lunedì 7 marzo 2011

Effetti benefici?

Il mio post di quindici giorni fa sui Semina Verbi ha avuto una discreta risonanza. Esso è stato segnalato e commentato da diversi blog. La cosa, naturalmente, non può che farmi piacere. Tra i siti che hanno ripreso integralmente la mia riflessione c’è quello di Una vox. Va dato atto a tale sito di aver sempre difeso la tradizione, anche quando non era di moda. Per diversi anni l’ho visitato regolarmente perché esso costituiva per me l’unica fonte di informazione sul mondo tradizionalista. Per cui, anche se spesso non mi trovavo d’accordo con le sue posizioni, l’ho sempre considerato con grande rispetto. Questa volta però sento di dover fare qualche precisazione, dal momento che non mi sembra che ciò che è stato scritto come introduzione al mio post corrisponda a verità. Ecco il commento di Una vox:

«Pubblichiamo un articolo apparso, il 20 febbraio 2011, sul sito internet Querculanus e redatto dallo stesso creatore del sito: il Padre Giovanni Scalese. Lo pubblichiamo perché riteniamo che si tratti di un chiaro esempio di come la liberalizzazione della celebrazione secondo il Messale tradizionale e la remissione della cosiddetta scomunica ai quattro Vescovi della Fraternità San Pio X, oltre alle levate di scudi contro il Papa e contro la Tradizione Cattolica, possano generare riflessioni interessanti, che fino a qualche mese fa sembravano appannaggio esclusivo ed eccentrico dei fedeli tradizionali. In particolare, in questo articolo, il Padre Scalese dice a chiare lettere, del Vaticano II, ciò che i fedeli tradizionali ripetono da 40 anni e per cui sono stati bollati come ribelli e scismatici. Il Padre Scalese è un sacerdote barnabita ben lontano dall’essere sospettabile di “tradizionalismo”, le sue riflessioni, quindi, possono considerarsi come uno dei frutti benefici che l’influenza e la presenza dei fedeli tradizionali hanno prodotto, prima silenziosamente, oggi apertamente e pubblicamente. Abbiamo già pubblicato qualche altra riflessione del Padre Giovanni Scalese: Concilio e “spirito del Concilio” […]

Precisazione necessaria. Alcuni passaggi degli articoli di Padre Giovanni Scalese richiederebbero delle precisazioni, soprattutto in relazione al Concilio, ai documenti del Concilio e alla liturgia moderna, ma non è questo che piú conta, in questa occasione, poiché la cosa importante è che si possano finalmente criticare, in maniera seria e ponderata, il Concilio, la liturgia moderna e il Papa senza per questo incorrere in sanzioni morali o disciplinari e in ostracismi o emarginazioni».

Ciò che mi sembra non corrispondere al vero è il pensare che le mie riflessioni siano conseguenza della liberalizzazione della Messa tridentina o frutto dell’influsso benefico esercitato dai fedeli tradizionali. Sia ben chiaro, non voglio apparire un “duro e puro” che non si lascia in alcun modo influenzare dal mondo che lo circonda; anzi, sono profondamente convinto che dobbiamo saper cogliere i “segni” dei tempi in cui viviamo. Non vorrei però essere scambiato per uno dei tanti tradizionalisti dell’ultim’ora, che hanno improvvisamente scoperto la tradizione col motu proprio Summorum Pontificum. Quanto vado scrivendo è il frutto di una riflessione che certamente tiene conto anche di tanti contributi recenti, ma che affonda le sue radici lontano nel tempo.

Quanto all’intervento sui Semina Verbi, vorrei innanzi tutto spiegare quale è stato il motivo occasionale che lo ha originato. Dovendo insegnare, oltre che storia e filosofia al liceo, anche religione nella scuola secondaria di primo grado, nel libro di testo di terza media ho trovato una lezione sul pluralismo religioso, che riportava un brano di una catechesi di Giovanni Paolo II del 1998, dove appunto si parlava dei «semi del Verbo presenti e operanti nelle diverse religioni». Siccome la cosa non mi tornava, ho sentito il bisogno di fare una ricerca, il cui risultato è stato il post che ho pubblicato. Certamente nel fare tale ricerca ero in qualche modo condizionato anche dall’annuncio della prossima giornata di Assisi, ma non era stato quell’evento lo stimolo per la mia riflessione. Né, tanto meno, sono andato a leggere studi di chicchessia sul tema (meno che mai, come qualcuno ha voluto insinuare, di esponenti, a me affatto sconosciuti, della Fraternità di San Pio X).

Quanto alle mie critiche al Concilio Vaticano II, esse risalgono a non pochi anni fa: sono precedenti al mio stesso articolo Concilio e “spirito del Concilio” (che è stato scritto nel giugno del 2008 e pubblicato su questo blog nel gennaio del 2009). Per darvene una prova, vi riporto quanto affermavo in una conferenza che feci al nostro Capitolo provinciale, nel dicembre del 1999. Il titolo della conferenza era L’apostolato dei Chierici Regolari di San Paolo ieri, oggi e domani: si trattava di una riflessione sulla nostra storia. A proposito della situazione attuale facevo le seguenti considerazioni:

«Nonostante gli sforzi di rinnovamento, la situazione attuale risulta alquanto critica sia per la Chiesa sia per la Congregazione. Per quanto riguarda la Chiesa, ci limiteremo a constatare che le grandi attese suscitate dal Concilio sono rimaste in gran parte frustrate: si era parlato di una “nuova pentecoste”, e abbiamo avuto la secolarizzazione; si sperava in un riavvicinamento fra Chiesa e mondo, e mai come ora sentiamo queste due realtà distanti fra loro; si pensava a un nuovo slancio missionario, e mai come adesso vediamo la Chiesa ripiegata su sé stessa; si attendeva un ringiovanimento della Chiesa, e mai come ai nostri giorni la vediamo popolata soprattutto da persone anziane. Si pensava che fossero sufficienti alcune riforme strutturali per rinnovare il volto della Chiesa: il lifting è stato fatto, ma il volto della Chiesa continua a essere segnato dalle rughe. C’è stata la riforma liturgica, e ci ritroviamo le chiese vuote; ci si è dedicati a un immane sforzo di catechesi, e mai come oggi è diffusa l’ignoranza religiosa; ci si è fatti un’overdose di pastorale giovanile, e i giovani hanno abbandonato gli oratori per affollare le discoteche; sono stati istituiti gli organismi di partecipazione, e quelli che dovevano essere uno strumento di comunione si sono rivelati un ulteriore motivo di burocratizzazione della Chiesa; si sono “aperti” i seminari, e si sono svuotati. Le uniche vere novità dei nostri giorni sono costituite da fenomeni in nessun modo programmati o previsti dal Concilio: l’inatteso ritorno del martirio, la stupefacente fioritura dei movimenti ecclesiali, l’incredibile richiamo esercitato a tutti i livelli da padre Pio, la sorprendente moltiplicazione delle apparizioni mariane e — perché no? — la straordinaria diffusione di Radio Maria e l’eccezionale proliferazione di siti cattolici in Internet […]».

Le mie riflessioni si soffermavano poi sulla situazione attuale della Congregazione. La conferenza, nel suo insieme, fu bene accolta dall’assemblea; ma il passaggio su riportato fu criticato da qualche confratello, perché avevo osato mettere in discussione il Concilio, che fino ad allora costituiva un vero e proprio tabú.

Anche per quanto riguarda la libertà di criticare il Papa, non si tratta per me di una novità. Non posso documentare i miei dubbi sulle precedenti giornate di Assisi; posso però riportare un passaggio piuttosto polemico della mia prefazione al volume di Massimo Angeleri, Rosminianesimo a Milano. Il caso di padre Gazzola (1885-1891), NED, 2001. Padre Gazzola è un barnabita (di profonda spiritualità e sicura ortodossia), che dovette soffrire molto perché accusato prima di rosminianesimo e poi di modernismo:

«Sul Corriere della sera del 23 marzo 2000 Ernesto Galli della Loggia chiedeva che la richiesta di perdono della Chiesa per le colpe del passato, compiuta durante l’anno giubilare, si estendesse anche alle vittime della repressione antimodernistica. Anche noi, sinceramente, siamo rimasti un po’ sorpresi e delusi per questo mancato mea culpa per la durezza usata dalla Chiesa verso certi suoi figli incompresi, ingiustamente accusati, talvolta ferocemente perseguitati, ma rimasti a lei fedeli sino alla fine. Sappiamo bene che tradizionalmente la Chiesa agisce in maniera diversa: anziché riconoscere gli errori del passato e chiedere scusa a coloro che furono perseguitati, supera di fatto determinate situazioni e riabilita indirettamente i perseguitati riconoscendone la santità (si pensi, solo per fare un esempio, alla recente beatificazione di padre Pio). Ma siccome sembrava che si volesse adottare un nuovo metodo, poteva essere, questa, l’occasione per procedere a una vera e propria “riabilitazione”. Peccato! Non rimane che sperare che anche nei confronti di molte delle vittime della repressione antimodernistica, e in particolare di padre Gazzola, la Chiesa torni almeno al sistema tradizionale e le riabiliti riconoscendo pubblicamente l’eroicità delle loro virtú».

Anche in tal caso mi presi una bella lavata di capo da un confratello Vescovo, perché mi ero permesso di criticare pubblicamente il Papa. 

Per quanto riguarda la liturgia, il Prof. Dante Pastorelli di Firenze ha in piú occasioni testimoniato che, quando i tradizionalisti erano considerati ancora come degli appestati, io li ospitai gratuitamente alla Querce per un loro incontro, non perché ne condividessi le posizioni, ma semplicemente perché ho sempre pensato che nella Chiesa ci sia posto per tutti: se c’è posto per tanti riti liturgici (non solo tradizionali, ma perfino di nuovo conio come quello neocatecumenale), non ho mai capito perché non ci potesse essere piú posto per il rito romano antico. Questo senza mai mettere in discussione la mia convinta adesione alla riforma liturgica.

Penso che questo basti per dimostrare che le mie attuali posizioni, pur essendo aperte a ulteriori sviluppi e a sempre possibili revisioni, non sono improvvisate o frutto di recenti ripensamenti. Semmai, se proprio devo essere sincero, dirò che i fenomeni che, secondo Una vox, starebbero esercitando un benefico influsso sulla Chiesa, secondo me, stanno piuttosto provocando un effetto contrario. Non voglio soffermarmi, almeno per il momento, su quanto sta avvenendo nella Chiesa nel suo complesso (anche se non posso nascondere l’impressione che la liberalizzazione della Messa tradizionale, anziché riportare la pace tra i fedeli, stia suscitando ulteriori divisioni). Preferisco per ora limitarmi a considerare quanto sta avvenendo in me stesso: attualmente mi sento assai piú confuso di qualche anno fa. Nonostante ci sia sempre stata una certa dialettica nella Chiesa, nonostante che abbiamo vissuto periodi di gran lunga piú confusi di quello attuale, devo però dire che io, grazie al Cielo, ho sempre potuto contare su alcuni principi abbastanza chiari, che mi hanno permesso di attraversare anche i momenti piú critici senza rimanerne travolto. In questi ultimi tempi invece ho la sensazione di non avere piú nessuna certezza. Per esempio, in campo liturgico, non avevo mai messo in discussione la validità della riforma liturgica; semmai, il problema era quello di attuarla pienamente e di eliminare gli abusi. Ora, invece, con il Summorum Pontificum (o perlomeno con certe sue interpretazioni), tutto è stato rimesso in discussione. Di fatto, il risultato del motu proprio, al di là delle intenzioni, non è stato tanto il riconoscimento ad alcuni fedeli del sacrosanto diritto di partecipare alla Messa secondo la loro legittima sensibilità, ma quello di insinuare il dubbio che la riforma liturgica in sé fosse stata un errore.

Quanto poi alla presenza dei fedeli tradizionali, beh, devo fare una distinzione. A quelli che con coraggio e coerenza hanno difeso la tradizione in tempi non sospetti, è sempre andato tutto il mio rispetto. Non altrettanto posso dire a proposito dei tradizionalisti dell’ultim’ora, che si permettono di sparare giudizi e lanciare anatemi a destra e a manca con una superficialità, un’arroganza e una volgarità che hanno ben poco a che fare col Vangelo. Chiedo solo: dove erano questi talebani della tradizione negli anni Settanta e Ottanta? O non erano nati, o avevano ancora i calzoni corti, o, se li avevano lunghi, stavano dall’altra parte della barricata (o perché non erano credenti o, se lo erano, militavano nelle file della contestazione). Con ciò non voglio escludere la possibilità di un salutare ravvedimento; voglio solo dire che la vera conversione di solito si contraddistingue per umiltà e mitezza. La moltitudine vociante di certi tradizionalisti odierni, nonché esercitare un benefico effetto sulla Chiesa, rischia di provocare in molti una crisi di rigetto.

domenica 27 febbraio 2011

Criteri di traduzione

Il prossimo 9 marzo, mercoledí delle Ceneri, uscirà la nuova edizione (la quarta) della New American Bible (“NAB Revised Edition”), la traduzione cattolica della Bibbia ufficiale negli Stati Uniti. Dovrebbe essere quella definitiva: la prima edizione era stata pubblicata nel 1970; nel 1986 era stato rivisto il Nuovo Testamento; nel 1991, i Salmi; ora, finalmente, è stata ultimata la revisione dell’Antico Testamento. I criteri adottati in queste successive revisioni in genere hanno seguito una duplice tendenza: da una parte, una maggiore fedeltà al testo biblico; dall’altra, uno sforzo di adattamento all’evoluzione del linguaggio. Rientra in questa seconda tendenza la discutibilissima adozione, almeno nel caso del Nuovo Testamento (non so come si siano comportati per l’Antico), del cosiddetto “linguaggio inclusivo” (per quanto in una forma mitigata).

Ha avuto una certa risonanza (vedi qui) la decisione di non utilizzare piú nell’Antico Testamento la parola “holocaust”, in quanto ormai riservata esclusivamente (con la “H” maiuscola) allo sterminio degli ebrei durante la seconda guerra mondiale. La decisione, che non era stata in alcun modo sollecitata, è stata accolta con favore dalle organizzazioni dei sopravvissuti (vedi qui).

Ciò che mi irrita maggiormente non è tanto l’adeguamento totale, da parte della Chiesa cattolica, alla political correctness (ieri con l’adozione del linguaggio inclusivo, oggi con l’eliminazione della parola “olocausto”), quanto piuttosto l’incoerenza nell’utilizzo dei criteri di traduzione che si è deciso di seguire. Da una parte si dichiara di voler eseguire una traduzione letterale (e in molti casi lo si fa); dall’altra si ricorre spesso e volentieri alla creatività arbitraria. 

Si pensi che talvolta, pur di rimanere fedeli al testo originale, si è addirittura rinunciato a tradurre. In certi casi, secondo me, giustamente, come per esempio conservando l’espressione “Amen”, quando Gesú dice: «In verità vi dico» (Amen, I say to you); o ritenendo alcune espressioni popolari usate da Gesú, come “raqa” (Mt 5:22) o “mammon” (Mt 6:24). In altri casi, a mio parere, senza nessun valido motivo, come quando in Nm 21 si parla di “saraph serpents” (nella vecchia versione CEI tradotto con “serpenti velenosi” e nella nuova con “serpenti brucianti”).

Nel caso di “olocausto”, che in tutte le lingue è un termine tecnico per indicare un particolare tipo di sacrificio (quello nel quale la vittima viene completamente consumata dal fuoco), si è invece preferito ricorrere a una perifrasi descrittiva: “burnt offering” (= offerta bruciata). Il motivo sarebbe perché ormai la parola “Holocaust” avrebbe mutato significato e si riferirebbe, in maniera univoca, alla Shoah. C’è da dire che l’espressione “burnt offering” non è nuova (essa veniva già usata, in qualche caso, nella traduzione cattolica classica Douay-Rheims e, sempre, in quella protestante King James) e rende correttamente il senso di “olocausto”. Ma perché privarsi di un termine cosí specifico, oltretutto perfettamente comprensibile?

La critica all'incoerente applicazione dei criteri di traduzione non si rivolge solo alla NAB-RE, ma può essere rivolta anche alla nuova versione della CEI. Avete notato il vangelo della Messa di oggi (Mt 6:24-34)? Da una parte, la nuova traduzione segna un netto miglioramento rispetto alla vecchia: il verbo μεριμνάω viene reso, in tutte e sei le sue ricorrenze, con “preoccuparsi” (a differenza di quanto avveniva nella vecchia traduzione). D’altra parte, si è preferito abbandonare l’espressione “mammona” (presente nella vecchia versione e facente parte del linguaggio comune) e tradurla con “ricchezza”. È troppo chiedere che, una volta adottati dei criteri, essi vengano sempre coerentemente applicati?

domenica 20 febbraio 2011

"Semina Verbi"

È ormai diventato un luogo comune ritenere che nelle religioni non-cristiane siano presenti alcuni semina Verbi (= germi del Verbo) o che esse costituiscano una sorta di praeparatio evangelica (= preparazione al Vangelo). All’origine di tale convinzione c’è l’insegnamento del Concilio Vaticano II. Il Decreto sull’attività missionaria afferma:

«[I cristiani] conoscano a fondo le loro [= dei non-cristiani] tradizioni nazionali e religiose; con gioia e rispetto scoprano i germi del Verbo in esse latenti» (Ad gentes, n. 11; cf Lumen gentium, n. 17).

Nella Costituzione dogmatica sulla Chiesa si afferma:

«La divina Provvidenza [non] nega gli aiuti necessari alla salvezza a coloro che senza colpa non sono ancora arrivati ad una esplicita conoscenza di Dio, e si sforzano, non senza la grazia divina, di vivere una vita onesta. Poiché ciò che in essi si trova di buono e di vero è ritenuto dalla Chiesa come preparazione al Vangelo, e dato da colui che illumina ogni uomo perché abbia finalmente la vita» (Lumen gentium, n. 16; cf Catechismo della Chiesa cattolica, n. 843).

La Dichiarazione sulle religioni non-cristiane, per esprimere il medesimo concetto, ricorre all’immagine del raggio di luce:

«La Chiesa cattolica non rigetta nulla di quanto c’è di vero e di santo in queste religioni. Guarda con sincero rispetto a quei sistemi di agire e di vivere, a quei precetti e a quelle dottrine che, sebbene differiscano in molti punti da ciò che essa pensa e propone, tuttavia non di rado riflettono un raggio di quella Verità che illumina tutti gli uomini» (Nostra aetate, n. 2).

Dopo il Concilio, le metafore dei semina Verbi e della praeparatio evangelica sono state riprese dai Sommi Pontefici. Paolo VI, nell’Esortazione apostolica sull’evangelizzazione, afferma:

«[Le religioni non-cristiane] sono tutte cosparse di innumerevoli “germi del Verbo” e possono costituire una autentica “preparazione evangelica”, per riprendere una felice espressione del Concilio Vaticano II tratta da Eusebio di Cesarea» (Evangelii nuntiandi, n. 53).

Da parte sua, Giovanni Paolo II, nella sua prima enciclica, scrive:

«Giustamente i Padri della Chiesa vedevano nelle diverse religioni quasi altrettanti riflessi di un’unica verità come “germi del Verbo”, i quali testimoniano che, quantunque per diverse strade, è rivolta tuttavia in una unica direzione la piú profonda aspirazione dello spirito umano, quale si esprime nella ricerca di Dio ed insieme nella ricerca, mediante la tensione verso Dio, della piena dimensione dell’umanità, ossia del pieno senso della vita umana» (Redemptor hominis, n. 11).

Sembrerebbe dunque di trovarci dinanzi a una dottrina consolidata, oltretutto ben radicata nella tradizione, visto che le espressioni usate sono di origine patristica. L’immagine dei semina Verbi è tratta da san Giustino e da Clemente Alessandrino; il concetto di praeparatio evangelica invece, come ci ricordava Paolo VI, lo troviamo in Eusebio di Cesarea. Tutto vero. Il problema è: siamo sicuri che i Santi Padri, con tali espressioni, si riferissero alle religioni non-cristiane (che a quel tempo si identificavano con la religione pagana)? Faccio rispondere a questa domanda uno dei maggiori patrologi del XX secolo, Berthold Altaner (Patrologia, Marietti, 7ª ed., 1977). A proposito di Giustino, che parla dei “germi del Verbo” nelle sue Apologie, scrive:

«Con la sua teoria del λόγος σπερματικός [logos spermatikos] Giustino getta un ponte tra la filosofia antica e il Cristianesimo. In Cristo apparve, in tutta la sua pienezza, il Logos divino, ma ogni uomo possiede nella sua ragione un germe (σπέρμα) del Logos. Questa partecipazione al Logos, e conseguente disposizione a conoscere la Verità, fu in alcuni particolarmente grande; cosí nei Profeti del giudaismo e, fra i greci, in Eraclito e Socrate. Molti elementi della verità sono passati, cosí egli opina, nei poeti e nei filosofi greci dell’antica letteratura giudaica, poiché Mosè era ritenuto lo scrittore assolutamente piú antico. Di conseguenza i filosofi, in quanto vissero e insegnarono conformemente alle regole della ragione, furono dei Cristiani, in un certo senso, prima della venuta di Cristo. Tuttavia solo dopo questa venuta i Cristiani sono entrati in possesso della verità totale e sicura, priva di ogni errore. Il pensiero teologico di San Giustino è fortemente influenzato dalla filosofia stoica e platonica» (pp. 70-71).

Quanto a Eusebio, che compose un’opera dal titolo Praeparatio evangelica, Altaner scrive:

«La Praeparatio evangelica (Εὐαγγελικὴ προπαρασκευή), in 15 libri, composta tra il 312 e il 322, vuole dimostrare ai catecumeni e ai pagani, forse scossi dagli attacchi di Porfirio, come i Cristiani abbiano avuto ragione nel preferire il Giudaismo al paganesimo. La “Filosofia degli Ebrei” è superiore alla cosmogonia e alla mitologia dei pagani. I sapienti pagani, soprattutto Platone, hanno attinto dall’A.T.» (p. 223).

Come si può vedere, i Santi Padri non rinvengono alcun “germe del Verbo” nella religione pagana, né considerano questa una “preparazione al Vangelo”. Tali immagini vengono da loro applicate non alla religione, ma alla cultura del tempo, in particolare alla filosofia e alla poesia, le quali, secondo loro, avrebbero attinto a Mosè. I primi cristiani non hanno mai fatto proprio alcun elemento della religione pagana, mentre non si sono fatti scrupolo di adottare le categorie dell’ellenismo addirittura per esprimere la loro fede. La preoccupazione dei cristiani dei primi secoli non era il dialogo interreligioso, ma l’inculturazione del Vangelo.

Una conferma a questo, che è stato l’atteggiamento della Chiesa di tutti i tempi fino al Vaticano II, la troviamo in Padre Matteo Ricci (1552-1610). Solitamente il missionario gesuita viene proposto come antesignano dell’attuale dialogo interreligioso, vista la sua simpatia nei confronti del confucianesimo. Ma non si tiene conto che tale simpatia scaturiva proprio dalla «consape­volezza che nessun elemento vi era nel confucianesimo che potesse far pensare ad una religione … il confucianesimo, lungi dal presentarsi alla stregua di una religione, perseguiva lo scopo di dare una giusta e retta amministrazione al gover­no del paese» (Franco Di Giorgio). Al contrario, Padre Ricci non si fece scrupolo di criticare il taoismo e il buddismo, che considerava inconciliabili col cristianesimo.

Ci si potrebbe dunque chiedere se, su questo punto, il Concilio non rappresenti una rottura con la tradizione o, piuttosto, una sua legittima evoluzione. Non sta a me dare una risposta a questa domanda, che pure costituisce un problema di capitale importanza. L’unica cosa che posso dire è che non mi sembra corretto affermare, come fa Giovanni Paolo II nella Redemptor hominis, che «i Padri della Chiesa vedevano nelle diverse religioni quasi altrettanti riflessi di un’unica verità come “germi del Verbo”». Un Papa ha tutta l’autorità di interpretare la rivelazione, ma non ha autorità di stravolgere la storia.

domenica 13 febbraio 2011

L'albero e i frutti

Il mio ultimo post sul caso Maciel ha provocato, come era prevedibile, qualche reazione di dissenso, non tanto sulla tesi centrale del discorso (preferibile sospendere qualsiasi giudizio sul Padre Maciel), quanto piuttosto sul modo di interpretare la metafora evangelica dell’albero e dei frutti.

Forse è opportuno tornare brevemente su tutta la questione. Vorrei chiarire, se ancora ce ne fosse bisogno, che non voglio e non posso (innanzi tutto perché non sono nessuno; in secondo luogo perché non ho gli elementi per esprimere un giudizio) assolvere Padre Maciel dagli addebiti che gli sono stati mossi. Non mi sembra giusto però, allo stato delle cose, emettere contro di lui una sentenza di condanna. Il motivo che ho portato («finora si è sempre parlato di “testimonianze” e mai di “prove”») è stato nei giorni scorsi corroborato da una riflessione di Vittorio Messori su La Bussola Quotidiana. Lo scrittore cattolico si lamentava di un servizio televisivo sulle sètte, interamente costruito su testimonianze di “ex” (tali sono tutte le testimonianze contro Maciel):

«Se sto alla mia esperienza di cronista, non di sociologo, poche cose sono fuorvianti come le accuse alla sua antica organizzazione da parte di chi è uscito sbattendo la porta. Ci sono addirittura degli “ex” di professione, sempre intervistati su qualunque giornale e tv … Sta di fatto che, nel mio lavoro di giornalista, non mi sono mai fidato né di questi né di altri pentiti: per esempio, dei gruppi, assai affollati, di ex-geovisti o ex-scientologisti. Prendo poco sul serio anche gli ex-comunisti e, in generale, ogni reduce deluso. Magari, con tutto il rispetto, anche qualche transfuga da seminari e conventi … Non occorre essere psicologi per comprendere il perché di una doverosa diffidenza: chi ha abbandonato una strada, magari una vocazione, un ideale, deve giustificarsi davanti a se stesso e al prossimo, ha bisogno di aumentare la responsabilità degli altri per diminuire la propria, per contrastare il senso di colpa che cova, magari nell’inconscio e che in qualche caso è devastante. Non mi azzardo oltre in questi intrighi emotivi. Volevo solo avvertire, sulla base della esperienza: qualunque realtà discussa contestata dobbiate giudicare, non fatelo prendendo sul serio sempre e solo le testimonianze, magari impressionanti, di chi se ne è andato».

Un esempio di tale tipo di testimonianze, di cui è bene diffidare, è quella di un ex-legionario che ci ha proposto in questi giorni Sandro Magister sul sito www.chiesa. Andate a cercare lo straccio di una prova nel lungo articolo di Padre Gill: naturalmente si danno per scontate tutte le accuse, quasi che non ci fosse bisogno di provare nulla. Qua e la però spuntano alcune presunte “prove” della colpevolezza di Padre Maciel:

«Maciel periodicamente spariva per settimane o per un mese senza che nessuno sollevasse domande … Era risaputo tra i superiori della Legione che egli di rado diceva la messa o recitava il breviario o partecipava ai ritiri …».

Con tutto il rispetto, se queste sono prove… Mentre alla fine dell’articolo viene fuori qualcosa di interessante: il contrasto culturale esistente fra la componente messicana della Legione e quella europea e nordamericana. Un contrasto che potrebbe spiegare molte cose…

Quanto alla questione della metafora dell’albero e dei frutti, ne riconosco tutta la problematicità. Mi è stato fatto notare che non è corretto applicare in maniera automatica il principio evangelico al fondatore di un istituto religioso; i “frutti buoni”, prima che frutti del fondatore, sarebbero frutti dei tanti buoni religiosi che compongono la congregazione. È vero. La TOB infatti spiega il passo di Matteo riferendo la metafora all’individuo:

«L’immagine del frutto … applicata alla situazione umana ha la sua importanza in Mt. Al singolare collettivo oppure al plurale, indica il comportamento concreto dell’uomo, sia nelle sue azioni che nelle sue parole, comportamento che permette di discernere o di riconoscere … l’autenticità dell’attività dei profeti» (ad Mt 7:16).

È altrettanto vero, come dicevo la volta scorsa, che Dio può servirsi di strumenti imperfetti per compiere la sua opera. È tutto vero. Però, secondo me, il problema rimane. È possibile che da un “falso profeta” derivi tanto bene? Non nego che nella Legione possano esserci diverse storture da raddrizzare (e per questo nel mio post riconoscevo l’opportunità della visita apostolica e del commissariamento); ma vorrei soffermarmi su un aspetto che costringe a riflettere. Mi riferisco al numero delle vocazioni che, contrariamente a qualsiasi attuale trend nella Chiesa, continua a caratterizzare la Legione. Checché ne dica Padre Gill, il 24 dicembre 2010 sono stati ordinati 61 (diconsi “sessantuno”!) nuovi sacerdoti (vedi qui). Come si può spiegare un tale fenomeno? Che cos’è che spinge tanti giovani ad aderire alla Legione e, dopo tutto quel che è successo, a rimanervi? Ci sarà pure un “sistema di potere” che controlla le coscienze; ma possibile che siano tutti plagiati? Come mai questi giovani non vengono nelle nostre congregazioni e nelle nostre diocesi, dove potrebbero respirare un’atmosfera di piena libertà e potrebbero incontrare tanti esempi di dirittura morale e di santità? Perché mai andare a rinchiudersi in un ambiente asfissiante e oppressivo e per di più passare per seguaci di uno stupratore? Scusate, ma non riesco a capire; c’è qualcosa che non torna. Potrei capire che ci fossero 61 ordinazioni quando Padre Maciel veniva osannato in Piazza San Pietro ed elogiato dal Papa; ma adesso, stando a quanto afferma Padre Gill, ci si aspetterebbe che solo una manciata di messicani si ostini a rimanere nella Legione. E invece i 61 neo-ordinati provengono da ogni parte del mondo: Germania (1), Brasile (4), Canada (3), Corea del Sud (1), Spagna (7), USA (7), Italia (6), Messico (28), Nuova Zelanda (1), Venezuela (2) e Vietnam (1). Mah… decisamente meglio sospendere qualsiasi giudizio.

mercoledì 2 febbraio 2011

Parce sepulto!

Avrete notato che non parlo quasi mai del Padre Marcial Maciel Degollado, fondatore dei Legionari di Cristo. Gli unici riferimenti alla sua vicenda li feci nei primi mesi di esistenza di questo blog: 6 febbraio 2009; 31 marzo 2009; 21 aprile 2009 e 30 giugno 2009. In seguito ebbi l’impressione che si stesse praticando una sorta di accanimento contro di lui. A quel punto, nonostante le “prove inequivocabili” sul suo conto, preferii sospendere qualsiasi giudizio e rimanere fedele all’adagio virgiliano Parce sepulto! Ero rimasto male quando, ancora vivente, il Papa lo aveva condannato senza processo; mi sembrava ancora piú grave che si continuasse a dare addosso a un morto, che non aveva piú alcuna possibilità di difendersi.

Se avevo deciso di tacere — vi chiederete — perché ora torno sulla questione? Perché ha fatto scalpore l’intervento della Direttrice del portale Catholic.net, Lucrecia Rego de Planas, che ha scritto un articolo dal titolo «Marcial Maciel: “Una figura enigmática” para Benedicto XVI». La Signora, che fa parte del movimento laicale Regnum Christi, rileva nel caso Maciel una sorta di dilemma: «O Jesucristo fue un mentiroso o, si no, forzosamente hay algo que no se ha descubierto aún en los “testimonios inequívocos” que le mostraron al Papa (= O Gesú Cristo è stato un bugiardo, o, in caso contrario, ci deve necessariamente essere qualcosa che non si è ancora scoperto nelle “testimonianze inoppugnabili” che hanno mostrato al Papa)». Perché — direte voi — Gesú Cristo dovrebbe essere un bugiardo? Perché egli ci ha assicurato nel vangelo: 

«Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dagli spini, o fichi dai rovi? Cosí ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni» (Mt 7:16-18; il riferimento che appare nell’articolo della Signora Rego è errato).

Tale principio, che si fonda sull’autorità del Salvatore, è stato sempre adottato dalla Chiesa come criterio infallibile di discernimento riguardo ai vari fenomeni mistici e apostolici che si sono manifestati in essa attraverso secoli. Nel caso in questione sembrerebbe non applicarsi, dal momento che ci troveremmo di fronte a un albero cattivo (Padre Maciel) che ha prodotto frutti buoni (la Legione da lui fondata). Si è cercato di superare la difficoltà — e io stesso l’ho fatto — dicendo che Dio può servirsi anche di strumenti imperfetti per compiere la sua opera.

Vi dirò che l’articolo della Signora Rego non mi è piaciuto, soprattutto per il tono (per quanto sia possibile percepire il tono di un testo scritto in una lingua straniera), che mi sembra poco rispettoso nei confronti del Santo Padre. Devo però riconoscere che esso pone una questione reale: ci troviamo di fronte a un caso in cui emerge una patente contraddizione fra la parola del vangelo e la posizione della Chiesa. 

Qualcuno (si veda il post di Andrea Tornielli di ieri) sostiene che il problema sarebbe stato posto male: non è vero che ci sarebbero solo due alternative (o Cristo è bugiardo o Padre Maciel è innocente). Non si capisce però poi quale sia la terza possibilità, tanto è vero che alla fine Tornielli è costretto ad ammettere: «A questo non si risponde con qualche battuta in un blog e di certo non è in grado di abbozzare risposte il sottoscritto». A me sembra invece che, se il problema esiste (e questo lo ammette anche Tornielli), esso sia stato posto, per quanto brutalmente, in maniera corretta. Il contrasto, volutamente estremizzato dalla Signora Rego, serve proprio per farci prendere coscienza dell’esistenza del problema. Non credo che si voglia, semplicisticamente, assolvere Padre Maciel dalle pesanti accuse che gravano sul suo conto; penso che si voglia dire: andiamoci piano a condannare una persona in maniera sbrigativa e senza appello, soltanto perché ci sarebbero “testimonianze inoppugnabili”.

Personalmente, ho notato che finora si è sempre parlato di “testimonianze” e mai di “prove”. Chiedo: è sufficiente condannare una persona sulla base di semplici testimonianze? Tali testimonianze hanno poi trovato dei riscontri oggettivi, che permettano di considerarle credibili? Il fatto che si presenti qualcuno che si dichiara “figlio” di Padre Maciel è sufficiente a dimostrare che lo sia realmente? Chiedo ancora: è stato fatto il test del DNA per provare la reale paternità dei pretesi figli? Sia ben chiaro: non voglio fare polemica spicciola; pongo solo delle domande, dal momento che finora, nella valanga di gossip da cui siamo stati travolti, nessuno ha mai sentito il bisogno di chiarire certe questioni, che a me, semplice “uomo della strada”, non appaiono di secondaria importanza. Si dirà: ma non sta a te giudicare Padre Maciel! Certo, ed è proprio per questo che preferirei che tutto fosse trattato nel piú assoluto riserbo; ma, visto che nel mondo in cui viviamo siamo tutti resi partecipi di certi processi mediatici, quasi fossimo membri di una grande giuria chiamata a emettere una sentenza, gradirei essere informato su certi dettagli non irrilevanti.

In base alle informazioni che ci sono state fornite, che — si badi bene — indugiano finanche sui particolari piú scabrosi degli abusi che Padre Maciel avrebbe compiuto, ma tralasciano di riportare qualsiasi prova, non mi sembra che si possa emettere un giudizio definitivo. Se le uniche prove contro Maciel sono delle testimonianze, per quanto numerose e convergenti, potrebbe trattarsi di semplici calunnie (e ci sono tanti motivi che potrebbero giustificarle). Non sarebbe la prima volta che ciò avviene nella storia della Chiesa. È comunissimo che grandi santi siano stati ingiustamente calunniati. Gesú stesso è stato crocifisso come un bestemmiatore; ed era il Figlio di Dio. Giovanna d’Arco — ce lo ha ricordato il Papa la settimana scorsa — è stata condannata al rogo come una strega da un tribunale ecclesiastico; ed era una santa. E che dire delle accuse fatte a Padre Pio, a cui anche il Beato Giovanni XXIII dette credito? 

Sospetti infamanti circolavano anche alle origini del mio Ordine religioso e anche in quel caso ci fu una visita apostolica (1552), che “normalizzò” la situazione, imponendo la damnatio memoriae dei fondatori (Battista Carioni da Crema, Antonio Maria Zaccaria, Paola Antonia Negri). Ci vollero 350 anni per giungere alla canonizzazione dello Zaccaria (1897); ma le accuse furono talmente invasive che ancora oggi non si sono completamente dissipate le ombre sulle figure del Carioni e della Negri. La storia dovrebbe insegnarci a essere estremamente cauti nell’emettere giudizi definitivi, soprattutto quando si tratta di morti, che non possono difendersi. Sono convinto che il commissariamento da parte della Santa Sede possa fare molto bene alla Legione (come fecero bene a noi gli interventi pontifici alle nostre origini); ma sulle persone defunte, molto meglio stendere un pietoso velo di silenzio. Parce sepulto!

sabato 22 gennaio 2011

Ambiguità dove meno te le aspetti

Una delle critiche piú ricorrenti che vengono rivolte al Vaticano II da parte tradizionalista è quella di ambiguità nel linguaggio adottato. Il Concilio avrebbe abbandonato la rigorosa terminologia del magistero precedente per utilizzare espressioni volutamente ambigue, che possono, certo, essere interpretate correttamente, senza che però se ne possa escludere una interpretazione scorretta. L’esempio piú famoso di tale linguaggio ambiguo è l’affermazione contenuta in Lumen gentium 8: 

«Questa Chiesa [una, santa, cattolica e apostolica], costituita e organizzata in questo mondo come società, sussiste nella Chiesa cattolica, governata dal Successore di Pietro e dai Vescovi in comunione con lui».

Giustamente si è fatto notare: che bisogno c’era di utilizzare il verbo “sussiste” (subsistit in), quando sarebbe stato cosí semplice usare la copula “è”? Il Catechismo di San Pio X diceva senza alcuna ambiguità:

«La Chiesa di Gesú Cristo è la Chiesa Cattolica Romana, perché essa sola è una, santa, cattolica e apostolica, quale Egli la volle» (n. 107).

C’è voluto un intervento della Congregazione per la dottrina della fede per chiarire che l’uso di quella espressione non modificava la dottrina tradizionale, ma voleva solo mettere in luce la presenza di “numerosi elementi di santificazione e di verità” anche al di fuori della compagine della Chiesa cattolica.

Dalla chiarificazione del Sant’Uffizio risulta evidente il motivo che ha spinto il Concilio ad adottare un linguaggio diverso rispetto a quello tradizionale: mettere in risalto degli aspetti che il linguaggio tradizionale, cosí rigoroso, impediva che emergessero. Un intento in linea col carattere “pastorale” proprio del Vaticano II. 

A tale motivazione personalmente ne aggiungerei un altro paio. In primo luogo direi che il Concilio ha voluto recuperare una ricchezza di linguaggio che, col passare dei secoli, si era andata perdendo, proprio per la preoccupazione di precisare i concetti. Una preoccupazione legittima, dal momento che si trattava di definire il contenuto della fede di fronte alle deviazioni dell’eresia. Bisogna però serenamente riconoscere che tale processo aveva gradualmente portato a una certa aridità. Tanto per intenderci, molti teologi avevano sostituito la Bibbia col “Denzinger”. Ecco dunque il bisogno di tornare alle fonti della rivelazione, specialmente alla Scrittura e ai Santi Padri, per ridare vita a un linguaggio che si era progressivamente cristallizzato, se non addirittura fossilizzato. In un certo senso, il Vaticano II ha percorso un cammino a ritroso, per recuperare ciò che nel corso dei secoli si era potuto perdere lungo la strada. Il rischio, inevitabile, era quello di recuperare, insieme con la ricchezza del linguaggio, anche una certa ambiguità.

Un altro motivo, piú pratico, era quello di mettere d’accordo tante posizioni diverse. Il Concilio si è svolto nel momento forse meno opportuno per la Chiesa. Non è vero, come pensano i tradizionalisti, che fino al Vaticano II nella Chiesa tutto andava bene e che il Concilio avrebbe provocato in essa ogni sorta di disordine. La Chiesa in quel momento storico era in piena ebollizione. Come ho avuto già occasione di dire, il Concilio non ha provocato la crisi, ma è piuttosto frutto di una crisi già in corso. Durante le discussioni conciliari è emerso il malessere che serpeggiava nella Chiesa e si è creata una polarizzazione fra le posizioni piú innovative e quelle piú conservatrici. Solo una visione superficiale della realtà potrebbe pensare che fosse facile evitare o anche solo comporre quelle contrapposizioni. Fu un lavoro estremamente difficile riuscire a mettere insieme posizioni tanto radicalmente divergenti; ma, a poco a poco, si riuscí a giungere a delle soluzioni di compromesso (i documenti conciliari), sui quali la totalità dei Padri si trovò d’accordo. È ovvio che, per trovare un compromesso, fu inevitabile ricorrere a espressioni un tantino ambigue. Fu un compromesso accettato da tutti, anche da Mons. Lefebvre (che firmò tutti i documenti conciliari), il quale evidentemente pensava che si sarebbe potuta dare un’interpretazione ortodossa del Concilio.

Ai nostri giorni, dopo aver assistito a ciò che è avvenuto nel post-Concilio, durante il quale i passaggi ambigui sono stati per lo piú interpretati in senso innovativo, alcuni ritengono che sia giunto il momento di dare un’interpretazione “autentica” del Vaticano II, precisando, appunto, il senso esatto delle espressioni ambigue in esso contenute. Qualcuno è giunto al punto di auspicare la pubblicazione di un nuovo ”Sillabo”. Non voglio, almeno per il momento, entrare nel merito della questione.

Desta piuttosto meraviglia che si trovino ambiguità dove meno te le aspetteresti. Proprio ieri il blog Disputationes theologicae ha pubblicato un post a proposito delle ambiguità esistenti all’interno della Fraternità sacerdotale di San Pio X. Da una parte si intraprendono colloqui per giungere a una piena comunione con la Chiesa cattolica e dall’altra si permette la pubblicazione di articoli che sono «una magistrale dichiarazione di scisma». Bisognerà che chi denuncia le ambiguità attualmente presenti nella Chiesa cattolica provveda innanzi tutto a eliminare le ambiguità presenti in casa propria.

martedì 18 gennaio 2011

Tutti i Papi da canonizzare?

Su questo blog mi sono già occupato piú volte del processo di beatificazione di Giovanni Paolo II: rispettivamente il 2 giugno 2009, il 2 gennaio 2010  e il 5 marzo 2010. Quanto dovevo dire, l’ho detto in tempi non sospetti, e pertanto ora potrei starmene tranquillo e limitarmi a constatare con piacere che alcune delle idee che esprimevo (allora controcorrente) vengono ora condivise da molti. In particolare, prendo atto con una certa soddisfazione che la distinzione fra “santità personale” e “scelte operative”, che in un primo momento sembrava dovesse essere applicata soltanto a Pio IX, Pio X e Pio XII, incomincia a essere usata anche nei confronti di Giovanni Paolo II.

Giunti a questo punto, però, con la firma del decreto di beatificazione da parte di Benedetto XVI, non ho alcuna difficoltà ad accettare il giudizio della Chiesa sulla santità di Giovanni Paolo II. Un giudizio che, oltre a fondarsi sui processi canonici (sul rigore dei quali è lecito nutrire qualche perplessità), trova secondo me una prova irrefutabile nel fatto che Wojtyla fu spiato per decenni dai servizi segreti comunisti, senza che essi riuscissero mai a incastrarlo in alcun modo: se solo ci fosse stata una seppur minima ombra nella sua vita personale, pensate che non ne avrebbero approfittato per distruggerne l’immagine?

Mi pare però che non sia fuori luogo interrogarsi su una questione che è stata posta nei giorni scorsi da Étienne Fouilloux su Le Monde. Lo storico francese fa una semplice constatazione storica: la tendenza a canonizzare i Papi è un fenomeno nuovo nella storia della Chiesa. Prima di Pio IX l’ultimo Papa divenuto santo era stato Pio V, che risale al Cinquecento. Dopo Pio IX sembrerebbe che tutti i Papi debbano essere canonizzati; solo di tre di loro non è in corso il processo di beatificazione: Leone XIII, Benedetto XV e Pio XI. E Fouilloux ne spiega i motivi (personalmente ritengo che Papa Ratti cadde in disgrazia non per aver sottoscritto i Patti Lateranensi, ma, al contrario, per aver rotto col regime fascista). Fouilloux dà una spiegazione “politica” del fenomeno: si tratterebbe di «una forma di autogiustificazione del papato». Si può discutere su tale interpretazione, anche se mi sembra che non le manchi un fondo di verità. 

Ma, al di là della validità o meno di tale interpretazione, rimane il fatto, sul quale mi pare piú che lecito interrogarsi: è davvero necessario procedere alla canonizzazione di tutti i Papi? Non metto in discussione la santità personale degli ultimi Papi, ma mi pongo alcune domande.

1. Se, come pare, bisogna distinguere fra “santità personale” e “scelte operative”, e se non sono queste ultime a determinare la canonizzazione (visto che su di esse si può liberamente discutere), la santità personale degli ultimi Papi è cosí straordinaria da meritare il riconoscimento ufficiale della Chiesa? Non ci sono nella Chiesa persone piú sante di loro, che pure non arrivano (o non sono ancora arrivate) all’onore degli altari? Tanto per fare un paio di esempi, Mons. Giuseppe Canovai, un diplomatico come Roncalli, non potrebbe essere piú santo di quest’ultimo? E il Card. Stefan Wyszyński non potrebbe essere piú santo del suo figlio spirituale Wojtyla? 

2. Si direbbe dunque che gli ultimi Papi vengono canonizzati non perché erano piú santi di altri, ma semplicemente perché sono diventati Papi. Si ha l’impressione che il pontificato sia diventato una specie di “lasciapassare” verso la beatificazione. Si potrà contestare a Fouilloux che la decisione di canonizzare i Papi sia una decisione “politica”; ma non si può contestare che è “politica” la decisione di non introdurre il processo di beatificazione di alcuni di loro: che cosa impedisce di considerare santi Leone XIII, Benedetto XV e Pio XI? Non credo che basti dire che Papa Ratti aveva un caratteraccio (anche San Girolamo lo aveva). Sappiamo il giudizio che dànno di Pio XI Don Divo Barsotti e il Card. Giacomo Biffi: il Papa piú grande non solo del secolo ventesimo, ma di tutti gli ultimi secoli (G. Biffi, Memorie e digressioni di un italiano cardinale, 1ª ed., p. 51). 

3. Vox populi, vox Dei! Qualcuno obietterà che la Chiesa non fa che riconoscere la “fama di santità” goduta dai Papi. Personalmente avrei qualche perplessità. Stiamo attenti a non confondere la vera devozione (si pensi, solo per fare un esempio, a quella per Padre Pio) con le reazioni emotive passeggiere, provocate spesso, soprattutto ai nostri giorni, dai mezzi di comunicazione. Non ho l’impressione che i fedeli abbiano grande devozione per Pio IX; anche nei confronti di Giovanni XXIII non esiste piú la venerazione che c’era negli anni immediatamente successivi alla sua morte. Temo che fra qualche anno, una volta scomparsa la generazione che lo ha conosciuto, possa succedere lo stesso anche con Giovanni Paolo II.

4. Proprio per il motivo appena espresso, non mi sembra fondato il timore di “papolatria” o di “culto della personalità”. Sta di fatto però che la tendenza attualmente presente nella Chiesa cattolica non aiuta certo lo sforzo ecumenico in corso. D’accordo che non dobbiamo rinunciare a nulla di quanto è autenticamente cattolico solo per “fare un piacere” ai fratelli separati; ma penso che sarebbe opportuno evitare quanto potrebbe provocare un loro rigetto, soprattutto se si tratta di fenomeni nuovi. Se è vero che il terreno piú adatto per l’ecumenismo è la tradizione, sarebbe opportuno ritornare, anche per quanto riguarda il papato, alla tradizione. Non c’è dubbio che il Papa svolga nella Chiesa un ruolo fondamentale; ma non è necessario, perché esso sia pubblicamente riconosciuto, ornarlo in tutti i casi col fastigio della canonizzazione. Questa dovrebbe rimanere, a mio modesto avviso, un’eccezione, da riservarsi solo ad alcuni casi straordinari, che per forza di cose non possono essere vagliati nel giro di sei anni.

venerdì 14 gennaio 2011

“La verità vi farà liberi”

Noto con soddisfazione che, finalmente, si incomincia a parlare delle persecuzioni contro i cristiani; che non solo il Papa, con grande coraggio, ha fatto sua l’espressione “cristianofobia”, ma che anche alcuni governi (fra cui, in primis, quello italiano) si stanno adoperando perché l’Europa prenda posizione su tale questione. Era ora che si aprissero gli occhi sulla realtà: il cristianesimo è di fatto la religione piú perseguitata di tutti i tempi.

Ma, proprio perché dobbiamo aprirci alla realtà cosí come essa effettivamente è, mi pare quanto mai opportuno l’invito che Vittorio Messori ha rivolto una settimana fa dalle colonne del Corriere della sera. Nel suo articolo, lo scrittore cattolico, onde evitare estremismi e spiriti di crociata, ci raccomandava lo studio della storia: «La storia — ricordava Croce — non è mai in bianco e nero, non è la lotta dei cattivi contro i buoni, ma è un palcoscenico dove vittime e carnefici si scambiano i ruoli appena possono». Sí, ammetto che forse può apparire di cattivo gusto rammentare tale verità proprio di fronte al massacro di vittime innocenti; ma, siccome in questo momento si corre un grosso rischio, quello di credere inevitabile uno “scontro di civiltà”, non mi sembra fuori luogo che qualcuno ci ricordi di considerare la storia in tutti i suoi risvolti, anche in quelli meno piacevoli.

Messori ha richiamato brevemente la storia dei cristiani d’Egitto, i quali, nel VII secolo, stanchi del dominio bizantino (cristiano), non respinsero gli arabi come invasori, ma li accolsero come liberatori. Un fenomeno ricorrente nella storia: Messori menziona anche il caso della Spagna; aggiungo io quello della caduta di Costantinopoli, quando i bizantini preferirono il dominio turco a quello del Papa (la riunificazione della Chiesa ortodossa con quella cattolica era stata già decisa dal Concilio di Firenze). Sono fatti storici, dolorosi, ma reali: perché far finta che non siano mai avvenuti? Che cosa si guadagna a censurare la storia?

Eppure a qualcuno l’intervento di Messori ha dato fastidio: “Ma Messori sta col Papa o col Grande Imam?” si è chiesto Antonio Socci nell’articolo pubblicato all’indomani su Libero. Capisco che si possano dare spiegazioni diverse di quanto sta accadendo ai cristiani in Medio Oriente; ammetto che alcune valutazioni di Messori si possano legittimamente discutere. Ciò che non comprendo è la reazione scomposta di Socci, che sembrerebbe contestare a Messori il diritto stesso di fare certe riflessioni: «Perché scrivere editoriali di quel genere?».

Che cosa rimprovera Socci a Messori? Non solo di averci rammentato la complessità della storia, ma anche — e si direbbe soprattutto — di aver accennato, fra i motivi che hanno rotto l’equilibrio che esisteva nel mondo arabo, all’«intrusione violenta del sionismo» in Medio Oriente. Che anche quest’affermazione sia opinabile, è fuori discussione; ma perché stracciarsi le vesti se qualcuno aggiunge anche questo elemento alla riflessione? Sembrerebbe quasi che la grande preoccupazione di Socci, piú che quella di difendere i cristiani, sia quella di difendere il sionismo («che non c’entra assolutamente niente con l’attentato alla cattedrale cristiana di Alessandria»). Mi chiedo poi come possa dirsi fautore degli incontri di Assisi uno che, per spiegare la storia, fa riferimento a Samuel Huntington, il politologo che ha teorizzato lo “scontro di civiltà”.

Chissà che cosa avrebbe da ridire Socci se leggesse il commento di Franco Cardini, “Cristiani perseguitati”, pubblicato ieri sul suo sito. Altro che Messori! Cardini, nel suo scritto, è ancor piú brutale nel rammentarci le pagine piú buie della nostra storia. Eppure, è giusto che qualcuno ce le ricordi.

«La verità vi farà liberi» (Gv 8:32), ci ha ripetuto piú volte il Santo Padre nei mesi scorsi, durante la bufera provocata dagli abusi del clero. La verità ci farà liberi anche in questo caso. Non possiamo ignorare le colpe che abbiamo come cristiani e come occidentali. Se vogliamo vivere in pace con tutti, se vogliamo che i nostri fratelli siano rispettati, è necessario che, per primi, riconosciamo le nostre responsabilità.

lunedì 3 gennaio 2011

Ancora su parola di Dio e liturgia

Il Signor Paolo Gobbini, dopo aver letto i miei post del 27 e del 28 dicembre, mi ha inviato alcune riflessioni, che mi sembrano meritevoli di attenzione:


«Ho letto il post del 28 dicembre dedicato alla manomissione del Salterio. A mio avviso la censura del Salterio è molto grave, è un vulnus che al piú presto deve essere sanato. Viceversa bisogna riabilitare Marcione. A tal proposito le invio l’appello che ho rivolto a Sua Santità Benedetto XVI e al mio Vescovo Luciano (Monari) in occasione della sua recente visita a Brescia.

Alle brevi riflessioni che ho svolto nell’appello, e dopo aver letto di René Girard Vedo Satana cadere come la folgore (pp. 157s), aggiungerei il seguente motivo per reintrodurre quanto prima i tre Salmi e i sessanta versetti deprecatori censurati: essi sono la voce delle vittime innocenti che protestano contro la violenza ingiusta cui sono sottoposte. Voce che spesso è zittita perché non la si vuole ascoltare. Essa scuote le fragili coscienze dei loro assassini, è la voce del sangue di Abele che grida a Dio dalla terra e invoca giustizia! Non possiamo farlo tacere, ma dobbiamo urlarlo, implorando a Dio la giustizia come la vedova importuna lodata da Gesú e presa a modello della preghiera perseverante. Quante vittime innocenti nel secolo XX sono state uccise e tragicamente la Chiesa ha anche rinunciato a dar loro voce nella sua preghiera! Milioni di uomini eliminati nei genocidi armeno, ebraico, kulaco, cambogiano, hutu-tutsi, jugoslavo, nel Darfur e soprattutto i bambini non nati uccisi ancora nel grembo materno.

Riguardo al tema del rapporto tra Parola di Dio e Liturgia da cui è scaturito il post, mi permetto di aggiungere un’altra osservazione allegandole l’appello rivolto al Papa e al mio Vescovo per rivedere i criteri di scelta della seconda lettura che spesso è slegata da ogni connessione con il Vangelo e quindi con la prima lettura».


I problemi dunque sono due: uno, la reintroduzione dei salmi imprecatori; l’altro, la revisione del Lezionario. Affrontiamoli separatamente. Per ciascuno dei due il Signor Gobbini ha allegato un “appello”.


1. Salmi imprecatori

«Nel Salterio pregato durante l’Ufficio Divino “sono stati omessi alcuni salmi e versetti dall’espressione alquanto dura, tenendo presenti specialmente le difficoltà che potrebbero nascere dalla loro celebrazione in una lingua moderna” (Costituzione apostolica Laudis canticum, n. 4). I Salmi sono tre: 58(57); 83(82); 109(108); ed i versetti sono sessantuno: 5,11; 21(20),9-13; 28(27),4-5; 31(30),18-19; 35(34),3ab.4-8.20-21.24-26; 40(39),15-16; 54(53),7; 55(54),16; 56(55),8; 59(58),6-9.12-16; 63(62),10-12; 69(68),23-29; 79(78),6-7.12; 110(109),6; 137(136),7-9; 139(138),19-22; 140(139),10-12; 141(140),10; 143(142),12.

La Costituzione Apostolica Laudis Canticum afferma che il salmista adopera “espressioni alquanto dure”, espressioni che, se da un lato sembrano contraddire il comando evangelico: “Benedite e non maledite” (Lc 6,28), d’altro canto sono perfettamente coerenti con le durissime parole pronunciate da Gesú stesso per scuotere i cuori piú duri, ad esempio: Mt 11,21-24; 15,24-26; 18,6.32-35; 21,18-19.44; 23,13-36; 25,41-46.

I Principi e Norme per la Liturgia delle Ore giustificano cosí la scelta di omettere i salmi imprecatori: “L’omissione di questi testi è dovuta unicamente ad una certa qual difficoltà psicologica. Infatti questi stessi salmi imprecatori si trovano nella pietà del NT […] ed in nessun modo intendono indurre a maledire” (n. 131). Difficoltà psicologica che è facilmente superabile con la spiegazione dei testi, spiegazione che gli stessi Principi e Norme già presuppongono, dato che offrono due suggerimenti. Il primo suggerimento: “Questi stessi salmi imprecatori si trovano nella pietà del NT”, per esempio in Ap 6,10,  vuole evitare l’errore marcionita dell’anti-ebraicità, errore che, giudicando superati i duri testi imprecatori, contrappone l’AT al NT. Il secondo suggerimento: “In nessun modo intendono indurre a maledire”, afferma che cosa non vuole il bimillenario uso cristiano dei Salmi imprecatori; il problema è caso mai di spiegare che cosa vuole l’uso cristiano, per esempio: scuotere la coscienza addormentata a convertirsi dagli idoli al Dio vivente, che è fuoco divorante.

La Scrittura va letta e pregata nella sua integrità, senza pretendere di giudicarla, ma lasciandosi giudicare da essa. Il veggente dell’Apocalisse deve mangiare un rotolo che in bocca è dolce e poi nelle viscere risulta amaro (Ap 10,10), cosí è la Parola di Dio: non è solo fonte di gioia, ma anche urticante. Dolce per consolare, dura per scuotere. Eliminando dalla preghiera ufficiale della Chiesa una parte del libro dei Salmi, quella meno sopportabile al nostro gusto moderno, a mio avviso, si è compiuto un duplice peccato. Innanzitutto, un atto di superbia contro Dio, pretendendo di dire a Dio cosa vogliamo ascoltare e cosa Egli dovrebbe dirci, cadendo nella tentazione diabolica già subita da Pietro e dai discepoli (Mt 16,22-23; Gv 6,60). Questo fu l’errore di Marcione, quando rifiutò l’unità della Bibbia e selezionò in base alle sue preferenze i libri sacri. Marcione però, fu almeno piú coerente, mentre noi risultiamo un poco vigliacchetti; non potendo eliminare i salmi imprecatori dalla sacra Scrittura, li escludiamo dall’uso liturgico, ottenendo con meno fatica lo stesso risultato. Inoltre tale censura della Scrittura manifesta un peccato di omissione da parte dei pastori della Chiesa che rinunciano a spiegare il significato dei Salmi imprecatori: il loro senso storico ed il senso teologico, poiché: “Tutta la Scrittura infatti è ispirata da Dio e utile per insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona” (2 Tm 3,16). La preghiera rivela sempre, nel bene e nel male, cosa c’è nel cuore di chi prega, e con la conoscenza di quel che si è in verità, il Signore dona anche la forza di cambiare, ovvero lo spirito, a chi persevera umilmente nella preghiera, infatti: “Il Padre cerca tali adoratori” (Gv 4,23).

Perciò rivolgo un umile appello a Sua Santità di reintrodurre i testi imprecatori nel Salterio pregato».


Non ho molto da aggiungere a queste considerazioni, che condivido. Non posso che fare mio l’auspicio che i salmi imprecatori siano ripristinati quanto prima nella liturgia della Chiesa.


2. Il Lezionario

«L’Ordo Lectionum Missae utilizza due criteri nella scelta delle letture della s. Messa:
1. la lectio continua di un libro
2. in funzione del brano evangelico (lectio evangelica)

Il criterio della lectio continua guida la scelta del brano Evangelico, della seconda lettura e, durante il tempo pasquale, anche della prima lettura (Atti). Il criterio della lectio evangelica presiede quasi sempre alla scelta della prima lettura che, fatta salva l’eccezione del tempo pasquale, è preso dall’Antico Testamento, brano scelto in funzione del Vangelo. Il legame tra queste due letture è importantissimo. Domenica dopo domenica viene dispiegata l’unità inscindibile di tutta la Scrittura, affermando la necessità di tutta la Scrittura per confessare che Gesú morto in croce è veramente risorto e come tale è il Signore della Chiesa, della storia umana e del cosmo. Ciò avvenne per la prima volta lungo la strada di Emmaus, quando Gesú “cominciando da Mosé e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui” (Lc 24,27) e continua ad avvenire nella Liturgia della Parola e nella confessione della fede “secondo le scritture” (1 Cor 15,3s).

Purtroppo la seconda lettura solo talvolta è legata al binomio Vangelo-prima lettura. Ciò avviene nelle undici domeniche di Avvento, Natale e Quaresima, durante la Settimana Santa e nelle Solennità. Ma piú spesso l’epistola è slegata dal binomio Vangelo-prima lettura, come accade nelle sette domeniche del tempo pasquale e nelle trentatré del tempo ordinario, quando secondo il criterio della lectio continua vengono lette le epistole apostoliche. Cosicché l’unità delle Scritture appena affermata dal legame reciproco AT-Vangelo, è contraddetta dal brano della seconda lettura slegato dal binomio prima lettura-Vangelo.

Quest’appello ripropone e rilancia la proposta fatta originariamente dal grande liturgista Adrien Nocent (Les deuxiemes lectures des dimanches ordinaires, in Ecclesia Orans 2 [1991], pp. 125-136), proposta cui aderisce anche la Comunità di Bose (La preghiera dei giorni, a cura della Comunità di Bose, Presentazione p. XV, Gribaudi, Torino 1993), e che consiste nell’utilizzare il solo criterio della lectio evangelica anche nella scelta del brano della seconda lettura, limitando il criterio della lectio continua alla scelta del brano Evangelico».


A proposito di questa proposta di revisione del Lezionario, penso che ci sia da aggiungere qualcosa. Va innanzi tutto ricordato che una delle proposizioni finali del Sinodo riguardava proprio questo problema:

«Si raccomanda che si dia avvio ad un esame del Lezionario romano per vedere se l’attuale selezione e ordinamento delle letture è veramente adeguato alla missione della Chiesa in questo momento storico. In particolare, il legame della lettura dell’Antico Testamento con la pericope evangelica dovrebbe essere riconsiderato, in modo che non implichi una lettura troppo restrittiva dell’Antico Testamento o un’esclusione di alcuni brani importanti[…]» (n. 16).

Il n. 57 dell’esortazione apostolica post-sinodale Verbum Domini risponde, negativamente, a tale proposta:

«La riforma voluta dal Concilio Vaticano II (SC 107-108) ha mostrato i suoi frutti arricchendo l’accesso alla sacra Scrittura che viene offerta in abbondanza, soprattutto nelle liturgie domenicali. L’attuale struttura, oltre a presentare frequentemente i testi piú importanti della Scrittura, favorisce la comprensione dell’unità del piano divino, mediante la correlazione tra le letture dell’Antico e del Nuovo Testamento, “incentrata in Cristo e nel suo mistero pasquale” (Ordinamento delle letture della Messa, n. 66). Talune difficoltà che permangono nel cogliere le relazioni tra le letture dei due Testamenti devono essere considerate alla luce della lettura canonica, ossia dell’unità intrinseca di tutta la Bibbia. Là dove se ne riscontra la necessità, gli organi competenti possono provvedere alla pubblicazione di sussidi che facilitino a comprendere il nesso tra le letture proposte dal Lezionario, le quali devono essere tutte proclamate all’assemblea liturgica, come previste dalla liturgia del giorno. Eventuali altri problemi e difficoltà vengano segnalati alla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti».

Personalmente, io non vedo l’urgenza di una revisione del Lezionario, che per me va bene cosí com’è. Non voglio dire che sia perfetto; ma penso che un qualsiasi intervento sia opera estremamente rischiosa. Ritengo che, prima di por mano a eventuali riforme, dovremmo sforzarci di sfruttare le ricchezze dell’attuale Lezionario. È vero che non sempre c’è armonia fra le letture; ma… perché dovrebbe esserci? Lasciamo che la parola di Dio ci parli nella sua infinita varietà.

Non è necessario che il sacerdote, nella sua omelia, metta sempre d’accordo tutte e tre le letture che sono state annunciate. Talvolta può essere sufficiente soffermarsi anche solo su un punto di una di esse. Normalmente io commento unicamente il vangelo; se capita, faccio qualche riferimento agli altri testi. 

Molti anni fa, ricordo, dovendo celebrare la Messa vespertina sia il sabato sia la domenica, adottai questo criterio: il sabato commentavo la seconda lettura e la domenica il vangelo. Negli anni in cui ero responsabile della formazione dei seminaristi nelle Filippine, invece, per non lasciar cadere nel vuoto la seconda lettura (in genere tratta da san Paolo, nostro patrono), decisi di riprenderla durante la celebrazione dei Vespri, affidando ogni domenica a uno dei seminaristi il compito di preparare una riflessione sul testo (il che doveva naturalmente servire anche come allenamento alla predicazione). Allo stesso modo, penso che si possano trovare altre soluzioni per valorizzare l’abbondanza della parola di Dio che abbiamo a disposizione. 

Ciò che conta è non aver la pretesa di capire tutto subito. Molto sapientemente ci ammonisce sant’Efrem: 

«Rallegrati perché sei stato saziato, ma non rattristarti per il fatto che la ricchezza della parola ti superi. Colui che ha sete è lieto di bere, ma non si rattrista perché non riesce a prosciugare la fonte. È meglio che la fonte soddisfi la tua sete, piuttosto che la sete esaurisca la fonte. Se la tua sete è spenta senza che la fonte sia inaridita, potrai bervi di nuovo ogni volta che ne avrai bisogno. Se invece saziandoti seccassi la sorgente, la tua vittoria sarebbe la tua sciagura. Ringrazia per quanto hai ricevuto e non contristarti per ciò che resta inutilizzato. Quello che hai preso o portato via è cosa tua, ma quello che resta è tua eredità. Ciò che non hai potuto ricevere subito a causa della tua debolezza, potrai riceverlo in altri momenti con la tua perseveranza. Non avere la pretesa di voler prendere in un sol colpo ciò che non può essere prelevato se non a piú riprese, e non allontanarti da ciò che potresti ricevere solo un po’ alla volta» (Commenti al Diatesseron, 1).

Come non detto

Due giorni fa ho pubblicato l’articolo Il “cortile dei gentili” (che era stato scritto nel mese di ottobre per l’Eco dei Barnabiti), nel quale facevo riferimento anche al dialogo interreligioso e allo “spirito di Assisi”, sottolineando le differenze tra il pontificato di Benedetto XVI e quello di Giovanni Paolo II. Fra l’altro, affermavo: «Il 19 aprile 2005 Joseph Ratzinger è diventato Papa Benedetto XVI; e da allora non ci sono state, come era prevedibile, nuove giornate di Assisi». Era sottinteso: Non ci sono state — e non ci saranno piú! — nuove giornate di Assisi.

E invece ieri sono stato smentito: il Papa, durante l’Angelus di Capodanno, ha annunciato che a ottobre si recherà ad Assisi per una nuova Giornata mondiale di preghiera per la pace, in occasione del 25° anniversario della prima, nel 1986. Se devo essere sincero, ci sono rimasto male. Non perché consideri “eretiche” questo tipo di iniziative: è ovvio che i Pontefici, nell’intraprenderle, lo fanno con le migliori intenzioni e mettendo bene in chiaro lo spirito che le deve animare. Ma non è questo il punto.

Il problema è un altro (ed è ricorrente, purtroppo): che cosa “passa” al grande pubblico, di queste iniziative? che cosa rimane nell’immaginario collettivo? L’idea che una religione vale l’altra. Ovviamente il Papa non vuole che passi questo messaggio; ma di fatto è ciò che succede. L’uomo non comunica solo con le parole, ma anche con i gesti. E i gesti, il piú delle volte, sono ambigui. È per questo che vanno spiegati; ma molto spesso anche la spiegazione piú precisa non è sufficiente: talvolta sono necessari gesti di segno opposto per far passare il messaggio giusto.

Mi spiego. Quando la Chiesa, nel Concilio di Trento, si oppose all’uso della lingua volgare nella liturgia o alla comunione sotto le due specie, non lo fece perché tali cose, in sé stesse, fossero cattive (tanto è vero che attualmente noi le pratichiamo senza problemi); ma semplicemente perché esse avrebbero veicolato il messaggio sbagliato: la Messa vale solo se i fedeli capiscono ciò che si dice (agisce ex opere operantis); la comunione sotto una sola specie non è completa. E allora che fece la Chiesa? Spiegò, certo, la retta dottrina (i sacramenti sono efficaci di per sé, agiscono ex opere operato; Cristo è presente nella sua pienezza sotto ciascuna delle specie eucaristiche); ma a ciò aggiunse l’obbligo di celebrare la Messa in latino e di ricevere la comunione sotto la sola specie del pane. A quell’epoca non si parlava di pastorale, ma si aveva un senso pastorale che noi ci sogniamo. Oggi ci riempiamo la bocca di pastorale, ma poi non ci rendiamo conto di quanta confusione possono provocare certe iniziative.

Qualcosa del genere è accaduto anche con il libro-intervista Luce del mondo. Soprattutto dopo la precisazione della Congregazione per la dottrina della fede, si può difficilmente affermare che la risposta del Papa a proposito del preservativo fosse moralmente erronea. Il problema è ancora una volta: qual è il messaggio che è passato alla gente? Che l’uso del profilattico, almeno in certe situazioni, è giustificato. In barba alle reali parole pronunciate dal Papa, alle precisazioni di Padre Lombardi e alle note dottrinali del Sant’Uffizio!

Ma mi veniva da fare anche un’altra considerazione. C’è qualcuno che si chiede se Benedetto XVI e il Card. Ratzinger siano la stessa persona. Talvolta, confesso, me lo sono chiesto anch’io. Ma poi ho allargato la riflessione al passato (ormai comincio a non essere piú tanto giovane), e mi sono accorto che quanto sta accadendo al pontificato di Benedetto XVI è, piú o meno, lo stesso che accadde anche al pontificato di Giovanni Paolo II. Anche allora, quante attese, quante speranze all’inizio del pontificato! E poi, a poco a poco, quel pontificato si appiattí sull’ortodossia del “politicamente corretto”. Ho l’impressione che stia succedendo la stessa cosa anche oggi. Non nascondo di essere stato fra i “tifosi” del Card. Ratzinger durante il conclave (nonostante che molti escludessero in maniera categorica la sua elezione). Non potete immaginare la gioia di vederlo alla loggia di San Pietro quel 19 aprile 2005. Ancora una volta tante attese, tante speranze… E ancora una volta mi pare che si stia compiendo il progressivo adeguamento al “politicamente corretto”. Non vorrei essere frainteso: non sto muovendo accuse né a Giovanni Paolo II né a Benedetto XVI; sto semplicemente facendo una constatazione e cercando di comprendere il motivo che può spiegarla.

Una risposta abbastanza semplice potrebbe essere: beh, man mano che si sale in alto, si ha una visione sempre piú ampia della realtà; certe cose che non si possono capire da soldati semplici, si riescono a capire una volta divenuti ufficiali. Può darsi che sia cosí. 

Non escluderei però che ci possa essere anche una spiegazione d’altro genere, diciamo di carattere “cospirativo” (sono un inguaribile complottista). Nessuno mi toglierà di mente che il Potere cerchi di attuare, nei confronti di ciascun pontificato, una sorta di “normalizzazione”. Che cos’è stato, in fondo, l’attentato a Giovanni Paolo II del 13 maggio 1981? Con Benedetto XVI non si è fatto ricorso alle armi da fuoco, ma ad armi non meno lesive (i processi mediatici): i primi cinque anni di pontificato sono stati un attacco continuo, che non può essere considerato casuale; è ovvio che dietro c’era una regia ben organizzata. 

A un certo punto, sia nel caso di Papa Wojtyla, sia nel caso di Papa Ratzinger, tutto è cambiato. Nel primo caso, la seconda parte del pontificato è stata una continua apoteosi, culminata nel “Santo subito!” dei funerali. Ora, non so se ve ne siate accorti, da qualche tempo le cose stanno cambiando anche per Benedetto XVI: gli attacchi sono improvvisamente cessati; il Corriere della sera sembra diventato un’edizione locale dell’Osservatore Romano e la BBC una sezione staccata della Radio Vaticana. Che cosa è successo? Il Papa sta semplicemente recitando lo stesso copione che era stato scritto per il suo predecessore (visita alle sinagoghe e alle moschee, visita ad Auschwitz e allo Yad Vashem, giornate di preghiera con le altre religioni, ecc.). Cosí va bene: questo è il Papa che piace a chi ha in mano le sorti dell’umanità. A questo punto Benedetto XVI può anche permettersi il lusso di fare il tradizionalista in campo liturgico: un po’ di folclore non guasta...

Che dire? Cosí va il mondo. E forse dobbiamo farci il callo. Dopo tutto, la Chiesa è sopravvissuta a due Giornate di Assisi; volete che non sopravviva alla terza?