giovedì 8 aprile 2010

Continuità nella Chiesa

Ho letto con grande interesse l’articolo di Stefano Carusi “La riforma della Settimana Santa negli anni 1951-1956”, pubblicato sul blog Disputationes theologicae. Si tratta di uno studio documentatissimo che illustra gli interventi operati sui riti della Settimana Santa negli anni Cinquanta, durante il pontificato di Pio XII. Dalla lettura dell’articolo ho imparato molte cose che non sapevo; ma non è questo il motivo per cui ne parlo. Ci sono altre due ragioni che mi spingono a trattarne.

La prima è che questo studio dimostra che avevo torto quando, nel mio articolo Concilio e “spirito del Concilio” (pubblicato nel primo post di questo blog), affermavo che tali “primizie” preconciliari della riforma liturgica erano sostanzialmente condivise da tutti. Don Carusi dimostra che non è affatto vero: già allora apparve evidente agli osservatori piú attenti che si trattava di interventi alquanto discutibili.

Il secondo motivo è che questo articolo conferma quanto ho sempre sostenuto: che cioè il Concilio in generale e la riforma liturgica in particolare non spuntano come un fungo: essi sono preceduti da un lungo lavoro di preparazione e sono il risultato di tutta una serie di “movimenti”, che affondano le loro radici nell’Ottocento e vedono la loro piena fioritura nel corso del Novecento. Perché ritengo questa una osservazione importante? Perché essa dimostra che esiste continuità nella Chiesa.

Purtroppo, come ho già avuto modo di rilevare, l’“ermeneutica della discontinuità” non è diffusa solo fra i progressisti, che considerano il Vaticano II come un “nuovo inizio” nella storia della Chiesa, ma tocca anche quei gruppi tradizionalisti, che lo considerano come l’origine di tutti i mali della Chiesa e pensano che prima del Concilio tutto andasse bene. Di errori ne sono stati fatti prima del Concilio, durante il Concilio e dopo il Concilio (come pure sia prima sia durante sia dopo il Vaticano II sono state fatte molte cose buone).

Che già prima del Concilio fosse assai diffusa nella Chiesa una mentalità, diciamo cosí, razionalistica, è un dato di fatto; e il post di Disputationes theologicae lo dimostra. Che lo stesso Pio XII si sia lasciato prendere un po’ la mano da questa corrente, non è una novità. Non so se ricordate, ma un anno fa avevo messo in luce un altro aspetto piuttosto discutibile del pontificato di Papa Pacelli: la nuova traduzione del Salterio del 1945, respinta poi dal Concilio in favore di un ritorno alla Volgata, seppure emendata (vedi qui). Nel caso dei riti della Settimana Santa non saprei dire se la successiva riforma liturgica abbia posto rimedio ai difetti dell’Ordo del 1955-56 o non li abbia piuttosto aggravati (sarebbe necessario uno studio approfondito, che non possiamo fare qui); sta di fatto che già prima del Concilio si presero delle cantonate.

C’è però un aspetto positivo in tutta questa storia, che va opportunamente evidenziato. Pio XII non era quel reazionario che tanto i progressisti quanto i tradizionalisti solitamente ci dipingono; era estremamente aperto alle novità: tanto aperto che in qualche caso corse il rischio di approvare scelte che successivamente avrebbero mostrato tutti i loro limiti.

mercoledì 7 aprile 2010

A proposito della nuova strategia

Tutti gli osservatori hanno rilevato, negli ultimi giorni, un cambio di strategia, da parte della Santa Sede, di fronte all’assedio mediatico sui casi di pedofilia. Non tutti sono d’accordo sull’opportunità di gridare al complotto e preferiscono la politica della confutazione sistematica dei casi che vengono di volta in volta proposti. Non saprei: probabilmente c’è bisogno dell’una e dell’altra cosa (personalmente ho apprezzato molto l’intervento del Card. Sodano il giorno di Pasqua, che, al di là delle intenzioni, finisce per essere una lezione di stile per gli attuali responsabili della Segreteria di Stato).

Finora — diciamo la verità — c’erano state delle reazioni piuttosto imbarazzate, che lasciavano supporre che la Santa Sede avesse qualcosa da nascondere o che perlomeno si sentisse in colpa per aver mancato ai suoi doveri di vigilanza e di repressione degli abusi. Da quanto sta venendo fuori invece appare con chiarezza che la politica seguita dalla Congregazione per la dottrina della fede, specialmente dopo il 2001, è stata di estremo rigore. Il fatto che di buona parte (forse, della maggior parte) dei casi non si sia pubblicamente parlato, non significa che quei casi sono stati “insabbiati”, ma semplicemente che sono stati trattati con quella riservatezza che era — ed è — prevista dalle norme in vigore.

Ovviamente si è trattato di una gestione “interna”: la Chiesa ha un suo proprio ordinamento (l’ordinamento canonico), e ha il nativo diritto-dovere di trattare certe cause. Ma tale gestione interna non ha mai impedito o intralciato il corso della giustizia “esterna”. Certo, il Card. Ratzinger non ha mai denunciato alcun prete alla magistratura civile; ma perché avrebbe dovuto farlo? c’è forse qualche norma che glielo imponesse? Del resto non ce n’era neppure bisogno, giacché il piú delle volte le cause ecclesiastiche erano avviate quando già erano in corso i procedimenti civili.

Ma ormai, a quanto pare, anche la stampa si è resa conto del fatto che la giustizia civile non è mai stata ostacolata da quella canonica; per cui hanno cambiato tattica: hanno iniziato a intromettersi nella gestione ecclesiastica delle cause (rapporto fra diocesi e Santa Sede, svolgimento dei processi, sanzioni comminate, ecc.). E questo è un fatto gravissimo: si tratta di una intollerabile interferenza nella vita interna della Chiesa. A quanto mi risulta, il New York Times non è una corte di giustizia internazionale (e, anche se lo fosse, non avrebbe alcun titolo per ingerirsi nell’ordinamento canonico). Come si permettono di esprimere giudizi sull’operato della giustizia ecclesiastica? come si permettono di sindacare se quel prete è stato o non è stato ridotto allo stato laicale? come si permettono di pretendere che un Vescovo venga rimosso o, addirittura, che il Papa dia le dimissioni?

Un’ultima osservazione: quel che sta accadendo dovrebbe dimostrare quanto fosse saggia l’imposizione del segreto a questo tipo di cause: il “segreto del Sant’Uffizio” (sotto pena di scomunica) nell’istruzione Crimen sollicitationis del 1962 e il “segreto pontificio” nella lettera Ad exsequendam del 2001. Un segreto che non solo garantiva le vittime e gli imputati (non sempre necessariamente colpevoli), ma che anche impediva lo scempio che si sta facendo in questi giorni. Il segreto non ha mai impedito, ma semmai ha permesso il regolare svolgimento dei processi (canonici e civili) lontano dai riflettori. Non credo che ci si debba sentire imbarazzati perché nelle norme ecclesiastiche era — ed è — prevista una totale riservatezza. Vediamo i danni incalcolabili che la violazione del segreto sta portando alla Chiesa. E di questa violazione, ahimè, prima che il New York Times, sono responsabili quegli ecclesiastici che hanno fornito al New York Times certi documenti riservati. Non sarebbe il caso che contro tali ecclesiastici si applicassero le sanzioni previste dal diritto?

martedì 6 aprile 2010

"Ermeneutica della riforma"

Articolo da me pubblicato sul n. 1/2010 dell'Eco dei Barnabiti (pp. 12-13). I lettori del blog hanno familiarità con certe problematiche. L'articolo vuole essere un tentativo di rendere partecipi delle medesime tematiche i semplici fedeli.


Iniziamo con questo articolo una nuova rubrica dell’Eco: l’“Osservatorio ecclesiale”. Il Grande Dizionario dell’uso di Tullio de Mauro dà, di “osservatorio”, la seguente definizione: «Luogo o edificio opportunamente collocato e dotato delle necessarie attrezzature per l’osservazione scientifica di eventi naturali»; e, per estensione, «Istituzione che ha il compito di rilevare l’andamento di fenomeni economici e sociali». Dunque, se ho ben compreso le intenzioni della direzione dell’Eco, compito della nuova rubrica dovrebbe essere quello di rilevare l’andamento dei fenomeni ecclesiali.

Ce n’è bisogno? Beh, penso proprio di sì; perché certe volte, pur partecipando attivamente alla vita della Chiesa, non ci accorgiamo appieno di quel che sta accadendo intorno a noi e continuiamo a ragionare e a giudicare la realtà con gli schemi che potevano andar bene venti anni fa, ma che non sono più adatti a comprendere la situazione presente. Ricordo che una trentina di anni or sono — eravamo agli inizi del pontificato di Giovanni Paolo II — io, che ero stato un grande ammiratore di Paolo VI, un giorno espressi qualche perplessità a proposito degli orientamenti del nuovo Papa. Ebbene, Mons. Andrea Erba, che era ancora un semplice sacerdote, mi disse: «Ricorda che la Chiesa va avanti». Lì per lì, quella risposta non mi convinse del tutto; ma ora, a distanza di anni, devo dire che aveva pienamente ragione: la Chiesa, sotto la guida dello Spirito, continua il suo cammino; sarebbe miope non accorgersi dell’evoluzione che avviene in essa, come del resto nella società e in qualsiasi altra realtà.

Ho l’impressione che stia accadendo qualcosa di simile anche ai nostri giorni. Sono ormai cinque anni che è stato eletto Benedetto XVI, ma si direbbe che qualcuno non se ne sia ancora accorto. Ci sono molti che continuano a “pensare” la Chiesa come se ci fosse ancora Papa Wojtyla, e continuano a fare antipatici confronti fra i due Papi e a giudicare l’attuale Pontefice sul modello del suo predecessore. Ma dimenticano una verità molto semplice: che Giovanni Paolo II è morto, e che alla guida della Chiesa c’è oggi Benedetto XVI. Si potrà essere più o meno d’accordo con le decisioni del regnante Pontefice, ma non si può ignorare il segno che i suoi interventi stanno lasciando nella Chiesa. Se è vero che ciascuno (e quindi anche il Papa) è figlio del proprio tempo; è altrettanto vero che ciascuno (e, a maggior ragione, il Papa) dà un contributo all’epoca in cui si trova a vivere e operare.

Compito di questa rubrica non è quello di esprimere giudizi di valore, positivi o negativi che siano; trattandosi di un “osservatorio”, essa dovrà limitarsi a osservare la realtà. Ciascuno poi, per suo conto, potrà, se vorrà, procedere alle proprie personali valutazioni; ma, perché ciò possa avvenire, è necessario prima prendere coscienza di ciò che si sta muovendo intorno a noi.

Fatta questa premessa, potremmo chiederci quali siano le direttrici, gli orientamenti di fondo dell’attuale pontificato: è esattamente la domanda a cui cercheremo di dare una risposta con gli articoli della nuova rubrica durante l’anno. Essendo questo il primo numero dell’Eco del 2010, ci chiederemo se esista una chiave di lettura, un criterio unificante che ci permetta di “leggere” il pontificato di Benedetto XVI.

Non sarà un caso (per un credente nulla può essere considerato fortuito, ma tutto rientra in un preciso disegno divino) che il Card. Joseph Ratzinger sia stato eletto Papa nel 2005, quarantesimo anniversario della conclusione del Vaticano II. Ebbene, una delle prime problematiche affrontate dal nuovo Pontefice è stata proprio l’interpretazione da dare al Concilio. Lo fece nel memorabile discorso alla Curia Romana del 22 dicembre 2005 (otto mesi dopo la sua elezione). In quell’occasione Benedetto XVI pose questa domanda: «Perché la recezione del Concilio, in grandi parti della Chiesa, finora si è svolta in modo così difficile?». Domanda a cui diede la seguente risposta:

«Tutto dipende dalla giusta interpretazione del Concilio o — come diremmo oggi — dalla sua giusta ermeneutica, dalla giusta chiave di lettura e di applicazione. I problemi della recezione sono nati dal fatto che due ermeneutiche contrarie si sono trovate a confronto e hanno litigato tra loro. L’una ha causato confusione, l’altra, silenziosamente ma sempre più visibilmente, ha portato frutti. Da una parte esiste un’interpretazione che vorrei chiamare “ermeneutica della discontinuità e della rottura”; essa non di rado si è potuta avvalere della simpatia dei mass-media, e anche di una parte della teologia moderna. Dall’altra parte c’è l’“ermeneutica della riforma”, del rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa, che il Signore ci ha donato; è un soggetto che cresce nel tempo e si sviluppa, rimanendo però sempre lo stesso, unico soggetto del Popolo di Dio in cammino».

E proseguiva illustrando i tratti essenziali delle due contrapposte “ermeneutiche” e i diversi frutti della loro applicazione. Non possiamo ora noi ripercorrere tutta l’argomentazione di Papa Ratzinger; ciascuno, per proprio conto, potrà leggersi nella sua interezza il discorso nei tradizionali repertori di documentazione ecclesiale (ce n’è uno ormai alla portata di tutti: il sito web della Santa Sede www.vatican.va). Per il momento ci accontenteremo di rilevare solo alcuni punti:

1. Il discorso del 22 dicembre 2005, pur essendo formalmente un’allocuzione per la presentazione degli auguri natalizi, trattandosi del primo grande discorso del pontificato, assume un valore che potremmo definire “programmatico”.

2. Il problema della corretta interpretazione del Concilio, a quarant’anni dalla sua conclusione, riveste un’importanza fondamentale in questo momento critico nella vita della Chiesa. Non è più possibile continuare a ripetere i soliti stereotipi; occorre assumere un atteggiamento critico, non per mettere in discussione il Concilio, ma per chiedersi che cosa esso ha detto veramente, se il suo messaggio è stato compreso correttamente, se i suoi insegnamenti sono stati realmente attuati e quali ne sono stati i risultati.

3. Benedetto XVI, nel pieno esercizio delle sue funzioni magisteriali, come autentico interprete del Vaticano II, ce ne indica la corretta chiave di lettura: la cosiddetta “ermeneutica della riforma”, da lui spiegata come ermeneutica “del rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa”. D’ora in poi, i testi del Vaticano II non potranno più essere interpretati alla luce di un fantomatico “spirito del Concilio” (di cui non si conoscono con precisione i tratti e non si sa bene chi siano i custodi), ma alla luce della ininterrotta tradizione della Chiesa. Non perché in tale tradizione non sia possibile alcuno sviluppo, ma perché il rinnovamento va effettuato nella continuità della Chiesa, che rimane la stessa prima e dopo il Concilio.

4. Personalmente ritengo di trovare in questa “ermeneutica della continuità” la chiave di lettura non solo del Concilio, ma dello stesso pontificato di Benedetto XVI. Le sue decisioni, i suoi gesti possono essere capiti solo in questa luce. Molti dipingono Papa Ratzinger come un Pontefice tradizionalista, nostalgico e restauratore; questo perché continuano ad applicare a lui gli usurati schemi ideologici che dividono sbrigativamente gli uomini fra progressisti e conservatori. Ma, così facendo, rischiano di non capire nulla della “politica” di Benedetto XVI. Se invece ci sforziamo di leggere i suoi molteplici interventi alla luce del criterio della “ermeneutica della riforma”, ecco che tutto acquisterà un senso. Papa Ratzinger non vuole riportare indietro le lancette della storia; vuole semplicemente che la Chiesa si rinnovi rimanendo sé stessa.

lunedì 5 aprile 2010

Gli auguri di Padre Musallam

Nei giorni scorsi ho ricevuto questa lettera da Padre Manuel Musallam, già parroco di Gaza e attualmente Presidente della Sezione cristiana della Commissione Relazioni internazionali “FATEH”, Membro della “Commissione islamico-cristiana di sostegno a Gerusalemmee ai Luoghi Santi” e Direttore della sede di quest'ultima a Birzeit. Non mi sono sentito di tenerla solo per me e perciò ho provveduto a tradurla e a condividerla con voi.


«Grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesú Cristo, che ha dato se stesso per i nostri peccati al fine di strapparci da questo mondo malvagio, secondo la volontà di Dio e Padre nostro, al quale sia gloria nei secoli dei secoli. Amen» (Gal 1:3-5).

La Pasqua si rivolge ai cristiani di tutto il mondo con un messaggio di speranza e di gioia, con l’eccezione di quelli della Terra Santa. Noi, cristiani di Palestina, siamo sotto occupazione da molti anni. Soffriamo con amarezza la separazione dai luoghi santi. Ci è negato il diritto di rendere culto a Gerusalemme. Diverse generazioni di cristiani non hanno mai potuto raggiungere Gerusalemme per visitare i luoghi santi.

L’occupazione ha sempre imposto ostacoli illegali. Quest’anno dobbiamo fare i conti con il muro di separazione dell’apartheid israeliana, con i controlli e i posti di blocco dei soldati israeliani che impediscono qualsiasi movimento e accesso a Gerusalemme. Tutte queste misure non solo soffocano il popolo palestinese, ma asfissiano anche la pace in Israele e Palestina.

Quest’anno tutte le Chiese celebrano insieme la grande solennità di Pasqua. Ma i cristiani non possono andare a Gerusalemme. Il detto “una terra senza popolo per un popolo senza terra” si riferisce in maniera soffocante e pericolosa alla nostra attuale situazione. Non significa che Gerusalemme è senza popolo, ma piuttosto che dovrebbe essere evacuata per essere data a un altro popolo senza Gerusalemme o senza terra. David Ben Gurion stesso lo aveva espresso senza esitazione nel 1937 dichiarando: «Dobbiamo espellere gli arabi e prendere le loro terre».

Ogni pietra del muro dell’apartheid, ogni colpo di piccone sotto la Moschea di Al-Aqsa, ogni casa distrutta da Israele intensificherà la resistenza e il risentimento. Mentre ogni cooperazione con i palestinesi darà a Israele la speranza per un futuro dominato da serenità e pace.

Quest’anno Gerusalemme assiste ai piú feroci attacchi sionisti per renderla giudaica, alterare le sue caratteristiche, espellere il suo popolo, distruggere le sue case, confiscare la sua terra, oltre a costruire numerosi insediamenti.

Noi piangiamo Gerusalemme; ci mancano le sue belle cerimonie. Quest’anno inoltre migliaia di turisti piangeranno con noi. Essi non potranno percorrere la Via crucis con i palestinesi. Non ci sarà folclore palestinese da scoprire o artigianato religioso arabo da portare con sé come souvenir, né preghiere locali, inni o musica da godere nella calda fede dei credenti di Palestina. Essi resteranno scioccati quando, entrando nel Santo Sepolcro, vi troveranno dentro la polizia israeliana. Troveranno facce di tutti i colori ma non la carnagione palestinese. Non riconosceranno nel volto della gente la fisionomia di Gesú, che nacque, visse e morí qui come palestinese.

Mentre si avvicina la Pasqua che nel mondo simbolizza la “liberazione dal peccato e dalla schiavitù”, la nostra speranza per la liberazione nazionale si sta perdendo all’orizzonte. La schiavitù e l’umiliazione dell’occupazione opprimono i cristiani palestinesi della Terra Santa. Non vediamo alcun orizzonte politico, la fine dell’occupazione, la speranza di ritorno per i profughi palestinesi, la possibilità di erezione di un nostro stato con Gerusalemme capitale, il diritto all’autodeterminazione, la liberazione di migliaia di prigionieri, la libertà di accesso e di movimento, la fine dell’assedio di Gaza, e la distruzione del muro dell’apartheid intorno a Gerusalemme. Siamo inoltre agitati dalla continua minaccia di nuove guerre. Siamo stremati dalle quotidiane umiliazioni, dalla fame, dalla sete, dalla disoccupazione e dall’assenza di uno sviluppo sostenibile nel nostro paese.

Siamo sconcertati per il totale silenzio del mondo. La comunità internazionale è incapace di dare attuazione alle stesse risoluzioni legali che furono manipolate ingiustamente e illegalmente per creare lo Stato di Israele. Tutti gli eventi accaduti prima, durante e dopo la guerra suscitano una grande paura nei nostri animi. La vita è davvero cambiata, ma verso l’abisso del peggio.

È da 5000 anni che costruiamo e accresciamo Gerusalemme, e non abbiamo mai smesso di farlo, eccetto durante l’occupazione che ha praticamente distrutto ciò che avevamo realizzato. Nel tentativo di cercare il proprio retaggio storico, l’occupazione ha costruito degli ibridi tutti per sé, annettendo deliberatamente alcuni dei nostri luoghi santi, dal momento che non riusciva a trovare tracce del suo patrimonio.

Gerusalemme era la città di Dio, della pace, della preghiera, ma si è trasformata nella città dell’uomo, della guerra e dell’odio. Invece di diventare la chiave delle porte del cielo, è diventata la chiave della guerra e del sangue. Invece di essere una possibile miniera di perdono, amnistia e riconciliazione, è stata resa un posto di diaspora, odio e ostilità. Gerusalemme, il luogo piú santo della terra, è divenuta il centro del peccato e del crimine, perché uno uccide l’altro, insultandolo e calpestando la sua dignità e il suo diritto a vivere. E dove l’uomo non ha dignità e non c’è rispetto per il diritto alla vita, la redenzione che abbiamo ricevuto da Gesú Cristo è entrata di nuovo nell’ora del male e nel potere delle tenebre (Lc 22:53). E l’ingiustizia sta soffocando di nuovo la verità (Rm 1:18) e la vittoria è stata inghiottita nella morte (cf 1 Cor 15:54).

Tuttavia la nostra fede ci spinge a superare la morte per vivere nello splendore della pace, in attesa della nostra gloriosa resurrezione nazionale, quando la nostra morte e umiliazione si trasformerà in vittoria sull’occupazione. Attendiamo l’ora quando «una nazione non alzerà piú la spada contro un’altra nazione, non impareranno piú l’arte della guerra» (Is 2:4) e la pace di Cristo regnerà nei nostri cuori, perché ad essa siamo stati chiamati in un solo corpo (cf Col 3:15), cristiani, musulmani ed ebrei.

Gerusalemme è nostra. Non è una terra contesa. Noi non chiediamo di condividere il lascito e l’eredità di Gerusalemme con Israele o con chicchessia. Non accettiamo il discorso dei leader israeliani secondo cui Gerusalemme è la capitale di Israele e costruire in essa è come costruire a Tel Aviv. Non accettiamo la pubblicazione distribuita dagli israeliani questa settimana in cui si cita la Torah, secondo la quale la terra è stata loro data con l’ordine di evacuarla dal suo popolo per renderla semplicemente ed esclusivamente uno stato ebraico.

La religione ebraica era una via verso la religione cristiana e tutte le profezie facevano riferimento a Gesú Cristo. «Ora è appunto ad Abramo e alla sua discendenza che furono fatte le promesse. Non dice la Scrittura: “E ai discendenti”, come se si trattasse di molti, ma: E alla tua discendenza, come a uno solo, cioè Cristo» (Gal 3:16). «Se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa» (Gal 3:29).

L’occupazione è un peccato e una forma di terrorismo; e quando ci si appoggia sui testi della Torah per uccidere un uomo o espellerlo e rimuoverlo dalla sua terra, essa assurge al livello di crimine contro l’umanità. Tutti i colpevoli dovrebbero essere giudicati da un tribunale criminale internazionale, prima di essere giudicati dal giusto tribunale di Dio. I sostenitori di questo discorso biblico e quelli che non lo condannano dànno a Israele il tempo e il pretesto di intensificare ulteriormente i suoi crimini contro il popolo palestinese. Perciò essi diventano complici di un “peccato contro le nazioni”, la cui punizione è in questo mondo.

Il nostro appello al mondo per Pasqua è un invito profetico. Noi siamo realmente preoccupati per il numero di palestinesi che rendono culto in questi luoghi santi per rivivere e glorificare Cristo e la sua parola, rendendo testimonianza alla sua morte e risurrezione. Ma ancora di piú temiamo che questi luoghi santi diventino monumenti storici o addirittura siano distrutti. Agli occhi dei leader israeliani questi luoghi sono considerati “luoghi pagani”, e chiunque li distrugge si avvicina a Dio. Molto tempo fa il leader sionista Teodoro Herzl disse: «Se un giorno entreremo in possesso di Gerusalemme e io sarò ancora in grado di fare alcunché, quando faremo questo, la mia prima azione sarà di purificarla a fondo. Io rimuoverò ogni cosa che non è santa e brucerò i monumenti anche vecchi di secoli».

Israele ci ha devastato e torturato nelle sue molte guerre. Noi vi chiediamo di considerare le ferite del popolo palestinese innocente e di aver compassione dell’olocausto palestinese, di cui siete testimoni con i vostri occhi, che toccate con le vostre mani, e conoscete quelli che hanno perpetrato questo crimine contro i nostri figli. Cercate con noi la giustizia che è madre della pace e sua incubatrice. Proteggeteci e difendete i nostri luoghi santi.

«Chiedete pace per Gerusalemme: vivano sicuri quelli che ti amano;
sia pace nelle tue mura, sicurezza nei tuoi palazzi.
Per i miei fratelli e i miei amici io dirò: “Su te sia pace!”.
Per la casa del Signore nostro Dio, chiederò per te il bene» (Sal 122:6-9).

Gesú è risorto e il mio popolo risorgerà.

Buona Pasqua.

Don Manuel Musallam

Birzeit, 20 marzo 2010

sabato 3 aprile 2010

Sabato Santo


«Lo piangeranno come si piange il primogenito» (Zc 12:10)


BUONA PASQUA A TUTTI!


mercoledì 31 marzo 2010

Bellezza e miserie di una madre

Alcuni mesi fa avevo riportato su questo blog una delle Massime di perfezione cristiana del Beato Antonio Rosmini. Visto il momento che stiamo vivendo, giova rammentarla: «TERZA MASSIMA: rimanere in perfetta tranquillità circa tutto ciò che avviene per disposizione di Dio riguardo alla Chiesa di Gesú Cristo, lavorando per essa secondo la chiamata di Dio» (il resto della lezione potete leggerlo qui).

Ma siccome pare che ormai il pregiudizio contro la Chiesa cattolica non sia piú soltanto il “passatempo nazionale” in America (benissimo ha fatto Francesco Colafemmina a riportare l’articolo scritto dall’Arcivescovo di New York Timothy M. Dolan per il New York Times, mai pubblicato), ma anche in Europa e fra gli stessi cattolici, ho pensato che sia opportuno riportare qui un’altra delle Massime di perfezione di Rosmini, e precisamente la seconda:


«SECONDA MASSIMA: Orientare tutti i propri pensieri e le azioni all’incremento e alla gloria della Chiesa di Gesú Cristo.

1. Il primo desiderio che nel cuore del cristiano viene generato dal desiderio supremo della giustizia, è il desiderio dell’incremento e della gloria della Chiesa di Gesú Cristo. Chi desidera la giustizia desidera tutta la possibile gloria di Dio desidera qualsiasi cosa sia cara a Dio. Ora, il cristiano sa per fede che tutte le compiacenze del Padre sono riposte nel suo unigenito Figlio Gesú Cristo, e sa che le compiacenze dell’unigenito Figlio Gesú Cristo sono riposte nei suoi fedeli, i quali formano il suo regno.

2. Dunque il cristiano non può mai sbagliare quando si propone tutta la Santa Chiesa come oggetto dei suoi affetti, dei suoi pensieri, dei suoi desideri e delle sue azioni. Egli conosce con certezza la volontà di Dio a questo proposito. Sa con certezza che la volontà di Dio è questa: che la Chiesa di Gesú Cristo sia il grande strumento per mezzo del quale il suo nome venga glorificato pienamente.

3. Il cristiano può dubitare circa qualunque cosa particolare se Dio voglia renderla strumento della sua gloria in un modo o in un altro. Ma riguardo a tutta la Chiesa di Gesú Cristo non può dubitare. Sa con certezza che essa è stabilita come il grande strumento e il grande mezzo della sua glorificazione davanti a tutte le creature intelligenti.

4. Non potrebbe essere altrettanto sicuro quando si trattasse di una sola parte non essenziale al grande corpo della santa Chiesa. Egli deve dare i suoi affetti a tutta intera l’immacolata sposa di Gesú Cristo, ma non allo stesso modo a tutto ciò che potrebbe formarne una parte e che Dio non ha manifestato se veramente e stabilmente le appartenga. Non deve amare illimitatamente e incondizionatamente nessun mezzo particolare, anche se, considerato in se stesso, potrebbe essere strumento per la gloria di Dio, se Dio volesse. Può darsi che Dio, le cui vie sono sconosciute ai pensieri e ai giudizi degli uomini, respinga da sé quel mezzo. Ma quando si tratta di tutta la Chiesa, non c’è piú dubbio: Dio la elesse come strumento della sua gloria senza alcuna possibilità di pentimento per tutta l’eternità. Dunque il compito del cristiano che si propone di assecondare la propria vocazione e di seguire la perfezione, e che ha deciso di non far altro che cercare in tutte le cose la gloria di Gesú Cristo, necessariamente consiste nell’impegnare le sue forze a servire unicamente la santa Chiesa. Ad essa deve pensare in ogni modo possibile; per essa deve desiderare di logorare le proprie forze e di versare il proprio sangue, imitando Gesú Cristo e i martiri. [...]

6. Il cristiano sa, per le parole di Gesú, che la Chiesa che è in cammino qui in terra è fondata su una pietra contro cui non possono prevalere le forze dell’inferno. È fondata sul capo degli Apostoli San Pietro e sui suoi successori, i Pontefici Romani, supremi Vicari in terra di Gesú Cristo. Dunque egli sa, per divina rivelazione, che questa sede fu scelta per beneplacito del suo divin Fondatore, e che perciò non può mai venir meno. Si può dire perciò che essa è diventata, per questa elezione, la parte essenziale della Chiesa di Gesú Cristo. Tutte le altre sue parti si possono considerare solamente come accidentali, perché, singolarmente prese, non hanno ricevuto la promessa infallibile di non dover perire per qualche tempo. Dunque il cristiano dovrà nutrire in sé un affetto, un attaccamento e un rispetto illimitato verso la Santa Sede del Pontefice Romano. Senza alcun limite dovrà amare e procurare la vera e santa gloria, l’onore e la prosperità di questa parte essenziale dell’immacolata sposa di Gesú Cristo [...]».


Si tenga presente che chi scrisse le Massime è lo stesso che scrisse pure, piú o meno negli stessi anni, Le cinque piaghe della Santa Chiesa, uno cioè che conosceva a fondo i mali che affliggevano la Chiesa del suo tempo e che, nonostante tutto, non esita a chiamare questo corpo piagato “l’immacolata sposa di Gesú Cristo”. È lo stesso che, nei medesimi anni, viene a piú riprese inquisito (e, dopo la sua morte, addirittura condannato) da quella Santa Sede, “parte essenziale della Chiesa di Gesú Cristo”, senza che ciò gli impedisca di continuare ad amare quella madre.

Le due cose — la legittima denuncia delle piaghe della Chiesa e l’amore per essa — devono sempre andare insieme. La prima non può esistere, in un cristiano, se non come conseguenza della seconda: solo chi ama la Chiesa, ne desidera la purificazione; chi non ama la Chiesa, ne mette in piazza le miserie non per purificarla, ma semplicemente per denigrarla, nel piú o meno celato desiderio di vederla morire.

L’amore per la Chiesa porta a desiderarne l’incremento e la gloria; in taluni casi esso può giustificare anche una certa discrezione e riservatezza, oggi da tutti liquidata sbrigativamente come “omertà”. Personalmente, ci andrei piano a sparare certi giudizi.

L’altro giorno il Corriere della sera ha riportato una frase “sfuggita” al Card. Saraiva Martins: «Perché dei vescovi hanno taciuto? Cerchiamo solo d’essere intelligenti e onesti: se in una famiglia c’è un membro mascalzone, chi è che in quella famiglia va in piazza a denunciare e metterlo alla berlina? Semmai si cerca di salvaguardare il buon nome della famiglia». Una frase imbarazzante in questi giorni, che è stata presto dimenticata da tutti e che lo stesso Cardinale si è affrettato a precisare; ma che nasconde un fondo di verità e di buon senso che, in altri momenti, chiunque sarebbe stato disposto ad accettare.

Io rovescerei il problema: chi è quel figlio che metterebbe in piazza le miserie di sua madre? (non si può dire? è politicamente scorretto? non me ne importa nulla: io lo dico lo stesso). Ciò non significa che si debba impedire alla giustizia (canonica e civile) di fare il suo corso. Ciò che rifiuto è il processo mediatico in atto contro la Chiesa, che nulla ha a che vedere con l’accertamento giudiziario delle responsabilità dei singoli colpevoli. Ciò che non accetto è l’insinuazione nell’opinione pubblica dell’idea che la Chiesa sia un’associazione a delinquere e che il clero sia una banda di pedofili.

Anche se — bisogna dire — a quanto pare anni e anni di campagna diffamatoria negli Stati Uniti non hanno poi avuto un grande effetto, se è vero che per la prossima Pasqua migliaia di persone si preparano a entrare nella Chiesa cattolica (ZENIT)...

sabato 27 marzo 2010

Chi è senza peccato scagli la prima pietra!

Che noia! Gli immorali moralizzatori della Chiesa incominciano a essere ripetitivi e senza fantasia. Avete notato? Tutti i casi riportati in questi giorni dalla stampa internazionale (le solite testate: il New York Times, lo Spiegel, la Repubblica...), oltre a essere stravecchi, erano già risaputi, penalmente chiusi e abbondantemente chiariti. Qualche tempo fa si accusava la Chiesa di non denunciare alla magistratura i preti pedofili; negli ultimi casi denunciati dal New York Times, non potendo lanciare quest’accusa (dal momento la magistratura era, sí, intervenuta, ma aveva archiviato il caso), si giunge all’impudenza di insegnare alla Chiesa il suo mestiere: “Perché il Padre Murphy non è stato ridotto allo stato laicale?”. Ma fatevi i fatti vostri! Chi vi ha nominato giudici nel foro ecclesiastico?

En passant, godetevi questa perla, che dimostra la competenza di certi giornalisti. Ieri sul Quotidiano Nazionale (Il Giorno, Il Resto del Carlino, La Nazione) Roberto Giardina ha scritto che Ratzinger «era a capo della Propaganda Fidae (!), come si indica oggi la Santa Inquisizione», dimostrando di saperne molto di cose ecclesiastiche (e di latino).

Tornando al nostro discorso, direi che non c’è da temere piú di tanto da questa campagna diffamatoria contro la Chiesa: si tratta delle solite accuse trite e ritrite; segno che non hanno altri argomenti da usare. Ma proprio per questo, come Chiesa, dovremmo stare attenti a non prendere troppo sul serio tali accuse; non perché non esista una situazione reale a cui va posto rimedio (con i mezzi propri della Chiesa, spirituali e canonici); ma perché, se non ci si muove con lucidità e con fermezza, e ci si lascia trascinare sul loro terreno, il rischio è quello di distruggere la Chiesa.

Che ci sia un complotto contro la Chiesa (in particolare contro il Papa e i Vescovi), dovrebbe essere ormai appurato. Le accuse che vengono mosse sono meramente strumentali: come ho già scritto, ai censori della Chiesa nulla interessa delle vittime della pedofilia, né dei preti pedofili, né della purezza della Chiesa stessa. A loro interessa solo scardinare la Chiesa (chiedendo le dimissioni di Vescovi e addirittura del Papa stesso; creando divisioni tra i fedeli, fra laici e clero, fra Vescovi e Papa; pretendendo la sua totale sottomissione al foro civile e limitando in tal modo la sua autonomia) e snaturarla (come ci ricorda quest’oggi Giuliano Ferrara: possibile che un laico debba rammentare alla Chiesa il suo carattere distintivo e le sue peculiarità irrinunciabili? Alle osservazioni di Ferrara io aggiungerei un altro paio di pericoli, forse ancora piú sottili: l’illusione — càtara e illuministica — di una Chiesa tutta pura, che ignora le dinamiche del peccato e della grazia; e la trasformazione di essa in una onlus dei buoni sentimenti totalmente subalterna al potere, come è avvenuto per le comunità protestanti).

A questo proposito vi inviterei a leggere, su AsiaNews, la testimonianza di un missionario italiano in Thailandia, che vive quotidianamente a contatto con le vittime della pedofilia: questo è l’approccio cattolico al problema, non quello che vorrebbero imporci i media nelle mani della massoneria. Nei paesi del terzo mondo — posso dirlo per esperienza diretta — il problema della pedofilia (specialmente in famiglia) è una piaga estremamente diffusa, e la Chiesa è una delle poche organizzazioni che se ne occupa attraverso una rete di comunità di recupero (che non sbattono il mostro in prima pagina, ma nell’ombra curano amorevolmente le ferite delle vittime).

Dicevo che non dobbiamo prendere troppo sul serio le accuse che vengono rivolte in questi giorni alla Chiesa (nel senso che non dobbiamo stare al gioco che vorrebbero imporci, anche perché è dimostrato che, se si rimane sulla difensiva, non ci sarà mai nessuna difesa sufficiente: lo abbiamo già visto a proposito dell’Olocausto; lo sperimentiamo ora a proposito della pedofilia). Ma questo non significa che non dobbiamo prenderle sul serio. Voglio dire che bisogna imparare a reagire a muso duro: rispondere a tono; controbattere; smascherare l’ipocrisia degli accusatori; perseguire, se necessario, le vie legali. Naturalmente questo non deve farlo il Papa, il quale fa bene a mantenere l’atteggiamento severo, ma di alto profilo, che ha assunto. Ma può e deve essere fatto da qualcun altro nella Chiesa. C’è bisogno di una task-force specializzata. Diventa, a mio parere, sempre piú urgente la costituzione, proposta dal mio ex-alunno David Rossi e, piú recentemente, da Raffaella), di una Anti-Defamation League cattolica.

In questi giorni si va diffondendo l’idea che la buona fama della Chiesa non abbia alcuna importanza. D’accordo che il buon nome della Chiesa non sia l’unico valore e che esso vada coniugato con altri valori altrettanto importanti; ma non possiamo rimanere indifferenti di fronte alla diffamazione della Chiesa. Se siamo giustamente preoccupati della profanazione dei sacramenti, non dovremo forse esserlo anche della profanazione di quello che è il “sacramento universale della salvezza”? Quando la Chiesa viene ingiustamente attaccata, è giusto che si difenda. Gesú, quando veniva “messo alla prova”, sapeva come reagire. Possibile che, quando la Chiesa, some la donna adultera, viene messa in mezzo e accusata di flagrante adulterio, non ci sia nessuno che abbia il coraggio di rispondere senza complessi: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei» (Gv 8:7)?

martedì 23 marzo 2010

Il momento dell'unità

Ormai tutto quello che si poteva dire sulla lettera del Papa ai cattolici d’Irlanda è stato detto. Sarebbe del tutto inutile ripetere cose già lette. Da parte mia aggiungerò solo che il Santo Padre è stato capace di mantenere un difficilissimo equilibrio, specialmente nell’attuale congiuntura, nella quale, sotto la spinta delle pressioni e delle emozioni, è estremamente facile propendere per una certa soluzione, dimenticando le esigenze altrettanto importanti di posizioni diverse.

Tanto per fare un esempio, fra gli innumerevoli articoli che sono stati pubblicati, ne prendo due che esprimono posizioni opposte: da una parte quello di Francesco Peloso sul Riformista, che lamenta che «il documento lascia molti nodi irrisolti» (personalmente, considero pregi i punti deboli della lettera evidenziati da Peloso); dall’altra, l’articolo di Gianfranco Zizola sulla Repubblica, che sottolinea l’assenza della “medicina della misericordia” nella lettera del Papa (ma che lettera ha letto Zizola?).

Non so però che cosa arriverà al grande pubblico di questo raro equilibrio, dal momento che ben pochi leggeranno la lettera nella sua interezza e si accontenteranno dei sunti e delle presentazioni dei giornali, che spesso ne travisano completamente il contenuto. Un esempio: se voi leggete che i preti pedofili dovranno rispondere a Dio e ai tribunali umani, che cosa capite? Che dovranno essere denunciati, magari dai loro Vescovi, alla magistratura civile. Ma, se andate a leggere il testo, vi accorgerete che non sta scritto da nessuna parte. Quel che vi si legge è ben diverso: «Dovete rispondere di ciò davanti a Dio onnipotente, come pure davanti ai tribunali debitamente costituiti».

Ma vorrei soffermarmi su un altro punto, che finora è stato alquanto trascurato e che a me sembra invece di capitale importanza: la situazione dei Vescovi che sono rimasti coinvolti, loro malgrado, in questi casi. Non vorrei che, alla fine, siano proprio loro a dover subire le maggiori conseguenze di tutta questa situazione. E, se devo essere sincero, ho l’impressione che siano proprio loro l’obiettivo principale di questa campagna ufficialmente contro la pedofilia, di fatto contro la Chiesa (perché non ci si sdegna contro la pedofilia in altri ambienti come contro quella che avviene nella Chiesa?).

Vedete, in fondo, i preti pedofili, se subiscono delle pene per il loro comportamento, se lo sono meritato. Anzi mi meraviglia la delicatezza usata dai giornali nei loro confronti (avete notato che di solito vengono citati con le sole iniziali?). Gli strali dei pubblici moralizzatori non si scagliano tanto contro i pedofili, quanto piuttosto contro i Vescovi (di cui si fanno nome e cognome e si chiedono pubblicamente le dimissioni), che li hanno coperti. Ciò che viene rinfacciato alla Chiesa non è tanto il comportamento peccaminoso (e criminale) di alcuni preti (del resto non raramente condiviso dagli accusatori piú arrabbiati), quanto piuttosto le “coperture”, l’“occultamento” dei casi, l’“insabbiamento” delle pratiche, il clima di “omertà” che esisterebbe nella Chiesa. E in questa polemica è ovvio che i principali bersagli sono appunto i Vescovi, i quali, nel migliore dei casi, “non potevano non sapere” (colpa, a quanto pare, sufficiente per esigere le loro dimissioni).

Lasciate pertanto che spezzi una lancia a favore di questi poveri Vescovi, che spesso si sono trovati, senza alcuna colpa, coinvolti in questi casi, hanno cercato e pensato di fare del loro meglio, e oggi vengono accusati di complicità. Diciamo subito che forse in alcuni casi non si sono resi pienamente conto della gravità della situazione. Probabilmente è vero che in molti casi l’unico provvedimento da loro preso è stato il trasferimento. Ma, del resto, non è, questa, una delle pene previste dal diritto canonico (magari usando altre espressioni, come “proibizione o ingiunzione di dimorare in un determinato luogo”)?

Diciamo la verità, non è che finora esistessero norme cosí chiare e precise riguardo ai casi di pedofilia. La tanto citata istruzione Crimen sollicitationis del 1962 si riferisce, appunto, alla sollecitazione al peccato contro il sesto comandamento nell’atto o in occasione o col pretesto della confessione sacramentale (nell’attuale CIC, can. 1387). Non sempre i reati di pedofilia sono connessi con la confessione. La Crimen sollicitationis dedica alla pedofilia solo un articolo (n. 73). C’è voluta la lettera Ad exsequendam del 2001 per inserire «il delitto contro il sesto comandamento del Decalogo commesso da un chierico con un minore al di sotto dei 18 anni di età» fra i delitti piú gravi riservati alla Congregazione per la dottrina della fede. Ora, ritengo che i Vescovi possano essere incolpati solo se sono andati contro le norme previste da questi due documenti (se per esempio, dopo il 2001, non avessero deferito tali casi alla CDF). In caso contrario, di che cosa possono essere accusati?

So già la risposta: di occultamento e di insabbiamento; i Vescovi non hanno denunciato alla magistratura i casi di cui sono venuti a conoscenza. Mi si dica, per favore, dove stava (e dove sta) scritto. Anzi, nella Crimen sollicitationis era ingiunto il “segreto del Sant’Uffizio”, sotto pena di scomunica (n. 11; cf n. 70). Anche nella nuova normativa (lettera Ad exsequendam), è esplicitamente detto che «le cause di questo genere sono soggette al segreto pontificio». A tale proposito, non mi sembra corretto confondere il “segreto pontificio”, che è giuridicamente ben definito e regolamentato (si veda l’istruzione Secreta continere del 4 febbraio 1974), con il semplice “segreto istruttorio”.

Oltre tutto, nel vecchio Codice di diritto canonico era previsto il privilegium fori (can. 120 CIC 1917). Perché un Vescovo avrebbe dovuto denunciare un suo sacerdote alla magistratura civile? Oggi la sensibilità sta cambiando; il Papa invita i Vescovi irlandesi a «cooperare con le autorità civili nell’ambito di loro competenza», ma non chiede loro di piú. Quindi non mi sembra giusto incolpare i Vescovi di colpe che non hanno. Se si vuole che i Vescovi agiscano in maniera diversa, occorre cambiare le norme e dire con precisione come devono comportarsi, d’ora in poi, in casi simili.

Non vorrei che i Vescovi diventassero i capri espiatori di una situazione piú grande di loro. Stiamo soprattutto attenti a non introdurre nella Chiesa pericolosissime fratture: il Papa è buono perché sta dalla parte delle vittime; i Vescovi sono cattivi perché coprono i preti pedofili. Se cosí fosse, sarebbe la piú grossa vittoria dei nemici della Chiesa, che dopo aver fallito a incastrare il Papa in questa vicenda, sarebbero riusciti a dividere la Chiesa. Non è questo il momento delle divisioni, ma quello dell’unità, necessaria per far fronte alle sfide interne ed esterne alla Chiesa.

giovedì 18 marzo 2010

Omelia del Card. Brady

Omelia del Card. Seán Brady, Arcivescovo di Armagh e Primate di tutta l'Irlanda, nella solennità di San Patrizio, St. Patrick's Cathedral, Armagh, 17 marzo 2010:


My sisters and brothers in Christ.

Today, Irish people across the world are remembering St Patrick and the land of their birth. Most will do so with joy and pride. They will celebrate the enormous contribution of this nation to the Christian faith and heritage across the world. They will celebrate a people renowned for generosity to others in need.

Ireland and its people have much to be proud of.

Yet every land and its people have moments of shame.

Dealing with the failures of our past, as a country, as a Church, or as an individual is never easy. Our struggle to heal the wounds of decades of violence, injury and painful memory in Northern Ireland are more than ample evidence of this.

There is always tension between the possibilities we aspire to and our wounded memories and past mistakes.

Saint Patrick, our national Apostle, our patron Saint, knew this tension throughout his life. Even as he brought the joy and life of the Gospel to the Irish people, he was haunted by the sins of his past. We recall the famous opening words of his Confession: ‘I, Patrick, a sinner, and the least of all the faithful’.

In today’s Gospel, Saint Peter wrestled with his own sinfulness while still answering Jesus’ call to become a fisher of men. Jesus calls Peter to ‘put out into the deep’. Peter responds: ‘Leave me Lord, I am a sinful man.’

We all experience this tension between being called to follow Jesus – to live up to his values - and the reality of our sinful nature. There is true freedom in humbly acknowledging – like the wounded healers Peter and Patrick – the full truth of our sinfulness.

This week a painful episode from my own past has come before me. I have listened to reaction from people to my role in events thirty five years ago. I want to say to anyone who has been hurt by any failure on my part that I apologise to you with all my heart. I also apologise to all those who feel I have let them down. Looking back I am ashamed that I have not always upheld the values that I profess and believe in.

These are momentous times for the Church in Ireland.

I believe the two years leading up to the Fiftieth International Eucharistic Congress in Dublin will be among the most critical for us since the time of St. Patrick. I deeply believe that God is calling us to a new beginning, to a time of Patrician energy, reform and renewal. I look forward to the Pastoral Letter of Pope Benedict XVI to the Faithful of Ireland as one important source for this renewal.

The Gospel we have just read, and the life of St. Patrick, also offers us some principles for this renewal.

Firstly, renewal begins with a sincere, prayerful listening to the Word of God. We have just heard how the crowds pressed around Jesus, hungry for his Word - the Word of life itself.

Secondly, we need to listen to the Spirit as the source of our renewal. St. Patrick heard the Spirit’s call in the ‘voice of the Irish’. As we search for the voice of the Spirit in our time, the Irish faithful must be involved more effectively within the Church.

Finally, we must humbly continue to deal with the enormity of the hurt caused by abuse of children by some clergy and religious and the hopelessly inadequate response to that abuse in the past.

I believe the period up to the Eucharistic Congress has to involve a sincere, wholehearted and truthful acknowledgement of our sinfulness. Like St. Patrick, like St. Peter, we as Bishops, successors of the Apostles in the Irish Church today must acknowledge our failings. The integrity of our witness to the Gospel challenges us to own up to and take responsibility for any mismanagement or cover-up of child abuse. For the sake of survivors, for the sake of all the Catholic faithful as well as the religious and priests of this country, we have to stop the drip, drip, drip of revelations of failure.

The Lord is calling us to a new beginning. None of us knows where that new beginning will lead. Does it allow for wounded healers, those who have made mistakes in their past to have a part in shaping the future? This is a time for deep prayer and much reflection. Be certain that I will be reflecting carefully as we enter into Holy Week, Easter and Pentecost. I will use this time to pray, to reflect on the Word of God and to discern the will of the Holy Spirit. I will reflect on what I have heard from those who have been hurt by abuse. I will also talk to people, priests, religious and to those I know and love.

Pray for those who have been hurt. Pray for the Church. Pray for me.


domenica 14 marzo 2010

Delirio di onnipotenza

Eh no, mi sembra che si cominci a sragionare e a straparlare!

Ha cominciato ieri Mons. Luciano Pacomio con una intervista a La Stampa dove sosteneva che «per il diritto canonico non esiste immunità a nessun livello della gerarchia ecclesiastica».

Arriva oggi Luigi De Magistris a dire: «Non ritengo un tabú che Ratzinger possa rendere testimonianza ai giudici tedeschi di quanto sa sui casi di pedofilia denunciati in Germania» e ad auspicare la costituzione di «un nuovo soggetto giuridico internazionale che possa indagare sui casi di pedofilia che hanno colpito la Chiesa».

Ho l’impressione che si stia perdendo il senso della misura e ci si trovi dinanzi a un vero e proprio delirio di onnipotenza. Possibile che non ci sia alcun canonista che ricordi a questi signori che «PRIMA SEDES A NEMINE IUDICATUR» (can. 1404)?

sabato 13 marzo 2010

Calma e sangue freddo

Mentre ci stringiamo tutti intorno al Santo Padre in questo momento difficile — per altro ampiamente previsto — registriamo oggi con piacere la pubblicazione di due rilevanti contributi, che inviterei i lettori a leggere per intero. Si tratta di altri due tasselli da aggiungere al “mosaico” che abbiamo incominciato a comporre con l’ultimo post di questo blog. Entrambi gli interventi sono apprezzabili, perché si fondano su dati certi: riportano delle statistiche difficilmente contestabili. In un momento di confusione come quello attuale, mi sembra importante fare riferimento anche ai numeri, perché altrimenti si rischia di perdere di vista la reale consistenza dei fenomeni di cui si sta parlando.

Il primo contributo è l’intervento di Massimo Introvigne, che analizza ciò che sta accadendo in questi giorni da un punto di vista scientifico. L’autore descrive il fenomeno facendo ricorso alle categorie della sociologia. Mi sembra un approccio molto utile, per capire che cosa c’è dietro ai titoli che leggiamo sui giornali. Alle riflessioni di Introvigne, che sottoscrivo al cento per cento, aggiungerei solo alcune osservazioni sulla vicenda Regensburg, costruita praticamente sul nulla. I casi che sono stati portati, per dimostrare gli abusi avvenuti nel coro del Duomo, si riferivano agli anni Cinquanta-Sessanta: ciò significa che le vittime sono ora cinquantenni-sessantenni; i responsabili erano noti, erano stati già processati e condannati, e sono già morti. Perché tirare fuori proprio ora questi casi? In secondo luogo, avete notato come si sia giocato sull’equivocità del termine “violenza”, equiparando negli articoli un ceffone a una violenza sessuale? Si tratta di tecniche per creare, appunto, un “panico morale”.

Il secondo contributo è l’intervista, pubblicata oggi su Avvenire, con Mons. Charles J. Scicluna, promotore di giustizia della Congregazione per la dottrina della fede. Anche in questo caso mi sembra che si tratti di un contributo importante, perché rende noto come si muove la Chiesa; apre uno squarcio su quell’ordinamento canonico, di cui si parlava la volta scorsa. Fino ad ora l’idea che ci si è fatta attraverso i media è che i casi di pedofilia siano stati sempre e solo “coperti” e “insabbiati” dai Vescovi, i quali si sarebbero limitati a trasferire i preti coinvolti da una parrocchia all’altra, moltiplicando cosí gli abusi. Ci sono senz’altro stati anche questi casi, ma l’intervista ci manifesta l’altra faccia della medaglia: gli interventi canonici che ci sono stati in questi anni e la procedura che solitamente viene seguita in simili circostanze.

Ho voluto citare questi interventi, perché credo che possano essere utili a tutti, in questo momento, per non farci prendere dal panico e mantenere la calma e il sangue freddo, necessari in questi casi. È molto importante, nei momenti difficili, non reagire in maniera scomposta, sull’onda delle emozioni indotte dai media: il rischio è quello di commettere gravissimi errori e ingiustizie. Che ci debba essere collaborazione con le autorità civili, mi pare piú che ragionevole; ma non mi sembrano assolutamente fuori luogo (quasi fossero tentativi di frenare l’opera di pulizia intrapresa da Benedetto XVI) i richiami di chi ci rammenta che anche il peccato di pedofilia può essere assolto (e che non si può in nessun caso infrangere il sigillo sacramentale) o di chi ribadisce che «lo scandalo degli abusi va affrontato seguendo rigorosamente il diritto canonico» (si veda l’articolo di Giacomo Gaelazzi per La Stampa). Che il diritto canonico possa cambiare, è fuor di dubbio (lo stesso Mons. Scicluna sembrerebbe auspicarlo); ma scavalcarlo o ignorarlo, potrebbe essere estremamente pericoloso.

giovedì 11 marzo 2010

Qualcosa comincia a muoversi

Finalmente qualche sprazzo di luce! Dopo aver letto per lungo tempo, sulla questione della pedofilia, quasi solo slogan (“Trasparenza!”; “Tolleranza zero!”), finalmente si incomincia a ragionare. In questi giorni è stato possibile trovare qui è là delle riflessioni degne d’attenzione, qualche volta addirittura alcune verità scomode, che finora nessuno aveva avuto il coraggio di pronunciare. Credo che si tratti come delle tessere di un mosaico, che bisognerebbe incominciare a mettere insieme.

Secondo me, il primo a cui va riconosciuto il merito di aver affrontato l’argomento in una prospettiva nuova, questa volta è stato proprio Padre Lombardi, il quale ha detto alcune cose molto interessanti. Innanzi tutto, credo per la prima volta, è passato dall’atteggiamento difensivo, finora adottato, al contrattacco: «Certamente gli errori compiuti nelle istituzioni e da responsabili ecclesiali sono particolarmente riprovevoli, data la responsabilità educativa e morale della Chiesa. Ma tutte le persone obiettive ed informate sanno che la questione è molto piú ampia, e il concentrare le accuse solo sulla Chiesa porta a falsare la prospettiva. Solo per fare un esempio, i dati recentemente forniti dalle autorità competenti in Austria dicono che in uno stesso periodo di tempo i casi accertati in istituzioni riconducibili alla Chiesa sono stati 17, mentre ve ne sono stati altri 510 in altri ambienti. È bene preoccuparsi anche di questi». E poi ha ricordato una grande verità, che nei dibattiti finora svolti sull’argomento era stata sempre trascurata: «È bene ricordare ancora che la Chiesa vive inserita nella società civile e in essa assume le sue responsabilità, ma ha anche un suo ordinamento specifico distinto, quello “canonico”, che risponde alla sua natura spirituale e sacramentale, in cui quindi anche le procedure giudiziali e penali sono di natura diversa (ad esempio non prevedono pene pecuniarie o di privazione della libertà, ma impedimento di esercizio di ministero, privazione di diritti nel campo ecclesiastico, ecc.). Nell’ambito canonico il delitto di abuso sessuale di minori è sempre stato considerato uno dei piú gravi fra tutti, e le norme canoniche lo hanno costantemente riaffermato, in particolare la Lettera “De delictis gravioribus” del 2001, talvolta inopportunamente citata come causa di una “cultura del silenzio”».

Oggi poi sono stati pubblicati due commenti sul Corriere della sera, in entrambi dei quali si possono trovare utili spunti di riflessione. Alberto Melloni, in mezzo alle solite amenità, ha detto una verità che tutti sapevano, ma che nessuno finora aveva avuto il coraggio di pronunciare: «E probabilmente ha ragione anche l’analisi di chi vede in certe sequenze — il caso americano scoppiò giusto giusto quando Giovanni Paolo II si schierò contro la guerra di Bush in Iraq — lo zampino di una politica che non genera, ma approfitta della inettitudine dei vescovi». Vittorio Messori, da parte sua, innanzi tutto rivela un’altra verità scomoda: «Non pochi di coloro che si atteggiano a inflessibili moralizzatori, furono apostoli attivi della sessantottarda “liberazione sessuale”. Per coloro che non vissero quei tempi, sarà sorprendente un carotaggio tra tanti, troppi testi degli anni Settanta. Libertà di sesso, per chiunque e con chiunque! Bambini compresi, anzi questi per primi, per educarli da subito a una prospettiva “non repressiva”, a un “eros liberato”» (vedo ora con piacere anche il Card. Schönborn ha tirato fuori il problema, per me determinante, della “rivoluzione sessuale” del ’68). Molto interessante poi l’esperienza personale di Messori, avuta in ambienti rigorosamente laici. Lasciamo perdere la finale dell’articolo, forse valida per i “piccoli”, che non possono che rimanere scandalizzati da certe notizie, ma assolutamente inadeguata per quanti hanno promosso questa campagna contro la Chiesa.

Chiaramente non è ancora il momento di tirare conclusioni. Ma per lo meno si incomincia a intravvedere un approccio diverso al problema della pedofilia nella Chiesa. Prima di tutto ci si comincia a liberare dal complesso di inferiorità e di colpa che fin qui aveva caratterizzato tutte le reazioni ecclesiastiche. Si è iniziato a contrattaccare, non perché i fatti contestati non siano veri, ma perché è ormai assodato che si tratta esclusivamente di accuse strumentali: se gli accusatori della Chiesa fossero veramente interessati al bene dei bambini, denuncerebbero le violenze da qualunque parte provengono. Mentre invece interessano loro solo gli abusi operati dal clero cattolico: a questi sepolcri imbiancati, dei bambini non gliene importa niente; l’unica cosa che interessa loro è l’attacco alla Chiesa, e al Papa in particolare. Oramai è evidente la strategia: si è partiti dall’America (per i motivi espressi da Melloni), per passare poi all’Europa, cominciando dall’Irlanda e arrivando infine in Germania, guarda caso alle diocesi di Ratisbona e di Monaco (chissà perché). Il cerchio si stringe: in un modo o nell’altro, bisogna incastrare Papa Ratzinger. C’è solo da chiedersi se la tappa successiva sarà la Chiesa italiana. Staremo a vedere.

Ma un altro aspetto positivo è che la Chiesa sta prendendo coscienza della gravità del fenomeno e quindi della necessità di correre ai ripari. È una questione complessa, che richiederà tempo e impegno non indifferente; ma non è certo una questione che si risolve, come si vorrebbe far credere, con la “collaborazione con le autorità civili”. Come giustamente ci ha ricordato Padre Lombardi, la Chiesa ha un suo ordinamento interno, ed è lí che bisogna intervenire. Si tratta di ripensare da capo tutto il problema, sul piano teologico, ascetico, formativo, canonico e pastorale, con la disponibilità a fare, se ce ne fosse bisogno, autocritica per gli errori commessi e a introdurre eventuali correttivi. Ma si tratta di un lavoro da svolgere lontano dai riflettori dei media, che inevitabilmente condizionano e limitano la serenità, la lucidità e il rigore necessari in questi casi.

venerdì 5 marzo 2010

Processi mediatici

Anche il processo di beatificazione di Giovanni Paolo II si sta trasformando in una telenovela. Era inevitabile che finisse cosí. È ovvio che, una volta imboccata la strada del processo mediatico (non so se vi siete accorti che il processo si è finora svolto sui media piú che nelle austere aule dei tribunali ecclesiastici), si doveva essere pronti a certi colpi di scena. Il problema è che ormai stiamo cadendo nel ridicolo.

Tutto è cominciato con quell’improvvido “Santo subito!” dei funerali: fu presentato come la spontanea espressione della vox populi, ma poi qualcuno ha sollevato il sospetto che si trattasse di un’operazione ben pianificata da qualche “lobby”.

Atto secondo: le pressioni sul nuovo Pontefice si sono fatte cosí insistenti da costringerlo a derogare alla norma dei cinque anni per l’introduzione della causa di beatificazione. Ovviamente, il Papa era libero di rispondere alle pressioni in modo diverso; ma è innegabile che le pressioni ci siano state (non so se ricordate che, successivamente, alle insistenze di alcuni che chiedevano a Benedetto XVI l’approvazione dell’eroicità delle virtú di Pio XII, la Sala Stampa della Santa Sede rispose con un secco invito a non esercitare sul Santo Padre intollerabili pressioni).

All’introduzione della causa è seguito un processo-lampo, la cui velocità non può che suscitare qualche perplessità sulla scrupolosità adottata nelle procedure. Circolavano voci che non tutti i documenti fossero stati messi a disposizione. A quanto pare il voto dei consultori sull’eroicità delle virtú non è stato unanime.

Nel frattempo si è svolto il “processo” parallelo sui media: a parte gli articoli sui giornali e i servizi televisivi, i due volumi che non molto opportunamente sono stati pubblicati, interferendo pesantemente nel lavoro dei giudici. Prima il libro di Wanda Poltawska, Diario di un’amicizia, la cui pubblicazione è stata fortemente criticata dal Card. Dziwisz; poi quello del postulatore Slawomir Oder, Perché è santo, stroncato da Gianfranco Svidercoschi. Si pensava forse di affrettare la beatificazione; di fatto, la si è intralciata.

Poi c’è stata la dichiarazione dell’eroicità delle virtú, che è stata presentata come una specie di pre-beatificazione: erano state addirittura già proposte le date: o il 2 aprile o il 16 ottobre 2010. Dimenticando che, dopo la dichiarazione dell’eroicità delle virtú, è necessario che ci sia un altro processo per il miracolo; ma sembrava che si trattasse di semplici formalità: il miracolo c’era già e sembrava inoppugnabile. Ora sembra che non lo sia poi cosí tanto. Per carità, niente di strano nei processi normali; già, ma in questo caso non si tratta di un processo normale...

Poi c’è stato il concistoro per l’approvazione di alcune canonizzazioni (che si svolgeranno il 17 ottobre 2010), nel quale non si fa alcun cenno alla beatificazione di Papa Wojtyla. C’è subito qualcuno (anche nell’episcopato polacco) che manifesta il proprio disappunto.

Se posso esprimere il mio modesto parere, mi sembra che proprio non ci siamo. È vero che i tempi sono cambiati; è vero che le norme che regolano i processi di beatificazione e canonizzazione sono state modificate; però mi sembra che siamo arrivati a una situazione intollerabile. Ricordo che un tempo, nelle vite dei Servi di Dio, molto prudentemente si dichiarava che, in ossequio ai decreti di Urbano VIII, quanto scritto non voleva in alcun modo prevenire il giudizio della Chiesa e che ci si rimetteva alle decisioni della Sede Apostolica. Ora invece siamo di fronte a un susseguirsi di forzature, che stanno prestando un pessimo servizio a Giovanni Paolo II.

Direi proprio che sia giunto il momento di mettere un punto a questo andazzo. Non è questo il modo per procedere a beatificazioni e canonizzazioni; bisogna che tutto rientri nella normalità delle procedure, col rigore e la discrezione che queste prevedono. Se il processo, anziché richiedere cinque anni, ne richiederà dieci, venti o cinquanta, che importa? Perché tutta questa fretta? Se Giovanni Paolo II è santo, presto o tardi verrà pubblicamente riconosciuto. Perché voler a tutti i costi bruciare le tappe, col rischio di seminare dei sospetti, poi difficilmente rimediabili?

martedì 2 marzo 2010

Fieri di certi Vescovi

Sandro Magister pubblica oggi sul sito www.chiesa il testo della conferenza tenuta ieri sera a Houston dall’Arcivescovo di Denver Charles J. Chaput su “La vocazione dei cristiani nella vita pubblica americana”. Si tratta di un documento che merita di essere letto. Ne parlo qui perché si ricollega a un punto da me toccato nel post della settimana scorsa. Se ricordate, scrivevo: «Si è partiti con l’idea — di per sé positiva — di laicità dello Stato; dalla rivendicazione di una legittima autonomia dello Stato dalla Chiesa, si è poi passati a quella di indipendenza e di totale separazione; poi si è proceduto al graduale smantellamento di quella cultura e di quel patrimonio di valori morali, che erano alla base della convivenza civile». Mi riferivo alla situazione italiana; ma, a quanto pare, il discorso vale anche, e forse in misura maggiore, per gli Stati Uniti. Questo paese è sempre stato una democrazia, che presupponeva un sistema di valori fondati sulla religione cristiana (sia pure protestante); a un certo punto, secondo l’interessante analisi del prelato americano, è stato introdotto surrettiziamente il principio di separazione fra Stato e Chiesa, estraneo alla tradizione americana, che ha portato alla situazione attuale.

Non entro nel merito della questione storiografica delle responsabilità del Presidente Kennedy. Certo, si tratta di una questione di estremo interesse; ma non ho gli elementi per pronunciarmi. Apprezzo però il coraggio, l’anticonformismo, la parrhesia, con cui si esprime Mons. Chaput. Confesso che lo conoscevo molto superficialmente, senza aver mai letto nulla di suo. Questa conferenza è stata per me una rivelazione: sono rimasto molto bene impressionato da questo Vescovo di origini indiane. Sembra quasi che ci troviamo di fronte a una nuova generazione di Vescovi, su cui la Chiesa può fare affidamento.

E questo mi porta a fare una ulteriore riflessione. Recentemente lo stesso Magister si soffermava sulle tensioni che si sarebbero create tra la Segreteria di Stato e alcuni episcopati nazionali (vedi qui): non solo quello italiano, ma anche quello brasiliano (per la questione della bambina costretta ad abortire) e quello statunitense (per l’atteggiamento da tenere nei confronti della presidenza Obama).

Ebbene, mi veniva da fare la seguente riflessione. Nel passato Roma si trovava a fronteggiare episcopati che spesso ne contestavano l’insegnamento dottrinale e morale: in Europa motivo del contendere era soprattutto la contraccezione; in America Latina, la teologia della liberazione. Gli anni del pontificato di Giovanni Paolo II sono stati quelli in cui ci si è sforzati di procedere a un ricambio dei Vescovi, in modo da avere un episcopato in linea col magistero pontificio. Non è stato facile: ancora ci sono casi di singoli presuli o di intere conferenze episcopali che fanno fatica ad allinearsi con Roma; ma, in generale, si può dire che le Chiese locali siano in comunione con gli insegnamenti pontifici in materia morale, specialmente per quanto riguarda la difesa della vita. Anzi, si direbbe che in qualche caso (come, per esempio, negli Stati Uniti) si sia creata una sensibilità ignota alle Chiese europee.

Appare quindi quanto meno singolare che ora la Santa Sede si trovi ad avere problemi proprio con quei Vescovi e quegli episcopati che hanno fatto della difesa della vita la loro bandiera. Invece di essere contenti che esistano certi Vescovi, li si critica. Sono d’accordo che in tutte le cose, e quindi anche nella difesa della vita, c’è bisogno di equilibrio; ma sono altrettanto convinto che, nelle situazioni locali, gli unici qualificati a discernere sull’opportunità di certi interventi sono i Vescovi del luogo, che conoscono a fondo la situazione. Come dicevo in altra occasione, il fatto di stare a Roma non è di per sé garanzia di infallibilità: il dogma dell’infallibilità riguarda esclusivamente il Sommo Pontefice quando si pronuncia ex cathedra in materia di fede e di morale; i dicasteri della Curia Romana — men che meno la Segreteria di Stato — non godono della medesima prerogativa: loro compito è, semmai, quello di promuovere la comunione fra la Sede di Pietro e le Chiese particolari. Per non parlare dello scandalo che potrebbe provocare nei fedeli anche il solo sospetto che Roma, alla difesa dei principi, preferisca la politica e la diplomazia.