martedì 27 luglio 2010

"Riforma della Riforma"

Riporto il mio secondo articolo pubblicato sull’Eco dei Barnabiti, n. 2/2010 (pp. 12-13), nella rubrica “Osservatorio ecclesiale”. Come nel caso del primo articolo, niente di nuovo per i lettori di questo blog: si tratta semplicemente di un tentativo di divulgazione per il grande pubblico.


Nel precedente numero dell’Eco ci siamo soffermati su quella che può essere considerata la “chiave di lettura” del Concilio Vaticano II e dell’attuale pontificato: la cosiddetta “ermeneutica della riforma”.

Il primo documento approvato dai Padri conciliari fu la Costituzione sulla sacra liturgia Sacrosanctum Concilium (4 dicembre 1963). La riforma liturgica, che ne scaturì, è sempre stata considerata un po’ come il “fiore all’occhiello” del Concilio, e le è stato attribuito un valore emblematico, quale “icona” della più generale riforma della Chiesa avviata dal Vaticano II. La Sacrosanctum Concilium considera la liturgia come «il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e insieme la fonte da cui promana tutta la sua forza» (n. 10). Essa, perciò, occupa un posto centrale nella vita della Chiesa. In particolare, esiste un rapporto strettissimo fra liturgia e fede: la liturgia esprime la fede della Chiesa, costituisce una delle principali testimonianze della tradizione e riveste un carattere normativo per i fedeli (lex orandi, lex credendi).

Non meraviglia quindi che un grande teologo come Joseph Ratzinger, pur non essendo un liturgista di professione, abbia riservato alla liturgia un’attenzione particolare, che è andata man mano aumentando col passare degli anni. Proprio per la centralità che la liturgia occupa nella vita della Chiesa, il Card. Ratzinger giunse alla conclusione che esiste un rapporto di causalità diretta tra il crollo della liturgia, a cui abbiamo assistito dopo il Concilio, e la crisi in cui si dibatte la Chiesa ai nostri giorni:

«Sono convinto che la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal crollo della liturgia, che talvolta viene addirittura concepita etsi Deus non daretur: come se in essa non importasse più se Dio c’è, e se ci parla e ci ascolta» (Il Dio vicino, Edizioni San Paolo, 2003, p. 21).

L’opera in cui il Card. Ratzinger raccolse le sue riflessioni in materia liturgica è l’Introduzione allo spirito della liturgia, pubblicato in tedesco (Eindführung in den Geist der Liturgie) nel 1999 e tradotto in italiano dalle Edizioni San Paolo nel 2001. Con quel libro — che anche nel titolo si ricollega all’opera che aveva segnato l’inizio del movimento liturgico in Germania: Lo spirito della liturgia di Romano Guardini (1918) — il Card. Ratzinger si prefiggeva di dar vita a un nuovo “movimento liturgico”, «un movimento verso la liturgia e verso una sua corretta celebrazione, esteriore ed interiore» (p. 6). Tale proposito si spiega con la constatazione che qualcosa nella riforma liturgica promossa dal Vaticano II non ha funzionato. Nella premessa al citato volume, il Card. Ratzinger ricorreva a un paragone efficace per spiegare ciò che è avvenuto nella Chiesa durante e dopo il Concilio:

«Si potrebbe dire che la liturgia era allora — nel 1918 —, per certi aspetti, simile a un affresco che si era conservato intatto, ma che era quasi coperto da un intonaco successivo: nel messale, con cui il sacerdote la celebrava, la sua forma era pienamente presente, così come si era sviluppata dalle origini, ma per i credenti essa era ampiamente nascosta da istruzioni e forme di preghiera di carattere privato. Grazie al movimento liturgico e — in maniera definitiva — grazie al Concilio Vaticano II, l’affresco fu riportato alla luce e per un momento restammo tutti affascinati dalla bellezza dei suoi colori e delle sue figure. Ma nel frattempo, a causa dei diversi errati tentativi di restauro o di ricostruzione, nonché per il disturbo arrecato dalla massa dei visitatori, questo affresco è stato messo gravemente a rischio e minaccia di andare in rovina, se non si provvede rapidamente a prendere le misure necessarie per porre fine a tali influssi dannosi. Naturalmente non si deve tornare a coprirlo di intonaco, ma è indispensabile una nuova comprensione del suo messaggio e della sua realtà, così che l’averlo riportato alla luce non rappresenti il primo gradino della sua definitiva rovina» (pp. 5-6).

Mi sembra che questa similitudine esprima bene il giudizio del Card. Ratzinger sulla riforma liturgica e la sua convinzione che si renda necessario un ulteriore intervento per impedire che l’“affresco” della liturgia vada definitivamente perduto. In altre dichiarazioni il giudizio del Card. Ratzinger appare ancor più esplicito e drastico:

«Il risultato [della riforma liturgica] non è stato una rianimazione, ma una devastazione [...]. Al posto della liturgia frutto di uno sviluppo continuo, è stata messa una liturgia fabbricata. Si è usciti dal processo vivente di crescita e di sviluppo per entrare nella fabbricazione. Non si è più voluto il divenire e la maturazione organica di Dio che vive attraverso i secoli e lo si è sostituito a mo’ di produzione tecnica, con una fabbricazione banale del momento» (“Prefazione” a Klaus Gamber, La réforme liturgique en question, Le Barroux, 1992);

«[Nella riforma liturgica] si fece a pezzi l’edificio antico e se ne costruì un altro, sia pure con il materiale di cui era fatto l’edificio antico e utilizzando i progetti precedenti» (La mia vita, Edizioni San Paolo, 1997, p. 114).

In una intervista rilasciata al quotidiano francese La Croix il 28 dicembre 2001, il Card. Ratzinger giunse ad auspicare una “riforma della riforma”:

«Alcuni addetti ai lavori vorrebbero far credere che tutte le idee non perfettamente conformi ai loro schemi sono un ritorno nostalgico al passato [...]. Lo dicono solo per partito preso. Bisogna riflettere seriamente sulle cose e non accusare gli altri di essere partigiani di san Pio V [...]. Ogni generazione ha il compito di migliorare e rendere più conforme allo spirito delle origini la liturgia. E penso che effettivamente oggi c’è motivo di lavorare molto in questo senso, e riformare la riforma. Senza rivoluzioni (sono un riformista, non un rivoluzionario), ma un cambiamento ci deve essere. Dichiarare impossibile a priori ogni miglioramento mi sembra un dogmatismo assurdo».

* * *

Il 19 aprile 2005 il Card. Joseph Ratzinger è diventato Benedetto XVI. Solitamente, quando si assume una qualsiasi carica, si è costretti ad abbandonare, per motivi di opportunità, l’asprezza dei toni nelle dichiarazioni; ma è anche vero che, dall’alto, il più delle volte si vedono le cose in una luce diversa, che permette spesso di ridimensionare i giudizi precedentemente formulati. Ovviamente non possiamo sapere che cosa sia avvenuto nell’animo di Joseph Ratzinger dopo l’elezione al soglio pontificio. Del resto non è neanche tanto importante sapere che cosa l’attuale Pontefice pensi come “dottore privato”; ciò che conta è quanto egli fa come pastore supremo della Chiesa. Ebbene, quali sono stati gli interventi di Benedetto XVI in campo liturgico in questi cinque anni di pontificato?

Forse quanti si attendevano una immediata e profonda revisione della riforma liturgica sono rimasti delusi. L’unica modifica formale operata sul rito della Messa in questi anni è stata l’introduzione, nella “III edizione tipica emendata” del Messale latino, di tre formule alternative di congedo (da affiancarsi al tradizionale “Ite, missa est”), modifica per altro suggerita dal Sinodo dei Vescovi sull’Eucaristia del 2005 e già presente in diverse traduzioni del Messale (compresa quella italiana). Un po’ poco per quanti si aspettavano mutamenti radicali.

Recentemente è stata annunciata l’approvazione definitiva della nuova traduzione in inglese del Missale Romanum: un evento che può certamente definirsi epocale, se si considera l’impatto che avrà su milioni di fedeli in ogni parte del mondo; ma che non modifica in alcun modo il rito della Messa (si tratta semplicemente di una traduzione più fedele, letterale, del Messale latino di Paolo VI, secondo le norme emanate nel 2001 con l’istruzione Liturgiam authenticam).

Che ne è stato allora della “riforma della riforma”? Benedetto XVI non ha mai utilizzato in questi anni tale espressione, anche se continuano a farne largo uso i seguaci di quel “movimento liturgico”, da lui auspicato nell’Introduzione allo spirito della liturgia ed effettivamente sorto in tempi recenti (si pensi, per esempio, al New Liturgical Movement diffuso nei paesi di lingua inglese). Papa Ratzinger ha dunque rinnegato tutti i pronunciamenti fatti da cardinale? Anche se non è mai intervenuto direttamente per modificare la liturgia e non si è mai espresso ufficialmente, Benedetto XVI ha nondimeno adottato una serie di misure, che permettono di intravvedere la sua “politica” in campo liturgico.

Innanzi tutto, le celebrazioni liturgiche da lui presiedute hanno assunto negli ultimi anni uno stile diverso. Gli elementi più appariscenti del nuovo stile sono i candelieri e il crocifisso (perlopiù di foggia tradizionale) rimessi sull’altare e la comunione distribuita sulla lingua ai fedeli inginocchiati, oltre che la frequente riutilizzazione di antichi paramenti liturgici. Naturalmente, non si tratta dell’imposizione di una normativa vincolante per tutti, ma solo di una proposta offerta a quanti vogliono liberamente seguirla.

Una decisione che ha fatto molto discutere è stata la liberalizzazione dei libri liturgici preconciliari, avvenuta col motu proprio Summorum Pontificum nel 2007. A molti è parsa una sconfessione della riforma liturgica; ma nel documento — e soprattutto nella lettera accompagnatoria — si spiega che non si vuole in alcun modo mettere in discussione la riforma: si vuole solo dare la possibilità, ai fedeli che lo desiderino, di celebrare la liturgia secondo quella che viene ora chiamata la “forma straordinaria” del rito romano (rimanendo la “forma ordinaria” quella scaturita dalla riforma liturgica promossa dal Vaticano II e approvata da Paolo VI). Nella citata lettera ai Vescovi, però, Benedetto XVI non nasconde un intento che in qualche modo riprende i voti da lui formulati quando era ancora cardinale:

«Le due forme dell’uso del Rito Romano possono arricchirsi a vicenda: nel Messale antico potranno e dovranno essere inseriti nuovi santi e alcuni dei nuovi prefazi [...]. Nella celebrazione della Messa secondo il Messale di Paolo VI potrà manifestarsi, in maniera più forte di quanto non lo è spesso finora, quella sacralità che attrae molti all’antico uso».

Da questo passo parrebbe di capire che il Papa abbia, almeno per il momento, rinunciato a qualsiasi tipo di intervento diretto sulla liturgia e abbia optato per un atteggiamento più soft: anziché modificare i riti d’autorità, si direbbe che egli preferisca lasciare che l’antica liturgia, ormai liberalizzata, e le cerimonie pontificie, che hanno riacquistato un’aura di ieraticità, esercitino gradatamente il loro influsso sulle celebrazioni liturgiche ordinarie. Una politica così discreta otterrà il risultato sperato? Staremo a vedere.

In ogni caso, sembrerebbe che la tanto decantata “riforma della riforma” sia stata, almeno temporaneamente, messa da parte. A dire il vero, l’estate scorsa erano apparse sulla stampa alcune indiscrezioni su possibili adattamenti dei riti liturgici, prontamente smentite dalla Santa Sede. In autunno, però, il Prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, Card. Antonio Cañizares Llovera, in una intervista a Catalunya Cristiana, ha confermato che il suo Dicastero ha preso in esame la questione:

«Quello che posso dire è che è un periodo molto importante per tutti, si è lavorato intensamente, c’è stata una Plenaria della Congregazione, e si sono stilate delle proposte che il Santo Padre ha approvato e che costituiscono la base del nostro lavoro. Il grande obiettivo è di rivitalizzare lo spirito della liturgia in tutto il mondo [...]. Il tema più urgente, e che si sente con urgenza in tutto il mondo, è che il senso della liturgia deve essere ritrovato. Questo non significa semplicemente cambiare rubriche o introdurre nuove cose, ma si tratta semplicemente che la liturgia deve essere vissuta e che deve essere al centro della vita della Chiesa [...]. Dobbiamo recuperare quello che non avrebbe mai dovuto perdersi. Il più grande male che è stato fatto all’uomo è stato il tentativo di eliminare dalla sua vita la trascendenza e la dimensione del mistero».

Come si può vedere, il Card. Cañizares non scende nei particolari, ma conferma che si sta lavorando a una qualche “riforma della riforma”. Sembrerebbe però di capire che non si tratterà tanto di radicali modifiche agli attuali riti, quanto piuttosto di un riposizionamento della liturgia al centro della vita della Chiesa e di un recupero del senso del mistero, che deve tornare a caratterizzare il culto divino (attraverso quali mezzi, si vedrà). E su questo penso che tutti possano trovarsi d’accordo.

venerdì 16 luglio 2010

Nuove norme? OK

Confesso che ero un tantino preoccupato per la pubblicazione delle nuove Norme sui delitti piú gravi. Perché preoccupato? Certo non perché si profilava un inasprimento delle pene (inasprimento doveroso nel caso di certi crimini), ma perché avevo avuto l’impressione che la Chiesa negli ultimi mesi si lasciasse condizionare un po’ troppo dalla campagna mediatica antipedofilia e che, volendo ottenere seppur inconsciamente il consenso del mondo, abbandonasse la sua tradizionale gravità e prudenza. Chi può negare che buona parte dei recenti interventi di ecclesiastici, ai vari livelli, fossero improntati alla piú rigorosa political correctness (salvo poi accorgersi che, essendo quella campagna puramente strumentale, le dichiarazioni degli ecclesiastici erano sempre insufficienti agli occhi della “santa inquisizione mediatica)? La preoccupazione consisteva nel fatto che ci si lasciasse influenzare piú del necessario dalle esigenze del momento, senza tener conto delle conseguenze devastanti che potrebbe aver avuto nella Chiesa l’introduzione di norme non sufficientemente ponderate.

Devo dire invece che le mie preoccupazioni sono state completamente spazzate via da queste nuove norme, che non hanno alcunché di rivoluzionario, ma si inseriscono perfettamente nella tradizione disciplinare della Chiesa. Anzi, mi sembra che le nuove norme confermino la tendenza, che già si intravedeva, di un ritorno della Congregazione per la dottrina della fede a essere il dicastero principale della Curia romana e il recupero della sua originaria natura di “tribunale supremo” (Sacra Congregazione della Romana e Universale Inquisizione).

Entrando nel merito delle nuove norme, devo premettere che non sono un canonista e quindi il mio giudizio è quello di un semplice fedele, che si lascia condurre dal buon senso piú che dalla competenza e dall’esperienza in materia. In ogni caso, la prima cosa che mi rallegra è che le norme antipedofilia sono inserite nel contesto delle Normae de gravioribus delictis riservati alla CDF. Tali delitti sono quelli contro la fede, contro i costumi e nella celebrazione dei sacramenti. Già questo è significativo, perché mette chiaramente in luce l’approccio che dobbiamo avere verso certe questioni. Il problema degli abusi, per quanto grave, non può essere isolato e assolutizzato; ci sono altre questioni, agli occhi del mondo insignificanti, che per un cattolico sono invece della massima gravità, come la profanazione dell’Eucaristia o la violazione del sigillo sacramentale.

A questo proposito, mi paiono del tutto fuori luogo le considerazioni di Damian Thompson, che definisce un “autogol” aver incluso nello stesso documento gli abusi contro i minori e l’ordinazione di una donna. Thomson è preoccupato che tale equiparazione possa scatenare le penne anticattoliche. Ah sí? Ecchissene… Dicano pure. Semmai, mi preoccupa il fatto che qualcuno, da parte vaticana, abbia sentito il bisogno di precisare che «le due cose non sono ugualmente gravi»…

Per quanto riguarda le singole novità, mi stanno tutte bene. Anche che la prescrizione sia stata aumentata a venti anni. Un solo particolare mi lascia perplesso: perché, all’art. 7 § 1, si è sentito il bisogno di precisare che la CDF può derogare alla prescrizione per i singoli casi? Non mi sembra che tale precisazione vada nella linea di quella “certezza del diritto” conclamata dal Padre Lombardi nella sua nota di presentazione alle nuove norme.

Cosí pure mi permetto di avanzare qualche dubbio sull’opportunità di procedere per via extragiudiziale. Non mi sembra molto corretto che, in questioni cosí delicate, si possa procedere tanto sbrigativamente con un decreto. D’accordo che c’è bisogno di celerità, ma a me pare che un regolare processo sia un diritto dell’accusato.

Vedo invece con piacere che è stato confermato, per queste cause, il segreto pontificio, in barba a tutti gli slogan sulla “trasparenza”. Anche la riservatezza è un diritto di tutte le parti coinvolte.

Allo stesso modo, mi fa immenso piacere che non si faccia alcun cenno a una eventuale denuncia alle autorità civili, quasi che la giustizia civile costituisca l’unica giustizia degna di questo nome, il “tribunale supremo” anche per le cause ecclesiastiche. Nessuno si è accorto che si stava praticamente invocando un ritorno alla tanto vituperata consegna al “braccio secolare”. Bene ha fatto in questo caso Padre Lombardi a precisare che l’ordinamento penale canonico è in sé completo e pienamente distinto da quello degli Stati.

Oggi, sul Corriere della sera, Marco Ventura paragona tale ordinamento a un “archibugio impolverato”. Secondo lui, «il diritto canonico non è il diritto tedesco o canadese. È un altro pianeta, non conosce separazione dei poteri, principio di legalità, pubblicità degli atti, diritto di difesa. Teme lo scandalo. Considera l’abuso sessuale di un ecclesiastico su un minore “delitto contro i costumi”». Sarà. Ma noi ci teniamo il nostro vecchio archibugio impolverato (o meglio, «spolverato e ingrassato»). Ventura si tenga pure il suo diritto civile tanto efficace a reprimere gli abusi, specialmente quando si tratta di registi, rock star, primi ministri e capi di stato…

lunedì 5 luglio 2010

Un Santo riformatore

La Chiesa celebra oggi la festa di Sant’Antonio Maria Zaccaria (1502-1539), sacerdote cremonese, fondatore della Congregazione di San Paolo (Barnabiti, Angeliche e Laici). È uno degli esponenti della riforma cattolica, precedente al Concilio di Trento (1545-1563). Vorrei ricordarlo qui con le parole pronunciate, a braccio, dal Cardinale Joseph Ratzinger nella chiesa di San Carlo ai Catinari a Roma il 28 maggio 1997, in occasione del centenario della canonizzazione.




«Devo dire che la figura di Sant’Antonio Maria mi è cara, perché è una delle figure della riforma cattolica nel secolo della Riforma. La sua vita coincide con un periodo turbolento, nel quale Lutero, a suo modo, tentò di riformare la Chiesa. Tentativo che, come sappiamo, finí nella tragedia della divisione della Chiesa. Lutero nei problemi del suo tempo e della sua vita personale aveva scoperto la figura di San Paolo e, con l’intenzione di seguire il grande messaggio di San Paolo, cominciò il suo cammino. Purtroppo mise in contrasto San Paolo con la Chiesa gerarchica, la Chiesa del Papa, la legge contro il vangelo. E cosí, anche riscoprendolo, ha sciolto San Paolo dalla totalità della vita della Chiesa, dal messaggio della Sacra Scrittura. Antonio Maria Zaccaria ha scoperto anche lui San Paolo, ha voluto seguire proprio il dinamismo evangelico di San Paolo e lo ha visto nella totalità del messaggio divino, nella comunione della Chiesa.

Mi sembra che Sant’Antonio Maria sia una figura di grande attualità, una figura ecumenica e missionaria e che ci invita a mostrare e vivere il messaggio di San Paolo nella Chiesa stessa, e fa vedere ai nostri fratelli separati che San Paolo ha il suo posto vero nella Chiesa cattolica, e non è necessario mettere in contrasto il messaggio di San Paolo con la Chiesa gerarchica, ma che esiste proprio nella Chiesa cattolica tutto lo spazio per la libertà evangelica, per il dinamismo missionario, per la gioia del vangelo. La Chiesa cattolica non è solo Chiesa della legge, ma deve anche mostrarsi concretamente come Chiesa del vangelo e della sua gioia per aprire le strade all’unità».

mercoledì 30 giugno 2010

Magistero "autentico"

Lorenzo Bertocchi mi ha inviato alcune riflessioni a proposito della discussione innescata dal mio post dell’11 giugno “Gesú al centro”:

«“… Fate del Vangelo la vostra stella polare, mettete Gesú al centro della vita!”. Parole sante con cui spesso si concludono omelie, scritti spirituali, esortazioni morali e tirate giornalistiche di stampo cattolico. Purtroppo c’è il forte rischio di interpretazioni un po’ semplicistiche o soggettive. Anche il nobile “cristocentrismo” — tanto caro ad esempio a Don Giussani o Don Divo Barsotti — si riferisce all’incontro con Lui come evento che illumina e guida la vita.

Certamente riconoscere Gesú vivo e confidarsi a Lui è già azione di grazia e non può che spalancare la porta alla conversione del cuore, però di fronte alla quotidianità restiamo sempre liberi e lí occorre tradurre in pratica cosa significa “mettere Gesú al centro”. Se questo dono non ci conduce ad amare la Chiesa cattolica e con essa la sua dottrina, a riconoscere la legge come atto d’amore che ci aiuta nell’esercizio della libertà, allora questo incontro non è avvenuto, ma si riduce appunto al classico fervorino.

Il “fervorino” solitamente può essere sottoscritto da varie personalità che poi hanno idee molto diverse rispetto alla legge morale. Hans Küng, ad esempio, in un testo di qualche anno fa (Visione di una Chiesa futura, Colonia 1987) diceva che “la Chiesa ha un futuro solo se tiene presenti le sue origini e continua a prendere come norma il Vangelo, Gesú Cristo stesso”. Lo stesso Hans Küng fa poi richieste di rinuncia al celibato sacerdotale, aperture nel campo della morale sessuale, collegialità nel governo della Chiesa, ecc., tutte indicazioni che sono in contrasto con quanto proposto dalla dottrina della Chiesa cattolica. Purtroppo non mancano ecclesiastici di rango che si trovano in una situazione simile all’esempio di Küng. Da un certo punto di vista anche tutta la pubblicistica che si conclude con la Parola che “deve farsi carne” — di per sé concetto santo — se non è calato nella Chiesa mater et magistra conduce di fatto verso il soggettivismo spirituale e di conseguenza al relativismo etico.

In poche parole, è vero che bisogna diffidare dal predicozzo moralista, ma allo stesso tempo c’è da fare attenzione anche al fervorino spiritualeggiante. Senza l’autorità che interpreta la Parola in modo veritativo resta ben poco dell’incontro con Lui, o meglio resta molto difficile — a causa della ferita del peccato originale — ri-amarLo nella nostra quotidianità che ci interpella incessantemente. Primato petrino, pietà eucaristica, prassi liturgica, sacerdozio femminile, concetto di laicità, aborto, divorzio, fecondazione artificiale, regolazione delle nascite, morale sessuale, sono alcuni esempi la cui “interpretazione” chiama a riflettere su come il “fervorino” magari “scalda il cuore”, ma non è detto che aiuti l’anima a liberarsi».

Le considerazioni di Lorenzo mi trovano pienamente d’accordo. Convengo che certi principi generali, sui quali possiamo trovarci tutti d’accordo (ma non sempre, giacché spesso le divergenze nascono già a livello intellettuale), a un certo punto debbano tradursi in vita vissuta. È ovvio che tale applicazione non possa essere lasciata all’esclusiva iniziativa dei singoli: cadremmo in una sorta di “libero esame”, difficilmente compatibile con la professione della fede cattolica. È necessario che ci sia un interprete autorevole che, fra le varie interpretazioni personali della parola di Dio, discerna quella giusta, alla quali tutti dobbiamo poi conformarci. Per noi cattolici non c’è dubbio a chi spetti tale discernimento:

«Il compito di interpretare autenticamente la parola di Dio scritta o trasmessa è stato affidato al solo Magistero vivo della Chiesa, la cui autorità viene esercitata a nome di Gesú Cristo» (Dei Verbum, n. 10; cf Catechismo della Chiesa cattolica, n. 85).

Tale testo appare molto interessante e meritevole di una lettura attenta. Innanzi tutto, si parla di “interpretazione autentica” della parola di Dio. Naturalmente, chiunque può interpretare la parola di Dio; ma la sua interpretazione sarà una semplice interpretazione personale. Quella del Magistero è invece un’interpretazione autentica. Che significa? Se andiamo a cercare su un dizionario, per “autentico” troveremo le seguenti definizioni: «che è vero, non falso e che si può provare come tale; di racconto o notizia, conforma alla realtà; che è realmente tale». Definizioni che si possono, in qualche modo, applicare anche al concetto di “interpretazione”, ma che non colgono il suo significato specifico. Mi pare che il senso proprio di “autentico” in questo contesto sia quello espresso da Ottorino Pianigiani, nel suo Vocabolario etimologico della lingua italiana: «Dicesi di ciò che ha autore certo e che perciò fa autorità. Quindi autentici sono gli atti solennemente fatti per mano di notaro o di altro pubblico ufficiale». Tale definizione sembrerebbe confermata, nel testo della Dei Verbum, da quel riferimento all’autorità del Magistero, che viene esercitata a nome di Gesú Cristo.

Ci si potrebbe anche chiedere che cosa significa “interpretare”. Certamente non si tratta solo di un’interpretazione astratta (il significato delle parole), ma anche di un’applicazione della parola di Dio alle situazioni concrete. Per esempio, nel decreto sull’apostolato dei laici, il Concilio afferma:

«Per quanto riguarda le opere e le istituzioni di natura temporale, il compito della gerarchia ecclesiastica consiste nell’insegnare e interpretare autenticamente i principi dell’ordine morale da seguire nelle cose temporali; è anche in suo potere, tutto ben considerato e servendosi dell’aiuto di esperti, giudicare della conformità di tali opere e istituzioni ai principi morali, e stabilire che cosa è richiesto per custodire e promuovere i beni di ordine soprannaturale» (Apostolicam actuositatem, n. 24).

La Dei Verbum afferma poi che l’interpretazione autentica spetta esclusivamente al Magistero. Chiunque, dicevamo, può interpretare la parola di Dio, ma solo il Magistero la interpreta autenticamente. Non esistono altri interpreti autentici. I teologi, che spesso si sono spacciati per una sorta di magistero alternativo, non interpretano autenticamente la parola di Dio: la loro, per quanto rispettabile, rimarrà sempre un’interpretazione personale.

Infine, la costituzione conciliare determina il sostantivo “magistero” con un aggettivo che non può essere trascurato: “vivo”. Quando si parla di magistero non ci si riferisce esclusivamente al magistero del passato. Certamente questo non può essere ignorato, proprio perché espressione di una tradizione continua, “vivente” appunto. Ma proprio perché si tratta di una tradizione vivente, non si può pensare che il magistero della Chiesa si sia fermato cinquant’anni fa; esso continua a essere esercitato dagli attuali successori degli apostoli, perché altrimenti non si tratterebbe piú di magistero vivo.

A proposito dei Vescovi, il Concilio (Lumen gentium, n. 25) li definisce «autentici maestri, insigniti cioè dell’autorità di Cristo» (doctores authentici seu auctoritate Christi praediti), confermando ancora una volta che l’autenticità ha a che fare con l’autorità ricevuta da Cristo. Nel medesimo contesto, il Concilio parla pure di “magistero autentico del Romano Pontefice”. Ma qui sembrerebbe che l’aggettivo “autentico” venga contrapposto a o, per lo meno, distinto da “infallibile”, nel senso che il magistero autentico è molto piú vasto di quello infallibile. Dice la Lumen gentium:

«Questa religiosa adesione della volontà e dell’intelligenza va prestata in modo particolare al magistero autentico del Romano Pontefice, anche quando non parla ex cathedra, cosí che il suo supremo magistero sia accolto con riverenza, e si aderisca sinceramente alle sentenze da lui proposte, secondo la sua mente e la sua volontà intenzionale (iuxta mentem et voluntatem manifestatam ipsius), che si manifesta specialmente sia nella natura dei documenti, sia nella frequente riproposta della stessa dottrina, sia nel tenore dell’espressione verbale».

Anche tale testo è importante, perché ci offre alcuni criteri su come recepire il magistero del Papa. Esso ci fa capire che gli interventi pontifici non hanno tutti lo stesso valore. Questo potrebbe apparire ovvio, se si prendessero in considerazione le sue affermazioni inter pocula, alle quali certo non si può dare il valore di una definizione dogmatica. Ma anche interventi di un certo rilievo non necessariamente hanno valore magisteriale. Lo afferma espressamente Benedetto XVI nella premessa al suo Gesú di Nazaret:

«Non ho di sicuro bisogno di dire espressamente che questo libro non è in alcun modo un atto magisteriale, ma è unicamente espressione della mia ricerca personale del “volto del Signore”. Perciò ciascuno è libero di contraddirmi» (nell’edizione italiana, a p. 20).

Ciò che vale per il Sommo Pontefice vale, a maggior ragione, per i singoli Vescovi. Non basta che un Vescovo parli per esercitare il magistero. Nel caso dei Vescovi, perché essi possano essere considerati “autentici maestri”, è necessario che ci sia comunione tra loro e, soprattutto, col Papa.

È ovvio che questo non può diventare un alibi per disattendere gli interventi dei Pastori della Chiesa, come avvenne nel caso della Humanae vitae, quando molti teologi invitarono i fedeli a non curarsene, perché, secondo loro, priva della nota dell’infallibilità (al contrario della loro opinione, sempre e comunque dotata del carisma dell’infallibilità, ovviamente).

Per capire quali sono i casi in cui un cattolico deve sentirsi obbligato ad adeguarsi al magistero ecclesiale, può essere utile riproporre i tre commi conclusivi dell’attuale professione di fede, richiesta a quanti assumono un ufficio da esercitarsi a nome della Chiesa:

«Credo pure con ferma fede tutto ciò che è contenuto nella parola di Dio scritta o trasmessa e che la Chiesa, sia con giudizio solenne sia con magistero ordinario e universale, propone a credere come divinamente rivelato.

Fermamente accolgo e ritengo anche tutte e singole le verità circa la dottrina che riguarda la fede o i costumi proposte dalla Chiesa in modo definitivo.

Aderisco inoltre con religioso ossequio della volontà e dell’intelletto agli insegnamenti che il Romano Pontefice o il Collegio episcopale propongono quando esercitano il loro magistero autentico, sebbene non intendano proclamarli con atto definitivo».

Tutto ciò che non rientra nei suddetti casi, non credo che possa essere considerato “magistero autentico” e perciò vincolante. Se il Papa ci lascia liberi di contraddirlo a proposito di Gesú di Nazaret, penso che, a maggior ragione, ci si possa sentir liberi — tanto per fare un esempio — di avanzare riserve sull’opportunità della costituzione di un nuovo dicastero, di cui, francamente, al momento nessuno sentiva la necessità. Non credo che non si sia buoni cattolici e che si manchi di rispetto al Papa se si pensa — e si dice — che certe decisioni lasciano il tempo che trovano. Anche perché qualcuno, qualche anno fa, lo aveva già detto:

«Quanti piú apparati noi costruiamo siano anche i piú moderni, tanto meno c’è spazio per lo Spirito, tanto meno c’è spazio per il Signore, e tanto meno c’è libertà. Io penso che noi dovremmo, sotto questo punto di vista, iniziare nella Chiesa a tutti i livelli questo esame di coscienza senza riserve. A tutti i livelli questo esame di coscienza dovrebbe avere conseguenze assai concrete, e recare con sé una ablatio che lasci di nuovo trasparire il volto autentico della Chiesa. Esso potrebbe ridare a noi tutti il senso della libertà e del trovarsi a casa propria in maniera completamente nuova» (Joseph Ratzinger, Una compagnia sempre riformanda, discorso all’XI Meeting per l’amicizia tra i popoli, Rimini, 1° settembre 1990; successivamente ripreso in La Chiesa. Una comunità sempre in cammino, Edizioni Paoline, 1991, p. 105).

sabato 26 giugno 2010

Come muore una Chiesa

Si potrebbe fare della facile ironia su quanto avvenuto nei giorni scorsi a Bruxelles. Basterebbe citare qualche proverbio. Allo Stato belga si potrebbe rinfacciare: «Il bue dice cornuto all’asino». Ai Vescovi belgi si potrebbe rammentare che «chi pecora si fa, il lupo se la mangia». E alla Segreteria di Stato si potrebbe rimproverare di aver chiuso la stalla quando i buoi erano già scappati. Ma il fatto è di una gravità tale da non permettere sorrisi spensierati. Esso dovrebbe piuttosto stimolare alcune riflessioni.

1. Ecco come si riduce una Chiesa, che aveva fatto dell’apertura e dell’aggiornamento la sua bandiera. Sembravano i primi della classe. Roma appariva sempre retrograda, legata al passato, incapace di cogliere il nuovo e di camminare al passo coi tempi. Loro invece, ispiratori e artefici del rinnovamento conciliare, avevano capito tutto; loro stavano plasmando una nuova Chiesa finalmente adeguata all’uomo contemporaneo. Abbiamo visto i risultati: una Chiesa moribonda, che non vuole prendere atto del suo fallimento, e preferisce morire piuttosto che riconoscere umilmente i propri errori. L’immagine di quella conferenza episcopale “sequestrata” per un giorno intero e che non sa dire di meglio che «non è stata un’esperienza gradevole, ma tutto si è svolto in maniera corretta», descrive bene l’agonia di una Chiesa che sta morendo e accetta rassegnata la propria fine.

2. Ecco l’Europa in cui viviamo. Noi pensavamo di vivere in paesi democratici, dove è possibile esprimere liberamente la propria fede e dove la Chiesa gode di piena autonomia. Ci troviamo, in realtà, in un sistema totalitario, dove la libertà di azione della Chiesa si va man mano riducendo. Il potere (che, nonostante le apparenze, non è un potere democratico) non può tollerare che esistano realtà sottratte al suo controllo. La Chiesa può esistere, certo, ma come semplice associazione di cittadini; come il circolo del tennis, tanto per intenderci. La Chiesa deve limitarsi all’organizzazione di alcune attività di culto; per il resto, esiste esclusivamente lo Stato, portatore di un potere assoluto, a cui nessuno può in alcun modo sottrarsi. Questo è il futuro che attende la Chiesa in Europa. Inutile farsi illusioni. Fossi il Papa, ci penserei due volte prima di mettere piede in Inghilterra: si trova sempre un giudice Garzón qualsiasi, pronto a spiccare un mandato di cattura internazionale...

3. Che si sia arrivati a questo punto è certamente il risultato di una congiura che affonda le radici lontano nel tempo; ma è anche colpa della Chiesa, che ha prestato il fianco a tale attacco. Innanzi tutto, negando che esistesse un complotto ben pianificato contro di lei. Secondo, contribuendo fattivamente alla demolizione di sé stessa. È da decenni che si continua a ripetere che la Chiesa deve liberarsi dal potere, deve rinunciare ai suoi privilegi, deve ridiventare povera, ecc. Evidentemente, i sostenitori di tali suggestive teorie non hanno studiato la storia, e non sanno che, se la Chiesa ha, col passare dei secoli, acquisito anche un certo “potere temporale”, lo ha fatto solo per garantirsi quel minimo di libertà necessario per svolgere la propria missione. Non hanno capito che il mondo ha sempre fatto di tutto per impedire alla Chiesa di muoversi liberamente. Già, ma le anime belle non hanno mai pensato che qualcuno potesse avercela con la Chiesa, con tutto il bene che fa... Guardate che cosa è accaduto in questi giorni in Germania: la corte suprema ha dichiarato legittima l’eutanasia nel caso in cui ci sia la volontà del paziente (vedi qui). Pensate che i Vescovi tedeschi potranno dire qualcosa, dopo quanto accaduto nei mesi scorsi? E se dovesse scoppiare una guerra con l’Iran, pensate che il Papa potrebbe anche solo fiatare? Il messaggio convogliato dalla campagna contro la pedofilia nella Chiesa è stato piuttosto chiaro.

4. Molti sono convinti che, tutto sommato, questa buriana non possa far che bene alla Chiesa, costringendola alla purificazione. Che tutto rientri in un misterioso disegno divino e che tutto concorra al bene di quanti amano Dio (Rm 8:28), non sarò certo io a negarlo. Che la Chiesa abbia sempre bisogno di purificazione, non si può in alcun modo mettere in discussione. Ma, come ho già avuto occasione di dire, sarebbe illusorio pensare che si possa giungere su questa terra a una Chiesa tutta pura: il peccato nella Chiesa c’è sempre stato e sempre ci sarà. Sappiamo a che cosa ha portato la furia giacobina contro la corruzione: alla ghigliottina (che peraltro è stata incapace di eliminare la corruzione stessa). La Chiesa, nella sua secolare saggezza, ha sempre preferito seguire un’altra strada: ha preferito “gestire” certe situazioni al suo interno, gelosa della sua autonomia, perché sapeva a che cosa avrebbe portato la rinuncia a certi “privilegi”. Meglio correre il rischio di avere al proprio interno qualche elemento indegno, piuttosto che diventare ostaggio di un potere senza scrupoli ed essere con ciò impedita di annunciare il Vangelo e servire l’umanità.

Inviterei gli appasssionati sostenitori di una sconsiderata politica della “trasparenza” e della “tolleranza zero” a guadare a ciò che è accaduto a Bruxelles, per vedere a che cosa porta, inevitabilmente, quel tipo di politica.

mercoledì 23 giugno 2010

I giocatori, la squadra e... la panchina

È da un po’ di tempo che non mi occupo di “politica vaticana”. Non è che mettere il naso nei corridoi della Curia Romana mi entusiasmi piú di tanto; anche perché mi vado sempre piú convincendo che la partita non si gioca tanto dentro le mura vaticane: è in periferia (se si può parlare in questo caso di una “periferia”) che si gioca il futuro della Chiesa. La Curia svolge un suo ruolo, certo importante, forse addirittura insostituibile, ma pur sempre relativo. Ogni tanto però ci si può pure lasciare andare un pochino e, come dicono a Milano, “contarsela su”, senza nessuna pretesa e senza prendersi troppo sul serio.

Giorni fa, Sandro Magister paragonava la Curia Romana a una squadra di calcio: «Come commissario tecnico della curia, papa Ratzinger ha poco da esultare. La sua squadra non gli dà mica tanto retta. Ciascun giocatore va per conto suo e ogni tanto ci scappa l’autogol». Personalmente, sono d’accordo con l’idea che Magister vuole comunicare; ma andrei piano a fare certi paragoni, perché di solito, quando la squadra non funziona, il primo a saltare è proprio il mister. Forse sarebbe meglio paragonare il Papa al presidente della società, piú che all’allenatore. Ovviamente anche il presidente ha le sue responsabilità (se la squadra continua a perdere, i tifosi di solito se la prendono proprio col presidente, perché magari cambi, appunto, l’allenatore; ma non possono certo pretendere che cambi il presidente stesso).

È vero che, anche nelle vesti di “presidente della società”, a Benedetto XVI si potrebbe muovere l’appunto di non saper scegliere i propri collaboratori. Il nostro Papa ha delle grandissime doti; ma finora — sia detto senza offesa — non ha dimostrato di sapersi trovare dei buoni aiutanti. Al contrario, al suo predecessore si potevano fare mille critiche, ma non certo questa: era sempre capace di mettere la persona giusta al posto giusto (basti pensare al Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede!).

Ma, come si diceva, è meglio che la figura del presidente rimanga fuori dalle polemiche; anche perché il problema, in questo momento, non è lui, quanto piuttosto la “panchina”: è questa che attualmente sembra non funzionare molto in Vaticano. Se si vuole che ci sia un gioco di squadra, bisogna che l’allenatore cambi schema tattico.

Proprio oggi Messainlatino.it ha pubblicato la traduzione di un post dell’Osservatore Vaticano, dove vengono ampiamente illustrati tre casi di recente malfunzionamento della Curia Romana (la mancata proclamazione del Santo Curato d’Ars a patrono di tutti i sacerdoti; la gestione del caso Thiberville; la rinuncia del Card. Pell a Prefetto della Congregazione per i Vescovi). La conclusione del post merita di essere riportata:

«La necessità per il Santo Padre di risparmiare le sue forze, ad esempio riducendo drasticamente il numero delle udienze private, le attenzioni vigili con cui è circondato, ma che sono altrettanti filtri (da due mesi, ad esempio, il numero delle persone — fino ad allora un centinaio — che salutava alla fine delle udienze pubbliche è stato ridotto ad una semplice fila di sedie), il peso del suo intenso lavoro intellettuale solitario, la necessaria concentrazione sulle decisioni, maturate a lungo, e che dipendono solo da lui, fanno che l’esigenza di un vero “primo ministro” sarebbe vitale.

«Qualunque siano le critiche che potevano essere loro rivolte, uomini come il Sostituto Benelli, il Segretario di Stato Casaroli, o il suo successore Sodano, occupavano fortemente il terreno curiale, imprimevano a quel pesante e complesso organismo una linea, certo altamente discutibile, ma leggibile.

«Invece, è tutto il contrario di un Richelieu chi occupa oggi il posto di Segretario di Stato».

Lungi da me voler infierire sul povero Card. Bertone; vorrei solo che ci si rendesse conto di quanto sia importante il ruolo della Segreteria di Stato per il buon funzionamento della macchina curiale. Non si può pretendere che faccia tutto il Santo Padre. Secondo me, il Papa dovrebbe rimanere il piú possibile fuori dalle beghe di Curia: ovviamente è lui che deve dare le dritte e deve poi vigilare che tutto si svolga secondo le proprie indicazioni; ma ci deve essere qualcun altro che faccia funzionare la macchina; non può farlo il Papa. È bene che questi si dedichi a tempo pieno al suo ministero pastorale; ma la Curia non può essere abbandonata a sé stessa, non può rimanere in preda all’anarchia. Essa non può ridursi a un campo di battaglia dove si scontrano lobby contrapposte, o a un campo da gioco dove si misurano le ambizioni di ecclesiastici malati di protagonismo, o alla piazza di un mercato dove si ritrovano a contrattare affaristi senza scrupoli. Essa dovrebbe piuttosto apparire come l’austero luogo di lavoro di solerti funzionari che prestano in silenzio il loro disinteressato servizio alla Chiesa. Perché questo possa avvenire, occorre che ci sia un “moderator Curiae” efficiente, il cui unico compito sia quello di far funzionare la Curia. Nella Curia Romana ridisegnata da Paolo VI tale compito spetta al Segretario di Stato: è lui che deve prendere in mano la situazione e far sí che la macchina, che già esiste, funzioni. I giocatori ci sono; quel che manca è la squadra.

sabato 19 giugno 2010

"Ma il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?"

Il mio post di una settimana fa “Gesú al centro” ha avuto l’onore di essere ripreso e commentato da due blog legati alla liturgia, per quanto su fronti opposti: Messainlatino.it e Liturgia Opus Trinitatis. La cosa non può che farmi piacere, anche perché entrambi dicono di condividere la sostanza del discorso. Non è un risultato da poco riuscire a ottenere, oggi come oggi, da “destra” e da “sinistra”, un consenso di fondo: significa che, nonostante le differenze di opinione spesso radicali, su certi punti ci si può trovare d’accordo.

Anch’io accolgo in linea di massima le osservazioni che sono state fatte, perché sono pienamente consapevole che le mie affermazioni non possono in alcun modo essere assolutizzate. Rileggendo il mio post, mi sono accorto che, nonostante le precauzioni, qui e là vengono fuori frasi un po’ troppo perentorie: «Inutile attendere riforme promosse dalla gerarchia; non è mai avvenuto nella storia della Chiesa. Le uniche riforme reali, durature, sono state quelle partite dal basso». Un pizzico di cautela in piú non avrebbe guastato. Forse ha ragione Padre Augé ad affermare che le riforme vengono un po’ dal basso e un po’ dall’alto: solitamente la gerarchia fa propria una spinta proveniente dalla base e poi la estende a tutta la Chiesa. Questo è avvenuto nel Cinquecento: l’opera del Concilio di Trento non sarebbe comprensibile senza la previa azione della cosiddetta “riforma cattolica”, e non sarebbe stata efficace se non fosse stata incarnata da quelle nuove realtà (penso soprattutto ai nuovi ordini religiosi) che andavano sorgendo in quegli anni nella Chiesa. Questo è avvenuto ai nostri giorni, come giustamente rileva Padre Augé, col Concilio Vaticano II che, recependo le istanze del movimento liturgico, si è fatto promotore della riforma liturgica. Personalmente allargherei il discorso anche agli altri “movimenti” del Novecento (biblico, ecumenico, ecc.). Anzi, per affrancare il Vaticano II da quella sorta di assolutizzazione di cui è stato fatto oggetto, probabilmente esso andrebbe ripensato proprio situandolo all’interno di questo cammino della Chiesa, considerandolo come una tappa — certo importante, ma pur sempre una tappa — di un “movimento” continuo suscitato dallo Spirito.

Messainlatino.it, pur condividendo “il nocciolo del messaggio”, lamenta che, dopo una diagnosi adeguata, esso vada a finire in piscem. “Rimettere al centro della nostra vita personale ed ecclesiale il Signore Gesú” sarebbe solo un vuoto fervorino, se non si traduce in un preciso programma di restaurazione dottrinale e disciplinare: «Chiarire che cosa sia un prete, antropologicamente e teologicamente, e ancor piú praticare una liturgia solida nell’impianto dottrinale e soprattutto capace di trasmettere la pienezza dell’ortodossia, sono la ricetta, il mezzo, lo strumento per ritornare a Cristo. La Messa della Tradizione della Chiesa, ininterrotta fino al ’69, lungi dal rappresentare “forme esteriori”, è l’imprescindibile, obbligato cammino “per rimettere al centro della vita ecclesiale il Signore Gesù”».

Riconosco che noi preti abbiamo il difetto di concludere solitamente i nostri discorsi con un “fervorino”: è un po’ il difetto del mestiere. Capisco che quel che si dice o si scrive possa essere sempre interpretato semplicemente come una serie di belle parole. Ma questo vale per tutti: quando parliamo, dobbiamo necessariamente servirci di parole; non possiamo fare altrimenti. Quelle che pronunciamo sono parole, e non possono essere altro che parole. Anche quelle che troviamo nel vangelo sono parole. Perché queste parole non rimangano parole vuote (flatus vocis, direbbero gli scolastici), perché esse non si trasformino in slogan, è necessario che ci sia qualcos’altro; è necessario che tra chi pronuncia quelle parole e chi le ascolta esista una “sintonia”; è necessario che ci sia qualcosa che li accomuni, qualcosa che non può essere comunicato con le parole, ma che sia ad esse previo. E questo qualcosa può nascere solo da un’esperienza di vita, da una condivisione, da un incontro. Per poter comprendere il vangelo devo prima incontrare Cristo, devo prima vivere nella Chiesa; altrimenti esso rimane per me ermetico: una serie di parole prive di qualsiasi significato.

Se dico che è necessario “rimettere al centro della nostra vita personale ed ecclesiale il Signore Gesú” e questo non viene capito, non posso farci nulla; non esistono altre parole per poter esprimere quello che intendo dire. Se quella frase rimane un “fervorino” o uno slogan, vuol dire che manca la sintonia previa, che io non posso creare: o c’è o non c’è. Se non si riesce a capire che la liturgia e il celibato sono certamente importanti, ma non sono il primum; che essi hanno un senso e un valore esclusivamente se riferiti a Cristo, il quale, solo, è «l’Alfa e l’Omega, il Primo e l’Ultimo, il Principio e la Fine» (Ap 22:13); se non si capisce questo, io non so che farci. Se si sente il bisogno che da espressioni apparentemente astratte come “Gesú al centro” si passi immediatamente a conclusioni “pratiche”; se si confonde la realtà con i suoi segni; se si assolutizzano le mediazioni come se fossero piú importanti del mistero che esse rappresentano; io non so che fare, perché non ho strumenti per comunicare l’incomunicabile; posso solo continuare a ripetere certe parole, sapendo che da alcuni saranno comprese e da altri no. Che poi esista anche il problema, certamente non trascurabile, delle mediazioni stesse, sono pienamente d’accordo. Quel che mi interessa, in questo momento, è che esso non è il primo problema.

Ciò detto, devo aggiungere che non era questo l’obiettivo principale del mio post. L’abolizione del celibato e la messa in latino erano solo due esempi, volutamente contrapposti, scelti per far capire che, sia a “destra” che a “sinistra”, si suggeriscono ricette insufficienti; ci si ferma in superficie; non si coglie il problema di fondo. Il mio intento non era quello di polemizzare con i sostenitori dell’abolizione del celibato o con i fautori del ritorno alla liturgia tradizionale, ma di mettere in guardia da un pericolo piú sottile, che si sta diffondendo nella Chiesa senza che noi ce ne accorgiamo: il pericolo del moralismo. La campagna mediatica contro la diffusione della pedofilia fra il clero ci ha inevitabilmente portati a reclamare “pulizia” nella Chiesa. Esigenza piú che legittima: che la Chiesa sia “sancta simul et semper purificanda” (Lumen gentium, n. 8) è un dato di fatto; ma proprio per questo (perché semper purificanda) non ci facciamo illusioni che possa esistere, su questa terra, una Chiesa di soli puri. La Chiesa — diceva Papa Callisto — è come l’arca di Noè, che accoglie nel suo seno animali puri e impuri, e tutti conduce alla salvezza.

Nell’articolo di Ida Magli, che era stato all’origine del mio post, mi avevano colpito due punti:
1. «Soltanto chi è fuori dalla Gerarchia può salvare la Chiesa» (e su questo, penso, è stato detto abbastanza);
2. «Non è la pedofilia il problema piú grave della Chiesa attuale ... Il pericolo mortale è quello denunciato da [don Luigi] Giussani: la mancanza del Gesú vero nella predicazione e nel vissuto della Chiesa».

Su questo secondo punto, mi sembra, non ci si è soffermati abbastanza; ma forse è il punto capitale. Si pensa che il problema odierno della Chiesa sia la sua “corruzione” interna: immoralità, coinvolgimento negli affari, carrierismo, ecc. Che questi problemi esistano e siano problemi reali, che vanno in qualche modo circoscritti, non lo nego. Dico solo che non sono questi i problemi piú gravi della Chiesa. C’è un problema piú urgente, ma del quale ho l’impressione che non ci preoccupiamo abbastanza: la crisi di fede, da cui tutti gli altri problemi derivano. È di questo che dobbiamo preoccuparci: abbiamo ancora fede? Crediamo ancora veramente nella presenza, nella centralità, nel ruolo unico e insostituibile di Gesú Cristo nella storia e nella nostra vita personale ed ecclesiale? Gesú non si è chiesto se, al suo ritorno, troverà una Chiesa impeccabile; si è chiesto piuttosto: «Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?» (Lc 18:8).

lunedì 14 giugno 2010

Il martirio di Mons. Padovese e lo "scontro di civiltà"

Una volta tanto, pienamente condivisibile l’intervento di Alberto Melloni sul Corriere di oggi, a proposito del martirio di Mons. Luigi Padovese. Si tratta di una risposta a chi vorrebbe strumentalizzare l’episodio a fini politici. Non è mancato nei giorni scorsi, fra i neocon di casa nostra, chi avrebbe gradito che la Chiesa indicesse una nuova crociata contro i saraceni per vendicare l’uccisione del Vescovo missionario. Giustamente controbatte Melloni: «Un martirio che non sia occasione per predicare il vangelo dell’amore dei nemici, del perdono di chi uccide, sarebbe vilipeso: anche oggi, con buona pace dei post-huntingtoniani» (i seguaci cioè di Samuel P. Huntington, teorico dello “scontro delle civiltà”). Molto bella la riflessione finale, che collega il martirio di Mons. Padovese al momento critico che sta vivendo la Chiesa:

«In questi tempi grigissimi, nei quali la bufera scuote la chiesa, il segno del martirio torna dunque come un segno di grazia, una consolazione a caro prezzo ... Nella chiesa, senza nulla togliere alla gravità dei crimini per i quali chiedere perdono a Dio, permane una riserva di mitezza, di umiltà disarmata, di semplicità di vita che come tale espone alla violenza, sia essa folle o ispirata, e che fa da contrappeso invisibile alle meschinità che la insidiano, da fuori e da dentro».

A qualcuno tale atteggiamento potrà apparire arrendevole, rinunciatario, se non addirittura imbelle. In realtà, si tratta dell’unico atteggiamento possibile per un cristiano: le stesse vittime, che — non dimentichiamolo — hanno amato profondamente i loro carnefici, non tollererebbero che qualcuno si sentisse autorizzato a “vendicare” il loro sacrificio.

Ciò non significa che non sia legittimo esigere che si faccia chiarezza. Ha pienamente ragione Mons. Ruggero Franceschini, Arcivescovo di Smirne e, ora, Amministratore apostolico dell’Anatolia, a chiedere: «Noi vogliamo tutta la verità, ma solo la verità». Ma anche le parole di Mons. Franceschini, riportate dall’agenzia AsiaNews, non possono in alcun modo essere strumentalizzate; non posso essere sbrigativamente interpretate come pista verso un omicidio di matrice islamica. Esse vanno lette molto attentamente:

«Io credo che per questo assassinio, che ha un elemento cosí esplicitamente religioso, islamico, siamo di fronte a qualcosa che va al di là del governo; va oltre, verso gruppi nostalgici, forse anarchici, che vogliono destabilizzare lo stesso governo.

«La stessa modalità con cui è avvenuta l’uccisione serve a manipolare l’opinione pubblica. Dopo avere ucciso il vescovo, il giovane Murat Altun ha gridato: “Ho ucciso il grande satana. Allah Akbar”. Ma questo è davvero strano. Murat non aveva mai detto queste frasi violente. Io lo conoscevo da almeno 10 anni. Sono io che l’ho assunto al lavoro per la Chiesa. E non si era mai espresso in questo modo. Non era un musulmano praticante. Era un giovane che aveva una cultura cristiana, senza essere cristiano. Né lui, né suo padre erano delle persone nostre nemiche. A mio avviso, sono stati uno strumento nelle mani di altri.

«L’uso del rituale islamico serve per deviare le interpretazioni: è come suggerire che la pista è religiosa e non politica. Inoltre, spingendo all’interpretazione religiosa, di un conflitto fra islam e cristiani, si riesce ad infiammare l’opinione pubblica in un ambito in cui noi siamo debolmente creduti e non abbiamo alcuna forza. Del resto, anche il primo ministro Erdogan ha gli appoggi piú forti non nell’islam radicale, ma in quello moderato. E temo che ormai non abbia piú nemmeno quello».

Non è facile comprendere che cosa vuol dire Mons. Franceschini: dice e non dice. Ma una cosa è certa: la realtà è estremamente complessa. Proprio per questo non è possibile giungere a conclusioni troppo sbrigative, che qualcuno, forse, ha interesse a favorire.

Fa riflettere che certi fatti (pensiamo anche all’assassinio di don Andrea Santoro del 2006) avvengano proprio in Turchia, in un paese laico o, al massimo, islamico moderato. Come mai non avvengono in quei paesi arabi dove il fanatismo islamico è piú forte? Forse, per capire, bisogna tener conto della storia della Turchia: nell’impero ottomano i cristiani costituivano una ragguardevole minoranza (se non erro, raggiungevano il 20% della popolazione) e avevano vissuto pacificamente per secoli con la maggioranza musulmana. Fu proprio quando la Turchia si apprestava a divenire un paese “laico” che la componente cristiana fu praticamente annientata (dagli artefici della moderna Turchia: i “giovani turchi”): si pensi al genocidio armeno, ai massacri e alle deportazioni dei greci e degli assiri, in concomitanza con la prima guerra mondiale.

Dopo questa “pulizia etnica” la situazione era parsa tranquillizzarsi. Come mai, proprio ora che al governo c’è un partito islamico moderato, che sta operando una vera e propria rivoluzione, estromettendo tutta l’antica classe dirigente legata alla massoneria e ai dunmeh, come mai proprio ora rivengono fuori questi attacchi ai cristiani e — sarà un caso — proprio in concomitanza con le visite papali (in Turchia nel caso di don Santoro, e a Cipro in quest’ultimo caso). Non sarà che ci sia qualcuno che ha interesse a tenere desto l’odio fra cristiani e musulmani e a fomentare lo “scontro di civiltà”?

venerdì 11 giugno 2010

Gesú al centro

L’altro ieri Ida Magli ha pubblicato un breve articolo sul Giornale dal titolo “Senza Gesú sta morendo la Chiesa”. La tesi centrale — assolutamente condivisibile — dell’intervento è la seguente: «Non è la pedofilia il problema piú grave della Chiesa attuale, sebbene siano in molti a crederlo e forse la Chiesa stessa. Il pericolo mortale è quello denunciato da [don Luigi] Giussani: la mancanza del Gesú vero nella predicazione e nel vissuto della Chiesa; del Gesú che ha parlato alla mente, al cuore degli uomini, non di sessualità, o di diritti, o di poveri, ma di ciò che li definisce “uomini” al di là da questo, della certezza del proprio essere uomini anche senza di questo».

Ma, al di là di questo, ciò che mi ha colpito maggiormente sono le seguenti parole: «Soltanto chi è fuori dalla Gerarchia può salvare la Chiesa, armato solo delle parole di Gesú, come dimostra la storia del passato, dai movimenti penitenziali alla predicazione popolare, a San Francesco». Comincio a convincermi che la Magli abbia proprio ragione. Finora abbiamo atteso le riforme dall’alto; ma non abbiamo visto nulla. Forse è giunto il momento di rimboccarci le maniche e assumere le nostre responsabilità: la Chiesa non cambierà finché noi, finché io non cambierò.

Inutile attendere riforme promosse dalla gerarchia; non è mai avvenuto nella storia della Chiesa. Le uniche riforme reali, durature, sono state quelle partite dal basso. Non attendiamo dalla gerarchia quel che essa non può dare; non carichiamola di pesi che non è in grado di portare. Accontentiamoci che essa ci indichi la strada da percorrere; il resto, poi, dobbiamo farlo noi.

È stata la grande illusione del Vaticano II: convocare un concilio che, con le sue riforme, rinnovasse la Chiesa. Sappiamo come è andata a finire. Ora attendiamo dal Papa che rimetta tutto a posto. Gli anni passano; ma, almeno per il momento, non si vede nulla: avrebbe dovuto riformare la curia, ma l’impressione che si ha è che essa funzioni sempre peggio; si attendava una “riforma della riforma” liturgica, ma, a parte qualche vecchio merletto tirato fuori dalla naftalina, non si direbbe che la liturgia abbia ricevuto un nuovo impulso nella Chiesa. Ma forse è sbagliato lamentarsi che gli anni passano e non si vede nulla; è sbagliato perché probabilmente sono quelle attese stesse a essere sbagliate. Se, invece di attendere che il Papa inizi a cambiare qualcosa (poveretto, non gli è riconosciuto neppure il diritto di proclamare il Santo Curato d’Ars patrono dei sacerdoti!), se incominciassi io a cambiare qualcosa in me stesso e intorno a me, allora forse la Chiesa inizierebbe a rinnovarsi.

Vi pregherei di dare un’occhiata al seguente video: esprime bene quel che voglio dire.





Se, invece di continuare a lamentarci di come ci è stata passata la palla, pensassimo a schiacciarla bene, la partita sarebbe già vinta.

Ma, direte voi, in che cosa consiste, nel nostro caso, “schiacciare bene la palla”? Qualcuno potrebbe pensare che, visto che le riforme conciliari non hanno ottenuto il loro effetto, la soluzione consista nel tornare sic et simpliciter alle forme precedenti al Concilio. Sarebbe ripetere lo stesso errore compiuto dagli ideologi del Vaticano II: pensare che il rinnovamento della Chiesa consista esclusivamente in un cambiamento delle sue forme esteriori. Mi pare che, anche a questo proposito, Ida Magli, riprendendo un’intuizione di don Giussani, abbia colto il nocciolo della questione: «La Chiesa ha cominciato ad abbandonare l’umanità perché ha dimenticato chi era Cristo...». Il problema è tutto qui: il problema non è né l’abolizione del celibato né la messa in latino (per quanto si tratti di problemi rispettabilissimi, di cui è legittimo discutere), ma rimettere al centro della nostra vita personale ed ecclesiale il Signore Gesú.

mercoledì 9 giugno 2010

Grazie!

Eccellenze Reverendissime,

siccome alcuni giorni fa avevo espresso pubblicamente il mio rammarico perché, negli ultimi tempi, dalla bocca dei Pastori avevo sentito quasi esclusivamente parole di rimprovero e inviti alla penitenza e mai una parola di incoraggiamento; e siccome sembrerebbe che, col vostro messaggio reso noto ieri, abbiate ascoltato il mio lamento, non posso non esprimerVi ora la mia gratitudine per quanto avete scritto.

È ovvio che un sacerdote non fa quel che fa per sentirsi poi ringraziato. Ma siamo uomini: sentirci dire una parola di riconoscenza e di incoraggiamento dai nostri Pastori, specialmente quando tutti ci dànno addosso, non può che far piacere e confermarci nel nostro impegno. Non Vi nascondo che, in certi momenti, ci assale la tentazione dello scoraggiamento. Viene da pensare: ma chi me lo fa fare? Se questo è il ringraziamento, vadano tutti a farsi friggere; meglio fare l’eremita e pensare esclusivamente alla salvezza della propria anima. Beh, sentirsi dire dai propri Pastori: «Siamo fieri di voi!», ci conforta e ci riempie di gioia. Non perché siamo senza pecche o ci illudiamo di aver raggiunto già la perfezione. Non siamo farisei: conosciamo bene la nostra natura; siamo consapevoli dei nostri limiti; riconosciamo le nostre mancanze. Nell’umana debolezza, non siamo diversi dai nostri fratelli e da tutti gli uomini. Perché scandalizzarsi tanto? Anche la nostra vita è segnata dal peccato. Per questo abbiamo bisogno di ricorrere tanto frequentemente al sacramento del perdono. Ma sappiamo che il Signore ci ha scelti cosí come siamo, con tutte le nostre miserie, per farci ministri della sua potenza e del suo amore. E solo per questo, perché chiamati a una vocazione cosí sublime, ci sentiamo spinti a riformarci, a rinnovarci, a santificarci. Non sarà certo la paura sanzioni, canoniche o civili, a renderci preti migliori, ma solo il dispiacere di non saper rispondere adeguatamente a tanto amore che abbiamo ricevuto.

C’è qualcuno che ha tentato, e sta tentando, di scardinare la Chiesa, contrapponendo il Papa ai Vescovi e i Vescovi ai sacerdoti. Vorrebbero che i Vescovi non fossero piú padri per i loro preti, ma semplici funzionari — “dirigenti” — di una multinazionale, tenuti a denunciare e a dimettere i loro “dipendenti”, anche sulla base di semplici voci infamanti. Vi ringrazio di non essere caduti nella trappola; vedo con piacere che non Vi lasciate condizionare piú del necessario dalle campagne mediatiche; che Vi rendete perfettamente conto dei valori che sono in gioco; che sapete resistere ai poteri oscuri che cercano in ogni modo di asservire la Chiesa. Se Voi siete fieri di noi, sappiate che anche noi siamo fieri di Voi!

Eccellenze Reverendissime, grazie per il sostegno che ci manifestate e, soprattutto, per le Vostre preghiere. Continuate ad accompagnarci nel nostro cammino con la Vostra preghiera, col Vostro consiglio, con la Vostra correzione, col Vostro amore paterno, con la Vostra benedizione.

Giovanni Scalese, CRSP
prete

domenica 6 giugno 2010

Cinque pani e due pesci

«Voi stessi date loro da mangiare» (Lc 9:13).

Gesú, se avesse voluto, avrebbe potuto sfamare le folle da solo: se fu capace di moltiplicare i pani, avrebbe potuto anche dare da mangiare a cinquemila uomini senza dover ricorrere all’ausilio dei Dodici. E invece volle servirsi di loro per soccorrere quella povera gente.

I discepoli fanno presente la loro inadeguatezza: hanno solo cinque pani e due pesci. Ma non si smarriscono; a tutto c’è rimedio; basta un minimo di buona volontà e di organizzazione: si può andare nel villaggio e comperare viveri sufficienti per dare un boccone a tutti.

Ma Gesú non accoglie la proposta: a lui bastano i cinque pani e i due pesci. È sufficiente che i Dodici mettano a sua disposizione quel poco che hanno; al resto penserà lui. Non c’è bisogno che i suoi discepoli attuino i loro piani per sfamare la folla; basta che loro facciano sedere la gente e poi distribuiscano il pane che lui fornirà loro.

È Gesú che salva gli uomini; ma vuole farlo attraverso i sacerdoti. Non è necessario che questi siano forniti di doti straordinarie né che elaborino sofisticati progetti umani per portare la salvezza all’umanità. È sufficiente che abbiano “cinque pani e due pesci”, e li mettano a disposizione del Signore. Questi li devono avere: è vero che il Figlio di Dio potrebbe trasformare in pane anche le pietre; ma di fatto Gesú si rifiuta di farlo (cf Mt 4:3-4; Lc 4:3-4); preferisce moltiplicare il pane, per quanto scarso, già esistente.

Se i sacerdoti fossero perfetti, essi e i loro fedeli potrebbero attribuire a loro stessi il merito di quanto fanno. La loro inadeguatezza dimostra — a loro e ai loro fedeli — che tutto viene da Colui che li ha inviati: è lui che riesce a “moltiplicare” la loro povertà. È al loro Signore, non alle loro miserie, che dobbiamo fissare lo sguardo.

Molto opportunamente l’Arcivescovo di Bologna, Card. Carlo Caffarra, nell’omelia che avrebbe dovuto pronunciare in occasione della celebrazione del Corpus Domini (ma che non ha pronunciato a causa dell’inclemenza del tempo; comunque riportata sul sito dell’Arcidiocesi), ha voluto menzionare le parole di san Francesco che si riferiscono ai sacerdoti: «… e tutti … voglio temere, amare e onorare come miei signori. E non voglio considerare in loro il peccato, poiché io in essi discerno il Figlio di Dio e sono miei signori».

È giusto aspettarsi molto dai sacerdoti, perché hanno accettato una missione sublime ed esigente. Illusorio sarebbe pensare che i sacerdoti debbano essere perfetti per poter assumere quella missione. È sufficiente che abbiano “cinque pani e due pesci” e li mettano a disposizione del Signore, così che egli possa compiere le sue meraviglie.

martedì 25 maggio 2010

Né eroi né nevrotici. Semplicemente, uomini

Mi sembra quanto mai opportuno riportare, in una mia traduzione, questa lettera, scritta da un missionario salesiano uruguayano al New York Times (che naturalmente si è ben guardato dal pubblicarla). Potete trovare l’originale spagnolo nel blog El Diario de Ima.


Caro fratello e sorella giornalista,

sono un semplice sacerdote cattolico. Mi sento felice e orgoglioso della mia vocazione. È da venti anni che vivo in Angola come missionario.

Mi fa molto soffrire che persone, che dovrebbero essere segnali dell’amore di Dio, diventino un pugnale nella vita degli innocenti. Non ci sono parole che giustifichino tali atti. Non c’è dubbio che la Chiesa non può stare se non affianco dei deboli e dei piú indifesi. Per cui tutte le misure prese per la protezione e la prevenzione della dignità dei bambini saranno sempre una priorità assoluta.

Vedo in molti mezzi di informazione, soprattutto sul vostro giornale, l’amplificazione di questo tema in una forma morbosa, indagando nei dettagli la vita di qualche sacerdote pedofilo. Cosí appare uno di una città degli USA degli anni Settanta, un altro in Australia degli anni Ottanta e cosí via, altri casi recenti... Certamente tutto riprovevole! Si vedono alcune presentazioni giornalistiche ponderate ed equilibrate, altre esagerate, piene di pregiudizi e che arrivano fino all’odio.

È curiosa la poca informazione e il disinteresse per migliaia e migliaia di sacerdoti che si consumano per milioni di bambini, per gli adolescenti e i piú sfavoriti nei quattro angoli del mondo! Penso che al vostro mezzo di informazione non interessi che io abbia dovuto trasportare, su strade minate, nell’anno 2002, molti bambini denutriti da Cangumbe a Lwena (Angola), giacché né il governo era disposto né le ONG erano autorizzate; che abbia dovuto seppellire decine di piccoli deceduti fra i profughi di guerra e quelli che son tornati; che abbiamo salvato la vita a migliaia di persone a Moxico, grazie all’unico posto medico in 90.000 kmq, cosí come con la distribuzione di alimenti e sementi; che in questi dieci anni abbiamo dato la possibilità di educazione e scuole a piú di 110.000 bambini... Non desta interesse che con altri sacerdoti abbiamo dovuto soccorrere la crisi umanitaria di circa 15.000 persone negli acquartieramenti della guerriglia, dopo la loro resa, perché non arrivavano gli alimenti del governo e dell’ONU. Non fa notizia che un sacerdote di 75 anni, Padre Roberto, durante le notti, percorra le vie di Luanda curando i “ragazzi di strada”, portandoli in una casa di accoglienza, perché si disintossichino della benzina; che dei sacerdoti alfabetizzino centinaia di carcerati; che altri, come Padre Stefano, tengano case di passaggio per i ragazzi picchiati, maltrattati e violentati o che cercano un rifugio. E neppure che Fra Maiato, con i suoi 80 anni, passi casa per casa confortando gli infermi e i disperati. Non fa notizia che piú di 60.000 dei 400.000 sacerdoti e religiosi abbiano lasciato la loro terra e la loro famiglia per servire i loro fratelli in un lebbrosario, in ospedali, campi di rifugiati, orfanotrofi per bambini accusati di maleficio o orfani di genitori morti di AIDS, in scuole per i piú poveri, in centri di formazione professionale, in centri di attenzione ai sieropositivi... e soprattutto, in parrocchie e missioni dando motivazioni alla gente per vivere e per amare.

Non fa notizia che il mio amico Padre Marcos Aurelio, per salvare alcuni giovani durante la guerra in Angola, li abbia trasportati da Kalulo a Dondo e, tornando alla sua missione, sia stato mitragliato lungo la strada; che Fratel Francisco, con cinque signore catechiste, per andare ad aiutare nelle aree rurali piú lontane, sia morto in un incidente stradale; che decine di missionari in Angola siano deceduti, per mancanza di soccorso sanitario, per una semplice malaria; che altri siano saltati in aria a causa di una mina, mentre andavano a visitare la loro gente. Nel cimitero di Kalulo ci sono le tombe dei primi sacerdoti che arrivarono nella regione... Nessuno supera i 40 anni.

Non fa notizia accompagnare la vita di un sacerdote “normale” giorno per giorno, nelle sue difficoltà e gioie, mentre, senza far rumore, consuma la sua vita a favore della comunità che serve.

La verità è che non cerchiamo di fare notizia, bensí di portare la Buona Notizia, quella notizia che, senza rumore, cominciò la notte di Pasqua. Fa piú rumore un albero che cade che una foresta che cresce. Non pretendo di fare un’apologia della Chiesa e dei sacerdoti. Il sacerdote non è né un eroe né un nevrotico. È un semplice uomo, che con la sua umanità si sforza di seguire Gesú e servire i suoi fratelli. Ci sono miserie, povertà e fragilità, come in ogni essere umano; ma anche bellezza e bontà, come in ogni creatura...

Insistere in forma ossessiva e persecutoria su un tema, perdendo la visione d’insieme, crea in realtà caricature offensive del sacerdozio cattolico, nelle quali mi sento offeso.

Solo Le chiedo, amico giornalista, di cercare la Verità, il Bene e la Bellezza. Questo La farà nobile nella Sua professione.

In Cristo,

Padre Martín Lasarte, SDB


Rilevo, con un pizzico di amarezza, che una tale apologia non avrebbe dovuto farla un missionario... Ben vengano gli inviti alla penitenza, sempre necessari. Ma quando agli attacchi dei nemici della Chiesa si aggiungono i rimproveri, insistenti e pressoché esclusivi, dei propri Pastori, diciamo la verità, si finisce per sentirsi un po’ abbandonati. Quando, non solo sul New York Times ma anche nella Chiesa, sembrerebbe che tutte le attenzioni debbano concentrarsi esclusivamente su Padre Maciel, il Card. Groer e Don Cantini, beh diciamo pure che ci si sente un po’ scoraggiati. Ogni tanto, non dispiacerebbe sentire anche una parola di incoraggiamento.