martedì 21 dicembre 2010

Continuità e sviluppo

Un lettore mi ha segnalato la lettera del Padre Giovanni Cavalcoli al Prof. Corrado Gnerre, pubblicata l’altro giorno su Messainlatino.it, esprimendo l’auspicio di un mio intervento sull’oggetto della controversia. 

Avevo già letto la lettera, come tutti gli interventi precedenti sull’argomento. Come sanno i miei lettori, il problema dell’interpretazione del Concilio rientra tra i miei maggiori interessi. Questo blog è nato con la pubblicazione di una riflessione proprio su Concilio e “spirito del Concilio” in tempi non sospetti (lo studio era del giugno 2008 e fu pubblicato a fine gennaio 2009). Come spiegavo in quel post, avevo inviato le mie considerazioni a un paio di siti web (uno dei quali aveva sollecitato una mia collaborazione), senza però vederle pubblicate. Erano passati già quattro anni dal discorso di Benedetto XVI alla Curia Romana sulle due ermeneutiche del Concilio, ma fino ad allora quel discorso non aveva provocato alcun dibattito. Sembrava quasi che le mie riflessioni non potessero interessare nessuno. Una volta pubblicate, esse ebbero una discreta risonanza, soprattutto sui siti tradizionalisti. In questi ultimi due anni sembrerebbe che tutti si siano d’un tratto svegliati: ciascuno vuol dire la sua. La cosa non può che farmi piacere. Non vorrei essere frainteso: non sono cosí sciocco da pensare che l’interesse sul Concilio sia stato risvegliato dal mio post; voglio solo dire che avevo visto giusto dicendo che, trascorsi quarant’anni dal Vaticano II, fosse «non solo legittimo, ma in certa misura doveroso procedere a un ripensamento del Concilio».

Successivamente sono tornato a piú riprese nei miei post sull’argomento, non soltanto per confermare quanto da me espresso in quel primo studio, ma spesso per precisare, completare, rivedere e correggere le mie posizioni. L’argomento, secondo me, è ancora aperto, per cui leggo con grande interesse tutti i contributi che vengono pubblicati. Ciò che non prendo in considerazione sono le prese di posizione preconcette, ispirate dall’ideologia e che non ammettono discussione, come quando si presenta il Concilio come “nuovo inizio” o, al contrario, come “rovina” della Chiesa.

In questi ultimi tempi, è vero, non sono piú intervenuto in materia, nonostante l’intensificarsi del dibattito. Come mai? Mi sembra che questo debba essere per me un momento di ascolto e di riflessione prima che di proposta di soluzioni. Vedo che sono stati pubblicati recentemente contributi di un certo spessore: penso che prima di pronunciarsi sia doveroso leggerseli. E io confesso di non aver avuto ancora tempo e modo di leggere né il libro di Mons. Brunero Gherardini (fra l’altro, non reperibile nelle comuni librerie cattoliche) né, tanto meno, quello appena uscito del Prof. Roberto De Mattei. Non vorrei prendere una cantonata simile a quella che presi quando scrissi un post sul libro di Ralph McInerny, Vaticano II. Che cosa è andato storto? senza averlo ancora letto (per forza, a quell’epoca ero in India; eppure ci fu chi si indignò perché mi ero permesso di fare delle riflessioni basate su una recensione): quando poi lo lessi, mi accorsi che non rivestiva l’importanza, che sembrava attribuirgli Introvigne nella prefazione. Attualmente sto leggendo un testo fondamentale nel settore: lo Iota unum di Romano Amerio, al quale molti interventi successivi fanno riferimento. Per ora preferisco non pronunciarmi, dal momento che non ne ho ancora concluso la lettura, anche se mi sto già facendo un’idea.

Quanto alla lettera di Padre Cavalcoli (che ho avuto modo di conoscere al convegno su Amerio, tenuto a San Marino il 12 giugno scorso), non posso che condividerla in toto. Sarà che quando si ha la stessa formazione, si finisce sempre per ritrovarsi piú o meno d’accordo; ma a me quello di Padre Cavalcoli sembra un contributo notevole, che meriterebbe ben piú di una lettera. Mi sembrano quanto mai pertinenti le sue precisazioni sulla natura “pastorale” del Concilio. Questa non esclude affatto una sua innegabile dimensione “dottrinale”: «Il Concilio [contiene] pronunciati dottrinali in materia di fede o prossima alla fede, sviluppando dottrine precedentemente definite».

Agli esempi portati da Padre Cavalcoli (l’essenza della Chiesa, della collegialità episcopale, della divina rivelazione, della sacra tradizione o dell’ecumenismo o della libertà religiosa) mi permetto di aggiungerne un altro, che rende bene l’idea del valore dogmatico del Concilio: la definizione della sacramentalità dell’episcopato, una verità che fino ad allora era non era stata ancora sufficientemente messa in luce (si pensava che l’episcopato aggiungesse al sacerdozio solo la potestas jurisdictionis):

«Insegna il Sacro Concilio che con la consacrazione episcopale viene conferita la pienezza del sacramento dell’Ordine, quella cioè che dalla consuetudine liturgica della Chiesa e dalla voce dei Santi Padri viene chiamata sommo sacerdozio, vertice del sacro ministero» (Lumen gentium, 21).

Sfido chiunque a considerare tale testo un intervento “pastorale”; il suo carattere dottrinale è indiscutibile («Insegna il Sacro Concilio...»). Semmai, si potrà discutere sulla sua “nota teologica” (= il suo carattere vincolante).

Un tale pronunciamento illustra bene anche il vero senso da dare all’idea di “continuità”, ripreso da Padre Cavalcoli:

«La continuità dottrinale va intesa bene. Essa non si limita al fatto di ripetere sempre le stesse formule dogmatiche ... ma essa, senza venir meno come continuità, comporta nel contempo uno sviluppo o un progresso nella conoscenza di quelle medesime immutabili verità che Cristo ha consegnato alla sua Chiesa da trasmettere agli uomini (ecco la Tradizione) fino alla fine dei secoli».

Alcuni avrebbero voluto che il Concilio si limitasse a riproporre, tali e quali, le formule già elaborate nei secoli precedenti; siccome non lo ha fatto, ciò sarebbe prova della sua “rottura” con la tradizione. Come spiega bene Padre Cavalcoli, “continuità” non è sinonimo di “ripetizione”, ma implica l’idea di “sviluppo” e di “progresso”, come nel caso della sacramentalità dell’episcopato, una “novità” ben radicata nella tradizione. Non per voler citare me stesso, ma solo per evitare di ripetere cose già dette, mi permetto di rinviare, a questo proposito, al mio post Tradizione e tradizione. Di solito, se si vuole difendere la tradizione, bisogna accettarne lo sviluppo; talvolta l’attaccamento acritico al passato e la riproposizione materiale delle vecchie formule possono rivelarsi come il peggior tradimento della tradizione.

mercoledì 15 dicembre 2010

Tradizionalista o liberale?

Ho l’impressione che la pubblicazione del libro-intervista di Benedetto XVI Luce del mondo abbia provocato, nelle file del tradizionalismo, una certa delusione. E non soltanto per via del pronunciamento — obiettivamente inedito (nonostante i tentativi di interpretazione alla luce della dottrina morale tradizionale) — a proposito dell’uso del profilattico.

I tradizionalisti pensavano che Benedetto XVI fosse uno dei loro. Effettivamente, prima di diventare Papa, il Card. Ratzinger passava per il maggior rappresentante dell’ala conservatrice della Curia Romana: i suoi interventi come Prefetto del Sant’Uffizio erano sempre stati in difesa dell’ortodossia (ma si dimentica forse che tali interventi erano il piú delle volte “commissionati” da Giovanni Paolo II). Una volta divenuto Papa, Benedetto XVI aveva attirato le simpatie dei tradizionalisti per l’atteggiamento di apertura verso i lefebvriani e, soprattutto, per i suoi interventi in campo liturgico (in primis, la liberalizzazione del rito romano antico). È vero che c’erano stati altri atteggiamenti che lasciavano perplessi; ma solitamente o li si riconduceva a manovre di corte (la resistenza dei settori piú progressisti della Curia Romana) o a motivi di opportunità “politica” (la dovuta considerazione delle posizioni talvolta radicali di alcuni episcopati). 

La pubblicazione di Luce del mondo ha in qualche modo segnato la fine delle illusioni: Benedetto XVI non è il Papa tradizionalista che veniva dipinto sia da destra che da sinistra, ma continua a essere il teologo progressista che ha preso parte attiva al Concilio Vaticano II. Certo, da allora ne è passata di acqua sotto i ponti; le posizioni di Ratzinger si sono progressivamente evolute, ma senza mai mettere in discussione l’atteggiamento liberale di fondo. 

Se si vuole descrivere a grandi linee tale evoluzione, penso che si possano individuare tre o quattro “svolte” nella sua vita. La prima è quella del Sessantotto, che, secondo Hans Küng, avrebbe notevolmente impressionato Ratzinger, portandolo su posizioni piú moderate. La seconda svolta è stata il suo trasferimento a Roma, che gli ha permesso di vedere le cose in una prospettiva diversa, sia perché Roma è un osservatorio piú universale, sia perché il compito svolto lo costringeva ad assumere posizioni piú rigide. La terza svolta è stata costituita dal contatto, per motivi istituzionali, con i movimenti tradizionalisti (fu lui a gestire lo “scisma” lefebvriano), che lo obbligò a riconoscere almeno in parte le loro ragioni. L’ultima svolta è consistita nell’elezione al pontificato: fra i suoi obiettivi programmatici è apparso fin dall’inizio l’ecumenismo; ed è in tale contesto che va considerata la ricomposizione della frattura con la FSSPX, che ha comportato la liberalizzazione della liturgia romana antica e la remissione delle scomuniche ai quattro vescovi lefebvriani. Tutto ciò non ha mai significato un rinnegamento delle posizioni di partenza, anzi va letto alla luce di quelle: l’apertura al movimento di Mons. Lefebvre non può essere considerata come un’approvazione del tradizionalismo qua talis, ma come una delle tante attuazioni dell’ecumenismo voluto dal Concilio. Penso che un giudizio sintetico, che fotografa bene la personalità di Benedetto XVI, sia quello espresso da Mons. Bernard Fellay in una conferenza tenuta a Bahia il 9 luglio 2010: «Il Papa è un uomo con la testa progressista, ma col cuore cattolico, amante della tradizione».

Probabilmente è un bene che ci sia stata questa disillusione. I tradizionalisti sembravano volersi in qualche modo “annettere” il Papa, rendendolo quasi il leader di un partito e dimenticando che egli non può che essere il padre di tutti. Allo stesso tempo però penso che sia un bene anche rendersi conto che non bisogna mai riporre le proprie speranze esclusivamente in un uomo, fosse pure il Papa. Il Papa è certamente un punto di riferimento fondamentale nella Chiesa, ma non può essere, neppure lui, assolutizzato: ciò che conta è la fede in Cristo, l’amore alla Chiesa, la fedeltà alla tradizione (quella vera!). In tutto ciò il Papa ci è di guida; ma non deve scandalizzarci se a un certo punto scopriamo che anche lui ha le sue idee, che non collimano in tutto con le nostre. Certo, sarebbe meglio, come scrivevo in un mio post precedente, che, per evitare disorientamenti, il Papa in qualche modo si spogliasse di sé e si limitasse a fare il Papa; ma questo forse è diventato impossibile ai nostri giorni (pensate che cosa direbbero se si rifiutasse di rispondere alle domande dei giornalisti!). Quel che conta è rimanergli fedeli non quando rilascia interviste (nel qual caso si può tranquillamente dissentire), ma nel momento in cui egli esercita la sua autorità apostolica.

martedì 7 dicembre 2010

Il segreto dell'indefettibilità della Chiesa

Ripensavo al mio post di ieri questa mattina, mentre leggevo la seconda lettura dell’Officium lectionis, tratta dalle lettere di Sant’Ambrogio:

«Non senza motivo, fra le tante correnti del mondo, la Chiesa resta immobile, costruita sulla pietra apostolica, e rimane sul suo fondamento incrollabile contro l’infuriare del mare in tempesta. È battuta dalle onde ma non è scossa e, sebbene di frequente gli elementi di questo mondo infrangendosi echeggino con grande fragore, essa ha tuttavia un porto sicurissimo di salvezza dove accogliere chi è affaticato».

La mia attenzione si è fermata in particolare sulla frase che in italiano è stata tradotta: «È battuta dalle onde ma non è scossa». Se ci riflettete, cosí formulata, essa risulta contraddittoria: ciò che è battuto è per ciò stesso scosso. E infatti Ambrogio non dice questo; il testo originale suona: «Abluitur undis, non quatitur», che significa: «È lavata dalle onde, non scossa». Il che è ben diverso!

Mi veniva allora di pensare all’esperienza che la Chiesa sta attualmente vivendo con lo scandalo degli abusi. La campagna mediatica ingaggiata contro la pedofilia sembrerebbe una tempesta che sta scuotendo la Chiesa, col rischio di farla affondare. In realtà, ci ammonisce il Santo Vescovo di Milano, quelle onde che colpiscono la Chiesa, nonché squassarla, servono per lavarla. Come non si stanca di ricordarci il Santo Padre, invece di lamentarci contro i media che mettono in piazza il male presente nella Chiesa, dovremmo ringraziare il Signore che ci dà, con ciò, un’occasione di purificazione.

Un monaco del VI secolo, San Doroteo di Gaza, in una delle sue istruzioni (De accusatione sui ipsius), arriva al punto di dire che, anziché irritarci, dovremmo essere grati a quanti ci attaccano:

«Se vuole ottenere misericordia, [chi viene accusato] faccia penitenza, si purifichi, cerchi di migliorare, e vedrà che a quel fratello [che lo accusa] invece di un oltraggio doveva piuttosto rivolgere un ringraziamento, essendo stato messo da lui in un’occasione di progresso spirituale» (PG 88, 1699).

Ecco il segreto dell’indefettibilità della Chiesa: ciò che, secondo i suoi nemici, dovrebbe servire per affondarla, si trasforma inspiegabilmente in uno strumento di purificazione e di salvezza. Abluitur undis, non quatitur.

lunedì 6 dicembre 2010

Una Chiesa irrilevante?

Il Signor Benedetto Serra mi chiede un parere sull’articolo di Giuseppe de Rita pubblicato ieri sul Corriere della sera:


«Oggi sul Corriere c’è un commento di Giuseppe De Rita, intitolato “Perché deve riprendere il dialogo tra la Chiesa, la società e la politica”. Il sottotitolo è “Cultura cattolica, il rischio del declino”. L’attacco del pezzo è il seguente: 

“Nulla disturba la psiche di noi mortali quanto la sensazione di essere irrilevanti. E si può presumere che il disturbo sia ancora piú spiacevole per le istituzioni collettive e per chi le abita e le governa. Mi incuriosisce in questa fase, e in parte mi coinvolge, la realtà attuale della Chiesa cattolica che, malgrado la sua persistenza millenaria, è da piú parti indicata come grande icona dell’irrilevanza rispetto alla convulsa attualità delle dinamiche culturali e dei dibattiti politici.”

Secondo me, il tono dell’articolo è un po’ ambiguo. È vero che la società attuale e la sua cultura emargina la Chiesa (le Chiese), ma la frustrazione di De Rita sulla “irrilevanza” della Chiesa mi lascia un po’ perplesso.

Nostro Signore non è stato “un Ebreo marginale”? E che rilevanza ha avuto mai Gesú Cristo per l’Impero Romano? E, mi chiedo ancora, se la Chiesa proclama “valori non negoziabili”, come potrebbe cercare un dialogo su questo con la società moderna? Certo, c’è il rischio di essere (o di sembrare) “autoreferenziali”, ma Nostro Signore non è “autoreferenziale” per eccellenza? Se la Chiesa non conta niente per i giornaloni laici e per le società secolarizzate del Nord Europa (e non solo), bisogna forse cercare a tutti i costi un dialogo che non trova né interesse né interlocutori?

Del resto, dei quattro “campi” di dialogo che De Rita indica, tutti e quattro vengono definiti dallo stesso De Rita “delicati” e, soprattutto, “ambigui”. Il rapporto fra dimensione ecclesiale e potere sociopolitico, il rapporto con la modernità e la post-modernità, il nuovo “statuto” antropologico dell’uomo e, infine, il “ruolo” della Chiesa nel mondo.

Mi chiedo, ma ha davvero tutta questa importanza il dialogo con il “mondo” in questo quattro campi? È vero che la Chiesa non conta niente, ma agli inizi dell’800, ai tempi del Santo Curato d’Ars, era forse diverso? E che cosa contava la Chiesa per Stalin? E cosa contavano il fondatore del Suo Ordine, o Madre Teresa di Calcutta? E che rilevanza ha Benedetto XVI? (…)

Va bene il dialogo, è importantissimo, ma se il “mondo” non lo vuole, deve la Chiesa preoccuparsi piú di tanto di inseguire la cultura moderna? Conclude De Rita: “E siccome i pericoli maggiori li corre oggi la cultura cattolica, è forse opportuno che i primi passi del confronto vengano proprio da quella parte”. Lei che ne pensa?».


Bisogna dire che l’articolo di De Rita è interessante (anche se non è sempre facile seguire il filo del ragionamento). Sull’analisi della situazione della Chiesa non si può non concordare:

«Troppi documenti ad alta genericità, troppi appelli di puro volontarismo, troppi sconfinamenti su argomenti su cui non si ha molto da dire, troppe rivendicazioni valoriali e di principio, troppi eventi che non riescono a farsi notare fuori dei propri recinti».

Quello che non mi convince affatto è questa eccessiva preoccupazione della irrilevanza della Chiesa. Se poi andiamo a vedere bene, di che irrilevanza si tratta? Dell’irrilevanza della Chiesa nel mondo della comunicazione e in quello della politica o, se volete, presso quell’inafferrabile realtà che oggi siamo abituati a chiamare (senza sapere che cosa precisamente sia) “opinione pubblica”. Beh, se proprio devo essere sincero, la cosa non è che mi angusti piú di tanto. 

Bisogna dare atto a De Rita di rappresentare fedelmente il battibecco attualmente in corso fra gli uomini di Chiesa e i media: «Le cose che diciamo non sono adeguatamente valorizzate» — «Non ci dicono niente di significativo». Anche a me dà noia quando al telegiornale, dopo aver dedicato decine di minuti a Berlusconi e Fini o al delitto di Avetrana, riservano solo un paio di minuti a qualche evento ecclesiale pure di una certa importanza. Anche a me dà noia quando la TV ignora 100.000 ragazzi dell’Azione cattolica in Piazza San Pietro, ma dà spazio a qualche decina di esponenti delle “vittime” degli abusi riuniti di fronte a Castel Sant’Angelo. Ma mi chiedo anche che bisogno ci sia che Padre Lombardi vada a “esprimere solidarietà”… Certe volte sembra quasi che ce l’andiamo a cercare (come quando la sera stessa del Concistoro, l’Osservatore Romano fa le anticipazioni sul libro-intervista del Papa: possiamo poi lamentarci che i media non hanno dato spazio al Concistoro?). 

Dunque, irrita anche me l’atteggiamento dei media verso la Chiesa (e ammiro chi, come l’Arcivescovo di New York gliele canta chiare, senza complessi d’inferiorità). Ma non è che questo provochi in me alcun senso di frustrazione. Semmai, mi convinco sempre di piú che chi è maggiormente in crisi in questo momento non è, come crede De Rita, la “cultura cattolica”, quanto piuttosto proprio quella “modernità” con cui la Chiesa dovrebbe riallacciare il dialogo. Se c’è qualcuno che in questo momento sta agonizzando, questo è proprio la modernità.

Personalmente sono d’accordo che la Chiesa debba dialogare con la modernità, ma non certo per poter essere piú “rilevante” (leggi: per poter apparire di piú sui mass media); bensí per salvare qualcosa della modernità irrimediabilmente destinata a morire. Certamente in essa sono presenti valori degni di essere preservati. Esattamente ciò che la Chiesa fece al crollo dell’antichità classica: furono i cristiani a salvare ciò che di meglio quella civiltà aveva saputo esprimere (filosofia, letteratura, arte, diritto, ecc.). 

Per il resto, sono perfettamente d’accordo col Signor Serra. A parte forse l’epoca di Innocenzo III, la Chiesa è stata sempre irrilevante. Eppure, c’è ancora. Dove sono finite tutte quelle civiltà, culture, ideologie, regimi politici, che di volta in volta si presentavano come il nuovo che avrebbe presto rimpiazzato l’antico? Dov’è oggi l’impero romano, dove sono i vari regimi rivoluzionari, dove sono Napoleone, Hitler e Stalin? Siamo proprio convinti che i potenti di oggi siano migliori di quanti li hanno preceduti?

Si dirà: ma il problema è che oggi è la Chiesa stessa a essere in crisi. Ingenui… La Chiesa in passato non era forse in crisi? era forse tutta d’un pezzo? Basta studiare un po’ di storia per accorgersi che la Chiesa in passato ha attraversato crisi, non solo esterne, ma anche interne, molto peggiori di quella attuale. Il problema è che non si tiene conto della natura vera della Chiesa: essa non è una istituzione semplicemente umana, ma divina. Umanamente parlando, essa farà pure acqua da tutte le parti; ma non è questo che ne determina il destino. Ciò che la rende imperitura è la presenza in essa di Cristo risorto, il quale «sacrificato sulla croce piú non muore, e con i segni della passione vive immortale» (prefazio pasquale III).

venerdì 3 dicembre 2010

La crisi (ecclesiale) irlandese

Giorni fa l’Arcivescovo di Dublino Diarmuid Martin ha presieduto la celebrazione del 30° anniversario della morte del Servo di Dio Frank Duff, fondatore della Legione di Maria. Durante la Santa Messa ha tenuto un’omelia che costituisce un’approfondita riflessione sullo stato della Chiesa irlandese. Potete trovare il testo completo dell’intervento sul sito dell’Arcidiocesi di Dublino; ZENIT ne ha riportato ampi stralci in italiano.

Mi sembra importante soffermarsi sulle considerazioni di Mons. Martin, perché dànno un quadro completo della situazione della Chiesa in Irlanda. Negli ultimi anni l’attenzione dei media si è concentrata sullo scandalo degli abusi, una realtà che non può in alcun modo essere negata o anche semplicemente ignorata. Ma sarebbe sbagliato fermare l’attenzione esclusivamente su quel problema: gli abusi sono solo la punta di un iceberg; la crisi, secondo il Primate irlandese, è molto piú profonda.

Permettete, a questo proposito, che porti la mia piccola esperienza. Io avevo sempre nutrito una grande ammirazione per la Chiesa irlandese. Quando ero studente di teologia (negli anni Settanta) — dico la verità — guardavo con una certa invidia ai miei compagni irlandesi, perché erano ancora numerosi, al contrario di quanto avveniva in Italia, dove era già arrivata la crisi delle vocazioni. Successivamente, senza aver mai avuto la possibilità di contatti diretti con l’isola di San Patrizio, continuai a nutrire la convinzione che la Chiesa irlandese godesse di un ottimo stato di salute. Una decina di anni fa ebbi l’occasione di recarmi negli Stati Uniti; una cosa che mi colpí molto fu la cura riservata in America alle liturgie, soprattutto dal punto di vista musicale (fu allora che scoprii la bellezza degli antichi inni inglesi). Feci questa riflessione: visto che la maggior parte dei cattolici americani sono o di origine italiana o di origine irlandese, siccome non possono aver ereditato questa attenzione per la liturgia dall’Italia, certamente essa farà parte del retaggio irlandese. Pensavo: chissà che belle liturgie ci saranno in Irlanda! Non vedevo l’ora di poter verificare di persona. Nel 2003 ebbi la fortuna di trascorrere due mesi nella verde isola per motivi di studio. Quale fu la mia delusione! Non solo non trovai i begl’inni che mi attendevo, ma trovai le chiese semideserte, con poca o punta partecipazione dei fedeli alle celebrazioni; trovai una Chiesa pressoché agonizzante: i seminari vuoti; una secolarizzazione galoppante; la gente interessata esclusivamente al benessere economico (erano gli anni del boom della “tigre celtica”). Quel che mi impressionò maggiormente era che, a differenza dell’Italia, dove bene o male si era fatto un certo cammino di rinnovamento (pur con risultati contraddittori), lí sembrava quasi che non ci fosse stato neppure il minimo tentativo di rinnovamento. In campo liturgico, ritrovavo tutti gli aspetti piú deteriori della Chiesa preconciliare (individualismo, passività, trasandatezza, ecc.). Sembrava quasi che del rinnovamento conciliare si fossero adottati solo gli aspetti piú esteriori e discutibili, come il rilassamento dello stile di vita, l’abbandono dell’abito ecclesiastico da parte di sacerdoti e religiosi, ecc.

Chiesi: ma che è successo? Mi spiegarono che dieci anni prima (quindi durante gli anni Novanta) era cambiato tutto. Il segno piú appariscente di questa crisi fu lo svuotamento, da un giorno all’altro, dei seminari. Mi trovavo a Maynooth, una graziosa cittadina a pochi chilometri da Dublino, dove si trova un enorme seminario, il St. Patrick’s College, che un tempo conteneva centinaia di seminaristi: si era ridotto a essere praticamente l’unico seminario di tutto il paese, con qualche decina di seminaristi (tant’è vero che i locali erano stati utilizzati per un’università cattolica aperta a tutti). Nella stessa città tutti gli istituti religiosi avevano costruito le loro case di formazione (dei bellissimi edifici con tutte le comodità): completamente vuote o destinate a nuovi usi (lo studentato dei Verbiti, dove ero ospite, era stato trasformato in una scuola di inglese per stranieri).

Durante la mia permanenza, osservai molto attentamente la situazione e cercai di trovare una spiegazione a quanto accaduto. Giunsi a questa conclusione, che ora trovo confermata nell’omelia di Mons. Martin («a certain sense of arrogance and power seeking»): mi resi conto che il vero problema della Chiesa irlandese era che fino ad allora essa era stata una Chiesa estremamente potente. Forse proprio per questo non si era preoccupata di almeno tentare una qualche sorta di rinnovamento: perché farlo? che bisogno ce n’era? Nel momento in cui la società irlandese iniziò a cambiare, ovviamente il controllo che vi esercitata la Chiesa entrò in crisi. E, da un momento all’altro, crollò tutto. Allora non si parlava ancora di abusi (o perlomeno io non ne fui in alcun modo informato); ma quando lo scandalo venne a galla, la cosa non mi meravigliò piú di tanto, perché in quel contesto poteva essere facilmente compreso.

Nella sua omelia l’Arcivescovo di Dublino non si limita all’analisi della situazione, ma guarda anche al futuro, alla ricerca di possibili soluzioni. Innanzi tutto, Mons. Martin riconosce la necessità di rinnovamento: «Il rinnovamento è una dimensione essenziale della vita della Chiesa in ogni momento della storia». Ma aggiunge anche che «la Chiesa non sarà mai riformata dall’esterno … Il rinnovamento e la riforma della Chiesa verranno solo dall’interno della Chiesa … Il rinnovamento della Chiesa non consiste in strategie mediatiche o riforme strutturali». E siccome la crisi della Chiesa «non riguarda il ruolo della Chiesa nella società; non riguarda i numeri; ma riguarda la vera natura della fede in Gesú Cristo; riguarda la nostra comprensione del messaggio di Gesú Cristo; riguarda la fede nel Dio rivelato in Gesú Cristo; riguarda la questione fondamentale: chi è Gesú Cristo?», il rinnovamento della Chiesa consisterà nella «volontà di conoscere Gesú e di entrare in una vera amicizia con lui», consisterà nel «conoscere il Padre attraverso l’incontro con Gesú».

Penso proprio che il Primate d’Irlanda abbia colto perfettamente la portata della crisi (una crisi di fede, prima che una crisi morale) e abbia individuato con estrema lucidità la via d’uscita dalla crisi: la conoscenza del Padre che si realizza nell’incontro con Cristo (non si tratta di belle parole, ma della questione essenziale). Credo che, in un momento cosí delicato per gli irlandesi (sia sul piano economico-civile, sia sul piano morale-ecclesiale), si debba essere pienamente solidali con questi nostri fratelli. Le premesse per uscire dalla crisi ci sono tutte; dobbiamo però accompagnarli con la nostra preghiera e la nostra simpatia.

Ma credo pure che la vicenda irlandese dovrebbe insegnare qualcosa a tutti noi: ci insegna che la Chiesa deve essere in uno stato di continuo rinnovamento. Non si può dormire sugli allori, pensando che tutto va bene, che non c’è bisogno di cambiare nulla. Non si può essere soddisfatti delle posizioni raggiunte; non si può confidare sul potere; non ci si può mostrare arroganti. Si deve piuttosto avere sempre la consapevolezza della nostra debolezza e riconoscere umilmente i nostri peccati. Occorre vivere in uno stato di perenne conversione e auto-riforma. Soprattutto, bisogna ricentrare lo sguardo su Cristo, senza il quale non avrebbe nessun senso continuare a dirsi cristiani.

venerdì 26 novembre 2010

“Ognuno è libero di contraddirmi”

Qualcuno dei miei lettori si sarà chiesto come mai finora non ho fatto alcun commento alla pubblicazione del libro-intervista di Benedetto XVI Luce del mondo, che tanto scalpore ha suscitato sui media. Beh, devo confessare che il mio silenzio, solitamente, non è casuale: quando taccio, è perché voglio tacere; è perché preferisco non prendere posizione su determinati argomenti. Anche in questo caso sono stato molto indeciso a intervenire, soprattutto perché c’è di mezzo il Papa. E io, del Papa, ho una concezione piuttosto sacrale: il Papa non può essere criticato; se proprio non si è d’accordo con lui (cosa sempre possibile), si tace.

Che cos’è che in questo caso mi induce a derogare alle mie convinzioni? Il fatto che, nel caso presente, Benedetto XVI, come è stato autorevolmente sottolineato, non ha voluto compiere un atto magisteriale. Nella premessa a Gesú di Nazaret, lui stesso aveva affermato: «Ognuno è libero di contraddirmi». Penso che la stessa libertà valga, a maggior ragione, in questa occasione.

Qualcuno penserà che io voglia contestare al Papa la sua “apertura” sull’uso del profilattico. No, non voglio entrare nel merito delle questioni affrontate nell’intervista. Voglio solo soffermarmi su una questione previa, diciamo cosí “procedurale”. Sarò un po’ all’antica; ma è proprio necessario che il Papa scriva libri e rilasci interviste? Personalmente lo trovo non solo non necessario, ma anche inopportuno. Perché? Perché, scrivendo un libro, il Papa non agisce piú come Papa, ma come semplice teologo (un tempo si sarebbe detto “dottore privato”). Si dirà: che male c’è? Non c’è nessun male; ma nella Chiesa, secondo me, ciascuno deve fare il proprio mestiere: il Papa, il Papa; il teologo, il teologo. Quando poi il Papa rilascia un’intervista, riferisce le sue personali opinioni, certamente autorevoli, ma pur sempre opinioni. E, se devo essere sincero, a me interessa relativamente che cosa pensa il Papa; a me interessa che cosa egli insegna.

Ho l’impressione che con gli ultimi due pontificati si sia persa, almeno in parte, la consapevolezza della peculiarità del ministero petrino: diventando Papa, un uomo in qualche modo cessa di essere ciò che era; il suo nuovo incarico in un certo senso si impossessa della sua persona. Si potrebbe dire che l’eletto diventa “un altro”. Non credo sia un caso che il Papa, all’elezione, cambi nome (questo non avviene per gli altri Vescovi). Non credo fosse un caso che, una volta, il Papa nel parlare non usasse la prima persona singolare (“io”), ma il pluralis maiestatis (“noi”). È ovvio che il Papa continuerà ad avere le sue personali convinzioni; ma queste non interessano piú, devono essere messe da parte. I fedeli non si aspettano da lui di essere aggiornati sulle sue opinioni, ma di essere confermati nella fede. E nel caso di un teologo, come l’attuale Pontefice? Secondo me, dovrebbe sacrificare la sua scienza, per consacrarsi esclusivamente al proprio servizio ecclesiale. Penso che l’ultimo Papa che ha avuto piena coscienza del ruolo che gli era stato affidato fu Paolo VI: aveva certamente le sue idee; un orientamento di grande apertura intellettuale lo aveva sempre contraddistinto; ma, una volta divenuto Papa, fu capace di mettere tutto fra parentesi e di concentrarsi esclusivamente nella difesa del dogma.

Oltre tutto, l’esperienza che stiamo facendo dovrebbe insegnare che si tratta di operazioni estremamente rischiose, che alla fine potrebbero rivelarsi controproducenti. È vero che Benedetto XVI, alla domanda di Padre Lombardi se si rendesse conto di tale rischio, pare abbia risposto con un sorriso. Personalmente però ho l’impressione che, nel suo candore, non sempre si renda perfettamente conto di quanto i figli di questo mondo siano piú scaltri dei figli della luce (Lc 16:8). Proprio nell’intervista, a un certo punto, riferendosi al discorso di Ratisbona, afferma:

«Avevo concepito quel discorso come una lezione strettamente accademica, senza rendermi conto che il discorso di un Papa non viene considerato dal punto di vista accademico, ma da quello politico. Da una prospettiva politica non si considerò il discorso prestando attenzione ai particolari; fu invece estrapolato un passo e dato ad esso un significato politico, che in realtà non aveva».

Questa volta è accaduto lo stesso. Di che cosa hanno parlato i media in questi giorni? Fra le molteplici questioni trattate nel libro, si sono concentrati esclusivamente sul profilattico (esattamente ciò che lui stigmatizza nell’intervista), e anche qui, senza prestare attenzione ai particolari, hanno dato alle sue parole un significato “politico”, che in realtà non avevano. Non che non si possa affrontare la questione, estremamente seria, dell’uso del condom; ma lasciamolo fare ai teologi moralisti. Se lo fa il Papa, inevitabilmente il discorso diventa “politico”.

L’unica differenza fra le due situazioni è che, nel caso di Ratisbona, le sue parole gli attirarono solo critiche; ora, a quanto pare, solo consensi. Ma anche questo dovrebbe suonare come un campanello di allarme. Parole di Benedetto XVI nell’intervista:

«Se avessi continuato a ricevere soltanto consensi, avrei dovuto chiedermi se stessi veramente annunciando tutto il vangelo».

Il Papa non me ne voglia; ma, se ci siamo presi la libertà di sollevare qualche perplessità, è perché gli vogliamo bene.

mercoledì 24 novembre 2010

Sinodo o Concistoro?

La “giornata di preghiera e di riflessione”, svoltasi venerdí scorso in preparazione al Concistoro di sabato, ha stimolato in me alcune considerazioni su come si potrebbe attuare il principio di “sinodalità” nella Chiesa latina. Sappiamo che tale principio è al centro delle discussioni fra la Chiesa cattolica e le Chiese ortodosse: in queste ultime (come del resto nelle Chiese orientali cattoliche), accanto alla figura del Patriarca, esiste sempre un “Sinodo patriarcale”. A tale assemblea spettano fondamentalmente il potere legislativo e quello giudiziario, oltre che l’elezione del Patriarca (cf CCEO, can. 110).

In Occidente, come sappiamo, si è sviluppato soprattutto il principio del primato (esercitato dal Romano Pontefice) ed è rimasto nell’ombra, pur senza mai scomparire, quello della sinodalità. (Preferisco parlare di “sinodalità”, piuttosto che di “collegialità”, perché quest’ultima è sempre rimasta viva nella Chiesa cattolica, sia nella forma conciliare — cosa che invece non è piú avvenuta nelle Chiese ortodosse — sia in particolare circostanze, come la definizione dei dogmi di fede).

Con il Concilio si è cercato in qualche modo di ripristinare il principio della sinodalità nella Chiesa cattolica. Fu per questo che Paolo VI nel 1965 istituí il “Sinodo dei Vescovi”, che è poi entrato a far parte in maniera definitiva dell’organizzazione della Chiesa con il Codice di diritto canonico del 1983. 

A quasi 50 anni dalla sua istituzione, dopo dodici assemblee generali ordinarie, due assemblee generali straordinarie e una decina di assemblee speciali, penso che sia giunto il momento di procedere a una valutazione. Personalmente ho l’impressione che si sia dato vita a una sorta di “pachiderma” che si muove a stento e che non produce i risultati sperati. A intervalli piú o meno regolari (tre o quattro anni, senza contare le assemblee speciali) si mette in moto una procedura piuttosto macchinosa: si inizia con i lineamenta, che vengono sottoposti all’esame delle Chiese locali; con le osservazioni da queste inviate si elabora il cosiddetto instrumentum laboris; su questo si svolge l’assemblea vera e propria, che consiste in una serie di relazioni (solo recentemente è stata introdotta la possibilità di dibattito), che poi devono confluire in un elenco di propositiones da presentare al Papa, il quale, dopo un notevole lasso di tempo, emana una “esortazione apostolica post-sinodale”. E, diciamo la verità, tali esortazioni apostoliche lasciano un po’ il tempo che trovano, e vengono presto dimenticate.

Forse non è stata una grande idea l’istituzione di un Sinodo di questo tipo. Probabilmente ci vorrebbe qualcosa di piú stabile (una sorta di “sinodo permanente”, che non richieda ogni volta l’elezione dei membri da parte delle Conferenze episcopali) e, allo stesso tempo, piú agile (che non abbia bisogno di oltre un anno di preparazione; che possa svolgersi in tempi ragionevoli; che non debba attendere due anni per vedere pubblicate le proprie conclusioni).

Mi frullava per la mente: si potrebbe pensare a una sorta di “Sinodo dei Metropoliti”, cioè di tutti gli Arcivescovi a capo delle diverse province ecclesiastiche; ma, in tal caso, il numero dei partecipanti supererebbe i cinquecento: altro che “pachiderma”! Ciò che è avvenuto la settimana scorsa mi ha fatto allora pensare: che bisogno c’è di inventare nuove forme di sinodalità quando esiste già un organismo che, se fatto funzionare a dovere, risponderebbe perfettamente alle esigenze di comunione e di partecipazione, sempre esistite nella Chiesa e particolarmente sentite ai nostri giorni? 

Attualmente sembrerebbe che il Sacro Collegio abbia come sua unica competenza l’elezione del Papa, ma il diritto canonico a tale compito ne aggiunge un altro: «I Cardinali assistono il Romano Pontefice … agendo collegialmente quando sono convocati insieme per trattare le questioni di maggiore importanza» (can. 349). Oltretutto, essendo ora presenti nel Collegio cardinalizio Vescovi provenienti da ogni parte della Chiesa, esso risponde adeguatamente alle esigenze di rappresentatività dell’Episcopato mondiale.

Non c'è quindi bisogno di modificare l’attuale legislazione; il “sinodo” della Chiesa latina esiste già: il Collegio cardinalizio riunito in Concistoro. Basterebbe dargli nuovo impulso ed eventualmente nuove prerogative. Si potrebbe pensare di riunirlo a scadenze regolari (per esempio ogni anno) e sottoporre ad esso tutte le questioni di una certa rilevanza. L’attuale Sinodo dei Vescovi potrebbe invece essere convocato, senza regolarità fissa, per affrontare questioni particolari, soprattutto a carattere locale (come è avvenuto recentemente con il Sinodo per il Medio Oriente).

sabato 20 novembre 2010

Mater divinae Providentiae



Oggi i Barnabiti celebrano la festa della B. V. M. “Madre della divina Provvidenza”. Tale devozione ebbe inizio a Roma, nella chiesa di San Carlo ai Catinari, nel Settecento. Di lí essa si è diffusa nel mondo, in tutti i luoghi dove sono presenti i Barnabiti, che hanno dedicato a lei altari, cappelle, chiese, case religiose e istituti scolastici. Nella camera di ogni Barnabita, in ogni chiesa da loro officiata e in ogni aula delle loro scuole è presente la sua immagine. Non pochi istituti religiosi l’hanno scelta come loro celeste patrona. Dinanzi a lei, nel suo santuario romano, si sono inginocchiati i pontefici, da Pio VII a Giovanni Paolo II.

Stamattina, dovendo preparare l’omelia della Messa per gli alunni della scuola media, e volendo spiegare loro che cosa fosse la Provvidenza divina ho preso il Compendio del Catechismo della Chiesa cattolica. Vi ho trovato una spiegazione ineccepibile:

«[La Provvidenza] consiste nelle disposizioni, con cui Dio conduce le sue creature verso la perfezione ultima, alla quale Egli le ha chiamate. Dio è l’autore sovrano del suo disegno. Ma per la sua realizzazione si serve anche della cooperazione delle sue creature. Allo stesso modo, dona alle creature la dignità di agire esse stesse, di essere causa le une delle altre» (n. 55).

Non c’è che dire. Ma, mi son chiesto, che cosa capiranno i miei ragazzi? Dopo un attimo di incertezza, ho chiuso il Compendio e ho ripreso il vecchio Catechismo della dottrina cristiana di San Pio X, il quale, fra le “prime nozioni della fede cristiana”, affermava:

«Dio ha cura e provvidenza delle cose create, e le conserva e dirige tutte al proprio fine, con sapienza, bontà e giustizia infinita» (n. 12).

E cosí mi son deciso a spiegare la Provvidenza alla vecchia maniera, perché mi sembrava piú semplice. 

venerdì 19 novembre 2010

Legge sulla blasfemia!?

Non voglio entrare nel merito della discussa “legge sulla blasfemia”, in base alla quale è stata condannata a morte in Pakistan Asia Bibi (speriamo che la mobilitazione internazionale in atto riesca a fermare l’esecuzione della condanna). Mi voglio solo soffermare brevemente sull’espressione che viene usata: “blasfemia”. Con l’uso di tale espressione, inesistente in italiano, dimostriamo quanto siamo diventati “anglodipendenti” e, allo stesso tempo, la nostra ignoranza della lingua inglese.

Appare evidente che “legge sulla blasfemia” non sia altro che un maldestro tentativo di traduzione dell’espressione inglese “blasphemy law”. Capisco che, in certi casi, occorre tradurre frettolosamente fonti di agenzia; ma basterebbe la consultazione di un qualsiasi dizionario (anche tascabile) per sapere che blasphemy in inglese significa semplicemente “bestemmia”. 

Ma quel che è peggio è il modo in cui si pronuncia la parola “blasfemia”. Udito con i miei orecchi in TV: blasfemía! Si dirà: ma questa è la pronuncia greca del termine. Già, ma si dà il caso che l’italiano non derivi dal greco, bensí dal latino (e anche i termini di origine greca gli arrivano attraverso il latino). E in latino blasphemĭa si legge per l’appunto blasfèmia.

Si sente proprio il bisogno di introdurre un neologismo? Benissimo; visto che esso esiste già da secoli in latino, possiamo tranquillamente adottarlo. Ma, per lo meno, pronunciamolo alla latina!

giovedì 18 novembre 2010

Il crittogramma di Subirachs

In occasione della dedicazione della basilica della Sagrada Familia a Barcellona, cercando su internet informazioni sull’opera di Gaudí, mi sono imbattuto in un misterioso “crittogramma” posto sulla facciata della passione. 


Si tratta del quadrato magico di Josep Maria Subirachs Sitjar, che è a sua volta la modifica del quadrato magico di Albrecht Dürer (sui quadrati magici si può vedere utilmente la scheda di Wikipedia). Mentre nel quadrato di Dürer sono presenti tutti i numeri da 1 a 16 e la somma dei numeri di ciascuna riga, colonna e diagonale è 34, nel crittogramma di Subirachs non sono presenti i numeri 12 e 16 (mentre i numeri 10 e 14 sono ripetuti due volte) e il risultato della somma dei numeri di ciascuna riga, colonna e diagonale è 33, gli anni della vita di Gesú.


Ho trovato scritto da qualche parte che ci sono 310 combinazioni che dànno come risultato 33. Non lo escludo, se per combinazione si intende qualsiasi tipo di successione di quattro dei quattordici numeri presenti nel quadrato. Ma, cercando solo combinazioni che rispettino un qualche ordine, io, insieme con i miei alunni, ne ho trovate soltanto 32. Possibile che non se ne riesca a trovare almeno un’altra, la trentatreesima?


martedì 16 novembre 2010

Continuità, discontinuità o progresso nella continuità?

Il signor Benedetto Serra mi chiede un parere sul post, apparso ieri sul blog Liturgia Opus Trinitatis, riguardante la colletta della Messa di Sant’Alberto Magno. In quel post Padre Augé faceva notare le differenze fra l’orazione del Messale del 1962 e quella presente nel Messale rinnovato. Può essere utile riportarle entrambe:

«Deus, qui beatum Albertum, Pontificem tuum atque Doctorem, in humana sapientia divinae fidei subjicienda magnum effecisti: da nobis, quaesumus, ita ejus magisterii inhaerere vestigiis, ut luce perfecta fruamur in caelis» (Messale 1962);

«Deus, qui beatum Albertum episcopum in humana sapientia cum divina fide componenda magnum effecisti, da nobis, quaesumus, ita eius magisterii inhaerere doctrinis, ut per scientiarum progressus ad profundiorem tui cognitionem et amorem perveniamus» (Messale 1970-2002).

Padre Augé si pone la domanda (è il titolo del post): “Continuità, discontinuità o progresso nella continuità?”. E nel post sembrerebbe optare per la discontinuità: «Ecco un caso tipico in cui i due Messali esprimono due teologie diverse, due “comprensioni” della fede diverse».

Che dietro i due testi ci siano diverse sensibilità, mi pare che non lo si possa negare. Vogliamo chiamare tali “sensibilità” «due teologie diverse, due “comprensioni” della fede diverse»? Non è un problema; lo si può fare tranquillamente. Ma questo significa che ci troviamo di fronte a un caso di “discontinuità”? Non lo credo: quando oggi parliamo di continuità e discontinuità non ci riferiamo tanto alle sensibilità, alle teologie o alle “comprensioni” della fede; ci riferiamo piuttosto alla sostanza della fede stessa. Le teologie possono variare, e di fatto variano, a seconda dei tempi e dei luoghi; esse sono necessariamente condizionate dalla cultura e dalla sensibilità proprie di ciascuna epoca e di ciascun popolo. Ciò che invece non deve mutare è il depositum fidei.

Bene, nella fattispecie, c’è stato un mutamento dottrinale? Direi proprio di no. Nel Messale preconciliare si diceva che Sant’Alberto divenne grande (“Magno”) nel sottomettere la sapienza umana alla fede divina; nel Messale attuale si afferma invece che egli divenne grande nel comporre (= mettere insieme) quelle due virtú. C’è contraddizione fra i due modi di esprimersi? Non mi sembra. Fra i due verbi, ce n’è uno giusto e uno sbagliato? Non direi; entrambi sono corretti. Quale è meglio usare? A questo punto entrano in gioco le diverse sensibilità: un tempo si preferiva affermare — correttamente — che la ragione deve sottomettersi alla fede; oggi si preferisce dire — altrettanto correttamente — che ragione e fede devono armonizzarsi fra loro. Ecco, ho l’impressione che questo caso specifico ci faccia capire molto bene che cosa ha realmente fatto il Concilio Vaticano II: lasciando immutata la dottrina, ha mutato il linguaggio, dal momento che nel frattempo era mutata la sensibilità dell’uomo contemporaneo. Un’operazione, dunque, esclusivamente pastorale.

Che cosa rispondere dunque alla domanda: “Continuità, discontinuità o progresso nella continuità?”. Non so se in questo caso si possa parlare di reale progresso nella continuità. Forse si tratta, molto piú semplicemente, di continuità nell’apparente discontinuità.

sabato 13 novembre 2010

Il nuovo Messale italiano

Finalmente è giunta, dalla 62ª Assemblea generale della CEI che si è svolta nei giorni scorsi ad Assisi, la risposta alla domanda che ci eravamo posta piú volte: a che punto siamo con la traduzione italiana della terza edizione del Missale Romanum? I Vescovi, nel corso della loro riunione, hanno approvato una parte del materiale (il resto verrà esaminato nella prossima assemblea del maggio 2011). Mercoledí scorso Mons. Alceste Catella, presidente della Commissione episcopale per la liturgia, ha tenuto sulla questione una conferenza stampa, di cui ha riferito Avvenire (si veda, nell’archivio storico, il numero di giovedí 11 novembre 2010, a p. 23).

Naturalmente, la notizia non può che farmi piacere: finalmente, dopo otto anni, qualcosa comincia a muoversi. Mi dispiace però che la cosa, come al solito, venga banalizzata. Leggetevi il resoconto di Avvenire. Che cosa si dice? Praticamente si dice: state tranquilli, non cambierà nulla (casomai ci fosse qualcuno che tema una qualche forma di restaurazione); al massimo “potrebbero” cambiare il Gloria (dove si potrebbe dire in futuro: «e pace in terra agli uomini che egli ama») e il Padre nostro (dove c’è la possibilità che si dica: «non abbandonarci alla tentazione»), per uniformarsi alla nuova traduzione della Bibbia.

Spero che Mons. Catella non si sia limitato a dire simili banalità (anche se capisco che bisogna in qualche modo adeguarsi agli standard sempre riduttivi dell’informazione). Spero che abbia illustrato l’importanza di questa nuova edizione del Messale in ordine a una celebrazione qualitativamente migliore della liturgia. In ogni caso, pur rimanendo nell’ambito degli esempi portati, avrei qualche dubbio che la Santa Sede possa acconsentire a certe modifiche (sebbene si debba riconoscere che la CEI ha sempre goduto, presso i dicasteri vaticani, di una “corsia preferenziale”, che le ha permesso di far approvare anche cose alquanto discutibili). Perché nutro dei dubbi? Perché, considerando la nuova edizione inglese del Messale, vedo che non si è affatto andati nella direzione auspicata da Mons. Catella (e, ritengo, dalla maggioranza dell’Episcopato italiano).

Nel Gloria la vecchia versione inglese diceva: «Glory to God in the highest, and peace to his people on earth» (dove gli “uomini di buona volontà” erano semplicemente diventati il “suo popolo”). Ci si sarebbe potuti aspettare che nella nuova traduzione adottassero l’espressione usata della New American Bible (ufficiale per l’uso liturgico negli Stati Uniti): «… and on earth peace to those on whom his favor rests»; oppure quella usata nella Jerusalem Bible (adottata in Gran Bretagna): «… and peace to men who enjoy his favor»; o quella della Revised Standard Version (utilizzata in altri paesi di lingua inglese): «… and on earth peace among men with whom he is pleased». E invece, come ti vanno a tradurre la frase iniziale del Gloria? «Glory to God in the highest, and on earth peace to people of good will». Ovviamente non hanno usato la parola “men” (diventata ormai impronunciabile nel mondo anglosassone, a causa del cosiddetto linguaggio inclusivo), ma “bonae voluntatis” l’hanno tradotto, letteralmente, “of good will”. Oibò, stai a vedere che i traduttori dell’ICEL (International Commettee on English in the Liturgy) non sono abbastanza aggiornati sulle ultime scoperte della scienza esegetica. O non sarà piuttosto che i nostri liturgisti non si siano resi conto che il Gloria non è una pagina del Vangelo, ma un inno liturgico, che, pur ispirandosi al Vangelo, vive ormai da qualche secolo di vita propria? I nostri liturgisti sembrerebbero non essersi avveduti che il Gloria è stato sempre diverso anche dalla Volgata («Gloria in altissimis Deo…»), e che, nella riforma liturgica, nessuno ha pensato di adeguarlo alla Neovolgata («Gloria in altissimis Deo, et super terram pax in hominibus bonae voluntatis»).

Quanto al Padre nostro, nella nuova traduzione inglese del Messale avrebbero potuto adottare la versione cosiddetta “ecumenica”, che pure viene attualmente utilizzata in alcuni paesi. In tale versione (nella quale ci si rivolge a Dio col moderno “you”, anziché con l’arcaico “thou”) «et ne nos inducas in tentationem» viene reso, piú modernamente, con «do not bring us to the test». E invece, anche in questo caso, si è preferito conservare la formula tradizionale «and lead us not into temptation» (anzi, a quanto ne so,  d’ora in poi ci si dovrà conformare ovunque a tale formula).

L’articolo di Avvenire si apre con l’affermazione che «non sono previsti cambiamenti per le risposte dei fedeli durante la Messa». Siamo proprio cosí sicuri? Anche in questo caso, un paragone col nuovo Messale inglese potrebbe farci pensare il contrario. Un esempio: la risposta dei fedeli alla comunione era: «Lord, I am not worthy to receive you, but only say the word and I shall be healed». Adesso sarà: «Lord, I am not worthy that you should enter under my roof, but only say the word and my soul shall be healed». Perché dunque l’attuale «O Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa: ma di’ soltanto una parola e io sarò salvato» non potrebbe trasformarsi in un piú letterale (in tal caso, sí, adottando la traduzione di Mt 8:8): «O Signore, non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di’ soltanto una parola e l’anima mia sarà guarita»? Viene forse usata qualche espressione incomprensibile? Forse che non sia possibile cogliere la metafora del “tetto”? O forse non va piú di moda parlare di “anima”? Tra l’altro, traducendo con “anima”, si eviterebbe alle donne l’imbarazzo di dire “sarò salvato”.

Per fortuna, ci si rende conto che l’ultima parola spetterà alla Santa Sede. Sperando che, nel frattempo, siano state abolite le corsie preferenziali…

domenica 7 novembre 2010

Una traduzione fedele

Finora, nei miei interventi sulla nuova traduzione della CEI non ho fatto altro che lamentarmi. Questa volta, invece, non posso che rallegrarmi. Mi riferisco alla seconda lettura della Messa di questa XXXII domenica “per annum”: 2 Tessalonicesi 2:16—3:5.

Finora il versetto 3:1 suonava: «Per il resto, fratelli, pregate per noi, perché la parola del Signore si diffonda e sia glorificata come lo è anche tra voi». La nuova versione lascia tutto immutato fuorché un verbo: anziché “si diffonda”, traduce letteralmente “corra” (in greco: τρέχῃ). Stupendo! Pregate, fratelli, perché la parola di Dio corra… Si dirà: beh, ma che vuol dire? non significa, appunto, che essa si deve diffondere? Sí, ma volete mettere? È un’altra musica. O, per lo meno, questo è ciò che ha scritto Paolo. Ed è giusto che anche i lettori moderni possano non solo percepire un concetto (che la parola di Dio si diffonda…), ma possano anche gustare le parole con cui Paolo ha voluto esprimere quel concetto, parole che aggiungono a quel concetto una carica emotiva che in sé stesso non possiede. La vita non è fatta solo di idee, ma anche di immagini, sensazioni, impressioni… Perché defraudare la Scrittura della sua ricchezza? Qualcuno risponderà: per renderla piú intelligibile; per facilitare all’uomo d’oggi la sua comprensione. Ma perché, pensate che l’uomo d’oggi non sia in grado di cogliere il senso della metafora del “correre” applicata alla parola di Dio? Lo credete cosí idiota?

Questo caso dimostra come, in fondo, sarebbe facile tradurre fedelmente la Bibbia: basterebbe tradurla letteralmente. Nel testo originale c’è scritto “corra”? Si traduce con “corra”. Perché cambiarlo? Perché andare a cercare altre espressioni, che finiscono per essere inevitabilmente una interpretazione soggettiva? Mi chiedo allora: se è stato possibile, ed è stato cosí semplice, correggere in senso positivo la vecchia traduzione in questo passo, perché non lo si è fatto anche altrove? È buona norma, quando ci si accinge a un lavoro di questo genere, stabilire all’inizio i criteri che si seguiranno durante il lavoro, e poi sforzarsi di applicarli con una certa uniformità. È chiedere troppo?

mercoledì 3 novembre 2010

IOR, trasparenza e... prudenza

Ormai non sono piú un ragazzo; gli anni continuano a passare. Fra i tanti inconvenienti dell’età che avanza, ci sono anche alcuni vantaggi: l’esperienza permette di guardare con un certo disincanto alle vicende della vita. Pensate alla politica: di tempo in tempo si presentano nuovi uomini e movimenti politici che ci promettono mari e monti; messi alla prova, dimostrano poi di essere in tutto e per tutto simili, se non peggiori di quanti li hanno preceduti.

Lo stesso sentimento di distacco provo in questi giorni a proposito dello IOR (l’Istituto per le Opere di Religione, la banca vaticana). Senza contare le vicende di anni lontani, di cui sono stato informato da altri che le avevano vissute, limitandomi a ciò che posso ricordare personalmente, sono stato testimone piú volte di annunciate radicali riforme dell’Istituto, sistematicamente risoltesi in un nulla di fatto (tanto che si è poi sentita l’esigenza di una successiva, ulteriore riforma). Per cui, quando sento proclami che d’ora in poi tutto cambierà, non ci credo piú, perché so che tutto rimarrà come prima. Né la cosa mi scandalizza piú di tanto, perché sono giunto alla conclusione che il mondo va, e sempre andrà, come deve andare. 

Per questo, quando assunse la presidenza dello IOR Ettore Gotti Tedeschi, accolsi con una certa diffidenza i suoi propositi di svolta radicale nella gestione dell’Istituto. La Procura di Roma si è poi incaricata di dimostrare che le cose non stanno propriamente andando nel senso preannunciato dal presidente dello IOR. Naturalmente ci si giustifica adducendo come motivo gli effetti negativi delle passate gestioni.

È ovvio che tale tipo di giustificazione inevitabilmente provoca la reazione di chi è stato responsabile di quelle gestioni. È esattamente ciò che è avvenuto in questi giorni (si veda l’articolo di Repubblica del 1° novembre). L’ex-presidente dello IOR, Angelo Caloia, non ha gradito molto le esternazioni di Gotti Tedeschi e ha chiesto che gli sia data la possibilità di replicare alle sue insinuazioni dalle colonne dell’Osservatore Romano. Una richiesta — mi pare — piú che legittima. Spero vivamente che la direzione del giornale vaticano dia a Caloia la possibilità di fornire la sua versione dei fatti.

Gotti Tedeschi non si è dimostrato molto prudente in questa vicenda. Ma mi sembra che si sia dimostrato altrettanto imprudente nel promettere totale “trasparenza” nella gestione della banca vaticana. Ormai è diventata una moda parlare di trasparenza; ma il piú delle volte non ci si rende conto delle conseguenze che ciò può comportare. Tanto è vero che, nel medesimo articolo di Repubblica, si parla di una corsa ai ripari per tutelare una piú che legittima privacy. Ho l’impressione che talvolta non si considerino i risvolti di quel che si dice; sembra che si faccia di tutto per compiacere i media, adottandone il linguaggio; ma poi ci si accorge che, una volta imboccata quella strada, non si sa dove si va a finire. È dell’altro giorno la notizia che un gruppo di sopravvissuti all’Olocausto hanno chiesto all’Unione Europea che si indaghi sull’eventualità che lo IOR abbia svolto un ruolo nel trasferimento dei beni rubati dai nazisti ai deportati nei campi di concentramento (si veda l’articolo su La Stampa).

Prima di riempirci la bocca di certe espressioni (e, conseguentemente, adottare un determinato sistema di valori) prudenza vorrebbe che si riflettesse un attimino sul significato, l’origine e il fine di quelle espressioni. La “trasparenza”, che io sappia, non rientra fra le virtú umane e cristiane; si tratta di un “valore” di recente creazione. Se voi andate a cercare in un dizionario anche solo di qualche anno fa, non troverete il significato che noi diamo oggi a tale parola. Probabilmente l’idea di trasparenza ha cominciato a diffondersi al tempo di Gorbacev (già questo dovrebbe farci riflettere: la glasnost, una volta usata per smantellare il sistema sovietico, fu velocemente messa da parte). Ho l’impressione che la trasparenza venga reclamata solo quando ci si propone un preciso obiettivo (si pensi, per esempio, all’insistenza sulla trasparenza durante la campagna contro la pedofilia nella Chiesa). Un altro aspetto da considerare, poi, è che chi rivendica trasparenza è in genere il primo a non praticarla. Un esempio: gli ebrei continuano a chiedere l’apertura degli archivi vaticani sul pontificato di Pio XII, ma poi in Israele prolungano di venti anni il periodo di secretazione dei loro documenti (si veda l’articolo su Haaretz). Voglio dire: noi spesso siamo un po’ ingenui, e non ci accorgiamo che la richiesta di trasparenza, solitamente, nasconde secondi fini. Eppure Gesú ci aveva messi in guardia: «I figli di questo mondo verso i loro pari sono piú scaltri dei figli della luce» (Lc 16:8).

Che si debba parlare di giustizia e di onestà o anche, piú semplicemente, di correttezza e di rigore, sono d’accordo; ma quando si incomincia a parlare di “trasparenza”, meglio stare accorti. Se invece di farci belli con espressioni oggi alla moda, pensassimo a praticare la vecchia virtú della prudenza, forse faremmo meglio.

domenica 31 ottobre 2010

Il gioco delle parti

Ho l’impressione che abbiano avuto poca risonanza le rivelazioni fatte dal Vescovo Bernard Fellay in una recente conferenza alla Angelus Press (la casa editrice della FSSPX negli Stati Uniti), in occasione del 40° anniversario della fondazione della Fraternità. Ne ha riferito Brian McCall su The Remnant (traduzione italiana di ampi stralci dell’articolo su Messainlatino.it; a chi conosce l’inglese non posso che consigliare la lettura diretta dell’originale). Io, da parte mia, non faccio che ripensarci; perché tali rivelazioni sovvertono completamente l’idea che ci eravamo fatta della situazione. Finora pensavamo che la Fraternità fondata da Mons. Lefebvre, da quando questi aveva ordinato illecitamente quattro Vescovi, non fosse piú in piena comunione con la Chiesa cattolica. Sapevamo pure che l’attuale Pontefice ha molto a cuore una riconciliazione con i lefebvriani, e per questo ha, prima, liberalizzato la celebrazione della Messa tridentina; ha poi revocato la scomunica ai quattro Vescovi; ha infine iniziato una serie di colloqui volti a superare le divergenze dottrinali e favorire cosí la riconciliazione. Ma, stando alla nota della Segreteria di Stato del 4 febbraio 2009, sapevamo pure che la FSSPX «non gode di alcun riconoscimento canonico nella Chiesa cattolica» e che, di conseguenza, i quattro Vescovi non esercitano lecitamente il loro ministero (lo stesso si poteva pensare dei sacerdoti della Fraternità, illecitamente ordinati da quei Vescovi).

Ed ecco che Mons. Fellay ci rivela che non è vero niente; che la realtà è completamente diversa. Con ciò non voglio dire che non credo al Superiore generale della FSSPX; non c’è nessun motivo per mettere in dubbio le sue parole; quel che racconta non solo è pienamente verosimile, ma è, anzi, l’unica spiegazione plausibile per tanti aspetti che finora rimanevano incomprensibili. Ma la cosa è talmente grossa, che io — confesso — sono rimasto sconvolto. Non che quanto rivelato mi dispiaccia (semmai, conferma la mia posizione sulla questione); rimango però stupefatto dalla duplicità della Santa Sede. Probabilmente, il primo a essere stupefatto è proprio Mons. Fellay, il quale è giunto a concludere che la Santa Sede abbia adottato una politica bifronte in seguito a tutta una serie di esperienze fatte in questi anni. 

Le prove che porta sono fondamentalmente tre. La piú convincente mi sembra la prima, riguardante la giurisdizione per l’ascolto delle confessioni: quando i sacerdoti della Fraternità ricorrono alla Santa Sede per i casi riservati, questa non ha nulla da eccepire e concede loro il potere di assolvere, riconoscendo cosí indirettamente la validità delle loro assoluzioni. Personalmente trovo tale argomento fortissimo anche perché dimostra un riconoscimento della Santa Sede da parte della Fraternità: i suoi sacerdoti non si arrogano poteri che non hanno, ma — va detto a loro onore — ricorrono alla Sede Apostolica come farebbe qualsiasi altro sacerdote cattolico.

La seconda prova non mi sembra che abbia grande valore. Mi pare ovvio che se un sacerdote (validamente ordinato) lascia la FSSPX per entrare in una diocesi o in un istituto o in una società che godono di riconoscimento canonico, la Santa Sede lo può tranquillamente dispensare da eventuali irregolarità e impedimenti all’esercizio del ministero. È diverso il caso degli Anglicani: in tal caso la Chiesa non riconosce la validità dei loro ordini, e perciò è necessario essere riordinati per poter svolgere il ministero.

Interessante anche la terza prova, quella di un “riconoscimento temporaneo” della Fraternità, concesso, nel marzo 2009, in cambio dello spostamento delle ordinazioni dalla Germania in Svizzera. La cosa, per quanto possa apparire bizzarra, ha un suo senso. Soprattutto perché, anche in questo caso, si è trattato di un reciproco riconoscimento: la Santa Sede ha riconosciuto la validità e la liceità di quelle ordinazioni; la FSSPX ha riconosciuto l’autorità della Santa Sede, acconsentendo alla richiesta che le veniva rivolta.

Nell’ambito di questa terza rivelazione risulta abbastanza stupefacente l’affermazione attribuita a un porporato vaticano (tutto porta a pensare che si tratti del Card. Castrillón Hoyos), secondo cui il Papa non avrebbe condiviso quanto ufficialmente dichiarato nella nota della Segreteria di Stato del 4 febbraio 2009. Non che una cosa del genere non possa accadere (anzi, ci credo senza esitazioni); ma, secondo me, una cosa del genere non dovrebbe accadere. Ora, se è accaduta, perché è accaduta?

La risposta che azzarda Mons. Fellay è che il Papa non è libero di procedere al riconoscimento della Fraternità ed è costretto a seguire una politica bifronte, perché è condizionato dall’opposizione di alcuni episcopati. A questo proposito, mi permetto di far notare (non ho capito bene se ne abbia parlato Mons. Fellay o se sia una deduzione dell’articolista) che la collegialità in questo caso non c’entra nulla. La collegialità è una cosa seria; non può essere confusa con una subdola opposizione di qualche conferenza episcopale al volere del Santo Padre. Di che cosa si tratta? E qui veniamo alla rivelazione secondo me piú esplosiva della conferenza.

A quanto pare, già nel 2005 Benedetto XVI avrebbe avuto intenzione di risolvere la partita con i lefebvriani erigendo per loro una amministrazione apostolica. Pare che il decreto fosse già pronto e avesse solo bisogno di qualche ritocco giuridico. A questo punto sembra che si sia mosso l’episcopato tedesco per bloccare il progetto (minacciando qualcosa?). Sta di fatto che non se ne fece nulla e si passò a quello che ha tanto l’aria di essere un piano alternativo, che è poi ciò che tutti conosciamo: motu proprio Summorum Pontificum, revoca della scomunica, colloqui dottrinali (devo dire sinceramente che, secondo me, tale piano alternativo si è rivelato molto piú problematico di quello originario).

Che il grosso ostacolo alla libertà di azione di Benedetto XVI fosse costituito dagli episcopati di lingua tedesca, lo si era capito da un pezzo. Ma che si fosse arrivati a questo punto, non lo avrei mai sospettato. Ora, stando cosí le cose, c’è da pensare che con questo Papa non si arriverà mai a una soluzione della questione lefebvriana. Si dovrà aspettare un Papa libero da condizionamenti etnici (vedete che, tutto sommato, l’essere italiano per un Papa aveva i suoi vantaggi…) e, nel frattempo, andare avanti con l’attuale “gioco delle parti”.

Direi però che, nel frattempo, qualche cosa si potrebbe fare. Certamente, come ci ricorda Brian McCall e come lo stesso Benedetto XVI aveva chiesto all’inizio del pontificato, dobbiamo pregare per il Papa, perché il Signore non lo faccia fuggire di fronte ai “lupi”. Ma, oltre a questo, direi che un po’ piú di chiarezza non guasterebbe. Sono d’accordo che in certe situazioni bisogna dare un colpo alla botte e un colpo al cerchio: chi ha una responsabilità non può sempre seguire il proprio istinto, ma deve necessariamente tener conto di tutte le parti in gioco. Non è possibile, per ricucire uno strappo, provocarne uno maggiore. Però non penso che giovino a nessuno le sceneggiate. Io non so se il riferimento di McCall al film A Man for All Seasons sia solo un tentativo personale di interpretazione o se effettivamente esso descriva la realtà. In ogni caso, penso che, se non è possibile oggi giungere a un riconoscimento de jure della FSSPX, ci potrebbero perlomeno essere risparmiate le note della Segreteria di Stato a cui non crede neppure il Papa. In certi casi, sarebbe meglio il silenzio.

Se poi è vero che la FSSPX, a sua volta, riconosce di fatto l’autorità della Santa Sede, anch’essa farebbe bene a evitare certe sterili polemiche (che a questo punto appaiono pura accademia) e a concentrarsi sulla preghiera, lo studio e l’apostolato svolto in piena comunione col Santo Padre. Sapendo che il Papa apprezza il loro lavoro, i lefebvriani dovrebbero, secondo me, ricambiare tale fiducia sostenendo con tutte le forze la sua azione, senza creargli inutili difficoltà.

mercoledì 27 ottobre 2010

Traduzioni edulcorate

Prima lettura della Messa di oggi: Efesini 6:1-9. Finora il v. 5 suonava: «Schiavi, obbedite ai vostri padroni secondo la carne con timore e tremore, con semplicità di spirito, come a Cristo». Una traduzione letterale, abbbastanza fedele al testo originale (Οἱ δοῦλοι, ὑπακούετε τοῖς κατὰ σάρκα κυρίοις μετὰ φόβου καὶ τρόμου ἐν ἁπλότητι τῆς καρδίας ὑμῶν ὡς τῷ Χριστῷ). La nuova versione CEI invece ci fa ora leggere: «Schiavi, obbedite ai vostri padroni terreni con rispetto e timore, nella semplicità del vostro cuore, come a Cristo». La nuova traduzione in un punto migliora la precedente: invece di “con semplicità di spirito”, rende, piú letteralmente, con “nella semplicità del vostro cuore”. Sembrerebbe dunque che uno dei criteri seguiti sia quello di una maggiore fedeltà al testo originale. E invece, che cosa succede? I “padroni secondo la carne” (che sarà pure un’espressione non usuale nel linguaggio corrente, ma certo di non impossibile comprensione) diventano “padroni terreni”. Si potrebbe discutere sull’opportunità di rimpiazzare quell’espressione “secondo la carne”, cosí comune nella Bibbia; ma passi (del resto anche la Volgata aveva reso con una certa libertà questo passo: «oboedite dominis carnalibus»).

Ciò che risulta assolutamente incomprensibile è invece l’annacquamento dell’espressione seguente (“con timore e tremore”), che diventa uno slavato “con rispetto e timore”. Notate: il “timore” si trasforma in “rispetto”, ma, al tempo stesso, inaspettatamente si sostituisce al “tremore”. Mi chiedo: perché mettere le mani su una formula fissa, ricorrente nella Bibbia, che semmai andrebbe spiegata, non alterata? San Paolo la usa diverse volte: oltre che qui, in 1 Cor 2:3; 2 Cor 7:15; Fil 2:12. Giustamente, la TOB nel presente passo annota: «Espressione biblica che designa una situazione in cui l’uomo impegna la propria esistenza e dove, al di là delle circostanze, si trova alle prese con Dio». In nota a Fil 2:12, spiega: «Coppia di parole già conosciuta nella Bibbia e nel giudaismo, per esprimere la debolezza che si prova di fronte a Dio vivente e santo, che manifesta la sua esigenza attraverso l’obbedienza di Cristo». Nel caso di 2 Cor 7:15, sempre la TOB postilla: «Espressione corrente, che esprime l’atteggiamento dell’uomo dinanzi alla grandezza e alla maestà divine…». Se si tratta di un’espressione cosí comune, in qualche modo “tecnica”, perché modificarla? Meraviglia poi che nel Sal 2:11 (possibile fonte di tale formula) la nuova versione CEI traduce letteralmente: «Servite il Signore con timore e rallegratevi con tremore» (dal che si deduce che il tremore è addirittura compatibile con la gioia).

Qualcosa di simile è accaduto nel vangelo di san Luca (14:26). Finora leggevamo: «Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo». Ora leggiamo: «Se uno viene a me e non mi ama piú di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo». Si dirà: ma questo è esattamente il senso che intende Gesú con quell’espressione. Il passo parallelo di Matteo (10:37) suona infatti: «Chi ama il padre o la madre piú di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia piú di me non è degno di me» (in tal caso, traduzione vecchia e nuova della CEI piú o meno si equivalgono). Per l’appunto: Matteo sente il bisogno di sciogliere quell’espressione cosí ruvida, propria di una lingua priva di sfumature; mentre Luca la lascia cosí com’è (per rispetto degli ipsissima verba Iesu), lasciando agli interpreti il compito di spiegarla.

Ritengo che il compito del traduttore non possa essere confuso con quello dell’esegeta: al primo è chiesto di rendere in una lingua diversa il testo originale, sforzandosi di rimanervi il piú fedele possibile, in modo che i lettori, seppure in un altro idioma, possano assaporare il gusto (se necessario, anche l’asprezza) dell’originale. Il traduttore non può sostituirsi all’esegeta: il compito di interpretare e di spiegare non spetta al primo, ma al secondo. Capisco che talvolta si possano incontrare concetti oggi non politicamente corretti; ma lasciamo che sia l’interprete a edulcorarli, se proprio è necessario. Anche perché le interpretazioni possono variare (e di fatto sono variate) da un’epoca all’altra, a seconda delle mode del momento; il testo, invece dovrebbe rimanere sempre lo stesso. Tradurre troppo liberamente rischia di risolversi non solo in un tradimento dell’autentico significato del testo, ma anche in un tradimento del lettore, che ha il diritto di accostarsi al testo cosí come esso realmente è stato scritto.