martedì 25 maggio 2010

Né eroi né nevrotici. Semplicemente, uomini

Mi sembra quanto mai opportuno riportare, in una mia traduzione, questa lettera, scritta da un missionario salesiano uruguayano al New York Times (che naturalmente si è ben guardato dal pubblicarla). Potete trovare l’originale spagnolo nel blog El Diario de Ima.


Caro fratello e sorella giornalista,

sono un semplice sacerdote cattolico. Mi sento felice e orgoglioso della mia vocazione. È da venti anni che vivo in Angola come missionario.

Mi fa molto soffrire che persone, che dovrebbero essere segnali dell’amore di Dio, diventino un pugnale nella vita degli innocenti. Non ci sono parole che giustifichino tali atti. Non c’è dubbio che la Chiesa non può stare se non affianco dei deboli e dei piú indifesi. Per cui tutte le misure prese per la protezione e la prevenzione della dignità dei bambini saranno sempre una priorità assoluta.

Vedo in molti mezzi di informazione, soprattutto sul vostro giornale, l’amplificazione di questo tema in una forma morbosa, indagando nei dettagli la vita di qualche sacerdote pedofilo. Cosí appare uno di una città degli USA degli anni Settanta, un altro in Australia degli anni Ottanta e cosí via, altri casi recenti... Certamente tutto riprovevole! Si vedono alcune presentazioni giornalistiche ponderate ed equilibrate, altre esagerate, piene di pregiudizi e che arrivano fino all’odio.

È curiosa la poca informazione e il disinteresse per migliaia e migliaia di sacerdoti che si consumano per milioni di bambini, per gli adolescenti e i piú sfavoriti nei quattro angoli del mondo! Penso che al vostro mezzo di informazione non interessi che io abbia dovuto trasportare, su strade minate, nell’anno 2002, molti bambini denutriti da Cangumbe a Lwena (Angola), giacché né il governo era disposto né le ONG erano autorizzate; che abbia dovuto seppellire decine di piccoli deceduti fra i profughi di guerra e quelli che son tornati; che abbiamo salvato la vita a migliaia di persone a Moxico, grazie all’unico posto medico in 90.000 kmq, cosí come con la distribuzione di alimenti e sementi; che in questi dieci anni abbiamo dato la possibilità di educazione e scuole a piú di 110.000 bambini... Non desta interesse che con altri sacerdoti abbiamo dovuto soccorrere la crisi umanitaria di circa 15.000 persone negli acquartieramenti della guerriglia, dopo la loro resa, perché non arrivavano gli alimenti del governo e dell’ONU. Non fa notizia che un sacerdote di 75 anni, Padre Roberto, durante le notti, percorra le vie di Luanda curando i “ragazzi di strada”, portandoli in una casa di accoglienza, perché si disintossichino della benzina; che dei sacerdoti alfabetizzino centinaia di carcerati; che altri, come Padre Stefano, tengano case di passaggio per i ragazzi picchiati, maltrattati e violentati o che cercano un rifugio. E neppure che Fra Maiato, con i suoi 80 anni, passi casa per casa confortando gli infermi e i disperati. Non fa notizia che piú di 60.000 dei 400.000 sacerdoti e religiosi abbiano lasciato la loro terra e la loro famiglia per servire i loro fratelli in un lebbrosario, in ospedali, campi di rifugiati, orfanotrofi per bambini accusati di maleficio o orfani di genitori morti di AIDS, in scuole per i piú poveri, in centri di formazione professionale, in centri di attenzione ai sieropositivi... e soprattutto, in parrocchie e missioni dando motivazioni alla gente per vivere e per amare.

Non fa notizia che il mio amico Padre Marcos Aurelio, per salvare alcuni giovani durante la guerra in Angola, li abbia trasportati da Kalulo a Dondo e, tornando alla sua missione, sia stato mitragliato lungo la strada; che Fratel Francisco, con cinque signore catechiste, per andare ad aiutare nelle aree rurali piú lontane, sia morto in un incidente stradale; che decine di missionari in Angola siano deceduti, per mancanza di soccorso sanitario, per una semplice malaria; che altri siano saltati in aria a causa di una mina, mentre andavano a visitare la loro gente. Nel cimitero di Kalulo ci sono le tombe dei primi sacerdoti che arrivarono nella regione... Nessuno supera i 40 anni.

Non fa notizia accompagnare la vita di un sacerdote “normale” giorno per giorno, nelle sue difficoltà e gioie, mentre, senza far rumore, consuma la sua vita a favore della comunità che serve.

La verità è che non cerchiamo di fare notizia, bensí di portare la Buona Notizia, quella notizia che, senza rumore, cominciò la notte di Pasqua. Fa piú rumore un albero che cade che una foresta che cresce. Non pretendo di fare un’apologia della Chiesa e dei sacerdoti. Il sacerdote non è né un eroe né un nevrotico. È un semplice uomo, che con la sua umanità si sforza di seguire Gesú e servire i suoi fratelli. Ci sono miserie, povertà e fragilità, come in ogni essere umano; ma anche bellezza e bontà, come in ogni creatura...

Insistere in forma ossessiva e persecutoria su un tema, perdendo la visione d’insieme, crea in realtà caricature offensive del sacerdozio cattolico, nelle quali mi sento offeso.

Solo Le chiedo, amico giornalista, di cercare la Verità, il Bene e la Bellezza. Questo La farà nobile nella Sua professione.

In Cristo,

Padre Martín Lasarte, SDB


Rilevo, con un pizzico di amarezza, che una tale apologia non avrebbe dovuto farla un missionario... Ben vengano gli inviti alla penitenza, sempre necessari. Ma quando agli attacchi dei nemici della Chiesa si aggiungono i rimproveri, insistenti e pressoché esclusivi, dei propri Pastori, diciamo la verità, si finisce per sentirsi un po’ abbandonati. Quando, non solo sul New York Times ma anche nella Chiesa, sembrerebbe che tutte le attenzioni debbano concentrarsi esclusivamente su Padre Maciel, il Card. Groer e Don Cantini, beh diciamo pure che ci si sente un po’ scoraggiati. Ogni tanto, non dispiacerebbe sentire anche una parola di incoraggiamento.

domenica 2 maggio 2010

San Francesco Saverio Maria Bianchi

L’altro giorno il blog Messainlatino ha pubblicato alcune “Orazioni giaculatorie per allontanare i divini flagelli” composte dal santo barnabita Francesco Saverio Maria Bianchi. Chi era costui? Se qualcuno fosse interessato ad approfondire la figura, straordinaria ma poco conosciuta, di questo religioso, può leggersi la seguente relazione, da me svolta lo scorso 23 aprile nella chiesa di Santa Maria di Caravaggio a Napoli (dove si venerano le reliquie del Santo), nellambito di un convegno organizzato dalla Provincia Italiana Centro-Sud dei Barnabiti in occasione dellAnno sacerdotale. Al convegno è intervenuto anche il Vescovo di Sora-Aquino-Pontecorvo Mons. Filippo Iannone.




SAN FRANCESCO SAVERIO MARIA BIANCHI
LUCE E SPERANZA IN UN TEMPO DI CRISI


Credo che sia stata un’ottima iniziativa, da parte della Consulta provincializia, voler riproporre, in occasione dell’Anno sacerdotale, la figura di san Francesco Saverio Maria Bianchi. Forse, durante questo anno (che si avvia alla sua conclusione), noi sacerdoti ci siamo concentrati quasi esclusivamente su san Giovanni Maria Vianney: certamente focalizzarsi sul Curato d’Ars non può che averci fatto bene; ma non possiamo dimenticare che, accanto a lui, esiste una miriade di santi sacerdoti a cui volgere il nostro sguardo. Fra questi, come Barnabiti, non possiamo ignorare il nostro confratello arpinate, che si pone innanzi a noi non solo come una gloria di cui andar fieri, ma anche e soprattutto come un modello da imitare. Si tratta di una figura straordinaria, per alcuni versi paragonabile, ai nostri giorni, con quella di Padre Pio, ma con un destino totalmente diverso: mentre il Santo di Pietrelcina è conosciuto da tutti e il suo culto è diffuso in ogni parte del mondo, il Bianchi è pressoché ignoto al di fuori della ristretta cerchia dei concittadini e dei confratelli (e anche fra questi la conoscenza è spesso piuttosto limitata). Penso che sia l’unico iscritto all’albo dei santi che, al momento, non possa vantare neppure una chiesa dedicata al suo nome, né nella sua città natale, né in questa città (dove è vissuto ed è morto e che pure lo venera come il suo “apostolo”), né nella sua Congregazione. Forse meriterebbe un po’ piú di attenzione.


Il “secolo dei lumi”

Dal punto di vista storico, il periodo che dobbiamo considerare è quello che va dal 1743 al 1815, rispettivamente anno di nascita e di morte del Bianchi (un arco di 72 anni).

Dal punto di vista geografico, il contesto è quello del Regno di Napoli (che nel 1816 verrà unificato con quello di Sicilia, dando origine al “Regno delle Due Sicilie”). A scuola ci hanno insegnato che si trattava della regione piú arretrata d’Italia; probabilmente la realtà non era cosí catastrofica come vorrebbero farci credere. Anzi...

Il contesto culturale in cui ci muoviamo è quello dell’Illuminismo. Anche qui, abbiamo appreso dai manuali scolastici che il Settecento è il “secolo dei lumi”, quasi che esso sprigioni solo luce; mentre forse la realtà è un tantino piú complessa. Giorni fa Avvenire ha pubblicato in anteprima un capitolo del volume Oltre l’abisso, del filosofo-sociologo francese, tuttora vivente, Edgar Morin. Nel capitolo, intitolato “Oltre i Lumi”, l’autore sostiene che «la Rivoluzione francese si è fondata contemporaneamente sul trionfo e sulla crisi dei Lumi. Il trionfo, con il messaggio di emancipazione del 1789 [la “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino”]. La crisi, con il terrore e il culto della ragione (penso a Alejo Carpentier, nel suo splendido romanzo Il secolo dei lumi, in cui dice che i Lumi arrivarono ai Caraibi con la ghigliottina)» (“Agorà”, 11 aprile 2010, p. 4).

Ma, prima di arrivare alla Rivoluzione francese (che corrisponde, nella vita del Bianchi, al periodo della sua graduale trasformazione spirituale), non possiamo dimenticare il precedente fenomeno, non meno devastante per la Chiesa, dell’assolutismo illuminato, quando cioè i sovrani si accordarono con i “filosofi” (vale a dire gli intellettuali illuministi) per introdurre nei loro regni alcune “riforme”. Ci furono due serie di riforme. Innanzi tutto gli interventi sulla grande proprietà fondiaria, laica ed ecclesiastica, per introdurvi la borghesia con la nuova mentalità capitalistica tendente a sfruttare la terra che, in molti casi, rimaneva incolta. Tali interventi perlopiú fallirono; mentre ebbe successo un’altra serie di riforme, quelle ecclesiastiche. Si affermò in quel periodo il cosiddetto “giurisdizionalismo”, grazie al quale il sovrano rivendicava il diritto di dare il suo gradimento per la nomina di vescovi e parroci (“placet”) e pretendeva che le leggi ecclesiastiche fossero da lui approvate, perché potessero avere vigore (“exequatur”). Voi capite che si trattava di una drastica limitazione della libertà della Chiesa. Si voleva che il clero dipendesse dallo Stato; i beni ecclesiastici venivano spesso e volentieri espropriati; addirittura, in qualche caso (si pensi all’imperatore Giuseppe II, il cosiddetto “re sagrestano”), si giungeva al punto di voler regolamentare anche il culto; soprattutto, si voleva sottrarre alla Chiesa l’educazione, che fino ad allora era stata praticamente monopolio del clero; si cercò, sebbene senza molto successo, di formare delle chiese nazionali (“febronianesimo”); i religiosi venivano sottratti alla dipendenza dai loro superiori centrali; si iniziò una lotta senza quartiere contro i Gesuiti, che avrebbe portato, nel 1773, alla soppressione della Compagnia da parte del remissivo Clemente XIV.

Quale fu la reazione della Chiesa di fronte a tali riforme? L’atteggiamento delle gerarchie ecclesiastiche fu piuttosto arrendevole dinanzi al potere politico. A parte gli ecclesiastici che si fecero addirittura sostenitori dei principi illuminati — basti qui menzionare il vescovo giansenista di Pistoia Scipione de’ Ricci, piú o meno contemporaneo del nostro Santo (1741-1809) — gli stessi pontefici si mostrarono piú che condiscendenti: non solo il già citato Clemente XIV (Lorenzo Ganganelli, 1769-1774), ma anche il solitamente celebrato Benedetto XIV (Prospero Lambertini, 1740-1758) condusse una politica di continui cedimenti alle potenze dell’epoca (fu lui a nominare come visitatore dei Gesuiti in Portogallo il cardinale Saldanha, parente del marchese di Pombal, primo ministro massone di quel paese). Potremmo dire che, per la Chiesa, il Settecento fu tutt’altro che un “secolo dei lumi”; esso fu piuttosto un secolo buio. Grazie a Dio, quando l’oscurità è piú profonda, c’è sempre qualche luce che si accende: il Settecento, come tutte le altre epoche critiche nella storia della Chiesa, fu illuminato da non pochi santi. Basti qui fare due nomi: san Paolo della Croce (1694-1775) e sant’Alfonso Maria de’ Liguori (1696-1787), entrambi promotori in Italia di un’opera di rievangelizzazione attraverso le “missioni popolari”.

Quali furono i riflessi delle “riforme” sui Barnabiti? Negli anni Sessanta del Settecento nel Napoletano si stabilí, prima, che i noviziati dei religiosi potessero accogliere solo candidati originari del Regno; poi vennero addirittura banditi tutti i religiosi “stranieri”. Nel 1774, per ordine del Papa, i Barnabiti dovettero subentrare ai Gesuiti nella conduzione di alcune loro opere, come il complesso di Santa Lucia a Bologna e il Gesú a Perugia. Nel 1781 la Provincia Lombarda e quella Germanica furono separate dal resto dell’Ordine. Nel 1783 i Barnabiti furono espulsi dalla Toscana, ponendo cosí fine alla ultracentenaria storia della Provincia Etrusca. Nel 1789 le case religiose del Regno di Napoli furono separate dai superiori residenti a Roma (si tenga presente che a quell’epoca le case napoletane non costituivano ancora una provincia; la Provincia Napoletana sarebbe stata eretta solo nel 1850). Le riforme introdotte nel Napoletano, naturalmente, ebbero ripercussioni, in un modo o nell’altro, nella vita del Bianchi.

Nel 1789 ebbe inizio la Rivoluzione francese. A parte qualsiasi giudizio di valore, non si può negare che tale data segni una svolta nella storia dell’Occidente: dopo la Rivoluzione, nonostante il Congresso di Vienna e la Restaurazione, il mondo non fu piú lo stesso; l’Ancien Régime scomparve per sempre. In un primo momento poteva sembrare che si trattasse di un evento interno alla Francia; ma nel 1796, con la prima campagna d’Italia, a opera di Napoleone, ebbe inizio l’esportazione della Rivoluzione in Europa. Ufficialmente si volevano diffondere gli ideali di libertà, fraternità, uguaglianza; di fatto, fu un vero e proprio saccheggio: si trattava di risolvere la crisi economica provocata in Francia dalla rivoluzione. La spoliazione d’Italia fu attuata con metodo scientifico. I principi, illuminati o non-illuminati che fossero, vennero spodestati e si diede vita a molteplici repubbliche giacobine. Ne ricordiamo solo due: quella romana del 1798 (il papa Pio VI — Giovanni Braschi — fu deportato in Francia, dove morí l’anno successivo) e quella partenopea del 1799. Si trattò di un’esperienza brevissima (solo sei mesi, da gennaio a giugno), fallita, secondo Vincenzo Cuoco (1770-1823), per l’astrattezza delle idee dei “patrioti”, completamente distaccati dal popolo (“rivoluzione passiva”).

Se le repubbliche giacobine furono espressione di ristrette élites intellettuali, un fenomeno autenticamente popolare fu la reazione delle masse all’imposizione dell’utopia rivoluzionaria: le cosiddette “insorgenze”. Solitamente i manuali scolastici — che ignorano tale termine — ci presentano, ovviamente in una luce negativa (come espressione di ignoranza e di populismo reazionario), solo due di tali sollevazioni popolari: la prima, quella della Vandea, nel 1793, e poi quella sanfedista, capeggiata dal cardinale Fabrizio Ruffo, che pose fine all’esperienza della Repubblica partenopea (1799). Ma il fenomeno delle insorgenze è generale, in Italia e in Europa: ovunque arrivasse Napoleone a portare gli ideali giacobini, trovava contadini armati di forconi a difendere la loro fede, la loro cultura e le loro tradizioni. Ricordiamo che in Italia, fra il 1796 e il 1799, ci furono insorgenze in Piemonte e Val d’Aosta, in Liguria, in Lombardia, nella Repubblica di Venezia (“Viva San Marco”), in Tirolo (Andreas Hofer), nella Romagna (la “Vandea italiana”), in Toscana e Umbria (“Viva Maria”), nelle Marche, negli Abruzzi, a Roma e nel Lazio (Fra Diavolo), in Campania, in Puglia e Lucania, in Calabria. Ma nessuno ce ne parla. All’estero, non possiamo non menzionare la grande insorgenza spagnola (1808-1813), che segnò l’inizio del declino di Napoleone.

Il 1799 fu l’anno del colpo di Stato di Napoleone, che portò al consolato e, successivamente, nel 1804, all’impero. Nel 1806 i francesi occuparono il Regno di Napoli, ponendo sul trono Giuseppe Bonaparte (mentre Ferdinando IV si rifugiò in Sicilia); al clero fu chiesto il giuramento di fedeltà; l’Arcivescovo fu costretto a fuggire. Nel 1808 Giuseppe Bonaparte divenne re di Spagna e fu sostituito da Gioacchino Murat. Questi, nel 1809, emanò le “leggi eversive del feudalesimo”, soppresse gli ordini religiosi (fra cui anche la nostra Congregazione) ed espropriò i loro beni. Nello stesso anno lo Stato pontificio fu annesso all’impero e il papa Pio VII (Barnaba Gregorio Chiaramonti) fu condotto prigioniero in Francia (stessa sorte toccò anche al padre generale, futuro cardinale, Francesco Luigi Fontana). Nel 1810 Napoleone soppresse gli ordini religiosi (il decreto imperiale faceva esplicita menzione anche dei Barnabiti); nel 1812 ci fu la campagna di Russia; dopo la sconfitta di Lipsia (1813), nel 1814 Napoleone fu costretto ad abdicare e a ritirarsi all’isola d’Elba. Il 1815 è l’anno dei “cento giorni”, della definitiva sconfitta di Napoleone a Waterloo e del suo esilio a Sant’Elena (dove sarebbe morto nel 1821); l’anno del Congresso di Vienna e della restaurazione delle antiche dinastie (fra cui quella dei Borboni a Napoli). Ed è pure l’anno della morte del Bianchi, che aveva in vario modo previsto tali avvenimenti. Semplice coincidenza?


La via dell’umana sapienza

Francesco Saverio Maria Bianchi fu educato dai Barnabiti ad Arpino, nel Collegio dei Santi Carlo e Filippo. Successivamente, essendo nipote di un sacerdote, fu mandato a Nola, in seminario, dove studiò prima le lettere, poi la retorica e infine la filosofia, come si usava a quel tempo. Terminato questo ciclo di studi, si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza dell’Università di Napoli; ma fu un’esperienza negativa, che lo indusse ad abbandonare, dopo appena un anno, gli studi. Già sentiva la vocazione religiosa: in un primo momento avrebbe desiderato entrare tra i Gesuiti; poi finalmente si decise per i suoi antichi maestri.

Fece il noviziato a Zagarolo (1763), poi si trasferí a Macerata (1764), per studiare la filosofia; quindi a Roma (1765-66), per attendere agli studi teologici, che proseguí poi a Napoli (1766-67). Quando aveva appena compiuto 23 anni, nel 1767, fu ordinato sacerdote. Evidentemente riusciva molto bene negli studi se, subito dopo l’ordinazione, fu mandato a insegnare retorica ad Arpino (1767-69). Fu quindi trasferito a Napoli dove iniziò ad insegnare filosofia (1769-72). Fu addirittura invitato a insegnare nell’Università di Napoli; ma, siccome le nostre Costituzioni non permettevano l’insegnamento nelle università pubbliche, fu costretto a rifiutare. Nonostante questo, però, fu nominato professore straordinario di teologia dogmatica e polemica all’Università di Napoli. Era anche socio nazionale della Reale Accademia delle Scienze e delle Belle Lettere per la classe di “istruzione della storia medievale”. Come vedete, aveva una formazione molto vasta, che spaziava in diversi campi del sapere.

A proposito di questi suoi studi il Bianchi ci ha lasciato una testimonianza assai preziosa: «Anch’io nel tempo della mia giovinezza fui molto affezionato a simili conoscenze; e pregai Dio che mi aiutasse per servire con vantaggio della mia Congregazione. Dietro a queste preghiere eccomi una volta sopraffatto di tanto lume che, quasi squarciandomisi un velo davanti alla mente, mi si manifestarono le verità delle scienze umane, di quelle ancora non mai studiate, per un’intelligenza infusa, conforme già a Salomone. Per lo spazio di circa ventiquattro ore mi assisté questo lume, infino a che, come se di nuovo il velo si calasse, tornai ignaro qual era, mentre mi sentiva in cuore una voce: Questa è l’umana sapienza; e a che giova? Studia me, studia il mio amore». Un’esperienza mistica importante (è chiamata dono della “scienza infusa”); una prima avvisaglia di ciò che sarebbe avvenuto successivamente.

Iniziò poi anche una certa carriera ecclesiastica, giacché, a seguito dell’espulsione dei religiosi stranieri dal Regno di Napoli (1769), fu nominato superiore del Collegio di Santa Maria in Cosmedin a Portanuova, rimanendo in carica per ben dodici anni (1773-1785). Nel 1779 partecipò al Capitolo generale a Milano, ricoprendovi la carica di cancelliere. Terminato il Capitolo, accompagnò il nuovo padre generale Scipione Peruzzini nella visita alle case del Piemonte e della Lombardia. Nel 1785 partecipò nuovamente al Capitolo generale, questa volta a Bologna. Pare che si tentò pure di nominarlo vescovo, ma lui sempre rifiutò.

A un certo punto, ci fu una svolta nella vita del nostro Santo, una vera e propria “conversione”. Abbandonò interamente i libri, le amicizie, gli studi ameni, gli incontri con i dotti e si raccolse nella propria cella, cominciando a vivere completamente la vita nascosta con Cristo in Dio (Col 3:3). Lasciò ciò che gli era piú caro, i suoi amati studi; ma, nonostante questo, negli ultimi anni della sua vita, quando ormai i Barnabiti erano stati soppressi, si preoccupava — pensate un po’ — di comperare i libri per la biblioteca, per quando l’Ordine sarebbe stato ristabilito (ciò che avvenne tre anni dopo la sua morte, nel 1818, a San Giuseppe a Pontecorvo e, successivamente, qui a Santa Maria di Caravaggio).


L’ascesa alla santità

Tale conversione non fu una trasformazione improvvisa, come quella di Saulo sulla via di Damasco, ma una maturazione progressiva (durò piú di dieci anni), di cui possiamo cogliere alcune tappe, databili con una certa precisione.

Nel 1787, durante il mese di maggio, si ammalò seriamente; pensò addirittura che fosse ormai vicina la fine (sebbene avesse solo 44 anni); ma un’anima pia, la terziaria francescana suor Maria Francesca delle Cinque Piaghe (Anna Maria Gallo, 1715-1791), ora anche lei canonizzata, disse al Bianchi: «Abbiate fede, che nel nome di Dio dovete star bene; vi resta di faticar molto per lui: toglietevi ogni apprensione e abbiate fede». A me questo fa pensare a un’esperienza simile, avvenuta molti secoli prima, quella del profeta Elia, il quale, dopo il sacrificio del Carmelo, nel quale aveva sconfitto i profeti di Baal, era perseguitato dalla regina Gezabele e a un certo punto, stanco di vivere, si rivolse al Signore, dicendogli: «Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri». Ma l’angelo lo scosse e gli disse: «Alzati, mangia, perché è troppo lungo per te il cammino» (1 Re 19).

Il 3 giugno successivo, festa della santissima Trinità, alzandosi dal letto al mattino, il nostro Santo ricevette quello che lui chiamò un “biglietto” da parte di Gesú, un’ispirazione celeste: «Ego ero merces tua magna nimis». Si tratta di una citazione del libro della Genesi, quando Dio dice ad Abramo: «Non temere, Abram. Io sono il tuo scudo; la tua ricompensa sarà molto grande» (15:1).

All’inizio dell’anno seguente, l’11 gennaio 1788, ricevette una visita dello Spirito Santo, ancora una ispirazione, che gli serví per penetrare un versetto dei salmi: «Ascensiones in corde tuo disposui» (83:6). Di per sé, soggetto, verbo e aggettivo possessivo nel testo della Volgata (che traduce la LXX) sono alla terza persona: «Beatus vir, cuius est auxilium abs te, ascensiones in corde suo disposuit» (tradotto dalla CEI, che segue il testo ebraico: «Beato l’uomo che trova in te il suo rifugio e ha le tue vie nel suo cuore»). Ma il Bianchi accolse queste parole come se gli fossero rivolte dal Cielo: «Io ho disposto delle ascensioni (cioè una “ascesa” spirituale) nel tuo cuore».

Nel 1789 (l’anno della Rivoluzione francese), aprendo la Bibbia a caso, come era solito fare, gli caddero gli occhi su un altro versetto dei salmi: «Ego Dominus Deus tuus, qui eduxi te de terra Ægypti. Dilata os tuum et implebo illud» (80:11: «Sono io il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto salire dal paese d’Egitto; apri la tua bocca, la voglio riempire»).

Il culmine di questa “ascesa” si avrà nel giorno di Pentecoste dell’anno 1800, il 1° giugno. In tale occasione Saverio si recò a pregare, come spesso faceva, in una chiesa di monache di clausura, la chiesa del Divino Amore, dove c’era l’esposizione eucaristica, e lí, durante la preghiera, vide un raggio di luce che partiva dall’ostensorio e lo raggiunse al petto, lo penetrò, gli ferí il cuore, e svenne. Si tratta di un fenomeno non molto conosciuto e neppure molto diffuso: la “trasverberazione”. Sono relativamente pochi i santi che hanno avuto questo privilegio: il caso piú celebre è quello di santa Teresa d’Avila (immortalato dal Bernini nella chiesa di Santa Maria della Vittoria a Roma); ai nostri giorni, un santo che ha avuto lo stesso dono è Padre Pio da Pietrelcina, che fu trasverberato prima ancora di ricevere le stimmate. Ebbene, anche il nostro Santo, nella Pentecoste del 1800 fu trafitto al cuore. Probabilmente si trattava della risposta del Signore a una sua preghiera. Abbiamo una esplicita testimonianza in proposito. Il Bianchi, sebbene solitamente non parlasse molto di sé, in certi momenti, colloquiando con i suoi figli spirituali, si lasciava andare a qualche confidenza e un giorno disse: «Io ho pregato sempre il Signore di imprimere nel cuor mio la sua passione, come la impresse già sul velo della Veronica; e il Signore mi ha esaudito» (Eco dei Barnabiti, n. 4/2000, pp. 27-31).

Dopo questa esperienza, Saverio fu colmato di tutta una serie di doni straordinari. Abbiamo già visto che in una circostanza, almeno per ventiquattro ore, ebbe il dono della scienza infusa; dopo la trasverberazione era molto frequente in lui il fenomeno del rimbalzo o esultazione del cuore, cioè delle palpitazioni cardiache che lo colpivano o quando era in preghiera o quando anche solo vedeva una immagine sacra o sentiva un canto sacro (incominciava immediatamente a palpitare o a sudare e i presenti che lo conoscevano dovevano prendere le necessarie misure per farlo tornare in sé). Ebbe il dono delle lacrime; il fulgore sul viso; i doni della levitazione, della bilocazione, del profumo delle piaghe. Ebbe visioni e rivelazioni; era dotato del dono della profezia, innanzitutto nella direzione spirituale (penetrava senza difficoltà l’animo dei suoi discepoli); piú volte poi preannunciò i castighi divini per gli sconvolgimenti sociali (predisse l’eruzione del Vesuvio del 1804 e il terremoto del 1805); prevedeva guarigioni e decessi; pronosticava anche il successo negli affari e nella carriera; fece non poche profezie politiche e seguí, oggi diremmo “in tempo reale”, alcuni importanti avvenimenti storici, come l’esilio di Pio VII o la campagna di Russia (vedeva ciò che stava succedendo in quel momento al papa o a Napoleone; poi lo raccontava alle persone che lo circondavano e diceva loro di annotarlo; quando poi avevano modo di controllare, scoprivano che quei fatti erano realmente accaduti). Ebbe il dono dei miracoli: fermò la lava del Vesuvio; operò diverse guarigioni; moltiplicò il denaro per aiutare chi era nel bisogno. Va inoltre ricordato il fenomeno prodigioso riportato da tutti i biografi: dal 25 marzo 1814, quando oramai era completamente immobilizzato su una poltrona, per sei mesi riuscí miracolosamente ad alzarsi per celebrare la santa Messa; terminata la quale, doveva di nuovo sedersi e rimaneva immobilizzato fino al giorno successivo. Infine ebbe quel misterioso morbo che lui chiamò “spine e fuoco”, cioè delle piaghe che lo tormentarono alle gambe per oltre dieci anni, gli ultimi della sua vita. Queste piaghe gli erano state predette da suor Maria Francesca. Un giorno questa gli toccò gli arti inferiori dicendo: «Oh, quanto avranno a soffrire queste gambe!», molti anni prima che ciò avvenisse. Un fenomeno mistico prima che fisiologico. I medici non riuscivano a dare una spiegazione né a trovare un rimedio; anzi molto spesso gli provocavano maggiori sofferenze con i loro tentativi totalmente inefficaci. Un giorno il Bianchi disse: «Vi assicuro che da queste piaghe non leverete un dito». Il medico gli chiese: «Quale dito?». E lui rispose: «Il dito di Dio». Era pienamente consapevole che si trattava di un fenomeno soprannaturale e ne diede questa interpretazione: «Il Signore si degnò di visitarmi nel dolore e con l’ardore di queste piaghe, perché cosí, con questa forza opposta, si mitigasse la fiamma del mio cuore». Una specie di bilanciamento del dono mistico che aveva ricevuto nella chiesa del Divino Amore.

Sapeva perfettamente che tale straordinaria esperienza spirituale non era la cosa piú importante nella vita: non era tanto importante il dono della contemplazione — che pure è un dono che va accolto con riconoscenza — quanto piuttosto il compimento della volontà divina: «Al Signore non piace che io cerchi questo dono della contemplazione, ma che studi di morire a me stesso e di attendere solamente alla santa sua volontà»; «Signore, fate che io sempre cerchi di fare la vostra volontà divina in tutte le cose, e non me la fate trovare mai: fate che io la faccia, e non me la fate conoscere»; «Fa’ di me quello che sai e vuoi, senza saperlo io né prima né poi».


La grazia dell’apostolato

Per indicare la conversione, che abbiamo cercato di descrivere, solitamente viene usata dai biografi l’espressione “vocazione alla vita contemplativa”; personalmente preferisco usare un’altra locuzione, che ho trovato in Madre Teresa di Calcutta, e cioè “vocazione nella vocazione”. Credo che sia un’esperienza spirituale che ciascuno di noi deve fare, perché nessuno viene chiamato una volta per tutte; all’interno della propria vocazione ciascuno di noi riceve, prima o poi, una seconda chiamata; e questo è proprio il caso del Bianchi. Prima di questa “seconda vocazione” non è che egli fosse un peccatore: era sicuramente un buon religioso; ma a un certo punto si sentí chiamato a una vocazione piú alta. Ora, l’espressione comunemente usata — “vocazione alla vita contemplativa” — non mi sembra del tutto appropriata, perché potrebbe essere fraintesa: il Bianchi non diventò un monaco; con questa vocazione egli divenne piuttosto un apostolo. Leone XIII lo proclamerà “Apostolo di Napoli”. Giustamente, a questo proposito, qualche biografo ha parlato di “vocazione apostolica” del Bianchi, perché il suo apostolato cominciò proprio dopo questa esperienza mistica. Naturalmente si tratta di un apostolato che non consiste in quella agitazione fine a sé stessa che spesso contraddistingue la nostra azione pastorale e che non produce nessun frutto; ma un apostolato vero, che agisce in profondità, che trasforma le coscienze: molti cuori induriti si convertivano, molte anime tiepide intraprendevano i sentieri della santità.

Il Bianchi usciva poco dalla sua camera; negli ultimi anni non usciva piú, perché completamente immobile; eppure esercitava una profonda influenza nell’ambiente napoletano. La sua camera divenne meta di un incessante pellegrinaggio, al punto che gli rimaneva pochissimo tempo per sé. Disse una volta: «Carità vuole che io serva nel giorno al bisogno altrui, a me penso la notte».

Nonostante il suo rigore, era estremamente umano verso i fedeli; fece questa raccomandazione ai confessori: «Badiamo noi confessori: quando Iddio batte un’anima, non abbiamo da consigliarle altre mortificazioni, che riuscirebbero importune e forse nocive. Quando poi Iddio smetterà di batterla, potremo sí consigliarle di battersi da sé stessa, ma non siamo mai due in un tempo a battere». Allo stesso tempo era però molto esigente con quanti si sottoponevano alla sua direzione. Diceva: «Anime tapine, non ne voglio vedere».

La sua parola infiammava il cuore degli ascoltatori. Qualche testimone ha lasciato detto: «Sembrava un serafino, a parlarmi». Spesso bastava la sola presenza, bastava uno sguardo, un segno di croce sulla fronte, la mano sul capo, un abbraccio al petto, per trasformare le anime. Quelli che lo avvicinavano sentivano la presenza di Dio e, una volta accostatolo, non lo lasciavano piú. La sua vicinanza riempiva di pace. Un altro testimone disse: «Io entro qua pieno di inquietudine e ne riparto interamente tranquillo».


Il dono della profezia

L’esperienza mistica e apostolica non distolse il Bianchi dalla partecipazione alla vita sociale e politica del suo tempo. Non si tratta naturalmente di un intervento diretto: non è compito del religioso o del sacerdote immergersi nelle questioni temporali; ma neppure egli può rimanere neutrale, come spesso facciamo noi. Il Bianchi esprimeva un giudizio sulle vicende politiche del suo tempo.

Quando le case napoletane dei Barnabiti furono separate da Roma, nel 1789, egli non volle contribuire all’elezione di superiori indipendenti; continuò sempre a sentirsi dipendente dai legittimi superiori della Congregazione.

Incontrò anche il duca Carlo Emanuele IV di Savoia e sua moglie Maria Clotilde, che erano stati spodestati al termine della prima campagna di Napoleone, nel 1798. Vennero a Napoli e si incontrarono col nostro Santo, il quale cercò di confortarli.

Si oppose alla Rivoluzione napoletana del 1799 e non permise ai suoi discepoli di arruolarsi nella Guardia nazionale, costituita per l’occasione. Anticipò anche le violenze che si sarebbero scatenate il 15 giugno di quell’anno, al termine dell’esperienza della Repubblica partenopea, quando l’Armata della Santa Fede entrò in Napoli. Previde pure la brevità della restaurazione borbonica (che infatti durò soltanto fino al 1806).

Rifiutò il giuramento di fedeltà, richiesto da Giuseppe Bonaparte e non lo permise ai suoi discepoli. Fece in modo che diversi suoi discepoli non facessero il servizio militare, quando fu disposta la leva militare obbligatoria: i giovani, che erano stati già arruolati, all’ultimo momento venivano inspiegabilmente rimandati a casa. Fu anche minacciato di arresto; ma, nelle condizioni in cui si trovava, fu impossibile procedere.

Alcune delle profezie politiche a cui abbiamo fatto cenno. Quando Giuseppe Bonaparte nel 1808 lasciò Napoli per andare in Spagna, sentite che cosa disse il Bianchi a un suo amico: «Hai veduto la partenza di Giuseppe Bonaparte? Egli va nella Spagna e di là comincerà la mano del Signore a umiliare i francesi ... Iddio vuol mostrare l’opera sua. Vedrai che dalla Spagna avrà principio la depressione francese; se altri potentati l’avessero fatto, si sarebbe attribuito il trionfo alla forza umana». Si sta riferendo proprio alla grande insorgenza spagnola, in un momento nel quale nessuno avrebbe potuto sospettare il tramonto dell’astro napoleonico. Disse ancora: «La rovina dei francesi comincerà dalla Spagna, mentre Dio per abbatterli si servirà degli spagnoli».

Nel 1812, durante la campagna di Russia, fu fatto cantare nel Duomo di Napoli, come in tutte le città, un Te Deum di ringraziamento, per celebrare la vittoria. Come reagí il Bianchi? Disse: «Avrebbero fatto meglio a cantare il Miserere ... San Michele con la sua spada ha già distrutto quasi tutta l’armata francese entrata in Mosca. Un’anima — ovviamente è lui l’anima — ha veduto questo nella sua orazione. Notate questo giorno; e a suo tempo saprete che cosa ha fatto la mano del Signore».

All’inizio del 1815 (il 31 gennaio di quell’anno sarebbe morto) disse: «Questo è l’anno felice, l’anno della misericordia del Signore, l’anno che, dissipato il governo francese, risalirà sul trono il re Ferdinando!». E cosí avvenne.


Conclusione: “luce e speranza in un tempo di crisi”

Vorrei terminare con qualche riflessione. Il titolo di questa conferenza era: “San Francesco Saverio Maria Bianchi, luce e speranza in un tempo di crisi”. Abbiamo detto che il “secolo dei lumi” fu un’epoca piuttosto oscura per la Chiesa: un tempo di crisi, appunto. Abbiamo anche detto che questo secolo buio fu illuminato dai santi, fra i quali il Bianchi. Il nostro confratello costituisce una “luce”: in mezzo alle tenebre, egli tenne accesa una lampada e tale lampada permise ai suoi contemporanei di vedere la strada da percorrere. Nel momento della desolazione, egli fu un segno di speranza e di consolazione.

Il nostro Santo fu “luce e speranza” specialmente per i Barnabiti di duecento anni fa. Mi sembra emblematico che egli trascorse gli ultimi sei anni della sua vita e morí fuori della Congregazione (è vero che essa era stata già ristabilita a Roma nell’agosto del 1814; ma a Napoli fu ripristinata, come abbiamo detto, solo nel 1818). Potrebbe sembrare che egli segni la conclusione di una storia gloriosa; in realtà, con la sua umile esperienza, egli pose le premesse per l’inizio di una nuova storia. Gettò un seme che sarebbe germogliato dopo la sua morte. Per questo egli può, a buon diritto, essere considerato “secondo padre e fondatore” dell’Ordine. Potremmo — perché no? — applicare a lui la categoria di “riformatore”, prevista da sant’Antonio Maria Zaccaria nelle sue Costituzioni.

Piú o meno contemporaneo del Bianchi fu il cardinale Giacinto Sigismondo Gerdil (1718-1802): quando nacque il Bianchi, il Gerdil aveva 25 anni; quando morí il Gerdil, il Bianchi era quasi sessantenne. Anche il Gerdil è una gloria della Congregazione, di cui possiamo andar fieri: senza ombra di dubbio è il piú grande filosofo cristiano del Settecento; fra i sette cardinali barnabiti, è forse il piú illustre; se non fosse stato per il veto dell’Austria, nella storia della Chiesa avremmo avuto un papa barnabita. Eppure oggi siamo qui a commemorare san Francesco Saverio Maria Bianchi, e non il cardinale Gerdil. Perché il Bianchi, dopo aver percorso, come il suo eminentissimo confratello, le vie della scienza, a un certo punto cambiò strada e si inerpicò per gli impervi sentieri della santità. E con la sua santità contribuí al rinnovamento della Chiesa e della Congregazione.

Ma il titolo della conferenza non specifica a quale tempo di crisi ci si riferisca. Certamente era un tempo di crisi il Settecento; ma non meno critica è l’epoca in cui viviamo. Può san Francesco Saverio Maria Bianchi costituire una “luce” e una “speranza” anche per il nostro tempo? Direi proprio di sí.

Innanzi tutto, egli ci insegna che, se vogliamo riformare la Chiesa e la Congregazione, dobbiamo, come lui, farci santi. Non bastano gli studi; non basta essere dei grandi filosofi o dei grandi teologi; bisogna diventare santi. Se vogliamo rinnovare la Chiesa, non bastano le riforme strutturali e pastorali — pure necessarie — promosse dal Vaticano II. Per essere attuali e un tantino polemici: se vogliamo purificare la Chiesa dalla corruzione e dall’immoralità, non bastano i processi o le nuove guidelines della Santa Sede contro la pedofilia; ci vuole la santità.

Ma, oltre a mostrarci un cammino da seguire, valido per tutti i cristiani, e in special modo per i sacerdoti, penso che, in particolare, san Francesco Saverio Maria Bianchi indichi in questo momento un percorso alla sua famiglia religiosa. Mi sembra assai significativo che in un momento in cui tutto intorno a lui stava crollando, egli puntò sull’essenziale: lui che era un dotto barnabita, dedito agli studi e all’insegnamento, a un certo punto piantò tutto e si concentrò sull’unum necessarium: preghiera, penitenza, ministero (soprattutto confessioni e direzione spirituale), osservanza regolare (per quanto glielo permettessero le circostanze). In tal modo egli ha tracciato un cammino valido anche per noi, che stiamo vivendo un’esperienza simile alla sua: tutto ci sta crollando addosso. Che fare? Spesso non sappiamo come regolarci: quali scelte fare per fronteggiare la crisi? Spesso ci illudiamo che ci sia bisogno di elaborare dei grandi progetti; e poi rimaniamo frustrati, perché ci accorgiamo che non abbiamo le forze per realizzarli. Ecco, il Bianchi ci indica una strada molto piú semplice: non curarsi dei fronzoli, per quanto illustri e benemeriti essi possano essere, e puntare all’essenziale. L’ha percorsa lui, questa strada; perché non provare a percorrerla anche noi?

mercoledì 28 aprile 2010

Occhio!

Si direbbe che, dopo la tempesta scatenatasi sulla Chiesa negli ultimi mesi, la lancetta del barometro incominci a puntare di nuovo sul bello. Non che tutto sia finito, ma sembrerebbe che il peggio sia passato. Anche se il New York Times continua a lanciare i suoi strali, ormai nessuno piú gli dà retta: appare evidente a chiunque che si è trattato esclusivamente di una campagna strumentale per attaccare la Chiesa e, in particolare, il Papa. Con questa campagna la “Vecchia Signora Grigia” (the Old Gray Lady) ha perso completamente la faccia e sarà piuttosto difficile recuperare un po’ di credibilità. Al contrario, la figura di Benedetto XVI esce da questa vicenda non solo incontaminata (tutte le accuse a lui rivolte si sono rivelate infondate), ma direi addirittura rafforzata. Certamente la sua popolarità (se essa può essere considerata un valore nella Chiesa) non ne ha in alcun modo risentito; semmai, a stare alle ultime esposizioni pubbliche (in particolare la visita a Malta), essa è aumentata.

Tutto bene, dunque? Beh, personalmente non mi sento cosí tranquillo, perché la popolarità non è l’unico criterio per giudicare lo stato di salute della Chiesa. È vero che, se crediamo nell’indefettibilità della Chiesa, non dovremmo preoccuparci piú di tanto. L’esperienza stessa ci insegna che la Chiesa ha passato bufere ben peggiori nel corso dei secoli, e sempre ne è uscita egregiamente; anzi spesso quelle bufere sono state l’occasione per una purificazione e un innalzamento morale. Questo è vero; ma, umanamente parlando, ciò non toglie che si possa essere preoccupati per le conseguenze che certi fenomeni possono avere nella sua vita. Non possiamo illuderci che questa buriana passi senza lasciare il segno. Direte: se tutto questo porterà a una maggiore pulizia, a una maggiore coerenza del clero e dei fedeli, non c’è che da rallegrarsi. Io, che comincio a non essere piú cosí giovane e che, per motivi professionali, devo continuamente studiare la storia, non sarei tanto ottimista.

Secondo me, questo uragano i suoi danni li ha già fatti e, se non stiamo attenti, potrebbe farne di peggiori. Si dirà: che cosa è peggio? che il male esista o che venga a galla? Non si può negare che, fra i preti, esistesse la pedofilia; dunque dobbiamo rallegrarci se la pubblica denuncia di questa piaga può servire a porvi rimedio. Va serenamente riconosciuto che forse in qualche caso il fenomeno è stato sottovalutato; ma non possiamo illuderci di fare pulizia attraverso la gogna mediatica (perché di questo si tratta): i metodi della Chiesa sono altri. Cercherò dunque di elencare alcuni dei “danni” che, a mio parere, questa vicenda sta provocando nella Chiesa.

In questi giorni si parla solo di abusi. Non so se vi siete accorti come il “potere” riesca sempre a dettare l’agenda della Chiesa: c’è stato il periodo in cui si parlava solo di pillola; poi è arrivato il tempo del preservativo; ora è il momento degli abusi. E le energie della Chiesa sono tutte concentrate nel difendersi, nello spiegare, nel rilasciare chiarificazioni su ciascuno di questi argomenti, distogliendo l’attenzione da quella che dovrebbe essere la principale preoccupazione della Chiesa: l’annuncio di Gesú Cristo e del suo vangelo. Guarda caso, si tratta sempre di questioni morali, cosí che la Chiesa, se non sta attenta, rischia di cadere in un modo o nell’altro nel moralismo, che è l’antitesi del cristianesimo. Per fare solo un esempio pratico, limitato ma significativo: avete notato come l’incontro con le vittime degli abusi a Malta (in sé stesso ottimo), a un certo punto, abbia finito per concentrare tutta l’attenzione dei media, trascurando cosí tutti gli altri aspetti (anche l’entusiasmo popolare, perché no?) di quella visita?

Dobbiamo poi stare attenti alle conseguenze impreviste e non volute di certe prese di posizione. Mi spiego con un esempio: quando Giovanni Paolo II indisse gli incontri interreligiosi di Assisi, lo fece con le migliori intenzioni; ma che cosa rimase di quei raduni nell’immaginario collettivo? Che tutte le religioni si equivalgono. Cosí ora sono state rese pubbliche le nuove guidelines per come gestire i casi di abusi. Non ho alcun rilievo da fare in proposito; anzi, le trovo molto ben fatte. Ma — diciamoci la verità — che cosa è passato al grande pubblico? Che, d’ora in poi, i Vescovi sono obbligati a denunciare i preti pedofili. Hai voglia a precisare che nelle guidelines c’è scritto qualcosa di diverso («Va sempre dato seguito alle disposizioni della legge civile per quanto riguarda il deferimento di crimini alle autorità preposte»); tutti continueranno a essere convinti che i Vescovi devono denunciare i loro preti alla magistratura.

Un altro danno, che potrebbe rivelarsi devastante, sono le divisioni all’interno della Chiesa. In non pochi fedeli si potrebbe far strada l’idea che, sí, il Papa è un galantuomo, ma i preti sono tutti pedofili e i Vescovi, se non sono pedofili, sono dei complici, il cui unico intento è quello di coprire, occultare e insabbiare. Se si dovesse arrivare a questa conclusione, sarebbe la fine della Chiesa. Stiamo attenti a non incoraggiare le contrapposizioni fra Papa e Vescovi, fra Papa e Curia, fra Chiesa di ieri e Chiesa di oggi: tali contrapposizioni non giovano in alcun modo alla Chiesa. Dobbiamo sapere che se cadiamo in questo tranello, diamo ragione ai nemici della Chiesa, che non vogliono altro che la sua divisione. Stiamo attenti a non fare del Papa il leader di un partito e ad auspicare che nelle diocesi e nei dicasteri romani siano nominati solo “ratzingheriani” d.o.c. Ma ci rendiamo conto che, cosí facendo, si snatura la Chiesa?

Un rischio ancora piú subdolo è quello di adeguarsi, senza accorgersi, alla mentalità di questo mondo. Nell’ansia di difendersi, si fanno propri i valori mondani, rischiando di dimenticare quelli evangelici. Faccio solo un esempio (che naturalmente meriterebbe ben altro approfondimento), tanto per far capire il problema. Si ripete continuamente — e nessuno si sognerebbe di metterlo in discussione — che nella Chiesa deve esserci piú “trasparenza” e che è ora di eliminare per sempre le “coperture” che hanno contraddistinto finora il suo operato. Ora, non mi risulta che la “trasparenza” (la glasnost di gorbacioviana memoria) sia un valore evangelico (semmai nel vangelo si parla di verità, non di trasparenza); mentre in piú passi della Scrittura di dice che «la carità copre una moltitudine di peccati».

Ma il rischio peggiore — per altro rilevato da Antonio Socci — è quello di voler “addomesticare” il papato; quello di voler arruolare Benedetto XVI nelle file dell’Occidente, come vorrebbe Ernesto Galli della Loggia. Chi conosce un po’ la storia, sa come questo sia stato il tentativo del potere di ogni tempo: fare del Papa il “cappellano” dell’imperatore di turno. Questo lo si potrà fare con le chiese ortodosse o con quelle protestanti, ma non si può pensare di farlo con la Chiesa cattolica, che per definizione è universale. È ovvio che quando c’è qualcuno che aspira al dominio universale, inevitabilmente finisce per imbattersi nella Chiesa cattolica, che potrebbe in qualche modo ostacolargli il passo. È già successo e continuerà a succedere. L’importante è esserne consapevoli.

lunedì 19 aprile 2010

Laudes regiae



Christus vincit. Christus regnat. Christus imperat. [...]

Exaudi, Christe. Exaudi, Christe.

Benedicto Summo Pontifici,
in unum populos doctrina congreganti, caritate:
Pastori gratia, gregi obsequentia.

Salvator mundi. Tu illum adiuva.
Sancte Petre. Tu illum adiuva.
Sancte Paule. Tu illum adiuva. […]

Christus vincit. Christus regnat. Christus imperat.

Rex regum. Rex noster.
Spes nostra. Gloria nostra. [...]

Christus vincit. Christus regnat. Christus imperat.

Ipsi soli imperium, laus et iubilatio,
per infinita saecula saeculorum. Amen.

Tempora bona habeant!
Tempora bona habeant redempti sanguine Christi!

Feliciter! Feliciter! Feliciter!

Pax Christi veniat! Regnum Christi veniat!
Deo gratias. Amen.

venerdì 16 aprile 2010

God Bless Our Pope!

Oggi, compleanno del Santo Padre, vorrei dedicargli questo inno composto dal Cardinale Nicholas Wiseman (1802-1865), primo Arcivescovo di Westminster (dopo il ristabilimento della gerarchia cattolica in Inghilterra e nel Galles nel 1850). Non sapevo neppure che esistesse; ne sono venuto a conoscenza — pensate un po’ — nella cattedrale di Bangalore, in India. Per me, nato e cresciuto all’ombra del Cupolone, sentir cantare a tanti chilometri di distanza questo inno per il Papa, è stata un’esperienza indescrivibile. Non nascondo di essermi commosso.




Full in the panting heart of Rome,
Beneath the apostle’s crowning dome,
From pilgrims’ lips that kiss the ground,
Breathes in all tongues only one sound:

“God bless our Pope, God bless our Pope,
God bless our Pope, the great, the good.”

The golden roof, the marble walls,
The Vatican’s majestic halls,
The note redouble, till it fills
With echoes sweet the seven hills:

Then surging through each hallowed gate,
Where martyrs glory, in peace, await,
It sweeps beyond the solemn plain,
Peals over Alps, across the main:

From torrid south to frozen north,
That wave harmonious stretches forth,
Yet strikes no chord more true to Rome’s,
Than rings within our hearts and homes:


Nel pieno del palpitante cuore di Roma,
sotto la somma cupola dell’Apostolo,
dalle labbra dei pellegrini che baciano il suolo,
soffia in tutte le lingue un solo suono:

“Dio benedica il nostro Papa, Dio benedica il nostro Papa,
Dio benedica il nostro Papa, il grande, il buono”.

Il tetto dorato, i muri di marmo,
le maestose sale del Vaticano,
la nota oltrepassi, finché riempia
con echi dolci i sette colli:

Sollevandosi poi attraverso ogni sacra porta,
dove i martiri attendono, in pace, la gloria,
dilaga oltre la solenne pianura,
risuona al di là delle Alpi, dall’altra parte del mare:

Dal torrido sud al gelido nord,
quell’onda armonica si allunga,
non suona alcuna corda piú fedele a Roma,
che gli squilli nei nostri cuori e nelle nostre case:

mercoledì 14 aprile 2010

Tiepidezza e santità

Le polemiche di questi giorni mi hanno fatto tornare in mente una conferenza che tenni otto anni fa al clero della diocesi di Acerra, in occasione del quinto centenario della nascita di Sant’Antonio Maria Zaccaria. Mi è tornata in mente, perché vi avevo fatto un riferimento allo scandalo della pedofilia che era appena scoppiato in America. A rileggere oggi quel passaggio (che ho evidenziato), mi accorgo che non ci sono voluti cinquecento anni per renderci conto della condizione critica della Chiesa odierna. Ma mi viene da fare anche qualche altra considerazione, che rimando alla fine della rievocazione storica (se avrete la pazienza di arrivare fino in fondo). La conferenza si svolse nel monastero di San Giovanni Evangelista, nel comune di San Felice a Cancello (Caserta) il 9 maggio 2002.


A parte qualche illustre eccezione, spesso si ha l’impressione che ciascuno abbia i suoi santi: le città e le nazioni, i loro; le chiese particolari, i loro; gli ordini religiosi, i loro. Sono pochi i santi veramente universali. Ai nostri giorni si potrebbe dire che, di santo di tutti, ce ne sia uno solo: Padre Pio. Lascia davvero sbalorditi come la sua fama e la sua devozione si stia diffondendo in ogni parte del mondo e presso ogni categoria di fedeli. Ma, per il resto, il culto di santi, anche recentemente beatificati o canonizzati, ha una diffusione circoscritta ad alcuni luoghi o fra determinati gruppi. Soprattutto quando si tratta di fondatori di ordini religiosi, si ha l’idea che essi appartengano esclusivamente all’istituto da loro fondato; che solo i loro figli spirituali debbano conoscerli e venerarli. Si arriva all’assurdo che spesso le stesse chiese locali, da cui quei santi provengono, anziché essere fiere di aver espresso simili figure, spesso le trascurano, delegando in maniera pressoché esclusiva gli istituti da loro fondati a custodirne e coltivarne la memoria.

Ci dimentichiamo però che, quando la Chiesa riconosce ufficialmente la santità di uno dei suoi figli, non lo fa certo per accontentare le rivendicazioni di qualche lobby di potere o per assecondare le ambizioni di qualche consorteria; lo fa esclusivamente per proporlo all’imitazione di tutti i cristiani. Afferma in proposito il Catechismo della Chiesa cattolica: «Canonizzando alcuni fedeli, ossia proclamando solennemente che tali fedeli hanno praticato in modo eroico le virtú e sono vissuti nella fedeltà alla grazia di Dio, la Chiesa riconosce la potenza dello Spirito di santità che è in lei e sostiene la speranza dei fedeli offrendo loro i santi quali modelli e intercessori. “I santi e le sante sono sempre stati sorgente e origine di rinnovamento nei momenti piú difficili della storia della Chiesa” (Christifideles laici, n. 16). Infatti, “la santità è la sorgente segreta e la misura infallibile della sua attività apostolica e del suo slancio missionario” (ibid., n. 17)» (n. 828).

I santi perciò — tutti i santi — sono santi di tutti, sono santi della Chiesa. Chiaramente, se i santi sono modelli, lo sono in particolare per coloro che, nella Chiesa, svolgono il medesimo servizio che quelli hanno svolto: un sacerdote santo — diocesano o religioso, non importa — è un esempio per tutti i sacerdoti. Lo è, in particolare, Antonio Maria Zaccaria, presbitero cremonese vissuto cinquecento anni fa.

Il Catechismo, citando l’esortazione apostolica Christifideles laici (che, a sua volta, riprendeva la relazione finale della seconda assemblea straordinaria del Sinodo dei vescovi del 1985), ci ha ricordato che «i santi e le sante sono sempre stati sorgente e origine di rinnovamento (fons et origo renovationis) nei momenti piú difficili della storia della Chiesa». In effetti, se andiamo a fare un’indagine storica sui santi canonizzati, ci accorgiamo che proprio le epoche piú critiche nella storia della Chiesa sono state quelle che hanno espresso il maggior numero di santi. Naturalmente, non è casuale che ciò avvenga. Come in un organismo si producono gli anticorpi, quando esso viene attaccato da agenti patogeni, cosí nella Chiesa Dio suscita i santi quando essa è afflitta da mali che potrebbero metterne a rischio la sopravvivenza. Lo Zaccaria non solo era cosciente di questo, ma andava anche oltre. Perfettamente consapevole della profonda crisi che attanagliava la Chiesa e la società del suo tempo, scriveva: «Ci si potrebbe chiedere il motivo per cui Dio permetta che rovinino i buoni costumi … Scruti bene ciascuno nel libro della somma Provvidenza, e vedrà almeno questo: che Dio dispone in diversi anfratti e travagliosi tempi di coronare diversi capitani» (Costituzioni XVIII). Antonio Maria arriva al punto di dire che Dio permette le crisi della Chiesa per incoronare dei santi. Dunque, non sono i santi a essere suscitati per riformare Chiesa, ma è la Chiesa che va in crisi perché siano suscitati dei santi!

Fra le epoche piú critiche della storia della Chiesa va certamente annoverato il XVI secolo. Non che prima le cose andassero meglio; ma certo, nel Cinquecento, quella crisi che si trascinava da lungo tempo esplode in maniera devastante.

Ai danni provocati alla Chiesa dal feudalesimo — a cui aveva cercato di porre rimedio la riforma gregoriana dell’XI secolo — si erano poi aggiunte le conseguenze rovinose della cattività avignonese (1309-1377) e del successivo scisma d’Occidente (1378-1449). Le “piaghe”, che col passare dei secoli si erano venute incancrenendo nel corpo ecclesiale, erano soprattutto l’ignoranza e l’immoralità del clero; il rilassamento degli ordini religiosi; la carriera ecclesiastica spesso intrapresa non per vocazione, ma per interesse, o personale (desiderio di ricchezza, di prestigio, di potere) o familiare (l’esigenza di non disperdere il patrimonio); il cumulo dei benefici e la conseguente dissociazione di questi dai rispettivi uffici, che indusse molti titolari a non risiedere nella propria sede; la vita mondana degli ecclesiastici, che spesso furono uomini di corte piú che pastori d’anime; l’intreccio fra autorità spirituale e potere temporale, che portò papi, vescovi-principi e abati ad avere preoccupazioni piú politiche che religiose; il nepotismo dei sommi pontefici e il fiscalismo vorace della Curia romana, che alienarono al papato le simpatie di vasti settori della cristianità; le interferenze del potere politico, che limitavano fortemente la libertà della Chiesa; la crisi della teologia e lo scadimento della predicazione, che provocarono un impoverimento della pietà popolare, sempre piú in preda alla superstizione. Lo stesso Rinascimento, anziché porre rimedio, aggravò la situazione, accentuando la secolarizzazione delle gerarchie ecclesiastiche e favorendo la paganizzazione della società.

In una situazione cosí drammatica si erano già manifestati numerosi fermenti di riforma. Già nel Tre-Quattrocento alcune figure avevano lavorato per il rinnovamento della Chiesa: alcune lo avevano fatto rompendo con essa — si pensi all’inglese John Wycliffe (1330-1384) e al boemo Jan Hus (1369-1415) —; altre lo avevano fatto rimanendo all’interno della Chiesa: basti citare Santa Caterina da Siena (1347-1380), San Vincenzo Ferrer (1350-1419), San Bernardino da Siena (1380-1444), San Giovanni da Capestrano (1386-1456).

Nel Cinquecento si ripete qualcosa di analogo: anche nel XVI secolo vengono intrapresi due diversi tentativi di riforma della Chiesa: uno in polemica con la Chiesa istituzionale (la Riforma protestante) e l’altro che rimane fedele a essa (la cosiddetta Riforma cattolica). La prima non solo non raggiunge l’obiettivo prefisso, ma anzi aggrava la crisi esistente: a tutti i problemi già presenti ne aggiunge di piú gravi, come l’eresia e la disintegrazione della comunione ecclesiale. Da parte sua la Riforma cattolica — solo di recente messa in luce da una piú attenta storiografia e da non confondersi con la successiva Controriforma — promuove dall’interno l’autentico rinnovamento della Chiesa.

Aspetti rilevanti della Riforma cattolica vanno considerati l’Umanesimo cristiano, con la sua esigenza di ritorno alle fonti bibliche e patristiche del cristianesimo; il fenomeno delle Osservanze, che manifesta il bisogno della vita religiosa di tornare al proprio primitivo rigore; il cosiddetto movimento oratoriano, espressione di una insospettabile vitalità ecclesiale (molto simile agli attuali movimenti); la fondazione dei nuovi ordini religiosi dei chierici regolari, che si propongono la riforma del clero e, attraverso questa, la riforma della Chiesa e della società.

All’interno di tale contesto di crisi e di vitalità ecclesiale si situa anche la figura di Sant’Antonio Maria Zaccaria. Nato a Cremona nel 1502 (cinquecento anni fa!), intraprende in un primo momento la carriera medica. Dopo essersi laureato in medicina all’Università di Padova, però, decide di darsi a vita spirituale. E inizia, ancora laico, la sua opera di catechesi e di testimonianza cristiana. Spinto dal proprio direttore spirituale, si orienta verso il sacerdozio e, nel 1529, riceve l’ordinazione, continuando, nella nuova veste, la sua azione evangelizzatrice e caritativa. Si affida alla guida spirituale di un domenicano riformatore, collega del Savonarola, fra Battista da Crema, il quale gli fa conoscere la contessa Ludovica Torelli di Guastalla, di cui diviene presto cappellano. Questo composito terzetto, accomunato da un ardente desiderio di riforma, si trasferisce nella capitale del Ducato, Milano. Qui entra in contatto con uno di quei cenacoli di riforma di cui si diceva: l’Oratorio dell’Eterna Sapienza. Nascono cosí nuove amicizie; si stringono nuovi legami spirituali; il gruppo si allarga. Si concepisce un progetto ardito: la formazione di una nuova compagine ecclesiale, formata da sacerdoti, religiose e laici coniugati, tutta dedita alla santificazione personale e alla riforma della Chiesa e della società. Il modello a cui si guarda, e sotto la cui protezione si pone il nuovo movimento, è l’apostolo Paolo, considerato non tanto come teologo della giustificazione mediante la fede (come, piú o meno contemporaneamente, faceva Lutero), ma piuttosto come apostolo ed evangelizzatore. Nel 1533 il papa approva il ramo maschile, quelli che successivamente sarebbero stati chiamati “Chierici regolari di San Paolo” o, piú brevemente, dal nome della loro prima chiesa, “Barnabiti”. Nel 1535 poi viene approvato il monastero femminile: alle religiose si dà il nome di “Angeliche di San Paolo”. Caratteristica delle Angeliche: non sono soggette alla clausura, perché devono partecipare al lavoro apostolico dei confratelli. Accanto a loro, come dicevamo, tutta una serie di laici, per lo piú di rango elevato, che condividono il medesimo progetto e collaborano alla sua realizzazione.

Inizia subito l’opera di rievangelizzazione di Milano. Si usano dei mezzi spesso provocatori, che destano la reazione del potere — ecclesiastico e laico — costituito. Molto significativamente Angelo Montonati ha intitolato la nuovo biografia dello Zaccaria, pubblicata quest’anno, Fuoco nella città. Sí, perché proprio di questo si tratta: riportare un po’ di fuoco nella vita della Milano di quel tempo.

Antonio Maria, da buon medico, fa una diagnosi attenta dei mali che affliggono la Chiesa e la società del suo tempo. Il risultato di tale diagnosi non è la lunga lista di “piaghe” che abbiamo elencato poc’anzi. Il suo referto individua un’unica malattia: la tiepidezza. Obiettivo suo e dei suoi discepoli è una lotta senza quartiere contro una vita cristiana mediocre. Scrive alle Angeliche: le mie figlie devono essere «apostole per rimuovere non solo la idolatria e altri difettoni grossi dalle anime, ma per distruggere questa pestifera e maggior nemica di Cristo crocifisso, la quale sí grande regna ai tempi moderni: madonna — dico — tepidità» (Lettera V). Tale lettera risale al 1537; con essa il Santo annuncia la prima missione fuori Milano: i paolini sono stati chiamati dal vescovo di Vicenza a compiere un’opera di riforma, soprattutto dei monasteri, di quella città. Di lí, successivamente, i paolini si sarebbero allargati al resto della Repubblica di Venezia, conquistando l’adesione di larghi strati dell’intellighenzia veneta (questo alla lunga avrebbe provocato la reazione dell’establishment politico della Serenissima, che, nel 1551, decreterà l’espulsione dei paolini dai domini della Repubblica).

Lo Zaccaria, nel frattempo, continua la sua opera a Milano. Nel 1539 si reca a Guastalla, per riportare la pace in quella contea in preda a lotte intestine. È già ammalato: gli strapazzi e il clima della Bassa padana aggravano le sue condizioni di salute. In giugno sente venir meno le forze e chiede di tornare a Cremona, nella casa natale. Circondato dalla mamma e dai suoi piú fedeli discepoli, confortato dall’apparizione dell’apostolo Paolo, fa le sue ultime raccomandazioni ai presenti, riceve i sacramenti e spira nel primo pomeriggio del 5 luglio 1539, secondo la sua predizione, nell’ottava degli apostoli Pietro e Paolo. Aveva 37 anni.

Come si vede, una vita molto breve e senza fatti straordinari: né esperienze mistiche singolari, né miracoli strepitosi, né realizzazione di opere esterne che rimanessero nei secoli futuri. Solo una preoccupazione: estirpare la tiepidezza, appiccare il fuoco del fervore. Rivolgendosi ai suoi figli scriveva: «[Accontentate] il desiderio del nostro divin padre [= San Paolo], il quale … voleva che fossimo piante e colonne della rinnovazione del fervor cristiano» (Lettera VII). La frase del vangelo, che egli cita nei suoi scritti in riferimento a Cristo (Sermone IV), può tranquillamente essere applicata a lui stesso: «Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso!» (Lc 12:49).

Il segreto di Antonio Maria? La santità. È questa la risposta che lui dà alle sfide del suo tempo: la santità personale come presupposto e la santità dei cristiani come obiettivo dell’azione pastorale. Afferma l’esortazione apostolica Christifideles laici, citata dal Catechismo della Chiesa cattolica: «La santità … è la sorgente segreta e la misura infallibile della sua [= della Chiesa] attività apostolica e del suo slancio missionario» (ChL 17; CCC 828). Ciò che il papa ci raccomanda nella lettera apostolica Novo millennio ineunte, a proposito della santità, era stato già intuito e attuato da Sant’Antonio Maria Zaccaria cinquecento anni fa: la vocazione universale alla santità, la santità come urgenza pastorale e alla base della programmazione pastorale, la contraddittorietà di una vita cristiana mediocre, il coraggio di riproporre una “misura alta” della vita cristiana ordinaria, la necessità di una pedagogia della santità. Sono tutti aspetti che ritroviamo, con diverse sfumature, nella spiritualità zaccariana.

Ciò che colpisce maggiormente, al di là della ruvidezza di certe espressioni (una ruvidezza che forse, piú che dalla diversità dei tempi, dipende dalla parrhesía evangelica che caratterizza i santi di tutti i tempi) è la modernità del linguaggio zaccariano. Basti un esempio: «Gli uomini moderni sembrano fatti apposta per allontanare l’uomo da Dio» (Lettera III). Potrebbe essere tranquillamente l’affermazione di un’analista cattolico dei nostri giorni; mentre si tratta di una constatazione fatta dallo Zaccaria cinquecento anni fa.

Ma ciò che meraviglia, oltre la modernità del linguaggio, è l’attualità delle intuizioni che ebbe questo Santo del Cinquecento. Si pensi, per esempio, alla valorizzazione della donna e del laicato e al loro coinvolgimento nell’opera di evangelizzazione. Un’intuizione che allora non fu capita: la Chiesa tridentina, comprensibilmente preoccupata della propria sopravvivenza, guardò con sospetto a tutto ciò che non rientrava negli schemi di un’organizzazione clericale della vita ecclesiale. Fu cosí che, nel 1552, le Angeliche furono costrette alla clausura e i Coniugati di San Paolo semplicemente scomparvero.

Oggi certe intuizioni, premature per quell’epoca, sono diventate patrimonio comune: il Concilio ha espressamente ricordato ai cristiani l’universale vocazione alla santità; la donna sta progressivamente trovando spazio nella Chiesa; i laici sono ormai diventati collaboratori indispensabili nell’attività pastorale. Missione compiuta, dunque? Sant’Antonio Maria Zaccaria non ha piú nulla da dire alla Chiesa di oggi? Se dovessimo pensare una cosa del genere, significherebbe che la nostra analisi della situazione attuale è molto superficiale. Significherebbe confondere i progetti, sapientemente elaborati, con la realtà vissuta. Significherebbe credere che viviamo nel migliore dei mondi possibili o, se volete, nella migliore delle Chiese possibili. Significherebbe pensare che il rinnovamento della Chiesa promosso dal Concilio si esaurisca in una riforma strutturale ormai portata a termine e quindi non bisognosa di ulteriori interventi. Significherebbe chiudere gli occhi sulla realtà che ci circonda, tutt’altro che tranquillizzante. Significherebbe che, mentre, chiusi nelle sagrestie, ci compiacciamo dei risultati raggiunti, non ci accorgiamo che nel frattempo la società si sta sempre piú allontanando da Dio e dalla Chiesa.

Un tempo, il nostro, molto simile a quello in cui visse lo Zaccaria. Certo, i paragoni fra epoche storiche cosí distanti fra loro sono sempre rischiosi; ma è indubbio che esistano delle analogie fra la società cinquecentesca e la situazione attuale. Certamente non ritroviamo oggi gran parte delle “piaghe” della Chiesa di allora, ma ne ritroviamo altre, non meno pericolose. Per fare solo un esempio, volutamente provocatorio: noi ci scandalizziamo dell’immoralità del clero di allora; che cosa scriveranno di noi gli storici fra cinquecento anni, quando dovranno riferire dei molti preti che hanno abbandonato il sacerdozio per sposarsi, dell’omosessualità diffusa nei seminari e nei conventi, dello scandalo della pedofilia che ha occupato le prime pagine dei giornali in questi giorni? Siamo poi tanto migliori dei nostri confratelli di cinquecento anni fa?

Io credo che, se Antonio Maria vivesse oggi, senza stracciarsi le vesti, senza fustigare i costumi corrotti, senza fare il moralista alla Savonarola, individuerebbe senza esitazione il virus che, oggi come allora, colpisce la Chiesa: la tiepidezza. E, altrettanto prontamente, indicherebbe il rimedio: la santità.

Innanzi tutto, la santità intesa come stile di vita di chi, nella Chiesa, è chiamato a esercitare un ruolo di guida nei confronti dei suoi fratelli. Dice lo Zaccaria, rivolgendosi al “riformatore dei buoni costumi”, colui che avrebbe dovuto assumersi il compito di rinnovare la vita religiosa: «Bisogna che tu sia di cuore e animo grandi … Bisogna che, nella tua impresa, tu sia perseverante … Bisogna che tu sia di grandemente bassa umiltà … Bisogna che tu sia, per la molta meditazione e orazione, sempre sospeso … Bisogna che tu sia di grandemente buona e diritta intenzione … Bisogna che tu ti proponga di passare piú avanti e in cose piú perfette … Bisogna che sempre tu confidi nell’aiuto divino … le cose divine non siano trattate se non dai divini. Perciò il riformatore deve essere divino e santo» (Costituzioni XVIII).

In secondo luogo, la santità come ideale di vita coraggiosamente proposto ai fratelli. Scrive lo Zaccaria nella sua lettera-testamento, indirizzata a una coppia di sposi pochi giorni prima di morire: «Non pensate che l’amore che nutro per voi, né che le doti che possedete possano far sí che io desideri che siate santi piccoli. Vorrei, e desidero, e voi siete in grado, se volete, a diventare gran santi, purché vogliate sviluppare e restituire piú belle quelle doti e grazie al Crocifisso, dal quale le avete ricevute» (Lettera XI).


Non vorrei apparire polemico, ma credo che molti oggi si illudano che sia sufficiente il carcere per fare pulizia nella Chiesa. Per chi non lo sapesse, è un’esperienza già fatta: nel passato, oltre a esistere le prigioni dell’Inquisizione, esisteva anche un carcere in ogni monastero e in ogni convento. Eppure tutto ciò non è stato sufficiente per evitare o eliminare la corruzione dalla Chiesa. Finché non ci convinceremo che la Chiesa la si riforma con la santità, perderemo il nostro tempo. Prima ci siamo illusi che bastasse convocare un concilio e procedere a una serie di riforme strutturali; ora, vista l’inefficacia dei rimedi adottati, ci affidiamo alla giustizia (canonica o civile). Pensiamo che basterà questo per riformare la Chiesa? I santi ci invitano a imboccare una strada diversa. Speriamo che, come per il passato, anche la profonda crisi che stiamo attraversando sia il segno che si sta approssimando per la Chiesa una nuova primavera di santità.

sabato 10 aprile 2010

Basta!

Capisco la situazione estremamente imbarazzante e la difficoltà di scegliere la exit strategy piú appropriata. Condivido l’ultima dichiarazione di Padre Lombardi, che «non crede necessario rispondere a ogni singolo documento preso fuori dal contesto a proposito di singole situazioni legali»; ma comprendo pure che sia stato poi necessario fornire chiarificazioni a proposito della lettera del 1985 del Card. Ratzinger riguardante padre Stephen Kiesle.

Arrivati a questo punto, però, direi che sia ora di darci un taglio. Non se ne può piú. Tanto, lo sappiamo: a questi signori non gliene importa nulla della pedofilia; a loro interessa solo attaccare la Chiesa e infangare il Papa. Se si dà loro corda, continueranno all’infinito. Grazie alle talpe, troveranno sempre qualche documento buono per dimostrare il coinvolgimento di Ratzinger. Che se poi quel documento non dimostra niente, ecchissenefrega! Tanto, non succede mica nulla.

Non si può stare al loro gioco; non si può prestare sempre il fianco. A un certo punto, meglio ignorarli. Avete notato come sono rimasti indispettiti quando hanno visto che il Papa non ha fatto alcun cenno alla pedofilia durante i riti della Settimana Santa? Ma come si permette il Papa di non rispettare l’agenda che gli era stata fissata? Sembrava la stessa reazione stizzita degli ebrei dopo la visita di Benedetto XVI alla Sinagoga di Roma: ma come? il Papa non ha fatto alcun cenno allo Stato di Israele? Chissà perché ormai il Papa non è piú libero neppure di dire quel che gli pare! Sono gli altri che decidono quale debba essere il contenuto dei suoi discorsi.

Basta! Bisogna venire fuori da questa spirale. Il Card. Ratzinger aveva scritto al Vescovo di Oakland di avere prudenza? Certo, aveva tutto il diritto di farlo; e non deve rendere conto a voi, cari signori della stampa internazionale (e a chi c’è dietro di voi). La Chiesa ci pensa da sé a far pulizia in casa propria, non ha bisogno del vostro aiuto; se proprio smaniate dalla voglia di far pulizia, avete l’imbarazzo della scelta: guardatevi intorno, e troverete tanti altri ambienti da moralizzare (a cominciare dalle vostre redazioni). Ricordatevi che in duemila anni non siamo riusciti noi preti a distruggere la Chiesa; volete riuscirci voi? Anzi, sappiate che finora tutti quelli che hanno provato ad accostarsi al Papa si sono scottati...