lunedì 28 marzo 2011

Religione e senso religioso

Terminavo il post del 20 febbraio scorso sui “Semina Verbi” con la domanda se l’atteggiamento del Concilio Vaticano II nei confronti delle religioni non-cristiane costituisse una rottura con la tradizione o piuttosto una sua legittima evoluzione. E lasciavo in sospeso la risposta. In questo mese ho continuato a riflettere sulla questione e ho scoperto che, dei tre testi conciliari da me riportati, solo quello della dichiarazione Nostra aetate rinviene nelle religioni non-cristiane un raggio della Verità che illumina tutti gli uomini (n. 2), mentre gli altri due testi sono molto piú sfumati: il decreto Ad gentes si riferisce genericamente a “tradizioni nazionali e religiose” (n. 11); la costituzione Lumen gentium parla semplicemente di “coloro che, senza colpa, non sono ancora arrivati ad una esplicita conoscenza di Dio” (n. 16). Dal contesto appare chiaramente che non ci si sta riferendo ai seguaci delle altre religioni (menzionati in precedenza), ma ai non-credenti; anche in questi, afferma la Lumen gentium, si può trovare qualcosa “di buono e di vero”, che costituisce una sorta di praeparatio evangelica (si noti che tale espressione non viene usata per i seguaci delle religioni non-cristiane). Dunque, a parte il caso di Nostra aetate, sembrerebbe che il Concilio sia abbastanza in linea con la tradizione. Allora, come mai si è arrivati all’idea che le religioni non-cristiane sono “cosparse” di semina Verbi, come si esprime Paolo VI nell’Evangelii nuntiandi? Si direbbe che, anziché interpretare la Nostra aetate alla luce della Lumen gentium (come dovrebbe essere), è avvenuto esattamente il contrario: la “Dichiarazione sull’atteggiamento della Chiesa verso le religioni non-cristiane” (questo il vero titolo della Nostra aetate, e non, come viene di solito erroneamente tradotto, “Dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non-cristiane”) è diventata la chiave di lettura del resto del Concilio. 

Qualcuno potrebbe obiettare: ma come, i non-credenti sono avvantaggiati rispetto ai seguaci delle religioni non-cristiane? In un certo senso, sí. Dopo la rivalutazione postconciliare delle religioni (che ci ha portato a pensare che un credente, a qualsiasi religione appartenga, sia sempre meglio di un ateo), può sembrare strano; eppure è cosí. Le religioni, nonché costituire una preparazione al Vangelo, il piú delle volte finiscono per diventarne un ostacolo. Questo vale per tutte le religioni, compresa quella ebraica (tanto è vero che essa impedí alla maggior parte dei giudei di accogliere Cristo). Affermare il contrario significherebbe ignorare la lezione di Karl Barth (1886-1968), a mio parere il piú grande teologo del XX secolo, il quale, nella sua Epistola ai Romani, vede nella religione l’espressione suprema dell’arroganza e della presunzione umana.

Per capire questo, dobbiamo distinguere tra “senso religioso” e “religione”: il rapporto tra queste due realtà è lo stesso che intercorre tra la “domanda” e la “risposta”. In ogni uomo c’è una “domanda” innata, vale a dire una istintiva ricerca di Dio (quaerere Deum), una disposizione naturale a conoscere Dio. Questa non solo è positiva, ma indispensabile perché l’uomo possa incontrare il vero Dio che gli si rivela (tanto è vero che il Concilio Vaticano I ha sentito il bisogno di definire la possibilità per l’uomo di conoscere Dio razionalmente). È questo innato “senso religioso” che costituisce una sorta di praeparatio evangelica, perché è proprio grazie ad esso che l’uomo può aprirsi alla verità del Vangelo. 

Altra cosa sono le religioni cosí come si sono storicamente configurate. Esse hanno la pretesa di dare una “risposta” alla “domanda” che è nell’uomo. Ma tale risposta, non provenendo da Dio, bensí dall’uomo stesso, è una risposta erronea, che, anziché avvicinare l’uomo a Dio, spesso lo allontana da lui. Se non è Dio che si rivela all’uomo, ma è l’uomo che si costruisce il proprio dio (= idolo), questo gli impedisce di incontrare il vero Dio. Ciò spiega perché il primo comandamento ingiunga perentoriamente: «Non avrai altro dio fuori di me». Non è un caso se gli israeliti prima e i cristiani poi erano cosí spietati nella lotta contro l’idolatria. Non voglio escludere in maniera assoluta che talvolta le religioni possano svolgere un ruolo positivo; ma penso che questo avvenga soltanto in un caso, quando cioè esse rinunciano alla pretesa di dare delle risposte e si accontentano di essere pura e semplice ricerca. Praticamente si tratta del caso a cui si appiglia Paolo nel suo discorso all’Areopago: 

«Cittadini ateniesi, vedo che in tutto siete molto timorati degli dèi. Passando infatti e osservando i monumenti del vostro culto, ho trovato anche un’ara con l’iscrizione: Al Dio ignoto. Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio» (At 17:22-23).

Ma, come si vede, si tratta soltanto di un’occasione per annunciare il vero Dio (e, nonostante questo, sappiamo che ben pochi accolsero l’annuncio paolino). Il bisogno di Dio è innato nell’uomo («Inquietum est cor nostrum donec requiescat in te»), ma tale bisogno viene soddisfatto solo dal vero Dio che si rivela all’uomo.

Visto che abbiamo citato il n. 16 della Lumen gentium, permettete una postilla su questo testo conciliare. Dopo aver parlato di ebrei e musulmani, riferendosi a non-cristiani e non-credenti, esso afferma:

«Dio non è neppure lontano dagli altri che cercano il Dio ignoto nelle ombre e sotto le immagini (in umbris et imaginibus), poiché egli dà a tutti la vita e il respiro e ogni cosa (cf At 17:25-28), e come Salvatore vuole che tutti gli uomini siano salvati (cf 1 Tm 2:4). Infatti, quelli che, senza colpa (sine culpa), ignorano il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa, ma che tuttavia cercano Dio con cuore sincero e, coll’aiuto della grazia (sub gratiae influxu), si sforzano di compiere con le opere la sua volontà, conosciuta attraverso il dettame della coscienza (per conscientiae dictamen), possono conseguire la salvezza eterna

«Né la divina Provvidenza nega gli aiuti necessari alla salvezza a coloro che, senza colpa (sine culpa), non sono ancora arrivati all’esplicita conoscenza di Dio, ma si sforzano, non senza la grazia divina (non sine divina gratia), di condurre una vita retta. Poiché tutto ciò che di buono e di vero si trova in loro è ritenuto dalla Chiesa come una preparazione al Vangelo (tamquam praeparatio evangelica) e come dato da Colui che illumina ogni uomo, affinché abbia finalmente la vita».

Come dicevamo, si tratta di un testo pienamente ortodosso e radicato nella tradizione. Al termine del comma riguardante i non-cristiani, per fondare la possibilità che essi hanno di salvarsi, si cita la lettera del Sant’Uffizio all’Arcivescovo di Boston Richard J. Cushing dell’8 agosto 1949 (Denzinger, 3869-72), nella quale si ammetteva l’esistenza di un “desiderio implicito” (implicitum votum) di appartenenza alla Chiesa (la dottrina insegnata da Pio XII nella Mystici Corporis) e si condannava il rigorismo del Padre Leonard Feeney.

Ebbene, nonostante l’esattezza di tale testo, nonostante i ripetuti riferimenti all’intervento della grazia in esso contenuti, l’allora Professore Joseph Ratzinger, nel 1969, rinveniva in esso, non senza fondamento, una certa venatura “pelagiana”, quasi che l’uomo possa salvarsi semplicemente comportandosi in modo retto e seguendo il dettame della propria coscienza. A tale testo Ratzinger preferiva un altro passo conciliare, il n. 22 della Gaudium et spes:

«Il cristiano certamente è assillato dalla necessità e dal dovere di combattere contro il male attraverso molte tribolazioni, e di subire la morte; ma, associato al mistero pasquale, configurato alla morte di Cristo, andrà incontro alla risurrezione fortificato dalla speranza (cf Fil 3:10; Rm 8:17).

«E ciò vale non solamente per i cristiani, ma anche per tutti gli uomini di buona volontà, nel cui cuore lavora invisibilmente la grazia (cf LG 16). Cristo, infatti, è morto per tutti (cf Rm 8:32) e la vocazione ultima dell’uomo è effettivamente una sola, quella divina; perciò dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo dia a tutti la possibilità di venire associati, nel modo che Dio conosce (modo Deo cognito), a questo mistero pasquale».

In tale testo è espressa chiaramente la possibilità per tutti gli uomini di salvarsi, ma essa non è messa in rapporto, come nella Lumen gentium, con le opere o con la coscienza, bensí esclusivamente con il mistero pasquale, col quale lo Spirito Santo dà a tutti la possibilità di essere associati, nel modo che solo Dio conosce. Sulla questione si può legger molto utilmente il seguente articolo di qualche anno fa.

martedì 22 marzo 2011

Non ci resta che pregare

Tutti i media stanno giustamente sottolineando la diversità di posizioni a proposito dell’intervento militare della coalizione occidentale in Libia: critiche dall’esterno della coalizione, da parte di chi ha chiesto o almeno non ha impedito la risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza dell’ONU (Lega Araba, Russia, Cina, Germania); divergenze interne alla coalizione stessa (la Norvegia e ora, a quanto pare, anche l’Italia); contrasti fra le forze politiche che pure fanno parte della maggioranza (Lega Nord, la Destra di Storace, Formigoni); perplessità espresse da opinion leaders non certamente di sinistra (Ferrara, Sgarbi). Qualcuno potrebbe pensare che sia quanto mai inopportuno essere divisi in un momento come questo, che richiederebbe la massima unione. Personalmente, invece, ritengo molto positivo che si sentano tante voci dissonanti: segno che non tutti hanno messo il cervello all’ammasso; segno che la propaganda di regime (non mi riferisco a un’inesistente “regime” italiano; ma a quello, senza volto ma reale, che controlla le nostre esistenze a livello globale) non è ancora riuscita a farci il lavaggio del cervello; segno che la “controinformazione”, che finora si diffondeva sotterraneamente attraverso internet, incomincia ad affiorare e a raggiungere almeno le persone piú attente, che non si accontentano dell’informazione ufficiale, quella controllata dai poteri forti e convogliata attraverso i giornali e la televisione.

Ebbene, mentre prendo atto con soddisfazione di questa dialettica che si sta sorprendentemente facendo strada nel mondo laico, rimango basito dall’atteggiamento della Chiesa e del mondo cattolico. Se ne può avere un breve resoconto nell’articolo pubblicato oggi su Europa. A parte le due lodevoli eccezioni del Vicario apostolico di Tripoli, Mons. Giovanni Innocenzo Martinelli, e del Vescovo di Pavia, Mons. Giovanni Giudici, Presidente di Pax Christi, si ha l’impressione che il resto della Chiesa, soprattutto a livello di CEI e di Santa Sede, o si è completamente appiattita sulle posizioni della coalizione o, presa alla sprovvista, si dimostra incapace di prendere un’iniziativa a livello diplomatico, o anche solo di elaborare un’autonoma analisi della situazione.

Capisco che il Card. Angelo Bagnasco, Presidente della Conferenza episcopale italiana, sia anche un generale dell’Esercito italiano (in quanto ex Ordinario militare), ma mi sembra inconcepibile che possa sposare in maniera totalmente acritica le tesi della coalizione. Come si fa ad accettare, senza neppure una venatura di dubbio, le motivazioni ufficiali, quando non ci crede piú nessuno, neppure coloro che fanno parte della coalizione, i quali, con una certa onestà, ammettono la presenza di altri interessi. Non credo che il cristiano debba essere un ingenuo: è vero che Gesú ci ha detto di essere semplici come le colombe, ma ci ha anche detto di essere prudenti come i serpenti. Ovviamente, la linea del Presidente della CEI si riflette su quella di Avvenire. Andatevi a leggere lo, a dir poco, sconcertante articolo di fondo di oggi, e vi farete un’idea della posizione assunta da quello che dovrebbe essere il quotidiano dei cattolici italiani.

Se poi passiamo alla Santa Sede, si ha l’impressione che abbiano avuto un totale black-out dell’informazione nei giorni scorsi. A parte le parole, necessariamente misurate, del Santo Padre all’Angelus di domenica scorsa, tutto tace. Provate a sfogliare L’Osservatore Romano di oggi: un’anodina cronaca in prima pagina (“Terzo giorno di raid”) e un altrettanto amorfo resoconto in terza pagina (“L’impegno della Lega araba decisivo per l’Onu”), dove si riportano, fra gli altri, i pareri del Presidente Napoletano (se lo sarebbero potuto risparmiare), del Card. Bagnasco e di Pax Christi. Dell’intervento di Mons. Martinelli, ne verbum quidem. E la Segreteria di Stato, che fa? Possibile che la Santa Sede non abbia niente da dire? Possibile che la diplomazia vaticana non abbia alcun ruolo da giocare? Possibile che si debba assistere a una guerra in maniera del tutto passiva, come se si trattasse di un intervento dei vigili urbani per regolare il traffico?

Certe volte mi viene da rimpiangere la gestione Sodano, che avrà pure preso le sue cantonate (vedi Jugoslavia), ma è stata capace anche di opporsi risolutamente (qualcuno direbbe “profeticamente”) alle guerre del Golfo, pagando poi un prezzo assai alto (la campagna antipedofilia in America è stata una chiara ritorsione per l’atteggiamento assunto in quelle occasioni dalla Chiesa).

Ma quel che mi lascia piú attonito è l’incoerenza fra i fiumi di parole sulla pace, che dobbiamo sorbirci ogni anno il 1° gennaio, e l’incapacità di assumere un seppur minimo atteggiamento critico nel momento in cui scoppia una guerra. Continuiamo a condannare le guerre del passato oppure i lontani conflitti locali; ma non appena sono coinvolte le “grandi potenze”, diventiamo tutto d’un tratto muti. Se poi le vergogne dell’intervento militare (pardon, “umanitario”) sono coperte dalla foglia di fico di una risoluzione ONU, allora tutto sembra permesso. 

Non ci resta che pregare.

mercoledì 16 marzo 2011

Signori o ospiti?

Due giorni fa il Corriere della sera ha pubblicato un interessante commento del Prof. Giuseppe Panissidi sul cataclisma giapponese, mettendolo in rapporto col devastante terremoto-maremoto di Lisbona del 1755. Effettivamente esistono inquietanti analogie fra le due catastrofi (anche in quel caso l’intensità raggiunse il 9° grado della scala Richter). Quel tragico evento ebbe ripercussioni non solo sulla società portoghese, ma anche sulla cultura europea del tempo:

«Una straordinaria temperie spirituale, l’Illuminismo, d’un tratto si fermò, ripiegando su se stessa. A meditare intensamente e ripensare i suoi pur rigorosi paradigmi culturali, la sua stessa visione della storia e dell’uomo … Il terremoto di Lisbona, invero, segna la fine di ogni ottimismo di maniera, le leopardiane “magnifiche sorti e progressive” e, nel contempo, l’alba del nostro disincanto, intriso di quella peculiare forma di realismo che Nietzsche, nella Nascita della tragedia (1872), chiamerà “pessimismo della forza”».

Potrebbe accadere qualcosa di simile ai nostri giorni. La tragedia giapponese non può lasciarci indifferenti. Personalmente, vedendo le immagini dell’onda anomala dello tsunami che travolgeva tutto, mi veniva di pensare: vedi che fine fa la nostra tecnologia! Quanto il maremoto colpí l’Indonesia nel 2004 non avevo avuto la stessa sensazione: in quel caso a essere colpiti erano stati per lo piú poveri villaggi, al massimo qualche villaggio turistico. Ma questa volta è stato colpito il Giappone, un paese supersviluppato, che sembrava quasi invulnerabile. E invece… bastano pochi minuti alla natura per distruggere tutto. Anche i ritrovati piú sofisticati diventano, da un momento all’altro, un ammasso di ferri vecchi (le avete viste tutte quelle auto galleggiare sulle acque? quei treni, quelle navi e quelle case spazzate via?). Anzi, le nostre creature piú perfette per produrre energia (le centrali nucleari), che sembravano cosí potenti e sicure, in un batter d’occhio si rivoltano contro di noi e ci minacciano con il loro terrore. Probabilmente sarebbe il caso di fare qualche riflessione sulla nostra reale condizione. Afferma giustamente il Prof. Panissidi:

«Credenti e non, ricchi e poveri, sani e malati, siamo ospiti (non sempre graditi), non signori del cosmo: enti naturali finiti e incompleti, fatti per (cercare di) conoscerlo e viverci nell’armonia possibile, affrancati da distopie di manipolazione e dominio, perseguite con lo scopo di “deviarne” con modalità improbabili e intrusive leggi e dinamiche».

Nel leggere quella frase: «siamo ospiti, non signori del cosmo», mi veniva in mente quanto avevo letto tempo fa in Iota unum, a proposito della “Teleologia antropocentrica di Gaudium et spes”. Lí per lí la posizione di Romano Amerio mi aveva lasciato piuttosto perplesso. Per chi, come me, viene da una formazione umanistica, che pone l’uomo al centro dell’universo, ed è stato formato alla scuola del Concilio Vaticano II, che ha fatto propria la visione antropocentrica del cosmo, la contestazione di Amerio mi sembrava un po’ esagerata. Sembrava quasi come l’impugnazione di una verità ovvia, praticamente indiscutibile. Amerio, nel capitolo XXX di Iota unum, mette in discussione due passi della Gaudium et spes: 

«Secondo l’opinione quasi concorde di credenti e non credenti, tutto quanto esiste sulla terra deve essere riferito all’uomo, come a suo centro e vertice» (n. 12; Amerio erroneamente cita il n. 14)

«L’uomo … è la sola creatura sulla terra che Dio abbia voluto per se stessa» (n. 24).

La novità di questo testo sta in quel “propter seipsam”, che avrebbe sostituito il tradizionale “propter seipsum”. Tanto è vero che Amerio, per dimostrare l’illegittimità di tale sostituzione, invoca l’autorità del libro dei Proverbi:

«Universa propter semetipsum operatus est Dominus» (16:4).

Amerio non avrebbe piú potuto citare questo testo, se avesse dovuto citare la Neovolgata, che ora afferma: «Universa secundum proprium finem operatus est Dominus» (e infatti la nuova versione della CEI traduce: «Il Signore ha fatto ogni cosa per il suo fine»). 

Se devo essere sincero, durante i miei studi, ho sempre rilevato una certa incoerenza nel considerare un progresso la visione antropocentrica dell’Umanesimo e del Rinascimento, quando, piú o meno contemporaneamente, in campo scientifico si abbandonava la teoria geocentrica in favore di quella eliocentrica (cosí come non ho mai capito come Kant potesse chiamare “rivoluzione copernicana” il far ruotare l’oggetto intorno al soggetto, quando, secondo me, sarebbe stato piú logico chiamarla “rivoluzione tolemaica”). Ma il fatto di percepire certe incongruenze non mi autorizzava a mettere in discussione quello che costituisce un vero e proprio “dogma” della nostra cultura: la centralità dell’uomo nell’universo. Con il Vaticano II la Chiesa ha fatto propria questa visione antropocentrica. Per noi che siamo stati formati dopo il Concilio, si tratta di una verità pressoché evidente, che non ha bisogno di dimostrazione. Questo spiega perché fossi rimasto perplesso dinanzi alle critiche di Romano Amerio.

Non sarò ora io a dire che il Concilio aveva torto e Amerio aveva ragione. Certo però avvenimenti come la catastrofe giapponese dovrebbero davvero farci riflettere. Dovrebbero, se non altro, ridimensionare quel senso di superiorità al limite dell’onnipotenza, che caratterizza l’uomo moderno. L’uomo dovrebbe prendere coscienza della sua reale condizione e del suo rapporto con la natura, infinitamente piú forte di lui. Per dirla con il Prof. Panissidi, dovremmo ricordarci di essere ospiti, non signori del cosmo.

Probabilmente, non c’è bisogno di procedere alla correzione dei testi conciliari, che pure hanno un loro fondamento; ma perlomeno dovremmo rinunciare, una volta per tutte, a quell’ottimismo un tantino ingenuo che pervade la Gaudium et spes, a favore di un maggiore realismo. Lo stesso Paolo VI ammise che il Vaticano II aveva un po’ esagerato in questa visione ottimistica dell’uomo:

«Bisogna onestamente riconoscere che questo nostro Concilio, nell’elaborare il suo giudizio sull’uomo, si è soffermato a considerare piú la fronte serena che quella triste; e che in esso ha volutamente interpretato tutti gli aspetti con ottimismo … Il Concilio ha parlato agli uomini contemporanei facendo uso non di previsioni catastrofiche, ma di messaggi di speranza e parole di fiducia» (Omelia nella IX Sessione del Concilio, 7 dicembre 1965).

Ecco, è forse giunto il momento di voltare pagina. Come 250 anni fa il terremoto di Lisbona disincantò gli uomini del secolo dei Lumi, cosí forse oggi lo tsunami giapponese aiuterà l’uomo a ridimensionarsi, e libererà la Chiesa da quell’ottimismo di maniera che l’ha contraddistinta negli ultimi decenni. Non per assumere un atteggiamento pessimista, ma semplicemente per ritrovare quel sano realismo che l’ha caratterizzata in tutta la sua storia.

lunedì 7 marzo 2011

Effetti benefici?

Il mio post di quindici giorni fa sui Semina Verbi ha avuto una discreta risonanza. Esso è stato segnalato e commentato da diversi blog. La cosa, naturalmente, non può che farmi piacere. Tra i siti che hanno ripreso integralmente la mia riflessione c’è quello di Una vox. Va dato atto a tale sito di aver sempre difeso la tradizione, anche quando non era di moda. Per diversi anni l’ho visitato regolarmente perché esso costituiva per me l’unica fonte di informazione sul mondo tradizionalista. Per cui, anche se spesso non mi trovavo d’accordo con le sue posizioni, l’ho sempre considerato con grande rispetto. Questa volta però sento di dover fare qualche precisazione, dal momento che non mi sembra che ciò che è stato scritto come introduzione al mio post corrisponda a verità. Ecco il commento di Una vox:

«Pubblichiamo un articolo apparso, il 20 febbraio 2011, sul sito internet Querculanus e redatto dallo stesso creatore del sito: il Padre Giovanni Scalese. Lo pubblichiamo perché riteniamo che si tratti di un chiaro esempio di come la liberalizzazione della celebrazione secondo il Messale tradizionale e la remissione della cosiddetta scomunica ai quattro Vescovi della Fraternità San Pio X, oltre alle levate di scudi contro il Papa e contro la Tradizione Cattolica, possano generare riflessioni interessanti, che fino a qualche mese fa sembravano appannaggio esclusivo ed eccentrico dei fedeli tradizionali. In particolare, in questo articolo, il Padre Scalese dice a chiare lettere, del Vaticano II, ciò che i fedeli tradizionali ripetono da 40 anni e per cui sono stati bollati come ribelli e scismatici. Il Padre Scalese è un sacerdote barnabita ben lontano dall’essere sospettabile di “tradizionalismo”, le sue riflessioni, quindi, possono considerarsi come uno dei frutti benefici che l’influenza e la presenza dei fedeli tradizionali hanno prodotto, prima silenziosamente, oggi apertamente e pubblicamente. Abbiamo già pubblicato qualche altra riflessione del Padre Giovanni Scalese: Concilio e “spirito del Concilio” […]

Precisazione necessaria. Alcuni passaggi degli articoli di Padre Giovanni Scalese richiederebbero delle precisazioni, soprattutto in relazione al Concilio, ai documenti del Concilio e alla liturgia moderna, ma non è questo che piú conta, in questa occasione, poiché la cosa importante è che si possano finalmente criticare, in maniera seria e ponderata, il Concilio, la liturgia moderna e il Papa senza per questo incorrere in sanzioni morali o disciplinari e in ostracismi o emarginazioni».

Ciò che mi sembra non corrispondere al vero è il pensare che le mie riflessioni siano conseguenza della liberalizzazione della Messa tridentina o frutto dell’influsso benefico esercitato dai fedeli tradizionali. Sia ben chiaro, non voglio apparire un “duro e puro” che non si lascia in alcun modo influenzare dal mondo che lo circonda; anzi, sono profondamente convinto che dobbiamo saper cogliere i “segni” dei tempi in cui viviamo. Non vorrei però essere scambiato per uno dei tanti tradizionalisti dell’ultim’ora, che hanno improvvisamente scoperto la tradizione col motu proprio Summorum Pontificum. Quanto vado scrivendo è il frutto di una riflessione che certamente tiene conto anche di tanti contributi recenti, ma che affonda le sue radici lontano nel tempo.

Quanto all’intervento sui Semina Verbi, vorrei innanzi tutto spiegare quale è stato il motivo occasionale che lo ha originato. Dovendo insegnare, oltre che storia e filosofia al liceo, anche religione nella scuola secondaria di primo grado, nel libro di testo di terza media ho trovato una lezione sul pluralismo religioso, che riportava un brano di una catechesi di Giovanni Paolo II del 1998, dove appunto si parlava dei «semi del Verbo presenti e operanti nelle diverse religioni». Siccome la cosa non mi tornava, ho sentito il bisogno di fare una ricerca, il cui risultato è stato il post che ho pubblicato. Certamente nel fare tale ricerca ero in qualche modo condizionato anche dall’annuncio della prossima giornata di Assisi, ma non era stato quell’evento lo stimolo per la mia riflessione. Né, tanto meno, sono andato a leggere studi di chicchessia sul tema (meno che mai, come qualcuno ha voluto insinuare, di esponenti, a me affatto sconosciuti, della Fraternità di San Pio X).

Quanto alle mie critiche al Concilio Vaticano II, esse risalgono a non pochi anni fa: sono precedenti al mio stesso articolo Concilio e “spirito del Concilio” (che è stato scritto nel giugno del 2008 e pubblicato su questo blog nel gennaio del 2009). Per darvene una prova, vi riporto quanto affermavo in una conferenza che feci al nostro Capitolo provinciale, nel dicembre del 1999. Il titolo della conferenza era L’apostolato dei Chierici Regolari di San Paolo ieri, oggi e domani: si trattava di una riflessione sulla nostra storia. A proposito della situazione attuale facevo le seguenti considerazioni:

«Nonostante gli sforzi di rinnovamento, la situazione attuale risulta alquanto critica sia per la Chiesa sia per la Congregazione. Per quanto riguarda la Chiesa, ci limiteremo a constatare che le grandi attese suscitate dal Concilio sono rimaste in gran parte frustrate: si era parlato di una “nuova pentecoste”, e abbiamo avuto la secolarizzazione; si sperava in un riavvicinamento fra Chiesa e mondo, e mai come ora sentiamo queste due realtà distanti fra loro; si pensava a un nuovo slancio missionario, e mai come adesso vediamo la Chiesa ripiegata su sé stessa; si attendeva un ringiovanimento della Chiesa, e mai come ai nostri giorni la vediamo popolata soprattutto da persone anziane. Si pensava che fossero sufficienti alcune riforme strutturali per rinnovare il volto della Chiesa: il lifting è stato fatto, ma il volto della Chiesa continua a essere segnato dalle rughe. C’è stata la riforma liturgica, e ci ritroviamo le chiese vuote; ci si è dedicati a un immane sforzo di catechesi, e mai come oggi è diffusa l’ignoranza religiosa; ci si è fatti un’overdose di pastorale giovanile, e i giovani hanno abbandonato gli oratori per affollare le discoteche; sono stati istituiti gli organismi di partecipazione, e quelli che dovevano essere uno strumento di comunione si sono rivelati un ulteriore motivo di burocratizzazione della Chiesa; si sono “aperti” i seminari, e si sono svuotati. Le uniche vere novità dei nostri giorni sono costituite da fenomeni in nessun modo programmati o previsti dal Concilio: l’inatteso ritorno del martirio, la stupefacente fioritura dei movimenti ecclesiali, l’incredibile richiamo esercitato a tutti i livelli da padre Pio, la sorprendente moltiplicazione delle apparizioni mariane e — perché no? — la straordinaria diffusione di Radio Maria e l’eccezionale proliferazione di siti cattolici in Internet […]».

Le mie riflessioni si soffermavano poi sulla situazione attuale della Congregazione. La conferenza, nel suo insieme, fu bene accolta dall’assemblea; ma il passaggio su riportato fu criticato da qualche confratello, perché avevo osato mettere in discussione il Concilio, che fino ad allora costituiva un vero e proprio tabú.

Anche per quanto riguarda la libertà di criticare il Papa, non si tratta per me di una novità. Non posso documentare i miei dubbi sulle precedenti giornate di Assisi; posso però riportare un passaggio piuttosto polemico della mia prefazione al volume di Massimo Angeleri, Rosminianesimo a Milano. Il caso di padre Gazzola (1885-1891), NED, 2001. Padre Gazzola è un barnabita (di profonda spiritualità e sicura ortodossia), che dovette soffrire molto perché accusato prima di rosminianesimo e poi di modernismo:

«Sul Corriere della sera del 23 marzo 2000 Ernesto Galli della Loggia chiedeva che la richiesta di perdono della Chiesa per le colpe del passato, compiuta durante l’anno giubilare, si estendesse anche alle vittime della repressione antimodernistica. Anche noi, sinceramente, siamo rimasti un po’ sorpresi e delusi per questo mancato mea culpa per la durezza usata dalla Chiesa verso certi suoi figli incompresi, ingiustamente accusati, talvolta ferocemente perseguitati, ma rimasti a lei fedeli sino alla fine. Sappiamo bene che tradizionalmente la Chiesa agisce in maniera diversa: anziché riconoscere gli errori del passato e chiedere scusa a coloro che furono perseguitati, supera di fatto determinate situazioni e riabilita indirettamente i perseguitati riconoscendone la santità (si pensi, solo per fare un esempio, alla recente beatificazione di padre Pio). Ma siccome sembrava che si volesse adottare un nuovo metodo, poteva essere, questa, l’occasione per procedere a una vera e propria “riabilitazione”. Peccato! Non rimane che sperare che anche nei confronti di molte delle vittime della repressione antimodernistica, e in particolare di padre Gazzola, la Chiesa torni almeno al sistema tradizionale e le riabiliti riconoscendo pubblicamente l’eroicità delle loro virtú».

Anche in tal caso mi presi una bella lavata di capo da un confratello Vescovo, perché mi ero permesso di criticare pubblicamente il Papa. 

Per quanto riguarda la liturgia, il Prof. Dante Pastorelli di Firenze ha in piú occasioni testimoniato che, quando i tradizionalisti erano considerati ancora come degli appestati, io li ospitai gratuitamente alla Querce per un loro incontro, non perché ne condividessi le posizioni, ma semplicemente perché ho sempre pensato che nella Chiesa ci sia posto per tutti: se c’è posto per tanti riti liturgici (non solo tradizionali, ma perfino di nuovo conio come quello neocatecumenale), non ho mai capito perché non ci potesse essere piú posto per il rito romano antico. Questo senza mai mettere in discussione la mia convinta adesione alla riforma liturgica.

Penso che questo basti per dimostrare che le mie attuali posizioni, pur essendo aperte a ulteriori sviluppi e a sempre possibili revisioni, non sono improvvisate o frutto di recenti ripensamenti. Semmai, se proprio devo essere sincero, dirò che i fenomeni che, secondo Una vox, starebbero esercitando un benefico influsso sulla Chiesa, secondo me, stanno piuttosto provocando un effetto contrario. Non voglio soffermarmi, almeno per il momento, su quanto sta avvenendo nella Chiesa nel suo complesso (anche se non posso nascondere l’impressione che la liberalizzazione della Messa tradizionale, anziché riportare la pace tra i fedeli, stia suscitando ulteriori divisioni). Preferisco per ora limitarmi a considerare quanto sta avvenendo in me stesso: attualmente mi sento assai piú confuso di qualche anno fa. Nonostante ci sia sempre stata una certa dialettica nella Chiesa, nonostante che abbiamo vissuto periodi di gran lunga piú confusi di quello attuale, devo però dire che io, grazie al Cielo, ho sempre potuto contare su alcuni principi abbastanza chiari, che mi hanno permesso di attraversare anche i momenti piú critici senza rimanerne travolto. In questi ultimi tempi invece ho la sensazione di non avere piú nessuna certezza. Per esempio, in campo liturgico, non avevo mai messo in discussione la validità della riforma liturgica; semmai, il problema era quello di attuarla pienamente e di eliminare gli abusi. Ora, invece, con il Summorum Pontificum (o perlomeno con certe sue interpretazioni), tutto è stato rimesso in discussione. Di fatto, il risultato del motu proprio, al di là delle intenzioni, non è stato tanto il riconoscimento ad alcuni fedeli del sacrosanto diritto di partecipare alla Messa secondo la loro legittima sensibilità, ma quello di insinuare il dubbio che la riforma liturgica in sé fosse stata un errore.

Quanto poi alla presenza dei fedeli tradizionali, beh, devo fare una distinzione. A quelli che con coraggio e coerenza hanno difeso la tradizione in tempi non sospetti, è sempre andato tutto il mio rispetto. Non altrettanto posso dire a proposito dei tradizionalisti dell’ultim’ora, che si permettono di sparare giudizi e lanciare anatemi a destra e a manca con una superficialità, un’arroganza e una volgarità che hanno ben poco a che fare col Vangelo. Chiedo solo: dove erano questi talebani della tradizione negli anni Settanta e Ottanta? O non erano nati, o avevano ancora i calzoni corti, o, se li avevano lunghi, stavano dall’altra parte della barricata (o perché non erano credenti o, se lo erano, militavano nelle file della contestazione). Con ciò non voglio escludere la possibilità di un salutare ravvedimento; voglio solo dire che la vera conversione di solito si contraddistingue per umiltà e mitezza. La moltitudine vociante di certi tradizionalisti odierni, nonché esercitare un benefico effetto sulla Chiesa, rischia di provocare in molti una crisi di rigetto.

domenica 27 febbraio 2011

Criteri di traduzione

Il prossimo 9 marzo, mercoledí delle Ceneri, uscirà la nuova edizione (la quarta) della New American Bible (“NAB Revised Edition”), la traduzione cattolica della Bibbia ufficiale negli Stati Uniti. Dovrebbe essere quella definitiva: la prima edizione era stata pubblicata nel 1970; nel 1986 era stato rivisto il Nuovo Testamento; nel 1991, i Salmi; ora, finalmente, è stata ultimata la revisione dell’Antico Testamento. I criteri adottati in queste successive revisioni in genere hanno seguito una duplice tendenza: da una parte, una maggiore fedeltà al testo biblico; dall’altra, uno sforzo di adattamento all’evoluzione del linguaggio. Rientra in questa seconda tendenza la discutibilissima adozione, almeno nel caso del Nuovo Testamento (non so come si siano comportati per l’Antico), del cosiddetto “linguaggio inclusivo” (per quanto in una forma mitigata).

Ha avuto una certa risonanza (vedi qui) la decisione di non utilizzare piú nell’Antico Testamento la parola “holocaust”, in quanto ormai riservata esclusivamente (con la “H” maiuscola) allo sterminio degli ebrei durante la seconda guerra mondiale. La decisione, che non era stata in alcun modo sollecitata, è stata accolta con favore dalle organizzazioni dei sopravvissuti (vedi qui).

Ciò che mi irrita maggiormente non è tanto l’adeguamento totale, da parte della Chiesa cattolica, alla political correctness (ieri con l’adozione del linguaggio inclusivo, oggi con l’eliminazione della parola “olocausto”), quanto piuttosto l’incoerenza nell’utilizzo dei criteri di traduzione che si è deciso di seguire. Da una parte si dichiara di voler eseguire una traduzione letterale (e in molti casi lo si fa); dall’altra si ricorre spesso e volentieri alla creatività arbitraria. 

Si pensi che talvolta, pur di rimanere fedeli al testo originale, si è addirittura rinunciato a tradurre. In certi casi, secondo me, giustamente, come per esempio conservando l’espressione “Amen”, quando Gesú dice: «In verità vi dico» (Amen, I say to you); o ritenendo alcune espressioni popolari usate da Gesú, come “raqa” (Mt 5:22) o “mammon” (Mt 6:24). In altri casi, a mio parere, senza nessun valido motivo, come quando in Nm 21 si parla di “saraph serpents” (nella vecchia versione CEI tradotto con “serpenti velenosi” e nella nuova con “serpenti brucianti”).

Nel caso di “olocausto”, che in tutte le lingue è un termine tecnico per indicare un particolare tipo di sacrificio (quello nel quale la vittima viene completamente consumata dal fuoco), si è invece preferito ricorrere a una perifrasi descrittiva: “burnt offering” (= offerta bruciata). Il motivo sarebbe perché ormai la parola “Holocaust” avrebbe mutato significato e si riferirebbe, in maniera univoca, alla Shoah. C’è da dire che l’espressione “burnt offering” non è nuova (essa veniva già usata, in qualche caso, nella traduzione cattolica classica Douay-Rheims e, sempre, in quella protestante King James) e rende correttamente il senso di “olocausto”. Ma perché privarsi di un termine cosí specifico, oltretutto perfettamente comprensibile?

La critica all'incoerente applicazione dei criteri di traduzione non si rivolge solo alla NAB-RE, ma può essere rivolta anche alla nuova versione della CEI. Avete notato il vangelo della Messa di oggi (Mt 6:24-34)? Da una parte, la nuova traduzione segna un netto miglioramento rispetto alla vecchia: il verbo μεριμνάω viene reso, in tutte e sei le sue ricorrenze, con “preoccuparsi” (a differenza di quanto avveniva nella vecchia traduzione). D’altra parte, si è preferito abbandonare l’espressione “mammona” (presente nella vecchia versione e facente parte del linguaggio comune) e tradurla con “ricchezza”. È troppo chiedere che, una volta adottati dei criteri, essi vengano sempre coerentemente applicati?

domenica 20 febbraio 2011

"Semina Verbi"

È ormai diventato un luogo comune ritenere che nelle religioni non-cristiane siano presenti alcuni semina Verbi (= germi del Verbo) o che esse costituiscano una sorta di praeparatio evangelica (= preparazione al Vangelo). All’origine di tale convinzione c’è l’insegnamento del Concilio Vaticano II. Il Decreto sull’attività missionaria afferma:

«[I cristiani] conoscano a fondo le loro [= dei non-cristiani] tradizioni nazionali e religiose; con gioia e rispetto scoprano i germi del Verbo in esse latenti» (Ad gentes, n. 11; cf Lumen gentium, n. 17).

Nella Costituzione dogmatica sulla Chiesa si afferma:

«La divina Provvidenza [non] nega gli aiuti necessari alla salvezza a coloro che senza colpa non sono ancora arrivati ad una esplicita conoscenza di Dio, e si sforzano, non senza la grazia divina, di vivere una vita onesta. Poiché ciò che in essi si trova di buono e di vero è ritenuto dalla Chiesa come preparazione al Vangelo, e dato da colui che illumina ogni uomo perché abbia finalmente la vita» (Lumen gentium, n. 16; cf Catechismo della Chiesa cattolica, n. 843).

La Dichiarazione sulle religioni non-cristiane, per esprimere il medesimo concetto, ricorre all’immagine del raggio di luce:

«La Chiesa cattolica non rigetta nulla di quanto c’è di vero e di santo in queste religioni. Guarda con sincero rispetto a quei sistemi di agire e di vivere, a quei precetti e a quelle dottrine che, sebbene differiscano in molti punti da ciò che essa pensa e propone, tuttavia non di rado riflettono un raggio di quella Verità che illumina tutti gli uomini» (Nostra aetate, n. 2).

Dopo il Concilio, le metafore dei semina Verbi e della praeparatio evangelica sono state riprese dai Sommi Pontefici. Paolo VI, nell’Esortazione apostolica sull’evangelizzazione, afferma:

«[Le religioni non-cristiane] sono tutte cosparse di innumerevoli “germi del Verbo” e possono costituire una autentica “preparazione evangelica”, per riprendere una felice espressione del Concilio Vaticano II tratta da Eusebio di Cesarea» (Evangelii nuntiandi, n. 53).

Da parte sua, Giovanni Paolo II, nella sua prima enciclica, scrive:

«Giustamente i Padri della Chiesa vedevano nelle diverse religioni quasi altrettanti riflessi di un’unica verità come “germi del Verbo”, i quali testimoniano che, quantunque per diverse strade, è rivolta tuttavia in una unica direzione la piú profonda aspirazione dello spirito umano, quale si esprime nella ricerca di Dio ed insieme nella ricerca, mediante la tensione verso Dio, della piena dimensione dell’umanità, ossia del pieno senso della vita umana» (Redemptor hominis, n. 11).

Sembrerebbe dunque di trovarci dinanzi a una dottrina consolidata, oltretutto ben radicata nella tradizione, visto che le espressioni usate sono di origine patristica. L’immagine dei semina Verbi è tratta da san Giustino e da Clemente Alessandrino; il concetto di praeparatio evangelica invece, come ci ricordava Paolo VI, lo troviamo in Eusebio di Cesarea. Tutto vero. Il problema è: siamo sicuri che i Santi Padri, con tali espressioni, si riferissero alle religioni non-cristiane (che a quel tempo si identificavano con la religione pagana)? Faccio rispondere a questa domanda uno dei maggiori patrologi del XX secolo, Berthold Altaner (Patrologia, Marietti, 7ª ed., 1977). A proposito di Giustino, che parla dei “germi del Verbo” nelle sue Apologie, scrive:

«Con la sua teoria del λόγος σπερματικός [logos spermatikos] Giustino getta un ponte tra la filosofia antica e il Cristianesimo. In Cristo apparve, in tutta la sua pienezza, il Logos divino, ma ogni uomo possiede nella sua ragione un germe (σπέρμα) del Logos. Questa partecipazione al Logos, e conseguente disposizione a conoscere la Verità, fu in alcuni particolarmente grande; cosí nei Profeti del giudaismo e, fra i greci, in Eraclito e Socrate. Molti elementi della verità sono passati, cosí egli opina, nei poeti e nei filosofi greci dell’antica letteratura giudaica, poiché Mosè era ritenuto lo scrittore assolutamente piú antico. Di conseguenza i filosofi, in quanto vissero e insegnarono conformemente alle regole della ragione, furono dei Cristiani, in un certo senso, prima della venuta di Cristo. Tuttavia solo dopo questa venuta i Cristiani sono entrati in possesso della verità totale e sicura, priva di ogni errore. Il pensiero teologico di San Giustino è fortemente influenzato dalla filosofia stoica e platonica» (pp. 70-71).

Quanto a Eusebio, che compose un’opera dal titolo Praeparatio evangelica, Altaner scrive:

«La Praeparatio evangelica (Εὐαγγελικὴ προπαρασκευή), in 15 libri, composta tra il 312 e il 322, vuole dimostrare ai catecumeni e ai pagani, forse scossi dagli attacchi di Porfirio, come i Cristiani abbiano avuto ragione nel preferire il Giudaismo al paganesimo. La “Filosofia degli Ebrei” è superiore alla cosmogonia e alla mitologia dei pagani. I sapienti pagani, soprattutto Platone, hanno attinto dall’A.T.» (p. 223).

Come si può vedere, i Santi Padri non rinvengono alcun “germe del Verbo” nella religione pagana, né considerano questa una “preparazione al Vangelo”. Tali immagini vengono da loro applicate non alla religione, ma alla cultura del tempo, in particolare alla filosofia e alla poesia, le quali, secondo loro, avrebbero attinto a Mosè. I primi cristiani non hanno mai fatto proprio alcun elemento della religione pagana, mentre non si sono fatti scrupolo di adottare le categorie dell’ellenismo addirittura per esprimere la loro fede. La preoccupazione dei cristiani dei primi secoli non era il dialogo interreligioso, ma l’inculturazione del Vangelo.

Una conferma a questo, che è stato l’atteggiamento della Chiesa di tutti i tempi fino al Vaticano II, la troviamo in Padre Matteo Ricci (1552-1610). Solitamente il missionario gesuita viene proposto come antesignano dell’attuale dialogo interreligioso, vista la sua simpatia nei confronti del confucianesimo. Ma non si tiene conto che tale simpatia scaturiva proprio dalla «consape­volezza che nessun elemento vi era nel confucianesimo che potesse far pensare ad una religione … il confucianesimo, lungi dal presentarsi alla stregua di una religione, perseguiva lo scopo di dare una giusta e retta amministrazione al gover­no del paese» (Franco Di Giorgio). Al contrario, Padre Ricci non si fece scrupolo di criticare il taoismo e il buddismo, che considerava inconciliabili col cristianesimo.

Ci si potrebbe dunque chiedere se, su questo punto, il Concilio non rappresenti una rottura con la tradizione o, piuttosto, una sua legittima evoluzione. Non sta a me dare una risposta a questa domanda, che pure costituisce un problema di capitale importanza. L’unica cosa che posso dire è che non mi sembra corretto affermare, come fa Giovanni Paolo II nella Redemptor hominis, che «i Padri della Chiesa vedevano nelle diverse religioni quasi altrettanti riflessi di un’unica verità come “germi del Verbo”». Un Papa ha tutta l’autorità di interpretare la rivelazione, ma non ha autorità di stravolgere la storia.

domenica 13 febbraio 2011

L'albero e i frutti

Il mio ultimo post sul caso Maciel ha provocato, come era prevedibile, qualche reazione di dissenso, non tanto sulla tesi centrale del discorso (preferibile sospendere qualsiasi giudizio sul Padre Maciel), quanto piuttosto sul modo di interpretare la metafora evangelica dell’albero e dei frutti.

Forse è opportuno tornare brevemente su tutta la questione. Vorrei chiarire, se ancora ce ne fosse bisogno, che non voglio e non posso (innanzi tutto perché non sono nessuno; in secondo luogo perché non ho gli elementi per esprimere un giudizio) assolvere Padre Maciel dagli addebiti che gli sono stati mossi. Non mi sembra giusto però, allo stato delle cose, emettere contro di lui una sentenza di condanna. Il motivo che ho portato («finora si è sempre parlato di “testimonianze” e mai di “prove”») è stato nei giorni scorsi corroborato da una riflessione di Vittorio Messori su La Bussola Quotidiana. Lo scrittore cattolico si lamentava di un servizio televisivo sulle sètte, interamente costruito su testimonianze di “ex” (tali sono tutte le testimonianze contro Maciel):

«Se sto alla mia esperienza di cronista, non di sociologo, poche cose sono fuorvianti come le accuse alla sua antica organizzazione da parte di chi è uscito sbattendo la porta. Ci sono addirittura degli “ex” di professione, sempre intervistati su qualunque giornale e tv … Sta di fatto che, nel mio lavoro di giornalista, non mi sono mai fidato né di questi né di altri pentiti: per esempio, dei gruppi, assai affollati, di ex-geovisti o ex-scientologisti. Prendo poco sul serio anche gli ex-comunisti e, in generale, ogni reduce deluso. Magari, con tutto il rispetto, anche qualche transfuga da seminari e conventi … Non occorre essere psicologi per comprendere il perché di una doverosa diffidenza: chi ha abbandonato una strada, magari una vocazione, un ideale, deve giustificarsi davanti a se stesso e al prossimo, ha bisogno di aumentare la responsabilità degli altri per diminuire la propria, per contrastare il senso di colpa che cova, magari nell’inconscio e che in qualche caso è devastante. Non mi azzardo oltre in questi intrighi emotivi. Volevo solo avvertire, sulla base della esperienza: qualunque realtà discussa contestata dobbiate giudicare, non fatelo prendendo sul serio sempre e solo le testimonianze, magari impressionanti, di chi se ne è andato».

Un esempio di tale tipo di testimonianze, di cui è bene diffidare, è quella di un ex-legionario che ci ha proposto in questi giorni Sandro Magister sul sito www.chiesa. Andate a cercare lo straccio di una prova nel lungo articolo di Padre Gill: naturalmente si danno per scontate tutte le accuse, quasi che non ci fosse bisogno di provare nulla. Qua e la però spuntano alcune presunte “prove” della colpevolezza di Padre Maciel:

«Maciel periodicamente spariva per settimane o per un mese senza che nessuno sollevasse domande … Era risaputo tra i superiori della Legione che egli di rado diceva la messa o recitava il breviario o partecipava ai ritiri …».

Con tutto il rispetto, se queste sono prove… Mentre alla fine dell’articolo viene fuori qualcosa di interessante: il contrasto culturale esistente fra la componente messicana della Legione e quella europea e nordamericana. Un contrasto che potrebbe spiegare molte cose…

Quanto alla questione della metafora dell’albero e dei frutti, ne riconosco tutta la problematicità. Mi è stato fatto notare che non è corretto applicare in maniera automatica il principio evangelico al fondatore di un istituto religioso; i “frutti buoni”, prima che frutti del fondatore, sarebbero frutti dei tanti buoni religiosi che compongono la congregazione. È vero. La TOB infatti spiega il passo di Matteo riferendo la metafora all’individuo:

«L’immagine del frutto … applicata alla situazione umana ha la sua importanza in Mt. Al singolare collettivo oppure al plurale, indica il comportamento concreto dell’uomo, sia nelle sue azioni che nelle sue parole, comportamento che permette di discernere o di riconoscere … l’autenticità dell’attività dei profeti» (ad Mt 7:16).

È altrettanto vero, come dicevo la volta scorsa, che Dio può servirsi di strumenti imperfetti per compiere la sua opera. È tutto vero. Però, secondo me, il problema rimane. È possibile che da un “falso profeta” derivi tanto bene? Non nego che nella Legione possano esserci diverse storture da raddrizzare (e per questo nel mio post riconoscevo l’opportunità della visita apostolica e del commissariamento); ma vorrei soffermarmi su un aspetto che costringe a riflettere. Mi riferisco al numero delle vocazioni che, contrariamente a qualsiasi attuale trend nella Chiesa, continua a caratterizzare la Legione. Checché ne dica Padre Gill, il 24 dicembre 2010 sono stati ordinati 61 (diconsi “sessantuno”!) nuovi sacerdoti (vedi qui). Come si può spiegare un tale fenomeno? Che cos’è che spinge tanti giovani ad aderire alla Legione e, dopo tutto quel che è successo, a rimanervi? Ci sarà pure un “sistema di potere” che controlla le coscienze; ma possibile che siano tutti plagiati? Come mai questi giovani non vengono nelle nostre congregazioni e nelle nostre diocesi, dove potrebbero respirare un’atmosfera di piena libertà e potrebbero incontrare tanti esempi di dirittura morale e di santità? Perché mai andare a rinchiudersi in un ambiente asfissiante e oppressivo e per di più passare per seguaci di uno stupratore? Scusate, ma non riesco a capire; c’è qualcosa che non torna. Potrei capire che ci fossero 61 ordinazioni quando Padre Maciel veniva osannato in Piazza San Pietro ed elogiato dal Papa; ma adesso, stando a quanto afferma Padre Gill, ci si aspetterebbe che solo una manciata di messicani si ostini a rimanere nella Legione. E invece i 61 neo-ordinati provengono da ogni parte del mondo: Germania (1), Brasile (4), Canada (3), Corea del Sud (1), Spagna (7), USA (7), Italia (6), Messico (28), Nuova Zelanda (1), Venezuela (2) e Vietnam (1). Mah… decisamente meglio sospendere qualsiasi giudizio.

mercoledì 2 febbraio 2011

Parce sepulto!

Avrete notato che non parlo quasi mai del Padre Marcial Maciel Degollado, fondatore dei Legionari di Cristo. Gli unici riferimenti alla sua vicenda li feci nei primi mesi di esistenza di questo blog: 6 febbraio 2009; 31 marzo 2009; 21 aprile 2009 e 30 giugno 2009. In seguito ebbi l’impressione che si stesse praticando una sorta di accanimento contro di lui. A quel punto, nonostante le “prove inequivocabili” sul suo conto, preferii sospendere qualsiasi giudizio e rimanere fedele all’adagio virgiliano Parce sepulto! Ero rimasto male quando, ancora vivente, il Papa lo aveva condannato senza processo; mi sembrava ancora piú grave che si continuasse a dare addosso a un morto, che non aveva piú alcuna possibilità di difendersi.

Se avevo deciso di tacere — vi chiederete — perché ora torno sulla questione? Perché ha fatto scalpore l’intervento della Direttrice del portale Catholic.net, Lucrecia Rego de Planas, che ha scritto un articolo dal titolo «Marcial Maciel: “Una figura enigmática” para Benedicto XVI». La Signora, che fa parte del movimento laicale Regnum Christi, rileva nel caso Maciel una sorta di dilemma: «O Jesucristo fue un mentiroso o, si no, forzosamente hay algo que no se ha descubierto aún en los “testimonios inequívocos” que le mostraron al Papa (= O Gesú Cristo è stato un bugiardo, o, in caso contrario, ci deve necessariamente essere qualcosa che non si è ancora scoperto nelle “testimonianze inoppugnabili” che hanno mostrato al Papa)». Perché — direte voi — Gesú Cristo dovrebbe essere un bugiardo? Perché egli ci ha assicurato nel vangelo: 

«Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dagli spini, o fichi dai rovi? Cosí ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni» (Mt 7:16-18; il riferimento che appare nell’articolo della Signora Rego è errato).

Tale principio, che si fonda sull’autorità del Salvatore, è stato sempre adottato dalla Chiesa come criterio infallibile di discernimento riguardo ai vari fenomeni mistici e apostolici che si sono manifestati in essa attraverso secoli. Nel caso in questione sembrerebbe non applicarsi, dal momento che ci troveremmo di fronte a un albero cattivo (Padre Maciel) che ha prodotto frutti buoni (la Legione da lui fondata). Si è cercato di superare la difficoltà — e io stesso l’ho fatto — dicendo che Dio può servirsi anche di strumenti imperfetti per compiere la sua opera.

Vi dirò che l’articolo della Signora Rego non mi è piaciuto, soprattutto per il tono (per quanto sia possibile percepire il tono di un testo scritto in una lingua straniera), che mi sembra poco rispettoso nei confronti del Santo Padre. Devo però riconoscere che esso pone una questione reale: ci troviamo di fronte a un caso in cui emerge una patente contraddizione fra la parola del vangelo e la posizione della Chiesa. 

Qualcuno (si veda il post di Andrea Tornielli di ieri) sostiene che il problema sarebbe stato posto male: non è vero che ci sarebbero solo due alternative (o Cristo è bugiardo o Padre Maciel è innocente). Non si capisce però poi quale sia la terza possibilità, tanto è vero che alla fine Tornielli è costretto ad ammettere: «A questo non si risponde con qualche battuta in un blog e di certo non è in grado di abbozzare risposte il sottoscritto». A me sembra invece che, se il problema esiste (e questo lo ammette anche Tornielli), esso sia stato posto, per quanto brutalmente, in maniera corretta. Il contrasto, volutamente estremizzato dalla Signora Rego, serve proprio per farci prendere coscienza dell’esistenza del problema. Non credo che si voglia, semplicisticamente, assolvere Padre Maciel dalle pesanti accuse che gravano sul suo conto; penso che si voglia dire: andiamoci piano a condannare una persona in maniera sbrigativa e senza appello, soltanto perché ci sarebbero “testimonianze inoppugnabili”.

Personalmente, ho notato che finora si è sempre parlato di “testimonianze” e mai di “prove”. Chiedo: è sufficiente condannare una persona sulla base di semplici testimonianze? Tali testimonianze hanno poi trovato dei riscontri oggettivi, che permettano di considerarle credibili? Il fatto che si presenti qualcuno che si dichiara “figlio” di Padre Maciel è sufficiente a dimostrare che lo sia realmente? Chiedo ancora: è stato fatto il test del DNA per provare la reale paternità dei pretesi figli? Sia ben chiaro: non voglio fare polemica spicciola; pongo solo delle domande, dal momento che finora, nella valanga di gossip da cui siamo stati travolti, nessuno ha mai sentito il bisogno di chiarire certe questioni, che a me, semplice “uomo della strada”, non appaiono di secondaria importanza. Si dirà: ma non sta a te giudicare Padre Maciel! Certo, ed è proprio per questo che preferirei che tutto fosse trattato nel piú assoluto riserbo; ma, visto che nel mondo in cui viviamo siamo tutti resi partecipi di certi processi mediatici, quasi fossimo membri di una grande giuria chiamata a emettere una sentenza, gradirei essere informato su certi dettagli non irrilevanti.

In base alle informazioni che ci sono state fornite, che — si badi bene — indugiano finanche sui particolari piú scabrosi degli abusi che Padre Maciel avrebbe compiuto, ma tralasciano di riportare qualsiasi prova, non mi sembra che si possa emettere un giudizio definitivo. Se le uniche prove contro Maciel sono delle testimonianze, per quanto numerose e convergenti, potrebbe trattarsi di semplici calunnie (e ci sono tanti motivi che potrebbero giustificarle). Non sarebbe la prima volta che ciò avviene nella storia della Chiesa. È comunissimo che grandi santi siano stati ingiustamente calunniati. Gesú stesso è stato crocifisso come un bestemmiatore; ed era il Figlio di Dio. Giovanna d’Arco — ce lo ha ricordato il Papa la settimana scorsa — è stata condannata al rogo come una strega da un tribunale ecclesiastico; ed era una santa. E che dire delle accuse fatte a Padre Pio, a cui anche il Beato Giovanni XXIII dette credito? 

Sospetti infamanti circolavano anche alle origini del mio Ordine religioso e anche in quel caso ci fu una visita apostolica (1552), che “normalizzò” la situazione, imponendo la damnatio memoriae dei fondatori (Battista Carioni da Crema, Antonio Maria Zaccaria, Paola Antonia Negri). Ci vollero 350 anni per giungere alla canonizzazione dello Zaccaria (1897); ma le accuse furono talmente invasive che ancora oggi non si sono completamente dissipate le ombre sulle figure del Carioni e della Negri. La storia dovrebbe insegnarci a essere estremamente cauti nell’emettere giudizi definitivi, soprattutto quando si tratta di morti, che non possono difendersi. Sono convinto che il commissariamento da parte della Santa Sede possa fare molto bene alla Legione (come fecero bene a noi gli interventi pontifici alle nostre origini); ma sulle persone defunte, molto meglio stendere un pietoso velo di silenzio. Parce sepulto!

sabato 22 gennaio 2011

Ambiguità dove meno te le aspetti

Una delle critiche piú ricorrenti che vengono rivolte al Vaticano II da parte tradizionalista è quella di ambiguità nel linguaggio adottato. Il Concilio avrebbe abbandonato la rigorosa terminologia del magistero precedente per utilizzare espressioni volutamente ambigue, che possono, certo, essere interpretate correttamente, senza che però se ne possa escludere una interpretazione scorretta. L’esempio piú famoso di tale linguaggio ambiguo è l’affermazione contenuta in Lumen gentium 8: 

«Questa Chiesa [una, santa, cattolica e apostolica], costituita e organizzata in questo mondo come società, sussiste nella Chiesa cattolica, governata dal Successore di Pietro e dai Vescovi in comunione con lui».

Giustamente si è fatto notare: che bisogno c’era di utilizzare il verbo “sussiste” (subsistit in), quando sarebbe stato cosí semplice usare la copula “è”? Il Catechismo di San Pio X diceva senza alcuna ambiguità:

«La Chiesa di Gesú Cristo è la Chiesa Cattolica Romana, perché essa sola è una, santa, cattolica e apostolica, quale Egli la volle» (n. 107).

C’è voluto un intervento della Congregazione per la dottrina della fede per chiarire che l’uso di quella espressione non modificava la dottrina tradizionale, ma voleva solo mettere in luce la presenza di “numerosi elementi di santificazione e di verità” anche al di fuori della compagine della Chiesa cattolica.

Dalla chiarificazione del Sant’Uffizio risulta evidente il motivo che ha spinto il Concilio ad adottare un linguaggio diverso rispetto a quello tradizionale: mettere in risalto degli aspetti che il linguaggio tradizionale, cosí rigoroso, impediva che emergessero. Un intento in linea col carattere “pastorale” proprio del Vaticano II. 

A tale motivazione personalmente ne aggiungerei un altro paio. In primo luogo direi che il Concilio ha voluto recuperare una ricchezza di linguaggio che, col passare dei secoli, si era andata perdendo, proprio per la preoccupazione di precisare i concetti. Una preoccupazione legittima, dal momento che si trattava di definire il contenuto della fede di fronte alle deviazioni dell’eresia. Bisogna però serenamente riconoscere che tale processo aveva gradualmente portato a una certa aridità. Tanto per intenderci, molti teologi avevano sostituito la Bibbia col “Denzinger”. Ecco dunque il bisogno di tornare alle fonti della rivelazione, specialmente alla Scrittura e ai Santi Padri, per ridare vita a un linguaggio che si era progressivamente cristallizzato, se non addirittura fossilizzato. In un certo senso, il Vaticano II ha percorso un cammino a ritroso, per recuperare ciò che nel corso dei secoli si era potuto perdere lungo la strada. Il rischio, inevitabile, era quello di recuperare, insieme con la ricchezza del linguaggio, anche una certa ambiguità.

Un altro motivo, piú pratico, era quello di mettere d’accordo tante posizioni diverse. Il Concilio si è svolto nel momento forse meno opportuno per la Chiesa. Non è vero, come pensano i tradizionalisti, che fino al Vaticano II nella Chiesa tutto andava bene e che il Concilio avrebbe provocato in essa ogni sorta di disordine. La Chiesa in quel momento storico era in piena ebollizione. Come ho avuto già occasione di dire, il Concilio non ha provocato la crisi, ma è piuttosto frutto di una crisi già in corso. Durante le discussioni conciliari è emerso il malessere che serpeggiava nella Chiesa e si è creata una polarizzazione fra le posizioni piú innovative e quelle piú conservatrici. Solo una visione superficiale della realtà potrebbe pensare che fosse facile evitare o anche solo comporre quelle contrapposizioni. Fu un lavoro estremamente difficile riuscire a mettere insieme posizioni tanto radicalmente divergenti; ma, a poco a poco, si riuscí a giungere a delle soluzioni di compromesso (i documenti conciliari), sui quali la totalità dei Padri si trovò d’accordo. È ovvio che, per trovare un compromesso, fu inevitabile ricorrere a espressioni un tantino ambigue. Fu un compromesso accettato da tutti, anche da Mons. Lefebvre (che firmò tutti i documenti conciliari), il quale evidentemente pensava che si sarebbe potuta dare un’interpretazione ortodossa del Concilio.

Ai nostri giorni, dopo aver assistito a ciò che è avvenuto nel post-Concilio, durante il quale i passaggi ambigui sono stati per lo piú interpretati in senso innovativo, alcuni ritengono che sia giunto il momento di dare un’interpretazione “autentica” del Vaticano II, precisando, appunto, il senso esatto delle espressioni ambigue in esso contenute. Qualcuno è giunto al punto di auspicare la pubblicazione di un nuovo ”Sillabo”. Non voglio, almeno per il momento, entrare nel merito della questione.

Desta piuttosto meraviglia che si trovino ambiguità dove meno te le aspetteresti. Proprio ieri il blog Disputationes theologicae ha pubblicato un post a proposito delle ambiguità esistenti all’interno della Fraternità sacerdotale di San Pio X. Da una parte si intraprendono colloqui per giungere a una piena comunione con la Chiesa cattolica e dall’altra si permette la pubblicazione di articoli che sono «una magistrale dichiarazione di scisma». Bisognerà che chi denuncia le ambiguità attualmente presenti nella Chiesa cattolica provveda innanzi tutto a eliminare le ambiguità presenti in casa propria.

martedì 18 gennaio 2011

Tutti i Papi da canonizzare?

Su questo blog mi sono già occupato piú volte del processo di beatificazione di Giovanni Paolo II: rispettivamente il 2 giugno 2009, il 2 gennaio 2010  e il 5 marzo 2010. Quanto dovevo dire, l’ho detto in tempi non sospetti, e pertanto ora potrei starmene tranquillo e limitarmi a constatare con piacere che alcune delle idee che esprimevo (allora controcorrente) vengono ora condivise da molti. In particolare, prendo atto con una certa soddisfazione che la distinzione fra “santità personale” e “scelte operative”, che in un primo momento sembrava dovesse essere applicata soltanto a Pio IX, Pio X e Pio XII, incomincia a essere usata anche nei confronti di Giovanni Paolo II.

Giunti a questo punto, però, con la firma del decreto di beatificazione da parte di Benedetto XVI, non ho alcuna difficoltà ad accettare il giudizio della Chiesa sulla santità di Giovanni Paolo II. Un giudizio che, oltre a fondarsi sui processi canonici (sul rigore dei quali è lecito nutrire qualche perplessità), trova secondo me una prova irrefutabile nel fatto che Wojtyla fu spiato per decenni dai servizi segreti comunisti, senza che essi riuscissero mai a incastrarlo in alcun modo: se solo ci fosse stata una seppur minima ombra nella sua vita personale, pensate che non ne avrebbero approfittato per distruggerne l’immagine?

Mi pare però che non sia fuori luogo interrogarsi su una questione che è stata posta nei giorni scorsi da Étienne Fouilloux su Le Monde. Lo storico francese fa una semplice constatazione storica: la tendenza a canonizzare i Papi è un fenomeno nuovo nella storia della Chiesa. Prima di Pio IX l’ultimo Papa divenuto santo era stato Pio V, che risale al Cinquecento. Dopo Pio IX sembrerebbe che tutti i Papi debbano essere canonizzati; solo di tre di loro non è in corso il processo di beatificazione: Leone XIII, Benedetto XV e Pio XI. E Fouilloux ne spiega i motivi (personalmente ritengo che Papa Ratti cadde in disgrazia non per aver sottoscritto i Patti Lateranensi, ma, al contrario, per aver rotto col regime fascista). Fouilloux dà una spiegazione “politica” del fenomeno: si tratterebbe di «una forma di autogiustificazione del papato». Si può discutere su tale interpretazione, anche se mi sembra che non le manchi un fondo di verità. 

Ma, al di là della validità o meno di tale interpretazione, rimane il fatto, sul quale mi pare piú che lecito interrogarsi: è davvero necessario procedere alla canonizzazione di tutti i Papi? Non metto in discussione la santità personale degli ultimi Papi, ma mi pongo alcune domande.

1. Se, come pare, bisogna distinguere fra “santità personale” e “scelte operative”, e se non sono queste ultime a determinare la canonizzazione (visto che su di esse si può liberamente discutere), la santità personale degli ultimi Papi è cosí straordinaria da meritare il riconoscimento ufficiale della Chiesa? Non ci sono nella Chiesa persone piú sante di loro, che pure non arrivano (o non sono ancora arrivate) all’onore degli altari? Tanto per fare un paio di esempi, Mons. Giuseppe Canovai, un diplomatico come Roncalli, non potrebbe essere piú santo di quest’ultimo? E il Card. Stefan Wyszyński non potrebbe essere piú santo del suo figlio spirituale Wojtyla? 

2. Si direbbe dunque che gli ultimi Papi vengono canonizzati non perché erano piú santi di altri, ma semplicemente perché sono diventati Papi. Si ha l’impressione che il pontificato sia diventato una specie di “lasciapassare” verso la beatificazione. Si potrà contestare a Fouilloux che la decisione di canonizzare i Papi sia una decisione “politica”; ma non si può contestare che è “politica” la decisione di non introdurre il processo di beatificazione di alcuni di loro: che cosa impedisce di considerare santi Leone XIII, Benedetto XV e Pio XI? Non credo che basti dire che Papa Ratti aveva un caratteraccio (anche San Girolamo lo aveva). Sappiamo il giudizio che dànno di Pio XI Don Divo Barsotti e il Card. Giacomo Biffi: il Papa piú grande non solo del secolo ventesimo, ma di tutti gli ultimi secoli (G. Biffi, Memorie e digressioni di un italiano cardinale, 1ª ed., p. 51). 

3. Vox populi, vox Dei! Qualcuno obietterà che la Chiesa non fa che riconoscere la “fama di santità” goduta dai Papi. Personalmente avrei qualche perplessità. Stiamo attenti a non confondere la vera devozione (si pensi, solo per fare un esempio, a quella per Padre Pio) con le reazioni emotive passeggiere, provocate spesso, soprattutto ai nostri giorni, dai mezzi di comunicazione. Non ho l’impressione che i fedeli abbiano grande devozione per Pio IX; anche nei confronti di Giovanni XXIII non esiste piú la venerazione che c’era negli anni immediatamente successivi alla sua morte. Temo che fra qualche anno, una volta scomparsa la generazione che lo ha conosciuto, possa succedere lo stesso anche con Giovanni Paolo II.

4. Proprio per il motivo appena espresso, non mi sembra fondato il timore di “papolatria” o di “culto della personalità”. Sta di fatto però che la tendenza attualmente presente nella Chiesa cattolica non aiuta certo lo sforzo ecumenico in corso. D’accordo che non dobbiamo rinunciare a nulla di quanto è autenticamente cattolico solo per “fare un piacere” ai fratelli separati; ma penso che sarebbe opportuno evitare quanto potrebbe provocare un loro rigetto, soprattutto se si tratta di fenomeni nuovi. Se è vero che il terreno piú adatto per l’ecumenismo è la tradizione, sarebbe opportuno ritornare, anche per quanto riguarda il papato, alla tradizione. Non c’è dubbio che il Papa svolga nella Chiesa un ruolo fondamentale; ma non è necessario, perché esso sia pubblicamente riconosciuto, ornarlo in tutti i casi col fastigio della canonizzazione. Questa dovrebbe rimanere, a mio modesto avviso, un’eccezione, da riservarsi solo ad alcuni casi straordinari, che per forza di cose non possono essere vagliati nel giro di sei anni.