lunedì 18 ottobre 2010

De re liturgica

Lycopodium mi ha inviato il seguente messaggio:


«Mi piacerebbe conoscere il suo parere su quanto appresso:

1) TRADUZIONI. 
Io non sono tanto convinto dell’utilità di una nuova traduzione, che — oggi come oggi — si limiterebbe a utilizzare ideologicamente i diversi criteri di versione: si userebbe il “letterale”, dove c’è da snervare componenti non politicamente corrette (tipo il “quod pro vobis tradetur”, che cosí farebbe sparire la parola “sacrificio”), mentre userebbe l’“integrativo” o il “correttivo” per proporre traduzioni edulcorate (caso tipico: nella 3ª preghiera eucaristica) [veda il recente dibattito sul blog di padre Augé]. Io credo, poi, che sarebbe giusto non ripetere l’operazione verticistica che si è fatta col lezionario, che ci è stato tirato addosso senza poter protestare, tanto piú che non si tratta di uno sterile esercizio di democratismo, ma di esercitare il legittimo diritto/dovere dei christifideles...

2) ORIENTE
Cosa ne pensa di questa notizia? Allora non è vero che la storia è maestra di vita e si tenta, invece, compulsivamente di ripetere gli stessi errori degli altri?».


1. Per quanto riguarda il problema delle traduzioni, capisco la preoccupazione del lettore: il Messale attuale, almeno lo conosciamo; certo, conosciamo anche i suoi limiti; ma, tutto sommato, ci possiamo accontentare. Se ci si mette mano, non si sa che cosa può venir fuori… Il riferimento al nuovo Lezionario effettivamente fa riflettere, se non altro per le modalità con cui esso è stato pubblicato.

Devo aggiungere però, a proposito del Lezionario, che secondo me si dovrebbe distinguere fra il contenuto (la nuova versione CEI della Bibbia) e la forma (l’impostazione grafica). Per ciò che concerne il contenuto, rinvio ai miei post sulla traduzione della CEI. Mi sembra doveroso precisare però che, insieme ai limiti che ho cercato di evidenziare, non posso negare che tale traduzione ha anche dei meriti, che finora non ho messo in luce, soprattutto là dove essa si sforza di tradurre piú letteralmente il testo originale (mi riferisco soprattutto al testo greco del Nuovo Testamento). Come si sarà notato, le mie critiche sono rivolte soprattutto all’Antico Testamento (in particolar modo ai salmi).

Ciò che invece proprio non mi va, del nuovo Lezionario, è la sua grafica, che mi sembra un passo indietro rispetto all’edizione precedente, a cominciare dal carattere usato. Del tutto inutili e, soprattutto, fastidiose, le tavole (artistiche?) che sono state inserite. Qualcuno critica anche i ritornelli dei salmi, il piú delle volte lunghi e difficili da ricordare. Ma ciò dipende da uno dei criteri adottati nelle nuove traduzioni liturgiche, quello della fedeltà all’originale latino. Spero che con il tempo riusciremo a farci l’orecchio e a memorizzarli.

Se passiamo poi al Messale, la traduzione, secondo i criteri dell’istruzione Liturgiam authenticam, della terza edizione del Missale Romanum, non è una questione di gusti; è semplicemente un atto dovuto. La mancata traduzione mi sembra una gravissima inadempienza, per la quale non riesco a trovare giustificazioni. Se ci sono, sarebbe bene che venissero rese pubbliche. 

La terza edizione del Messale latino si distingue, positivamente, dalla precedente (del 1975) in numerosi punti, certo non sostanziali, ma che possono contribuire notevolmente a un miglioramento della celebrazione. È giusto quindi che sacerdoti e fedeli, dopo dieci anni dalla sua pubblicazione, possano usufruirne. Quanto alla traduzione, di per sé, la maggior parte dei testi potrebbero rimanere immutati, dal momento che nell’originale tali sono rimasti. Ma nel frattempo, e precisamente nel 2001, è stata pubblicata l’istruzione Liturgiam authenticam, che detta nuovi criteri di traduzione, che non erano ancora in vigore negli anni Settanta-Ottanta, quando furono approntate le traduzioni della prima e della seconda edizione. Piú recentemente poi è stata resa nota la lettera del Card. Arinze sulla traduzione letterale da darsi all’espressione “pro multis” nelle parole della consacrazione.

Che ci sia il rischio di un peggioramento dell’attuale traduzione, certo non lo si può escludere a priori (al peggio non c’è fine…). Ma, in linea di principio, direi che in questo campo oggi viviamo in un momento piú favorevole rispetto a quaranta anni fa. Stanno a dimostrarlo le due traduzioni del Messale in inglese, la prima e quella in procinto di entrare in vigore. Beh, non c’è confronto. È vero che è stato un lavoro immane, in certi casi una vera e propria lotta (alcuni, ancora oggi, ad approvazione avvenuta, continuano a combatterla); ma alla fine, grazie alla determinazione, in questo caso dobbiamo dirlo, della Santa Sede, ci si è arrivati. Perché non dovrebbe essere possibile arrivare a un risultato altrettanto soddisfacente in Italia (dove la cosa sarebbe, per vari fattori, di gran lunga meno laboriosa)?


2. Quanto alla, diciamo cosí, “esportazione” della riforma liturgica in Oriente, per assoluta incompetenza in materia, preferisco non pronunciarmi. In generale, penso che sia opportuno non “ideologizzare”, né dall’una né dall’altra parte, il problema. Quando si parla di riforma liturgica (ma lo stesso discorso vale per qualsiasi cosa), non possiamo essere a favore o contro per partito preso. Se è necessaria una riforma liturgica, ben venga; se non lo è, inutile porre il problema. Siccome io non so se i riti orientali abbiano bisogno di una riforma, preferisco astenermi da qualsiasi giudizio. 

Quanto alla storia magistra vitae, ciò non significa che, se in passato, nel tentativo di raggiungere un determinato obiettivo, abbiamo commesso degli errori, non dobbiamo piú perseguire quell’obiettivo per non ripetere gli stessi errori. Dobbiamo piuttosto fare tesoro dell’esperienza passata e perseguire il medesimo obiettivo (se lo riteniamo degno di essere perseguito) cercando di evitare gli errori commessi.

Entrando nel merito, dirò solo che mi pare strano che si discuta di tradurre tali liturgie nelle lingue volgari (in particolare l’arabo), perché, a quanto ne so, ciò già avviene attualmente. Aggiungerò inoltre che, in qualche caso, mi sembra che una “riforma” si renda effettivamente necessaria. Mi riferisco al rito siro-malabarese, sul quale sono informato un tantino di piú. Tale rito, siccome era praticamente scomparso, lo si sta in qualche modo “ricostruendo” ai nostri giorni. Il problema è che ognuno fa quel che vuole; gli stessi Vescovi sono divisi tra loro, avendo posizioni profondamente divergenti in materia. Penso che, almeno in questo caso, si renda davvero necessario un intervento (di chi? della Chiesa sui juris, che non è ancora una Chiesa patriarcale, o della Santa Sede?) che riporti un po’ d’ordine. 

sabato 16 ottobre 2010

In margine ai lavori sinodali

1. Confesso di non seguire attentamente i lavori del Sinodo per il Medio Oriente. Mi limito a leggere i resoconti che appaiono sui media, i quali hanno i loro criteri per la selezione delle notizie. E tali criteri — lo sappiamo — non sono sempre quelli dell’obiettività. Se si vuole un esempio di perfetta disinformazione (dove tutto, anche il Sinodo, fa brodo), si può andare a leggere l’articolo apparso ieri sul Foglio, “Islam pigliatutto. Il medio oriente si avvia allo svuotamento dei cristiani”. Non che non sia vero che le tradizionali comunità cristiane in Medio Oriente stiano subendo un progressivo assottigliamento, con rischio di vera e propria estinzione. Quel che dà noia è il modo fazioso in cui viene presentato un dato oggettivo; si tende a portare il lettore a un’unica possibile conclusione: “Islam pigliatutto”. Come se l’Islam fosse un fenomeno nuovo in quelle regioni; come se musulmani e cristiani non avessero vissuto insieme per secoli sulle stesse terre. Allora, come mai solo oggi l’Islam sta diventando “pigliatutto”? Non sarà intervenuto nel frattempo qualche altro fattore a determinare l’esodo dei cristiani da quelle regioni? Domande che, naturalmente, nessuno si pone; perché c’è una soluzione semplicissima a portata di mano, la pretesa incompatibilità fra musulmani e cristiani. Ma nessuno pensa che a far scomparire i cristiani dalla Turchia (dove — ci informa Il Foglio — ce n’erano due milioni) è stata la rivoluzione “laica” di Atatürk. Lo spopolamento di cristiani dalla Palestina non può essere certo attribuito all’Autorità nazionale palestinese o ad Hamas, ma piuttosto al conflitto che in quella terra si è innescato in seguito alla costituzione dello Stato d’Israele. La fuga dei cristiani dall’Iraq (dove essi vivevano tranquillamente anche sotto il “dittatore” Saddam, tanto che il Vicepresidente era appunto un cristiano) è iniziata proprio quando l’America ha occupato quel paese per portarvi la democrazia. Dunque la situazione è un tantino piú complessa di come Il Foglio vorrebbe farci credere. E, a pensarci bene, si potrebbe giungere a una conclusione diversa da quella proposta dal quotidiano di Ferrara.

In ogni caso, a parte le divergenze sull’interpretazione da dare al fenomeno, il fenomeno in sé non può essere in alcun modo negato. È giusto esserne preoccupati. E bene fanno i Vescovi del Medio Oriente a riflettervi sopra per trovare eventuali strategie pastorali per farvi fronte. Ma c’è un altro aspetto che si sta verificando sotto i nostri occhi, del quale però non si tiene alcun conto. Mentre ci lamentiamo che i cristiani fuggono dal Medio Oriente, non ci accorgiamo che frotte di cristiani si stanno riversando in quelle stesse regioni, anzi anche in alcuni paesi dove, di cristiani, non ce n’è mai stati punti. Si tratta di milioni (sottolineo “milioni”, non solo qualche migliaio) di lavoratori, soprattutto filippini e indiani, che si recano a lavorare nei paesi arabi. Per il momento tali comunità non sono molto visibili, sia perché non sono in alcun modo organizzate, sia perché in alcuni casi (p. es. in Arabia Saudita) è proibita qualsiasi manifestazione religiosa esteriore. Ma ciò non toglie che si stiano ponendo le premesse per una vera e propria “rivoluzione”. In alcuni emirati del Golfo i cristiani già costituiscono la maggioranza della popolazione (ovviamente senza alcun diritto). Ciò non può, alla lunga, rimanere senza conseguenze. I “nostri” lavoratori filippini e indiani — spesso sfruttati e disprezzati, forse talvolta moralmente non del tutto irreprensibili, ma certamente animati da grande fede — costituiscono una oggettiva presenza della Chiesa in regioni dove, fino a qualche tempo fa, era inconcepibile anche solo immaginare una qualche presenza cristiana. «Le vostre vie non sono le mie vie» (Is 55:8): Dio ha i suoi piani, per noi spesso indecifrabili. Mentre noi ci preoccupiamo per l’esodo dei cristiani dal Medio Oriente, Dio sta rimpiazzando quelle perdite con l’arrivo di altri, forse piú numerosi, cristiani.

2. Un altro punto che ha attirato la mia attenzione è stata la richiesta, da parte dell’Esarca armeno in Argentina, Mons. Vartan Waldir Boghossian, di far partecipare i Patriarchi orientali all’elezione del Papa. Ne parla Paolo Rodari nel suo blog Palazzo Apostolico. A parte l’incoerenza dell’articolo (prima si dice che i Patriarchi non dovrebbero ricevere il titolo latino di “Cardinali”; poi si afferma che i Patriarchi chiedono di “entrare di diritto nel collegio piú esclusivo della cattolicità, il collegio cardinalizio”), la cosa non è cosí semplice come potrebbe apparire. Di fatto, un tentativo in tal senso era già avvenuto in passato: Giovanni XXIII aveva ammesso i Patriarchi delle Chiese orientali nel Collegio cardinalizio; ma ciò non era stato molto gradito dagli stessi cristiani orientali, i quali vedevano in tale gesto non tanto un riconoscimento del loro ruolo nella Chiesa cattolica, quanto piuttosto un tentativo di assimilazione alla Chiesa Romana. E non avevano tutti i torti. Attualmente fanno parte del Collegio dei Cardinali il Patriarca dei Maroniti (Sfeir), quello dei Caldei (Delly) e quello emerito dei Siri (Daoud), oltre ad alcuni Arcivescovi Maggiori.

Dove sta il problema? Il problema sta nella concezione di Chiesa che abbiamo in mente. Talvolta siamo portati a pensare che la Chiesa cattolica sia una grande organizzazione internazionale, a cui capo c’è il Papa, con tante filiali locali, a cui capo ci sono i Vescovi. Se cosí fosse, sarebbe giusto che tutti i Vescovi della Chiesa contribuissero all’elezione del loro “presidente”. Ma in realtà non è cosí: la Chiesa è una realtà un po’ piú complessa, fondamentalmente costituita da un insieme di Chiese locali in comunione fra loro. Fra queste Chiese, poi, ce n’è una — quella romana — che esercita un primato sulle altre Chiese e il cui Vescovo esercita un primato sugli altri Vescovi. Cosí come le Chiese orientali hanno le loro legittime procedure interne per l’elezione del loro Patriarca; cosí la Chiesa Romana ha adottato una sua procedura: ha affidato al Collegio dei Cardinali l’incarico di eleggere il proprio Vescovo. I Cardinali sono parte, a vario titolo (come vescovi, preti o diaconi), della Chiesa di Roma; e solo a tale titolo eleggono il Papa. Si obietterà che la stragrande maggioranza dei Cardinali oggi sono anche pastori di altre Chiese particolari. È vero; ma, a parte le poche eccezioni su riportate, tali Chiese particolari fanno tutte parte della Chiesa latina. Che cosa significa? Significa che, come in Oriente esistono varie Chiese patriarcali, anche in Occidente esiste una Chiesa “patriarcale”, che è appunto la Chiesa latina, il cui Patriarca è il Papa (titolo a cui Benedetto XVI ha incomprensibilmente rinunciato). È quindi giusto che anche alcuni Vescovi della Chiesa latina partecipino all’elezione del loro Patriarca, esattamente come avviene nelle Chiese orientali. Non avrebbe invece alcun senso che vi partecipassero i Patriarchi delle Chiese orientali.

Anche sul piano ecumenico, non credo che i nostri fratelli orientali acattolici vedrebbero di buon occhio una novità del genere, che manifesta l’idea di una “Super Chiesa”, che non rientra in alcun modo nella loro (e nostra) ecclesiologia. L’unità dei cristiani non può essere intesa come un annullamento delle autonomie e un accentramento di ogni potere nelle mani del Papa; essa piuttosto deve significare una valorizzazione delle diversità e un riconoscimento della legittima autonomia delle singole Chiese sui juris. Non si vuol negare che il Papa abbia un primato (non solo onorifico, ma anche giurisdizionale) su tutta la Chiesa, ma tale primato può essere esercitato in tanti modi diversi. Certamente non si può pretendere che il Papa eserciti il primato nei confronti delle Chiese orientali nello stesso modo in cui lo esercita all’interno della propria Chiesa patriarcale, la Chiesa latina.

venerdì 15 ottobre 2010

Di nuovo sulle traduzioni (questa volta liturgiche)

Caterina, dopo aver letto i miei post sulla nuova traduzione italiana della Bibbia, mi chiede di allargare il discorso alla traduzione dei testi liturgici contenuti nel Messale Romano. E lo fa rinviandomi a un post del blog Cantuale Antonianum dello scorso maggio: “La traduzione politicamente corretta”

Come si può vedere, avevo già commentato quel post con un «Puntuale, come al solito. Complimenti». Un commento che non posso che confermare anche in questa sede. Dobbiamo essere davvero grati a “fr. A. R.” per l’opera che sta portando avanti in favore della liturgia. Quello che fa maggiormente piacere è che non lo faccia con lo spirito nostalgico e le prevenzioni di tanti tradizionalisti dell’ultim’ora, ma in maniera intelligente.

Il post citato da Caterina dimostra una cosa solitamente messa in dubbio dai tradizionalisti: che coloro che hanno lavorato alla riforma liturgica hanno lavorato seriamente; i testi del Missale Romanum, oltre che essere ineccepibili dal punto di vista dottrinale, sono da ammirare e gustare per la loro bellezza. Certo, si potrà pure discutere su qualche singolo testo (soprattutto quelli di nuova composizione), ma nell’insieme non si può negare «la ricchezza spirituale e la profondità teologica di questo Messale» (Benedetto XVI, Lettera ai vescovi di tutto il mondo per presentare il motu proprio “Summorum Pontificum”, 7 luglio 2007).

I problemi sono nati con la traduzione del Messale nelle diverse lingue. Se devo essere sincero, fino a non molto tempo fa ero convinto che la traduzione italiana non fosse poi cosí male. Soprattutto se confrontata con la traduzione inglese ancora in vigore (che, piú che una traduzione, era una libera rielaborazione nel segno della piú assoluta banalità), la traduzione italiana appariva, tutto sommato il “meno peggio”.

Giustamente fr. A. R. ci fa notare invece come non si tratta affatto di una traduzione fedele; anzi, in certi passaggi, essa si dimostra addirittura illogica. Si potrà pure concedere che i traduttori furono un po’ condizionati dall’urgenza (per quanto quella che abbiamo fra mano non è, come nel caso della traduzione inglese, la prima edizione del Messale, ma la seconda) e — diciamolo pure — dal contesto culturale in cui lavorarono, che portava appunto a censurare alcuni concetti non “politicamente corretti”.

Ciò che appare invece assolutamente incomprensibile e inaccettabile è come mai, dopo circa dieci anni dalla pubblicazione dell’editio typica tertia del Missale Romanum, non solo non ne abbiamo ancora la traduzione italiana, ma — a quanto se ne sa — non è stata neppure intrapresa. Se non altro gli anglofoni, che per quarant’anni hanno dovuto sorbirsi la loro pessima traduzione, ora sanno che il prossimo anno potranno godersi la nuova versione, che si annuncia non solo fedele all’originale latino, ma anche bella dal punto di vista letterario. Per il momento non ho avuto modo di consultare il Proprio; è però a disposizione online il testo dell’Ordinario della Messa

Che cosa stia succedendo in Italia, nessuno lo sa. Ciò appare tanto piú sorprendente, in quanto finora la Chiesa italiana era apparsa sempre all’avanguardia (si pensi, per esempio, al Messale della Beata Vergine Maria, tradotto in pochi mesi, in occasione dell’Anno mariano), tanto da costituire poi un punto di riferimento per altre conferenze episcopali. 

Si potrebbe pensare che ciò che viene oggi richiesto dall’istruzione Liturgiam authenticam (28 marzo 2001), vale a dire una traduzione fedele dell’originale latino, sia pressoché irrealizzabile. Una traduzione “dinamica” dovrebbe necessariamente subentrare a una impossibile traduzione “statica”. Fr. A. R., nel suo piccolo, ci dimostra invece che è possibile tradurre fedelmente l’originale latino, senza con questo renderci incomprensibili. Semmai, incomprensibili sono molti testi “politicamente corretti” che infarciscono le nostre attuali liturgie (si pensi a certe intenzioni della preghiera dei fedeli…).

Ma forse non tutto il male vien per nuocere. Il ritardo nella pubblicazione della traduzione italiana della terza edizione del Missale Romanum potrebbe essere provvidenziale. Dopo l’elezione di Benedetto XVI molte cose stanno cambiando in campo liturgico, per esempio riguardo a una rivalutazione del latino nella celebrazione. A questo proposito, mi pare molto interessante un recente post di Cantuale Antonianum, dove si propone la stampa di messali bilingui, in latino e in italiano. 

La proposta mi trova pienamente d’accordo, anche se l’esperienza mi insegna che oggi è veramente difficile trovare sacerdoti (e vescovi!) che conoscano il latino. Ma questo è il risultato di una certa politica, fatta di tante piccole scelte che, a poco a poco, hanno portato alla marginalizzazione del latino nella vita della Chiesa. Tra queste piccole scelte si può annoverare anche la decisione, in Italia, di pubblicare il Missale parvum separatamente (era inevitabile che in tal modo finisse nelle biblioteche), mentre invece esso era destinato a essere pubblicato in appendice ai messali nelle lingue vernacole. Per fortuna, in questo caso non si può scaricare la responsabilità sul povero Paolo VI, che invece fece di tutto per salvaguardare l’uso del latino nella liturgia. Alle prove portate da fr. A. R. personalmente posso aggiungere alcuni ricordi personali. Tutti gli anni, quando, all’inizio della Quaresima, riceveva il clero romano, lasciava loro sempre un dono: un anno fu, appunto, il Missale parvum, e un altro anno addirittura l’intero lezionario latino. Nel 1977 fece pubblicare un Missale Romanum cum lectionibus in quattro volumi in formato tascabile (come i volumi della Liturgia delle ore), oggi praticamente introvabile. Paolo VI desiderava vivamente che la liturgia rimanesse “latina” almeno per il clero; altri, non so se in mala fede o se presagendo l’evoluzione dei tempi, lavorarono per la pratica scomparsa del latino.

I tempi sembrano ormai maturi per un maggiore equilibrio. Una nuova edizione del Messale, che contenga il testo latino con accanto una nuova traduzione, piú fedele all’originale, penso che sarebbe un grande contributo in questo senso.

mercoledì 13 ottobre 2010

"Partiamo male!"

«Partiamo male!», avrebbe detto un vaticanista inglese alla conferenza stampa per la presentazione del motu proprio con cui si istituisce il nuovo “Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione”. Perché, secondo il giornalista, si sarebbe partiti male? Perché la lettera apostolica Ubicumque et semper è stata pubblicata soltanto in latino (il testo ufficiale) e nella traduzione italiana.

Certo, si potrebbe ribattere al vaticanista che, di per sé, la Santa Sede non sarebbe tenuta a fornire le traduzioni dei suoi documenti in tutte le lingue: potrebbe essere sufficiente pubblicare i documenti nella lingua ufficiale della Chiesa (il latino); altri poi dovrebbero provvedere a tradurli (è ciò che di fatto è già avvenuto: Zenit ha già tradotto il motu proprio in inglese e spagnolo). Probabilmente un tempo avveniva proprio cosí; ma — diciamoci la verità — è tollerabile che oggi, sia per la generalizzata ignoranza del latino, sia per la effettiva internazionalizzazione della Chiesa, un documento venga pubblicato, oltre che nel suo testo originale, esclusivamente in traduzione italiana? Ci credo che poi parlano di “deitalianizzare” la Curia!

Ma quello che mi interessa non è tanto il fatto in sé stesso, quanto una situazione generale della Curia Romana, di cui quel fatto è solo una manifestazione. Mi spiego: ho l’impressione che, negli ultimi tempi, si stiano moltiplicando le occasioni che dimostrano la superficialità, l’improvvisazione, il pressappochismo di chi gestisce attualmente l’apparato curiale.

Gli esempi piú recenti che mi vengono in mente: un anno fa fu annunciata l’istituzione di ordinariati personali per l’accoglienza di gruppi di anglicani che chiedono di essere ammessi nella Chiesa cattolica; la relativa costituzione apostolica fu pubblicata solo dopo alcune settimane. Durante l’Anno sacerdotale era stato annunciato che esso si sarebbe concluso con la proclamazione del Santo Curato d’Ars come patrono dei sacerdoti; alla fine non se ne fece nulla. Prima del recente viaggio nel Regno Unito, era stato annunciato che il Papa avrebbe utilizzato nelle liturgie la nuovissima traduzione inglese, appena approvata, del Messale Romano; poi invece è stata usata la vecchia versione. A questo si potrebbero aggiungere le mancate traduzioni — che hanno rovinato l’estate di Raffaella… —  dei documenti papali sul sito della Santa Sede (qualcuno era arrivato al punto di ipotizzare un vero e proprio boicottaggio nei confronti del Santo Padre).

Capisco che si tratta di fenomeni di diversissima natura, che possono essere spiegati in tanti modi diversi. Ma c’è una cosa che li accomuna tutti: dànno un’impressione di scarsa professionalità. Mi chiedo: che bisogno c’è di annunciare qualcosa, quando non si è sicuri che poi quella cosa si realizzerà? In certi casi, meglio stare zitti. Talvolta sembra quasi che ci si voglia fare belli a divulgare una notizia, quando non è ancora del tutto sicura, senza rendersi conto che certe decisioni richiedono diversi passaggi e a un certo punto potrebbero, per un motivo o per l’altro, incepparsi. Cosí per le traduzioni: non si potrebbe attendere un giorno in piú per la conferenza stampa, in modo da avere a disposizione le diverse traduzioni? Se a Zenit riescono ad approntarle in poche ore, perché questo non dovrebbe essere possibile in Curia? Ripeto: scarsa professionalità.

Direte: nihil sub sole novi; da che mondo è mondo (pardon, da che Chiesa è Chiesa), è sempre stato cosí. Il Card. Biffi era solito replicare, a quanti sostengono che la Chiesa è una grande organizzazione internazionale, che in realtà si tratta della piú grande disorganizzazione di tutti i tempi. A volere, si potrebbe anche usare tale disorganizzazione come ulteriore prova della soprannaturalità della Chiesa: se essa è riuscita a sopravvivere nonostante tale disorganizzazione, vuol dire proprio che non è una realtà puramente umana.

Ma ciò non toglie che la disorganizzazione rimanga e vada condannata. A tale disorganizzazione non possono essere attribuite cause preternaturali (è colpa del diavolo…), ma puramente umane. Se in Curia ci sono degli incompetenti, sarebbe bene che si facessero da parte. Altrimenti saremo costretti a concludere che, quando il Santo Padre nei suoi interventi parla di arrivismo e carrierismo fra il clero, non stia parlando in generale, ma si riferisca a qualche situazione particolare a lui nota.

domenica 10 ottobre 2010

Ancora sulla Settanta

Vorrei tornare su un argomento da me toccato alcuni giorni fa nel post su “La nuova traduzione della CEI” (29 settembre 2010). In quel post lamentavo la preferenza data in tale versione (come del resto in tutte le traduzioni moderne della Bibbia) al testo masoretico rispetto alla versione greca dei Settanta.

Proprio ieri Avvenire (si veda, nell’archivio storico, a p. 25 del numero del 9 ottobre, l’articolo “Settanta radici ebraiche del cristianesimo”) ha pubblicato una recensione del volume di Natalio Fernández Marcos, Septuaginta. La Bibbia di ebrei e cristiani, Morcelliana. Vi consiglio di leggere questa recensione, perché riassume brevemente la storia delle due tradizioni parallele (quella del testo masoretico e quella dei Settanta), mettendo in chiaro che «le due religioni, l’ebraica e la cristiana, fin dall’inizio si riferirono a due corpi scritturali non identici, diversi nella lingua e parzialmente nella composizione dei testi. La Septuaginta era certamente una Bibbia tradotta da ebrei per gli ebrei di Alessandria che non parlavano piú ebraico bensí greco (tradotta precisamente da chi, è ancora tema di discussione tra gli studiosi), ma con il declinare di quella comunità venne abbandonata proprio mentre, a poco a poco, diventava la Bibbia adottata dalla nuova religione, quella cristiana, e mentre il giudaismo rabbinico fissava il suo canone e la sua versione in ebraico tradizionale, ossia masoretico» (dopo tali premesse, faccio fatica a capire la conclusione dell’autore: «Si devono rispettare ambedue le tradizioni, quella ebraica e quella greca, senza tentare di ridurre o di adattare l’una all’altra»; bisognerà leggersi il volume per intero).

Nel discorso pronunciato a Ratisbona il 12 settembre 2006, Benedetto XVI, parlando dell’“ellenizzazione” del cristianesimo, aveva detto a proposito della Settanta:

«Oggi noi sappiamo che la traduzione greca dell’Antico Testamento, realizzata in Alessandria — la “Settanta” —, è piú di una semplice (da valutare forse in modo addirittura poco positivo) traduzione del testo ebraico: è infatti una testimonianza testuale a se stante e uno specifico importante passo della storia della Rivelazione, nel quale si è realizzato questo incontro [= l’incontro tra la fede biblica e la “parte migliore” del pensiero greco] in un modo che per la nascita del cristianesimo e la sua divulgazione ha avuto un significato decisivo».

Lo stesso Concilio Vaticano II aveva usato un’espressione molto forte a proposito della Settanta: 

«La Chiesa fin dagli inizi accolse come sua l’antichissima versione greca dell’Antico Testamento detta dei Settanta» (Dei Verbum, n. 22).

Dopo tali premesse, non capisco come, quando si tratta di tradurre l’Antico Testamento, ci si senta in dovere di ricorrere al testo masoretico, quasi che questo costituisca il “testo originale”, mentre in realtà si tratta solo di una testimonianza, di una tradizione, alla quale però i primi cristiani hanno preferito un’altra tradizione e l’hanno fatta propria.

I risultati di questa tendenza possono dare risultati in qualche caso aberranti. Faccio un esempio. Parlavo nel post del 29 settembre della parola ’elohim, tradotta in alcuni casi dai LXX con “angeli” (anziché col letterale “Dio/dèi”). Ebbene, uno di questi casi è il Salmo 8. Finora la traduzione della CEI, con la LXX, aveva tradotto: «Che cosa è l’uomo perché te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne curi? Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato» (vv. 5-6). La nuova traduzione, invece, seguendo il testo ebraico, suona: «Che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi, il figlio dell’uomo, perché te ne curi? Davvero l’hai fatto poco meno di un dio, di gloria e di onore lo hai coronato».

Direte voi: beh, questa nuova traduzione non è poi cosí male (fra l’altro ha anche una certa musicalità); dire che l’uomo è poco meno di un dio, tutto sommato, è giusto. Certo, se noi “contestualizziamo” il salmo nell’ambiente in cui è stato scritto (che forse non era ancora giunto al pieno monoteismo, ma si trovava ancora in una fase “enoteistica”), possiamo dire che l’uomo è poco meno di un dio. Ma dirlo oggi (e, fino a prova contraria, i salmi non sono letti nella Chiesa come testimonianze letterarie del passato, ma come preghiera dei cristiani di oggi) mi suona un po’ male, quasi che noi credessimo nell’esistenza di piú divinità.

Ma l’inconveniente maggiore è che, dei salmi, un cristiano dovrebbe dare una lettura cristologica: quell’uomo, di cui parla il Salmo 8, è innanzi tutto l’Uomo per eccellenza, Gesú Cristo. Ma la nuova traduzione mi impedisce di dare tale lettura, perché, se dico che Cristo è poco meno di un dio, dico semplicemente un’eresia (perché lui è Dio); mentre dire che è stato fatto “poco meno degli angeli”, lo posso fare tranquillamente, perché è evidente che mi sto riferendo alla sua umanità. Ed è esattamente ciò che ha fatto la lettera agli Ebrei, che, citando la Settanta, ha applicato a Cristo il passo di quel salmo (2:6-8).

Se il Nuovo Testamento, per citare l’Antico, si serviva della Settanta, perché mai noi dobbiamo ricorrere al testo masoretico?

giovedì 7 ottobre 2010

"Deitalianizzare" la Curia Romana?

È stata annunciata oggi la nomina dell’Arcivescovo Mauro Piacenza, finora Segretario della Congregazione per il Clero, a Prefetto del medesimo Dicastero.

La notizia mi ha fatto piacere non perché io conosca personalmente Mons. Piacenza, né perché egli sia figlio spirituale del Card. Siri (certo, anche questo non guasta); ma semplicemente perché è un… italiano.

Oibò, direte voi, ritiriamo fuori queste vecchie storie? Ormai viviamo in un mondo globalizzato; la Chiesa, grazie a Dio, sta diventando sempre piú universale; è giusto che anche la Curia Romana si internazionalizzi. Certo, non sarò io a dire che si debba tornare a una Curia tutta italiana: è inevitabile, non solo, ma è anche giusto che nella Curia Romana siano rappresentate le diverse componenti della Chiesa, che per sua natura è cattolica. Osservo però che l’internazionalizzazione della Curia finora non ha significato automaticamente una sua maggiore efficienza. Anzi…

Come in tutte le cose, anche qui ci vuole una certa competenza; e non si può negare che in Italia, soprattutto in alcune regioni, esisteva presso il clero (e continua a esistere, grazie a Dio) una lunga tradizione di servizio alla Chiesa, nei dicasteri romani e nella diplomazia. Bisogna serenamente riconoscere che negli ultimi anni, talvolta piú per motivi ideologici che non per reale necessità, si è preferito chiamare a Roma persone che non hanno sempre esibito la preparazione richiesta per certi ruoli delicati.

Recentemente il Dott. Robert Moynihan, direttore di Inside the Vatican (purtroppo la sua periodica Newsletter non viene piú pubblicata nel sito della rivista; ma potete leggere la Lettera #40 a questo indirizzo), dopo aver fatto notare che, mentre nel 1903 (elezione di Pio X) i cardinali italiani costituivano il 56,25% del Collegio, attualmente la percentuale si aggira sul 17%, poneva tutta una serie di domande a proposito di una possibile "deitalianizzazione" della Curia Romana, senza però dare risposte.

Da parte mia, dirò che, sebbene l’essere italiani non costituisca, di per sé, una garanzia di efficienza per la Curia (e, di riflesso, per il bene della Chiesa), sarebbe illusorio pensare che la Curia Romana abbia da guadagnare qualcosa dalla scomparsa o dall’estrema rarefazione della presenza italiana. Certamente la Chiesa italiana ha ancora molto da offrire alla Chiesa universale. E per questo, sapere che ci sarà un nuovo Prefetto (e un nuovo Cardinale) italiano non può che far piacere.

martedì 5 ottobre 2010

"Read the Black; Do the Red"

Il Signor Peter Moscatelli, dopo aver letto il post del 27 settembre “Vetus et Novus Ordo”, mi ha inviato alcune riflessioni personali:


«Premetto che ho conosciuto il Rito Romano Antico da adulto e che piú lo conosco, piú mi affascina, direi addirittura che piú mi innamora. Già da piccolo mi disturbava il fatto che, benché la mamma mi avesse spiegato che la S. Messa è un sacrificio, io questo sacrificio non riuscivo proprio a vederlo; inutile dire che assistendo alla S. Messa secondo l’uso antico non mi cruccio piú: gli occhi vedono ciò che il cuore e la mente professano.

Nel predetto post, lei indica che “Sono d’accordo che la continuità, in un determinato rito, oltre che nella sostanza, debba anche manifestarsi nelle forme esteriori; ma personalmente ritengo che anche questa seconda continuità sia stata sostanzialmente salvaguardata con la riforma liturgica. I cambiamenti che sono stati introdotti sono solo un “adattamento alle nuove condizioni”, per altro richiesto espressamente dal Concilio Vaticano II (si leggano, per cogliere la mens di tale adattamento, i nn. 10-15 del proemio della Institutio generalis”. Bene, se i cambiamenti — meri “adattamenti alle nuove condizioni” — sono legittimi, ciò non vuol dire che siano anche stati opportuni, mi permetta tre brevi esempi:

Primo: Nella vita quotidiana si trova piacere a far durare le cose gradevoli e a dare maggior risalto alle cose importanti sottolineandole con vari accorgimenti; cosí negli studi si dice che repetita juvant (anche nella educazione dei figli!); persone che si vogliono bene chiacchierano del piú e del meno, “fanno conversazione”, semplicemente per il piacere di stare insieme (anche senza avere niente di speciale — e a volte niente affatto! — da dirsi), e prima del pranzo domenicale ci vuole l’aperitivo. Invece nel nuovo rito sono state tolte le preghiere ai piedi dell’altare, ridotto il Kyrie e il Domine non sum dignus, abolito l’offertorio tradizionale, tolti segni di croce e genuflessioni ecc. E pensare che anche un laico che tra amici proponesse di saltare l’aperitivo per dare maggior risalto al piatto di resistenza verrebbe considerato perlomeno strano... 

Secondo: Nella vita laicamente ordinaria, ci troviamo ormai costretti a vedere di tutto e di piú, anche quando non vorremmo. La vita privata viene sbandierata su Facebook o blog di tutti i tipi o nei media, il “lei” sparisce per lasciare spazio ai falsi confidenzialismi di un “tu” invadente, la nudità è ovunque. Una volta invece, osceno” denotava atti che non andavano mostrati in pubblico, mentre il senso del pudore denotava la giusta voglia di proteggere la propria intimità, fisica o affettiva. Sulla scia della “cultura dello sbandieramento”, anche la Messa riformata deve mettere tutto in bella mostra: altari girati, via il velo dai calici (e non solo, anche dalle donne, dal tabernacolo, dalle statue), via il latino, via il sacro silenzio! E pensare che ho sentito donne di una certa età dire: ragazzine dalle gambe brutte non dovrebbero portare la minigonna, sottolineando come mostrando di meno si possa apparire di piú.

Terzo: Non è difficile riconoscere la bellezza come strettamente collegata all’armonia delle parti di un insieme; cosí le proporzioni dell’uomo vitruviano, la successione di gusti tra le portate componenti un pasto un pochino ricercato, il concorso di voci diverse in un coro. La Messa riformata invece ci presenta la parte piú importante, la parte sacrificale, spessamente e frettolosamente semi-nascosta con la prece eucaristica II dopo letture lunghe e volentieri anche nebulose (la lettura dell’antico testamento sarà anche molto utile per l’erudizione e l’edificazione di insigni biblisti, un po’ meno per fedeli come me, e perfino il primo papa si lasciò scappare un commento sull’astrusità di alcuni passi di teologia sopraffina del contemporaneo S. Paolo…) e prediche (sí, al plurale, le rubriche lo permettono!) interminabili. Un po’ come servire una delicata sogliola con contorno di pizzoccheri. Mentre la Messa antica… un percorso lineare dai piedi dell’altare alla sommità del Calvario, passo per passo.

Chiedo scusa se mi sono dilungato, confusamente, senza arrivare ad un qualsiasi dunque; ciò che forse volevo dire è che già le piú ordinarie esperienze della quotidianità ci mostrano come i criteri usati nella riforma per i cambiamenti contingenti e legittimi forse non siano stati i piú adatti. O che forse potevano sembrare di esserlo in illo tempore, negli anni 1960-70; mi chiedo spesso se sia la Messa nuova ad avere cambiato la società o se sia stata la società nuova ad aver imposto i cambiamenti alla Messa — non saprei rispondere, non c’ero all’epoca. Fatto sta che la Messa nuova mi sembra sempre piú squisitamente retrò, ancorata in un’estetica che forse non esiste già piú, e che rivestirla di pianete e manipoli o magari celebrarla ad orientem non cambierebbe assolutamente niente: questo sí che sarebbe vano estetismo. I problemi della forma ordinaria non stanno nell’ars celebrandi o nell’assenza di pizzi e merletti, ma nei criteri stessi sottostanti la riforma. Proprio per questo la forma ordinaria avrà sempre piú bisogno di cambiamenti per risultare “rilevante”, per “parlare ai giovani/ai non credenti/all’uomo d’oggi” o per far maggiormente risaltare quella sacralità che potrebbe renderla piú amabile da chi è di indole piú tradizionalista. Quadratura del cerchio difficile da ottenere, visto che le chitarre non piacciono ai tradizionalisti, mentre la volgata attuale le vorrebbe amate dai giovani, per fare un solo esempio.

Per conto mio sarò felice di lasciare il rito riformato al suo destino, nelle mani dell’autorità competente; e di inginocchiarmi invece davanti a Gesú in quella Messa che me lo lascia contemplare senza innumerevoli distrazioni».


Rispetto la scelta del Signor Moscatelli di voler «lasciare il rito riformato al suo destino» e di optare per la Messa tradizionale, che gli «lascia contemplare [Gesú] senza innumerevoli distrazioni». Condivido con lui questa esigenza, che però — sono convinto — potrebbe ugualmente essere soddisfatta dal rito rinnovato, se solo gli si desse la possibilità di essere celebrato come si dovrebbe, senza, appunto, inutili distrazioni.

Sono d’accordo con lui anche sul fatto che il problema non è «l’assenza di pizzi e merletti»: convengo che rivestire la nuova Messa «di pianete e manipoli o magari celebrarla ad orientem non cambierebbe assolutamente niente: questo sí che sarebbe vano estetismo». Non sono invece d’accordo sul fatto che il problema non stia nell’ars celebrandi, «ma nei criteri stessi sottostanti la riforma». Non sono affatto convinto che il Novus Ordo «avrà sempre piú bisogno di cambiamenti per risultare “rilevante”».

Non voglio entrare nel problema dei “criteri sottostanti la riforma”: sarebbe una questione troppo grossa, e rischieremmo di perderci. Vorrei invece soffermarmi su quella che oggi, forse con un pizzico di civetteria, viene chiamata “ars celebrandi”; perché, secondo me, il problema sta proprio lí, nel modo di celebrare la Messa. Anche se oggi sta diventando di moda, fra i tradizionalisti, affermare che il Novus Ordo non può essere celebrato bene, perché esso sarebbe intrinsecamente carente (e non si rendono conto di offendere in tal modo tutti i sacerdoti, a cominciare dal Santo Padre, che si sforzano di «celebrare con grande riverenza in conformità alle prescrizioni»), in realtà ciò che manca a molte celebrazioni nella forma ordinaria è proprio la “qualità”.

Sulle tre considerazioni del Signor Moscatelli, in linea di principio, posso trovarmi anche d’accordo. Ciò che non condivido è la loro applicazione al Messale di Paolo VI. Per esempio, non è vero che il Novus Ordo abbia abolito il velo dal calice (cf Institutio generalis, 3ª ed., n. 18), il latino (il Messale di Paolo VI è in latino, e la Messa può essere sempre celebrata in questa lingua, cf can. 928), il sacro silenzio (che anzi viene caldamente raccomandato, cf Institutio generalis, nn. 45, 56, ecc.).

Capisco che talvolta l’ascolto di alcuni passi dell’Antico Testamento possa risultare un tantino difficoltoso (lo stesso vale, come rileva il Signor Moscatelli, per alcuni passi di San Paolo e — aggiungo io — del Vangelo stesso); ma non per questo dobbiamo rinunciare alla lettura della parola di Dio. Essa non viene proclamata «per l’erudizione e l’edificazione di insigni biblisti», ma per tutti i fedeli, anche se (o, forse, proprio perché) talvolta impreparati. Su questo punto il Concilio Vaticano II è stato molto chiaro:

«Affinché sia imbandita ai fedeli una mensa piú abbondante della parola di Dio, vengano aperti piú largamente i tesori biblici, in modo che entro un determinato numero di anni si legga al popolo la parte essenziale delle Sacre Scritture» (Sacrosanctum Concilium, n. 51).

D’altronde, mi sembra alquanto difficile contestare l’adagio di San Girolamo: «Ignoratio Scripturarum ignoratio Christi est».

Non è vero che le rubriche permettono «prediche interminabili». Nella Messa è prevista un’unica omelia, dopo la lettura del Vangelo. Quelle che poi talvolta si trasformano in “interminabili prediche”, secondo le rubriche dovrebbero essere solo brevissime “monizioni”. L’Ordo Missae ne prevede una all’inizio (dopo il saluto iniziale e prima dell’atto penitenziale, per introdurre la liturgia del giorno) e una alla fine (prima del congedo, per dare eventuali avvisi). Ovviamente dipende dal buon senso del sacerdote non trasformare una “monizione” in una ulteriore, interminabile e insopportabile “predica”.

E qui veniamo al vero problema del Novus Ordo: esso non consiste nelle sue rubriche (che permetterebbero tutto e il contrario di tutto), ma nel buon senso di chi quelle rubriche deve innanzi tutto conoscere (non diamolo per scontato) e poi osservare. Il segreto perché una celebrazione liturgica — secondo la forma ordinaria o straordinaria, poco importa — risulti ben fatta sta in quella frasetta diffusa nel mondo anglosassone: «Read the black; do the red», leggi ciò che è scritto in nero (= i testi liturgici), senza indebita “creatività”; fa’ ciò che è scritto in rosso (= le rubriche).

A ciò va aggiunto, come dicevamo, il buon senso (anche questo non può essere dato per scontato), la cui regola aurea troviamo nell’Imitazione di Cristo (dunque non si tratta di un problema nuovo…):

«Nel celebrare non essere né troppo lungo (prolixus) né troppo veloce (festinus), ma segui lo stile (modum) comune nell’ambiente in cui vivi. Non devi suscitare negli altri molestia e noia, ma tenere il modo di procedere (viam) comune, secondo la regola degli antichi (secondum Maiorum institutionem). Devi renderti utile agli altri (aliorum servire utilitati), piú che alla tua devozione o al tuo sentimento» (IV, 10, 7).

All’osservanza delle rubriche e al buon senso va infine aggiunto il fervore spirituale, cosí bene espresso in quella raccomandazione che fortunatamente troviamo scritta in tante sagrestie: «Celebra hanc Missam ut primam, ut unicam, ut ultimam».

domenica 3 ottobre 2010

La bestemmia secondo l'Osservatore

Rimango viepiú basito dalla deriva laicista, in cui sembra irrimediabilmente incappato L’Osservatore Romano. Il Presidente del Consiglio Berlusconi racconta una barzelletta con finale blasfemo e l’organo ufficioso della Santa Sede che fa? In un articoletto di cronaca su “Tensioni e polemiche in Italia”, fra le altre cose, commenta: «In questo contesto appaiono tanto piú deplorevoli alcune battute del capo del Governo — piú o meno recenti e di cui peraltro Berlusconi si è subito scusato — che offendono indistintamente il sentimento dei credenti e la memoria sacra dei sei milioni di vittime della Shoah». Quando ho letto questo commento, mi son stropicciato gli occhi e mi son chiesto: ma cos’è questo? un comunicato del Presidente Napolitano? No, si trattava proprio dell’Osservatore Romano! Capite? La bestemmia va stigmatizzata semplicemente perché “offende il sentimento dei credenti”. Al contrario, le battute sugli ebrei non offendono il sentimento degli ebrei, ma “la memoria sacra dei sei milioni di vittime della Shoah”. A quanto pare, secondo l’Osservatore, la memoria delle vittime della Shoah è sacra; il nome di Dio, no!

Perlomeno, Avvenire, con ben altro stile, ha ricordato che la bestemmia, oltre a offendere il sentimento dei cittadini, offende Qualcuno a cui è dovuto il massimo rispetto: «Su ogni uomo delle istituzioni, su ogni ministro e a maggior ragione sul capo del governo grava, inesorabile, un piú alto dovere di sobrietà e di rispetto. Per ciò che si rappresenta, per i sentimenti dei cittadini e per Colui che non va nominato invano».

mercoledì 29 settembre 2010

La nuova traduzione della CEI

Col passare del tempo, si riesce a conoscere meglio la nuova traduzione CEI della Bibbia (2008) e quindi ad apprezzarne i pregi e a scoprirne i difetti.

Domenica scorsa, per esempio, nella parabola del ricco “epulone”, ho notato con piacere lo sforzo di tradurre piú letteralmente la frase «ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe» (Lc 16:21), nonostante che tale traduzione renda piú difficile la comprensione del testo rispetto al precedente «perfino i cani venivano a leccare le sue piaghe». Non ho capito invece perché si sia abbandonata la vecchia traduzione letterale «fu portato dagli angeli nel seno di Abramo» (16:22), per sostituirla con «fu portato dagli angeli accanto ad Abramo». Se il criterio è quello della fedeltà al testo originale, si poteva conservare la vecchia traduzione. Capisco che già precedentemente era stata usata la traduzione piú libera nel versetto successivo (16:23), creando in tal modo una disomogeneità; ma per lo meno in uno dei due passi era stata conservata l’espressione originale, che ora invece è scomparsa del tutto. Il problema è che, con queste traduzioni “a senso” si rischia di non cogliere i riferimenti ad altri passi dove viene usata la medesima espressione: si parla di “seno” infatti anche in Gv 1:18 (il Figlio unigenito che «è nel seno del Padre») e in Gv 13:23 (il discepolo che Gesú amava «era coricato sul seno di Gesú»).

Un’altra tendenza che trovo nella nuova traduzione, e che non condivido, è quella di preferire all’interpretazione tradizionale (solitamente basata sulla versione greca dei LXX), la traduzione dal testo masoretico, quasi che questo si identifichi col testo originale della Bibbia, mentre si tratta di una codificazione avvenuta solo in epoca cristiana (al contrario della LXX, che già esisteva al tempo di Gesú). Due esempi tratti dai salmi.

L’inizio del Sal 64 (65). La precedente traduzione suonava: «A te si deve lode, o Dio, in Sion» (in latino: «Te decet hymnus, Deus, in Sion»). Ora leggiamo: «Per te il silenzio è lode, o Dio, in Sion»). Non nego che si tratti di una traduzione suggestiva, ma che si fonda esclusivamente sulla lettura masoretica della parola ebraica dmyyh. I masoreti (che aggiunsero le vocali al testo ebraico puramente consonantico) lessero dummiyyah (= “silenzio”), mentre i LXX (precedenti — ripeto — rispetto ai masoreti) lessero dommiyyah (= “conviene”, “si addice”). Le antiche versioni latine tradussero il greco prepei con decet. Era proprio il caso di abbandonare una tradizione cosí antica per adottare la incertissima e discutibilissima lettura masoretica?

Un altro esempio tratto dalla liturgia odierna dei Santi Arcangeli: molti testi liturgici attingono al Sal 137 (138): «A te voglio cantare davanti agli angeli» (in latino: «In conspectu angelorum psallam tibi»). Che cosa troviamo nella nuova traduzione? «Non agli dèi, ma a te voglio cantare». Degli angeli non c’è piú traccia. È vero che nel testo ebraico troviamo ’elohim, che significa appunto “dèi”; ma i LXX avevano tradotto quell’espressione con “angeli”. Avranno avuto i loro motivi. Perché, anche in questo caso, si è preferita un’apparente fedeltà al testo ebraico, abbandonando l’interpretazione tradizionale, non solo cristiana, ma degli ebrei stessi?

I traduttori si difendono mettendo avanti l’autorità di San Girolamo. Questi infatti nel primo caso (Sal 64:2) traduce: «Tibi silens laus, Deus, in Sion»; nel secondo (Sal 137:1): «In conspectu deorum cantabo tibi». È vero; ma si dimentica che la Chiesa non ha mai adottato per la sua preghiera il Salterio “iuxta Hebraeos” di San Girolamo, accontentandosi della sua revisione del Salterio “iuxta Septuaginta” (detto anche “Salterio gallicano”). Anzi, direi che tutti i salteri tradotti sul testo ebraico non hanno mai avuto grande fortuna nella Chiesa: basti pensare al salterio commissionato da Pio XII all’Istituto Biblico negli anni Quaranta e che fu utilizzato solo per un breve periodo nella liturgia (nonostante tale traduzione fosse stata condotta sul testo ebraico, nei due casi accennati conservava il testo latino tradizionale).

Anche la Neovolgata, che pure ha corretto in molti punti il testo del “Salterio gallicano” (senza con ciò adottare il Salterio ieronimiano “iuxta Hebraeos”), nei due casi presi in esame è rimasta, essa pure, fedele alla traduzione tradizionale: «Te decet hymnus, Deus, in Sion»; «In conspectu angelorum psallam tibi». Ora, chiedo: ma l’istruzione Liturgiam authenticam (28 marzo 2001) non aveva stabilito che le traduzioni per l’uso liturgico (quale è la nuova versione della CEI), pur condotte sui “testi originali” avrebbero dovuto avere come punto di riferimento la Neovolgata (nn. 34-45)? Come mai è stata concessa alla nuova versione CEI la recognitio, nonostante non sia stato rispettato tale criterio?

lunedì 27 settembre 2010

Vetus et Novus Ordo

Il problema della liturgia continua ad appassionare. Lo dimostra la lettera che il Signor Stefano Fiorito mi ha inviato, dopo il mio secondo post sul motu proprio Summorum Pontificum. Essa non contiene argomenti totalmente nuovi (se ne è già parlato in altre occasioni su questo blog); ma, dato che si tratta di questioni di estrema importanza, forse non è male tornarci sopra, per chiarirci le idee.


«Senza voler sollevare alcuna polemica, e per amore di verità, bisogna ammettere certi problemi per poterli risolvere. Il problema del Novus Ordo, ahinoi, non riguarda solo la discontinuità “esteriore”. Nel NOM vi sono elementi evidenti di discontinuità con il VOM. E, tra l’altro, la discontinuità esteriore, lei giustamente fa notare, non è un criterio “univoco” ma una forma di creatività che potrebbe essere evitata. “Potrebbe”, “dovrebbe”. Padre, vede quanti condizionali? Questa discontinuità, questa creatività, se c’è, è un arbitrio o è una legittima “opzione” consentita? Perché sa bene che la cosa cambia molto nell’uno e nell’altro caso. Padre, qui non stiamo facendo i “lefebvriani”, ma stiamo seguendo la linea critica di molti Santi Sacerdoti niente affatto scomunicati come Mons. N. Bux, Mons. Pozzo, il Card. Cañizares, lo stesso Mons. Burke, Mons. B. Gherardini, ed altri. Piú o meno “autorevoli”. E parliamo anche dello stesso Card. Ratzinger. Egli stesso ha detto chiaro e tondo che il NOM è “un nuovo edificio”, sebbene costruito con i “pezzi” dell’antico. E questo genera confusione. E se chiede, da Papa, chiaramente, che il VOM “fecondi” il NOM, un problema di discontinuità NEL MESSALE nuovo evidentemente c’è. È chiaro che l’auspicio è che questa discontinuità sparisca, con i mezzi che il Papa sta adottando. Del resto la “riforma della riforma”, che timidamente prende corpo, almeno nella “ars celebrandi” del Pontefice e in piccoli passi compiuti, ha delle ragioni proprio in questa “discontinuità”. Altrimenti non ci sarebbe alcun bisogno di questi elementi di continuità che, non dimentichiamolo, oggi non sono affatto “permessi” sempre e comunque. Ad esempio l’amministrazione della Santa Comunione adottata dal Papa, che è quella tradizionale, non è affatto “ovvia” e “comune”. L’indulto, dato da Paolo VI per “gestire” solo alcune realtà ribelli, è stato fatto diventare norma universale! Rovesciandolo! Per cui la situazione, Padre, non è cosí “lineare”. Se si dovessero applicare solo le norme esistenti, non ci sarebbe da fare nulla, oggi. E non ci sarebbero problemi da risolvere. Sarebbero già risolti. Poiché la “maggioranza” OPTA per la creatività (permessa), senza per questo andare contro alle norme vigenti (a meno di evidenti pagliacciate come a volte alcuni organi di informazione cattolica, dolorosamente, evidenziano. Ma io mi chiedo, queste pagliacciate hanno una qualche “base” sui cui prendono spunto?)! Per cui, dove sarebbe il problema? Il problema sta proprio nella SCELTA. Perché si deve poter “scegliere” nella Liturgia, che non è dell’uomo, ma di DIO PER L'UOMO? A meno di cose non sostanziali, la Liturgia dovrebbe essere immutabile. O no?

E cose “sostanziali”, nel NOM, sono state toccate. Nel NOM emerge prepotente l’aspetto conviviale e assembleare della Messa, che in realtà è solo una conseguenza di quello sacrificale e preminente che le è proprio. Cosí dice il Catechismo, cosí insegna la Tradizione Apostolica (e Lei Padre), cosí dice Gesú Cristo! La Messa è il Sacrifico incruento della Croce. L’aspetto conviviale, enfatizzato, rischia di oscurare la realtà fondante della Messa! Nel NOM, l’eliminazione di molti Salmi, e di molti gesti sacri, ha “semplificato” un rito che in realtà dovrebbe girare tutto intorno al suo fondamento: la Croce. L’eliminazione del doppio Confiteor, e l’eliminazione della intercessione dei Santi nello stesso, non dà certo una continuità evidente con la tradizione. E non favorisce certo la distinzione non solo formale ma ONTOLOGICA tra sacerdozio comune e ordinato. Come del resto l’abolizione dell’Offertorio non favorisce la natura sacrificale della Messa. Come del resto l’opzionalità del Canone (peraltro modificato), e l’affiancamento di altri canoni decisamente piú generici, in cui si parla anche di “Santa Cena”, e la deformazione della famosa “anafora di Ippolito” che nel NOM è presente solo parzialmente ed è poi largamente interpolata, non favorisce per nulla la continuità e il risalto del fondamento sacrificale della Messa. 

Tutto questo sebbene, per grazia di Dio, non intacchi la piena validità della Messa, ne intacca la chiara continuità con la tradizione e la valenza sacrificale. Che non è piú chiara. Ciò che è chiaro è il valore conviviale e assembleare della Messa. Si è dunque rovesciato ciò che dovrebbe essere. Se da un lato il rito è stato “arricchito”, bisogna vedere in che direzione sia questo “arricchimento”. Se dall’altro è stato semplificato, bisogna vedere in che direzione. Non si può essere contrari all’arricchimento o alla semplificazione (del resto questo è stato fatto sempre!), ma si può essere contrari a COSA si vada ad arricchire ed a COSA si vada a semplificare. Se la semplificazione intacca alla sostanza, i dubbi si possono anche avere. Non crede?

Quindi io penso, con il Papa, che “... Del resto le due forme dell’uso del Rito Romano possono arricchirsi a vicenda: nel Messale antico potranno e dovranno essere inseriti nuovi santi e alcuni dei nuovi prefazi. Nella celebrazione della Messa secondo il Messale di Paolo VI potrà manifestarsi, in maniera piú forte di quanto non lo è spesso finora, quella sacralità che attrae molti all’antico uso. La garanzia piú sicura che il Messale di Paolo VI possa unire le comunità parrocchiali e venga da loro amato consiste nel celebrare con grande riverenza in conformità alle prescrizioni”.

Lei sa bene che la sacralità è fondata sulla Croce. La celebrazione “riverente” da ciò che dal contenuto emerge. Il Papa cerca di spostare l’opzionalità attuale dalla creatività alla “permessa” continuità. E chissà, magari poi fare un passo avanti rendendo la creatività “fuori legge”. Le prescrizioni, infatti, PERMETTONO la celebrazione in continuità, ma non obbligano a questa. Cosí come il contenuto del NOM non identifica NETTAMENTE la continuità».


Il Signor Fiorito tocca diverse questioni. Per esigenze di chiarezza, cercherò di affrontarle in maniera ordinata.

1. Cominciamo dal problema della creatività. Io stesso, nel mio ultimo post, ammettevo che «forse si è dato troppo spazio alla “creatività”»; ma se vogliamo riflettere su questo problema in maniera seria, cerchiamo di non stravolgerne i termini. Innanzi tutto, stiamo attenti all’uso di tale termine, estremamente ambiguo. Per quanto ne so, i libri liturgici non parlano mai di “creatività”, ma solo di “adattamenti” (che è cosa ben diversa). E tali adattamenti spettano, in primo luogo ai Vescovi e alle Conferenze episcopali. Il sacerdote può, sí, adattare alcuni testi (praticamente le sole “monizioni”), ma entro limiti ben precisi, indicati dal n. 31 dell’Institutio generalis, 3ª ed. (a tale proposito, può essere interessante confrontare questo numero con il n. 11 della 2ª ed.). Se poi andiamo a leggere le rubriche, ci accorgeremo che non sono poi cosí numerosi i luoghi in cui si usano le espressioni “pro opportunitate” (p. es., a proposito dello scambio di pace) o “his vel similibus verbis” (appunto nel caso delle monizioni). Anzi, mi sembra che ci siano delle possibilità che non vengono mai sfruttate e che invece, secondo me, contribuirebbero a creare un’atmosfera di sacralità (si leggano con attenzione, per esempio, le rubriche dell’offertorio). Che poi si possano vedere, in alcune chiese, delle “pagliacciate”, siamo d’accordo; ma, per favore, non chiamiamole “creatività”: si tratta di puri e semplici abusi. Mentre non si può pensare di escludere qualsiasi tipo di adattamento: il Rito romano non è come il Rito ambrosiano, limitato a una sola diocesi; esso è diffuso in tutto il mondo, fra popoli e culture profondamente diversi; è inevitabile che si permettano alcuni adattamenti.

2. Passiamo ora alla continuità. Dicevo la volta scorsa che «la continuità non si pone tanto nelle forme esteriori (che possono variare), quanto nella sostanza delle cose». Tale affermazione si fonda su un insegnamento tradizionale della Chiesa: «[Sacrosanta oecumenica et generalis Tridentina Synodus] declarat hanc potestatem perpetuo in Ecclesia fuisse, ut in sacramentorum dispensatione, salva illorum substantia, ea statueret vel mutaret, quae suscipientium utilitati seu ipsorum sacramentorum venerationi, pro rerum, temporum et locorum varietate, magis expedire iudicaret» (Concilio di Trento, Sessione XXI, Dottrina sulla comunione sotto le due specie, c. 2: Denzinger-Schönmetzer, n. 1728). Dunque, se la sostanza rimane la stessa, c’è continuità (anche se cambia la “parte cerimoniale”); la discontinuità interviene quando cambia la “sostanza” (= materia e forma dei sacramenti). Sul fatto che la “parte essenziale” della celebrazione eucaristica sia rimasta identica, penso che tutti possiamo trovarci d’accordo (ché altrimenti non saremmo piú in comunione con la Chiesa cattolica). Sono d’accordo che la continuità, in un determinato rito, oltre che nella sostanza, debba anche manifestarsi nelle forme esteriori; ma personalmente ritengo che anche questa seconda continuità sia stata sostanzialmente salvaguardata con la riforma liturgica. I cambiamenti che sono stati introdotti sono solo un “adattamento alle nuove condizioni”, per altro richiesto espressamente dal Concilio Vaticano II (si leggano, per cogliere la mens di tale adattamento, i nn. 10-15 del proemio della Institutio generalis). Il Signor Fiorito fa alcuni esempi:

— l’aspetto conviviale, che avrebbe oscurato il valore sacrificale della Messa. Che nel Novus Ordo sia stato rivalutato anche l’aspetto conviviale della Messa, non c’è dubbio; ma questo non significa che ciò sia avvenuto a scapito dell’aspetto sacrificale (naturalmente qui si sta parlando dell’Ordo Missae, non delle chiacchiere di questo o quel prete). Non basta accusare il Messale di Paolo VI di aver trasformato il Sacrificio eucaristico in una “santa cena”; bisogna dimostrarlo. È vero che nella 2ª ed. del Messale italiano è stata introdotta una preghiera eucaristica, la quinta, dove si parla di “santa cena”; ma, come giustamente lamentò il Card. Biffi, si era trattato di un “blitz” dei liturgisti, avvenuto all’insaputa dei Vescovi. Attualmente quella preghiera eucaristica è stata accolta anche nella 3ª ed. del Messale latino, ma totalmente rifusa. L’aver rivalutato l’aspetto conviviale della Messa ha ridato equilibrio alla celebrazione, che, per polemica col protestantesimo, aveva enfatizzato esclusivamente l’aspetto sacrificale;

— la semplificazione, che avrebbe toccato elementi qualificanti del rito: la semplificazione dei riti introduttivi avrebbe offuscato la distinzione fra il sacerdozio ministeriale e quello comune dei fedeli; la semplificazione dei riti offertoriali avrebbe invece oscurato il valore sacrificale della Messa. Beh, non mi sembrano argomenti convincenti. Non penso che ci sia bisogno di due Confiteor per ribadire la distinzione fra sacerdozio ministeriale e sacerdozio comune: non è quello il momento. Anzi, l’atto penitenziale è il momento in cui tutti, sacerdote e fedeli, ci poniamo dinanzi a Dio col nostro peccato e ne chiediamo perdono. Scusatemi l’impertinenza, ma non sono proprio i tradizionalisti che lamentano, nel Novus Ordo, l’eccessiva centralità del celebrante e sostengono che tutti, sacerdote e fedeli, devono essere rivolti al Signore? Non devono forse esserlo nel momento della confessione dei peccati? Per quanto riguarda l’offertorio, è stato piú volte ribadito che il rito precedente era una sorta di anticipazione del sacrificio, assolutamente fuori luogo. Una semplificazione di tale rito non può che dare maggiore risalto all’offerta del sacrificio, che avviene con la preghiera eucaristica;

— l’arricchimento, che potrebbe, esso pure, intaccare la continuità. Sinceramente non riesco a vedere la difficoltà. Personalmente faccio fatica a comprendere come si possa, per esempio, criticare l’abbondanza di parola di Dio che ci viene offerta nella liturgia rinnovata. Potrei capire se fossero stati inseriti elementi estranei alla liturgia; ma se ogni giorno leggiamo una pagina diversa della Scrittura, che male c’è? Dovremmo essere piú che felici di poter ascoltare la parola di Dio. 

3. Visto che stiamo parlando di “arricchimento”, passiamo al problema del reciproco arricchimento fra i due Messali, auspicato dal Santo Padre nella sua lettera ai Vescovi. Alla mia osservazione, nel post del 16 settembre, che finora è stato ripetutamente e positivamente escluso, da parte della Commissione “Ecclesia Dei”, che si possa intervenire sul Messale del 1962, mi è stato fatto notare che il Papa, nella lettera ai Vescovi, limita l’influsso del Messale di Paolo VI su quello di Pio V all’introduzione di nuovi santi e di alcuni nuovi prefazi. Si evidenzia invece che è il Vetus Ordo che dovrebbe influire sul Novus; ma non si sottolinea che anche in questo caso il Papa dà una precisa indicazione sulla natura di tale influsso: «Nella celebrazione della Messa secondo il Messale di Paolo VI potrà manifestarsi, in maniera piú forte di quanto non lo è spesso finora, quella sacralità che attrae molti all’antico uso». Una ulteriore conferma che non dobbiamo aspettarci una “riforma della riforma” consistente in una modifica del rito della Messa; essa deve essere intesa semplicemente come un recupero della sacralità propria della liturgia. Tale sacralità non è monopolio dell’usus antiquior, ma è possibile (e dovrà tornare a essere la norma) anche nel Novus Ordo. Non a caso il Santo Padre aggiunge: «La garanzia piú sicura che il Messale di Paolo VI possa unire le comunità parrocchiali e venga da loro amato consiste nel celebrare con grande riverenza in conformità alle prescrizioni; ciò rende visibile la ricchezza spirituale e la profondità teologica di questo Messale».

Mi permetta ora il Signor Fiorito un’osservazione piú generale, che si riferisce a un atteggiamento piuttosto diffuso nel mondo tradizionalista. Non vuole essere un rimprovero, ma solo una forma di correzione fraterna. Mi sembra piú che legittimo apprezzare la forma straordinaria del Rito romano e rivendicare il diritto di celebrare liberamente la Messa secondo questo uso. Visto che tale diritto è stato riconosciuto dalla suprema autorità della Chiesa con il motu proprio Summorum Pontificum, mi sembrerebbe che, a parte le legittime proteste per eventuali illegittimi ostacoli posti all’esercizio di tale diritto, ci si dovrebbe mostrare soddisfatti e riconoscenti e vivere in piena comunione col resto della Chiesa, che segue la forma ordinaria. E invece no: invece di godersi in santa pace la Messa tradizionale, si continua a polemizzare contro il Novus Ordo. Potrei capire se ci si indignasse per gli abusi. No, si critica il Novus Ordo in quanto tale, trovando in esso chissà quali deficienze. Che il Novus Ordo possa non piacere, OK; ma che lo si continui a biasimare, quasi costituisse un nuovo rito piú o meno ereticheggiante (salvo poi ribadirne la validità), proprio non lo capisco. Possibile che non ci si renda conto che, cosí facendo, si va contro l’insegnamento del Santo Padre, che ha esplicitamente riaffermato la continuità fra l’antico e il nuovo rito? Se il Papa ci dice che «non c’è nessuna contraddizione tra l’una e l’altra edizione del Missale Romanum. Nella storia della Liturgia c’è crescita e progresso, ma nessuna rottura», perché non ci rimettiamo con semplicità al suo magistero? In che cosa consiste la nostra obbedienza e sottomissione, se poi ci opponiamo cosí apertamente al suo inequivocabile insegnamento?

giovedì 23 settembre 2010

Ancora sul motu proprio

Pensavo che il mio ultimo post fosse un post molto tranquillo, che avrebbe incontrato il consenso di tutti, dal momento che cercava di dare un po’ di ragione a tutti. E invece, a quanto pare, si trovano le differenze anche nelle sfumature, che, pur non toccando la sostanza, sono inevitabilmente presenti in qualsiasi discorso. Caterina mi fa notare:

«Mi riferisco al suo post, nel quale mons. Burke ne esce, mi creda, bastonato... forse e di certo non era nelle sue intenzioni, ma nello spiegare le tre ragioni che accomunano i tre interventi (Jesus, Augé e Burke), di fatto chi viene penalizzato è proprio mons. Burke... La sua ricostruzione, citando la Lettera e il MP Summorum Pontificum per giustificare le affermazioni di Jesus e Augé, sono correttissime, ma non altrettanto lei ha fatto per giustificare l’intervento di mons. Burke del quale si è premurato di sottolineare che “non è una voce ufficiale”, mentre non ha fatto lo stesso distinguo nel citare gli interventi di Jesus e Augé...».

Sono andato a rileggermi il post, e devo convenire che, effettivamente, si può avere questa impressione: mentre nei primi due casi si dà piena ragione agli autori, nel caso dell’intervento di Mons. Burke si fa la precisazione che non si tratta di una “interpretazione autentica” del motu proprio. Perché mi sono sentito in dovere di fare tale precisazione? Semplicemente perché c’era stato qualcuno che aveva interpretato l’intervento del Prefetto della Segnatura Apostolica proprio in questo senso; e non mi sembrava corretto. Poi però ho cercato di dare la mia interpretazione (naturalmente discutibile come tutte le interpretazioni non-autentiche): il Summorum Pontificum ha un valore universale nel senso che vuole inculcare il principio della continuità tra l’antica e la nuova Messa. Non mi sembra corretto invece vedere nel motu proprio un invito del Papa a celebrare ogni domenica in ogni parrocchia una Messa in forma straordinaria, come sostenuto da alcuni alti prelati della Curia Romana. Mi pare che si tratti di un’estensione indebita della mens del motu proprio. Se questa fosse realmente la volontà del Santo Padre, egli non avrebbe certo alcun imbarazzo a manifestarla espressamente. Da parte sua, il Signor Stefano Fiorito aggiunge:

«Mi consenta di dissentire sulla conclusione a cui giunge, riguardo al motivo della promulgazione del MP Summorum Pontificum. Ciò che lei fa notare nella sua disamina è sicuramente vero. Riguardo alla valenza del MP, il quale è un atto pontificio che è volto ANCHE alla soddisfazione delle richieste di alcuni gruppi tradizionalisti, alla risoluzione del “contenzioso” con la FSSPX. Cosí come la “mens” del Papa è sicuramente, come da Lui stesso specificato, quella di rendere evidente l’ermeneutica della continuità. Il mio dissenso riguarda il suo affermare la sostanziale “particolarità” del provvedimento, il quale non dovrebbe riguardare tutti, e soprattutto il fatto che sembra lei constati la “continuità” tra i due messali come già presente. Sa benissimo che cosí non è. Poiché se fosse stata presente ed evidente, non si sarebbe reso necessario il MP, e soprattutto tutto ciò che ad esso fa capo».

Credo che risulti chiaro, da quanto detto, che il motu proprio ha un valore particolare in quanto rivolto ad alcuni gruppi, dallo stesso Pontefice ben definiti; ha invece un valore universale nell’intento di inculcare il principio della continuità fra le due forme della Messa.

Posso trovarmi abbastanza d’accordo sul fatto che, forse, tale continuità è piú un auspicio che una realtà, almeno a stare a quel che vediamo nelle chiese. Va riconosciuto con molta serenità che certe celebrazioni sembrano fare di tutto per sottolineare la discontinuità con l’antico rito. Ma lo stesso discorso potrebbe farsi — e di fatto i lefebvriani lo fanno — piú in generale, a proposito dell’ermeneutica della continuità applicata al Concilio o alla Chiesa pre- e post-conciliare. Per quanto il Santo Padre continui a ripetere che il Concilio non ha dato vita a una nuova Chiesa, che la Chiesa pre-conciliare e quella post-conciliare sono la medesima Chiesa, non si può negare che ci siano alcune differenze, talvolta anche piuttosto marcate. 

Va detto che la continuità non si pone tanto nelle forme esteriori (che possono variare), quanto nella sostanza delle cose. Inoltre non dobbiamo tanto giudicare sulla base di ciò che fa Tizio, Caio o Sempronio (c’è sempre stato e ci sarà sempre chi fa di testa sua), ma in base alle decisioni ufficiali della Chiesa (anche queste ovviamente possono essere talvolta discutibili e perfettibili, ma ciò non giustifica il loro rifiuto). Infine, dobbiamo convincerci che molto dipende, piú che dalle riforme promosse dalla Chiesa, dal modo in cui esse vengono attuate da ciascuno di noi.

Ciò che ho detto in generale per la Chiesa vale anche in campo liturgico. La continuità fra la vecchia e la nuova liturgia non va giudicata sulla base di ciò che vediamo nelle nostre chiese, ma in base ai due messali. A questo proposito, il Signor Benedetto Serra mi chiede:

«A proposito del suo ultimo post, volevo chiederle che differenza c’è, in realtà, fra una Messa di Paolo VI in latino, con tutti gli accorgimenti consentiti (o non proibiti) per renderla piú vicina possibile a quella di S. Pio V (ad Orientem, comunione in ginocchio, etc.), e una messa di S. Pio V? Mi sembra di capire, dopo aver riflettuto sulle discussioni che ci sono state sul blog di P. Augé, che in realtà queste differenze non sono poi cosí grandi. La tesi del P. Augé è che in realtà la Messa di Paolo VI è piú ricca, contiene molti piú “tesori” della liturgia di quella antica, ne conserva tutti i testi e anzi li arricchisce e li amplia. Dà inoltre molta piú libertà di celebrare (nelle diverse lingue, leggendo ad alta voce i testi in modo che tutti sentano, etc.).  In poche parole, se uno vuole, può, mantenendo un’unica forma  del rito latino […], conservare praticamente tutto della Messa di S. Pio V».

Alla domanda del Signor Serra vorrei rispondere con una frase ripresa da una preziosissima lettera del Card. Ratzinger pubblicata da Padre Augé proprio in questi giorni:

«La differenza tra il Messale di 1962 e la Messa fedelmente celebrata secondo il Messale di Paolo VI è molto minore che la differenza fra le diverse applicazioni cosiddette “creative” del Messale di Paolo VI» (18 febbraio 1999). 

In effetti, a ben vedere, da un punto di vista rituale, le differenze sono minime: una semplificazione generale del rito (in particolare i riti di introduzione e quelli di offertorio); un arricchimento notevole delle letture e di altri testi (orazioni e prefazi); una molteplicità di preghiere eucaristiche. Sostanzialmente, mi trovo d’accordo sulla maggiore ricchezza della nuova liturgia: il Messale di Paolo VI non rappresenta una diminuzione, ma un accrescimento rispetto a quello di San Pio V. Se poi il modo in cui il nuovo rito è stato di fatto celebrato ha significato molto spesso un depauperamento, questo è un altro discorso: ciò non può essere addebitato al Messale, ma ai singoli celebranti.

Si dirà: questo è stato possibile perché il nuovo Messale, con le pressoché illimitate possibilità offerte, lo ha permesso. Posso essere d’accordo che forse si è dato troppo spazio alla “creatività”, ma è altrettanto vero che oggi non sarebbe possibile tornare a un fissità assoluta delle rubriche, senza alcuna possibilità di adattamento. Se, invece, si sfruttassero le possibilità di adattamento proprio in senso tradizionale, si potrebbero avere dei risultati che certamente non dispiacerebbero agli amanti della tradizione. Per averne un esempio, si vadano a vedere le foto della Messa di ringraziamento per la beatificazione di J. H. Newman proprio oggi pubblicate da Cantuale Antonianum. Non dico che tutti debbano fare cosí; ma, se uno lo vuol fare, lo può fare: nessuno glielo impedisce. Penso che in questa prospettiva, come dice Papa Ratzinger, la liberalizzazione della forma straordinaria del rito romano possa effettivamente giovare alla corretta celebrazione della sua forma ordinaria. Ma ciò non significa che si debba cancellare la riforma liturgica e tornare tutti all’antica liturgia. Se c’è stata una riforma liturgica, è perché ce n’era bisogno: se è vero che spesso si celebra sciattamente il Novus Ordo, è altrettanto vero che si può celebrare sciattamente anche il Vetus.