giovedì 7 luglio 2011

Chiesa e comunicazione

Riporto l’articolo pubblicato sull’ultimo numero dell’Eco dei Barnabiti (n. 2/2011, pp. 11-13) per la rubrica “Osservatorio ecclesiale”. L’articolo è stato scritto nel mese di maggio, per cui non tiene conto dei piú recenti sviluppi nel settore, come, p. es., il lancio del sito vaticano d’informazione News.va.


L’idea che molti, non esclusi numerosi cattolici, hanno della Chiesa è quella di una istituzione retrograda, che ha come obiettivo quello di conservare alcuni valori del passato e che rifiuta di adeguarsi alle trasformazioni in atto nella società. Si può convenire che una istituzione bimillenaria come la Chiesa possa far fatica a stare al passo coi tempi, proprio perché portatrice di una sapienza antica, che non è sempre facile coniugare con le novità del presente (va però detto che tali novità si propongono spesso come definitive e poi magari, nel giro di qualche anno, si rivelano già superate). Ma ciò non significa che la Chiesa non si renda conto dei cambiamenti in corso, che non si interroghi sul loro reale valore e che non si chieda se sia o no il caso di adeguarsi a essi, se non addirittura farli propri.

Una delle grandi trasformazioni che hanno interessato il mondo moderno e lo hanno reso un “villaggio globale” (Marshall McLuhan) è l’invenzione e la diffusione dei mezzi di comunicazione sociale: la stampa, il cinema, il telefono, la radio, la televisione, il computer, Internet… Ebbene, la Chiesa ha capito subito che si trovava di fronte a novità importanti, che avrebbero avuto un influsso considerevole — nel bene e nel male — sulla vita degli uomini, e di fronte alle quali non avrebbe potuto rimanere indifferente. 

Uno dei primi documenti del Concilio Vaticano II riguardava proprio i mass media. Si tratta del Decreto sui mezzi di comunicazione sociale (Inter mirifica), approvato il 4 dicembre 1963. In esso si spiegava il motivo per cui la Chiesa non può non occuparsi di essi:

«La Chiesa nostra madre riconosce che questi strumenti se bene adoperati, offrono al genere umano grandi vantaggi, perché contribuiscono efficacemente a sollevare e ad arricchire lo spirito, nonché a diffondere e a consolidare il regno di Dio. Ma essa sa pure che l’uomo può adoperarli contro i disegni del Creatore e volgerli a propria rovina; anzi, il suo cuore di madre è addolorato per i danni che molto sovente il loro cattivo uso ha provocato all’umanità» (n. 2). 

Subito dopo, il Concilio riaffermava il diritto-dovere della Chiesa a usare i mass media:

«La Chiesa cattolica, essendo stata fondata da Cristo Signore per portare la salvezza a tutti gli uomini, ed essendo perciò spinta dall’obbligo di diffondere il messaggio evangelico, ritiene suo dovere servirsi anche degli strumenti di comunicazione sociale per predicare l’annuncio di questa salvezza ed insegnare agli uomini il retto uso di questi strumenti. Compete pertanto alla Chiesa il diritto innato di usare e di possedere siffatti strumenti, nella misura in cui essi siano necessari o utili alla formazione cristiana e a ogni altra azione pastorale. Così pure è dovere dei sacri pastori istruire e guidare i fedeli perché essi, anche con l’aiuto di questi strumenti, perseguano la salvezza e perfezione propria e di tutta la famiglia umana» (n. 3). 

Non bisogna credere che la Chiesa si sia accorta dell’importanza dei mezzi di comunicazione soltanto col Vaticano II. Man mano che i nuovi strumenti venivano alla luce, la Chiesa si era affrettata a farne uso: si pensi alla pubblicazione de L’Osservatore Romano (1° luglio 1861: 150 anni fa!) e degli innumerevoli periodici cattolici (un tempo si parlava di “buona stampa”); si pensi alla nascita delle case editrici cattoliche (si consideri in particolare l’opera compiuta in questo campo da Don Bosco e quella di Don Giacomo Alberione); si pensi alla fondazione della Radio Vaticana, affidata da Pio XI all’inventore stesso della radio, Guglielmo Marconi (12 febbraio 1931: 80 anni fa!).

Negli ultimi anni la presenza delle radio cattoliche, in Italia e nel mondo, si è fatta sempre più capillare: si può dire che non ci sia diocesi che non abbia la propria emittente. Per non parlare di Radio Maria, un vero e proprio fenomeno mediatico. Sorta come radio parrocchiale in quel di Erba (Alta Brianza), è diventata prodigiosamente una radio a diffusione mondiale: in totale sono una cinquantina le stazioni locali che formano la “World Family of Radio Maria”; ultime arrivate: RM Bosnia, RM Papua New Guinea e RM Switzerland.

In campo televisivo, forse anche per i maggiori costi che il piccolo schermo comporta, la presenza della Chiesa è meno capillare. Solo nel 1983 fu fondato il Centro Televisivo Vaticano; e ancor oggi non si tratta di una vera e propria trasmittente, ma solo di un centro di produzione e di distribuzione, che garantisce le dirette papali ai diversi canali, cattolici e non, in giro per il mondo. A livello locale si sono diffuse non poche TV cattoliche, ma la loro copertura non può in alcun modo competere con quella delle reti pubbliche e private. In Italia la Conferenza episcopale si è fatta promotrice di un canale, dapprima solo satellitare e ora presente anche sul digitale terrestre: TV2000 (già Sat2000), che però stenta a decollare. Mentre ha avuto un discreto successo a livello globale la rete americana EWTN (Eternal Word Television Network), la grande intuizione di Madre Angelica che, nata come televisione via cavo, può essere ora ricevuta in ogni parte del mondo attraverso il satellite (l’inizio delle trasmissioni risale al 15 agosto 1981: 30 anni fa!). Manca ancora però alla Chiesa cattolica un canale TV internazionale, che possa competere con i grandi network, quali la BBC o Al Jazeera

Ultimo arrivato, il computer, che ha cessato di essere un semplice strumento privato di lavoro, per diventare un mezzo di comunicazione di massa grazie a Internet, la rete mondiale che permette di connettere tra loro tutti i computer del mondo. Anche in questo caso la Chiesa si è immediatamente resa conto della rivoluzione che Internet significava nel mondo delle comunicazioni, e si è rimboccata le maniche per sfruttarlo come strumento di informazione e di diffusione del Vangelo. Ormai non esiste più istituzione cattolica (dal Vaticano alla più sperduta delle parrocchie) che non abbia il suo sito (il problema semmai sarà quello di rendere tali siti utili e interessanti, e di tenerli aggiornati). Il sito della Santa Sede (www.vatican.va), iniziato nel 1997, attualmente in otto lingue (latino, italiano, francese, inglese, tedesco, spagnolo, portoghese e cinese), è diventato un punto di riferimento per tutti: pare che ammonti a cinquantamilioni il numero degli accessi mensili alle sue pagine. Ormai, se uno vuole consultare un documento del Papa o dei dicasteri della Curia Romana, non ricorre più al pur sempre prezioso Enchiridion Vaticanum, ma visita il più economico e veloce sito della Santa Sede. Ma, al di là dei siti, più o meno istituzionali, ciò che lascia davvero sbalorditi è il proliferare, assolutamente inatteso e spontaneo, dei blog cattolici personali, un fenomeno che sta a dimostrare la vitalità della Chiesa.

Naturalmente si tratta di fenomeni che si fa fatica a tenere sotto controllo e che richiedono un radicale cambiamento di mentalità. Farò alcuni esempi per far capire la vera e propria rivoluzione che i mass media hanno portato nella vita della Chiesa. Nel passato un superiore religioso aveva il diritto-dovere, previsto dalle costituzioni, di controllare la corrispondenza dei suoi sudditi: la cosa non era difficile, dal momento che tutta la posta passava dalle sue mani. Come sarebbe possibile oggi per un superiore controllare le comunicazioni dei suoi religiosi attraverso il telefono, il cellulare, Skype (il telefono via Internet), la posta elettronica, gli SMS (i messaggi sul telefonino) o la chat (la comunicazione in tempo reale su Internet)? Così pure un tempo (e la norma è tuttora in vigore nel Codice di diritto canonico) si esigeva che gli scritti riguardanti la fede e i costumi ottenessero il nullaosta del Vescovo prima della pubblicazione. Come sarebbe possibile oggi chiedere l’imprimatur per tutto ciò che si scrive nei blog cattolici? Chiaramente la Chiesa, che fino a non molti anni fa era abituata (e lo sentiva come un dovere) a controllare ogni attività espressiva dei suoi figli, oggi è costretta a reinterpretare e a ridefinire il suo diritto-dovere di vigilanza.

Certamente, essa non può ignorare ciò che dicono non solo i fedeli, ma anche quelli che fedeli non sono. La Santa Sede lo ha imparato a sue spese due anni fa, in occasione della sospensione delle scomuniche ai quattro Vescovi lefebvriani: ci fu allora una lunga polemica perché uno di questi prelati professava posizioni negazioniste a proposito dell’Olocausto. Benedetto XVI ebbe a scrivere, nella sua lettera ai Vescovi del 10 marzo 2009: «Mi è stato detto che seguire con attenzione le notizie raggiungibili mediante l’Internet avrebbe dato la possibilità di venir tempestivamente a conoscenza del problema. Ne traggo la lezione che in futuro nella Santa Sede dovremo prestar più attenzione a quella fonte di notizie». Ed effettivamente da allora gli uffici vaticani hanno incominciato a monitorare con regolarità e sistematicità la “rete”.

In questi anni la Chiesa ha pure compiuto una approfondita riflessione pastorale e morale sui mezzi di comunicazione. A tal fine è stato costituito un vero e proprio dicastero della Curia Romana, il Pontificio Consiglio per le comunicazioni sociali. Due sono le istruzioni pastorali pubblicate: la Communio et progressio (23 maggio 1971) e la Aetatis novae (22 febbraio 1992). Altri documenti invece hanno tentato di formulare una valutazione morale dei media: il 4 giugno 2000 è stato pubblicato un documento più generale dal titolo Etica nelle comunicazioni sociali e il 22 febbraio 2002 uno più specifico intitolato Etica in Internet. Da parte sua, la Congregazione per l’Educazione cattolica, il 19 marzo 1986, ha emanato alcuni Orientamenti per la formazione dei futuri sacerdoti circa gli strumenti della comunicazione sociale.

Una riflessione certamente preziosa, ma che non sempre è sufficiente per stare dietro a tutte le novità e a valutarle nella loro reale consistenza. Recentemente, per esempio, con l’esplosione dei social networks, si è avuta l’impressione che la Chiesa, per non farsi accusare di inopportuni ritardi, si sia affrettata a rendersi presente in essi, senza forse premettere una approfondita riflessione critica sulla loro reale utilità (per non parlare di una loro possibile utilizzazione per secondi fini).

In ogni caso diventa sempre più importante che la Chiesa sia presente nel mondo dei media non solo per servirsene nel proprio interesse (la diffusione del Vangelo), ma anche per diventarne la “coscienza critica”. Essi rischiano infatti non solo di favorire la decadenza dei costumi (basti pensare alla pornografia, che con Internet è entrata senza ostacoli in tutte le case), ma anche di diventare strumenti di disinformazione e di propaganda ideologica. C’è bisogno che ci sia qualcuno che vigili sul corretto uso dei mezzi di comunicazione e ne denunci, se necessario, gli abusi, aprendo gli occhi della gente sui sempre possibili rischi di manipolazione. Non è remoto infatti il pericolo che, attraverso i media, si possa costruire una realtà puramente virtuale, e che la gente finisca per scambiarla con il mondo reale.

mercoledì 6 luglio 2011

Le meraviglie di Dio nella vittoria dei martiri

La terza edizione del Missale Romanum non cessa di riservare gradite sorprese. L’ultima l’ho scoperta questa mattina, andando a celebrare la Messa di Santa Maria Goretti. Cercando il prefazio dei martiri, mi sono accorto che non ce n’era uno solo (come nelle edizioni precedenti e in tutte le traduzioni in uso), ma due: il primo, quello solito; il secondo, nuovo. Beh, non essendo un liturgista, non saprei se si tratta di un testo di nuova composizione o se è stato ripreso da qualche antico sacramentario. Per me è nuovo, e basta. E direi anche che non è male:


De mirabilibus Dei in martyrum victoria

Vere dignum et iustum est, æquum et salutáre,
nos tibi semper et ubíque grátias ágere:
Dómine, sancte Pater, omnípotens ætérne Deus:

Quóniam tu magnificáris in tuórum laude Sanctórum,
et quidquid ad eórum pértinet passiónem,
tuæ sunt ópera miránda poténtiæ:
qui huius fídei tríbuis cleménter ardórem,
qui súggeris perseverántiæ firmitátem,
qui largíris in agóne victóriam,
per Christum Dóminum nostrum.

Propter quod cæléstia tibi atque terréstria
cánticum novum cóncinunt adorándo,
et nos cum omni exércitu Angelórum
proclamámus, sine fine dicéntes:


Tento una traduzione veloce, ma per quanto possibile letterale (quindi non utilizzabile nella liturgia), del corpo del prefazio (per l’introduzione e la conclusione mi servo della traduzione ufficiale di altri prefazi):


Le meraviglie di Dio nella vittoria dei martiri

È veramente cosa buona e giusta, 
nostro dovere e fonte di salvezza,
rendere grazie sempre e in ogni luogo
a te Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno.

Tu sei glorificato nella lode dei tuoi Santi,
e tutto ciò che concerne il loro martirio
è opera ammirabile della tua potenza.
Tu doni generosamente l’ardore di questa fede,
tu procuri la tenacia della perseveranza,
tu concedi la vittoria nel combattimento,
per Cristo nostro Signore.

Per questo mistero di salvezza, 
il cielo e la terra si uniscono in un cantico nuovo 
di adorazione e di lode,
e noi con tutti gli angeli del cielo
proclamiamo senza fine la tua gloria:

martedì 5 luglio 2011

Corse come un matto

Oggi è la festa di Sant’Antonio Maria Zaccaria (1502-1539), Padre e Fondatore della Congregazione di San Paolo (Chierici Regolari di San Paolo, Angeliche di San Paolo, Laici di San Paolo). Una vita breve la sua, ma intensa, tutta spesa per «il puro onore di Dio, per utilità del prossimo, per il disprezzo di se stesso» (Costituzioni, c. 18). Ancor prima del Concilio di Trento, contemporaneamente alla Riforma protestante, fondò una nuova compagine di sacerdoti, religiose e laici, sotto l’egida dell’Apostolo, per la «rinnovazione del fervor cristiano» nella Chiesa e nella società. 

Cosí esortava i suoi discepoli: «Su, su, fratelli, se finora in noi c’è stata qualche indecisione, gettiamola via, insieme con la negligenza; e corriamo come matti non solo a Dio, ma anche verso il prossimo» (Lettera 2).

Voleva che le sue figlie predilette fossero «apostole per rimuovere non solo l’idolatria e altri difettoni grossi dalle anime, ma per distruggere questa pestifera e maggior nemica di Cristo crocifisso, la quale sí grande regna ai tempi moderni: madonna, dico, tepidità» (Lettera 5).

Scrivendo a due coniugi quindici giorni prima di morire, li invitava a «diventare gran santi»: «Non guardate che sia io che vi dico questo, ma guardate l’affezione che vi porto; guardate come spasimo di desiderio della vostra perfezione; guardatemi il cuore, che io ve lo mostro aperto» (Lettera 11).

Vorrei pagare il mio piccolo tributo al nostro Angelico Padre, riportando le litanie (in latino e italiano) che composi, proprio in occasione della festività odierna, venticinque anni fa, nel 1986. Chi conosce un po’ la sua vita (qui un breve sunto) e i suoi scritti, vi scoprirà non poche “risonanze”. Invito i lettori a unirsi alla preghiera a Sant’Antonio Maria Zaccaria, in particolare perché i suoi figli rimangano sempre fedeli al suo carisma e aumentino «lo spirito e il vero fervore» (Costituzioni, c. 12).




Kýrie, eléison
Christe, eléison
Kýrie, eléison

Sancta María Mater Dei, ora pro nobis
Sancte Paule Apóstole
Sancte Pater Antóni María

Insani ritu cucurrit

Flos Insubris terræ
Fructus generósæ stirpis
Fili piíssimæ matris

Spectábilis ártium et medicínæ scholáris
Mirábilis córporum médice et animárum 
Venerábilis présbyter Ecclésiæ Cremonénsis

Assídue verbi Dei prædicátor
Fidélis mysteriórum Dei dispensátor
Sápiens plebis Dei educátor

Christiáni renovátor fervóris
Bonórum reparátor morum
Apostólici restaurátor institúti

Pater et fundátor
Pater et dux
Pater et légifer

Levámen páuperum
Parens pátriæ
Sequéster pacis

Pastor ómnibus ómnia facte
Operárie lassitúdine confécte
Miles ácie consúmpte

In Christi vestigiis, ad imitationem magnorum Sanctorum

Vere amíce Dei
Vere amátor Christi

Imitátor et apóstole Dómini crucifíxi
Adorátor et præco sacratíssimæ Eucharistiæ
Gustátor et núntie Spíritus Sancti

Puer Vírgini devóte
Tiro Angelis stipáte
Redux Apóstolis ascíte
Proles Pauli legítima
Heres sanctórum Patrum
Cultor véterum Doctórum
Glória præstántium præceptórum

De virtute in virtutem ad bravium patriæ cælestis

Angele in terris
Angele in carne

Aduléscens sicut lílium gérminans
Dives ómnia éxuens
Princeps oppróbria ampléctens

Vir cunctis virtútibus ornáte
Vir cæléstibus donis ditáte
Vir in discernéndo prudens
Vir in exsequéndo prompte
Vir perpétua oratióne júgiter suspénse
Vir supereminénti Jesu Christi sciéntia erudíte
Vir divíne et sancte
Vir humáne et dulcis
Vir caritáte ardens
Vir spíritu fervens
Vir tepiditátem abhórrens
Vir vítia exágitans

Heros magnánime, qui bonum certámen sine mercéde certásti
Gigas exsúltans, qui cursum alácriter consummásti
Serve beáte, qui fidem usque ad mortem servásti
Ductor vincens, qui regnas in ætérnum glória coronátus

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi, parce nobis, Dómine
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi, exáudi nos, Dómine
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi, miserére nobis

* * *

Signore, pietà
Cristo, pietà
Signore, pietà

Santa Maria Madre di Dio, prega per noi
San Paolo Apostolo
Santo Padre Antonio Maria

Corse come un matto

Fiore della terra lombarda
Frutto d’una nobile pianta
Figlio d’una madre piissima

Studente esemplare di filosofia e medicina
Medico rinomato dei corpi e delle anime
Presbitero illustre della Chiesa Cremonese

Predicatore instancabile del vangelo
Amministratore fedele dei divini misteri
Educatore sapiente del popolo di Dio

Rinnovatore della vita cristiana
Riformatore della vita religiosa
Restauratore della vita apostolica

Padre e fondatore
Padre e guida
Padre e legislatore

Sollievo dei poveri
Padre della patria
Mediatore di pace

Pastore fatto tutto a tutti
Operaio stremato dalla fatica
Soldato caduto sulla breccia

Sulle orme di Cristo, a imitazione dei grandi Santi

Vero amico di Dio
Vero innamorato di Cristo

Imitatore e missionario del Crocifisso
Adoratore e apostolo dell’Eucaristia
Conoscitore e araldo dello Spirito Santo

Fanciullo consacrato alla Vergine
Recluta attorniata dagli Angeli
Reduce accolto fra gli Apostoli
Legittimo figlio di Paolo
Erede dei santi Padri
Cultore degli antichi Dottori
Vanto d’insigni maestri

Di virtú in virtú al premio della patria celeste

Angelo in terra
Angelo in carne

Giovane sbocciato come un giglio
Ricco spogliato di tutto
Nobile bramoso d’infamia

Uomo ornato d’ogni virtú
Uomo ricolmo di doni celesti
Uomo prudente nel discernimento
Uomo risoluto nell’azione
Uomo sempre sospeso nella preghiera
Uomo illuminato dalla sublime scienza di Cristo
Uomo divino e santo
Uomo dolce e umano
Uomo ardente di carità
Uomo fervente nello spirito
Uomo accanito contro la tiepidezza
Uomo spietato contro i vizi

Eroe generoso, che hai combattuto gratuitamente la buona battaglia
Campione esultante, che hai terminato rapidamente la corsa
Servo beato, che sei rimasto fedele fino alla morte
Capitano vittorioso, che regni in eterno coronato di gloria

Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, perdonaci, Signore
Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, ascoltaci, Signore
Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi

domenica 19 giugno 2011

Riprendere il cammino

Non sono un esperto; raramente mi occupo di musica sacra. Lo feci, piú di una anno fa (26 gennaio 2010), solo per ribadire la necessità di attuare, anche in questo campo, il Concilio. Nonostante la mia incompetenza, mi fa piacere che prosegua il dibattito sulla musica sacra, anche se a tenerlo vivo è un pulpito alquanto improbabile come la Repubblica (non ce la vedo proprio nelle vesti di chi si indigna per il basso livello delle esecuzioni liturgiche), e anche se a gettare acqua sul fuoco si faccia avanti addirittura L’Osservatore Romano (che invece, a mio modesto parere, avrebbe piú di un motivo per preoccuparsi delle sorti della musica sacra). Ma tant'è.

Ho letto con interesse, e non posso non condividere, il commento di fr. A. R. all’articolo di Marcello Filotei, pubblicato dal quotidiano vaticano. Non credo ci sia bisogno di tornare, ancora una volta, sulla necessità di dare attuazione alle disposizioni conciliari.  Ciò su cui invece vorrei soffermarmi è una questione piú generale, che riguarda il rapporto fra la Chiesa pre- e post-conciliare. 

Quando ci si lamenta dello stato di abbandono in cui versa la musica sacra (basta leggere l’intervista a Mons. Pablo Colino, pubblicata su la Repubblica e riportata nel citato post di Cantuale Antonianum), si ha l’impressione che ogni problema sia iniziato col Vaticano II («Tutto è precipitato dopo il Concilio Vaticano II, con quella superficiale ondata di pseudorinnovamento che ha fatto tanti danni in quasi tutte le nostre chiese. Basta assistere a una qualsiasi celebrazione liturgica, per sentire orride schitarrate, pianole assordanti e cori superficiali. Il tutto diretto da maestri poco preparati»), mentre prima del Concilio sembrerebbe che si vivesse in una sorta di Eden musicale. Ecco, mi sembra che talvolta qualcuno manchi di senso storico: mentre si è molto accurati nell’individuare i difetti del presente, si è assolutamente incapaci di cogliere i limiti del passato.

Non è affatto vero che prima del Concilio tutto andasse bene dal punto di vista musicale. O meglio, diciamo che era in corso uno sforzo per rimettere ordine in questo campo, uno sforzo che il Concilio aveva fatto suo e aveva rilanciato, e che poi invece, anziché proseguire, si è completamente bloccato. Tale sforzo di restaurazione della musica sacra era stato intrapreso da San Pio X con il motu proprio “Tra le sollecitudini” (22 novembre 1903), una delle tante pietre miliari del movimento liturgico che ha preparato il Vaticano II. Forse sarebbe utile andare a rileggersi quel chirografo di Papa Sarto, perché ci si accorgerebbe che già allora (cent’anni fa!) doveva esserci qualche problemino, se il Pontefice, eletto da appena tre mesi, aveva sentito il bisogno di intervenire in maniera tanto autorevole. Pio X parlava di «abuso nelle cose del canto e della musica sacra», accennava al «funesto influsso che sull’arte sacra esercita l’arte profana e teatrale», lamentava «una continua tendenza a deviare dalla retta norma». 

Nell’Istruzione sulla musica sacra, che con quel motu proprio venne emanata, si affermava: «[La musica sacra] deve essere santa, e quindi escludere ogni profanità, non solo in se medesima, ma anche nel modo onde viene proposta per parte degli esecutori» (n. 2). Dopo aver dichiarato il gregoriano «canto proprio della Chiesa Romana» e «supremo modello della musica sacra», disponeva che esso «dovrà restituirsi largamente nelle funzioni del culto» (n. 3). Riconosciuto il valore della polifonia (n. 4), passava a trattare della musica contemporanea, di per sé non esclusa, purché «le composizioni musicali di stile moderno, che si ammettono in chiesa, nulla contengano di profano, non abbiano reminiscenze di motivi adoperati in teatro, e non siano foggiate neppure nelle loro forme esterne sull’andamento dei pezzi profani» (n. 5). Veniva invece totalmente escluso lo stile teatrale («che durante il secolo scorso fu in massima voga, specie in Italia», n. 6). Al n. 23 troviamo espresso un principio fondamentale:

«In generale è da condannare come abuso gravissimo, che nelle funzioni ecclesiastiche la liturgia apparisca secondaria e quasi a servizio della musica, mentre la musica è semplicemente parte della liturgia e sua umile ancella».

Possiamo consolarci: nil sub sole novi. Anzi, si direbbe che la situazione, agli inizi del Novecento, fosse peggiore di quella attuale. Nell’articolo apparso su la Repubblica Mons. De Gregorio fa riferimento al Regolamento sulla musica sacra emanato dalla Sacra Congregazione dei Riti nel 1884, che condannava la diffusione nelle chiese di «polcke, valzer, mazurche, minuetti, rondò, scottisch, varsoviennes, quadriglie, galop, controdanze, e pezzi profani come inni nazionali, canzoni popolari, erotiche o buffe, romanze…». E molti continuano a pensare che, prima del Concilio, in tutte le chiese si cantassero solo gregoriano e polifonia… 

Diciamo la verità: il gregoriano, col passare dei secoli, era praticamente scomparso; era rimasto esclusiva dei monasteri. Fu appunto con il motu proprio di San Pio X che esso venne restaurato come «canto proprio della Chiesa Romana» e ne venne promossa la diffusione. Ma allora, nelle chiese che cosa si cantava? O non si cantava affatto (al massimo, si eseguiva qualche canto popolare); o, se si cantava, soprattutto nelle grandi occasioni, si era diffuso quello “stile teatrale” stigmatizzato da Papa Sarto.

Che la musica di chiesa avesse assunto un carattere profano non doveva essere solo una tendenza dell’Ottocento. Secondo me, era un difetto diffuso già nei secoli precedenti. Altrimenti non si capirebbe perché nella mia Congregazione, sorta nel Cinquecento, l’Ufficio divino non doveva essere cantato (neppure in gregoriano!), ma solo recitato recto tono, e le Costituzioni prescrivessero, con insolito rigore: «Musicus cantus, etiam qui firmus vulgo dicitur, aut musica instrumenta ne admittantur ita ut dispensari hac in re non possit [= non si ammetta il canto, neppure quello comunemente detto fermo, o gli strumenti musicali. E in ciò non si può dispensare]» (solo nei secoli successivi tale norma fu attenuata, permettendo il canto e gli strumenti musicali «dummodo nihil omnino profanum sapiant quod domus Dei sanctitatem dedeceat, mentesque fidelium a rerum caelestium contemplatione avertat [= purché non contengano alcunché di profano, che non conviene alla santità della casa di Dio e distoglie le menti dei fedeli dalla contemplazione delle cose celesti]». Ecco dunque la solita grande preoccupazione che ritorna (e che spiega l’iniziale proibizione): nelle chiese era entrata la musica profana; bisognava far di tutto per ridare sacralità alla liturgia. Esattamente il problema attuale.

Ci si potrebbe chiedere come mai era venuta a crearsi una simile situazione. Non so se siano stati fatti studi specifici in proposito. Io tento di dare una risposta, pienamente consapevole che essa possa essere contestata e possano essere date interpretazioni diverse. Innanzi tutto, una costatazione: non è vero che gli attuali abusi sono frutto della riforma liturgica conciliare e che col rito tridentino essi non sarebbero mai potuti accadere. Il caso che stiamo affrontando dimostra esattamente il contrario: anche prima del Concilio potevano esserci (e di fatto ci furono) abusi, e anche allora si doveva faticare per eliminarli (esattamente come oggi). Anzi, si potrebbe pensare che, almeno in campo musicale, certi abusi furono in qualche modo favoriti dalla liturgia, cosí come era stata riordinata dal Concilio di Trento. Voglio dire che era pressoché inevitabile che una liturgia che escludeva la partecipazione “attiva” dei fedeli finisse, prima o poi vittima dello “stile teatrale”. Qualcuno potrà giudicare avventata tale affermazione; può darsi che lo sia. Ma mi pare significativo che, mentre in ambito protestante si stava creando un magnifico repertorio di inni sacri che tutti i fedeli potevano (anzi, dovevano) cantare, nella Chiesa cattolica si sviluppò la polifonia, che sarà pure una starordinaria espressione di fede e di arte, ma che certo non favorisce la partecipazione diretta dei fedeli. Non c’è dubbio che la Chiesa ebbe tutti i motivi per agire come agí; ma non dobbiamo avere paura di riconoscere le inevitabili conseguenze negative che certe scelte (ripeto, pienamente legittime e giustificate) comportarono. Per fortuna, ci furono santi, come Alfonso Maria de’ Liguori, che, animati da autentico senso pastorale, composero canti popolari (p. es. Tu scendi dalle stelle) per permettere ai fedeli di esprimere la loro fede con semplicità.

Il movimento liturgico sorse nella Chiesa proprio per porre rimedio a queste storture. San Pio X lo fece suo, ed è cosí che, a poco a poco, cominciò a diffondersi nella Chiesa l’uso del canto gregoriano. Arrivò il Concilio Vaticano II, che, a sua volta, recepí in pieno i propositi del movimento liturgico. Si sperava perciò che gli sforzi iniziati all’inizio del Novecento potessero continuare dopo il Concilio con ancor maggiore vigore. E invece, avvenne tutto il contrario: proprio perché si fraintese completamente il Concilio (anziché come una tappa della tradizione, lo si considerò come il lasciapassare verso qualsiasi novità), si pensò che fosse arrivato il momento di gettare a mare tutto il patrimonio musicale che si era accumulato nel corso dei secoli e si dovesse ricominciare tutto da capo.

Quel che ora bisogna fare non è altro che riprendere un cammino che si stava facendo e che a un certo punto è rimasto interrotto. Non si tratta di tornare indietro, ma di andare avanti, ricominciando da dove ci si era fermati. Non si tratta neppure di sbarazzarsi di tutto ciò che in questi anni è stato fatto (un atteggiamento infantile, molto simile a quello immediatamente successivo al Concilio); c’è sicuramente qualcosa, anzi molto, di buono che può essere salvato. Cosí pure, nel clima di ecumenismo che si è instaurato con il Concilio, potrà essere utile fare nostro il patrimonio musicale che le Comunità della Riforma hanno messo insieme in questi secoli di divisione: se quegli inni hanno nutrito la pietà dei fedeli e hanno permesso la loro partecipazione liturgica, non potrebbero forse svolgere lo stesso compito nella Chiesa cattolica meglio di tante canzonette improvvisate degli ultimi anni? Ciò che conta è l’atteggiamento di fondo: non quello di chi pensa di costituire l’inizio del mondo, ma quello di chi si riconosce parte di una storia, se ne considera debitore e sente il dovere di portarvi il suo piccolo contributo.

sabato 4 giugno 2011

In Ascensione Domini

Una delle novità della terza edizione del Missale Romanum (2002) è l’aggiunta di alcune Messe vespertine vigiliari. Nelle precedenti edizioni (e quindi anche in tutte le traduzioni attualmente in uso), nel “Proprium de tempore”, erano previste Messe vigiliari a Natale, Pasqua e Pentecoste; nel “Proprium de Sanctis”, nelle solennità di San Giovanni Battista (24 giugno), dei Santi Pietro e Paolo (29 giugno) e dell’Assunzione (15 agosto). Nella editio typica tertia ne sono state aggiunte altre due: per l’Epifania e per l’Ascensione. Mi pare che si tratti di un arricchimento notevole del Messale rinnovato. Mi permetto di riportare il formulario della Missa in vigilia dell’Ascensione, per quanti fossero sprovvisti del nuovo Messale, in attesa che siano pubblicate le nuove edizioni in lingua volgare. Lascio a ciascuno di gustare la ricchezza teologica e spirituale dei testi.


Ant. ad introitum (Ps 67, 33.35)

Regna terræ cantáte Deo, psállite Dómino,
qui ascéndit super cælum cæli;
magnificéntia et virtus eius in núbibus, allelúia

Collecta

Deus, cuius Fílius hódie in cælos,
Apóstolis astántibus, ascéndit,
concéde nobis, quǽsumus,
ut secúndum eius promíssionem
et ille nobíscum semper in terris
et nos cum eo in cælo vívere mereámur.
Qui tecum.

Super oblata

Deus, cuius Unigénitus, Póntifex noster,
semper vivens sedet ad déxteram tuam
ad interpellándum pro nobis,
concéde nos adíre cum fidúcia ad thronum grátiæ,
ut misericórdiam tuam consequámur.
Per Christum.

Ant. ad communionem (cf Hebr 10, 12)

Christus, unam pro peccátis ófferens hóstiam,
in sempitérnum sedet in déxtera Dei, allelúia.

Post communionem

Quæ ex altári tuo, Domine, dona percépimus,
accéndant in córdibus nostris cæléstis pátriæ desidérium,
et quo præcúrsor pro nobis introívit Salvátor,
fáciant nos, eius vestígia sectántes, conténdere.
Qui vivit et regnat in sǽcula sæculórum.


C’è da rilevare però che, a quasi dieci anni dalla pubblicazione del nuovo Messale, non è stata ancora indicata, per tale Messa, una serie di letture appropriate (ricordo che in occasione della pubblicazione dell’editio typica altera dell’Ordo lectionum Missae, nel 1981, erano state introdotte, per quella che ora è diventata la “Messa del giorno”, due seconde letture facoltative rispettivamente per gli anni B e C). Se fosse stato fatto per tempo, le letture per la Messa vigiliare potevano essere inserite nella nuova edizione del Lezionario italiano, e si sarebbero potute usare anche in mancanza del formulario della Messa.

Un’ultima annotazione. La terza edizione del Messale ha introdotto un’aggiunta significativa anche nella Messa del giorno: alla colletta usuale ha aggiunto, come seconda opzione, l’orazione che si trovava nel Missale Romanum del 1962, recuperando in tal modo un testo d’indubbio valore.

martedì 31 maggio 2011

Parliamo un po’ di politica

Sono stato facile profeta, un mese fa, a prevedere come sarebbe andata a finire (qui). Che la decisione di Berlusconi di autorizzare i bombardamenti in Libia costituisse il suo suicidio politico, non ci voleva molto a capirlo. Oh, certo, ci saranno i soliti analisti politici che si preoccuperanno di assicurarvi che la fine di Berlusconi è dovuta soprattutto alle sue intemperanze morali. Io invece vi dico che agli italiani, di Ruby & C., non interessa un fico secco. Gli interessa invece della guerra in Libia. Interessa loro di Gheddafi? Ne dubito. Interessano loro le vittime civili, non solo quelle — messe in mostra dalla TV — di Gheddafi, ma anche quelle — occultate, ma innegabili — della NATO? Forse. Certamente però interessa loro che in un momento di gravissima crisi economica, in cui si chiede a tutti di fare sacrifici, si trovino poi i soldi per una guerra, di cui ancora qualcuno deve spiegarci il perché. Chi pagherà questa guerra? Già si stanno preparando nuove manovre finanziarie, per “mettere a posto i conti”. E chi ne pagherà il prezzo? Gli italiani, appunto, i quali, stufi di questa situazione, hanno voluto mandare un segnale a chi li governa.

Non so se il segnale sarà compreso. Basta vedere le reazioni ai risultati elettorali, per rendersi conto che nessuno a capito nulla. Che la sinistra canti vittoria, non può che suscitare il dubbio: ma ci fanno o ci sono? I “vincitori” di queste elezioni penseranno che gli italiani stiano chiedendo loro di riprendere al piú presto una politica di stampo zapateriano, senza accorgersi che in questi stessi giorni, in Spagna, quel tipo di politica è stata definitivamente liquidata. 

Che fare, allora? Ricompattarci tutti al centro, con Casini, Fini, Rutelli (e Montezemolo)? Se c’è qualcuno che esce sconfitto da queste elezioni, è proprio il “terzo polo”, che dimostra in tal modo la sua vera natura: una operazione di laboratorio, promossa dai poteri forti, come alternativa al berlusconismo; un’operazione che, come tutte quelle di carattere azionista che l’hanno preceduta, non potrà mai raccogliere il consenso popolare.

Ieri Andrea Tornielli ha riferito di un incontro del Segretario della CEI, Mons. Mariano Crociata, con i parlamentari cattolici dei diversi schieramenti. È da un po’ di tempo che si parla della necessità, in Italia, di “una nuova generazione di politici cattolici”. Un discorso ampiamente condivisibile, anche se, almeno per il momento, si fa fatica a vedere in che modo sia possibile attuarlo. La Chiesa possiede ancora le abilità educative (famiglia, parrocchia, scuola, università, associazioni, movimenti) necessarie per poter formare una nuova generazione di politici cattolici? Non credo che si possa accusare di disfattismo chi si permette di avanzare qualche dubbio in proposito. 

Personalmente penso che, nella situazione in cui ci troviamo, non ci si possa fare illusioni su una ricomposizione immediata, come oggi si dice, del “tessuto sociale” in senso cristiano. Dopo secoli di smantellamento della “cristianità” (ché di questo si tratta: la crisi che stiamo vivendo non è, come molti credono, il risultato delle scelte avventate degli ultimi decenni, ma la conseguenza di premesse che affondano le radici lontano nel tempo), non si può pretendere di ricostruirla in quattro e quattr’otto. Al punto in cui siamo arrivati, sono convinto che non si possa piú pensare di risolvere la situazione con interventi limitati, unicamente tesi a salvare il salvabile. La stessa esperienza postbellica della DC dovrebbe insegnare qualcosa (per non parlare delle piú recenti esperienze di presenza dei cattolici nei due poli contrapposti). Penso che non rimanga altro da fare che ricominciare tutto da capo, tornare all’epoca degli apostoli e riprendere ad annunciare il kerygma di Cristo morto e risorto. Nel frattempo tutto ciò che ci circonda sarà definitivamente crollato, e allora si potrà cominciare a ricostruire da zero.

In questi giorni mi è tornato in mente un intervento che feci piú di dieci anni fa, il 19 giugno 1998, quando ero ancora alla Querce, per la presentazione di un libro scritto da un nostro insegnante impegnato in politica: Breviario del buon governo del Prof. Franco Banchi. Mi permetto di riproporvelo, perché ho l’impressione che, nonostante il tempo trascorso, conservi tutta la sua attualità.


Un punto di riferimento essenziale

Spesso si ripete, a ragione, che la politica può essere — deve essere — per il cristiano, una forma di carità. Essa è certamente un servizio, e il servizio è una delle espressioni piú alte della carità. Ma non si dice mai che l’impegno politico per un cristiano è, innanzi tutto, una forma di apostolato. Di solito si dà a questa espressione un significato restrittivo, come se stesse a indicare esclusivamente l’annunzio del vangelo, un compito per altro solitamente demandato al clero.

Afferma il Concilio Vaticano II, nel suo decreto sull’apostolato dei laici: «La missione della Chiesa non è soltanto di portare il messaggio di Cristo e la sua grazia agli uomini, ma anche di permeare e di perfezionare l’ordine delle realtà temporali con lo spirito evangelico» (Apostolicam actuositatem, n. 5). Dunque un’unica missione, che però si realizza in due direzioni: l’evangelizzazione e la “sacramentalizzazione” da una parte, l’animazione cristiana delle realtà terrene dall’altra. L’apostolato consiste nell’attività della Chiesa ordinata alla realizzazione di questa missione (cf ibidem, n. 2). La Chiesa esercita l’apostolato mediante tutti i suoi membri, sia chierici sia laici, anche se, in genere, ai primi è riservata preferibilmente la predicazione e l’amministrazione dei sacramenti, ai secondi l’animazione cristiana della società. Si tratta comunque pur sempre del medesimo apostolato, svolto in due ordini diversi, quello spirituale e quello temporale. A proposito di tali ordini, il Concilio aggiunge: «Questi ordini, sebbene siano distinti, nell’unico disegno di Dio sono cosí legati, che Dio stesso intende ricapitolare in Cristo tutto il mondo per formare una nuova creazione, in modo iniziale su questa terra, in modo perfetto nell’ultimo giorno» (ibidem, n. 5). Ne deriva il seguente corollario: «In ambedue gli ordini il laico, che è a un tempo fedele e cittadino, deve continuamente farsi guidare dalla sola coscienza cristiana (“una conscientia christiana continenter duci debet”)» (ibidem).

Dunque, due sono gli ordini, ma una sola è — deve essere — la coscienza: il cristiano deve essere guidato nel suo impegno temporale esclusivamente dalla coscienza cristiana. Bando perciò a tutte le dicotomie — vere e proprie schizofrenie! — che hanno segnato e, purtroppo, spesso continuano a segnare la presenza dei cattolici in politica. Talvolta si pensa che il cristiano abbia due coscienze: una, quella cristiana, a cui far riferimento nella propria vita personale, e un’altra, quella civile, necessariamente “laica”, a cui far riferimento nel proprio impegno nel mondo. Tale atteggiamento è assolutamente inaccettabile per un credente. Più volte, nei giorni scorsi, L’Osservatore romano ci ha riproposto l’esempio di re Baldovino, che preferí dimettersi — ed era disposto a rinunciare al trono — pur di non firmare una legge contraria alla sua coscienza cristiana.

Ma non corriamo, in tal modo, il pericolo di ricadere in una nuova forma di integralismo?


Per evitare l’integralismo

La riflessione della Chiesa negli ultimi anni ha portato a una nuova importante acquisizione, che, se osservata, impedirà di cadere nel pericolo, sempre incombente, dell’integralismo.

La nuova acquisizione consiste nel distinguere vari momenti nell’impegno cristiano, una specie di rifrazione, attraverso la quale, si scoprono, prima dell’impegno propriamente politico, una serie di momenti pre-politici, che non possono in alcun modo essere trascurati, se si vuole svolgere una corretta azione politica.

Innanzi tutto il momento spirituale: il momento della fede, della preghiera, del silenzio, dell’ascolto della parola di Dio, della formazione biblica, teologica e spirituale. È il punto di partenza, che non si può mai tralasciare: è il momento necessario per “abbeverarsi” alla fonte.

Quindi il momento culturale, il momento dell’inculturazione del vangelo, dell’incarnazione del messaggio nelle categorie proprie di una determinata cultura. A questo proposito, meraviglia come oggi si parli tanto di inculturazione con riferimento ai popoli del terzo mondo, e poi a casa nostra si esiga un cristianesimo “tutto spirituale”, purificato da qualsiasi incrostazione culturale. Per capire l’importanza della mediazione culturale, non è necessario ricorrere a Gramsci, con la sua “teoria dell’egemonia”, dal momento che i cristiani hanno sempre fatto ciò che poi Gramsci ha teorizzato: si pensi alla prima diffusione del vangelo o anche, piú vicino a noi, a ciò che avvenne nell’Italia postunitaria, mentre vigeva il Non expedit. Constatiamo con piacere che la Chiesa italiana si è messa su questa strada, con la decisione, presa al Convegno di Palermo, di procedere all’elaborazione di un nuovo “progetto culturale”.

In terzo luogo, il momento sociale, che consiste nell’animazione della società civile. Si pensi ai vari campi in cui è solitamente impegnato il volontariato: i giovani, i tossicodipendenti, gli handicappati, gli anziani, i lavoratori, i disoccupati, gli extracomunitari, gli emarginati in genere. Si pensi ancora alla difesa della vita e dell’ambiente. In questo vasto campo il punto di riferimento rimane la dottrina sociale della Chiesa, che durante quest’ultimo secolo ha allargato i suoi orizzonti dalla questione operaia a tutti i problemi della società odierna.

Infine il momento specificamente politico, che consiste nella presenza del cristiano nelle istituzioni (quartiere, comune, provincia, regione, Stato) e che può comportare anche l’assunzione di determinate responsabilità, ma che non può in alcun modo trasformarsi in pura e semplice “occupazione del potere”. L’autenticità di quest’ultimo momento dipende tutta dai momenti precedenti: solo chi è disposto a percorrere le tappe pre-politiche, sarà anche un buon politico cattolico.


Un errore da evitare

Occorre assolutamente evitare l’errore di pensare che l’unico problema sia da che parte stare, se a destra o a sinistra, o se non sia piuttosto necessario ricostituire un “grande centro”, in cui far confluire tutti i cattolici.

Il problema, in realtà, è molto più profondo. Attualmente noi ci troviamo di fronte non solo a una sinistra, ma anche a una destra e, ahimè, anche a un centro completamente secolarizzati. Allora il vero problema è quello di rievangelizzare la politica. Occorre ricominciare da capo, come duemila anni fa: il cristiano, ovunque schierato, è chiamato a “permeare l’ordine delle realtà temporali con lo spirito evangelico”. Su questo piano, sul piano della fede e dei valori morali, tutti i cattolici sono — devono essere — uniti, al di là degli schieramenti. Devono essere non cattolici di destra, di sinistra o di centro, non “cattolici liberali” o “cattolici democratici”, “cattocomunisti” o “clericofascisti”, ma semplicemente cattolici — come ci ricordava giorni fa L’Osservatore romano (15-16 giugno 1998) — “cattolici senza aggettivi”.


Solo una postilla, a proposito del “progetto culturale”: son passati tredici anni, e il “progetto culturale” è rimasto, appunto, un grande progetto. Questo per dire che non bastano le belle idee, le grandi intuizioni, i programmi dai vasti orizzonti. Forse bisogna proprio ripartire dall’essenziale.

domenica 22 maggio 2011

A proposito di “Universae Ecclesiae”

«Le sentenze non si discutono, si applicano». Semmai, si appellano. Mutatis mutandis, tale principio, proprio dell’ordinamento civile, può essere estensivamente applicato anche a quello canonico. Per cui i provvedimenti dell’autorità ecclesiastica non dovrebbero essere oggetto di discussione, ma di semplice esecuzione. Nel caso di decisioni prese da un’autorità inferiore si può sempre prevedere un ricorso all’autorità superiore; nel caso degli atti pontifici, invece, non è previsto alcun tipo di ricorso: le sentenze emesse dal Sommo Pontefice sono inappellabili (can. 1629); addirittura, chi ricorre al Concilio ecumenico o al Collegio dei Vescovi contro un atto del Romano Pontefice deve essere punito con una censura (can. 1372).

Fondandomi su questo principio, avevo pensato di non pronunciarmi a proposito della pubblicazione dell’istruzione Universae Ecclesiae. È vero, non si tratta di un intervento pontificio, ma di un documento della Pontificia Commissione “Ecclesia Dei”. Quindi, teoricamente, se ne potrebbe anche discutere; ma a me pare che esso faccia proprio ciò che devono fare le istruzioni: «rendono chiare le disposizioni delle leggi e sviluppano e determinano i procedimenti nell’eseguirle» (can. 34). Mi sembra che Universae Ecclesiae assolva correttamente questo compito nei confronti del m. p. Summorum Pontificum, il quale, essendo un atto del Papa, non dovrebbe essere messo in discussione. Ritengo che la nuova istruzione non aggiunga molto al motu proprio: essa si limita a fare alcune precisazioni, tese a evitare che d’ora in poi ci possano essere equivoci nell’interpretazione di Summorum Pontificum.

Se proprio si volesse cercare nell’istruzione una qualche novità rispetto al motu proprio, personalmente direi che questa vada ricercata nel primo degli obiettivi del documento papale, individuati al n. 8:

«[Il motu proprio] si propone l’obiettivo di:
a) offrire a tutti i fedeli la Liturgia Romana nell’Usus Antiquior, considerata tesoro prezioso da conservare;
b) garantire e assicurare realmente a quanti lo domandano, l’uso della forma extraordinaria, nel presupposto che l’uso della Liturgia Romana in vigore nel 1962 sia una facoltà elargita per il bene dei fedeli e pertanto vada interpretata in un senso favorevole ai fedeli che ne sono i principali destinatari;
c) favorire la riconciliazione in seno alla Chiesa».

Sul secondo e terzo obiettivo, nulla da eccepire, dal momento che essi sono chiaramente espressi nel motu proprio e nella lettera accompagnatoria ai Vescovi (si veda il mio post del 16 settembre 2010). Onestamente, non mi sembra che si possa dire altrettanto del primo obiettivo: finora ne potevano aver parlato alcuni prelati; ma faccio fatica a trovare quell’obiettivo esplicitamente dichiarato all’interno del motu proprio. In ogni caso, non ho nulla da ridire in proposito: se questa era veramente la mens del Santo Padre, era giusto che essa, rimasta implicita nel motu proprio, venisse esplicitata nell’istruzione. Non posso però non rilevare che, a mio modesto avviso, con l’attuale disciplina, non sarà facile raggiungere quell’obiettivo. Mi spiego: il motu proprio permette, ma non impone la celebrazione della Messa secondo il vecchio rito; per cui non vedo come, con una celebrazione che di fatto rimarrà limitata ai gruppi che ne faranno richiesta, si possa perseguire l’obiettivo di «offrire a tutti i fedeli la Liturgia Romana nell’Usus Antiquior, considerata tesoro prezioso da conservare».

Potrei fermarmi qui. Ma, siccome sono stato sollecitato a prendere posizione nel dibattito che è seguito alla pubblicazione dell’istruzione, mi sembrerebbe scortese rispondere con un secco «No comment». In particolare mi è stato chiesto di esprimere un’opinione sul commento del Prof. Andrea Grillo, pubblicato nel suo blog e ripreso dal Padre Augé. Devo precisare di aver letto il post del Prof. Grillo, ma di non aver potuto seguire i commenti pubblicati nel blog Liturgia Opus Trinitatis, perché da qualche tempo un misterioso problema tecnico mi impedisce di visitarlo.

Quanto alle considerazioni del Prof. Grillo, si potrà pure contestare il loro tono un tantino “brutale” o, come è stato detto, “temerario”; ma non le si può ritenere prive di qualsiasi fondamento. Il suo intervento potrà certo essere criticato; ma non può essere liquidato semplicemente come la reazione isterica di un nostalgico modernista o come l’atto di insubordinazione di un liturgista disobbediente al Papa. Secondo me, esso deve essere accolto come una stimolante provocazione, che ci costringe a riflettere su una situazione che non può essere considerata scevra di problemi.

Non mi sembra il caso di riprendere e discutere qui le singole osservazioni di Grillo. Ritengo piú utile esporre le mie personali riflessioni (che avrei preferito tenere per me) non tanto sull’istruzione (che — ripeto — non mi sembra portatrice di grandi novità), quanto piuttosto sul “doppio regime” liturgico, introdotto dal m. p. Summorum Pontificum e confermato dall’istruzione Universae Ecclesiae. Che qualche problema esista non sono solo il Prof. Grillo o il Padre Augé a dirlo. Proprio questo fine-settimana Vittorio Messori, col suo solito disarmante buon senso, faceva notare:

«Ma se il vecchio rito era bello e buono, come adesso si riconosce, perché è stato sostituito? Perché, anzi, è stato stravolto? Se si voleva solo cambiare la lingua, perché non è stato tradotto dal latino con solo qualche ritocco qua e là, come è avvenuto altre volte nella storia della Chiesa?» (La Bussola Quotidiana).

Per quanto mi riguarda, mi ero già espresso su Summorum Pontificum (i vedano i post del 6 marzo 2009 e del 18 luglio 2009). Forse qui conviene riprendere i punti allora enunciati e aggiungerne qualche altro frutto di successive riflessioni.

1. Innanzi tutto, a proposito del presupposto della nuova disciplina, Summorum Pontificum afferma che il vecchio rito non è stato mai abolito. Non mi sembra che tale affermazione trovi corrispondenza nella volontà piú che esplicita di Paolo VI di sostituire il Vetus Ordo con il Novus.

2. Sono sempre stato favorevole al fatto che ai fedeli tradizionalisti fosse riconosciuto il diritto di partecipare alla Messa secondo l’antico rito; ciò che mi crea difficoltà è la totale liberalizzazione di esso. Secondo me, per garantire quel sacrosanto diritto, non era necessario giungere alla liberalizzazione (che ritengo sia stata accordata esclusivamente per motivi di “politica ecclesiastica”, vale a dire per venire incontro ai lefebvriani, che l’avevano richiesta). Quel diritto poteva essere garantito tranquillamente attraverso l’istituto dell’indulto. Si dirà: ma l’indulto già esisteva e aveva mostrato i suoi limiti. Bene, a mio parere, bisognava trovare il modo di renderlo piú efficace senza giungere alla completa liberalizzazione. 

3. Personalmente trovo che l’attuale “doppio regime” non possa che essere fonte di confusione e divisioni. Si dirà: ma perché non si sottolineano i medesimi pericoli quando si tratta degli abusi liturgici? Rispondo: semplicemente perché, in quel caso, si tratta appunto di abusi; qui invece si sta parlando della norma. Diverso sarebbe stato se si fosse proseguito sulla strada dell’indulto. L’indulto è un privilegio, un’eccezione alla norma, accordata a determinati gruppi, senza mettere in discussione la norma stessa, che resta vincolante per tutti (“l’eccezione conferma la regola”). Personalmente, non ho alcuna difficoltà ad ammettere l’esistenza di amministrazioni apostoliche, ordinariati, prelature personali, istituti di vita consacrata, società di vita apostolica, parrocchie, rettorie, cappellanie, associazioni di fedeli, che godano del privilegio, da prevedere negli statuti, di celebrare secondo l’antica liturgia. Ecco, se proprio la disciplina precedente non sembrava soddisfacente, si poteva disporre che in ciascuna diocesi, in assenza di istituti “Ecclesia Dei”, si istituisse una parrocchia personale o, almeno, una cappellania per venire incontro ai fedeli legati alla tradizione. Trovo difficile da accettare invece che i due usi del rito romano vengano considerati su un piano di perfetta parità, e che ognuno possa sentirsi libero di scegliere una delle due forme, e che un qualsiasi gruppo di fedeli possa andare da un parroco e “pretendere” che si celebri la Messa tridentina.

4. Faccio fatica a capire come tali gruppi di fedeli (giuridicamente non ben definiti) possano godere di una sorta di “corsia preferenziale” rispetto a tutti gli altri fedeli, che sono tenuti a uniformarsi alle norme pastorali vigenti in ciascuna diocesi. Faccio un esempio che mi tocca da vicino: noi religiosi (che non siamo dei gruppi spontanei, ma delle persone giuridiche ufficialmente riconosciute dalla Chiesa ed esenti dal governo degli Ordinari del luogo) siamo soggetti alla potestà dei Vescovi in ciò che riguarda la cura delle anime, l’esercizio pubblico del culto divino e le opere di apostolato (can. 678 § 1). In qualche caso ciò si traduce in forti limitazioni nel decidere il numero e l’orario delle Messe, nella celebrazione del triduo pasquale e nell’amministrazione dei sacramenti (prima comunione, cresima, matrimonio) nelle nostre chiese non-parrocchiali o nei nostri oratori semipubblici. Non riesco a capire perché i gruppi tradizionalisti debbano godere di facoltà piú ampie di quelle dei religiosi (al punto che possono ottenere la reiterazione dei riti della settimana santa nella stessa chiesa: Universae Ecclesiae, n. 33).

5. Uno dei punti qualificanti del motu proprio (piú precisamente, della concomitante lettera ai Vescovi) è la riaffermazione della continuità tra Vetus e Novus Ordo: «Non c’è nessuna contraddizione tra l’una e l’altra edizione del Missale Romanum. Nella storia della Liturgia c’è crescita e progresso, ma nessuna rottura». Ebbene, non mi sembra che la disciplina del “doppio regime” metta in risalto tale continuità: se si parla di continuità di due segmenti, ci si pone su una stessa linea retta; se si “giustappongono” (Universae Ecclesiae, n. 6; si veda il commento di Cantuale Antonianum) i due riti, li si pone su due rette parallele, e non si può piú parlare di continuità. Una volta dichiarata la continuità tra il vecchio e il nuovo rito, tutti dovrebbero accettare il nuovo come sostitutivo del vecchio (senza escludere, come detto, eventuali eccezioni, che però devono rimanere tali). La giustapposizione è una forma di dualismo, che non favorisce in alcun modo la percezione della continuità.

6. La stessa terminologia scelta per distinguere i due usi (“forma ordinaria” e “forma straordinaria”), che condivido, a mio parere implicherebbe una diversa disciplina, vale a dire quella dell’indulto e non quella della coesistenza su un piano di parità (nel qual caso non si capisce perché una forma debba essere considerata “ordinaria” e l’altra “straordinaria”).

7. Recentemente il Card. Kurt Koch ha affermato che Benedetto XVI avrebbe avviato col motu proprio la “riforma della riforma”, da lui a piú riprese auspicata prima di diventare Papa. Sinceramente tale affermazione suscita in me qualche perplessità: non riesco a vedere come la liberalizzazione del rito tridentino possa segnare l’inizio della “riforma della riforma”. A mio parere, una “riforma della riforma” era già in corso nella Chiesa dal giorno in cui era entrato in vigore il Novus Ordo. Certo, nessuno usava quell’espressione, ma di fatto di questo si trattava; o, se vogliamo, si trattava di una continuazione, di uno sviluppo della riforma. Un fatto è certo: la riforma liturgica non poteva dirsi conclusa. Man mano che passavano gli anni venivano introdotte delle correzioni e degli adattamenti; molto spesso si recuperavano elementi che erano stati forse un po’ frettolosamente accantonati dalla prima riforma. Testimoni di tale evoluzione sono le tre edizioni del Missale Romanum: si faccia un confronto tra la prima e la terza, e si vedranno le differenze. Bene, ho paura che il motu proprio, nonché favorire la “riforma della riforma”, finisca per bloccarla. Il rischio, non remoto, è che si possa assistere a una polarizzazione dei due riti. Altro che continuità!

8. Il Card. Ratzinger aveva espresso l’opinione che «a lungo termine la Chiesa romana deve avere di nuovo un solo rito romano. L’esistenza di due riti ufficiali per i vescovi e per i preti è difficile da “gestire” in pratica» (lettera al Dott. Heinz-Lothar Barth del 23 giugno 2003). Ora tale convinzione è stata ripresa dal Card. Koch: «A lungo termine, non possiamo fermarci a una coesistenza tra la forma ordinaria e la forma straordinaria del rito romano … la Chiesa avrà nuovamente bisogno nel futuro di un rito comune». Se questo è lo scopo, a che pro liberalizzare l’usus antiquior? Risponde Koch, riprendendo le parole di Benedetto XVI: «Le due forme dell’uso del rito romano possono e devono arricchirsi a vicenda». Siamo proprio sicuri che ciò avverrà? D’accordo che «una nuova riforma liturgica non può essere decisa a tavolino, ma richiede un processo di crescita e di purificazione»; ma chiedo: tale “processo di crescita e di purificazione” non era già in corso? Non rischia ora di essere bloccato? Non conveniva che il Vetus Ordo rimanesse il rito proprio di alcune, ben definite, categorie di fedeli, e da tale posizione continuasse a influire sul Novus?

Solo domande, le mie, che non intendono in alcun modo mettere in discussione la piena legittimità del motu proprio e della sua istruzione applicativa. Come detto, avrei preferito tenere per me i miei dubbi; ma, visto che mi è stato richiesto, ho voluto condividerli con voi. Con semplicità. Sperando di non essere tacciato di modernismo e di disobbedienza al Santo Padre...