giovedì 23 giugno 2016

Spiritus et Sponsa



Di ecumenismo, confesso, mi sono sempre interessato poco. Anche nel caso del concilio (che doveva essere panortodosso) in corso in questi giorni a Creta, non ho seguito molto le vicende che hanno portato al suo fallimento, prima ancora che iniziasse, per l’assenza delle delegazioni di Antiochia, Georgia, Bulgaria e Mosca. Un tempo mi sarei rallegrato di questo insuccesso (ché di questo si tratta, a prescindere dalle conclusioni a cui giungerà l’incontro, dal momento che esse saranno comunque non vincolanti) perché dimostra l’incapacità dell’Ortodossia di raggiungere un qualsiasi consenso dopo lo scisma con Roma. Oggi mi rallegro dello smacco per altri motivi, che sono quelli esposti nelle riflessioni che un amico ha pubblicato su Facebook e che mi pare utile condividere con voi. 

“W il primato”, mi ha scritto in questi giorni un confratello. Una volta avrei sottoscritto senza esitazione; oggi avrei qualche perplessità: ciò che doveva essere la nostra forza, si sta rivelando la nostra debolezza; mentre, al contrario, ciò che appariva finora il punto debole dell’Ortodossia sembrerebbe risultare il segreto della sua vitalità. Nell’assalto del mondo contro la Chiesa, il sistema immunitario delle comunità ortodosse dà l’impressione di essere piú efficiente di quello della Chiesa cattolica. È troppo forte il fascino che il mondo esercita sulle élites che detengono il potere, nella società come nella Chiesa. Piú resistenti sono gli anticorpi presenti nella “base”, della società come della Chiesa. È ovvio che in un sistema “sinodale” come quello ortodosso le difese immunitarie abbiano maggior possibilità di reagire. Non nascondo un pizzico di invidia. Resta la speranza che lo Spirito, nella sua fantasia talvolta bizzarra, sappia trovare anche per la Chiesa cattolica il modo di farla reagire alla lenta e inarrestabile resa di fronte al mondo.
Q

* * *

Cosa fa Dio, quando la Chiesa gli chiede lo Spirito? Glielo dona. Cosí, gratuitamente. Dio è molto semplice. Dio non è avaro. Dio non ha tesori gelosi da custodire. Quel che ha lo dà. Cosí come è, si dà. Ma lo sa, la Chiesa, quel che invoca e quel che riceve?

Lo Spirito non è il Logos, non è un’istanza ordinatrice. Non si conosce da dove viene né dove va. È la mano sinistra del Grande Prestigiatore, quella che estrae invisibile le carte truccate dalle maniche mentre il pubblico è incantato dall’abilità della destra. È la divina ubriachezza, è la grazia immeritata, è il caos deterministico. È la colomba, ma ancora piú il vento: quel Libeccio che sferza da anni le vecchie mura del cosmo, che fa impazzire le bussole e che confonde il calcolo dei dadi, che spezza le mani dell’arenaria e che sconvolge i libri d’ore nei solai, per usare le immagini di Montale.

La Chiesa ha invocato lo Spirito sul Santo e Grande Sinodo. E lo Spirito è sceso e si è manifestato: nel suo classico, non addomesticabile, imprevedibile modo. A lungo ha soffiato fra i rami delle alte foreste e dei contorti cespugli dell’Athos, infilandosi tra i muri degli eremi e dei grandi monasteri, e incendiando le menti dei monaci di santo e incomprensibile delirio. Ed essi sono stati i primi a intonare un canto intriso di fiduciosa angoscia. Lo si sente da mesi. Questa perturbante melopea confesso di non averla finora mai compresa. Pur rispettandone e venerandone la sorgente, mi è sempre parsa rozza, brutale, fastidiosa: perché preoccuparsi, proprio quando le persone cominciano a guardarsi e a parlarsi? Solo adesso comincio a decifrarne qualche frammento, a riconoscerne il Divino Ispiratore.

Ma se il medesimo Divino Ispiratore fosse anche dietro la tracotanza russa, dietro il cuore duro e la dura cervice dei bulgari e dei georgiani, dietro le controversie giurisdizionali sul Qatar che armano l’una contro l’altra nientedimeno che Gerusalemme e Antiochia? Se soprattutto fosse nel doloroso sconcerto, nella cocente delusione, nella misteriosa ostinazione del Patriarca Bartolomeo, solo e chiuso nel Fanar come in una città proibita in mezzo al mondo ormai irrimediabilmente trasformato, o meglio solo ed esposto nel Fanar, senza lo scudo, la cintura, la corazza della fede accesa di un popolo.

Pare che uno dei problemi — pensate — sia stata la disposizione delle sedie nella sala. Mosca voleva il cerchio, Costantinopoli due file affrontate, col Patriarca al centro a presiedere. Veramente si crede che tutto questo possa essere opera umana? Puerilità simili tradiscono una mano ironicamente divina.

Lo Spirito è disceso e ha trovato la Sposa sul punto di concedersi al Mondo. E no, non poteva lasciargliela. L’ha abbracciata stretta: e per alcuni quest’abbraccio è stato dolore, per altri delirio, per alcuni indurimento, per altri fallimento, per alcuni capriccio di bimbo, per altri lamento di vecchio, per alcuni rabbia, per altri farsa, per tutti stupore. L’abbraccio è stato cosí intenso da fare impazzire la Sposa. Impazzire: cioè frammentarsi in piccoli pezzi irrelati. Con i molti che non andranno a Creta, e hanno ovviamente torto, ma anche ragione. E con i pochi che a Creta ci saranno, e hanno ovviamente ragione, ma anche torto. Beve dunque fino alla feccia la coppa della propria umiliazione, viene mostrata nuda a tutti. La folle nudità della Sposa ha fatto retrocedere coloro che già pregustavano di saccheggiare il tesoro del Re assente. Vedrete, fuggiranno tutti, nessuno piú la vorrà. Dopo averla giudicata severamente, dopo averla irrisa, dopo averla ritenuta impresentabile in società, la ignoreranno e infine la dimenticheranno. Come una novella Psiche, la Sposa dovrà separare i mucchietti dell’immenso granaio, raccogliere la lana dorata sul vello delle pecore feroci, attingere acqua dalla sorgente delle vertigini, e infine discendere agli inferi, e tutti sanno che per discendere agli inferi bisogna prima morire.

E tuttavia non è forse questa sua sorte infinitamente preferibile al diventare prostituta del Mondo, sua conquista, suo vanto, suo trastullo, comprata con le perline colorate della firma concorde di qualche documento troppo saggio per essere santo, di qualche abbraccio pontificio troppo amichevole per essere fraterno, di qualche apparizione troppo smagliante per essere luminosa sui palcoscenici della contemporaneità? Segno di contraddizione essa resterà invece, pietra di inciampo resterà, custodita dalle liti, goffa e impacciata nei suoi poveri stracci d’oro, luce e madre per gli amanti e per i dolenti.
Leonardo Lenzi

domenica 19 giugno 2016

«Cotidie»



We find the story of Peter’s confession and of the first prediction of the passion in all three synoptic gospels. So every year we hear this incident in the liturgy. We usually linger over the report of Mark, which is the original one, or over that of Matthew, where we find also the conferring of primacy to Peter. Luke, as he tells us in the prologue of his gospel, writes his narrative after the others. He is a good historian, who checks the material at his disposal; but, at the same time, he is also a good theologian, who emphasizes some aspects neglected by others. In this case, we find Luke very sober in his account; he does not even tell us where the event happens (the other evangelists say that it took place in Caesarea Philippi); but he places this episode immediately after the multiplication of the loaves. So we can understand why Jesus inquires about the opinion of the crowds on him; it is exactly the multiplication of the loaves that raises the issue of Jesus’ identity: is he the Messiah or not? Among the different opinions of people, Peter is the first to acknowledge Jesus as the “Christ of God.” 

Luke adds nothing else to this essential report. But he highlights an important detail: Jesus’ inquiry took place while he “was praying in solitude.” We already pointed out that in Luke’s gospel we always encounter Jesus praying at the most important moments of his life. And this is one of them: it is a turning point; it could be considered as a “watershed.” Until now Jesus has carried out his public ministry, preaching and performing miracles. Now, for the first time, somebody has acknowledged him as the Messiah. The time has come to change strategy. Soon—we will see next Sunday—he will start his journey to Jerusalem. So there is need of preparing his disciples to what is awaiting them there. Jesus is really the Messiah; but what kind of Messiah? What are the disciples thinking about Jesus’ messiahship?

That is why, immediately after Peter’s confession, Jesus makes the first prediction of his passion: “The Son of Man must suffer greatly and be rejected by the elders, the chief priests, and the scribes, and be killed and on the third day be raised.” Even in this case, Luke is very sober: he does not relate any reaction of the apostles to this announcement. If you remember, Peter refused to accept this prospect and was rebuked by Jesus. Here we find nothing at all; maybe Luke does not want to show Peter in a bad light. Besides, what is the use of highlighting the apostles’ shortcomings?

Instead, it is very important to stress the necessity for the disciples to follow Jesus on the way of the cross. Please notice a detail: “Then he said to all.” Jesus is not talking just to the apostles, but to all his disciples, including us. “If anyone wishes to come after me, he must deny himself and take up his cross daily and follow me.” Luke draws these words from the other evangelists, but even in this case he adds a small detail, very important to understand what Jesus is asking of us. Jesus is telling us that, if we want to be his disciples, we have to take up our cross. Well, but what does it mean? Do we have to be ready to die for him, if necessary? Of course, but we cannot wait for martyrdom to become disciples of Jesus. We have to follow him day by day. That is why Jesus tells us to take up our cross daily. We show us to be Christian not only in great occasions, but in our daily life. We have to deny ourselves not only during persecutions, but everyday, when we would like to impose our will or we refuse to accept mishaps. Following Jesus means to give up our will and do God’s will.
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domenica 12 giugno 2016

«Fides tua te salvam fecit»



In each of the four gospels there is a story of anointing. In Mark and Matthew it happens at Bethany, in the house of a certain Simon the leper, shortly before the last supper. The protagonist is simply introduced as “a woman,” and she anoints the head of Jesus. In John also the event takes place at Bethany, but in the house of Lazarus, six days before Passover, on the eve of Jesus’ entry into Jerusalem. In this case it is Mary, the sister of Lazarus, to anoint the feet of Jesus. Saint Luke does not specify the place where nor the time when the anointing comes about. Jesus is invited by a Pharisee named Simon. The woman, who anoints Jesus’ feet, is termed as “sinful.” There is a big difference between the account of Luke and those of the other evangelists: while the latter connect the anointing with the burial of Jesus, in today’s gospel at the center of attention there is the sinful woman’s pardon, so much so that, at the end, Jesus says to her: “Your sins are forgiven.”

To explain the meaning of what is happening, Jesus tells a small parable: there were two debtors; one owed a big amount; the other one, just a tiny sum. Both of them were unable to pay back their debt, and so they were both forgiven. Who will be more grateful? Of course, the one who had a larger debt. With this parable Jesus is not referring only to the sinful woman, but even to the Pharisee. Pharisees were usually convinced of their own righteousness. Jesus instead wants us to understand that we are all sinners, some more, some less; but all of us need God’s forgiveness. Of course, the great sinners, once pardoned, are more grateful to God; those who have sinned less think they owe nothing to God. And this is exactly what happens on this occasion. The Pharisee shows a cool hospitality to Jesus; the sinful woman instead lavishes all her love on Jesus.

There is an ambiguous phrase in the passage. At the end of Jesus’ discourse, the text literally reads: “So I tell you, her many sins have been forgiven, because she has loved much.” It would seem that the pardon of the woman is the result of her love. But this statement is not consistent with the parable nor with what follows: “But the one to whom little is forgiven, loves little.” That is why the New American Bible translates: “Her many sins have been forgiven; hence, she has shown great love.” Love is not the cause, but the result, the sign of pardon: we could not love, if we were not forgiven. Pardon is a totally free gift of God.

Have you heard what Paul says in the second reading? “Man is not justified by works of the law, but through faith in Jesus Christ … We may be justified by faith in Christ and not by works of the law, because by works of the law no one will be justified.” We cannot “buy” salvation with our works, not even with our love, simply because we are unable to love and to do good works until we are justified. It is Jesus who “bought” our salvation with his death on the cross. Saint Paul says: “If justification comes through the law, then Christ died for nothing.” And this death is a sign of love: “[He] has loved me and given himself up for me.” The only thing I can do is to recognize this love and accept its effects into my life. Which happens through faith. Faith is precisely the reception of the gift of salvation through Christ. We believe that we, sinners, are forgiven by God through the death of his Son Jesus Christ. Even the sinful woman was saved by faith: “Your faith has saved you. Go in peace.”

If we can do nothing to merit salvation, we have then to show all our gratitude for the pardon received: we have to love much, because much has been forgiven to us.
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venerdì 10 giugno 2016

Tertium non datur



Un paio di settimane fa sono stato intervistato da La nuova Bussola Quotidiana sulle dichiarazioni fatte da Mons. Georg Gänswein il 21 maggio 2016 alla presentazione del volume di Roberto Regoli Oltre la crisi della Chiesa. Il pontificato di Benedetto XVI. Il testo del discorso di Mons. Gänswein è stato pubblicato da ACI Stampa. Come c’era da aspettarsi, Antonio Socci si è buttato a capofitto sul discorso con una serie di commenti su Libero e sul suo sito (qui, qui e qui). La mia intervista è stata pubblicata sulla Nuova BQ il 25 maggio. Pensavo che ormai la disputa si fosse placata, ma invece l’altro ieri Maurizio Blondet c’è tornato sopra, fra l’altro facendo un fuggevole riferimento anche alla mia intervista (mi chiedo: ma non ci sono stati nel frattempo interventi piú autorevoli del mio sulla questione?).

Nell’intervista avevo risposto alle domande nell’unico modo in cui si poteva rispondere: «Il Papa è uno solo»; avevo definito certe affermazioni di Mons. Gänswein “eccessive” e avevo liquidato la pretesa che la rinuncia al pontificato da parte di Benedetto XVI fosse «un rinnovamento e un potenziamento del ministero petrino» semplicemente come una “sciocchezza”. 

Mi ero già occupato della questione del Papa emerito su questo blog il 10 marzo 2013. Sono passati piú di tre anni, ma oggi riscriverei le stesse cose. Semmai, aggiungerei una precisazione (che a me sembra importante e che avevo fatto alla Nuova BQ, ma che poi non è stata pubblicata): personalmente non considererei il “Papa emerito” una “nuova istituzione” (espressione usata prima da Papa Francesco e poi ripresa da Mons. Gänswein nel suo discorso). Non sono un canonista, ma non mi pare che il concetto di “istituzione” si possa applicare al Papa emerito (cosí come non si può applicare ai Vescovi emeriti): il papato è un’istituzione; “Papa emerito” è solo un titolo onorifico, senza alcuna valenza giuridica. Recita il can. 185: «A colui che perde l’ufficio per raggiunti limiti d’età o per rinuncia accettata, può essere conferito il titolo di emerito» (si noti che si perde l’ufficio e rimane il titolo).

Ho detto che ho risposto alle domande nell’unico modo in cui si poteva rispondere, seguendo i sani principi della logica, della teologia e del diritto. Ma ciò non significa che le parole del Prefetto della Casa pontificia non siano state, e tuttora rimangano, anche per me per nulla rassicuranti. Che cosa intendeva dire Mons. Gänswein? Le sue affermazioni sulla “dimensione collegiale e sinodale” del munus petrinum, sul “ministero in comune” o “allargato” con un membro attivo e uno contemplativo, da un punto di vista teologico e canonico, non stanno né in cielo né in terra. Ma qualcuno ha voluto vedere in esse una specie di linguaggio cifrato, usato per comunicarci che Benedetto XVI è ancora Papa, Papa effettivo.

Personalmente, non sono avvezzo ai messaggi in codice e preferisco che si dica pane al pane e vino al vino («Sia il vostro parlare: “Sí, sí”, “No, no”; il di piú viene dal Maligno», Mt 5:37). Ma capisco che, se ci fosse qualche gravissimo motivo che abbia in qualche modo costretto Benedetto XVI a rassegnare le dimissioni, è ovvio che non lo si può dire apertamente. Ma allora, penso io, sarebbe meglio tacere, e non lasciarsi andare a divagazioni pseudoteologiche, che servono solo a creare confusione (come se non ce ne fosse già abbastanza…). 

Se devo essere sincero, c’è un passaggio del discorso di Mons. Gänswein che mi sembra particolarmente inquietante:
«Non è necessario qui che mi soffermi su come egli [= Benedetto XVI], che era stato tanto colpito dall’improvvisa morte di Manuela Camagni, piú tardi soffrí anche per il tradimento di Paolo Gabriele, membro anche lui della stessa “Famiglia pontificia”.  E tuttavia è bene che io dica una buona volta con tutta chiarezza che Benedetto alla fine non si è dimesso a causa del povero e mal guidato aiutante di camera, oppure a causa delle “ghiottonerie” provenienti dal suo appartamento che nel cosí detto “affare Vatileaks” circolarono a Roma come moneta falsa ma furono commerciate nel resto del mondo come autentici lingotti d’oro. Nessun traditore o “corvo” o qualsivoglia giornalista avrebbe potuto spingerlo a quella decisione. Quello scandalo era troppo piccolo per una cosa del genere e tanto piú grande il ben ponderato passo di millenaria portata storica che Benedetto XVI ha compiuto».
Siamo tutti convinti che Papa Benedetto non si è dimesso per Vatileaks. Scrivere però che «quello scandalo era troppo piccolo per una cosa del genere», lo dico francamente, non ci rasserena per niente. Papa Benedetto aveva cosí giustificato le sue dimissioni:
«Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono piú adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino. Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando. Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di San Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato» (Dichiarazione dell’11 febbraio 2013).
Sinceramente, in tale giustificazione io non vedo nulla di “grande”; anzi mi sembra anch’essa molto “piccola”, nel senso di molto umana, pratica, concreta. Non vorrei essere frainteso: si tratta di una giustificazione comprensibilissima e rispettabilissima, ma pur sempre umana, priva delle dimensioni metafisiche («ben ponderato passo di millenaria portata storica») che Mons. Gänswein vorrebbe attribuirgli.

Se invece, nel definire lo scandalo Vatileaks “troppo piccolo”, si voleva insinuare che ci furono motivi piú gravi che indussero Papa Benedetto alla rinuncia, è un’altra questione, che preferisco non prendere in considerazione. In ogni caso, si tenga presente che:
a) se (e sottolineo “se”) le dimissioni di Benedetto XVI non sono state libere, esse non sono valide (can. 332 § 2: «Nel caso che il Romano Pontefice rinunci al suo ufficio, si richiede per la validità che la rinuncia sia fatta liberamente e che venga debitamente manifestata, non si richiede invece che qualcuno la accetti»);
b) se le dimissioni di Benedetto XVI non sono valide, tutti gli atti che sono seguiti sarebbero a loro volta nulli;
c) anche in tal caso, però, il Papa continuerebbe a essere uno solo.
Tertium (il pontificato collegiale, sinodale, in comune o allargato, che dir si voglia) non datur
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lunedì 6 giugno 2016

Antiquo robore



Era da tempo che sentivo il bisogno di modificare il titolo e la grafica del blog. Beh, l’aspetto esteriore è bene che cambi di tanto in tanto (sono passati sette anni…), perché dopo un po’ di tempo ci si stanca di vedere sempre le stesse immagini, e abbiamo bisogno di qualcosa di diverso.

Un po’ piú impegnativa la modifica del titolo: cambiare nome è come cambiare identità. Ma direi che questo non avviene: Querculanus ero e Querculanus rimango. È il “Senza peli sulla lingua” che va in soffitta. Diciamo la verità, “Senza peli sulla lingua”, fin dall’inizio, non aveva niente a che fare con Querculanus: era solo la pretesa — forse un po’ infantile, forse un po’ presuntuosa; certamente ingenua — di chi s’illude di poter sempre dire tutto quel che pensa, di non dover mai porre alcun freno alla propria loquacità — non certo per criticare o parlar male degli altri, ma semplicemente per dire la verità, costi quel che costi. A un certo punto però ci si accorge che questo non è sempre possibile. E neppure giusto. Non perché si debba essere ipocriti, ma perché ci sono dei momenti nei quali, per tanti motivi, è meglio tacere. La verità va detta, sí, ma a tempo e modo. E con l’umile consapevolezza di non averne il monopolio.

Bisogna poi riconoscere che un’espressione come “senza peli sulla lingua”, per quanto assai comune, non è il massimo della raffinatezza. Oggi, se dovessi riprendere quell’idea, la esprimerei facendo riferimento alla parrhesia evangelica, citando, che so, l’ultimo versetto degli Atti degli Apostoli: “Con tutta franchezza” (μετὰ πάσης παρρησίας; cum omni fiducia). Ma, siccome sono e rimango Querculanus, mi sembrava giusto scegliere un titolo che avesse attinenza con tale appellativo. Voi sapete che ho deciso di chiamarmi in questo modo perché ho vissuto per tredici anni al Collegio alla Querce di Firenze: è stata la mia prima destinazione e anche la piú duratura. Oltre a Firenze, ho lavorato in tanti altri posti, in Italia (Bologna, Roma e Napoli) e all’estero (Filippine, India e, ora, Afghanistan). Mi sono trovato bene dappertutto; e dappertutto ho lasciato un pezzetto del mio cuore; ma, come si dice, il primo amore non si scorda mai. Querciolino ero e querciolino rimango. Anche se, nel frattempo, purtroppo, il Collegio alla Querce ha cessato di esistere. Ma forse proprio per questo ci si sente in dovere di tramandarne la fama e i valori.

La Querce aveva un motto: Ingentes tendat ramos et tempora cingat. La prima parte di esso riprendeva un emistichio virgiliano: Sicubi magna Jovis antiquo robore quercus | ingentes tendat ramos... (Georgiche, libro III, vv. 332-333). In italiano: «Se in qualche luogo una grande quercia di Giove, dall’antico tronco, distende gli enormi rami [per fare ombra al gregge]...». Mi era venuto in mente di rinominare il blog con l’antico motto del Collegio Ingentes tendat ramos; ma non mi è sembrato coretto, perché sarebbe stata una sorta di usurpazione (il blog non è della Querce, ma di un querciolino), né di buon gusto, perché la Querce, non esistendo piú, non può continuare a tendere i suoi rami (se non attraverso i suoi alunni). Ho voluto però attingere il nuovo titolo allo stesso verso virgiliano e vi ho trovato una bellissima espressione ricca di significato: antiquo robore. Si tratta di un ablativo di qualità, una specie di attributo che denota una caratteristica del soggetto a cui si riferisce. Per esempio, l’espressione homo antiqua virtute significa “uomo di antica [= provata] virtú”. Ebbene la grande quercia di Giove è antiquo robore: in genere i dizionari (si veda, p. es., Charlton T. Lewis & Charles Short, Harpers’ Latin Dictionary) traducono, con una certa libertà, “dall’antico tronco”; ma l’espressione è molto piú ricca. Il termine robur è, innanzi tutto, un sinonimo di quercus (anche in italiano chiamiamo “rovere” la quercia comune); ma poi viene utilizzato per indicare il legno di quercia, che è molto duro, e, per estensione, può significare sia la robustezza e la solidità in senso fisico sia la potenza, la forza, il vigore e la stabilità in senso morale. Del resto, in senso figurato, la stessa parola “quercia” viene spesso utilizzata per indicare una persona forte, che vive a lungo. Assai acutamente, il Forcellini spiega antiquo robore quercus con vetustae duritiae et firmitatis (= “di vetusta durezza e stabilità). Ebbene, è proprio per il suo significato metaforico che ho scelto questa espressione come nuovo titolo del blog. Ormai la vecchia Querce non c’è piú, ma vorrei che un pizzico del suo antico vigore fosse passato a questo indegno suo figlio e che lui riuscisse a trasmetterlo a quanti lo leggono.

Antiquo robore, due termini quanto mai inattuali. Antiquum: viviamo in un’epoca in cui tutto ciò che è antico, per il fatto stesso di esserlo, viene respinto, perché superato e quindi non piú valido. Ha valore solo ciò che è nuovo, semplicemente perché tale. Anche se poi si è costretti ad ammettere che molte delle novità, prive di radicamento nel passato, invecchiano in un batter d’occhio e devono essere presto rimpiazzate da altre novità. Gli uomini d’oggi pensano che il mondo sia nato con loro e muoia con loro; non hanno il senso della continuità; non hanno la consapevolezza di essere solo l’anello di una catena; non sentono il dovere di trasmettere alle generazioni successive ciò che hanno a loro volta ricevuto (forse perché molti di loro hanno ricevuto ben poco dai propri educatori). Pensano che la storia sia una continua creazione dal nulla: “Io sono l’artefice della mia vita; non ho niente da imparare da coloro che mi hanno preceduto; la mia unica guida è il mio fuggevole sentimento; io voglio essere ciò che sento in questo momento”. Quale sia l’esito di questa mentalità è sotto gli occhi di tutti. Probabilmente si tratta di un processo irreversibile, che deve giungere alla sua naturale conclusione. È illusorio pensare di poter in qualche modo frenarlo; e a nulla serve ritardarlo; anzi conviene accelerarlo, perché si compia al piú presto. Bisogna però, nel frattempo, cominciare a pensare al “dopo”, al momento della ricostruzione dopo la devastazione. Ricordate Don Camillo? Che fare quando il fiume travolge gli argini e invade i campi? Bisogna salvare il seme. Dobbiamo, innanzi tutto, salvare la fede (Don Camillo e Don Chichí). Ma insieme — aggiungo io — dobbiamo anche iniziare a individuare quei pochi principi che dovranno servire da fondamento della ricostruzione. Uno di questi dovrà essere, appunto, il “principio di antichità” (chiamiamolo cosí per comodità, tanto per intenderci; sappiamo bene che non tutto ciò che è passato è, di per sé, buono): dovremo cioè ristabilire i contatti col nostro passato, con le nostre radici, con la tradizione. Tornare al punto di pensare che io, come uomo, posso considerarmi realizzato solo quando sarò riuscito a trasmettere ai miei figli ciò che ho ricevuto dai miei padri. Recuperare l’umile e fiera consapevolezza di essere soltanto l’anello di una catena, il cui unico compito è quello di mettere in comunicazione l’anello precedente con quello successivo. Se poi riesco a dare il mio piccolo contributo a questa catena, tanto meglio.

Robur. Nel recente passato andava di moda parlare di pensiero “debole”; ai nostri giorni c’è la tendenza a definire la società in cui viviamo “liquida” (Zygmunt Bauman). Anche la Chiesa sembrerebbe essersi “liquefatta”; addirittura il magistero del regnante Pontefice è stato tacciato di “liquidità”. Ebbene, nell’uno e nell’altro caso, c’è bisogno di qualcosa di “forte”; c’è bisogno di qualcosa di “solido”. Sappiamo qual è la “roccia” a cui aggrapparci e su cui edificare: Cristo e la sua parola. Solo lui è la “roccia”; al massimo, può aspirare a questo titolo colui col quale Cristo stesso ha voluto condividere tale prerogativa: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa» (Mt 16:18). Noi non aspiriamo a tanto: non abbiamo la pretesa di essere come la roccia. Ma l’ambizione di essere come una quercia, questa ce l’abbiamo, eccome! Non vogliamo essere come canne sbattute dal vento; non vogliamo ridurci a invertebrati, che si piegano a qualsiasi novità e si adeguano passivamente a qualsiasi moda. Vogliamo essere robusti, con la spina dorsale, saldi nei nostri principi, e pronti a lottare per essi. “Ma il mondo cambia; tutto passa; tutto scorre”. Sí, πάντα ρεῖ, ma l’acqua che scorre rimane pur sempre acqua; il soggetto che diviene rimane sempre sé stesso, non si trasforma in altro da sé. Siamo per lo sviluppo, la crescita, l’incremento; non per il cambiamento, la trasformazione o la metamorfosi: «Lo sviluppo consiste nella crescita di una cosa in sé stessa; il cambiamento invece, nella trasformazione di una cosa in un’altra» (San Vincenzo di Lerino). Ciascuno deve rimanere sé stesso, non può rinunciare alla propria identità. Perché ciò possa avvenire si dovrà fare riferimento a un altro principio: il “principio di verità”. Dovremo, senza paura, rimetterci alla ricerca dei valori assoluti, dei principi non-negoziabili, delle verità immutabili, che dovranno essere i nostri stabili e indiscussi punti di riferimento. Ovviamente dovranno poi essere declinati nelle situazioni contingenti, continuamente cangianti, ma senza mutare essi stessi. Nell’agitarsi delle onde è necessario che ci siano delle boe che ci permettano di non essere travolti dai flutti. “Non è questo un tornare alla difesa di dottrine astratte, che rischiano di trasformarsi in ideologie, quando il vangelo ci chiede solo di volerci bene?” Che la carità sia il compimento della legge, è parola di Dio (Rm 13:10); ma ciò non significa che essa sia il primum. Non possiamo ignorare la lezione di Romano Amerio: anche nella Trinità c’è un ordine; il Verbo è generato dal Padre; lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio; dare la precedenza all’amore significa stravolgere quest’ordine (Iota unum). La conoscenza viene prima dell’amore; la carità, per essere tale, deve essere illuminata, vale a dire guidata dalla verità. Abbiamo bisogno di un pensiero forte, che sappia contrapporsi al pensiero debole contemporaneo; abbiamo bisogno di principi stabili a cui aggrapparci nella fluidità che rischia di travolgerci. Dobbiamo essere uomini di antico vigore e solidità, antiquo robore, come la quercia.

domenica 5 giugno 2016

«Deus visitavit plebem suam»




Last Sunday the gospel told us a story of healing; today, of resurrection. While in the gospels there are many cases of healing, we find only three episodes of resurrection: the resurrection of Jairus’ daughter, reported by all the Synoptics; the resurrection of Lazarus, narrated only by John; and the resurrection of the son of the widow of Nain, related by Luke alone. Of course, raising from the dead is the greatest miracle that can be performed. It is common to expect the healing of a sick person; but usually nobody expects the resurrection of a dead person. When Lazarus died, some people said: “Could not the one who opened the eyes of the blind man have done something so that this man would not have died?” (Jn 11:37). According to them, Jesus had the power to restore to health, not the one to restore to life.

Last time Jesus performed the miracle because he was pleaded by the centurion and by the elders of the Jews. In this case nobody asks anything of him. Jesus just witnesses the heartbreaking scene of a funeral: it is the only son of a widowed mother. Maybe, nobody recognizes Jesus; everybody is seized by compassion for that woman left alone. Jesus cannot be unmoved by the suffering of  a mother. He shows here all his humanity. The gospel says: “When the Lord saw her, he was moved with pity for her.” Notice: Luke calls Jesus “the Lord,” which is his divine title; but then he displays him as a man, who experiences human feelings. We are here in front of the mystery of Jesus Christ, true God and true man: as a man, he is moved with pity; as God, he raises the young man from the dead.

As we were saying, nobody asks him to intervene; he does it on his own initiative. The only reason why Jesus performs the miracle is his compassion. He bypasses the laws of ritual purity, which dictate not to touch a corpse; he stops the procession and orders the dead young man: “I tell you, arise!” Do you remember what the centurion had said? “Only say the word and my servant shall be healed.” Even in this case, a word is enough: “Arise!” Jesus is God; he is the Lord of life and death; everything obeys his orders. “Arise!” And the young man arises.

People are stunned by the sight. They experience two kinds of feelings: they are seized by fear, because they realize that something extraordinary has happened; and they glorify God, because only God can resurrect the dead. But they do not come to the conclusion that Jesus is God; for them he is just a man of God, a prophet: “A great prophet has arisen in our midst.” They know that in the past only great prophets, like Elijah and Elisha, had done something similar. We have heard in the first reading the narrative of the resurrection of the son of the widow of Zarephath. So Jesus is like those great prophets; through him “God has visited his people.” God never forsakes his people; he usually shows his concern by sending them prophets. But they do not realize that their statement this time takes on a literal meaning: God in person has visited his people; the one they see in front of them is not just a great prophet, he is God himself.

venerdì 3 giugno 2016

«Quod abjectum erat reducam»



The Most Sacred Heart of Jesus is the synthesis of the mystery of Redemption. Redemption is a mystery of love. In the second reading Paul tells us that “God proves his love for us in that while we were still sinners Christ died for us … while we were enemies, we were reconciled to God through the death of his Son.” Though sinners—or rather exactly because sinners—God showed us his love by not sparing his own Son, by handing him over for us (Rom 8:32). He sent him into the world; he willed him to become man; he let him to be killed by men, so that they could be saved by him. And his Son accepted this mission; his will was the same as his Father’s will; his love was the same as his Father’s love; that divine love became a human love. Jesus loved us with a human heart. He showed his love for us, dying for us: “No one has greater love than this, to lay down one’s life for one’s friends” (Jn 15:13). While we were enemies, he considered us his friends, and died for us.

Today’s liturgy depicts the mystery of Redemption through the image of a shepherd. Even in the Old Testament God presented himself as a shepherd and promised: “The lost [sheep] I will seek, the strayed I will bring back, the injured I will bind up, the sick I will heal.” It is precisely what he did, coming into the world and becoming man. He left heaven, going after man, his lost sheep, until he found it. But, to find it, he had to undergo passion and death: it was the price to deliver his sheep from the thorn bush where it had remained trapped. But with his resurrection he was able to put his sheep on his own shoulders and to go back home with great joy.

Well, the love which urged God to hand his Son over for us; the love which allowed Jesus to accept his mission and to die for us; that same love “has been poured out into our hearts through the Holy Spirit that has been given to us.” Do you realize? The same love that was in the Heart of Jesus, now is in our hearts. We can love as Jesus loved, with his divine love. So, since we can, let us requite this infinite love with which we have been loved.