sabato 21 novembre 2009

Ancora sull'immigrazione

David fa, come al solito, considerazioni molto interessanti sul fenomeno dell’immigrazione:

«Per dire due parole sulle migrazioni, voglio partire da un... tubero! Nel 1846 la Vergine a La Salette fece una profezia: “Le patate marciranno sotto terra”. Nel 1847 la peronospora, un parassita venuto dall’America, distrusse il raccolto del prezioso alimento in tutta l’Europa. Per chi aveva cereali, legumi e vino di cui cibarsi, la perdita fu grave ma non devastante. Per gli Irlandesi, che si nutrivano da generazioni con 5/6 chili di patate (miste a latte) al giorno, significò la piú grave carestia della loro storia. Per cinque anni l’isola verde fu spazzata dalla fame (la “Grande Carestia”, appunto), dalle epidemie e... dall’indifferenza dei padroni, gli Inglesi, che colsero l’occasione per applicare in modo integrale la dottrina malthusiana: non hanno cibo perché sono troppi, sono troppi perché fanno troppi figli, ergo lasciamo che la natura faccia il suo corso... A dire il vero, Londra non rimase del tutto indifferente, cosí come le organizzazioni internazionali e le grandi corporation non sono del tutto sorde alle miseria di certe aree del Terzo Mondo: il Parlamento approvò la cosí detta “Poor Law”, che obbligava i contadini irlandesi a cedere le loro terre per ottenere aiuti utili alla mera sussistenza. Chissà se non fischiano le orecchie a certi fautori di campagne di aiuti umanitari o investitori nell’Africa sub-sahariana... Il risultato fu che l’isola, che aveva una popolazione di 8,2 milioni di persone nel 1841, perse il 25% degli abitanti nel giro di dieci anni e altri quattro milioni nei due decenni successivi. Carestia, sfruttamento, insensata lotta al sovrappopolamento: sono realtà che da due generazioni molti Paesi africani e asiatici conoscono bene. La conseguenza è la stessa che per gli Irlandesi nell’Ottocento: milioni di persone allora si spostarono soprattutto verso gli Stati Uniti, producendo un colossale “shock” per un Paese allora a stragrande maggioranza WASP: White, AngloSaxon and Protestant. Gli Irlandesi, seguiti poi da Italiani e Polacchi, determinarono un radicale cambiamento negli States: apparvero le prime chiese cattoliche, i primi monasteri e infine i primi santuari mariani sulla costa orientale. Oggi, si ha spesso l’impressione che l’immigrazione debba comportare per forza di cose una islamizzazione dei Paesi ospiti. E poi un aumento del tasso di criminalità. Sull’islamizzazione, credo che cozzi contro le cifre vere del fenomeno: la grande maggioranza degli immigrati provengono da Paesi di religione ortodossa (Romania, Russia, Ucraina) o cattolica (Filippine, Polonia, Croazia e Sud America), mentre gli arabi islamici sono soprattutto concentrati in alcune aree (Nord-Ovest dell’Italia, Paesi Bassi, Sud del Regno Unito, Parigi) dove la stupidità di certi politici ha concesso loro privilegi non dovuti e spesso nemmeno richiesti. Altro è il discorso circa la criminalità. A costo di attirarmi le ire dei lettori del Sud, voglio dire che il Centro-Nord dell’Italia aveva già perduto la sua tranquillità con le grandi migrazioni dal Mezzogiorno, che avevano riversato — in mezzo a milioni di campani, calabresi, siciliani e pugliesi onesti — gran parte della feccia della criminalità meridionale nei capoluoghi industriali del Nord. È inutile nascondersi dietro un dito: le organizzazioni mafiose cinesi, russe, nigeriane e marocchine hanno tratto gli stessi vantaggi che a suo tempo conseguirono la Camorra, Cosa Nostra e la Ndrangheta. Ora, parlare di accoglienza in uno scenario come questo, non è facile e a prima vista appare anche una scelta coraggiosa. Ma non sempre è una scelta in favore dei Paesi di origine delle migrazioni: è mia opinione che la Chiesa cattolica tratti spesso questi fenomeni solo dal punto di vista del “grande uomo bianco”. Sí, perché per l’Irlanda la perdita di tre quarti della propria popolazione significò la condanna a uno stato di perenne depressione e di sottosviluppo, che si è allentato per una ventina di anni, fino alla crisi del 2008. Piccola, povera e davvero isolata, l’Irlanda ha cattolicizzato il mondo, ma a un prezzo altissimo. Lo stesso discorso vale per i giorni nostri: l’ingegnere egiziano che fa il pizzaiolo a Napoli o che arrostisce salsicciotti a Central Park magari riesce a inviare delle rimesse a casa, ma rappresenta pur sempre una sconfitta per il suo Paese, che lo ha cresciuto e educato per ben altri compiti. Il rientro in patria degli emigranti italiani, una volta giunti all’età della pensione, ovvero il ritorno in India di ingegneri e tecnici informatici di fronte al boom della Sylicon Valley indiana sono, a dire il vero, il segno che l’emigrazione, lungi da essere un segno di speranza, rappresenta solo una soluzione transitoria fuori dalla disperazione. Forse dovremmo leggere di piú le Scritture sull’esilio degli Ebrei a Babilonia e pensare quanto in fondo “sa di sale lo pane altrui”».

È sempre bene considerare le cose da diversi punti di vista, perché in tal modo se ne scoprono aspetti, che altrimenti rimarrebbero nascosti. Penso comunque che qui non si tratta tanto di esprimere un giudizio di valore sulle migrazioni: se esse siano opportune o no. Esse sono una realtà, di cui dobbiamo prendere atto. Come dicevo ieri, in tutte le cose possiamo scoprire aspetti positivi e negativi (nell’esperienza irlandese, l’aspetto positivo è stato la “cattolicizzazione” degli Stati Uniti; l’aspetto negativo, la depressione di quel paese fino ai nostri giorni). La preoccupazione della Chiesa non è tanto quella di esprimere giudizi di valore sui fenomeni storici, quanto quella di “umanizzare” certe situazioni, che non dipendono da essa: ecco il discorso dell’accoglienza. Certo, sarebbe bello che tutti potessero restare a casa loro, e cosí contribuire allo sviluppo del proprio paese. Forse, come abbiamo detto altre volte, la Chiesa non dovrebbe limitarsi a esortare all’accoglienza; dovrebbe farsi anche promotrice di progresso in loco (e in parte già lo fa). Ma intanto deve fare i conti con una realtà esistente, di fronte alla quale non può rimanere indifferente; e lo fa non solo invitando all’accoglienza, ma anche cercando di trasformare, come dicevamo ieri, quello che potrebbe sembrare solo un problema in un’opportunità.

Pienamente d’accordo sulla stupidità di certi politici: andatevi a leggere questa storia incredibile sul Sussidiario di oggi.

venerdì 20 novembre 2009

Chiesa e immigrazione

Beatrice, dalla Francia mi chiede un parere su una questione molto attuale, delicata e dibattuta: l’immigrazione. Nel suo messaggio fa riferimento al discorso pronunciato dal Santo Padre, una decina di giorni fa, nel corso dell’udienza ai partecipanti al VI Congresso mondiale per la pastorale dei migranti e dei rifugiati. E aggiunge:

«Come dice Caterina per un altro soggetto, si tratta di un argomento che, “non avendo nulla a che fare con l’infallibilità”, può essere pacificamente discusso. Debbo confessare che faccio un po’ fatica a capire che cosa si aspetta il Santo Padre da noi (pur essendo sicura che egli dice la sola cosa possibile nel suo ruolo) leggendo questo: “La Chiesa invita i fedeli ad aprire il cuore ai migranti e alle loro famiglie, sapendo che essi non sono solo un ‘problema’, ma costituiscono una ‘risorsa’ da saper valorizzare opportunamente per il cammino dell’umanità e per il suo autentico sviluppo”. Personalmente, credo di fare il mio possibile, ma l’inverso non è affatto evidente, qui dove vivo...».

Sono d’accordo con Beatrice che, trattandosi di una questione pastorale, non entra in gioco l’infallibilità, che riguarda esclusivamente le questioni dottrinali di fede e di morale. I problemi pastorali possono avere soluzioni diverse (e di fatto la Chiesa li affronta in maniera diversa, a seconda dei tempi e dei luoghi) e se ne può perciò liberamente discutere. Ciò non significa però che la Chiesa non abbia il diritto — e il dovere — di dare ai fedeli degli orientamenti da seguire, ispirandosi ai principi morali (quelli, sí, immutabili) e tenendo conto delle situazioni concrete in cui viviamo. Si tratta di uno dei compiti principali della Chiesa in ogni tempo: essa non deve solo interpretare e proclamare la retta dottrina, ma deve anche applicare tale dottrina alle diverse epoche storiche e ai diversi ambienti geografici in cui si trova a vivere.

Benedetto XVI, giustamente, rileva nel suo discorso: «Se il fenomeno migratorio è antico quanto la storia dell’umanità, esso non aveva mai assunto un rilievo cosí grande per consistenza e per complessità di problematiche, come al giorno d’oggi. Interessa ormai quasi tutti i Paesi del mondo e si inserisce nel vasto processo della globalizzazione». Se questa osservazione è vera — come è vera (e penso che nessuno possa eccepire sulla sua validità) — potrebbe la Chiesa ignorare tale fenomeno e far finta che non esista? Se lo facesse, allora sí che la si potrebbe accusare di vivere fuori del mondo. Non è solo suo diritto, ma è suo dovere prendere posizione in materia, non per “fare politica” (è ovvio che non è compito della Chiesa proporre soluzioni tecniche al problema), ma per ricordare i principi morali che devono guidarci nella ricerca di tali soluzioni tecniche e, soprattutto, per indicarci quale deve essere l’atteggiamento di fondo, le disposizioni interiori con cui dobbiamo affrontare il problema.

Il tema del convegno (e del discorso del Papa) era: “Una risposta al fenomeno migratorio nell’era della globalizzazione”. Esso ci ricorda che la novità non sta nel fenomeno migratorio in sé (sempre esistito), ma nell’era della globalizzazione, in cui esso si inserisce. Per quanto si possa discutere sulla globalizzazione, essa è un dato di fatto, è la realtà in cui viviamo: ne godiamo dei benefici e ne subiamo gli inconvenienti. Dove inseriamo le migrazioni: fra i benefici o fra gli inconvenienti della globalizzazione? Probabilmente sia fra gli uni che fra gli altri, perché tale fenomeno comporta tanto benefici quanto inconvenienti; come, del resto, qualsiasi altra realtà umana: non c’è rosa senza spine.

La tentazione, che assale anche molti cristiani, di fronte alle sfide poste dalla globalizzazione e dall’immigrazione è quella di chiuderci in noi stessi e dire (come abbiamo sentito ripetere anche in questi giorni): “Tornino a casa loro! Non c’è lavoro per noi; figuriamoci per loro!”. Può essere una reazione comprensibile; ma del tutto irrazionale. In certi casi, non possiamo lasciarci guidare dalle emozioni; dobbiamo usare la testa. Soprattutto chi ha la responsabilità della cosa pubblica e deve trovare le soluzioni tecniche di cui si diceva, deve farlo usando la ragione e non assecondando le spinte emotive.

Il pensare di potersi chiudere in sé stessi e in tal modo risolvere i nostri problemi è semplicemente ingenuo e illusorio. Che lo si voglia o no, viviamo in un mondo globalizzato; siamo cioè interconnessi col resto del mondo e dell’umanità. E non possiamo farne a meno: tanto vale cogliere questa occasione per trarne il maggior beneficio per noi stessi e per gli altri. Viene gente da ogni parte del mondo a cercare lavoro qui da noi? Che male c’è? Lo abbiamo fatto anche noi nel passato; e se oggi godiamo di un certo benessere, lo dobbiamo anche ai sacrifici dei nostri padri e dei nostri nonni, che hanno lasciato l’Italia in cerca di fortuna all’estero. Inoltre, noi abbiamo bisogno di questi lavoratori: non è vero che rubano il lavoro ai nostri figli; semplicemente riempiono dei posti che, senza di loro, rimarrebbero vuoti. Non solo non possiamo rifiutarli, ma dovremmo essere loro riconoscenti, perché vengono a svolgere dei servizi, di cui abbiamo bisogno e che altrimenti nessuno farebbe.

Questo, credo, significhi trasformare un “problema” in una “risorsa”. È vero che talvolta tale frase può trasformarsi in uno slogan; ma si tratta di un principio generale profondamente vero: saggio è colui che è capace di trasformare i problemi in “opportunità”. Anziché continuare a lamentarsi, imprecare e piangersi addosso, è molto meglio cercare di trarre qualche vantaggio da certe situazioni che siamo costretti a subire. Difficile? Non c’è dubbio; ma dove sta scritto che la vita sia facile? Oltre tutto, quando non ci sono soluzioni alternative, l’unica via da seguire è appunto questa: sfruttare la situazione per trarne la maggior convenienza. Come vedete, non faccio un discorso moralistico, ma un discorso di interesse (ovviamente, non un tornaconto egoistico, ma, se vogliamo, “globale”).

Beatrice chiede: Che cosa si aspetta il Santo Padre da noi? Non sono il Santo Padre per poter rispondere alla domanda; ma il buon senso mi suggerisce che certamente non si aspetta che noi risolviamo problemi piú grandi di noi: non ci riescono i politici; dovremmo riuscirci noi? Credo che l’unica cosa che il Papa si attende dai cristiani sia, appunto, un atteggiamento di “apertura” nei confronti degli immigrati: «La Chiesa invita i fedeli ad aprire il cuore ai migranti e alle loro famiglie». “Aprire il cuore” non significa, necessariamente, aprire la propria casa o aprire il portafoglio: ci potranno essere dei momenti o delle situazioni in cui ci viene chiesto anche questo; ma è ovvio che, in generale, i semplici fedeli (e cittadini) non possono farsi carico dei problemi dell’umanità intera. “Aprire il cuore” significa non essere prevenuti verso gli immigrati, non considerarli dei “nemici” o dei criminali, ma dei poveri disgraziati, che hanno bisogno della nostra compassione e del nostro aiuto. Aiuto non significa fare loro l’elemosina (oltretutto non rispettosa della dignità delle persone), ma dare loro la possibilità di trovare un lavoro e una sistemazione: se, per esempio, abbiamo bisogno di qualcuno che lavori per noi, non dovremmo escludere la possibilità di affidare (pur con tutte le cautele e nel pieno rispetto della legalità) tale lavoro a un immigrato. Ma ciò che è piú importante è vedere negli immigrati non delle bestie, ma degli esseri umani o, se volete, dei “fratelli” (anche quando non condividono la nostra stessa fede, ma sono pur sempre “figli di Dio”). Non potremo forse risolvere tutti i loro problemi; ma, per lo meno, li avremo fatti sentire accolti e non degli stranieri.

martedì 17 novembre 2009

Di ritorno dall'Asia

Vi avevo detto che ho terminato la mia esperienza missionaria in Asia e sono tornato in Italia. Vorrei riferirvi brevemente di questa esperienza, perché potrebbe essere interessante. Forse, chiamarla “missionaria” è un po’ eccessivo: il motivo per cui sono andato in Asia era principalmente la formazione dei nostri candidati alla vita religiosa. Soprattutto per motivi di comunicazione (e anche per altri motivi che vi dirò), non è che si potesse fare molto di piú.

Come sapete, ho trascorso cinque anni nelle Filippine, in due riprese: dal 2003 al 2005 e poi dal 2006 al 2009. Le Filippine, a rigor di termini, non sono “terra di missione”, essendo un paese (l’unico in Asia!) a stragrande maggioranza cattolico; ma i sacerdoti stranieri vengono comunemente (e anche legalmente) considerati “missionari”. Sono andato nelle Filippine, quando ero assistente generale dell’Ordine, per aprire lí il nostro seminario teologico. Come molti altri istituti religiosi, anche la nostra Congregazione si è recata nelle Filippine (quest’anno ricorreva il ventesimo anniversario di fondazione) per far fronte alla penuria di vocazioni. Il Signore ci ha benedetto con una grande abbondanza di seminaristi. Per diversi anni, questi, dopo il noviziato svolto in patria, venivano in Italia per lo studio della teologia; ma, a un certo punto, ci siamo resi conto che era meglio che svolgessero tutta la formazione nel loro paese (lo stesso si fece per i latinoamericani e gli africani). Per questo, nel 2003, decidemmo la costituzione di un nuovo studentato teologico, il “Saint Paul Scholasticate”, a Tagaytay, una città in un’incantevole posizione, a una cinquantina di chilometri a sud di Manila. In mancanza di personale disponibile, mi trasferii in loco per la realizzazione del progetto: avvio del seminario in una casa presa in affitto dai Verbiti; acquisto di un terreno; costruzione del nuovo studentato. Quando la nuova struttura fu conclusa, pochi giorni dopo la sua inaugurazione, il Padre Generale mi richiamò a Roma per la preparazione del Capitolo generale (2006). Dopo il Capitolo, ridiventato “privato cittadino”, mi fu chiesto di tornare nelle Filippine e riprendere la conduzione dello studentato, dove sono rimasto fino all’aprile di quest’anno. Attualmente esso è diretto da padri filippini e conta oltre venti studenti professi teologi (a essi vanno aggiunti una dozzina di novizi e una quarantina di aspiranti).

L’esperienza filippina è stata molto bella; non ho fatto alcuna fatica ad adattarmi. Le Filippine sono un ambiente assai accogliente, dove ci si sente a proprio agio. I filippini, li conoscete: sono persone riservate, rispettose, gentili e amabili. E poi sono cattolici, con uno spiccato senso religioso (che forse talvolta rischia di sconfinare nella superstizione). Hanno un grande rispetto per la Chiesa e, in particolare, per i sacerdoti. Tale rispetto si traduce pure in leggi particolarmente favorevoli alla Chiesa. Le Filippine sono un paese laico, ma di una laicità positiva, del tutto aliena dalle tendenze anticlericali presenti in Europa. L’unico problema per noi missionari stranieri è quello della lingua: l’inglese, pur essendo una delle lingue ufficiali, è parlato solo da un’élite; per comunicare con la gente bisognerebbe studiare le lingue locali (che per fortuna non sono affatto difficili), ma io non ho avuto abbastanza tempo per farlo (anche se celebravo la Messa in tagalog).

Quest’anno Padre Generale mi ha chiesto di trasferirmi in India, dove nel frattempo (due anni fa) la Congregazione aveva aperto una nuova fondazione. Il mio predecessore era stato costretto a lasciare il paese, accusato di proselitismo. Finora non avevo rivelato la mia residenza, per evitare che si ripetesse la stessa avventura; che invece si è ripetuta anche per me; per cui, allo scadere del mio visto (turistico) semestrale, ho dovuto lasciare il paese. Ora c’è lí un sacerdote indiano con una dozzina di seminaristi (oltre quattro indiani che tanno facendo il noviziato nelle Filippine). La nostra fondazione è a Bangalore, capitale dello stato del Karnataka, nel sud del paese. Bangalore è una grande città, centro mondiale dell’informatica. È considerata una specie di “Vaticano” dell’India, perché vi sono presenti un po’ tutti gli istituti religiosi; ma nello stato i cristiani sono una infima minoranza e spesso perseguitati: ogni tanto viene ucciso qualche prete; spesso le chiese sono profanate; gli stranieri sono tenuti sotto controllo. C’è al potere il partito fondamentalista indú BJP (mentre a livello nazionale governa il Partito del Congresso di Sonia Gandhi).

L’esperienza in questo tipo di ambiente non è stata facile: come “turista” non potevo fare nulla; avrebbero voluto che neppure facessi lezione ai seminaristi (in casa) o addirittura che non predicassi durante la Messa. Eppure è stata un’esperienza importantissima per me, perché era la prima volta che mi trovavo a vivere in un paese non-cristiano. E lí ho potuto rendermi conto della vitalità della Chiesa e della forza del Cristianesimo. E mi par di capire che è proprio questo che provoca la reazione anticristiana: hanno paura che il Cristianesimo abbia il sopravvento. E hanno ragione ad aver paura, perché sono convinto che, prima o poi, l’India diventerà un paese cristiano: ci sono molti indú e musulmani che, pur non convertendosi per motivi di convenienza, sono intimamente convinti della verità del Cristianesimo (tanto per farvi un’idea, date un’occhiata a questa notizia dell’altro giorno su AsiaNews). A Bangalore c’è il piú importante santuario mariano, la Saint Mary’s Basilica, che sorge nel bel mezzo del quartiere musulmano, ed è frequentato da tutti: cristiani, induisti e musulmani. Tutti hanno un grande rispetto e devozione verso la Madonna. Nel nord del paese ci sono degli stati che stanno diventando completamente cristiani. Voi capite che tutto ciò crea inquietudine fra i fondamentalisti, che vorrebbero che l’India fosse un paese indú (non lo è mai stato, essendo sempre stato un paese multietnico e multireligioso, e cosí lo voleva Gandhi; ma la divisione con il Pakistan ha creato l’idea che questo dovesse essere uno stato islamico e l’India un paese indú).

Naturalmente, anche la Chiesa indiana ha i suoi problemi: soprattutto, le divisioni tra diversi riti (latino, malabarese e malankarese), diverse lingue (a Bangalore, la diocesi vuole che si usi la lingua locale, il kannada; ma la maggior parte dei cattolici sono tamil con consistenti minoranze di malayalee del Kerala; e lo stesso Arcivescovo è di lingua konkani, la lingua di Goa: potete immaginare che caos!) e diverse caste (ancora ufficialmente esistenti in alcuni stati). Eppure, nonostante le difficoltà, la Chiesa appare forte e in piena espansione: lí si ha la chiara riprova che la vitalità della Chiesa non dipende dai nostri sforzi umani, ma dalla grazia di Dio.

Ora torno alle mie consuete attività, ma con una coscienza piú viva dell’universalità della Chiesa, che mi aiuta a ridimensionare i nostri piccoli problemi di ogni giorno e ad affrontarli in una luce totalmente nuova.

lunedì 16 novembre 2009

Chiesa e Internet

Si è svolto nei giorni scorsi in Vaticano un simposio su Internet, promosso dalla Commissione per i mezzi di comunicazione del Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa (CCEE). Ne potete leggere la notizia su ZENIT.

Caterina mi ha inviato un suo commento all’intervento di Monsignor Jean-Michel di Falco Léandri, Vescovo di Gap e Embrun (Francia) e Presidente della Commissione episcopale europea per i media, il quale ha riferito di «un’inchiesta condotta nel mondo francese di Internet che mostra come i siti evangelici siano piú visitati di quelli cattolici, anche se la popolazione cattolica del Paese è molto piú consistente di quella evangelica». Ecco le riflessioni di Caterina:


«Nota mia sui siti evangelici che conosco da 10 anni, almeno quelli in Italia. Non è affatto vero che essi escono da se stessi per mettersi come prima cosa al posto degli altri, rispondono ai bisogni. È vero invece che essi usano Internet per evangelizzare soprattutto i cattolici. Mi fa davvero specie che il presule nell’inchiesta non abbia annotato la cattiveria e l’astio della maggior parte dei siti evangelici contro la Chiesa cattolica, contro il Papa, contro il culto a Maria e ai santi. E come si fa a proporre come esempio dei siti come quelli evangelici che fanno riferimento alla Bibbia con una interpretazione diversa da quella della Chiesa?

E mi fa specie che il presule non abbia annotato che il maggior successo dei siti web evangelici sta nei soldi: molti degli iscritti pagano di tasca propria il mantenimento delle spese; in altri c’è la decima; altri ancora prestano gratuitamente la loro bravura al sito. Indubbiamente la vera differenza fra i siti cattolici e quelli evangelici sta proprio nella necessità del concetto di comunità-comunione, che fra di noi purtroppo non si avverte.

Mi sono imbattuta nel tempo in forum gestiti da preti e suore progressiste che non disdegnavano il bannare facile se ti azzardavi, prima dell’avvento di Benedetto XVI, a difendere la liturgia nella sua tradizione. Il presule avrebbe potuto motivare meglio tali differenze con gli evangelici dal momento che in Internet c’è una vera differenza fra i siti, blog e forum di matrice progressista da quelli tradizionali cattolici; problemi che gli evangelici non hanno, dal momento che sono preoccupati di evangelizzare principalmente i cattolici.

Il dramma dei cattolici nella rete, riguardo a molti forum, sta nell’invidia fra gruppi. La preoccupazione di taluni forum sta nell’audience, nelle classifiche, nel farsi notare dagli altri, nel sottolineare di essere gli unici. Sono pronti ad umiliare gli iscritti soprattutto di matrice tradizionale; molti di questi gruppi si scontrano con delle enormi contraddizioni:
— alcuni hanno una obbedienza al Papa idolatrica; di conseguenza diventa impossibile poter approfondire argomenti inerenti a delle scelte del Papa che, non avendo nulla a che fare con l’infallibilità, possono essere pacificamente discusse, ma a causa dell’incapacità di taluni gestori dal ban facile, si è costretti a tacere;
— altri pur sapendo di non sapere, non accettano che si porti il Magistero della Chiesa integralmente. Le proprie opinioni sono diventate le nuove verità da difendere a discapito della vera fede;
— ci sono altri ancora che nuotano nel sincretismo piú puro; hanno come regolamento il “volemose bene” al di là di che cosa sia la Verità.

Il presule ha dimenticato inoltre di annotare che il problema di coordinamento tra forum cattolici nasce anche qui da una difesa sbagliata del Concilio; un problema che appunto i siti evangelici non hanno. La prassi liturgica, la dottrina nel suo rituale, le norme che stabiliscono come si deve prendere la comunione ecc. sono problemi attuali che indubbiamente dividono i cattolici non solo nella rete ma anche fuori nella vita reale.

Se il presule non se ne fosse accorto (ma, vantandomi in Cristo, è necessario che dica che sono anni che lo vado scrivendo in Internet), i cattolici sono divisi: i movimenti navigano per conto loro sia nei loro territori sia nella rete; idem i francescani, i domenicani ecc. Ognuno cura il suo orticello; di conseguenza ciò che è la realtà quotidiana si riscontra nella rete.

Gli evangelici, assai piú furbamente, non sono divisi; sono indipendenti — è diverso — e si tengono uniti per una comune battaglia quella contro la Chiesa cattolica. Al contrario per noi cattolici seppur scoordinati — mi sia concesso dirlo — la battaglia comune è quella della propria identità; e non facciamo altro che rispecchiare la confusione che viviamo nella Chiesa, dove l’identità cattolica è davvero diventata motivo di discussione a causa, purtroppo, di 40 anni di apostasia e soprattutto di anarchia.

Ergo, i forum cattolici non fanno altro che rispecchiare in rete questi problemi; ma, per favore, evitiamo la diplomatica scelta di portarci come esempio gli evangelici. Per loro, il presule che ha detto queste cose, è un idolatra, ed eretico».


Prima di rispondere a Caterina, vorrei dire qualcosa in generale sul simposio. Mi fa piacere che la Chiesa si muova in questo campo; che si renda conto che il mondo sta cambiando, e cerchi di stare al passo coi tempi. Anche questo è un segno di vitalità della Chiesa: è la smentita — se mai ce ne fosse bisogno — che la Chiesa non vive nel passato, come taluni anticlericali d’altri tempi (loro, sí, rimasti ancorati a una visione ideologica totalmente superata) vorrebbero farci credere.

La mia preoccupazione è per le conseguenze di tali convegni. Mi spiego. Molti dei partecipanti a tali incontri fanno una certa fatica ad accostarsi a certi fenomeni, non per pregiudizio, non per rifiuto aprioristico, ma, il piú delle volte, per mere ragioni anagrafiche. Manca loro l’approccio “naturale” verso questi mezzi, proprio delle nuove generazioni, che sono nate e cresciute alla loro ombra. Per molti occorre fare uno sforzo reale di adattamento a certe novità. Niente di male; non è una colpa; è un fenomeno naturale. Io stesso, che pure non sono vecchissimo, faccio talvolta fatica a cogliere l’utilità e il funzionamento di certi nuovi strumenti (p. es., il “social network”).

Il rischio è che, proprio perché si deve fare uno sforzo per adattarsi ai nuovi mezzi di comunicazione, qualche volta li si sottovaluti (non riuscendo a coglierne le potenzialità) e qualche altra li si sopravvaluti (considerandoli una specie di strumenti magici). E si faccia fatica a prenderli per quello che essi in realtà sono: strumenti utili, ma che non possono essere in alcun modo assolutizzati.

Un altro pericolo è che, non sentendosi competenti in questo campo, spesso ci si affidi a sedicenti “esperti”, i quali il piú delle volte, approfittando della nostra buona fede, fiutano l’affare. Un avviso per tutti: quando qualche “tecnico” vi accosta, chiamandovi “Reverendo Padre” o “Eccellenza Reverendissima” e proponendovi progetti faraonici, diffidate; state pur certi che vuole far soldi alle vostre spalle.

Infine, c’è un altro rischio in cui è facile incorrere nella Chiesa: quello della pianificazione, della regolamentazione e dell’accentramento. Che ci sia bisogno di un coordinamento, non c’è dubbio; ma pensare che tutto debba essere controllato dalla diocesi o dal Vaticano, mi sembra totalmente fuori luogo. Anche nella Chiesa ci deve essere spazio per la “libera iniziativa”. I pastori, nella Chiesa, non sono gli unici da cui devono partire le iniziative; sono piuttosto quelli che “esaminano ogni cosa” (1 Ts 5:21), ne discernono l’autenticità e coordinano le iniziative dei fedeli. Nel simposio vaticano Mons. Celli ha pronunciato una frase rivelatrice: «I mezzi di comunicazione sociale sono lasciati all’iniziativa di individui o piccoli gruppi, ed entrano nella programmazione pastorale solo a livello secondario». Ecco la grande preoccupazione: la “programmazione pastorale”, che è diventata nella Chiesa qualcosa di molto simile alla “pianificazione economica” di sovietica memoria. Se qualcosa non rientra nella “programmazione pastorale”, non ha diritto di cittadinanza nella Chiesa.

Ed ecco che vengo al problema posto da Caterina. Concordo con lei sul quanto meno discutibile paragone con gli evangelici. È ovvio che l’erba del vicino è sempre piú verde. Personalmente, devo riconoscere di non frequentare siti evangelici, eccetto quelli biblici, che offrono una notevole ricchezza di testi e traduzioni. Sinceramente, non ho mai avuto occasione di imbattermi in siti protestanti anticattolici.

Ricordo solo che, quando ero giovane (a quel tempo Internet non esisteva ancora), ascoltavo frequentemente stazioni radio protestanti, e quel che mi colpiva positivamente era l’uso che facevano della radio per l’annuncio puro del Vangelo, senza la preoccupazione della cultura, dell’intrattenimento, ecc. Nulla a che vedere con la Radio Vaticana (l’unica stazione cattolica allora esistente; Radio Maria era di là da venire).

Ora — ci assicura il Presidente della Commissione episcopale europea per i media — «gli evangelici ascoltano e i cattolici parlano»; «gli evangelici escono da se stessi per mettersi come prima cosa al posto degli altri. Rispondono ai bisogni»; «la Chiesa cattolica parla forse partendo da se stessa senza prendere sufficientemente in considerazione ciò che vive la gente»; «i siti cattolici sono centrati su se stessi [e sono] considerati come strumenti e non come un mondo da evangelizzare; [sono] delle estensioni o dei duplicati dei nostri foglietti parrocchiali, dei nostri bollettini diocesani. Sono ad uso interno. Parlano una lingua per iniziati ad uso esclusivo degli iniziati. I siti evangelici, al contrario, vogliono raggiungere gli internauti, utilizzando Internet come strumento e vettore di evangelizzazione».

Sinceramente, mi sembrano belle frasi, a effetto; ma, dopo tutto, non cosí sensate. In qualche caso, di difficile comprensione. Che significa dire che i siti cattolici sono «considerati come strumenti e non come un mondo da evangelizzare», e poi affermate che, invece, gli evangelici usano Internet «come strumento e vettore di evangelizzazione»? Faccio difficoltà a cogliere la logica di tale ragionamento.

In ogni caso — e questo lo dico non solo ai partecipanti al simposio, ma anche a Caterina — non mi sembra proprio il caso di disperare. Non mi pare che noi cattolici siamo messi cosí male in questo campo: c’è un pullulare di siti, blog, forum, da fare invidia a chiunque (personalmente, non mi preoccuperei piú di tanto per la varietà delle presenze: il pluralismo è un segno della ricchezza e della vitalità della Chiesa). A sentire certi discorsi, sembra quasi che la Chiesa cattolica sia assente dalla rete. Beh, se per Chiesa cattolica si intende solo la Chiesa istituzionale, forse (ma non è vero neppure in tal caso, giacché la Santa Sede, tutte le diocesi e tutti gli istituti religiosi hanno il loro sito). Ma la Chiesa non è solo questa; ci sono anche i fedeli che, individualmente o in gruppo, affollano la rete, in maniera spesso artigianale; ma si tratta pur sempre di una presenza.

Ora, la mia preoccupazione è appunto quella che, oltre a possibili interventi dello Stato o dell’Unione Europea tesi a regolamentare (leggi: imbavagliare) la rete, adesso ci si metta anche la Chiesa, per inserire siti, blog e forum nella “programmazione pastorale”. Il che significherebbe la fine di tutto. Magari per avere su Internet il corrispondente di “Sat2000” televisivo, che costa una barca di soldi e nessuno segue. Beh, direi che è meglio tenerci i nostri poveri blog, lasciando che sia la “fantasia pastorale” e lo Spirito Santo a suggerirci come utilizzare al meglio questi nuovi strumenti per l’annuncio del Vangelo.

domenica 15 novembre 2009

XXXIII domenica "per annum"

«Vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria».

Gesú ci annuncia che cosa avverrà alla fine dei tempi: egli tornerà «sulle nubi con grande potenza e gloria». È uno degli articoli del Credo che professiamo: «E di nuovo verrà, nella gloria, per giudicare i vivi e i morti». È già venuto una prima volta, nell’umiltà e nella debolezza; tornerà una seconda volta «con grande potenza e gloria».

Quando avverrà ciò? «Quanto a quel giorno e a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli del cielo né il Figlio, eccetto il Padre». Se nessuno lo sa (neppure il Figlio!), significa che non è importante per noi conoscere il momento; è sufficiente sapere che «egli è vicino, è alle porte».

«Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo».

Il Signore, quando tornerà, che cosa verrà a fare? A radunare «i suoi eletti dai quattro venti». Nel Credo diciamo che verrà a giudicare i vivi e i morti: forse tale espressione può incuterci un po’ di timore; certo un timore salutare, perché fa bene temere il giudizio che ci attende. Ma Gesú qui ci presenta la stessa realtà in modo piú positivo: verrà a radunare i suoi eletti. Se noi siamo fra questi (e lo siamo!), che cosa temere? Dovremmo piuttosto essere animati da grande serenità e fiducia.

«In verità io vi dico: il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno».

La nostra serenità e fiducia si fondano sulle parole del Signore, piú stabili di qualsiasi altra realtà. Solitamente siamo portati a pensare che non ci sia nulla di piú stabile del cielo e della terra: tutto cambia, tutto passa; ma il cielo e la terra sono sempre lí, immutabili. Eppure Gesú ci assicura che anche il cielo e la terra passeranno. Solo le sue parole non passeranno. E questo perché lui rimane stabile per sempre: «Gesú Cristo è lo stesso ieri e oggi e per sempre!» (Eb 13:8). Di che preoccuparci? Mentre tutto cambia, tutto passa, c’è qualcosa che rimane fermo, sempre identico a sé stesso: Gesú Cristo e le sue parole. Uniti a lui, siamo già partecipi dell’eternità: in mezzo agli sconvolgimenti del mondo, rimaniamo tranquilli, perché fondati su una roccia che non viene scossa neppure dalla fine di tutte le cose. «Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno».

sabato 14 novembre 2009

Ancora sulla cremazione

Un lettore spagnolo, Martín, mi ha scritto a proposito del post di ieri sulla cremazione:


«Carissimo Padre, grazie per il Suo articolo, sono d’accordo al cento per cento. Qualche commento:

1) Mi sembra che questo atteggiamento è contrario allo spirito del Codice di diritto canonico, che dispone: “Enixe commendat Ecclesia, ut pia consuetudo defunctorum corpora sepeliendi servetur (= la Chiesa raccomanda vivamente che si conservi la pia consuetudine di seppellire i corpi dei defunti)” (can. 1176 §3). Cioè, non si tratta di una cosa neutra; noi abbiamo una consuetudine che esprime la nostra fede.

2) Che fede è la nostra se non è operosa, se non si manifesta, se si accontenta di seguire quello che tutti fanno o, peggio ancora, quello che il business consiglia, di che fede si tratta? Mi sa che Lei ha ragione, questo è un passo nel processo di neopaganizzazione.

3) Racconto brevemente, quello che so della realtà del mondo ispanico. A Santiago del Cile, la stessa arcidiocesi si è associata con un gruppo di imprenditori per iniziare l’affare delle cremazioni. Dopo la cremazione “cattolica” le ceneri sono messe in una apposita struttura costruita nel cortile delle parrocchie. Ci sono decine di rappresentanti che percorrono le parrocchie e le case offrendo questo “servizio”. Secondo la informazione che ho, lo scopo di questa operazione è... guadagnare soldi, tutto qui. Mi domando: e quello che dice il Codice di diritto canonico che la Chiesa “raccomanda vivamente”, dov’è? Come può la Chiesa “raccomandare vivamente” la sepoltura dei corpi se la stessa diocesi promuove la cremazione porta a porta? Secondo me questo è una vergogna. Mi viene da piangere quando penso alla fede nella risurrezione dei primi cristiani che hanno fatto chilometri e chilometri di gallerie per custodire i corpi dei morti. Sarebbe stato molto piú facile fare la cremazione come i pagani».


Martín tocca un altro punto, che avevo tralasciato nel mio post, ma di cui ero già a conoscenza. Come dicevo ieri, nelle Filippine la pratica della cremazione è diventata comune fra i cattolici. E anche lí si è già trasformata in un business. Non so se siano coinvolte le diocesi, ma certamente lo sono molti parroci (che costruiscono colombari nelle loro chiese per poi venderne i loculi) e soprattutto laici, i quali magari costruiscono santuari, che in realtà sono vere e proprie “necropoli”.

Penso che, se non altro, i nostri Vescovi, fra i vari “paletti” fissati per rendere ammissibile fra i cristiani il fenomeno delle cremazione, avrebbero dovuto considerare anche l’aspetto commerciale: evitare che il tutto si trasformi in un grosso business, magari con la partecipazione diretta della Chiesa. È vero che ogni cosa ha un risvolto commerciale (basta pensare alle nostre agenzie di pompe funebri); ma, come giustamente fa notare Martín, non sembra molto coerente per la Chiesa fare soldi con una pratica quanto meno contraria alla tradizione cristiana.

venerdì 13 novembre 2009

A proposito di cremazione

I Vescovi italiani, nell’Assemblea generale conclusasi ieri ad Assisi, hanno approvato la bozza del nuovo Rito delle esequie (se ne veda la notizia riportata da ZENIT). In tale nuovo Rito è prevista anche la possibilità di esequie anche a coloro che scelgono la cremazione.

Non si tratta di una novità: la Chiesa aveva già da tempo ammesso la cremazione, a condizione che non fosse dettata da motivazioni contrarie alla dottrina cristiana. Il fatto è che, finora, tale concessione sembrava solo una possibilità ipotetica, riservata a qualche tipo un po’ eccentrico. Ora invece sta diventando una prassi sempre piú diffusa. Ecco le cifre riportate da ZENIT: «In vent’anni si è passati dalle 3.600 cremazioni del 1987 alle quasi 60.000 del 2007».

È ovvio che la Chiesa non può rimanere indifferente di fronte ai fenomeni di massa come questo; è ovvio che deve in qualche modo intervenire, dando delle direttive e fissando dei paletti. In questo caso, la Chiesa italiana si era già pronunciata due anni fa con il sussidio pastorale Proclamiamo la tua risurrezione; ora interviene di nuovo con il Rito delle esequie. I Vescovi pongono dei limiti precisi: le ceneri non possono essere disperse e non possono essere conservate «in luoghi diversi dal cimitero». Mi pare il minimo, per potersi dire ancora cristiani.

Eppure, nonostante queste precise indicazioni, confesso che le nuove norme mi lasciano alquanto perplesso. Perché? Perché segnano una rottura con una ininterrotta tradizione. Non dimentichiamo che il Cristianesimo è nato in un tempo in cui l’incenerimento era prassi comune; eppure i cristiani scelsero l’inumazione, perché tale uso esprimeva meglio la loro fede nella risurrezione. Avrebbero potuto anche loro fare qualche “contorsione” teologica; ma non la fecero, perché il seppellimento del corpo era un segno che parlava da sé. I segni — lo sappiamo — sono di solito molto piú eloquenti di tanti giri di parole.

Ecco dove sta il problema: la nuova linea adottata dalla Chiesa, pur essendo teoricamente corretta, rischia di favorire il processo di secolarizzazione e “ripaganizzazione” della società. Accettare la cremazione, pur con tutte le precisazioni e i distinguo, trasmette un messaggio ben chiaro: non esiste risurrezione; dalla natura veniamo e alla natura torniamo.

Ma allora, che fare di fronte alla diffusione della cremazione anche fra i cattolici? So bene che si tratta di un fenomeno incontrollabile. Quando ero nelle Filippine mi sono reso conto che ormai tale pratica è diffusa anche fra il clero. Un giorno, al termine della Messa, rimasi interdetto, quando una signora, con un fagottino sotto braccio, mi chiese di benedire le ceneri del marito. Ma non credo che sia saggio limitarsi semplicemente a prendere atto della situazione; in qualche caso bisogna reagire, come fecero i primi cristiani. “Bisogna evangelizzare”, si dice. Certo, ma non si evangelizza solo con le parole; spesso un segno, un gesto, una pratica sono molto piú efficaci di tante prediche. Certa timidezza pastorale non paga; qualche volta, forse, dovremmo avere il coraggio di prendere posizioni nette e controcorrente anche di fronte a questioni apparentemente secondarie.