venerdì 14 gennaio 2011

“La verità vi farà liberi”

Noto con soddisfazione che, finalmente, si incomincia a parlare delle persecuzioni contro i cristiani; che non solo il Papa, con grande coraggio, ha fatto sua l’espressione “cristianofobia”, ma che anche alcuni governi (fra cui, in primis, quello italiano) si stanno adoperando perché l’Europa prenda posizione su tale questione. Era ora che si aprissero gli occhi sulla realtà: il cristianesimo è di fatto la religione piú perseguitata di tutti i tempi.

Ma, proprio perché dobbiamo aprirci alla realtà cosí come essa effettivamente è, mi pare quanto mai opportuno l’invito che Vittorio Messori ha rivolto una settimana fa dalle colonne del Corriere della sera. Nel suo articolo, lo scrittore cattolico, onde evitare estremismi e spiriti di crociata, ci raccomandava lo studio della storia: «La storia — ricordava Croce — non è mai in bianco e nero, non è la lotta dei cattivi contro i buoni, ma è un palcoscenico dove vittime e carnefici si scambiano i ruoli appena possono». Sí, ammetto che forse può apparire di cattivo gusto rammentare tale verità proprio di fronte al massacro di vittime innocenti; ma, siccome in questo momento si corre un grosso rischio, quello di credere inevitabile uno “scontro di civiltà”, non mi sembra fuori luogo che qualcuno ci ricordi di considerare la storia in tutti i suoi risvolti, anche in quelli meno piacevoli.

Messori ha richiamato brevemente la storia dei cristiani d’Egitto, i quali, nel VII secolo, stanchi del dominio bizantino (cristiano), non respinsero gli arabi come invasori, ma li accolsero come liberatori. Un fenomeno ricorrente nella storia: Messori menziona anche il caso della Spagna; aggiungo io quello della caduta di Costantinopoli, quando i bizantini preferirono il dominio turco a quello del Papa (la riunificazione della Chiesa ortodossa con quella cattolica era stata già decisa dal Concilio di Firenze). Sono fatti storici, dolorosi, ma reali: perché far finta che non siano mai avvenuti? Che cosa si guadagna a censurare la storia?

Eppure a qualcuno l’intervento di Messori ha dato fastidio: “Ma Messori sta col Papa o col Grande Imam?” si è chiesto Antonio Socci nell’articolo pubblicato all’indomani su Libero. Capisco che si possano dare spiegazioni diverse di quanto sta accadendo ai cristiani in Medio Oriente; ammetto che alcune valutazioni di Messori si possano legittimamente discutere. Ciò che non comprendo è la reazione scomposta di Socci, che sembrerebbe contestare a Messori il diritto stesso di fare certe riflessioni: «Perché scrivere editoriali di quel genere?».

Che cosa rimprovera Socci a Messori? Non solo di averci rammentato la complessità della storia, ma anche — e si direbbe soprattutto — di aver accennato, fra i motivi che hanno rotto l’equilibrio che esisteva nel mondo arabo, all’«intrusione violenta del sionismo» in Medio Oriente. Che anche quest’affermazione sia opinabile, è fuori discussione; ma perché stracciarsi le vesti se qualcuno aggiunge anche questo elemento alla riflessione? Sembrerebbe quasi che la grande preoccupazione di Socci, piú che quella di difendere i cristiani, sia quella di difendere il sionismo («che non c’entra assolutamente niente con l’attentato alla cattedrale cristiana di Alessandria»). Mi chiedo poi come possa dirsi fautore degli incontri di Assisi uno che, per spiegare la storia, fa riferimento a Samuel Huntington, il politologo che ha teorizzato lo “scontro di civiltà”.

Chissà che cosa avrebbe da ridire Socci se leggesse il commento di Franco Cardini, “Cristiani perseguitati”, pubblicato ieri sul suo sito. Altro che Messori! Cardini, nel suo scritto, è ancor piú brutale nel rammentarci le pagine piú buie della nostra storia. Eppure, è giusto che qualcuno ce le ricordi.

«La verità vi farà liberi» (Gv 8:32), ci ha ripetuto piú volte il Santo Padre nei mesi scorsi, durante la bufera provocata dagli abusi del clero. La verità ci farà liberi anche in questo caso. Non possiamo ignorare le colpe che abbiamo come cristiani e come occidentali. Se vogliamo vivere in pace con tutti, se vogliamo che i nostri fratelli siano rispettati, è necessario che, per primi, riconosciamo le nostre responsabilità.

lunedì 3 gennaio 2011

Ancora su parola di Dio e liturgia

Il Signor Paolo Gobbini, dopo aver letto i miei post del 27 e del 28 dicembre, mi ha inviato alcune riflessioni, che mi sembrano meritevoli di attenzione:


«Ho letto il post del 28 dicembre dedicato alla manomissione del Salterio. A mio avviso la censura del Salterio è molto grave, è un vulnus che al piú presto deve essere sanato. Viceversa bisogna riabilitare Marcione. A tal proposito le invio l’appello che ho rivolto a Sua Santità Benedetto XVI e al mio Vescovo Luciano (Monari) in occasione della sua recente visita a Brescia.

Alle brevi riflessioni che ho svolto nell’appello, e dopo aver letto di René Girard Vedo Satana cadere come la folgore (pp. 157s), aggiungerei il seguente motivo per reintrodurre quanto prima i tre Salmi e i sessanta versetti deprecatori censurati: essi sono la voce delle vittime innocenti che protestano contro la violenza ingiusta cui sono sottoposte. Voce che spesso è zittita perché non la si vuole ascoltare. Essa scuote le fragili coscienze dei loro assassini, è la voce del sangue di Abele che grida a Dio dalla terra e invoca giustizia! Non possiamo farlo tacere, ma dobbiamo urlarlo, implorando a Dio la giustizia come la vedova importuna lodata da Gesú e presa a modello della preghiera perseverante. Quante vittime innocenti nel secolo XX sono state uccise e tragicamente la Chiesa ha anche rinunciato a dar loro voce nella sua preghiera! Milioni di uomini eliminati nei genocidi armeno, ebraico, kulaco, cambogiano, hutu-tutsi, jugoslavo, nel Darfur e soprattutto i bambini non nati uccisi ancora nel grembo materno.

Riguardo al tema del rapporto tra Parola di Dio e Liturgia da cui è scaturito il post, mi permetto di aggiungere un’altra osservazione allegandole l’appello rivolto al Papa e al mio Vescovo per rivedere i criteri di scelta della seconda lettura che spesso è slegata da ogni connessione con il Vangelo e quindi con la prima lettura».


I problemi dunque sono due: uno, la reintroduzione dei salmi imprecatori; l’altro, la revisione del Lezionario. Affrontiamoli separatamente. Per ciascuno dei due il Signor Gobbini ha allegato un “appello”.


1. Salmi imprecatori

«Nel Salterio pregato durante l’Ufficio Divino “sono stati omessi alcuni salmi e versetti dall’espressione alquanto dura, tenendo presenti specialmente le difficoltà che potrebbero nascere dalla loro celebrazione in una lingua moderna” (Costituzione apostolica Laudis canticum, n. 4). I Salmi sono tre: 58(57); 83(82); 109(108); ed i versetti sono sessantuno: 5,11; 21(20),9-13; 28(27),4-5; 31(30),18-19; 35(34),3ab.4-8.20-21.24-26; 40(39),15-16; 54(53),7; 55(54),16; 56(55),8; 59(58),6-9.12-16; 63(62),10-12; 69(68),23-29; 79(78),6-7.12; 110(109),6; 137(136),7-9; 139(138),19-22; 140(139),10-12; 141(140),10; 143(142),12.

La Costituzione Apostolica Laudis Canticum afferma che il salmista adopera “espressioni alquanto dure”, espressioni che, se da un lato sembrano contraddire il comando evangelico: “Benedite e non maledite” (Lc 6,28), d’altro canto sono perfettamente coerenti con le durissime parole pronunciate da Gesú stesso per scuotere i cuori piú duri, ad esempio: Mt 11,21-24; 15,24-26; 18,6.32-35; 21,18-19.44; 23,13-36; 25,41-46.

I Principi e Norme per la Liturgia delle Ore giustificano cosí la scelta di omettere i salmi imprecatori: “L’omissione di questi testi è dovuta unicamente ad una certa qual difficoltà psicologica. Infatti questi stessi salmi imprecatori si trovano nella pietà del NT […] ed in nessun modo intendono indurre a maledire” (n. 131). Difficoltà psicologica che è facilmente superabile con la spiegazione dei testi, spiegazione che gli stessi Principi e Norme già presuppongono, dato che offrono due suggerimenti. Il primo suggerimento: “Questi stessi salmi imprecatori si trovano nella pietà del NT”, per esempio in Ap 6,10,  vuole evitare l’errore marcionita dell’anti-ebraicità, errore che, giudicando superati i duri testi imprecatori, contrappone l’AT al NT. Il secondo suggerimento: “In nessun modo intendono indurre a maledire”, afferma che cosa non vuole il bimillenario uso cristiano dei Salmi imprecatori; il problema è caso mai di spiegare che cosa vuole l’uso cristiano, per esempio: scuotere la coscienza addormentata a convertirsi dagli idoli al Dio vivente, che è fuoco divorante.

La Scrittura va letta e pregata nella sua integrità, senza pretendere di giudicarla, ma lasciandosi giudicare da essa. Il veggente dell’Apocalisse deve mangiare un rotolo che in bocca è dolce e poi nelle viscere risulta amaro (Ap 10,10), cosí è la Parola di Dio: non è solo fonte di gioia, ma anche urticante. Dolce per consolare, dura per scuotere. Eliminando dalla preghiera ufficiale della Chiesa una parte del libro dei Salmi, quella meno sopportabile al nostro gusto moderno, a mio avviso, si è compiuto un duplice peccato. Innanzitutto, un atto di superbia contro Dio, pretendendo di dire a Dio cosa vogliamo ascoltare e cosa Egli dovrebbe dirci, cadendo nella tentazione diabolica già subita da Pietro e dai discepoli (Mt 16,22-23; Gv 6,60). Questo fu l’errore di Marcione, quando rifiutò l’unità della Bibbia e selezionò in base alle sue preferenze i libri sacri. Marcione però, fu almeno piú coerente, mentre noi risultiamo un poco vigliacchetti; non potendo eliminare i salmi imprecatori dalla sacra Scrittura, li escludiamo dall’uso liturgico, ottenendo con meno fatica lo stesso risultato. Inoltre tale censura della Scrittura manifesta un peccato di omissione da parte dei pastori della Chiesa che rinunciano a spiegare il significato dei Salmi imprecatori: il loro senso storico ed il senso teologico, poiché: “Tutta la Scrittura infatti è ispirata da Dio e utile per insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona” (2 Tm 3,16). La preghiera rivela sempre, nel bene e nel male, cosa c’è nel cuore di chi prega, e con la conoscenza di quel che si è in verità, il Signore dona anche la forza di cambiare, ovvero lo spirito, a chi persevera umilmente nella preghiera, infatti: “Il Padre cerca tali adoratori” (Gv 4,23).

Perciò rivolgo un umile appello a Sua Santità di reintrodurre i testi imprecatori nel Salterio pregato».


Non ho molto da aggiungere a queste considerazioni, che condivido. Non posso che fare mio l’auspicio che i salmi imprecatori siano ripristinati quanto prima nella liturgia della Chiesa.


2. Il Lezionario

«L’Ordo Lectionum Missae utilizza due criteri nella scelta delle letture della s. Messa:
1. la lectio continua di un libro
2. in funzione del brano evangelico (lectio evangelica)

Il criterio della lectio continua guida la scelta del brano Evangelico, della seconda lettura e, durante il tempo pasquale, anche della prima lettura (Atti). Il criterio della lectio evangelica presiede quasi sempre alla scelta della prima lettura che, fatta salva l’eccezione del tempo pasquale, è preso dall’Antico Testamento, brano scelto in funzione del Vangelo. Il legame tra queste due letture è importantissimo. Domenica dopo domenica viene dispiegata l’unità inscindibile di tutta la Scrittura, affermando la necessità di tutta la Scrittura per confessare che Gesú morto in croce è veramente risorto e come tale è il Signore della Chiesa, della storia umana e del cosmo. Ciò avvenne per la prima volta lungo la strada di Emmaus, quando Gesú “cominciando da Mosé e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui” (Lc 24,27) e continua ad avvenire nella Liturgia della Parola e nella confessione della fede “secondo le scritture” (1 Cor 15,3s).

Purtroppo la seconda lettura solo talvolta è legata al binomio Vangelo-prima lettura. Ciò avviene nelle undici domeniche di Avvento, Natale e Quaresima, durante la Settimana Santa e nelle Solennità. Ma piú spesso l’epistola è slegata dal binomio Vangelo-prima lettura, come accade nelle sette domeniche del tempo pasquale e nelle trentatré del tempo ordinario, quando secondo il criterio della lectio continua vengono lette le epistole apostoliche. Cosicché l’unità delle Scritture appena affermata dal legame reciproco AT-Vangelo, è contraddetta dal brano della seconda lettura slegato dal binomio prima lettura-Vangelo.

Quest’appello ripropone e rilancia la proposta fatta originariamente dal grande liturgista Adrien Nocent (Les deuxiemes lectures des dimanches ordinaires, in Ecclesia Orans 2 [1991], pp. 125-136), proposta cui aderisce anche la Comunità di Bose (La preghiera dei giorni, a cura della Comunità di Bose, Presentazione p. XV, Gribaudi, Torino 1993), e che consiste nell’utilizzare il solo criterio della lectio evangelica anche nella scelta del brano della seconda lettura, limitando il criterio della lectio continua alla scelta del brano Evangelico».


A proposito di questa proposta di revisione del Lezionario, penso che ci sia da aggiungere qualcosa. Va innanzi tutto ricordato che una delle proposizioni finali del Sinodo riguardava proprio questo problema:

«Si raccomanda che si dia avvio ad un esame del Lezionario romano per vedere se l’attuale selezione e ordinamento delle letture è veramente adeguato alla missione della Chiesa in questo momento storico. In particolare, il legame della lettura dell’Antico Testamento con la pericope evangelica dovrebbe essere riconsiderato, in modo che non implichi una lettura troppo restrittiva dell’Antico Testamento o un’esclusione di alcuni brani importanti[…]» (n. 16).

Il n. 57 dell’esortazione apostolica post-sinodale Verbum Domini risponde, negativamente, a tale proposta:

«La riforma voluta dal Concilio Vaticano II (SC 107-108) ha mostrato i suoi frutti arricchendo l’accesso alla sacra Scrittura che viene offerta in abbondanza, soprattutto nelle liturgie domenicali. L’attuale struttura, oltre a presentare frequentemente i testi piú importanti della Scrittura, favorisce la comprensione dell’unità del piano divino, mediante la correlazione tra le letture dell’Antico e del Nuovo Testamento, “incentrata in Cristo e nel suo mistero pasquale” (Ordinamento delle letture della Messa, n. 66). Talune difficoltà che permangono nel cogliere le relazioni tra le letture dei due Testamenti devono essere considerate alla luce della lettura canonica, ossia dell’unità intrinseca di tutta la Bibbia. Là dove se ne riscontra la necessità, gli organi competenti possono provvedere alla pubblicazione di sussidi che facilitino a comprendere il nesso tra le letture proposte dal Lezionario, le quali devono essere tutte proclamate all’assemblea liturgica, come previste dalla liturgia del giorno. Eventuali altri problemi e difficoltà vengano segnalati alla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti».

Personalmente, io non vedo l’urgenza di una revisione del Lezionario, che per me va bene cosí com’è. Non voglio dire che sia perfetto; ma penso che un qualsiasi intervento sia opera estremamente rischiosa. Ritengo che, prima di por mano a eventuali riforme, dovremmo sforzarci di sfruttare le ricchezze dell’attuale Lezionario. È vero che non sempre c’è armonia fra le letture; ma… perché dovrebbe esserci? Lasciamo che la parola di Dio ci parli nella sua infinita varietà.

Non è necessario che il sacerdote, nella sua omelia, metta sempre d’accordo tutte e tre le letture che sono state annunciate. Talvolta può essere sufficiente soffermarsi anche solo su un punto di una di esse. Normalmente io commento unicamente il vangelo; se capita, faccio qualche riferimento agli altri testi. 

Molti anni fa, ricordo, dovendo celebrare la Messa vespertina sia il sabato sia la domenica, adottai questo criterio: il sabato commentavo la seconda lettura e la domenica il vangelo. Negli anni in cui ero responsabile della formazione dei seminaristi nelle Filippine, invece, per non lasciar cadere nel vuoto la seconda lettura (in genere tratta da san Paolo, nostro patrono), decisi di riprenderla durante la celebrazione dei Vespri, affidando ogni domenica a uno dei seminaristi il compito di preparare una riflessione sul testo (il che doveva naturalmente servire anche come allenamento alla predicazione). Allo stesso modo, penso che si possano trovare altre soluzioni per valorizzare l’abbondanza della parola di Dio che abbiamo a disposizione. 

Ciò che conta è non aver la pretesa di capire tutto subito. Molto sapientemente ci ammonisce sant’Efrem: 

«Rallegrati perché sei stato saziato, ma non rattristarti per il fatto che la ricchezza della parola ti superi. Colui che ha sete è lieto di bere, ma non si rattrista perché non riesce a prosciugare la fonte. È meglio che la fonte soddisfi la tua sete, piuttosto che la sete esaurisca la fonte. Se la tua sete è spenta senza che la fonte sia inaridita, potrai bervi di nuovo ogni volta che ne avrai bisogno. Se invece saziandoti seccassi la sorgente, la tua vittoria sarebbe la tua sciagura. Ringrazia per quanto hai ricevuto e non contristarti per ciò che resta inutilizzato. Quello che hai preso o portato via è cosa tua, ma quello che resta è tua eredità. Ciò che non hai potuto ricevere subito a causa della tua debolezza, potrai riceverlo in altri momenti con la tua perseveranza. Non avere la pretesa di voler prendere in un sol colpo ciò che non può essere prelevato se non a piú riprese, e non allontanarti da ciò che potresti ricevere solo un po’ alla volta» (Commenti al Diatesseron, 1).

Come non detto

Due giorni fa ho pubblicato l’articolo Il “cortile dei gentili” (che era stato scritto nel mese di ottobre per l’Eco dei Barnabiti), nel quale facevo riferimento anche al dialogo interreligioso e allo “spirito di Assisi”, sottolineando le differenze tra il pontificato di Benedetto XVI e quello di Giovanni Paolo II. Fra l’altro, affermavo: «Il 19 aprile 2005 Joseph Ratzinger è diventato Papa Benedetto XVI; e da allora non ci sono state, come era prevedibile, nuove giornate di Assisi». Era sottinteso: Non ci sono state — e non ci saranno piú! — nuove giornate di Assisi.

E invece ieri sono stato smentito: il Papa, durante l’Angelus di Capodanno, ha annunciato che a ottobre si recherà ad Assisi per una nuova Giornata mondiale di preghiera per la pace, in occasione del 25° anniversario della prima, nel 1986. Se devo essere sincero, ci sono rimasto male. Non perché consideri “eretiche” questo tipo di iniziative: è ovvio che i Pontefici, nell’intraprenderle, lo fanno con le migliori intenzioni e mettendo bene in chiaro lo spirito che le deve animare. Ma non è questo il punto.

Il problema è un altro (ed è ricorrente, purtroppo): che cosa “passa” al grande pubblico, di queste iniziative? che cosa rimane nell’immaginario collettivo? L’idea che una religione vale l’altra. Ovviamente il Papa non vuole che passi questo messaggio; ma di fatto è ciò che succede. L’uomo non comunica solo con le parole, ma anche con i gesti. E i gesti, il piú delle volte, sono ambigui. È per questo che vanno spiegati; ma molto spesso anche la spiegazione piú precisa non è sufficiente: talvolta sono necessari gesti di segno opposto per far passare il messaggio giusto.

Mi spiego. Quando la Chiesa, nel Concilio di Trento, si oppose all’uso della lingua volgare nella liturgia o alla comunione sotto le due specie, non lo fece perché tali cose, in sé stesse, fossero cattive (tanto è vero che attualmente noi le pratichiamo senza problemi); ma semplicemente perché esse avrebbero veicolato il messaggio sbagliato: la Messa vale solo se i fedeli capiscono ciò che si dice (agisce ex opere operantis); la comunione sotto una sola specie non è completa. E allora che fece la Chiesa? Spiegò, certo, la retta dottrina (i sacramenti sono efficaci di per sé, agiscono ex opere operato; Cristo è presente nella sua pienezza sotto ciascuna delle specie eucaristiche); ma a ciò aggiunse l’obbligo di celebrare la Messa in latino e di ricevere la comunione sotto la sola specie del pane. A quell’epoca non si parlava di pastorale, ma si aveva un senso pastorale che noi ci sogniamo. Oggi ci riempiamo la bocca di pastorale, ma poi non ci rendiamo conto di quanta confusione possono provocare certe iniziative.

Qualcosa del genere è accaduto anche con il libro-intervista Luce del mondo. Soprattutto dopo la precisazione della Congregazione per la dottrina della fede, si può difficilmente affermare che la risposta del Papa a proposito del preservativo fosse moralmente erronea. Il problema è ancora una volta: qual è il messaggio che è passato alla gente? Che l’uso del profilattico, almeno in certe situazioni, è giustificato. In barba alle reali parole pronunciate dal Papa, alle precisazioni di Padre Lombardi e alle note dottrinali del Sant’Uffizio!

Ma mi veniva da fare anche un’altra considerazione. C’è qualcuno che si chiede se Benedetto XVI e il Card. Ratzinger siano la stessa persona. Talvolta, confesso, me lo sono chiesto anch’io. Ma poi ho allargato la riflessione al passato (ormai comincio a non essere piú tanto giovane), e mi sono accorto che quanto sta accadendo al pontificato di Benedetto XVI è, piú o meno, lo stesso che accadde anche al pontificato di Giovanni Paolo II. Anche allora, quante attese, quante speranze all’inizio del pontificato! E poi, a poco a poco, quel pontificato si appiattí sull’ortodossia del “politicamente corretto”. Ho l’impressione che stia succedendo la stessa cosa anche oggi. Non nascondo di essere stato fra i “tifosi” del Card. Ratzinger durante il conclave (nonostante che molti escludessero in maniera categorica la sua elezione). Non potete immaginare la gioia di vederlo alla loggia di San Pietro quel 19 aprile 2005. Ancora una volta tante attese, tante speranze… E ancora una volta mi pare che si stia compiendo il progressivo adeguamento al “politicamente corretto”. Non vorrei essere frainteso: non sto muovendo accuse né a Giovanni Paolo II né a Benedetto XVI; sto semplicemente facendo una constatazione e cercando di comprendere il motivo che può spiegarla.

Una risposta abbastanza semplice potrebbe essere: beh, man mano che si sale in alto, si ha una visione sempre piú ampia della realtà; certe cose che non si possono capire da soldati semplici, si riescono a capire una volta divenuti ufficiali. Può darsi che sia cosí. 

Non escluderei però che ci possa essere anche una spiegazione d’altro genere, diciamo di carattere “cospirativo” (sono un inguaribile complottista). Nessuno mi toglierà di mente che il Potere cerchi di attuare, nei confronti di ciascun pontificato, una sorta di “normalizzazione”. Che cos’è stato, in fondo, l’attentato a Giovanni Paolo II del 13 maggio 1981? Con Benedetto XVI non si è fatto ricorso alle armi da fuoco, ma ad armi non meno lesive (i processi mediatici): i primi cinque anni di pontificato sono stati un attacco continuo, che non può essere considerato casuale; è ovvio che dietro c’era una regia ben organizzata. 

A un certo punto, sia nel caso di Papa Wojtyla, sia nel caso di Papa Ratzinger, tutto è cambiato. Nel primo caso, la seconda parte del pontificato è stata una continua apoteosi, culminata nel “Santo subito!” dei funerali. Ora, non so se ve ne siate accorti, da qualche tempo le cose stanno cambiando anche per Benedetto XVI: gli attacchi sono improvvisamente cessati; il Corriere della sera sembra diventato un’edizione locale dell’Osservatore Romano e la BBC una sezione staccata della Radio Vaticana. Che cosa è successo? Il Papa sta semplicemente recitando lo stesso copione che era stato scritto per il suo predecessore (visita alle sinagoghe e alle moschee, visita ad Auschwitz e allo Yad Vashem, giornate di preghiera con le altre religioni, ecc.). Cosí va bene: questo è il Papa che piace a chi ha in mano le sorti dell’umanità. A questo punto Benedetto XVI può anche permettersi il lusso di fare il tradizionalista in campo liturgico: un po’ di folclore non guasta...

Che dire? Cosí va il mondo. E forse dobbiamo farci il callo. Dopo tutto, la Chiesa è sopravvissuta a due Giornate di Assisi; volete che non sopravviva alla terza?

venerdì 31 dicembre 2010

Il “cortile dei gentili”

Articolo pubblicato sul n. 4/2010 (ottobre-dicembre 2010) dell’Eco dei Barnabiti, pp. 11-12, per la rubrica “Osservatorio ecclesiale”.


Uno degli aspetti che ha maggiormente caratterizzato il pontificato di Giovanni Paolo II sono state, senza dubbio, le due giornate di preghiera per la pace organizzate ad Assisi rispettivamente nel 1986 e nel 2002. Sembrava che quegli incontri avessero inaugurato una nuova epoca nella storia della Chiesa. Si parlava dello “spirito di Assisi” come di un nuovo modo di essere, che avrebbe dovuto contrassegnare da allora in poi il cammino della Chiesa. 

A quegli incontri era assente uno dei prelati più influenti della Curia Romana, nientepopodimeno che il Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, il Card. Joseph Ratzinger. Egli non nascose le sue perplessità sull’opportunità di quella iniziativa, che avrebbe potuto costituire una sorta di legittimazione della visione relativistica secondo cui tutte le religioni si equivalgono. Nel caso della seconda giornata era perlomeno riuscito a ottenere che gli appartenenti alle diverse religioni non pregassero insieme, ma ciascun gruppo lo facesse separatamente. Il 19 aprile 2005 Joseph Ratzinger è diventato Papa Benedetto XVI; e da allora non ci sono state, come era prevedibile, nuove giornate di Assisi. Incontri similari, che pure si sono svolti negli ultimi anni, sono stati promossi da qualche gruppo ecclesiale di base (p. es. la Comunità di Sant’Egidio).

Il Card. Ratzinger aveva espresso alcune riserve anche a proposito del dialogo interreligioso, riserve da lui confermate anche dopo l’elezione al supremo pontificato. Lo ha fatto non in un documento ufficiale, ma in una lettera privata, indirizzata al Senatore Marcello Pera, il quale l’ha pubblicata in apertura del suo libro Perché dobbiamo dirci cristiani (Mondatori, Milano, 2008). In essa il Pontefice con grande lucidità afferma:

«Un dialogo interreligioso nel senso stretto della parola non è possibile, mentre urge tanto più il dialogo interculturale che approfondisce le conseguenze culturali della decisione religiosa di fondo. Mentre su quest’ultima un vero dialogo non è possibile senza mettere fra parentesi la propria fede, occorre affrontare nel confronto pubblico le conseguenze culturali delle decisioni religiose di fondo. Qui il dialogo e una mutua correzione e un arricchimento vicendevole sono possibili e necessari».

A rigor di termini, dunque, secondo Benedetto XVI, un dialogo interreligioso che avesse pretese teologiche non è praticabile, perché condannato alla sterilità: su che cosa ci si può mettere d’accordo, quando sul piano teologico non si ha nulla in comune? È diverso il caso del dialogo ecumenico con i fratelli cristiani non cattolici: in quel caso abbiamo qualcosa che ci accomuna (la stessa fede), sebbene ci possano essere molteplici punti, anche di un certo rilievo, che ci separano. Con le altre religioni non possiamo dire che abbiamo in comune lo stesso Dio (questione problematica anche nel rapporto con le cosiddette religioni “monoteistiche”; figuriamoci quando si tratta di dialogare con le religioni orientali); non basta essere contro l’ateismo o l’indifferentismo contemporanei per trovare un punto comune con le altre tradizioni religiose.

Il fatto che non sia possibile un dialogo teologico con le religioni, non significa però che non si possa stabilire con loro alcun tipo di dialogo. È per questo che Benedetto XVI parla di “dialogo interculturale”: è proprio sul piano culturale o, se vogliamo, razionale che è possibile incontrarsi con coloro che non condividono la nostra stessa fede. Nella sua lettera al Sen. Pera il Papa auspica un “confronto pubblico” sulle “conseguenze culturali delle decisioni religiose di fondo”: ciascuna religione dà origine a una cultura; ogni popolo possiede una sua cultura; ebbene, il dialogo fra tali culture è non solo possibile, ma necessario, perché da esso possono derivare “una mutua correzione e un arricchimento vicendevole”.

Quali sono le premesse “ideologiche” (in senso positivo) di questo atteggiamento di Benedetto XVI? Probabilmente l’esperienza del cristianesimo delle origini. Il cristianesimo nacque all’interno di una determinata cultura, quella giudaica; ma ben presto, pur conservando alcuni tratti caratteristici di quella matrice, se ne distaccò confrontandosi con una nuova cultura, quella ellenistica. Si noti: il cristianesimo non intraprese un dialogo con le religioni pagane allora diffuse; ma non si fece scrupolo di confrontarsi con l’ellenismo, al punto di assumerne le categorie culturali e utilizzarle per esprimere la propria fede. Oggi parleremmo di un processo di “inculturazione” perfettamente riuscito (sull’incontro fra cristianesimo ed ellenismo si veda il magistrale discorso di Benedetto XVI a Ratisbona del 12 settembre 2006).

Uno sforzo più o meno simile fu tentato nei secoli successivi, anche se non con lo stesso successo. Quando, nel XIII secolo, san Tommaso d’Aquino si trovò di fronte ai musulmani e ai pagani del suo tempo, al fine di dare una fondazione razionale alle verità della fede cristiana, scrisse la Summa contra gentiles. Quando, nel Seicento, Matteo Ricci si recò in Cina, non teorizzò un dialogo con tutte le religioni ivi esistenti (per esempio, si oppose risolutamente al taoismo e al buddismo); ma si rese conto che con il confucianesimo, forse per il suo carattere più etico-civile che religioso, era non solo possibile ma necessario stabilire un confronto.

È ovvio che tutti gli uomini, al di là delle differenze culturali e religiose, possiedono una stessa natura, possono ritrovarsi su un terreno comune, che è quello della ragione; ed è a questo livello che possono e debbono dialogare per “una mutua correzione e un arricchimento vicendevole”. Oltre a ciò gli uomini appartenenti alle diverse religioni potranno accordarsi per perseguire obiettivi concreti in vari campi, quali la difesa della vita, la salvaguardia del creato, la lotta per la giustizia, lo sviluppo della società civile, la promozione della pace, ecc.

Proprio perché il terreno di incontro è quello della ragione, comune non solo ai credenti, ma a tutti gli uomini, tale tipo di dialogo è esteso anche a coloro che affermano di non professare alcuna religione. Nel passato ci si compiaceva di presentarsi come “atei”; oggi si preferisce piuttosto definirsi “agnostici”; ma il risultato non cambia. Quale deve essere l’atteggiamento della Chiesa nei confronti dei non-credenti? Solitamente oggi parliamo, a questo proposito, di “nuova evangelizzazione” (a proposito, è stato appena costituito un “Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione”). Ma giustamente Benedetto XVI faceva notare un anno fa:

«Considero importante soprattutto il fatto che anche le persone che si ritengono agnostiche o atee, devono stare a cuore a noi come credenti. Quando parliamo di una nuova evangelizzazione, queste persone forse si spaventano. Non vogliono vedere se stesse come oggetto di missione, né rinunciare alla loro libertà di pensiero e di volontà. Ma la questione circa Dio rimane tuttavia presente pure per loro, anche se non possono credere al carattere concreto della sua attenzione per noi … Dobbiamo preoccuparci che l’uomo non accantoni la questione su Dio come questione essenziale della sua esistenza. Preoccuparci perché egli accetti tale questione e la nostalgia che in essa si nasconde. Mi viene qui in mente la parola che Gesù cita dal profeta Isaia, che cioè il tempio dovrebbe essere una casa di preghiera per tutti i popoli (cf Is 56:7; Mc 11:17). Egli pensava al cosiddetto cortile dei gentili, che sgomberò da affari esteriori perché ci fosse lo spazio libero per i gentili che lì volevano pregare l’unico Dio, anche se non potevano prendere parte al mistero, al cui servizio era riservato l’interno del tempio … Io penso che la Chiesa dovrebbe anche oggi aprire una sorta di “cortile dei gentili” dove gli uomini possano in una qualche maniera agganciarsi a Dio, senza conoscerlo e prima che abbiano trovato l’accesso al suo mistero, al cui servizio sta la vita interna della Chiesa. Al dialogo con le religioni deve oggi aggiungersi soprattutto il dialogo con coloro per i quali la religione è una cosa estranea, ai quali Dio è sconosciuto e che, tuttavia, non vorrebbero rimanere semplicemente senza Dio, ma avvicinarlo almeno come Sconosciuto» (Discorso alla Curia Romana, 21 dicembre 2009).

Il “nuovo corso” inaugurato da Benedetto XVI dunque non ci invita, come qualcuno potrebbe credere, a sottrarci al confronto con l’esterno e a chiuderci in una specie di “torre d’avorio”. Esso piuttosto ci stimola ad aprici ancora di più verso chi cristiano non è. Il Papa addirittura auspica che si apra un “cortile dei gentili”, vale a dire uno spazio d’incontro, all’interno della stessa Chiesa. Ciò che gli sta a cuore è che il dialogo, per essere autentico, deve rispettare alcune regole fondamentali: 
— esso deve, innanzi tutto, avvenire nella chiarezza, senza confusioni o falsi irenismi;
— non deve nascondere, ma semmai sottolineare l’identità specifica di ciascuno dei dialoganti;
— deve svolgersi sull’unico terreno dove tutti si possono ritrovare, quello della comune umanità. 

martedì 28 dicembre 2010

Manomissione del salterio

L’amico sacerdote don Andrea, dopo aver letto il post di ieri, mi ha scritto:

«Alle osservazioni che hai fatto, ne aggiungo un’altra, anche se mi consta purtroppo che nessun padre sinodale abbia sollevato la questione: mi riferisco al tema dei salmi deprecatori che sono stati totalmente censurati dalla liturgia, e spesso gli stessi salmi vengono mutilati al loro interno. Esiste un criterio scientifico, teologico o pastorale per censurare la parola di Dio? È vero che forse certe espressioni possono destare meraviglia, ma la meraviglia può diventare una buona occasione per una catechesi e una riflessione. Non trovi che l’operazione sia una vera e propria edulcorazione del salterio? Di questi salmi e versetti si poteva studiare al limite una veste grafica diversa, ma trovo assai problematica la loro completa scomparsa».

Don Andrea tocca un problema serio: lui lo chiama, garbatamente, “edulcorazione del salterio”; io lo chiamerei piuttosto vera e propria “manomissione”. 

È innegabile che la Chiesa abbia sempre operato una selezione delle pagine bibliche da proporre ai fedeli: non tutti i passi della Scrittura sono sempre “edificanti”. Una delle obiezioni che viene fatta da alcuni al nuovo lezionario è proprio quella che esso propone talvolta letture che potrebbero scandalizzare i piú semplici (al punto che alcuni sacerdoti preferiscono, non appena se ne presenti l’occasione, sostituire le letture feriali con quelle proprie dei santi). In passato la selezione, soprattutto per quanto riguarda il Vecchio Testamento, era ancora piú ristretta, onde evitare qualsiasi imbarazzo. Si tratta di una preoccupazione pastorale della Chiesa, che nessuno può ragionevolmente contestare.

Ma non era mai avvenuto che si procedesse a una “censura” del salterio. Siccome l’Ufficio divino era un tempo recitato esclusivamente dal clero (e in latino), non si poneva il problema dei salmi o dei loro passi imprecatori. Ora invece che viene raccomandata a tutti la celebrazione della Liturgia delle Ore, la Chiesa si è posto il problema — pastorale — dell’opportunità di leggere quel tipo di salmi. L’Institutio generalis de Liturgia Horarum (IGLH) afferma in proposito:

«I tre salmi 57, 82 e 108, nei quali prevale il carattere imprecatorio, vengono esclusi dal salterio corrente. Cosí pure alcuni versetti di qualche salmo sono stati omessi come viene indicato all’inizio del salmo. L’omissione di questi testi è dovuta unicamente a una certa qual difficoltà psicologica. Infatti questi stessi salmi imprecatori si trovano nella pietà del Nuovo Testamento, per esempio nell'Apocalisse al cap. 6, 10, e in nessun modo intendono indurre a maledire» (n. 131).

Dunque, tre salmi non vengono mai recitati nell’attuale Liturgia delle Ore e altri salmi sono stati “emendati”. Due soli esempi, fra quelli che recitiamo piú frequentemente: il salmo 62 (63), che preghiamo alle Lodi mattutine della domenica della prima settimana, non termina, come potremmo pensare, con: «A te si stringe l’anima mia. La forza della tua destra mi sostiene»; ma continua con le seguenti parole:

«Ma quelli che attentano alla mia vita scenderanno nel profondo della terra, saranno dati in potere alla spada, diventeranno preda di sciacalli. Il re gioirà in Dio, si glorierà chi giura per lui, perché ai mentitori verrà chiusa la bocca».

Il salmo 109 (110), che recitiamo tutte le domeniche ai Vespri, è ancora piú crudo. Il v. 6, che nella Liturgia delle Ore viene omesso, afferma: «Giudicherà i popoli: in mezzo a cadaveri ne stritolerà la testa su vasta terra».

Probabilmente i lettori, leggendo tali testi, non proveranno alcun dispiacere per la loro estromissione dalla liturgia. Eppure l’IGLH precisa che si tratta di un’omissione motivata esclusivamente da «una certa qual difficoltà psicologica». Non si tratta dunque di una “censura” o, peggio, di una “correzione” del salterio. Non esistono motivi teologici di sorta che possano in alcun modo giustificare una “revisione” della Bibbia. Se è vero che la Scrittura contiene la parola di Dio, che autorità abbiamo noi di “emendare” la parola di Dio? Al massimo, potremo, anzi dovremo sforzarci di interpretarla.

Eppure nella Liturgia Horarum, cosí come essa si presenta oggi a noi, una censura di fatto esiste, perché se uno volesse pregare il salterio nella sua interezza e i singoli salmi nel loro testo integrale, non può farlo: se vuol farlo, deve far ricorso alla Bibbia. Il che non sembra molto corretto. Ricordo che il compianto Padre Luis Alonso Schökel diceva giustamente che sarebbe stato piú corretto procedere come si era fatto nel caso del Canone Romano, dove i nomi dei santi non erano stati omessi, ma semplicemente racchiusi fra parentesi, lasciando al celebrante la libertà di leggerli o meno. Soluzione, questa, che è stata successivamente adottata nel volumetto Psalmi et cantici iuxta Novae Vulgatae editionis textum, Libreria Editrice Vaticana, 1999, che riporta l’intero salterio (piú i cantici dell’Antico e Nuovo Testamento usati nell’Ufficio) con l’apparato per l’uso corale (l’asterisco «*» per la mediana e l’obelisco «†» per la flexa): i testi imprecatori sono, appunto, riportati fra parentesi quadre (senza apparato). Il Salterio corale del Padre Paolino Beltrame-Quattrocchi, invece, ha adottato un diverso sistema: i testi imprecatori sono riportati (col rispettivo apparato) in corsivo, compresi i salmi 57, 82 e 108. Ciò si spiega perché i monaci seguono una diversa distribuzione del salterio, comprendente tutti i salmi senza eccezioni.

Una o l’altra delle soluzioni citate avrebbe potuto essere adottata, a mio parere, senza difficoltà anche dalla Liturgia delle Ore secondo il Rito Romano. Si sarebbe cosí lasciata a tutti la libertà di leggere o tralasciare i passi imprecatori. Se non altro, almeno in alcune occasioni, l’imbattersi in certe espressioni, avrebbe potuto diventare, come giustamente ricorda don Andrea, «una buona occasione per una catechesi e una riflessione».

lunedì 27 dicembre 2010

“Verbum Domini” et... verba hominum

Finalmente sono riuscito a leggere l’esortazione apostolica postsinodale Verbum Domini. A giudicare dalle reazioni e dai commenti, praticamente inesistenti, sembrerebbe già caduta nell’oblio. Mi sono chiesto il perché. In fondo è fatta bene, è completa e ricca di spunti. Come mai dunque nessuno ne parla? Butto là qualche possibile spiegazione. 

Forse è passato troppo tempo tra la celebrazione del Sinodo (5-26 ottobre 2008) e la pubblicazione dell’esortazione apostolica (11 novembre 2010): non sono un tantino eccessivi due anni per rielaborare le conclusioni di un Sinodo e stenderne una sintesi?

Forse la pubblicazione di Verbum Domini è stata troppo presto “oscurata”, una decina di giorni dopo, da quella del libro-intervista Luce del mondo, che ha avuto una notevole risonanza sui media, per i motivi che conosciamo.

Forse il “monopolio” della Libreria Editrice Vaticana ha ritardato la distribuzione dell’esortazione apostolica nelle librerie: quando il documento è uscito, se uno, preso dalla curiosità, andava a cercarlo in libreria, non lo trovava; quando è arrivato (con un mesetto di ritardo), l’interesse era già scemato.

Forse la mole del documento (232 pagine) ha scoraggiato qualcuno: d’accordo che c’erano tante cose da dire; ma possibile che non si potesse essere un po’ piú sintetici?

Qualcun altro forse è stato scoraggiato dal prezzo: non sono pochi 6 euro per un opuscolo che, una volta aperto, si trasforma in un raccoglitore di foglietti volanti. Possibile che non si riuscisse a fare un’edizione piú agile ed economica? In fondo, gli Orientamenti pastorali della CEI Educare alla vita buona del Vangelo, pubblicati dalle Paoline, costano un quarto dell’esortazione apostolica (€ 1,50).

La lettura di Verbum Domini non ha dissipato le perplessità che avevo espresso in un recente post, a proposito delle esortazioni apostoliche e del sistema sinodale in genere. Mi chiedo se valga la spesa mettere in moto una macchina cosí complessa come il Sinodo dei Vescovi, per avere poi dei documenti che saranno anche belli, ma, con la pretesa di dire un po’ tutto, finiscono per essere verbosi e ripetitivi. Per parlare della parola di Dio, è proprio necessario metterla in rapporto con tutto lo scibile teologico (liturgia, sacramenti, catechesi, vocazioni, ministri ordinati, vita consacrata, laici, famiglia, evangelizzazione, giustizia, pace, giovani, migranti, poveri, ecologia, cultura, mezzi di comunicazione, ecumenismo, dialogo interreligioso, ecc. ecc.)? Non stiamo esagerando un pochino? Sarà anche vero che al Sinodo sono stati toccati tutti questi aspetti; ma... a che serve? Non vorrei apparire iconoclasta, ma a me sembra che il sommergere la parola di Dio in un profluvio di parole umane non giovi molto alla sua causa.

Oltre tutto, in qualche caso, quando si trattava di affrontare problemi specifici, si è preferito sorvolare. Tanto per fare un esempio, il Sinodo aveva avanzato una proposta, discutibile quanto si vuole, ma concreta: l’apertura del ministero del lettorato alle donne (proposizione 17). Ebbene, nell’esortazione apostolica... ne verbum quidem (cf n. 58). Capisco che talvolta, su certi argomenti, sia meglio glissare. Ma perché non dare una spiegazione della mancata accoglienza della proposta dei Vescovi? A che serve continuare a ripetere certe frasi fatte (“genio femminile”, n. 85), che rischiano di ridursi a semplici slogan? Non sarebbe stato piú semplice dire: “Sebbene non ci siano motivi teologici che lo impediscano, almeno per il momento si preferisce rimanere fedele alla secolare tradizione della Chiesa, che ha sempre riservato i ministeri istituiti ai soli uomini” (cf Paolo VI, motu proprio Ministeria quaedam, 15 agosto 1972, norma VII).

Da parte mia, vorrei soffermarmi su due aspetti, certamente secondari, ma ai quali sono particolarmente interessato. Il primo riguarda il rapporto fra la parola di Dio e la liturgia. L’esortazione apostolica gli dedica uno spazio non indifferente (dal n. 52 al n. 71). Personalmente, ho trovato molto stimolante la connessione fra “lettura orante” della Bibbia e liturgia:

«In un certo senso la lettura orante, personale e comunitaria, deve essere sempre vissuta in relazione alla celebrazione eucaristica. Come l’adorazione eucaristica prepara, accompagna e prosegue la liturgia eucaristica, cosí la lettura orante personale e comunitaria prepara, accompagna e approfondisce quanto la Chiesa celebra con la proclamazione della Parola nell’ambito liturgico» (n. 86).

C’è però, secondo me un altro aspetto che è stato completamente trascurato: è vero che la lectio divina dovrebbe far riferimento alla parola di Dio letta durante la Messa; ma è altrettanto vero che la riforma liturgica ha, in qualche modo, assunto la lectio divina all’interno della liturgia stessa, e precisamente nella Liturgia delle Ore, con un’Ora specifica detta, appunto, Officium lectionis. In italiano quest’Ora viene chiamata, piuttosto banalmente, “Ufficio delle letture”, senza rendersi conto che si tratta, invece, dell’Ufficio della lectio. Ebbene, che dice a questo proposito il Sinodo? Nulla. C’è — è vero — un numero dedicato a “Parola di Dio e Liturgia delle Ore”, che non aggiunge però nulla di nuovo: si limita a ripetere cose che già sapevamo. Si afferma che «il Sinodo ha espresso il desiderio che si diffonda maggiormente nel Popolo di Dio questo tipo di preghiera [= la Liturgia delle Ore], specialmente la recita delle Lodi e dei Vespri». Sí, benissimo; ma che c’entra in questo contesto? Perché non promuovere piuttosto la celebrazione, privata e pubblica, dell’Officium lectionis? E perché non raccomandare l’uso del ciclo biennale delle letture, previsto nella Institutio generalis Liturgiae Horarum (nel breviario attualmente in uso è contenuto il ciclo unico, che tralascia buona parte dei libri della Bibbia) e, già che c’eravamo, sollecitare la pubblicazione del “Supplemento” atteso da quarant’anni (ibid., n. 145)?

Un altro aspetto che mi sta a cuore è quello delle traduzioni della Bibbia. Verbum Domini ne parla al n. 115. Giustamente l’esortazione apostolica lamenta che «varie Chiese locali non dispongono ancora di una traduzione integrale della Bibbia nelle proprie lingue». Purtroppo è vero. Ma, accanto a tale problema, esiste anche quello delle traduzioni scadenti. È mai possibile che nelle Filippine (unico paese cristiano dell’Asia, con oltre l’80% di cattolici) per la liturgia si debba usare una modestissima traduzione della Bibbia in tagalog di origine protestante? (l’unica preoccupazione è stata quella di sostituire gli spagnolismi con termini indigeni, p. es. bautismo è stato rimpiazzato da binyagan). In barba alla raccomandazione conciliare di tradurre la Bibbia dai testi originali (Dei Verbum, n. 22), spesso viene il dubbio che certe traduzioni nelle lingue locali siano in realtà “ritraduzioni” dalle lingue europee...

Giustamente l’esortazione apostolica, citando un precedente documento della Pontificia Commissione Biblica, rammenta che «una traduzione ... è sempre qualcosa di piú di una semplice trascrizione del testo originale». Ma non sarebbe stato opportuno accennare almeno a qualche criterio di traduzione? Visto che si discute se si debba adottare la “corrispondenza letterale o formale” o la “equivalenza letteraria o dinamica” (vedi qui), non sarebbe stato il caso di suggerire qualche orientamento? In campo liturgico, si è intervenuti in maniera categorica, con l’istruzione Liturgiam authenticam (28 marzo 2001). Le traduzioni bibliche, a prescindere dal loro uso liturgico, non meritavano un’analoga attenzione?

sabato 25 dicembre 2010

In Nativitate Domini



Buon Natale a tutti i lettori!

martedì 21 dicembre 2010

Continuità e sviluppo

Un lettore mi ha segnalato la lettera del Padre Giovanni Cavalcoli al Prof. Corrado Gnerre, pubblicata l’altro giorno su Messainlatino.it, esprimendo l’auspicio di un mio intervento sull’oggetto della controversia. 

Avevo già letto la lettera, come tutti gli interventi precedenti sull’argomento. Come sanno i miei lettori, il problema dell’interpretazione del Concilio rientra tra i miei maggiori interessi. Questo blog è nato con la pubblicazione di una riflessione proprio su Concilio e “spirito del Concilio” in tempi non sospetti (lo studio era del giugno 2008 e fu pubblicato a fine gennaio 2009). Come spiegavo in quel post, avevo inviato le mie considerazioni a un paio di siti web (uno dei quali aveva sollecitato una mia collaborazione), senza però vederle pubblicate. Erano passati già quattro anni dal discorso di Benedetto XVI alla Curia Romana sulle due ermeneutiche del Concilio, ma fino ad allora quel discorso non aveva provocato alcun dibattito. Sembrava quasi che le mie riflessioni non potessero interessare nessuno. Una volta pubblicate, esse ebbero una discreta risonanza, soprattutto sui siti tradizionalisti. In questi ultimi due anni sembrerebbe che tutti si siano d’un tratto svegliati: ciascuno vuol dire la sua. La cosa non può che farmi piacere. Non vorrei essere frainteso: non sono cosí sciocco da pensare che l’interesse sul Concilio sia stato risvegliato dal mio post; voglio solo dire che avevo visto giusto dicendo che, trascorsi quarant’anni dal Vaticano II, fosse «non solo legittimo, ma in certa misura doveroso procedere a un ripensamento del Concilio».

Successivamente sono tornato a piú riprese nei miei post sull’argomento, non soltanto per confermare quanto da me espresso in quel primo studio, ma spesso per precisare, completare, rivedere e correggere le mie posizioni. L’argomento, secondo me, è ancora aperto, per cui leggo con grande interesse tutti i contributi che vengono pubblicati. Ciò che non prendo in considerazione sono le prese di posizione preconcette, ispirate dall’ideologia e che non ammettono discussione, come quando si presenta il Concilio come “nuovo inizio” o, al contrario, come “rovina” della Chiesa.

In questi ultimi tempi, è vero, non sono piú intervenuto in materia, nonostante l’intensificarsi del dibattito. Come mai? Mi sembra che questo debba essere per me un momento di ascolto e di riflessione prima che di proposta di soluzioni. Vedo che sono stati pubblicati recentemente contributi di un certo spessore: penso che prima di pronunciarsi sia doveroso leggerseli. E io confesso di non aver avuto ancora tempo e modo di leggere né il libro di Mons. Brunero Gherardini (fra l’altro, non reperibile nelle comuni librerie cattoliche) né, tanto meno, quello appena uscito del Prof. Roberto De Mattei. Non vorrei prendere una cantonata simile a quella che presi quando scrissi un post sul libro di Ralph McInerny, Vaticano II. Che cosa è andato storto? senza averlo ancora letto (per forza, a quell’epoca ero in India; eppure ci fu chi si indignò perché mi ero permesso di fare delle riflessioni basate su una recensione): quando poi lo lessi, mi accorsi che non rivestiva l’importanza, che sembrava attribuirgli Introvigne nella prefazione. Attualmente sto leggendo un testo fondamentale nel settore: lo Iota unum di Romano Amerio, al quale molti interventi successivi fanno riferimento. Per ora preferisco non pronunciarmi, dal momento che non ne ho ancora concluso la lettura, anche se mi sto già facendo un’idea.

Quanto alla lettera di Padre Cavalcoli (che ho avuto modo di conoscere al convegno su Amerio, tenuto a San Marino il 12 giugno scorso), non posso che condividerla in toto. Sarà che quando si ha la stessa formazione, si finisce sempre per ritrovarsi piú o meno d’accordo; ma a me quello di Padre Cavalcoli sembra un contributo notevole, che meriterebbe ben piú di una lettera. Mi sembrano quanto mai pertinenti le sue precisazioni sulla natura “pastorale” del Concilio. Questa non esclude affatto una sua innegabile dimensione “dottrinale”: «Il Concilio [contiene] pronunciati dottrinali in materia di fede o prossima alla fede, sviluppando dottrine precedentemente definite».

Agli esempi portati da Padre Cavalcoli (l’essenza della Chiesa, della collegialità episcopale, della divina rivelazione, della sacra tradizione o dell’ecumenismo o della libertà religiosa) mi permetto di aggiungerne un altro, che rende bene l’idea del valore dogmatico del Concilio: la definizione della sacramentalità dell’episcopato, una verità che fino ad allora era non era stata ancora sufficientemente messa in luce (si pensava che l’episcopato aggiungesse al sacerdozio solo la potestas jurisdictionis):

«Insegna il Sacro Concilio che con la consacrazione episcopale viene conferita la pienezza del sacramento dell’Ordine, quella cioè che dalla consuetudine liturgica della Chiesa e dalla voce dei Santi Padri viene chiamata sommo sacerdozio, vertice del sacro ministero» (Lumen gentium, 21).

Sfido chiunque a considerare tale testo un intervento “pastorale”; il suo carattere dottrinale è indiscutibile («Insegna il Sacro Concilio...»). Semmai, si potrà discutere sulla sua “nota teologica” (= il suo carattere vincolante).

Un tale pronunciamento illustra bene anche il vero senso da dare all’idea di “continuità”, ripreso da Padre Cavalcoli:

«La continuità dottrinale va intesa bene. Essa non si limita al fatto di ripetere sempre le stesse formule dogmatiche ... ma essa, senza venir meno come continuità, comporta nel contempo uno sviluppo o un progresso nella conoscenza di quelle medesime immutabili verità che Cristo ha consegnato alla sua Chiesa da trasmettere agli uomini (ecco la Tradizione) fino alla fine dei secoli».

Alcuni avrebbero voluto che il Concilio si limitasse a riproporre, tali e quali, le formule già elaborate nei secoli precedenti; siccome non lo ha fatto, ciò sarebbe prova della sua “rottura” con la tradizione. Come spiega bene Padre Cavalcoli, “continuità” non è sinonimo di “ripetizione”, ma implica l’idea di “sviluppo” e di “progresso”, come nel caso della sacramentalità dell’episcopato, una “novità” ben radicata nella tradizione. Non per voler citare me stesso, ma solo per evitare di ripetere cose già dette, mi permetto di rinviare, a questo proposito, al mio post Tradizione e tradizione. Di solito, se si vuole difendere la tradizione, bisogna accettarne lo sviluppo; talvolta l’attaccamento acritico al passato e la riproposizione materiale delle vecchie formule possono rivelarsi come il peggior tradimento della tradizione.

mercoledì 15 dicembre 2010

Tradizionalista o liberale?

Ho l’impressione che la pubblicazione del libro-intervista di Benedetto XVI Luce del mondo abbia provocato, nelle file del tradizionalismo, una certa delusione. E non soltanto per via del pronunciamento — obiettivamente inedito (nonostante i tentativi di interpretazione alla luce della dottrina morale tradizionale) — a proposito dell’uso del profilattico.

I tradizionalisti pensavano che Benedetto XVI fosse uno dei loro. Effettivamente, prima di diventare Papa, il Card. Ratzinger passava per il maggior rappresentante dell’ala conservatrice della Curia Romana: i suoi interventi come Prefetto del Sant’Uffizio erano sempre stati in difesa dell’ortodossia (ma si dimentica forse che tali interventi erano il piú delle volte “commissionati” da Giovanni Paolo II). Una volta divenuto Papa, Benedetto XVI aveva attirato le simpatie dei tradizionalisti per l’atteggiamento di apertura verso i lefebvriani e, soprattutto, per i suoi interventi in campo liturgico (in primis, la liberalizzazione del rito romano antico). È vero che c’erano stati altri atteggiamenti che lasciavano perplessi; ma solitamente o li si riconduceva a manovre di corte (la resistenza dei settori piú progressisti della Curia Romana) o a motivi di opportunità “politica” (la dovuta considerazione delle posizioni talvolta radicali di alcuni episcopati). 

La pubblicazione di Luce del mondo ha in qualche modo segnato la fine delle illusioni: Benedetto XVI non è il Papa tradizionalista che veniva dipinto sia da destra che da sinistra, ma continua a essere il teologo progressista che ha preso parte attiva al Concilio Vaticano II. Certo, da allora ne è passata di acqua sotto i ponti; le posizioni di Ratzinger si sono progressivamente evolute, ma senza mai mettere in discussione l’atteggiamento liberale di fondo. 

Se si vuole descrivere a grandi linee tale evoluzione, penso che si possano individuare tre o quattro “svolte” nella sua vita. La prima è quella del Sessantotto, che, secondo Hans Küng, avrebbe notevolmente impressionato Ratzinger, portandolo su posizioni piú moderate. La seconda svolta è stata il suo trasferimento a Roma, che gli ha permesso di vedere le cose in una prospettiva diversa, sia perché Roma è un osservatorio piú universale, sia perché il compito svolto lo costringeva ad assumere posizioni piú rigide. La terza svolta è stata costituita dal contatto, per motivi istituzionali, con i movimenti tradizionalisti (fu lui a gestire lo “scisma” lefebvriano), che lo obbligò a riconoscere almeno in parte le loro ragioni. L’ultima svolta è consistita nell’elezione al pontificato: fra i suoi obiettivi programmatici è apparso fin dall’inizio l’ecumenismo; ed è in tale contesto che va considerata la ricomposizione della frattura con la FSSPX, che ha comportato la liberalizzazione della liturgia romana antica e la remissione delle scomuniche ai quattro vescovi lefebvriani. Tutto ciò non ha mai significato un rinnegamento delle posizioni di partenza, anzi va letto alla luce di quelle: l’apertura al movimento di Mons. Lefebvre non può essere considerata come un’approvazione del tradizionalismo qua talis, ma come una delle tante attuazioni dell’ecumenismo voluto dal Concilio. Penso che un giudizio sintetico, che fotografa bene la personalità di Benedetto XVI, sia quello espresso da Mons. Bernard Fellay in una conferenza tenuta a Bahia il 9 luglio 2010: «Il Papa è un uomo con la testa progressista, ma col cuore cattolico, amante della tradizione».

Probabilmente è un bene che ci sia stata questa disillusione. I tradizionalisti sembravano volersi in qualche modo “annettere” il Papa, rendendolo quasi il leader di un partito e dimenticando che egli non può che essere il padre di tutti. Allo stesso tempo però penso che sia un bene anche rendersi conto che non bisogna mai riporre le proprie speranze esclusivamente in un uomo, fosse pure il Papa. Il Papa è certamente un punto di riferimento fondamentale nella Chiesa, ma non può essere, neppure lui, assolutizzato: ciò che conta è la fede in Cristo, l’amore alla Chiesa, la fedeltà alla tradizione (quella vera!). In tutto ciò il Papa ci è di guida; ma non deve scandalizzarci se a un certo punto scopriamo che anche lui ha le sue idee, che non collimano in tutto con le nostre. Certo, sarebbe meglio, come scrivevo in un mio post precedente, che, per evitare disorientamenti, il Papa in qualche modo si spogliasse di sé e si limitasse a fare il Papa; ma questo forse è diventato impossibile ai nostri giorni (pensate che cosa direbbero se si rifiutasse di rispondere alle domande dei giornalisti!). Quel che conta è rimanergli fedeli non quando rilascia interviste (nel qual caso si può tranquillamente dissentire), ma nel momento in cui egli esercita la sua autorità apostolica.

martedì 7 dicembre 2010

Il segreto dell'indefettibilità della Chiesa

Ripensavo al mio post di ieri questa mattina, mentre leggevo la seconda lettura dell’Officium lectionis, tratta dalle lettere di Sant’Ambrogio:

«Non senza motivo, fra le tante correnti del mondo, la Chiesa resta immobile, costruita sulla pietra apostolica, e rimane sul suo fondamento incrollabile contro l’infuriare del mare in tempesta. È battuta dalle onde ma non è scossa e, sebbene di frequente gli elementi di questo mondo infrangendosi echeggino con grande fragore, essa ha tuttavia un porto sicurissimo di salvezza dove accogliere chi è affaticato».

La mia attenzione si è fermata in particolare sulla frase che in italiano è stata tradotta: «È battuta dalle onde ma non è scossa». Se ci riflettete, cosí formulata, essa risulta contraddittoria: ciò che è battuto è per ciò stesso scosso. E infatti Ambrogio non dice questo; il testo originale suona: «Abluitur undis, non quatitur», che significa: «È lavata dalle onde, non scossa». Il che è ben diverso!

Mi veniva allora di pensare all’esperienza che la Chiesa sta attualmente vivendo con lo scandalo degli abusi. La campagna mediatica ingaggiata contro la pedofilia sembrerebbe una tempesta che sta scuotendo la Chiesa, col rischio di farla affondare. In realtà, ci ammonisce il Santo Vescovo di Milano, quelle onde che colpiscono la Chiesa, nonché squassarla, servono per lavarla. Come non si stanca di ricordarci il Santo Padre, invece di lamentarci contro i media che mettono in piazza il male presente nella Chiesa, dovremmo ringraziare il Signore che ci dà, con ciò, un’occasione di purificazione.

Un monaco del VI secolo, San Doroteo di Gaza, in una delle sue istruzioni (De accusatione sui ipsius), arriva al punto di dire che, anziché irritarci, dovremmo essere grati a quanti ci attaccano:

«Se vuole ottenere misericordia, [chi viene accusato] faccia penitenza, si purifichi, cerchi di migliorare, e vedrà che a quel fratello [che lo accusa] invece di un oltraggio doveva piuttosto rivolgere un ringraziamento, essendo stato messo da lui in un’occasione di progresso spirituale» (PG 88, 1699).

Ecco il segreto dell’indefettibilità della Chiesa: ciò che, secondo i suoi nemici, dovrebbe servire per affondarla, si trasforma inspiegabilmente in uno strumento di purificazione e di salvezza. Abluitur undis, non quatitur.

lunedì 6 dicembre 2010

Una Chiesa irrilevante?

Il Signor Benedetto Serra mi chiede un parere sull’articolo di Giuseppe de Rita pubblicato ieri sul Corriere della sera:


«Oggi sul Corriere c’è un commento di Giuseppe De Rita, intitolato “Perché deve riprendere il dialogo tra la Chiesa, la società e la politica”. Il sottotitolo è “Cultura cattolica, il rischio del declino”. L’attacco del pezzo è il seguente: 

“Nulla disturba la psiche di noi mortali quanto la sensazione di essere irrilevanti. E si può presumere che il disturbo sia ancora piú spiacevole per le istituzioni collettive e per chi le abita e le governa. Mi incuriosisce in questa fase, e in parte mi coinvolge, la realtà attuale della Chiesa cattolica che, malgrado la sua persistenza millenaria, è da piú parti indicata come grande icona dell’irrilevanza rispetto alla convulsa attualità delle dinamiche culturali e dei dibattiti politici.”

Secondo me, il tono dell’articolo è un po’ ambiguo. È vero che la società attuale e la sua cultura emargina la Chiesa (le Chiese), ma la frustrazione di De Rita sulla “irrilevanza” della Chiesa mi lascia un po’ perplesso.

Nostro Signore non è stato “un Ebreo marginale”? E che rilevanza ha avuto mai Gesú Cristo per l’Impero Romano? E, mi chiedo ancora, se la Chiesa proclama “valori non negoziabili”, come potrebbe cercare un dialogo su questo con la società moderna? Certo, c’è il rischio di essere (o di sembrare) “autoreferenziali”, ma Nostro Signore non è “autoreferenziale” per eccellenza? Se la Chiesa non conta niente per i giornaloni laici e per le società secolarizzate del Nord Europa (e non solo), bisogna forse cercare a tutti i costi un dialogo che non trova né interesse né interlocutori?

Del resto, dei quattro “campi” di dialogo che De Rita indica, tutti e quattro vengono definiti dallo stesso De Rita “delicati” e, soprattutto, “ambigui”. Il rapporto fra dimensione ecclesiale e potere sociopolitico, il rapporto con la modernità e la post-modernità, il nuovo “statuto” antropologico dell’uomo e, infine, il “ruolo” della Chiesa nel mondo.

Mi chiedo, ma ha davvero tutta questa importanza il dialogo con il “mondo” in questo quattro campi? È vero che la Chiesa non conta niente, ma agli inizi dell’800, ai tempi del Santo Curato d’Ars, era forse diverso? E che cosa contava la Chiesa per Stalin? E cosa contavano il fondatore del Suo Ordine, o Madre Teresa di Calcutta? E che rilevanza ha Benedetto XVI? (…)

Va bene il dialogo, è importantissimo, ma se il “mondo” non lo vuole, deve la Chiesa preoccuparsi piú di tanto di inseguire la cultura moderna? Conclude De Rita: “E siccome i pericoli maggiori li corre oggi la cultura cattolica, è forse opportuno che i primi passi del confronto vengano proprio da quella parte”. Lei che ne pensa?».


Bisogna dire che l’articolo di De Rita è interessante (anche se non è sempre facile seguire il filo del ragionamento). Sull’analisi della situazione della Chiesa non si può non concordare:

«Troppi documenti ad alta genericità, troppi appelli di puro volontarismo, troppi sconfinamenti su argomenti su cui non si ha molto da dire, troppe rivendicazioni valoriali e di principio, troppi eventi che non riescono a farsi notare fuori dei propri recinti».

Quello che non mi convince affatto è questa eccessiva preoccupazione della irrilevanza della Chiesa. Se poi andiamo a vedere bene, di che irrilevanza si tratta? Dell’irrilevanza della Chiesa nel mondo della comunicazione e in quello della politica o, se volete, presso quell’inafferrabile realtà che oggi siamo abituati a chiamare (senza sapere che cosa precisamente sia) “opinione pubblica”. Beh, se proprio devo essere sincero, la cosa non è che mi angusti piú di tanto. 

Bisogna dare atto a De Rita di rappresentare fedelmente il battibecco attualmente in corso fra gli uomini di Chiesa e i media: «Le cose che diciamo non sono adeguatamente valorizzate» — «Non ci dicono niente di significativo». Anche a me dà noia quando al telegiornale, dopo aver dedicato decine di minuti a Berlusconi e Fini o al delitto di Avetrana, riservano solo un paio di minuti a qualche evento ecclesiale pure di una certa importanza. Anche a me dà noia quando la TV ignora 100.000 ragazzi dell’Azione cattolica in Piazza San Pietro, ma dà spazio a qualche decina di esponenti delle “vittime” degli abusi riuniti di fronte a Castel Sant’Angelo. Ma mi chiedo anche che bisogno ci sia che Padre Lombardi vada a “esprimere solidarietà”… Certe volte sembra quasi che ce l’andiamo a cercare (come quando la sera stessa del Concistoro, l’Osservatore Romano fa le anticipazioni sul libro-intervista del Papa: possiamo poi lamentarci che i media non hanno dato spazio al Concistoro?). 

Dunque, irrita anche me l’atteggiamento dei media verso la Chiesa (e ammiro chi, come l’Arcivescovo di New York gliele canta chiare, senza complessi d’inferiorità). Ma non è che questo provochi in me alcun senso di frustrazione. Semmai, mi convinco sempre di piú che chi è maggiormente in crisi in questo momento non è, come crede De Rita, la “cultura cattolica”, quanto piuttosto proprio quella “modernità” con cui la Chiesa dovrebbe riallacciare il dialogo. Se c’è qualcuno che in questo momento sta agonizzando, questo è proprio la modernità.

Personalmente sono d’accordo che la Chiesa debba dialogare con la modernità, ma non certo per poter essere piú “rilevante” (leggi: per poter apparire di piú sui mass media); bensí per salvare qualcosa della modernità irrimediabilmente destinata a morire. Certamente in essa sono presenti valori degni di essere preservati. Esattamente ciò che la Chiesa fece al crollo dell’antichità classica: furono i cristiani a salvare ciò che di meglio quella civiltà aveva saputo esprimere (filosofia, letteratura, arte, diritto, ecc.). 

Per il resto, sono perfettamente d’accordo col Signor Serra. A parte forse l’epoca di Innocenzo III, la Chiesa è stata sempre irrilevante. Eppure, c’è ancora. Dove sono finite tutte quelle civiltà, culture, ideologie, regimi politici, che di volta in volta si presentavano come il nuovo che avrebbe presto rimpiazzato l’antico? Dov’è oggi l’impero romano, dove sono i vari regimi rivoluzionari, dove sono Napoleone, Hitler e Stalin? Siamo proprio convinti che i potenti di oggi siano migliori di quanti li hanno preceduti?

Si dirà: ma il problema è che oggi è la Chiesa stessa a essere in crisi. Ingenui… La Chiesa in passato non era forse in crisi? era forse tutta d’un pezzo? Basta studiare un po’ di storia per accorgersi che la Chiesa in passato ha attraversato crisi, non solo esterne, ma anche interne, molto peggiori di quella attuale. Il problema è che non si tiene conto della natura vera della Chiesa: essa non è una istituzione semplicemente umana, ma divina. Umanamente parlando, essa farà pure acqua da tutte le parti; ma non è questo che ne determina il destino. Ciò che la rende imperitura è la presenza in essa di Cristo risorto, il quale «sacrificato sulla croce piú non muore, e con i segni della passione vive immortale» (prefazio pasquale III).