali, la Sede Apostolica può erigere prelature personali formate da presbiteri e da diaconi del clero secolare, udite le Conferenze dei Vescovi interessati» (can. 294).

Che dire a proposito del caso presente? Chi deve giudicare è soltanto il Papa. Da parte mia, posso solo dire che, se questo può servire per evitare uno scisma, ben venga. Ciò non significa che non mi renda conto dei problemi che ciò potrebbe creare; ma io sono stato sempre del parere che i problemi, almeno finché viviamo su questa terra, non possono essere evitati; essi vanno piuttosto “gestiti”. La Chiesa non può essere considerata una caserma; i cristiani non possono essere irreggimentati. Quante volte ho ripetuto che nella Chiesa c’è posto per tutti e — aggiungo ora — se non c’è, bisogna trovarlo! L’unica cosa che bisogna pretendere è che nessuno si senta esclusivo e indispensabile: l’unica cosa da chiedere ai lefebvriani è che non pretendano che tutti, nella Chiesa, diventino come loro; ma se vogliono fare, nella Chiesa, l’esperienza della tradizione, lasciamogliela fare liberamente, e cerchiamo di evitare che qualcuno possa impedirglielo. 

Il mondo, nell’era della globalizzazione, sta diventando sempre piú complesso; è inevitabile che anche la Chiesa rifletta tale complessità, ed è inevitabile che essa adegui le proprie strutture a tale complessità. Che sullo stesso territorio possano insistere diverse giurisdizioni, credo che stia diventando pressoché inevitabile: proprio l’Oriente ci dimostra che nel medesimo territorio possono esistere piú Chiese e molteplici riti; probabilmente anche in Occidente dovremo pian piano abituarci a questo tipo di pluralismo. 

La moltiplicazione di strutture personali non finisce per rafforzare ulteriormente il primato romano, a danno delle diocesi, e creare problemi sul piano ecumenico? Anche questa la considero una tendenza abbastanza inevitabile. Il mondo si sta unificando; è inevitabile che anche nella Chiesa l’autorità centrale si rafforzi. Ma questo sta già avvenendo, a prescindere dagli Ordinariati personali: i viaggi apostolici non sono forse la riaffermazione del primato pontificio? E allora, che facciamo? Li eliminiamo? E i mezzi di comunicazione che ci permettono di seguire l’insegnamento e l’attività del Papa in ogni parte del mondo non finiscono per rafforzare il primato? Che facciamo? Lo impediamo? Certi fenomeni sono piú grandi di noi; possiamo tenerli sotto controllo, ma non possiamo evitarli. Dobbiamo semmai saper leggere i “segni dei tempi” e vedere in essi il soffio dello Spirito e… adeguare, se necessario, le nostre strutture. Non dimentichiamo mai che il diritto è fatto per l’uomo e non l’uomo per il diritto.

giovedì 31 marzo 2011

Battute finali

Molto interessante e pienamente condivisibile l’ultimo post di Disputationes theologicae. Interessante perché rivela quale sarebbe la soluzione canonica che la Santa Sede avrebbe intenzione di proporre alla FSSPX: quella dell’ordinariato personale, soluzione simile a quella appena adottata per gli anglicani che chiedono di rientrare nella Chiesa cattolica. Se l’informazione corrisponde al vero (e non ho alcun motivo di dubitarne), penso che si tratterebbe della soluzione ideale: non si potrebbe, onestamente, pretendere di piú. Se i lefebvriani dovessero lasciarsi sfuggire questa occasione, sarebbero davvero degli sciocchi. Sarebbero definitivamente destinati a diventare una “chiesuola”, meglio, una setta.

Quanto al fallimento dei “colloqui dottrinali”, non ho molto da aggiungere a quanto ho già espresso su questo blog, se non ribadire che dei colloqui, che si fondavano su premesse ecclesiologiche inadeguate, non potevano che avere tale esito. Come si può ammettere che l’Autorità suprema della Chiesa accetti una “trattativa” su questioni dottrinali con chi a tale Autorità è semplicemente sottomesso? Se questo è avvenuto, è segno che, da una parte e dall’altra, si è persa la coscienza della distinzione dei ruoli: nella Chiesa ciascuno deve stare al suo posto; un gruppo di fedeli non può pretendere di “venire a patti” col Papa come se si trattasse di due parti alla pari. Il ruolo dei fedeli nella Chiesa mi sembra che sia ben descritto nel can. 212:

«§1. I fedeli, consapevoli della propria responsabilità, sono tenuti ad osservare con cristiana obbedienza ciò che i sacri Pastori, in quanto rappresentano Cristo, dichiarano come maestri della fede o dispongono come capi della Chiesa.

«§2. I fedeli hanno il diritto di manifestare ai Pastori della Chiesa le proprie necessità, soprattutto spirituali, e i propri desideri.

«§3. In modo proporzionato alla scienza, alla competenza e al prestigio di cui godono, essi hanno il diritto, e anzi talvolta anche il dovere, di manifestare ai sacri Pastori il loro pensiero su ciò che riguarda il bene della Chiesa; e di renderlo noto agli altri fedeli, salva restando l’integrità della fede e dei costumi e il rispetto verso i Pastori, tenendo inoltre presente l’utilità comune e la dignità della persona».

Nell’articolo si percepisce una certa amarezza sperimentata in tutta questa vicenda dagli istituti cosiddetti “Ecclesia Dei” (il blog Disputationes theologicae è gestito da Don Stefano Carusi, appartenente all’Istituto del Buon Pastore). Non hanno tutti i torti tali istituti a lamentarsi, quando si vedono trascurati, perché tutte le attenzioni sono rivolte alla FSSPX. Hanno ragione a rammentare che, oltre ai tradizionalisti pieni di pretese che sono fuori della Chiesa, ci sono quelli che stanno dentro e hanno una sola pretesa, quella di fare l’“esperienza della tradizione”, ma spesso non si sentono per nulla incoraggiati dai Pastori. Hanno ragione a far notare che un fattivo sostegno a tali istituti sarebbe la migliore politica per incoraggiare, se non l’intera FSSPX, almeno alcuni membri di essa a fare il salto e a tornare in grembo alla Chiesa. Altrimenti i massimalisti avranno sempre buon gioco a dire: vedete che fine hanno fatto quei traditori… A questo proposito, c’è nel post un passaggio che mi ha particolarmente colpito:

«Ci si getta in faraonici progetti d’accordo con l’“ala dura” della Fraternità, quando non si è nemmeno capaci di difendere chi l’accordo canonico l’ha già fatto. Quando si lascia cacciare da una diocesi un istituto tradizionale, riconosciuto canonicamente, solo perché ha osato insegnare un po’ di catechismo a qualche bambino, quando il “piano pastorale diocesano” preferisce affidare incarichi parrocchiali ad un gruppo di laici piuttosto che ad un prete con la tonaca perché “sarebbe assimilato ai lefebvriani”, quando capita ripetutamente che gli organizzatori della Messa gregoriana subiscano continue minacce e pressioni e si sentano costretti a dire cose che in coscienza non pensano, per potere ottenere (o per paura di perdere) l’instabile “concessione” — nel silenzio generale — è quantomeno difficile spiegare a quei genitori, a quei seminaristi e anche a quei preti che è meglio abbandonare la posizione, per certi versi confortevole e facile, rappresentata dalla Fraternità San Pio X».

Quanto gli istituti tradizionali stanno sperimentando, è ciò che i religiosi hanno sperimentato per secoli (adesso un po’ meno, avendo essi perso molto della loro specifica identità ed essendosi appiattiti su un’uniformità generalizzata; ma sono stati rimpiazzati nel subire lo stesso destino dai movimenti ecclesiali). Spesso, nelle Chiese locali, il “piano pastorale” diventa un assoluto; e guai a chi non si adegua, alla faccia di tanti bei discorsi sullo Spirito che soffia dove vuole… Il riferimento alla tonaca mi fa ripensare alla discussione che si fece anni fa nel nostro capitolo generale, dove i confratelli franco-belgi dissero che loro non potevano usare l’abito appunto per non essere confusi coi lefebvriani, e quelli spagnoli per non essere confusi con i preti dell’Opus Dei…

Nell’articolo si fa riferimento al possibile esito scismatico di tutta la vicenda. Certo, se la FSSPX rimarrà ferma sulle proprie posizioni intransigenti, non potrà che andare a finire cosí. Ma io vorrei far notare che il pericolo è piú grave. Storicamente avviene che spesso si cominci con uno scisma e si finisca nell’eresia: si veda, per esempio, quanto successo in Inghilterra nel XVI secolo, o quanto avvenuto, piú recentemente, ai Vecchi Cattolici (che, per rimanere fedeli alla tradizione, hanno finito per accettare… il sacerdozio femminile). E si spiega: una volta che non si è piú sottomessi all’autorità del Papa, tutto è possibile; ciascuno diventa misura di sé stesso. Certe idee pericolose già serpeggiano all’interno della Fraternità, come quando preferiscono che un fedele non vada a Messa la domenica piuttosto che partecipare a una Messa Novus Ordo, o addirittura sconsigliano di assistere alla Messa tridentina celebrata da un sacerdote in comunione con la Sede Apostolica. Da questi atteggiamenti al Donatismo il passo è breve.