giovedì 23 settembre 2010

Ancora sul motu proprio

Pensavo che il mio ultimo post fosse un post molto tranquillo, che avrebbe incontrato il consenso di tutti, dal momento che cercava di dare un po’ di ragione a tutti. E invece, a quanto pare, si trovano le differenze anche nelle sfumature, che, pur non toccando la sostanza, sono inevitabilmente presenti in qualsiasi discorso. Caterina mi fa notare:

«Mi riferisco al suo post, nel quale mons. Burke ne esce, mi creda, bastonato... forse e di certo non era nelle sue intenzioni, ma nello spiegare le tre ragioni che accomunano i tre interventi (Jesus, Augé e Burke), di fatto chi viene penalizzato è proprio mons. Burke... La sua ricostruzione, citando la Lettera e il MP Summorum Pontificum per giustificare le affermazioni di Jesus e Augé, sono correttissime, ma non altrettanto lei ha fatto per giustificare l’intervento di mons. Burke del quale si è premurato di sottolineare che “non è una voce ufficiale”, mentre non ha fatto lo stesso distinguo nel citare gli interventi di Jesus e Augé...».

Sono andato a rileggermi il post, e devo convenire che, effettivamente, si può avere questa impressione: mentre nei primi due casi si dà piena ragione agli autori, nel caso dell’intervento di Mons. Burke si fa la precisazione che non si tratta di una “interpretazione autentica” del motu proprio. Perché mi sono sentito in dovere di fare tale precisazione? Semplicemente perché c’era stato qualcuno che aveva interpretato l’intervento del Prefetto della Segnatura Apostolica proprio in questo senso; e non mi sembrava corretto. Poi però ho cercato di dare la mia interpretazione (naturalmente discutibile come tutte le interpretazioni non-autentiche): il Summorum Pontificum ha un valore universale nel senso che vuole inculcare il principio della continuità tra l’antica e la nuova Messa. Non mi sembra corretto invece vedere nel motu proprio un invito del Papa a celebrare ogni domenica in ogni parrocchia una Messa in forma straordinaria, come sostenuto da alcuni alti prelati della Curia Romana. Mi pare che si tratti di un’estensione indebita della mens del motu proprio. Se questa fosse realmente la volontà del Santo Padre, egli non avrebbe certo alcun imbarazzo a manifestarla espressamente. Da parte sua, il Signor Stefano Fiorito aggiunge:

«Mi consenta di dissentire sulla conclusione a cui giunge, riguardo al motivo della promulgazione del MP Summorum Pontificum. Ciò che lei fa notare nella sua disamina è sicuramente vero. Riguardo alla valenza del MP, il quale è un atto pontificio che è volto ANCHE alla soddisfazione delle richieste di alcuni gruppi tradizionalisti, alla risoluzione del “contenzioso” con la FSSPX. Cosí come la “mens” del Papa è sicuramente, come da Lui stesso specificato, quella di rendere evidente l’ermeneutica della continuità. Il mio dissenso riguarda il suo affermare la sostanziale “particolarità” del provvedimento, il quale non dovrebbe riguardare tutti, e soprattutto il fatto che sembra lei constati la “continuità” tra i due messali come già presente. Sa benissimo che cosí non è. Poiché se fosse stata presente ed evidente, non si sarebbe reso necessario il MP, e soprattutto tutto ciò che ad esso fa capo».

Credo che risulti chiaro, da quanto detto, che il motu proprio ha un valore particolare in quanto rivolto ad alcuni gruppi, dallo stesso Pontefice ben definiti; ha invece un valore universale nell’intento di inculcare il principio della continuità fra le due forme della Messa.

Posso trovarmi abbastanza d’accordo sul fatto che, forse, tale continuità è piú un auspicio che una realtà, almeno a stare a quel che vediamo nelle chiese. Va riconosciuto con molta serenità che certe celebrazioni sembrano fare di tutto per sottolineare la discontinuità con l’antico rito. Ma lo stesso discorso potrebbe farsi — e di fatto i lefebvriani lo fanno — piú in generale, a proposito dell’ermeneutica della continuità applicata al Concilio o alla Chiesa pre- e post-conciliare. Per quanto il Santo Padre continui a ripetere che il Concilio non ha dato vita a una nuova Chiesa, che la Chiesa pre-conciliare e quella post-conciliare sono la medesima Chiesa, non si può negare che ci siano alcune differenze, talvolta anche piuttosto marcate. 

Va detto che la continuità non si pone tanto nelle forme esteriori (che possono variare), quanto nella sostanza delle cose. Inoltre non dobbiamo tanto giudicare sulla base di ciò che fa Tizio, Caio o Sempronio (c’è sempre stato e ci sarà sempre chi fa di testa sua), ma in base alle decisioni ufficiali della Chiesa (anche queste ovviamente possono essere talvolta discutibili e perfettibili, ma ciò non giustifica il loro rifiuto). Infine, dobbiamo convincerci che molto dipende, piú che dalle riforme promosse dalla Chiesa, dal modo in cui esse vengono attuate da ciascuno di noi.

Ciò che ho detto in generale per la Chiesa vale anche in campo liturgico. La continuità fra la vecchia e la nuova liturgia non va giudicata sulla base di ciò che vediamo nelle nostre chiese, ma in base ai due messali. A questo proposito, il Signor Benedetto Serra mi chiede:

«A proposito del suo ultimo post, volevo chiederle che differenza c’è, in realtà, fra una Messa di Paolo VI in latino, con tutti gli accorgimenti consentiti (o non proibiti) per renderla piú vicina possibile a quella di S. Pio V (ad Orientem, comunione in ginocchio, etc.), e una messa di S. Pio V? Mi sembra di capire, dopo aver riflettuto sulle discussioni che ci sono state sul blog di P. Augé, che in realtà queste differenze non sono poi cosí grandi. La tesi del P. Augé è che in realtà la Messa di Paolo VI è piú ricca, contiene molti piú “tesori” della liturgia di quella antica, ne conserva tutti i testi e anzi li arricchisce e li amplia. Dà inoltre molta piú libertà di celebrare (nelle diverse lingue, leggendo ad alta voce i testi in modo che tutti sentano, etc.).  In poche parole, se uno vuole, può, mantenendo un’unica forma  del rito latino […], conservare praticamente tutto della Messa di S. Pio V».

Alla domanda del Signor Serra vorrei rispondere con una frase ripresa da una preziosissima lettera del Card. Ratzinger pubblicata da Padre Augé proprio in questi giorni:

«La differenza tra il Messale di 1962 e la Messa fedelmente celebrata secondo il Messale di Paolo VI è molto minore che la differenza fra le diverse applicazioni cosiddette “creative” del Messale di Paolo VI» (18 febbraio 1999). 

In effetti, a ben vedere, da un punto di vista rituale, le differenze sono minime: una semplificazione generale del rito (in particolare i riti di introduzione e quelli di offertorio); un arricchimento notevole delle letture e di altri testi (orazioni e prefazi); una molteplicità di preghiere eucaristiche. Sostanzialmente, mi trovo d’accordo sulla maggiore ricchezza della nuova liturgia: il Messale di Paolo VI non rappresenta una diminuzione, ma un accrescimento rispetto a quello di San Pio V. Se poi il modo in cui il nuovo rito è stato di fatto celebrato ha significato molto spesso un depauperamento, questo è un altro discorso: ciò non può essere addebitato al Messale, ma ai singoli celebranti.

Si dirà: questo è stato possibile perché il nuovo Messale, con le pressoché illimitate possibilità offerte, lo ha permesso. Posso essere d’accordo che forse si è dato troppo spazio alla “creatività”, ma è altrettanto vero che oggi non sarebbe possibile tornare a un fissità assoluta delle rubriche, senza alcuna possibilità di adattamento. Se, invece, si sfruttassero le possibilità di adattamento proprio in senso tradizionale, si potrebbero avere dei risultati che certamente non dispiacerebbero agli amanti della tradizione. Per averne un esempio, si vadano a vedere le foto della Messa di ringraziamento per la beatificazione di J. H. Newman proprio oggi pubblicate da Cantuale Antonianum. Non dico che tutti debbano fare cosí; ma, se uno lo vuol fare, lo può fare: nessuno glielo impedisce. Penso che in questa prospettiva, come dice Papa Ratzinger, la liberalizzazione della forma straordinaria del rito romano possa effettivamente giovare alla corretta celebrazione della sua forma ordinaria. Ma ciò non significa che si debba cancellare la riforma liturgica e tornare tutti all’antica liturgia. Se c’è stata una riforma liturgica, è perché ce n’era bisogno: se è vero che spesso si celebra sciattamente il Novus Ordo, è altrettanto vero che si può celebrare sciattamente anche il Vetus.

giovedì 16 settembre 2010

Tre anni di "Summorum Pontificum"

Ricorreva l’altro giorno il terzo anniversario dell’entrata in vigore delle norme emanate col motu proprio Summorum Pontificum del 7 luglio 2007. Negli ultimi tempi ci sono stati diversi interventi, divergenti fra loro, su una corretta interpretazione del suddetto motu proprio.

In agosto è stata diffusa la prefazione di Mons. Raymond Leo Burke a un commento al Summorum Pontificum scritto da Gero P. Weishaupt (Päpstliche Weichenstellungen. Das Motu Proprio Summorum Pontificum Papst Benedikts XVI. und der Begleitbrief an die Bischöfe. Ein kirchenrechtlicher Kommentar und Überlegungen zu einer “Reform der Reform”, Verlag für Kultur und Wissenschaft, 2010). Chi legge il tedesco può trovare il testo completo della prefazione sul sito Summorum Pontificum; gli altri dovranno accontentarsi di un breve resoconto in italiano sul quotidiano on line Petrus.

A parte la questione delle chierichette o dei ministri straordinari della comunione, quel che ora ci interessa è l’interpretazione che il Prefetto della Segnatura Apostolica dà del motu proprio: esso è un “atto di legislazione universale”, che “riguarda tutta la Chiesa in tutto il mondo”. Citiamo da Petrus:

«Non si tratta, quindi, di un “favore fatto a un qualsiasi individuo o gruppo”, ma di una legge finalizzata “alla salvaguardia e promozione della vita di tutto il corpo mistico di Cristo e alla massima espressione di questa vita, cioè la liturgia sacra”. Dunque, il motu proprio del Papa non va letto come una concessione o, peggio, un favore, fatto ai gruppi ultratradizionalisti come quello dei lefebvriani, ma anzi l’atto di governo con cui il Santo Padre si rivolge alla Chiesa nel suo complesso. L’intera comunità della Chiesa, sostiene il Prefetto della Segnatura Apostolica, ha “l’obbligo di preservare la tradizione liturgica e di mantenere la legittima celebrazione di entrambe le forme del rito romano”, quello precedente al Concilio Vaticano II e quello successivo allassise conciliare».

Nello stesso mese di agosto, il mensile dei Paolini Jesus ha dato un’interpretazione alquanto diversa del Summorum Pontificum, mettendo in rapporto il motu proprio con il movimento lefebvriano. In tal modo, Jesus sembrerebbe restringere la portata del documento, dandogli come unica finalità di tentare una riconciliazione con la FSSPX.

Giorni fa anche Padre Matias Augé nel suo blog è entrato nel dibattito, facendo notare che il motu proprio è stato emanato per venire incontro a quei fedeli che si sentono legati alla liturgia tradizionale e opponendosi all’interpretazione “massimalista” data dai gruppi tradizionalisti.

È ovvio che ciascuno cerchi di portare l’acqua al proprio mulino; ma chi è che ha ragione: Mons. Burke, Jesus o Padre Augé? Probabilmente un po’ di ragione ce l’hanno tutti e tre. Mi sono andato a rileggere sia il motu proprio, sia la lettera ai Vescovi che l’accompagnava, e mi sono accorto che tutte e tre le diverse posizioni trovano un fondamento in quanto scrive il Papa.

Ha perfettamente ragione Padre Augé a scrivere che il motu proprio è stato emanato per quei fedeli che si sentono legati alla liturgia tradizionale. Non se lo è inventato lui, ma è ciò che scrive Benedetto XVI nel Summorum Pontificum. Dopo aver fatto riferimento alle modifiche che furono apportate ai libri liturgici in seguito al Concilio Vaticano II, il Papa aggiunge:

«Ma in talune regioni non pochi fedeli aderirono e continuano ad aderire con tanto amore ed affetto alle antecedenti forme liturgiche, le quali avevano imbevuto cosí profondamente la loro cultura e il loro spirito, che il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, mosso dalla cura pastorale nei confronti di questi fedeli, nell’anno 1984 con lo speciale indulto “Quattuor abhinc annos”, emesso dalla Congregazione per il Culto Divino, concesse la facoltà di usare il Messale Romano edito dal Beato Giovanni XXIII nell’anno 1962; nell’anno 1988 poi Giovanni Paolo II di nuovo con la Lettera Apostolica “Ecclesia Dei”, data in forma di motu proprio, esortò i Vescovi ad usare largamente e generosamente tale facoltà in favore di tutti i fedeli che lo richiedessero. 

A seguito delle insistenti preghiere di questi fedeli, a lungo soppesate già dal Nostro Predecessore Giovanni Paolo II, e dopo aver ascoltato Noi stessi i Padri Cardinali nel Concistoro tenuto il 22 marzo 2006, avendo riflettuto approfonditamente su ogni aspetto della questione, dopo aver invocato lo Spirito Santo e contando sull’aiuto di Dio, con la presente Lettera Apostolica stabiliamo quanto segue…».

ll Summorum Pontificum dunque, pur differenziandosi profondamente dai precedenti interventi, si pone di fatto, per espressa indicazione di Benedetto XVI, sulla scia di quelli: esso vuole, con modalità diverse, venire incontro alle esigenze dei fedeli che “continuano ad aderire con tanto amore ed affetto alle antecedenti forme liturgiche”.

E dove ha tirato fuori Jesus la storia dei lefebvriani? Vi fa esplicito riferimento il Papa nella lettera inviata ai Vescovi contestualmente alla pubblicazione del Summorum Pontificum. A un certo punto il Santo Padre arriva addirittura al punto di dire che si tratta della “ragione positiva” che lo ha spinto a emanare il motu proprio:

«Sono giunto, cosí, a quella ragione positiva che mi ha motivato ad aggiornare mediante questo motu proprio quello del 1988. Si tratta di giungere ad una riconciliazione interna nel seno della Chiesa. Guardando al passato, alle divisioni che nel corso dei secoli hanno lacerato il Corpo di Cristo, si ha continuamente l’impressione che, in momenti critici in cui la divisione stava nascendo, non è stato fatto il sufficiente da parte dei responsabili della Chiesa per conservare o conquistare la riconciliazione e l’unità; si ha l’impressione che le omissioni nella Chiesa abbiano avuto una loro parte di colpa nel fatto che queste divisioni si siano potute consolidare. Questo sguardo al passato oggi ci impone un obbligo: fare tutti gli sforzi, affinché a tutti quelli che hanno veramente il desiderio dell’unità, sia reso possibile di restare in quest’unità o di ritrovarla nuovamente». 

D’accordo, per quanto non si possano identificare tout court i lefebvriani con i fedeli semplicemente legati alla liturgia tradizionale, si tratta pur sempre di gruppi che condividono la medesima sensibilità. Il problema nasce quando Mons. Burke afferma che il Summorum Pontificum non è una concessione fatta a individui o gruppi, ma un atto di legislazione universale che in qualche modo coinvolge tutta la Chiesa. Dove fonda il Prefetto della Segnatura Apostolica questa sua opinione? La questione è tanto piú urgente in quanto qualcuno ha voluto vedere nelle parole di Mons. Burke, a causa della posizione che ricopre nella Curia Romana, una sorta di “interpretazione autentica” del motu proprio

Beh, va precisato che al massimo si può parlare di una opinione autorevole, ma certo non di una interpretazione autentica, che non può venire dal Prefetto della Segnatura Apostolica, né, tanto meno, può essere affidata alla prefazione di un libro. In ogni caso, non si tratta di una opinione campata in aria. 

È ovvio che i documenti pontifici, a meno che non siano espressamente diretti a individui o gruppi determinati, sono rivolti all’intera Chiesa. Questo allora significa che tutti i sacerdoti e fedeli devono diventare “biritualisti” (o, se si preferisce, visto che non si tratta di due riti distinti, “biformalisti”)? Non direi proprio. Le due forme del rito romano, pur essendo poste in diretta continuità fra di loro, non sono messe sullo stesso piano. Non mi sembra un caso che il rito uscito dalla riforma liturgica postconciliare venga indicato nel motu proprio con l’espressione “forma ordinaria”, mentre al rito precedente si attribuisca la qualifica di “forma straordinaria”. Se il Novus Ordo è la “forma ordinaria”, significa che esso continua a essere il rito comune, normale, normativo — “ordinario” appunto — per tutti i fedeli. L’usus antiquior, del quale è stata riconosciuta la piena legittimità, rimarrà pur sempre la “forma straordinaria” del Rito romano destinata ad alcuni; per cui non si potrà pretendere che esso si diffonda su un piano di perfetta parità in tutta la Chiesa (tanto per intenderci, non si può pretendere che in tutte le parrocchie si debba adottare il criterio del fifty-fifty: se ci sono due messe, una deve essere nella forma ordinaria, l’altra nella forma straordinaria, come pure alcuni autorevoli personaggi sembrerebbero aver suggerito).

Ma allora quale era l’intenzione profonda di Benedetto XVI nel liberalizzare l’uso dei libri liturgici precedenti alla riforma postconciliare? Al di là della doverosa attenzione alle legittime esigenze di alcuni gruppi (i fedeli legati alla tradizione e, in particolare, i lefebvriani), ho l’impressione che ci sia una motivazione piú profonda, di carattere “ideologico” (in senso buono): voler riaffermare la continuità fra le due forme della liturgia romana. Papa Ratzinger lo ribadisce esplicitamente nella lettera ai Vescovi:

«Non c’è nessuna contraddizione tra l’una e l’altra edizione del Missale Romanum. Nella storia della Liturgia c’è crescita e progresso, ma nessuna rottura».

Non sentite, in queste parole, l’eco del discorso del Pontefice alla Curia Romana del 22 dicembre 2005? Mi sembra di vedere, nel motu proprio Summorum Pontificum, l’applicazione liturgica del principio dell’“ermeneutica della riforma” o “del rinnovamento nella continuità” da Benedetto XVI usato in riferimento al Concilio Vaticano II. Liberalizzando l’uso del Messale del 1962, il Papa ha voluto riaffermare che tra la Messa di San Pio V e quella di Paolo VI non esiste contraddizione; che esse costituiscono fondamentalmente la stessa Messa, la “Messa di sempre” (come oggi è diventato di moda, fra i gruppi tradizionalisti, definire la Messa tridentina, in contrapposizione alla Messa postconciliare). È ovvio che non si possa negare una certa diversità esteriore fra le due Messe (anche nel discorso del 2005 Papa Ratzinger non escludeva una certa discontinuità fra la Chiesa pre- e post-conciliare); ma ciò non toglie la continuità di fondo fra le due forme dello stesso Rito romano.

Si tratta di un punto qualificante del magistero di Benedetto XVI, una specie di “scommessa”, su cui egli sta giocando il suo pontificato. Il Papa vuole fare entrare questa convinzione tra i fedeli: che non esiste un “prima” e un “dopo” il Concilio; che il Vaticano II non costituisce una rottura, un “nuovo inizio”, ma semplicemente una tappa importante nel cammino della Chiesa, che rimane la stessa prima e dopo il Concilio. Ciò che vale per la Chiesa in generale, vale, in particolare, per la liturgia: la Messa che oggi celebriamo non è una “nuova Messa”, ma la “Messa di sempre”, che ha subito qualche adattamento (come del resto era già avvenuto infinite volte nel corso dei secoli).

Probabilmente, su un piano teorico, tutti si dichiareranno d’accordo col Papa. Ma a questa adesione astratta — dispiace dirlo — non sempre corrisponde un atteggiamento coerente. Alla faccia della continuità, c’è chi rifiuta la Messa tridentina come anticaglia del passato e chi rifiuta la Messa di Paolo VI come ereticheggiante. Ho l’impressione che, nonostante gli sforzi del Santo Padre, rimanga ancora raro quel sensus Ecclesiae, che va al di là degli atteggiamenti ideologici (questa volta, in senso negativo) di parte e ci fa amare la Chiesa cosí come essa realmente è e non come dovrebbe essere secondo i nostri schemi mentali.

Non che non rimangano ancora diversi (forse, molti) punti da chiarire (tanto per fare un esempio, la contraddizione fra quanto affermato dal Papa nel motu proprio a proposito di un “reciproco arricchimento” fra le due forme del Rito romano, e l’atteggiamento fin qui assunto della Commissione “Ecclesia Dei”, che esclude per principio qualsiasi intervento sul Messale del 1962). Ma ciò che importa è accogliere la “sfida” lanciata dal Santo Padre, che a tutti noi chiede di abbandonare le nostre certezze e di essere disponibili ad accettare le novità dello Spirito.

lunedì 13 settembre 2010

Due postille

Permettetemi di fare due postille al post di sabato scorso “L’esperienza della tradizione”.


1. Vi si parlava di “professione di fede”. Davo per scontato che fosse chiaro a che cosa mi riferissi, perché ne avevo trattato piú volte nel blog. Ma, a quanto pare, tale riferimento non era poi cosí ovvio. Giustamente, non posso pretendere che i miei lettori abbiano letto o anche semplicemente ricordino tutti i miei post.

La professione di fede a cui facevo riferimento è quella richiesta dal diritto ad alcune categorie di fedeli (can. 833). La «formula approvata dalla Sede Apostolica», di cui a quel canone, è la seguente (l’avevo già pubblicata nel post del 18 marzo 2009):


«Io N. N. credo e professo con ferma fede tutte e singole le verità che sono contenute nel Simbolo della fede, e cioè: 

Credo in un solo Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e invisibili. Credo in un solo Signore, Gesú Cristo, unigenito Figlio di Dio, nato dal Padre prima di tutti i secoli: Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato, non creato, della stessa sostanza del Padre; per mezzo di lui tutte le cose sono state create. Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo, e per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della vergine Maria e si è fatto uomo. Fu crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato, morí e fu sepolto. Il terzo giorno è risuscitato, secondo le Scritture, è salito al cielo, siede alla destra del Padre. E di nuovo verrà, nella gloria, per giudicare i vivi e i morti, e il suo regno non avrà fine. Credo nello Spirito Santo, che è Signore e dà la vita, e procede dal Padre e dal Figlio. Con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato, e ha parlato per mezzo dei profeti. Credo la Chiesa, una santa cattolica e apostolica. Professo un solo battesimo per il perdono dei peccati. Aspetto la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà. Amen.

Credo pure con ferma fede tutto ciò che è contenuto nella parola di Dio scritta o trasmessa e che la Chiesa, sia con giudizio solenne sia con magistero ordinario e universale, propone a credere come divinamente rivelato. 

Fermamente accolgo e ritengo anche tutte e singole le verità circa la dottrina che riguarda la fede o i costumi proposte dalla Chiesa in modo definitivo.

Aderisco inoltre con religioso ossequio della volontà e dell'intelletto agli insegnamenti che il Romano Pontefice o il collegio episcopale propongono quando esercitano il loro magistero autentico, sebbene non intendano proclamarli con atto definitivo».


Tale formula è stata pubblicata nel 1988. Se ne può trovare il testo ufficiale latino negli Acta Apostolicae Sedis, 81 (1989), pp. 104-106 (il volume può essere scaricato dal sito della Santa Sede). Il testo italiano, corredato da una nota di presentazione, può essere consultato ibidem.

L’emissione della suddetta professione di fede non ha alcunché di straordinario. Essa viene solitamente pronunciata nell’atto di assumere un ufficio da esercitare a nome della Chiesa (e in tal caso viene accompagnata dal “Giuramento di fedeltà”, che potete trovare subito dopo la professione di fede nei luoghi citati). Io stesso l’ho emessa piú d’una volta, quando sono diventato diacono e quando sono stato nominato superiore.

Si potrebbe obiettare che fra le categorie di persone elencate nel can. 833 non ci sono coloro che chiedono di entrare nella piena comunione con la Chiesa cattolica. Va notato che il Codice di diritto canonico non considera mai questo caso, al contrario di quanto fa, per comprensibili motivi, il Codice dei canoni delle Chiese orientali. E con questo veniamo alla seconda postilla.


2. Potrebbe sembrare che la mia proposta di richiedere ai lefebvriani l’emissione della professione di fede sia una idea peregrina. In realtà, si tratta della prassi prevista nei casi di ammissione alla piena comunione con la Chiesa cattolica. 

Il Concilio Vaticano II, nel suo decreto sull’ecumenismo Unitatis redintegratio, parlando delle Chiese orientali (che costituiscono la situazione piú somigliante a quella della FSSPX), afferma:

«Questo sacro Concilio inculca di nuovo ciò che è stato dichiarato dai precedenti sacri Concili e dai Romani Pontefici, che cioè, per ristabilire o conservare la comunione e l'unità bisogna “non imporre altro peso fuorché le cose necessarie” (At 15:28)».

Come accennato, il Codice dei canoni delle Chiese orientali dedica un intero titolo a “I battezzati acattolici che convengono alla piena comunione con la Chiesa cattolica” (cann. 896-901). Il can. 896 richiama l’insegnamento conciliare appena esposto. Il can. 897 poi esplicita quali sono le “cose necessarie” da imporre:

«Il fedele cristiano di qualche Chiesa orientale acattolica dev’essere accolto nella Chiesa cattolica con la sola professione di fede cattolica, premettendo una preparazione dottrinale e spirituale adeguata alla condizione di ciascuno».

Ora, mi chiedo: se agli ortodossi, che cattolici non sono, può essere chiesta solo la professione di fede, perché ai lefebvriani, che fino a prova contraria cattolici sono, deve essere chiesto di piú (accettazione del Concilio Vaticano II o del Catechismo della Chiesa cattolica)?

Il can. 897 CCEO parla di “professione di fede cattolica”, senza specificare di che cosa si tratti. Ne troviamo la formula nel “Rito dell’ammissione alla piena comunione della Chiesa cattolica di coloro che sono già stati validamente battezzati”, contenuto nell’appendice al Rito dell’iniziazione cristiana degli adulti. La rubrica al n. 15 afferma:

«[Dopo l’omelia] la persona che deve essere ammessa recita con i fedeli presenti il simbolo Niceno-Costantinopolitano, che viene sempre detto in questa Messa. Poi il candidato, invitato dal celebrante, aggiunge da solo queste parole:

Credo e professo tutte le verità
che la santa Chiesa cattolica crede, insegna
e annunzia come rivelate da Dio».

Non si vuole usare la professione di fede prescritta per chi assume un ufficio da esercitare in nome della Chiesa? OK, si usi la professione di fede prevista nel Rito di ammissione alla piena comunione con la Chiesa cattolica (che in tre righe dice magnificamente tutto ciò che va detto). Ma, per favore, non si chieda ai lefebvriani piú di quanto si chiede ai non-cattolici.

sabato 11 settembre 2010

L'esperienza della tradizione

Sono svariati mesi che non mi occupo della Fraternità sacerdotale di San Pio X. Dopo l’inizio dei “colloqui dottrinali” con la Santa Sede, nell’ottobre 2009, solo una volta ho interrotto il silenzio che mi ero imposto: in séguito alle parole pronunciate da Mons. Fellay il 2 febbraio 2010 a proposito degli stessi colloqui (si veda il mio post del 6 febbraio).

Nel post del 19 ottobre 2009 spiegavo i motivi che suggerivano il silenzio: non sarebbe stato corretto interferire in alcun modo sulla delicatissima “trattativa” in corso. Ciò non significava affatto che io “credessi” in quei colloqui. Quale fosse la mia posizione in proposito, lo avevo messo in chiaro nel post del 18 marzo 2009; ma, visto che le due parti erano convinte della loro utilità, mi auguravo di cuore che quei colloqui potessero essere coronati da successo.

A quanto pare, però, essi sono entrati in una fase di stallo (mi viene da aggiungere: e non poteva essere altrimenti). Forse per questo, durante l’estate si è diffusa la voce che il Papa stia pensando a un motu proprio, nel quale, per giungere a una piena riconciliazione, chiederebbe alla FSSPX esclusivamente di sottoscrivere il Catechismo della Chiesa cattolica (come è avvenuto recentemente con i gruppi anglicani che hanno chiesto di ristabilire la piena comunione con Roma). La notizia è stata accolta con soddisfazione da tutti i fedeli legati alla tradizione, ma ha destato anche le preoccupazioni dell’ala massimalista del movimento lefebvriano (si veda qui).

Personalmente, se effettivamente si giungesse a un accordo su queste basi, ne sarei ben felice; ma ho i miei dubbi che ciò possa avvenire. La reazione del Vescovo Williamson appare assai significativa; e sono convinto che la sua posizione sia condivisa dalla maggioranza della Fraternità. Ma il problema non sta solo nell’atteggiamento della FSSPX; dobbiamo considerare la cosa in sé stessa, oggettivamente: che cosa è giusto — meglio, necessario, indispensabile — chiedere ai lefebvriani per riammetterli alla piena comunione con la Chiesa cattolica?

Finalmente, se la notizia del motu proprio è vera, si è capito che non si può chiedere loro l’accettazione del Concilio Vaticano II, un concilio che si è autodefinito “pastorale” e che, in alcuni punti, può essere — e di fatto è — messo in discussione. Ora, forse sulla scia di quanto avvenuto con gli anglicani, si vorrebbe chiedere alla FSSPX l’accettazione del Catechismo della Chiesa cattolica. Potrebbe sembrare un’idea ragionevole, che era stata in qualche modo già ventilata un anno fa e che io stesso avevo condiviso (si veda il post del 19 ottobre 2009).

Ma, se ci pensiamo bene, anche questa soluzione — a prescindere dalle reazioni dell’altra parte, ma solo in linea di principio — non è la piú corretta. Non certo perché il Catechismo della Chiesa cattolica sia, come vuole Williamson, “sostanzialmente modernista, ma in maniera sommessa”; bensí perché i catechismi — tutti i catechismi — sono anch’essi testi “pastorali”, legati al tempo e al luogo in cui sono stati composti. Non a caso oggi non usiamo piú il Catechismo del Concilio di Trento, ma il Catechismo della Chiesa cattolica; non perché uno sia giusto e l’altro sbagliato, ma semplicemente perché il secondo è piú adatto all’epoca in cui viviamo. Che il CCC non sia un assoluto lo dimostra il fatto che, dal momento in cui è stato pubblicato (1992), esso è già stato modificato (nel 1997) a proposito della pena di morte (nn. 2266-2267). Un catechismo non contiene solo il dogma nella sua purezza, ma cerca di presentarlo adottando le categorie proprie di un determinato periodo storico. Perché obbligare qualcuno ad accettare come definitivo un testo che, pur nella sua autorevolezza, conserva un carattere contingente e quindi può essere fatto oggetto, almeno su alcuni punti, di legittime riserve (come di fatto è avvenuto a proposito della pena di morte)?

Io mi vado sempre piú convincendo che l’unica cosa che si possa — e si debba — chiedere ai lefebvriani (come a chiunque altro) è la professione di fede: se essi sono disposti a emetterla, sono cattolici; se si rifiutano, non lo sono. E a nulla varrebbero i colloqui dottrinali, anche se durassero per anni.

Che poi ci possano essere delle divergenze su alcuni punti, soprattutto riguardo al Concilio Vaticano II, mi sembra piú che legittimo. Dove sta scritto che tutti la dobbiamo pensare allo stesso modo a proposito della libertà religiosa, dell’ecumenismo o del dialogo inter-religioso? Si tratta forse di dogmi di fede? È proprio uno scandalo se qualcuno la pensa in maniera diversa? Non è piuttosto uno stimolo per approfondire le questioni? Ho l’impressione che talvolta si voglia allargare indebitamente il campo dell’ortodossia; pensare che, per essere cattolici, tutti dobbiamo avere la stessa opinione su tutto; che non ci sia spazio per un legittimo pluralismo. I dogmi di fede, tutto sommato, non sono poi cosí tanti: una volta che ci ritroviamo tutti nella professione della medesima fede, possiamo discutere sul resto, purché lo si faccia con carità e senza reciproche scomuniche. Vale sempre l’antico adagio: In necessariis unitas; in dubiis libertas; in omnibus caritas.

Jesus di agosto ha riportato un fatto di cui non ero a conoscenza, avvenuto esattamente 34 anni fa, l’11 settembre 1976: Paolo VI ricevette a Castel Gandolfo Mons. Lefebvre, il quale si rivolse al Papa con queste parole: «Ci lasci fare, Santità, l’esperienza della Tradizione. Che ci sia, in mezzo a tutte le esperienze attuali, l’esperienza di ciò che è stato fatto per venti secoli». L’autore dell’articolo, lo storico Giovanni Miccoli, ricorda che Paolo VI, un mese dopo, rispose negativamente alla richiesta dell’Arcivescovo. Non mi sento di giudicare Papa Montini: probabilmente aveva ragione, in quel momento, a rigettare l’istanza. Era troppo importante, in quel momento, essere tutti uniti, sotto la guida di Pietro, nell’attuazione delle riforme volute dal Concilio. Come si può vedere da quanto riportato da Miccoli, la grande preoccupazione di Paolo VI era che si potesse intaccare l’“autorità apostolica del Concilio” (che non può essere in alcun modo messa in discussione neppure oggi) e — aggiungo io — la sua personale autorità pontificia.

Ma oggi la situazione è cambiata: il rinnovamento conciliare è stato attuato; semmai, è giunto il momento di fare una verifica e un bilancio di tale rinnovamento. Non c’è nulla di scandaloso se vengono messe in risalto alcune carenze e si suggeriscono possibili rimedi: è già avvenuto su molti aspetti; può avvenire su altri. In questi anni nella Chiesa sono sorte tante esperienze diverse, con i loro pregi e i loro limiti, ma tutte legittime. Possibile che non ci sia spazio anche per l’“esperienza della tradizione”? La richiesta che Mons. Lefebvre rivolse a Paolo VI 34 anni fa mi sembra piú che legittima: non pretendeva che tutta la Chiesa lo seguisse nella sua strada (come sembrerebbe talvolta che vogliano i lefebvriani odierni…); chiedeva solo che gli fosse permesso di percorrere un cammino diverso, senza escludere o giudicare i cammini altrui («… in mezzo a tutte le esperienze attuali…»). Come si può negare tale possibilità oggi, che a tutti viene concesso di seguire il proprio carisma? L’unica cosa che si deve esigere dai lefebvriani, oltre alla professione della medesima fede, è di rimanere fedeli allo spirito del loro fondatore: fare, sí, l’esperienza della tradizione, ma senza avere la pretesa che quell’esperienza sia esclusiva e normativa per tutti. A queste condizioni, l’esperienza della tradizione potrà tornare a costituire una ricchezza per tutta la Chiesa e, a loro volta, i suoi seguaci potranno beneficiare delle ricchezze delle altre legittime esperienze ecclesiali.

mercoledì 8 settembre 2010

Pedofilia e pedofilia

Venerdí scorso, 3 settembre, Euronews dava notizia della condanna di sei vip portoghesi, accusati di abusi commessi, alla fine degli anni Novanta, su minori ospitati presso la “Casa Pia”, un antico orfanotrofio pubblico di Lisbona. Beh, pensavo, domani leggeremo con calma sui giornali i particolari della vicenda.

È passata quasi una settimana, ma sto ancora aspettando che la stampa italiana riporti la notizia. Se si fa eccezione per Avvenire, che le ha dedicato un trafiletto (si veda, nell’Archivio storico di Avvenire.it, a p. 16 del 4 settembre 2010), i “giornaloni” l’hanno completamente ignorata. Tamquam non esset. Eppure, si sarebbe pensato che, dopo la mobilitazione generale che si è avuta contro la pedofilia nei mesi scorsi — che ci ha resi tutti piú sensibili verso questo crimine — fosse una notizia che avrebbe meritato una qualche attenzione. Dopo tutto, è pur sempre uno scandalo che in Portogallo da diversi anni sta avendo una notevole risonanza. Per farvi un’idea di che cosa si tratta, leggete questo articolo di Wikipedia. Come potete vedere, si tratta di una vicenda che meriterebbe per lo meno il trafiletto di Avvenire. E invece no. Alla stampa italiana non interessa nulla delle vittime dei vip portoghesi.

Ci hanno fatto una testa cosí per mesi e mesi sulle vittime di sconosciutissimi preti, vissuti cinquant’anni fa nelle piú remote regioni degli Stati Uniti e dell’Irlanda; hanno pubblicato i dossier dove venivano descritti per filo e per segno tutti i dettagli degli abusi; si sono stracciate le vesti per la corruzione che cova all’interno della Chiesa cattolica; hanno preteso che tutti ci indignassimo per l’efferatezza di certi abusi… e adesso che un tribunale condanna sei vip che hanno abusato per anni di bambini abbandonati in una grande capitale europea, tutto tace. Oibò, c’è qualcosa che non torna.

Qualcuno penserà di aver già capito dove voglio arrivare: nei mesi scorsi si trattava di preti cattolici; ora si tratta di gente comune. E invece no, non è tanto questo che mi indigna. Dobbiamo dare atto che, nel bel mezzo della campagna contro la pedofilia nella Chiesa cattolica, c’era sempre qualche benpensante che riconosceva che la pedofilia non era monopolio dei preti, ma era diffusa anche fra gli insegnanti, gli allenatori sportivi, i capi scout, i pastori protestanti e i rabbini ebrei, per non parlare della pedofilia all’interno della famiglia. E noi tiravamo un sospiro di sollievo, pensando: beh, beh, beh, allora non siamo soli. Mal comune, mezzo gaudio.

Ma non ci accorgevamo che tutte le categorie appena elencate sono in genere composte di “poveracci”. Nessuno ci ha mai parlato invece della pedofilia d’alto bordo: rock star, registi, direttori d’orchestra, ministri, primi ministri, capi di stato… In questi casi, o non se ne parla affatto (come nel caso dei politici) o, se se ne parla, lo si fa per difendere, se non addirittura osannare, i colpevoli (si vedano i casi di Michael Jackson e Roman Polanski). 

Questo spiega come mai il silenzio è caduto sulla vicenda portoghese: non si tratta di poveracci, si tratta di vip. Fra i quali, a quanto pare, la pratica della pedofilia è piuttosto comune. Qualcuno arriva a dire che si tratterebbe di un vero e proprio “rito di iniziazione”. Non so se ci sia ancora qualche anima bella che pensi che alla base della carriera ci siano i meriti della persona: se vuoi far carriera le tue doti valgono men che nulla; semmai, sono un impedimento. La regola è: meno vali, piú fai carriera. L’importante è entrare nel “giro” giusto. È ovvio che, per poter avanzare, ti venga chiesto di sottoporti a determinate prove, tra le quali non è da escludere che ci possa essere anche la pedofilia. Perché? Il motivo mi sembra abbastanza evidente: perché cosí sei ricattabile. Se non sei ricattabile, non farai mai strada; se lo sei, puoi arrivare ai livelli piú alti della società, perché sono certi — quelli che hanno in mano le leve del vero potere — che farai sempre e solo quello che vogliono loro.

martedì 27 luglio 2010

"Riforma della Riforma"

Riporto il mio secondo articolo pubblicato sull’Eco dei Barnabiti, n. 2/2010 (pp. 12-13), nella rubrica “Osservatorio ecclesiale”. Come nel caso del primo articolo, niente di nuovo per i lettori di questo blog: si tratta semplicemente di un tentativo di divulgazione per il grande pubblico.


Nel precedente numero dell’Eco ci siamo soffermati su quella che può essere considerata la “chiave di lettura” del Concilio Vaticano II e dell’attuale pontificato: la cosiddetta “ermeneutica della riforma”.

Il primo documento approvato dai Padri conciliari fu la Costituzione sulla sacra liturgia Sacrosanctum Concilium (4 dicembre 1963). La riforma liturgica, che ne scaturì, è sempre stata considerata un po’ come il “fiore all’occhiello” del Concilio, e le è stato attribuito un valore emblematico, quale “icona” della più generale riforma della Chiesa avviata dal Vaticano II. La Sacrosanctum Concilium considera la liturgia come «il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e insieme la fonte da cui promana tutta la sua forza» (n. 10). Essa, perciò, occupa un posto centrale nella vita della Chiesa. In particolare, esiste un rapporto strettissimo fra liturgia e fede: la liturgia esprime la fede della Chiesa, costituisce una delle principali testimonianze della tradizione e riveste un carattere normativo per i fedeli (lex orandi, lex credendi).

Non meraviglia quindi che un grande teologo come Joseph Ratzinger, pur non essendo un liturgista di professione, abbia riservato alla liturgia un’attenzione particolare, che è andata man mano aumentando col passare degli anni. Proprio per la centralità che la liturgia occupa nella vita della Chiesa, il Card. Ratzinger giunse alla conclusione che esiste un rapporto di causalità diretta tra il crollo della liturgia, a cui abbiamo assistito dopo il Concilio, e la crisi in cui si dibatte la Chiesa ai nostri giorni:

«Sono convinto che la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal crollo della liturgia, che talvolta viene addirittura concepita etsi Deus non daretur: come se in essa non importasse più se Dio c’è, e se ci parla e ci ascolta» (Il Dio vicino, Edizioni San Paolo, 2003, p. 21).

L’opera in cui il Card. Ratzinger raccolse le sue riflessioni in materia liturgica è l’Introduzione allo spirito della liturgia, pubblicato in tedesco (Eindführung in den Geist der Liturgie) nel 1999 e tradotto in italiano dalle Edizioni San Paolo nel 2001. Con quel libro — che anche nel titolo si ricollega all’opera che aveva segnato l’inizio del movimento liturgico in Germania: Lo spirito della liturgia di Romano Guardini (1918) — il Card. Ratzinger si prefiggeva di dar vita a un nuovo “movimento liturgico”, «un movimento verso la liturgia e verso una sua corretta celebrazione, esteriore ed interiore» (p. 6). Tale proposito si spiega con la constatazione che qualcosa nella riforma liturgica promossa dal Vaticano II non ha funzionato. Nella premessa al citato volume, il Card. Ratzinger ricorreva a un paragone efficace per spiegare ciò che è avvenuto nella Chiesa durante e dopo il Concilio:

«Si potrebbe dire che la liturgia era allora — nel 1918 —, per certi aspetti, simile a un affresco che si era conservato intatto, ma che era quasi coperto da un intonaco successivo: nel messale, con cui il sacerdote la celebrava, la sua forma era pienamente presente, così come si era sviluppata dalle origini, ma per i credenti essa era ampiamente nascosta da istruzioni e forme di preghiera di carattere privato. Grazie al movimento liturgico e — in maniera definitiva — grazie al Concilio Vaticano II, l’affresco fu riportato alla luce e per un momento restammo tutti affascinati dalla bellezza dei suoi colori e delle sue figure. Ma nel frattempo, a causa dei diversi errati tentativi di restauro o di ricostruzione, nonché per il disturbo arrecato dalla massa dei visitatori, questo affresco è stato messo gravemente a rischio e minaccia di andare in rovina, se non si provvede rapidamente a prendere le misure necessarie per porre fine a tali influssi dannosi. Naturalmente non si deve tornare a coprirlo di intonaco, ma è indispensabile una nuova comprensione del suo messaggio e della sua realtà, così che l’averlo riportato alla luce non rappresenti il primo gradino della sua definitiva rovina» (pp. 5-6).

Mi sembra che questa similitudine esprima bene il giudizio del Card. Ratzinger sulla riforma liturgica e la sua convinzione che si renda necessario un ulteriore intervento per impedire che l’“affresco” della liturgia vada definitivamente perduto. In altre dichiarazioni il giudizio del Card. Ratzinger appare ancor più esplicito e drastico:

«Il risultato [della riforma liturgica] non è stato una rianimazione, ma una devastazione [...]. Al posto della liturgia frutto di uno sviluppo continuo, è stata messa una liturgia fabbricata. Si è usciti dal processo vivente di crescita e di sviluppo per entrare nella fabbricazione. Non si è più voluto il divenire e la maturazione organica di Dio che vive attraverso i secoli e lo si è sostituito a mo’ di produzione tecnica, con una fabbricazione banale del momento» (“Prefazione” a Klaus Gamber, La réforme liturgique en question, Le Barroux, 1992);

«[Nella riforma liturgica] si fece a pezzi l’edificio antico e se ne costruì un altro, sia pure con il materiale di cui era fatto l’edificio antico e utilizzando i progetti precedenti» (La mia vita, Edizioni San Paolo, 1997, p. 114).

In una intervista rilasciata al quotidiano francese La Croix il 28 dicembre 2001, il Card. Ratzinger giunse ad auspicare una “riforma della riforma”:

«Alcuni addetti ai lavori vorrebbero far credere che tutte le idee non perfettamente conformi ai loro schemi sono un ritorno nostalgico al passato [...]. Lo dicono solo per partito preso. Bisogna riflettere seriamente sulle cose e non accusare gli altri di essere partigiani di san Pio V [...]. Ogni generazione ha il compito di migliorare e rendere più conforme allo spirito delle origini la liturgia. E penso che effettivamente oggi c’è motivo di lavorare molto in questo senso, e riformare la riforma. Senza rivoluzioni (sono un riformista, non un rivoluzionario), ma un cambiamento ci deve essere. Dichiarare impossibile a priori ogni miglioramento mi sembra un dogmatismo assurdo».

* * *

Il 19 aprile 2005 il Card. Joseph Ratzinger è diventato Benedetto XVI. Solitamente, quando si assume una qualsiasi carica, si è costretti ad abbandonare, per motivi di opportunità, l’asprezza dei toni nelle dichiarazioni; ma è anche vero che, dall’alto, il più delle volte si vedono le cose in una luce diversa, che permette spesso di ridimensionare i giudizi precedentemente formulati. Ovviamente non possiamo sapere che cosa sia avvenuto nell’animo di Joseph Ratzinger dopo l’elezione al soglio pontificio. Del resto non è neanche tanto importante sapere che cosa l’attuale Pontefice pensi come “dottore privato”; ciò che conta è quanto egli fa come pastore supremo della Chiesa. Ebbene, quali sono stati gli interventi di Benedetto XVI in campo liturgico in questi cinque anni di pontificato?

Forse quanti si attendevano una immediata e profonda revisione della riforma liturgica sono rimasti delusi. L’unica modifica formale operata sul rito della Messa in questi anni è stata l’introduzione, nella “III edizione tipica emendata” del Messale latino, di tre formule alternative di congedo (da affiancarsi al tradizionale “Ite, missa est”), modifica per altro suggerita dal Sinodo dei Vescovi sull’Eucaristia del 2005 e già presente in diverse traduzioni del Messale (compresa quella italiana). Un po’ poco per quanti si aspettavano mutamenti radicali.

Recentemente è stata annunciata l’approvazione definitiva della nuova traduzione in inglese del Missale Romanum: un evento che può certamente definirsi epocale, se si considera l’impatto che avrà su milioni di fedeli in ogni parte del mondo; ma che non modifica in alcun modo il rito della Messa (si tratta semplicemente di una traduzione più fedele, letterale, del Messale latino di Paolo VI, secondo le norme emanate nel 2001 con l’istruzione Liturgiam authenticam).

Che ne è stato allora della “riforma della riforma”? Benedetto XVI non ha mai utilizzato in questi anni tale espressione, anche se continuano a farne largo uso i seguaci di quel “movimento liturgico”, da lui auspicato nell’Introduzione allo spirito della liturgia ed effettivamente sorto in tempi recenti (si pensi, per esempio, al New Liturgical Movement diffuso nei paesi di lingua inglese). Papa Ratzinger ha dunque rinnegato tutti i pronunciamenti fatti da cardinale? Anche se non è mai intervenuto direttamente per modificare la liturgia e non si è mai espresso ufficialmente, Benedetto XVI ha nondimeno adottato una serie di misure, che permettono di intravvedere la sua “politica” in campo liturgico.

Innanzi tutto, le celebrazioni liturgiche da lui presiedute hanno assunto negli ultimi anni uno stile diverso. Gli elementi più appariscenti del nuovo stile sono i candelieri e il crocifisso (perlopiù di foggia tradizionale) rimessi sull’altare e la comunione distribuita sulla lingua ai fedeli inginocchiati, oltre che la frequente riutilizzazione di antichi paramenti liturgici. Naturalmente, non si tratta dell’imposizione di una normativa vincolante per tutti, ma solo di una proposta offerta a quanti vogliono liberamente seguirla.

Una decisione che ha fatto molto discutere è stata la liberalizzazione dei libri liturgici preconciliari, avvenuta col motu proprio Summorum Pontificum nel 2007. A molti è parsa una sconfessione della riforma liturgica; ma nel documento — e soprattutto nella lettera accompagnatoria — si spiega che non si vuole in alcun modo mettere in discussione la riforma: si vuole solo dare la possibilità, ai fedeli che lo desiderino, di celebrare la liturgia secondo quella che viene ora chiamata la “forma straordinaria” del rito romano (rimanendo la “forma ordinaria” quella scaturita dalla riforma liturgica promossa dal Vaticano II e approvata da Paolo VI). Nella citata lettera ai Vescovi, però, Benedetto XVI non nasconde un intento che in qualche modo riprende i voti da lui formulati quando era ancora cardinale:

«Le due forme dell’uso del Rito Romano possono arricchirsi a vicenda: nel Messale antico potranno e dovranno essere inseriti nuovi santi e alcuni dei nuovi prefazi [...]. Nella celebrazione della Messa secondo il Messale di Paolo VI potrà manifestarsi, in maniera più forte di quanto non lo è spesso finora, quella sacralità che attrae molti all’antico uso».

Da questo passo parrebbe di capire che il Papa abbia, almeno per il momento, rinunciato a qualsiasi tipo di intervento diretto sulla liturgia e abbia optato per un atteggiamento più soft: anziché modificare i riti d’autorità, si direbbe che egli preferisca lasciare che l’antica liturgia, ormai liberalizzata, e le cerimonie pontificie, che hanno riacquistato un’aura di ieraticità, esercitino gradatamente il loro influsso sulle celebrazioni liturgiche ordinarie. Una politica così discreta otterrà il risultato sperato? Staremo a vedere.

In ogni caso, sembrerebbe che la tanto decantata “riforma della riforma” sia stata, almeno temporaneamente, messa da parte. A dire il vero, l’estate scorsa erano apparse sulla stampa alcune indiscrezioni su possibili adattamenti dei riti liturgici, prontamente smentite dalla Santa Sede. In autunno, però, il Prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, Card. Antonio Cañizares Llovera, in una intervista a Catalunya Cristiana, ha confermato che il suo Dicastero ha preso in esame la questione:

«Quello che posso dire è che è un periodo molto importante per tutti, si è lavorato intensamente, c’è stata una Plenaria della Congregazione, e si sono stilate delle proposte che il Santo Padre ha approvato e che costituiscono la base del nostro lavoro. Il grande obiettivo è di rivitalizzare lo spirito della liturgia in tutto il mondo [...]. Il tema più urgente, e che si sente con urgenza in tutto il mondo, è che il senso della liturgia deve essere ritrovato. Questo non significa semplicemente cambiare rubriche o introdurre nuove cose, ma si tratta semplicemente che la liturgia deve essere vissuta e che deve essere al centro della vita della Chiesa [...]. Dobbiamo recuperare quello che non avrebbe mai dovuto perdersi. Il più grande male che è stato fatto all’uomo è stato il tentativo di eliminare dalla sua vita la trascendenza e la dimensione del mistero».

Come si può vedere, il Card. Cañizares non scende nei particolari, ma conferma che si sta lavorando a una qualche “riforma della riforma”. Sembrerebbe però di capire che non si tratterà tanto di radicali modifiche agli attuali riti, quanto piuttosto di un riposizionamento della liturgia al centro della vita della Chiesa e di un recupero del senso del mistero, che deve tornare a caratterizzare il culto divino (attraverso quali mezzi, si vedrà). E su questo penso che tutti possano trovarsi d’accordo.

venerdì 16 luglio 2010

Nuove norme? OK

Confesso che ero un tantino preoccupato per la pubblicazione delle nuove Norme sui delitti piú gravi. Perché preoccupato? Certo non perché si profilava un inasprimento delle pene (inasprimento doveroso nel caso di certi crimini), ma perché avevo avuto l’impressione che la Chiesa negli ultimi mesi si lasciasse condizionare un po’ troppo dalla campagna mediatica antipedofilia e che, volendo ottenere seppur inconsciamente il consenso del mondo, abbandonasse la sua tradizionale gravità e prudenza. Chi può negare che buona parte dei recenti interventi di ecclesiastici, ai vari livelli, fossero improntati alla piú rigorosa political correctness (salvo poi accorgersi che, essendo quella campagna puramente strumentale, le dichiarazioni degli ecclesiastici erano sempre insufficienti agli occhi della “santa inquisizione mediatica)? La preoccupazione consisteva nel fatto che ci si lasciasse influenzare piú del necessario dalle esigenze del momento, senza tener conto delle conseguenze devastanti che potrebbe aver avuto nella Chiesa l’introduzione di norme non sufficientemente ponderate.

Devo dire invece che le mie preoccupazioni sono state completamente spazzate via da queste nuove norme, che non hanno alcunché di rivoluzionario, ma si inseriscono perfettamente nella tradizione disciplinare della Chiesa. Anzi, mi sembra che le nuove norme confermino la tendenza, che già si intravedeva, di un ritorno della Congregazione per la dottrina della fede a essere il dicastero principale della Curia romana e il recupero della sua originaria natura di “tribunale supremo” (Sacra Congregazione della Romana e Universale Inquisizione).

Entrando nel merito delle nuove norme, devo premettere che non sono un canonista e quindi il mio giudizio è quello di un semplice fedele, che si lascia condurre dal buon senso piú che dalla competenza e dall’esperienza in materia. In ogni caso, la prima cosa che mi rallegra è che le norme antipedofilia sono inserite nel contesto delle Normae de gravioribus delictis riservati alla CDF. Tali delitti sono quelli contro la fede, contro i costumi e nella celebrazione dei sacramenti. Già questo è significativo, perché mette chiaramente in luce l’approccio che dobbiamo avere verso certe questioni. Il problema degli abusi, per quanto grave, non può essere isolato e assolutizzato; ci sono altre questioni, agli occhi del mondo insignificanti, che per un cattolico sono invece della massima gravità, come la profanazione dell’Eucaristia o la violazione del sigillo sacramentale.

A questo proposito, mi paiono del tutto fuori luogo le considerazioni di Damian Thompson, che definisce un “autogol” aver incluso nello stesso documento gli abusi contro i minori e l’ordinazione di una donna. Thomson è preoccupato che tale equiparazione possa scatenare le penne anticattoliche. Ah sí? Ecchissene… Dicano pure. Semmai, mi preoccupa il fatto che qualcuno, da parte vaticana, abbia sentito il bisogno di precisare che «le due cose non sono ugualmente gravi»…

Per quanto riguarda le singole novità, mi stanno tutte bene. Anche che la prescrizione sia stata aumentata a venti anni. Un solo particolare mi lascia perplesso: perché, all’art. 7 § 1, si è sentito il bisogno di precisare che la CDF può derogare alla prescrizione per i singoli casi? Non mi sembra che tale precisazione vada nella linea di quella “certezza del diritto” conclamata dal Padre Lombardi nella sua nota di presentazione alle nuove norme.

Cosí pure mi permetto di avanzare qualche dubbio sull’opportunità di procedere per via extragiudiziale. Non mi sembra molto corretto che, in questioni cosí delicate, si possa procedere tanto sbrigativamente con un decreto. D’accordo che c’è bisogno di celerità, ma a me pare che un regolare processo sia un diritto dell’accusato.

Vedo invece con piacere che è stato confermato, per queste cause, il segreto pontificio, in barba a tutti gli slogan sulla “trasparenza”. Anche la riservatezza è un diritto di tutte le parti coinvolte.

Allo stesso modo, mi fa immenso piacere che non si faccia alcun cenno a una eventuale denuncia alle autorità civili, quasi che la giustizia civile costituisca l’unica giustizia degna di questo nome, il “tribunale supremo” anche per le cause ecclesiastiche. Nessuno si è accorto che si stava praticamente invocando un ritorno alla tanto vituperata consegna al “braccio secolare”. Bene ha fatto in questo caso Padre Lombardi a precisare che l’ordinamento penale canonico è in sé completo e pienamente distinto da quello degli Stati.

Oggi, sul Corriere della sera, Marco Ventura paragona tale ordinamento a un “archibugio impolverato”. Secondo lui, «il diritto canonico non è il diritto tedesco o canadese. È un altro pianeta, non conosce separazione dei poteri, principio di legalità, pubblicità degli atti, diritto di difesa. Teme lo scandalo. Considera l’abuso sessuale di un ecclesiastico su un minore “delitto contro i costumi”». Sarà. Ma noi ci teniamo il nostro vecchio archibugio impolverato (o meglio, «spolverato e ingrassato»). Ventura si tenga pure il suo diritto civile tanto efficace a reprimere gli abusi, specialmente quando si tratta di registi, rock star, primi ministri e capi di stato…

lunedì 5 luglio 2010

Un Santo riformatore

La Chiesa celebra oggi la festa di Sant’Antonio Maria Zaccaria (1502-1539), sacerdote cremonese, fondatore della Congregazione di San Paolo (Barnabiti, Angeliche e Laici). È uno degli esponenti della riforma cattolica, precedente al Concilio di Trento (1545-1563). Vorrei ricordarlo qui con le parole pronunciate, a braccio, dal Cardinale Joseph Ratzinger nella chiesa di San Carlo ai Catinari a Roma il 28 maggio 1997, in occasione del centenario della canonizzazione.




«Devo dire che la figura di Sant’Antonio Maria mi è cara, perché è una delle figure della riforma cattolica nel secolo della Riforma. La sua vita coincide con un periodo turbolento, nel quale Lutero, a suo modo, tentò di riformare la Chiesa. Tentativo che, come sappiamo, finí nella tragedia della divisione della Chiesa. Lutero nei problemi del suo tempo e della sua vita personale aveva scoperto la figura di San Paolo e, con l’intenzione di seguire il grande messaggio di San Paolo, cominciò il suo cammino. Purtroppo mise in contrasto San Paolo con la Chiesa gerarchica, la Chiesa del Papa, la legge contro il vangelo. E cosí, anche riscoprendolo, ha sciolto San Paolo dalla totalità della vita della Chiesa, dal messaggio della Sacra Scrittura. Antonio Maria Zaccaria ha scoperto anche lui San Paolo, ha voluto seguire proprio il dinamismo evangelico di San Paolo e lo ha visto nella totalità del messaggio divino, nella comunione della Chiesa.

Mi sembra che Sant’Antonio Maria sia una figura di grande attualità, una figura ecumenica e missionaria e che ci invita a mostrare e vivere il messaggio di San Paolo nella Chiesa stessa, e fa vedere ai nostri fratelli separati che San Paolo ha il suo posto vero nella Chiesa cattolica, e non è necessario mettere in contrasto il messaggio di San Paolo con la Chiesa gerarchica, ma che esiste proprio nella Chiesa cattolica tutto lo spazio per la libertà evangelica, per il dinamismo missionario, per la gioia del vangelo. La Chiesa cattolica non è solo Chiesa della legge, ma deve anche mostrarsi concretamente come Chiesa del vangelo e della sua gioia per aprire le strade all’unità».

mercoledì 30 giugno 2010

Magistero "autentico"

Lorenzo Bertocchi mi ha inviato alcune riflessioni a proposito della discussione innescata dal mio post dell’11 giugno “Gesú al centro”:

«“… Fate del Vangelo la vostra stella polare, mettete Gesú al centro della vita!”. Parole sante con cui spesso si concludono omelie, scritti spirituali, esortazioni morali e tirate giornalistiche di stampo cattolico. Purtroppo c’è il forte rischio di interpretazioni un po’ semplicistiche o soggettive. Anche il nobile “cristocentrismo” — tanto caro ad esempio a Don Giussani o Don Divo Barsotti — si riferisce all’incontro con Lui come evento che illumina e guida la vita.

Certamente riconoscere Gesú vivo e confidarsi a Lui è già azione di grazia e non può che spalancare la porta alla conversione del cuore, però di fronte alla quotidianità restiamo sempre liberi e lí occorre tradurre in pratica cosa significa “mettere Gesú al centro”. Se questo dono non ci conduce ad amare la Chiesa cattolica e con essa la sua dottrina, a riconoscere la legge come atto d’amore che ci aiuta nell’esercizio della libertà, allora questo incontro non è avvenuto, ma si riduce appunto al classico fervorino.

Il “fervorino” solitamente può essere sottoscritto da varie personalità che poi hanno idee molto diverse rispetto alla legge morale. Hans Küng, ad esempio, in un testo di qualche anno fa (Visione di una Chiesa futura, Colonia 1987) diceva che “la Chiesa ha un futuro solo se tiene presenti le sue origini e continua a prendere come norma il Vangelo, Gesú Cristo stesso”. Lo stesso Hans Küng fa poi richieste di rinuncia al celibato sacerdotale, aperture nel campo della morale sessuale, collegialità nel governo della Chiesa, ecc., tutte indicazioni che sono in contrasto con quanto proposto dalla dottrina della Chiesa cattolica. Purtroppo non mancano ecclesiastici di rango che si trovano in una situazione simile all’esempio di Küng. Da un certo punto di vista anche tutta la pubblicistica che si conclude con la Parola che “deve farsi carne” — di per sé concetto santo — se non è calato nella Chiesa mater et magistra conduce di fatto verso il soggettivismo spirituale e di conseguenza al relativismo etico.

In poche parole, è vero che bisogna diffidare dal predicozzo moralista, ma allo stesso tempo c’è da fare attenzione anche al fervorino spiritualeggiante. Senza l’autorità che interpreta la Parola in modo veritativo resta ben poco dell’incontro con Lui, o meglio resta molto difficile — a causa della ferita del peccato originale — ri-amarLo nella nostra quotidianità che ci interpella incessantemente. Primato petrino, pietà eucaristica, prassi liturgica, sacerdozio femminile, concetto di laicità, aborto, divorzio, fecondazione artificiale, regolazione delle nascite, morale sessuale, sono alcuni esempi la cui “interpretazione” chiama a riflettere su come il “fervorino” magari “scalda il cuore”, ma non è detto che aiuti l’anima a liberarsi».

Le considerazioni di Lorenzo mi trovano pienamente d’accordo. Convengo che certi principi generali, sui quali possiamo trovarci tutti d’accordo (ma non sempre, giacché spesso le divergenze nascono già a livello intellettuale), a un certo punto debbano tradursi in vita vissuta. È ovvio che tale applicazione non possa essere lasciata all’esclusiva iniziativa dei singoli: cadremmo in una sorta di “libero esame”, difficilmente compatibile con la professione della fede cattolica. È necessario che ci sia un interprete autorevole che, fra le varie interpretazioni personali della parola di Dio, discerna quella giusta, alla quali tutti dobbiamo poi conformarci. Per noi cattolici non c’è dubbio a chi spetti tale discernimento:

«Il compito di interpretare autenticamente la parola di Dio scritta o trasmessa è stato affidato al solo Magistero vivo della Chiesa, la cui autorità viene esercitata a nome di Gesú Cristo» (Dei Verbum, n. 10; cf Catechismo della Chiesa cattolica, n. 85).

Tale testo appare molto interessante e meritevole di una lettura attenta. Innanzi tutto, si parla di “interpretazione autentica” della parola di Dio. Naturalmente, chiunque può interpretare la parola di Dio; ma la sua interpretazione sarà una semplice interpretazione personale. Quella del Magistero è invece un’interpretazione autentica. Che significa? Se andiamo a cercare su un dizionario, per “autentico” troveremo le seguenti definizioni: «che è vero, non falso e che si può provare come tale; di racconto o notizia, conforma alla realtà; che è realmente tale». Definizioni che si possono, in qualche modo, applicare anche al concetto di “interpretazione”, ma che non colgono il suo significato specifico. Mi pare che il senso proprio di “autentico” in questo contesto sia quello espresso da Ottorino Pianigiani, nel suo Vocabolario etimologico della lingua italiana: «Dicesi di ciò che ha autore certo e che perciò fa autorità. Quindi autentici sono gli atti solennemente fatti per mano di notaro o di altro pubblico ufficiale». Tale definizione sembrerebbe confermata, nel testo della Dei Verbum, da quel riferimento all’autorità del Magistero, che viene esercitata a nome di Gesú Cristo.

Ci si potrebbe anche chiedere che cosa significa “interpretare”. Certamente non si tratta solo di un’interpretazione astratta (il significato delle parole), ma anche di un’applicazione della parola di Dio alle situazioni concrete. Per esempio, nel decreto sull’apostolato dei laici, il Concilio afferma:

«Per quanto riguarda le opere e le istituzioni di natura temporale, il compito della gerarchia ecclesiastica consiste nell’insegnare e interpretare autenticamente i principi dell’ordine morale da seguire nelle cose temporali; è anche in suo potere, tutto ben considerato e servendosi dell’aiuto di esperti, giudicare della conformità di tali opere e istituzioni ai principi morali, e stabilire che cosa è richiesto per custodire e promuovere i beni di ordine soprannaturale» (Apostolicam actuositatem, n. 24).

La Dei Verbum afferma poi che l’interpretazione autentica spetta esclusivamente al Magistero. Chiunque, dicevamo, può interpretare la parola di Dio, ma solo il Magistero la interpreta autenticamente. Non esistono altri interpreti autentici. I teologi, che spesso si sono spacciati per una sorta di magistero alternativo, non interpretano autenticamente la parola di Dio: la loro, per quanto rispettabile, rimarrà sempre un’interpretazione personale.

Infine, la costituzione conciliare determina il sostantivo “magistero” con un aggettivo che non può essere trascurato: “vivo”. Quando si parla di magistero non ci si riferisce esclusivamente al magistero del passato. Certamente questo non può essere ignorato, proprio perché espressione di una tradizione continua, “vivente” appunto. Ma proprio perché si tratta di una tradizione vivente, non si può pensare che il magistero della Chiesa si sia fermato cinquant’anni fa; esso continua a essere esercitato dagli attuali successori degli apostoli, perché altrimenti non si tratterebbe piú di magistero vivo.

A proposito dei Vescovi, il Concilio (Lumen gentium, n. 25) li definisce «autentici maestri, insigniti cioè dell’autorità di Cristo» (doctores authentici seu auctoritate Christi praediti), confermando ancora una volta che l’autenticità ha a che fare con l’autorità ricevuta da Cristo. Nel medesimo contesto, il Concilio parla pure di “magistero autentico del Romano Pontefice”. Ma qui sembrerebbe che l’aggettivo “autentico” venga contrapposto a o, per lo meno, distinto da “infallibile”, nel senso che il magistero autentico è molto piú vasto di quello infallibile. Dice la Lumen gentium:

«Questa religiosa adesione della volontà e dell’intelligenza va prestata in modo particolare al magistero autentico del Romano Pontefice, anche quando non parla ex cathedra, cosí che il suo supremo magistero sia accolto con riverenza, e si aderisca sinceramente alle sentenze da lui proposte, secondo la sua mente e la sua volontà intenzionale (iuxta mentem et voluntatem manifestatam ipsius), che si manifesta specialmente sia nella natura dei documenti, sia nella frequente riproposta della stessa dottrina, sia nel tenore dell’espressione verbale».

Anche tale testo è importante, perché ci offre alcuni criteri su come recepire il magistero del Papa. Esso ci fa capire che gli interventi pontifici non hanno tutti lo stesso valore. Questo potrebbe apparire ovvio, se si prendessero in considerazione le sue affermazioni inter pocula, alle quali certo non si può dare il valore di una definizione dogmatica. Ma anche interventi di un certo rilievo non necessariamente hanno valore magisteriale. Lo afferma espressamente Benedetto XVI nella premessa al suo Gesú di Nazaret:

«Non ho di sicuro bisogno di dire espressamente che questo libro non è in alcun modo un atto magisteriale, ma è unicamente espressione della mia ricerca personale del “volto del Signore”. Perciò ciascuno è libero di contraddirmi» (nell’edizione italiana, a p. 20).

Ciò che vale per il Sommo Pontefice vale, a maggior ragione, per i singoli Vescovi. Non basta che un Vescovo parli per esercitare il magistero. Nel caso dei Vescovi, perché essi possano essere considerati “autentici maestri”, è necessario che ci sia comunione tra loro e, soprattutto, col Papa.

È ovvio che questo non può diventare un alibi per disattendere gli interventi dei Pastori della Chiesa, come avvenne nel caso della Humanae vitae, quando molti teologi invitarono i fedeli a non curarsene, perché, secondo loro, priva della nota dell’infallibilità (al contrario della loro opinione, sempre e comunque dotata del carisma dell’infallibilità, ovviamente).

Per capire quali sono i casi in cui un cattolico deve sentirsi obbligato ad adeguarsi al magistero ecclesiale, può essere utile riproporre i tre commi conclusivi dell’attuale professione di fede, richiesta a quanti assumono un ufficio da esercitarsi a nome della Chiesa:

«Credo pure con ferma fede tutto ciò che è contenuto nella parola di Dio scritta o trasmessa e che la Chiesa, sia con giudizio solenne sia con magistero ordinario e universale, propone a credere come divinamente rivelato.

Fermamente accolgo e ritengo anche tutte e singole le verità circa la dottrina che riguarda la fede o i costumi proposte dalla Chiesa in modo definitivo.

Aderisco inoltre con religioso ossequio della volontà e dell’intelletto agli insegnamenti che il Romano Pontefice o il Collegio episcopale propongono quando esercitano il loro magistero autentico, sebbene non intendano proclamarli con atto definitivo».

Tutto ciò che non rientra nei suddetti casi, non credo che possa essere considerato “magistero autentico” e perciò vincolante. Se il Papa ci lascia liberi di contraddirlo a proposito di Gesú di Nazaret, penso che, a maggior ragione, ci si possa sentir liberi — tanto per fare un esempio — di avanzare riserve sull’opportunità della costituzione di un nuovo dicastero, di cui, francamente, al momento nessuno sentiva la necessità. Non credo che non si sia buoni cattolici e che si manchi di rispetto al Papa se si pensa — e si dice — che certe decisioni lasciano il tempo che trovano. Anche perché qualcuno, qualche anno fa, lo aveva già detto:

«Quanti piú apparati noi costruiamo siano anche i piú moderni, tanto meno c’è spazio per lo Spirito, tanto meno c’è spazio per il Signore, e tanto meno c’è libertà. Io penso che noi dovremmo, sotto questo punto di vista, iniziare nella Chiesa a tutti i livelli questo esame di coscienza senza riserve. A tutti i livelli questo esame di coscienza dovrebbe avere conseguenze assai concrete, e recare con sé una ablatio che lasci di nuovo trasparire il volto autentico della Chiesa. Esso potrebbe ridare a noi tutti il senso della libertà e del trovarsi a casa propria in maniera completamente nuova» (Joseph Ratzinger, Una compagnia sempre riformanda, discorso all’XI Meeting per l’amicizia tra i popoli, Rimini, 1° settembre 1990; successivamente ripreso in La Chiesa. Una comunità sempre in cammino, Edizioni Paoline, 1991, p. 105).