domenica 4 ottobre 2009

XXVII domenica "per annum"

«Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?» (Gv 6:60), era stata la reazione dei discepoli al discorso di Gesú sul pane di vita, nella sinagoga di Cafarnao. Potrebbe essere la nostra reazione alle parole di Gesú nel vangelo di oggi.

Solitamente, quando si paragonano il Vecchio e il Nuovo Testamento, il primo appare assai piú duro del secondo: l’antica alleanza si presenta a noi come il regno del rigore, in contrasto con la nuova, che si manifesta come il trionfo della misericordia. Ma nel vangelo odierno Mosè appare molto piú umano e comprensivo di Gesú: egli concede agli israeliti il divorzio, perché si rende conto della loro debolezza, al contrario di Gesú, che inaspettatamente si mostra cosí rigido, arroccato nei suoi principi, incapace di comprendere la nostra fragilità.

Ma, se leggiamo attentamente il vangelo, troviamo la spiegazione di tale atteggiamento. Gesú sembra dirci: «Se c’è qualcuno o qualcosa di duro in tutta questa storia, non sono io, non sono le mie parole, ma i vostri cuori. Per la durezza del vostro cuore Mosè scrisse per voi questa norma». Ecco il motivo per cui non riusciamo a capire e ad accettare le parole di Gesú, perché i nostri cuori sono induriti.

Ma il vangelo non si ferma qui, va avanti parlando dei bambini. Che c’entra? Potrebbe sembrare che non ci sia nessun rapporto. Eppure, a pensarci bene, una connessione c’è. Gesú dice: «Chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso». Ecco dov’è il problema: Gesú sta parlando del regno di Dio (e quello che lui dice a proposito dell’indissolubilità del matrimonio riguarda i “figli del regno”) e noi, invece, continuiamo a essere attaccati a questo mondo (dove la fedeltà risulta praticamente impossibile). Ebbene, i bambini, a differenza degli adulti, sono capaci di accogliere il regno di Dio. Perché? Perché non hanno il cuore ancora indurito; hanno un cuore aperto a qualsiasi possibilità.

Gesú è venuto nel mondo non solo per annunciare il regno di Dio e rammentarci le esigenze di esso (apparentemente superiori alle nostre forze); Gesú è venuto nel mondo per inaugurare il regno di Dio: se siamo capaci di accoglierlo, saremo anche capaci di vivere secondo le sue esigenze. Ciò sarà possibile solo a patto che cambiamo il nostro cuore indurito, che diventiamo come bambini e accogliamo con gioia l’avvento del regno. Allora saremo capaci di comprendere la parola di Dio e di vivere secondo i suoi dettami.

sabato 3 ottobre 2009

Ancora sull'anomalia italiana

Nel mio ultimo post riconducevo l’anomalia del caso Italia, nel contesto di un’Europa totalmente secolarizzata, anziché alle politiche, pur apprezzabili, del Card. Ruini e al suo Progetto culturale, piuttosto all’attività pastorale — talvolta magari non tanto qualificata, ma pur sempre capillare — dei parroci e delle suore onnipresenti sul territorio italiano.

La mia non voleva essere, ovviamente, una spiegazione esaustiva ed esclusiva: cercavo solo di indicare quello che, a mio parere, è il motivo principale che giustifica la vitalità della Chiesa italiana rispetto alle altre Chiese europee. Non escludevo che ci potessero essere altre spiegazioni. David, da parte sua, mi ha scritto per dare la sua spiegazione:


«Con tutto il rispetto per il cardinale Ruini, se l’Italia non si è scristianizzata come altri Paesi, non lo dobbiamo alla CEI, ma al fatto che per un quarto di secolo abbiamo goduto — come nessuno al mondo — della presenza ... di una persona concreta, che emanava [il] “bonum odor Christi”, cioè Giovanni Paolo II; cosí, ancora oggi, godiamo della presenza fra noi di Benedetto XVI, che del papa polacco è un dono. Giovanni Paolo II non ha rappresentato un progetto da realizzare, ma [è stato] un grande imitatore di Cristo. Torniamo a quel mese di ottobre 1978 prima di Woytila e domandiamoci se, davanti al corpo morto di Papa Luciani, molti cattolici non abbiano pensato di essere prossimi alla rovina. In quelle settimane la Chiesa stava peggio di Lehman Brothers un anno fa: era una gloriosa compagnia ormai arrivata prossima al tracollo, una nave alla deriva come in un famoso sogno di Don Bosco.

Per 26 anni, il pontefice polacco ha coltivato la Chiesa come la vigna del Vangelo che non produce frutto: “Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto?”. Non a caso, Ratzinger si definí da subito “umile lavoratore della vigna”, non quindi un papa-filosofo che lancia un nuovo progetto, ma un modesto operaio che si limita a mantenere e curare bene quanto ha ricevuto. Questo spiega la “prudenza” dei suoi collaboratori e il desiderio di evitare tante avventure. Pensiamo un attimo ai referendum su aborto e divorzio e, per paragone, a quello del 2005 sulla legge 40. Nel mezzo c’è il pontificato di Giovanni Paolo II: possiamo spiegare i diversissimi risultati senza quello? Nel mezzo c’è stato un papa che “che parla come uno che ha autorità” e che probabilmente fra mille anni miliardi di cattolici ci invidieranno, perché noi lo abbiamo conosciuto.

Sarà un caso che i Paesi meno scristianizzati (Italia, Polonia, Portogallo, Slovacchia, Filippine, Messico) sono anche quelli piú toccati da lui, quelli che in lui hanno riconosciuto Cristo come Dio Personale e non come ammaestratore di folle? Se è vero che milioni di messicani o di polacchi vivono more uxorio o hanno scarsa dimestichezza con alcuni principi morali, è altrettanto vero che da quelle parti le vocazioni non mancano, le messe sono seguite e soprattutto i santuari sono strapieni.

Sí, ringraziamo i tanti parroci e le tantissime suorine che da noi hanno fatto un ottimo lavoro in questi anni ... ma soprattutto ringraziamo la Provvidenza per averci dato questo santo pontefice: senza di lui, oggi saremmo davvero un piccolissimo gregge...».


Vorrei esprimere qualche riserva su quanto afferma David. Innanzi tutto, lui non ricorda — non può ricordare, perché a quell’epoca aveva solo 3 anni — quali fossero i nostri sentimenti il 16 ottobre 1978 (io ero in Piazza San Pietro, quel pomeriggio). Non ci sentivamo affatto prossimi alla rovina. Avevamo, sí, sperimentato un profondo dolore per la perdita di due Papi nello spazio di due mesi; ma questo non significava in alcun modo che la Chiesa fosse alla deriva, ormai prossima al tracollo. Assolutamente no. E quel giorno, la mestizia si trasformò — come sempre avviene in questi casi — in gioia. L’elezione di un nuovo Papa è sempre segno della vitalità della Chiesa. La Chiesa cattolica, a differenza di un partito o di un’associazione, non si identifica con un uomo, per quanto egli possa essere stato grande; essa va avanti anche dopo la morte di uomini straordinari. Gli uomini passano; la Chiesa rimane. E questo perché la Chiesa non è governata dagli uomini, che muoiono, ma da Cristo, che non muore.

Proprio per questo motivo, concordo con David nel dire che la presenza del Papa sul suolo italiano è un altro motivo che giustifica l’anomalia italiana. Ma non questo o quel Papa; il Papa tout court. È certamente una grazia unica, che nessun altro paese può vantare, quella di ospitare sul proprio suolo la Sede Apostolica. Tale presenza non può non riversare i suoi benefici effetti sul popolo circostante. Forse dovremmo andare a rileggerci qualche pagina del Primato morale e civile degl’Italiani di Vincenzo Gioberti, per prendere coscienza di questo privilegio, che solo noi italiani abbiamo.

Quanto ai singoli Papi, io sono convinto che ciascuno sia il Papa giusto al momento giusto. Capisco l’ammirazione di David per Giovanni Paolo II (è stato il Papa della sua giovinezza, come Paolo VI lo è stato della mia); riconosco i meriti che egli ha nei confronti della Chiesa; ma non attribuirei soprattutto alla sua opera il miracolo italiano. Ha fatto la sua parte. Anche lui è stato un operaio nella vigna, come l’attuale Pontefice e come quelli di tutti i tempi.

In particolare, io non insisterei piú di tanto sul referendum del 2005 sulla fecondazione assistita, che solitamente viene portato come prova del successo della linea Ruini. Anche i suoi avversari gliene dànno atto. Personalmente, lo trovo un evento piuttosto ambiguo. Un conto è fare la campagna per il sí o per il no a un referendum e ottenere il risultato sperato: questo costituisce un reale successo. Un altro conto è invitare all’astensione (posizione, sia ben chiaro, che nella fattispecie condivido). In tal caso, se il referendum fallisce perché non si raggiunge il quorum, ciò non può essere considerato un successo di chi ha propugnato l’astensione, in quanto questa può avere mille altre spiegazioni, non sempre nobili (per esempio, gli italiani hanno preferito andare al mare...). In pratica, tutti gli ultimi referendum sono falliti, perché gli italiani sono stufi. Ma ciò non significa nulla circa le loro reali opinioni. Per cui ritengo che sia meglio non fare eccessivo riferimento al referendum sulla legge 40 per dimostrare il successo delle politiche ruiniane.

Giacché ci siamo, vorrei aggiungere un ulteriore motivo che, secondo me, spiega l’unicità del situazione italiana in Europa. Ricordo che il mariologo René Laurentin diceva che l’Italia è favorita rispetto ad altre nazioni perché è stata consacrata alla Madonna. È vero. O ci crediamo o non ci crediamo a queste cose. Fare un atto di consacrazione non è una formalità; è una cosa seria. Se ci consacriamo consapevolmente alla Vergine, tale consacrazione non può non avere efficacia (se volete averne una prova, fatelo a livello individuale).

Come si può vedere, le ragioni dell’anomalia italiana sono molteplici. Può darsi che ce ne siano altre, che in questo momento non mi sovvengono. Se qualcuno ha qualcosa da aggiungere, il dibattito rimane aperto.

giovedì 1 ottobre 2009

Dibattito sull'Italia e sull'Europa

Il miei post dei giorni scorsi, anche grazie alle segnalazioni di Raffaella (a cui esprimo tutta la mia riconoscenza), hanno avuto una discreta diffusione. Diversi sono stati i messaggi e i commenti di approvazione (i cui autori ringrazio cordialmente). Ma ci sono state anche alcune critiche, peraltro estremamente garbate, che accolgo piú che volentieri, perché contribuiscono ad approfondire gli argomenti trattati.

Il primo a reagire al post sulla visita del Papa nella Repubblica Ceca è stato mio fratello, che è stato recentemente a Praga, dove ha potuto constatare di persona l’indifferentismo religioso che vi regna: «Tutte le chiese erano diventate praticamente dei musei, quando non erano chiuse». Mi ha però giustamente fatto notare che quarant’anni di comunismo non si cancellano in vent’anni. Probabilmente ha ragione.

A ruota è arrivato il commento di David, a proposito dell’apostasia:

«Circa l’apostasia, credo che sia un fenomeno transitorio, già previsto dal Monfort e che alla fine il relativismo, come tutti gli “-ismi” che lo hanno preceduto, perderà la guerra ... Vedi, mentre ti scrivo, in Brasile ci sono centinaia di candidati al sacerdozio che fanno la lista d’attesa per entrare nei seminari: semplicemente, non ci sono posti per tutti e tanti devono attendere uno o due anni. Intanto, nel Sud e nell’Ovest degli USA si registra un boom di battesimi di adulti: negli stati piú evangelical e antipapisti dell’Unione, si contano a decine di migliaia i convertiti. In Cina i battesimi di adulti sono raddoppiati in appena un anno. Che dire poi di Corea del Sud e India? Nella stessa Francia Papa Benedetto XVI fu accolto da mezzo milione di fedeli in trepidante attesa. Cosí pure a Vienna e Mariazell, in Austria. Se poi alcuni di questi cattolici non vanno a messa ogni domenica... o se magari per alcuni anni si perdono (ma poi tornano, magari richiamati dalla Vergine o dai santi), perché rattristarsi e darli per passati ad altre compagnie? Non stava forse il Padre del figliol prodigo ad aspettarlo, sperando di vederlo arrivare da lontano? Se stiamo a lamentarci che tutto è finito, come potremo avere vitelli grassi da ammazzare per festeggiare il ritorno dei fratelli smarriti? L’apostasia è storia dell’altro ieri: oggi abbiamo i figli degli apostati che vagano dubbiosi per il mondo: la Chiesa non deve guardare al passato, ma al futuro».

Ammiro (e un po’ invidio) l’ottimismo di David. Io pure sono ottimista, ma nel lungo periodo, non a breve termine. Non discuto sugli esempi riguardanti altri continenti; il mio discorso concerneva l’Europa. I riferimenti alla Francia e all’Austria non mi convincono appieno. Spero di sbagliarmi...

Sulla stessa linea si situa l’intervento dell’Avv. Marcello Bolognesi, il quale però non si limita a criticare la mia posizione, ma propone anche una soluzione articolata, che forse dovremmo prendere in seria considerazione:

«Non penso che l’Europa debba per forza perire per poi risorgere. Non escludo tale eventualità, ma temo che cullarsi su tale prospettiva ci esponga al rischio che, una volta decristianizzata, l’Europa non ritorni piú necessariamente al cristianesimo, ma possa essere vittima di altre fedi e altre ideologie. Come diceva Chesterton quando l’uomo che non crede piú a Dio non è che non creda piú a niente, ma crede a tutto. Che fare, dunque? Come in tutti i grandi problemi si deve agire su piú fronti. Sono convinto che sia finita da tempo sia l’era mediatica che quella della Chiesa istituzionale.

Siamo sommersi, infatti, da informazioni mediatiche da cui non ci giunge alcuna Verità, la quale difficilmente può venire da un papa in televisione, da cardinali che si mettono in posa davanti ai fotografi e che sono troppo attenti a conservare l’8 per mille. È verosimile, invece, che l’evangelizzazione avvenga con la predicazione in parrocchia, con l’insegnamento ai giovani al catechismo e nelle scuole cattoliche, dei comunicandi, con l’ascolto di quanto emerge nelle confessioni e nei corsi prematrimoniali.

Coerentemente non dovrebbe piú accadere che un vescovo lasci chiudere le due principali scuole cattoliche cittadine senza muovere un dito, neppure rispondendo al grido di dolore dei fedeli che reclamano un suo intervento. Non dovrebbe piú accadere che alcuni gruppi di boy scouts siano fucina di atei, che ai bambini che si avvicinano alla prima Comunione non vengano piú insegnati neppure i 10 Comandamenti (sic!), perché basta riempire il quaderno di foto scaricate da internet su Gesú e dire che “Dio è amore” (cosa vera, ma è anche giustizia e rigore). Non bastano i magnifici libri del Papa (che pochi leggono e ancor meno intendono), occorre evangelizzazione e comportamenti esemplari.

E da qui si sviluppa l’ultima parte della mia riflessione, quella sulla Chiesa istituzionale. Da troppo tempo la Chiesa è arroccata sull’idea che condizionando le istituzioni civili possa avere ascendente sui fedeli secondo lo schema per cui il diritto crea la morale. Nulla di più errato. Se il messaggio morale pervade la società non vi sarà produzione normativa contraria ad esso o, comunque, i fedeli non utilizzeranno le norme immorali. Non è vero che sia piú efficace il comodo intervento in uno spettacolo televisivo piuttosto che la predicazione tra i fedeli e il comportamento che dia il buon esempio. Troppe volte si affrontano i problemi della “società” e non piú quelli della comunità dei fedeli, perché si pensa in chiave sociologica e non teologica, perché solo cosí si è moderni e politicamente corretti. Ma la correttezza politica per un cristiano sussiste solo se vi è coerenza con la parola di Dio e non con i proclami dell’Onu o del Trattato di Lisbona. Non una Chiesa militante in senso teologico della liberazione o di alcuni preti marxisti, ma una Chiesa presente tra i fedeli in carne ed ossa e non ridotta ad uno spettacolo mediatico come tutti gli altri».

Mi sembra che l’Avv. Bolognesi tocchi il nodo della questione. E in ciò facendo, non solo propone una soluzione al problema della secolarizzazione dell’Europa, ma anche a quello, posto ieri, del Progetto culturale della Chiesa italiana. Perché, in fondo, i due problemi sono collegati. Mi spiego. Finora si è voluto presentare il caso Italia come una felice anomalia in Europa. E in parte lo è: non che l’Italia non sia un paese secolarizzato, ma per lo meno la Chiesa gode di una vitalità che in altri paesi non si sognano neppure. Ebbene, finora si è attribuito il merito di tale “anomalia” alla politica del Card. Ruini; tanto è vero che, come ci ricordava in questi giorni Magister, altri episcopati europei hanno guardato a lui, con una punta di invidia, nel tentativo di riprodurre nei loro paesi la medesima strategia. Non voglio negare i meriti di Ruini; ma mi pare che l’Avv. Bolognesi abbia perfettamente ragione, quando denuncia l’atteggiamento della Chiesa italiana, che ha concentrato i suoi sforzi quasi esclusivamente sul piano istituzionale, come se questo fosse sufficiente per conservare la fede fra gli italiani. Tale intervento della Chiesa sulle istituzioni dà l’impressione che la Chiesa sia realmente presente nella società. Ma talvolta tale presenza è piú una presenza mediatica che reale. E non è certamente questo tipo di “presenza” che spiega l’anomalia italiana: l’Italia si distingue dagli altri paesi europei non perché in essa sia stato promosso il Progetto culturale, ma perché ci sono ancora, grazie a Dio, un esercito di parroci e di suorine che tengono viva la fede con la loro attività pastorale ordinaria, spesso carente, ma ancora abbastanza capillare.

Ed è proprio questo l’aspetto su cui, secondo l’Avv. Bolognesi, bisognerebbe far convergere tutte le energie. Come non dargli ragione? Oggi siamo tutti presi dalla carriera, dalla visibilità sui media, dalle discussioni sui massimi sistemi, e trascuriamo il lavoro pastorale spicciolo: predicazione, catechesi, amministrazione dei sacramenti, direzione spirituale, educazione, insegnamento (oh, certo, abbiamo docenti universitari a non finire; ma chi si mette a insegnare alla scuola media o al liceo?). Non che tali attività non esistano nelle nostre parrocchie e scuole; ma, in genere (spesso — va detto — perché costretti), siamo portati a delegare ad altri (mamme o giovani che fanno il catechismo, docenti laici nelle scuole cattoliche, insegnanti di religione nelle scuole statali), e noi sacerdoti ci riduciamo a fare i manager, spesso perdendo il contatto diretto con la gente.

A questo punto, un altro avvocato, amico del precedente, Alberto, che di tanto in tanto interviene su questo blog, aggiunge, a mo’ di corollario, un altro aspetto importante, senza il quale tutto il discorso precedente rimarrebbe lettera morta:

«Mi sembra un’ottima proposta che — a ben vedere — collima con la scelta del Papa di indire l’anno sacerdotale e di additare ad esempio San Giovanni Maria Vianney, il Curato d’Ars, che ha passato la vita a confessare. Però, per fare questo, sarebbe necessaria anche una riforma dei seminari. Non è certo un processo semplice. Potrebbe essere un’idea quella di proporre che i migliori sacerdoti vadano, anziché a fare i Nunzi o i segretari di Conferenze episcopali, a dirigere i seminari».

Non voglio entrare nel merito, perché non si finirebbe piú. Ma mi sa tanto che i nostri cari avvocati abbiano proprio ragione: o la smettiamo di rincorrere le nostre umane ambizioni e riscopriamo la gioia di vivere nella semplicità il nostro sacerdozio a servizio della gente, o l’Italia e l’Europa diventeranno sempre piú secolarizzate e a nulla varranno i nostri sofisticatissimi Progetti culturali.

mercoledì 30 settembre 2009

Magister, Ruini e il Progetto culturale

Non so se ricordate, nel mio post del 21 settembre ponevo la domanda: «Qualcuno sa dirmi che cosa sta succedendo?». Ebbene, ricevetti immediata risposta, il giorno stesso, da Sandro Magister, che pubblicò un articolo sul suo sito www.chiesa, dove spiegava la posta in gioco: il Progetto culturale promosso dal Card. Ruini. In quell’articolo Magister cercava di dimostrare la vitalità di tale Progetto contro chi lo dava per morto. Le prove di tale vitalità: «una proposta al paese su “l’emergenza educativa”, una nuova scuola di teologia applicata a una società “plurale”, un convegno internazionale su “Dio oggi”».

Questo avveniva il 21 settembre, giorno in cui doveva iniziare la riunione del Consiglio permanente della CEI. Probabilmente, Magister deve essersi reso conto che nella Conferenza episcopale non c’è poi tutto questo entusiasmo per il Progetto culturale; ed ecco che ieri è tornato alla carica con un’intervista pubblicata sul Foglio. Tale intervista risulta ancora piú esplicita dell’articolo di una settimana fa. Ora, a poco a poco, incominciano a delinearsi i contorni della partita in corso.

A prima vista, le forze in gioco, secondo Magister, sarebbero le seguenti: da una parte la CEI, dall’altra la Segreteria di Stato; da una parte Avvenire, dall’altra L’Osservatore Romano. Aggiungo io: da una parte Magister, dall’altra Vian (si vedano le scaramucce da me riportate nel succitato post del 21 settembre).

Magister non fa nulla per nascondere la sua insofferenza verso la nuova linea adottata dal Card. Bertone, «linea “concordataria”, fatta di buon vicinato, di rapporti istituzionali cortesi, utilizzata anche dove i concordati non ci sono proprio», una linea secondo Magister, non «all’altezza delle linee maestre dei due grandi pontificati di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI». Per dimostrare la sua tesi, Magister allarga lo scenario: l’attuale politica della Segreteria di Stato non solo non è condivisa dalla Conferenza episcopale italiana, ma neanche da quella americana e neppure dal Card. Zen.

Magister sa il fatto suo; non parla a vanvera. I fatti a cui fa riferimento non possono in alcun modo essere negati. Che con l’avvento di Bertone alla Segreteria di Stato ci sia stato un cambiamento di rotta, è abbastanza evidente. Che questo possa destare qualche perplessità, è comprensibile. Mi sembra altrettanto legittimo che non solo i giornalisti, ma anche dei Vescovi possano avanzare delle riserve. Anche perché bisogna riconoscere che, in qualche caso, sono state prese posizioni piuttosto discutibili. Magister non lo rammenta, ma in questo quadro va inserito anche l’increscioso incidente dell’Osservatore Romano con l’Arcivescovo di Recife, a proposito della bambina brasiliana costretta ad abortire. In quell’occasione dovette intervenire la Congregazione per la dottrina della fede a chiudere il caso.

Tutto questo è vero. Però lo stesso Magister è costretto ad ammettere che la partita che si sta giocando è, in fondo, tutta italiana. Senza scomodare la Segreteria di Stato e le sue innegabili tensioni con gli episcopati in diverse parti del mondo, va serenamente riconosciuto che il conflitto è interno alla Chiesa italiana. Non sono un vaticanista, ma mi sembra piuttosto evidente che il vero problema sia l’uscita di scena del Card. Ruini e la sorte del sua creatura, quel Progetto culturale attraverso il quale Ruini pensava di rimanere in qualche modo protagonista anche del “dopo-Ruini”.

Personalmente trovo del tutto normale che una successione provochi qualche scossa di assestamento. Da che mondo è mondo, in qualsiasi ambiente, è sempre avvenuto. Soprattutto quando un determinato ruolo è stato ricoperto dalla stessa persona per tanti anni, e diciamo pure con un certo successo, è inevitabile che l’eredità si riveli alquanto pesante per chi è chiamato a succedergli. Per quanto il successore scelga una linea di continuità, è normale che egli abbia un carattere diverso, adotti uno stile diverso e debba affrontare problemi diversi. Se poi il predecessore aveva una personalità forte, capace di riscuotere l’unanimità e di mettere a tacere eventuali voci discordi, è ovvio che, non appena egli viene sostituito, quell’unanimità improvvisamente scompaia, e ciascuno abbia da dire la sua, dando l’impressione che la CEI sia diventata un’armata Brancaleone.

Ho l’impressione che stia succedendo in Italia quanto, qualche anno fa, accadde nelle Filippine, alla morte del Card. Sin. Fino ad allora sembrava che ci fosse un episcopato compatto (tanto è vero che fu capace di far dimettere due capi di Stato); ora invece ogni Vescovo sembra andare per la sua strada. Ma so per certo che durante la gestione Sin, molti Vescovi non erano affatto d’accordo con lui; solo, non avevano la possibilità (o il coraggio) di esprimere il loro dissenso. Anche in Italia sta avvenendo qualcosa di simile: probabilmente sta emergendo l’insofferenza di molti Vescovi per la linea di Ruini; una linea che allora non poteva essere messa in discussione, ma che ora non si vede il motivo di continuare a seguire.

E veniamo al Progetto culturale. È ovvio che, finché c’era Ruini, esso passava come una scelta della Conferenza episcopale (mentre in realtà era una iniziativa del suo Presidente), e nessuno, per quanto discorde, si permetteva di criticarlo. Ora che Ruini non c’è piú, questo malessere probabilmente sta venendo a galla; e, sebbene per il momento non ci sia un esplicito rifiuto, lo si ignora, lasciando che se ne occupi personalmente il promotore. Assai significativo quanto afferma Magister: «Il Progetto culturale è vivo e continua a operare. Ma c’è, allo stesso tempo, un’inspiegabile freddezza a livelli anche alti della gerarchia cattolica, rispetto a queste iniziative ... Nella stessa prolusione del cardinale Bagnasco ai lavori dell’ultimo consiglio permanente della Cei, le parole “Progetto culturale” non sono state mai pronunciate, nonostante sia noto che proprio il Progetto culturale è uno dei bersagli fondamentali della tumultuosa operazione condotta per defenestrare Boffo. Nessun accenno nemmeno al convegno su Dio, che pure la Cei ha promosso».

Tento di dare una spiegazione. Probabilmente, quando Ruini è andato in pensione, per non farlo sentire messo da parte, e anche come forma di riconoscimento per quanto aveva fatto per la Chiesa italiana, gli si era voluto dare questo “contentino”: Continua ad occuparti del Progetto culturale; in fondo, si tratta di una tua creatura. E forse sta qui l’errore, che è all’origine di tutte le inquietudini odierne. Sí, perché il Progetto culturale non è un giocattolo; o meglio, è un giocattolo estremamente costoso: pensate che certe iniziative non costino nulla? Il Progetto culturale è una macchina mangia-soldi, con risultati peraltro ancora tutti da verificare. Penso (sia ben chiaro, si tratta di una mia supposizione; non ho alcuna entratura negli episcopi d’Italia) che tutto questo incominci a infastidire diverse Eccellenze. Finché Ruini era Presidente della CEI, non si poteva dire nulla; ma ora che lui non è piú nulla, perché continuare a buttar via soldi, senza vederne l’utilità? Oltre tutto, molti Vescovi devono cominciare a temere che da un giorno all’altro qualcuno possa mettere in discussione il meccanismo dell’8 per mille. L’attuale utilizzo dell’8 per mille (Avvenire, Sat2000, Progetto culturale) corrisponde alle finalità per cui esso è stato istituito? Ricordo che, quando ero rettore della Querce, posi espressamente anche a un certo livello la questione di un eventuale finanziamento “interno” delle scuole cattoliche, attingendo all’8 per mille. Fu risposto categoricamente che ciò non era possibile, perché non rientrava fra i suoi obiettivi...

Per cui, tutto sommato, piuttosto che parlare di un possibile conflitto fra CEI e Segreteria di Stato, forse sarebbe piú esatto dire che la Santa Sede si sta facendo in questo momento interprete dei sentimenti di una parte dell’episcopato italiano. Quando, il 9 settembre scorso, il Direttore dell’Osservatore Romano, alla presenza del Card. Ruini, paragonava il Progetto culturale all’Araba Fenice, probabilmente dava voce a un sentimento piú diffuso di quanto non sembri, anche fra i Vescovi.

Io, comunque, una proposta ce l’avrei per venir fuori da questo pasticcio. Vediamo se il Card. Bagnasco la prenderà in considerazione: perché non nominare Sandro Magister Direttore di Avvenire? Allora sí che ci sarà da divertirsi...

martedì 29 settembre 2009

Melloni su Benedetto XVI

L’altro giorno Alberto Melloni ha rilasciato una breve intervista a La Stampa a proposito del Papa. Solo quattro domande. Sulla prima risposta (la domanda riguardava il messaggio lanciato da Benedetto XVI a Praga) si potrebbe pure convenire. Secondo Melloni, Papa Ratzinger a Praga ha riaperto la questione, da tempo tramontata, delle radici cristiane dell’Europa. Questione tramontata, perché l’aveva già posta, senza successo, Giovanni Paolo II. «Ora Ratzinger — sostiene Melloni — ci torna sopra per inerzia». Può darsi che abbia ragione.

Personalmente, mi chiedo anch’io quale possa essere l’utilità di tale richiamo alle radici cristiane dell’Europa. Che l’Europa abbia radici cristiane è un dato di fatto, che nessuno può negare: basta guardarsi intorno, basta studiare la storia, basta conoscere la cultura europea: non si può far finta di non vedere che l’Europa è figlia del cristianesimo. Ma il problema, almeno per noi cristiani, non è tanto quello di riconoscere un dato storico; il problema è che questa Europa, dalle radici cristiane, non è piú cristiana. Questo è il problema di cui, come cristiani, dobbiamo prendere coscienza. L’unica preoccupazione di un cristiano dovrebbe essere non che da qualche parte sia scritto che l’Europa ha radici (giudeo?) cristiane, ma che l’Europa sia effettivamente cristiana. Orbene, c’è da chiedersi: rammentare all’attuale Europa totalmente secolarizzata che essa ha delle radici cristiane è sufficiente perché essa ridiventi cristiana?

Se devo essere sincero, mi ero dimenticato che Giovanni Paolo II era stato per ben tre volte a Praga. Ebbene, quale è stato il risultato di queste tre visite del Papa che riempiva le piazze, del grande comunicatore che trascinava le folle, del leader carismatico che piaceva a i giovani? Che Praga è, a quanto pare, la città piú atea d’Europa. Se non c’è riuscito Wojtyla, col suo carisma, ci riuscirà Ratzinger, col suo stile discreto? Staremo a vedere. Io, per il momento, mi permetto di sollevare qualche dubbio. Perché?

Come ho già scritto in altre occasioni, per me, all’apostasia non c’è rimedio. Essa è uno dei peccati contro lo Spirito Santo (“impugnare la verità conosciuta”); e noi sappiamo che per tali peccati non esiste perdono. Bisogna solo aspettare che questa Europa finisca da sé e che dalle sue ceneri nasca una nuova Europa. In questo momento ciò che importa è che la Chiesa — piccolo gregge, “resto d’Israele” — tenga accesa la fiamma, conservi la fede; cosicché, al momento opportuno possa costituire il seme della rinascita. Ma credo che Ratzinger non sia estraneo a tali riflessioni. Solo che, come Papa, non può farsene interprete piú di tanto, essendo esse politicamente scorrette.

Come vedete, non escludo che in certi casi si possa discutere su ciò che il Papa dice o fa. Anzi, personalmente, io muoverei un ulteriore appunto alla visita di Benedetto XVI nella Repubblica Ceca. Capisco che quest’anno ricorre il XX anniversario della caduta del Muro, e quindi le rievocazioni diventano pressoché inevitabili; ma chiedo: è proprio necessario continuare a parlare di un fenomeno che appartiene al passato? Quale significato può avere condannare oggi il comunismo? Il comunismo andava condannato quando esisteva, non oggi che è morto e sepolto. Troppo comodo scaricare la colpa dell’ateismo e dell’indifferentismo attuali su un regime che non esiste piú da vent’anni. Non sarà per caso responsabile di tale situazione il sistema in cui noi oggi viviamo? Ho l’impressione che il passato diventi spesso un alibi per non parlare del presente: continuiamo a condannare nazismo e comunismo, ma facciamo fatica a esprimere un giudizio critico sul presente, come se vivessimo nel migliore dei mondi possibili. Spesso non ci rendiamo conto (o facciamo finta di non renderci conto) dei limiti del presente e continuiamo a deplorare regimi che la storia ha già definitivamente giudicato. Faccio un esempio: come mai la Chiesa non si esprime in maniera netta sul Trattato di Lisbona (anzi, a quanto pare, i Vescovi irlandesi hanno invitato i loro fedeli a votare a favore della sua ratifica...). Si dirà: non è compito della Chiesa far politica. Bene, se è politica occuparsi del presente, è politica anche esprimere giudizi sul passato; se, al contrario, possiamo esprimere giudizi morali sul passato, possiamo farlo anche nei confronti del presente.

Se, come dicevo, sulla prima risposta si può anche convenire con Melloni, sul resto dell’intervista non si può in alcun modo essere d’accordo con lui. Il giudizio che egli esprime su Benedetto XVI, oltre a essere ingeneroso e offensivo, è totalmente sballato. «Il Papa è un teologo, segue rigidamente la sua linea di pensiero». Vuole dire: Ratzinger è un intellettuale, che vive fuori del mondo, prigioniero dei suoi pensieri, incapace di cogliere la realtà. «Della situazione italiana Ratzinger ha una visione molto limitata, non personalizza il nodo-Italia». Cosa di per sé possibile per uno straniero; ma non è questo il motivo, secondo Melloni; il motivo vero è il suo approccio intellettualistico: «Vede intellettualmente uno scenario in cui si agitano delle culture, delle tensioni. Non vede persone, ma prospettive».

Mi chiedo di chi stia parlando Melloni, se di Benedetto XVI o di sé stesso. Sí, perché quelle parole si attagliano perfettamente a chi le pronuncia: è Melloni l’intellettuale che vive fuori del mondo, applica i suoi schemi mentali alla realtà che lo circonda, è incapace di vedere persone (anche Papa Ratzinger è una persona), ma solo prospettive. Melloni non lo dice espressamente, ma è quel che sottintende: secondo lui, Benedetto XVI è un ideologo. Ma non si accorge che, se in tutta questa storia c’è un ideologo, questo è proprio lui.

Oltre tutto, mi sembra che non sia neppure coerente nella sua sbrigativa descrizione di Papa Ratzinger: da una parte lo considera un intellettuale che vive fra le nuvole; dall’altra, un cinico opportunista: «Il suo ragionamento è lineare: “Berlusconi è il premier, ascolta le nostre sollecitazioni, quindi non c’è ragione per non trattarlo bene”. Il resto sono problemi di carattere dottrinario ... Per il governo, Ratzinger è un cliente complicato perché è un negoziatore che non si arresta nelle sue richieste». Non mi sembra questa la descrizione esatta di un intellettuale che vive rinchiuso nelle sue astrazioni.

A parte il fatto che non ce lo vedo proprio Papa Ratzinger nelle vesti del “negoziatore” insaziabile; ho l’impressione che proprio su questo punto Melloni dimostri, da buon ideologo, di non aver capito nulla di Benedetto XVI. Sembrerebbe che l’unica preoccupazione del Papa sia quella di “difendere i principi non negoziabili”. Ancora una volta, dunque, un uomo che vive di astrazioni e che riduce il cristianesimo a una questione di “principi”. Basterebbe aver letto qualche scritto del Card. Ratzinger o anche solo ascoltare qualche intervento di Benedetto XVI per capire che per lui il cristianesimo non è affatto una questione di principi, ma è, innanzi tutto, un’esperienza, è vita. Ma come può cogliere certe sfumature un uomo accecato dall’ideologia, prigioniero dei suoi schemi mentali? È proprio vero, Melloni non vede persone, ma prospettive.

lunedì 28 settembre 2009

Chiesa e impresa #2

Ancora alcune interessanti riflessioni di David:


«Torno un’ultima volta sul discorso dell’impresa per alcune considerazioni... Ho seguito la vicenda delle nomine allo IOR e devo dire che mi sembra stia andando tutto bene. Non conosco personalmente Gotti Tedeschi, ma ho avuto modo di leggere alcuni suoi scritti, compreso il bel saggio Denaro e Paradiso.

Permettimi alcune considerazioni: la Chiesa ha da sempre un buon rapporto con le banche presenti sul territorio; alcune addirittura hanno un rapporto — mi si passi il termine — “organico” con la Chiesa, nel senso che sono dirette da cattolici da comunione settimanale, sono ispirate da principi cristiani fin negli statuti e spesso hanno sacerdoti, religiosi e laici cattolici negli organi direttivi. Non parlo solo di piccole casse rurali né di un colosso — ormai “secolarizzato” — come il San Paolo di Torino. Mi riferisco alle Casse di Risparmio, alle Banche Cooperative e a tutte quelle centinaia di realtà locali molto ben coordinate fra di loro, che costituiscono circa la metà del banking in Italia. A dir poco la metà... È certamente grazie a loro se da noi sono arrivati solo gli spifferi della immane tempesta finanziaria che ha fatto a pezzi i castelli di carte di banker e investment banker anglosassoni e nord-europei, essendo i “nostri” vaccinati da generazioni contro la tentazione del guadagno facile, staccato dal territorio e dal “fare”. Permettimi di spezzare una lancia a favore anche di Fazio, il penultimo governatore della Banca d’Italia e il primo cattolico praticante a guidare la nostra banca centrale: la sua “Italietta”, cosí sonnolente e poco aperta alle “innovazioni” della finanza anglosassone, ha retto molto bene all’urto... Meglio di altri, senza dubbio. Ora, lungi dal trionfalismo, continuo a sperare che le banche cattoliche si rendano protagoniste — con coraggio e lungimiranza — di questa lunga, difficile stagnazione che potrebbe durare anni e anni e che solo la stampa continua a chiamare “ripresa”. Sí, perché il problema — almeno secondo me — non sono le banche, ma le imprese. Quello che manca alla Chiesa non sono né i rapporti col mondo del credito né quelli con i lavoratori: su entrambi i fronti, la Catholica è messa meglio di chiunque altro al mondo. Mancano invece i rapporti — non solo istituzionali, intendiamoci — col mondo del “fare”: con le imprese industriali, dei servizi, del turismo, persino dell’agricoltura, un tempo la grande alleata dei papisti. Lasciando da parte medicina, comunicazione e formazione, perché si tratta di settori molto particolari, viene da dire che la Chiesa cattolica non coltiva rapporti saldi con le imprese.

Per esempio, sull’immigrazione ha un atteggiamento miope del tipo: Non vogliamo islamizzare l’Italia, ma gli immigrati vanno accolti, devono potersi integrare ecc. Parlo di miopia, perché vede il fenomeno (l’immigrazione), ma non ne coglie il dramma, se non quando lo può osservare da vicino e in modo eclatante (tragedie in mare, sfruttamento ecc.). Ma c’è un altro dramma, che si trova — passami il termine sessantottino — a monte di questo: sono le nazioni di origine dei flussi migratori, che vengono depredate di tecnici, ingegneri, agronomi, insegnanti e contabili per farne operai senza specializzazione, raccoglitori di pomodori, colf e badanti... La Chiesa potrebbe invece coordinarsi con le imprese dirette dai propri figli che delocalizzano per intervenire tutti insieme nei Paesi stranieri con credito, formazione, know-how, progetti... Se è vero che sotto molti aspetti le migrazioni sono una benedizione, per altri è una minaccia alle chance di emergere dei Paesi. La Chiesa lo potrebbe fare attraverso le diocesi, le conferenze episcopali, i movimenti cattolici o anche laici con capacità organizzative. La Comunità di Sant’Egidio o Comunione e Liberazione hanno già dimostrato di avere i mezzi per agire in modo concreto e positivo...

Il buon rapporto con le banche non deve essere un fine, ma uno strumento: le imprese hanno da imparare dalla Chiesa come si progetta nel lungo periodo, senza puntare al profitto immediato e facile. La crisi di molti distretti industriali in Italia, come quello pratese, sta proprio in questo: è venuto meno l’entusiasmo, che l’imprenditore agli inizi ha e che lo rende simile al missionario, al quale anche il solo fatto di essere ben accolto da non battezzati riempie il cuore di speranza. Sono passate le generazioni, i padri e i nonni, dopo aver avviato l’azienda fra sacrifici e trepidazione, ora hanno passato la mano ai figli, che sono cresciuti senza sofferenze e sono impreparati alle sfide; puntano perciò al guadagno veloce e sicuro, al reddito e alla bella vita. Un po’ come quelle Chiese dell’Africa e del Medio Oriente che — passate le persecuzioni — si dedicarono alle speculazioni filosofiche e teologiche e disprezzarono quanti erano restati fedeli alla fede semplice dei Padri e l’attività missionaria: arrivò l’Islam e di loro non restarono che poche enclave. Quando restò qualcosa... Dalla Chiesa l’imprenditore ha da imparare come — pur con tutte le umane debolezze — un’impresa possa durare nei secoli, restando sempre fedele a sé stessa. La Chiesa può fare molto, non solo come carità missionaria e assistenza ai bisognosi ma anche cercando di coinvolgere le imprese in progetti ispirati alla fede.

“Voi siete il sale della terra ... la luce del mondo ... se il sale perdesse il suo sapore, a cosa servirebbe?” Non era rivolto anche a chi produce, a chi commercia, a chi fornisce servizi alla società quanto detto dal Signore? Senza lo spirito cristiano e senza perseguire progetti ispirati dalla fede, a cosa serve l’impresa? Perché non pensiamo a quale sia la differenza fra una multinazionale che pianta e raccoglie frutta in un Paese africano e chi — oltre a dare ai lavoratori del loro secondo equità — investe anche per quel territorio, nella formazione, nello sviluppo e nella promozione umana? Osserviamo come si muovono gli investitori cinesi o quelli dei Paesi anglosassoni in Sud America o in Africa e domandiamoci se un giorno il Signore — che pure è misericordioso — ci chiederà conto anche di questo: “Ero prigioniero e voi non mi avete visitato”...».


Non mi intendo di banche, per cui mi fa molto piacere leggere quanto scrive David a tale proposito. Anche se non posso negare una certa apprensione per l’attuale situazione, che ritengo drammatica per tutti. Se il sistema crolla, penso che inevitabilmente tutti vi saranno coinvolti.

Mi sembra, ancora una volta, estremamente interessante il discorso sul rapporto fra Chiesa e impresa. Evidentemente, David se ne intende... Personalmente penso che il discorso sull’accoglienza e quello sulla delocalizzazione non siano alternativi, ma complementari. Anche perché noi abbiamo bisogno di questi immigrati. Ma è vero che queste masse di lavoratori, spesso qualificati, che lasciano la loro patria per andare in Europa e in America a fare i lavori piú umili, rappresentano un impoverimento notevole dei loro paesi in termini di risorse umane (anche se, allo stesso tempo, esse contribuiscono in maniera determinante allo sviluppo dei loro paesi con le loro rimesse finanziarie).

Di entrambi i problemi (migrazioni e delocalizzazione) si è occupata la recente enciclica Caritas in veritate. Nel mio post del 9 luglio scorso elencavo queste due tematiche fra i punti piú deboli dell’enciclica (in quanto meritevoli, secondo me, di un approfondimento ulteriore, che però — va riconosciuto — non poteva essere fatto nel contesto di un’enciclica). In particolare ciò che l’enciclica dice a proposito della “delocalizzazione” (in inglese, outsourcing) è stato fortemente criticato nei paesi beneficiari di tale dislocazione del lavoro, quasi che il Papa si sia fatto interprete degli interessi dell’“aristocrazia del lavoro bianco”, dimenticandosi degli interessi dei popoli del terzo mondo. L’enciclica, infatti, al n. 40, invita a tener conto non soltanto degli interessi degli azionisti (shareholders), ma anche di quelli degli stakeholders (“i lavoratori, i fornitori, i consumatori, l’ambiente naturale e la piú ampia società circostante”). Effettivamente, a una lettura superficiale, l’enciclica potrebbe dare l’impressione che sia preoccupata esclusivamente dei posti di lavoro che si perdono in Europa e in America, e poco interessata ai benefici che la delocalizzazione di fatto apporta ai paesi del terzo mondo. Ma, se si legge attentamente il testo, ci si accorge che la Chiesa non è affatto indifferente alle sorti dei popoli piú poveri.

Probabilmente una via d’uscita da questo “conflitto di interessi” potrebbe essere proprio quella di invitare gli imprenditori, piú che a delocalizzare (cosa che inevitabilmente danneggia i lavoratori del primo mondo), semplicemente a investire nel terzo mondo (con beneficio dell’impresa e delle popolazioni piú povere).

D’accordissimo con David sulle cause della crisi delle imprese italiane (ma non solo...). Queste non sono andate in crisi solo a causa della negativa congiuntura internazionale (certo, anche questo), ma soprattutto per ragioni “culturali”: il cambio di mentalità intervenuto nelle nuove generazioni (frutto, chiaramente, di una “rivoluzione culturale” non certo fortuita, ma deliberata). Quando lo scopo della vita è il guadagno facile e immediato, quando non si ha la consapevolezza che il successo di un’impresa è frutto di fatica e di sacrificio, è inevitabile che l’impresa vada presto in crisi.

Vorrei terminare con un esempio che ha suscitato la mia ammirazione in questi anni trascorsi nelle Filippine. L’uomo attualmente piú ricco in quel paese si chiama Henry Sy. È nato in Cina nel 1924. A causa della povertà, all’età di 12 anni, si trasferí a Manila con suo padre, aiutandolo in una botteguccia di alimentari (sari-sari store), che andò distrutta durante la seconda guerra mondiale. Aprí quindi un negozio di scarpe... Ora è proprietario di una catena di oltre trenta centri commerciali (SM Malls). E questo in un momento di crisi per l’economia internazionale. La sua filosofia: le crisi sono un’opportunità. Non solo lui è diventato l’uomo piú ricco delle Filippine, ma contemporaneamente ha dato lavoro a migliaia di persone, contribuendo allo sviluppo del paese che lo ha accolto. Tali risultati non sono certo il prodotto del caso, ma il frutto di costante impegno e sacrificio. Se Mr. Sy avesse cercato il guadagno immediato, forse a quest’ora starebbe ancora vendendo scarpe...

domenica 27 settembre 2009

XXVI domenica "per annum"

Anche i discepoli di Gesú — compreso Giovanni, il “discepolo prediletto” — avevano la mentalità della setta, del partito: «Maestro abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». Per loro non era importante che quel tale scacciasse i demoni nel nome di Gesú, ma che non facesse parte del loro gruppo.

Per Gesú la mancata appartenenza al gruppo dei discepoli è ininfluente; ciò che conta è che quegli operi nel suo nome: «Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi».

Quest’ultima frase potrebbe apparire in contraddizione con una simile affermazione di Gesú che troviamo nel vangelo di Matteo: «Chi non è con me è contro di me» (Mt 12:30). In realtà, se ben riflettiamo, ci accorgeremo che non esiste alcuna contraddizione. In Matteo, Gesú sta parlando del rapporto con la sua persona, che risulta indispensabile. E infatti nel caso del vangelo odierno, l’adesione a Cristo da parte dell’esorcista c’era (scacciava i demoni nel suo nome); ciò che mancava era l’appartenenza al gruppo dei discepoli, che, a quanto pare, risulta non indifferente, ma certamente secondaria, perlomeno su un piano formale. Dico: “su un piano formale”, in quanto proprio qui si pone il problema della vera natura della Chiesa: essa non è una setta, non è un partito, non è un’associazione che richiede un’iscrizione. Essa è la famiglia di tutti i credenti in Cristo: chiunque può farne parte.

Nei suoi confronti è sufficiente un atteggiamento di “non belligeranza”: «Chi non è contro di noi è per noi». Mentre nei confronti di Cristo è necessaria una esplicita adesione; nel caso della Chiesa, basta non opporvisi, per farne parte (a patto che ci sia la fede in Cristo). E tale fede è spesso presente al di là dei confini della Chiesa, perché il Signore concede i suoi doni quando vuole, come vuole, dove vuole e a chi vuole. Non siamo noi che possiamo porre limiti alla sua azione. Si direbbe che l’adagio tomistico «Deus non alligavit gratia sacramentis» si applichi, innanzi tutto, al sacramento dei sacramenti, alla Chiesa. Ma ciò non toglie alla Chiesa il suo carattere universale (“sacramento universale della salvezza”)? No, anzi lo accentua: essa è lo strumento di salvezza per tutti gli uomini, non solo per quelli iscritti alla sua anagrafe.

Vivendo in un ambiente multireligioso, sto vedendo con i miei occhi come il popolo di Dio non sempre coincida con i cristiani battezzati. Lo Spirito agisce anche al di fuori dei confini della Chiesa cattolica. La fede in Cristo è molto piú diffusa di quanto non sembri. Molti credono in Cristo; ma, per motivi che non sta a noi giudicare, non aderiscono formalmente alla Chiesa. Ma forse senza saperlo, forse in maniera anonima, ne fanno già parte. «Chi non è contro di noi è per noi».

sabato 26 settembre 2009

Chiesa e impresa

David mi ha inviato un messaggio, come al solito ricco di spunti di riflessione:


«Torno sul caso della Chiesa, oggi restia a ragionare in termini di impresa. Premetto che non sono un fanatico del “libero mercato”: Lehman Brothers non mi è crollata sulla zucca...

La storia della Chiesa per molti secoli è stata piena di religiosi, sacerdoti e laici che si sono “sporcati le mani” in economia. Ti ricordo i monaci benedettini e cistercensi che hanno rivoluzionato attorno all’anno Mille le tecniche agricole e che fino a Napoleone hanno saputo gestire enormi proprietà tenendo insieme innovazione, rispetto della persona e del territorio e sviluppo economico: non c’è quasi vino, formaggio o salume in Italia che non sia “figlio” loro! Credo che pesino qualcosa come il 10% del PIL italiano e forse il doppio nell’export. Ti ricordo anche — come esempi — Sant’Omobono, Marco Polo e Francesco Datini, che seppero fondare imperi commerciali e considerarono Messer Domineddio come il loro miglior investimento: aiuto ai poveri, apostolato, formazione, arte sacra, sostentamento del clero, missione... Quante cose un imprenditore poteva fare per non perdere la sua anima, mentre guadagnava il mondo intero! Viene in mente Ignazio di Loyola che, tenendo i conti dell’azienda agricola di famiglia, fu ispirato a discernere il bene dal male cosí come si distingue il vino buono dal vino da aceto... Che dire poi dei figli di Sant’Ignazio, che si attirarono l’ira dei nobili sfaccendati europei perché con gli indios seppero fare meraviglie, anche in termini di produzione, di organizzazione del lavoro ecc.? Per non parlare poi dei santi che hanno chiesto al Padrone della Messe di diventare soci nell’Impresa piú grande e innovativa del mondo: la Redenzione degli uomini, mettendo al servizio le loro imprese, le terre, l’ingegno... Pensiamo a Giulia Colbert, a Francesco Faà di Bruno...

Ti voglio far notare come il Maestro Divino non chieda ai ricchi (ma gli imprenditori sono tutti ricchi? tutti i ricchi sono imprenditori?) di abbandonare la loro ricchezza: lo chiede agli ingordi, a quanti ragionano secondo il mondo. Questi sono i ricchi. Un Leonardo Mondadori, convertito prima della morte, pur pieno di denari, avrebbe potuto essere povero e umile nel cuore, ti pare?

Rileggiamo insieme la parabola del Buon Samaritano, l’imprenditore come piace al Signore:

Costui “era in viaggio” dalle parti di Gerusalemme, quindi per motivi di commercio, non essendo quella la città santa per lui. Passando accanto al suo prossimo “n’ebbe compassione”. Il Signore aggiunge: “Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui”. Ha un cavallo e ricche provviste, probabilmente è vestito bene e ha pure fretta (Gerusalemme non doveva essere sicura per lui, eretico), ma ha compassione del prossimo, fa sue cioè le sofferenze di uno sfortunato. A questo punto, capisce che è arrivato il momento di fare un investimento importante: “Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in piú, te lo rifonderò al mio ritorno”. E cosí accumula tesori in Cielo. Il Signore non lo ripagherà il sabato, ma al tempo opportuno...

C’è da chiedersi perché la Chiesa non invogli i suoi figli a fare questo... Ha forse paura di essere tacciata di paternalismo dai miseri — e fallimentari — eredi del socialismo?

Vedi, lo scandalo non sono i sacerdoti o i cattolici che maneggiano denari, ma i cattivi sacerdoti e laici cattolici che lo fanno: la differenza fra Giuda, “che teneva la borsa” ed “era ladro”, e Simon Pietro, che estrae la moneta dalla bocca del pesce per pagare le tasse, non sta nei denari maneggiati, ma in chi li maneggia. Fra un sacerdote “malandrino” e Don Bosco (o Padre Pio), che fa il fund raiser, la differenza la fa la stoffa dell’uomo, non le monete che tintinnano in tasca. E lo sai bene che “un albero buono darà frutti buoni”. Vogliamo ascoltarLo, una buona volta?»


Come al solito interessante la ricostruzione storica, che indirettamente ci invita a sbarazzarci una volta per tutte dei pregiudizi verso il passato, che ci sono stati istillati dalla cultura illuministica, e a “riappropriarci” della nostra storia, di cui non abbiamo proprio da vergognarci, ma semmai andar fieri. Sono stati commessi degli errori, certo (ma non continuiamo a commetterli anche oggi? e non li hanno commessi e commettono anche quelli che cristiani non sono?); ma quante realizzazioni è stata capace la Chiesa di produrre nel corso dei secoli?

Molto interessante anche la rilettura della parabola del buon Samaritano: sinceramente, non ci avevo mai pensato. Penso che quanto affermato da David, da un punto di vista etico, sia corretto: il denaro, in sé stesso, non ha alcuna valenza morale; non è lo “sterco del diavolo”, come una certa mentalità manichea vorrebbe farci credere. Tutto sta a come lo si usa. Il problema non è il denaro, ma il cuore di chi lo maneggia. Dalle mani di una persona distaccata possono passare fiumi di denaro, utilizzati per la gloria di Dio e il benessere dei fratelli. Un cuore attaccato al denaro può peccare anche con pochi spiccioli. Gli esempi di santi portati da David mi sembrano piú che sufficienti.

Ciò non significa che non ci siano pericoli. È dell’altro giorno la notizia dell’ennesima ristrutturazione dello IOR (speriamo che questa sia la volta buona!): segno, questo, che, quando si maneggia il denaro, anche con le migliori intenzioni, si rischia di “sporcarsi le mani”. Che fare allora: stare alla larga da mammona? Ma in tal modo si rischierebbe di cadere in un pericolo ben maggiore: per non sporcarsi le mani, si rischia di non aiutare piú i bisognosi. L’Angelica Paola Antonia Negri (di cui ci siamo già occupati su questo blog), in una lettera scritta a suo nome da Sant’Antonio Maria Zaccaria, afferma:

«Sotto l’apparenza di falsa umiltà e di non voler sembrare di avere grazie, ho diminuita e tolta l’utilità del prossimo, confermandomi in questo gli scrupoli, i quali mi suggerivano che tutto quello che mi veniva in mente di dire o di fare derivasse dalla vanagloria ... E in tal modo ho seppellito il talento di rendermi utile al prossimo. E pian piano ho perso il primo fervore che avevo di guadagnare il prossimo; e, dietro a questo, il lume e la conoscenza del mio procedere interiore ... E cosí, impaurita dalla mia stessa ombra, resto in tiepidezza, avendo nel predetto modo perso il mio primo lume. E minor male mi sarebbe stato, nel sollecitare gli altri, l’essermi in parte impolverata, ritenendo detto lume, che non, lasciando loro, aver perso quello, che mi dava la vita interiore, e all’ultimo mi avrebbe mondata da tal polvere. Guardate, amabile Padre, che cosa fa il troppo temere i propri doni: ... il temere la propria ombra ci fa, mentre fuggiamo un vizio, cadere in un altro maggiore».

Sembrerebbe che la Negri stia descrivendo la situazione della Chiesa attuale: tutta preoccupata di non insudiciarsi, essa non si accorge di venir meno ai doveri che le derivano dalla missione che il Signore le ha affidato. È curioso constatare come spesso ci preoccupiamo di non impolverarci, e non ci accorgiamo di essere seduti nel fango.

venerdì 25 settembre 2009

Intelligenti pauca

Dalla prima lettura della liturgia odierna:

«Chi rimane ancora tra voi che abbia visto questa casa nel suo primitivo splendore? Ma ora in quali condizioni voi la vedete? In confronto a quella, non è forse ridotta a un nulla ai vostri occhi?

Ora, coraggio, Zorobabele — oracolo del Signore —, coraggio, Giosuè, figlio di Iosadàk, sommo sacerdote; coraggio, popolo tutto del paese — oracolo del Signore — e al lavoro, perché io sono con voi — oracolo del Signore degli eserciti —, secondo la parola dell’alleanza che ho stipulato con voi quando siete usciti dall’Egitto; il mio spirito sarà con voi, non temete.

Dice infatti il Signore degli eserciti: Ancora un po’ di tempo e io scuoterò il cielo e la terra, il mare e la terraferma. Scuoterò tutte le genti e affluiranno le ricchezze di tutte le genti e io riempirò questa casa della mia gloria, dice il Signore degli eserciti. L’argento è mio e mio è l’oro, oracolo del Signore degli eserciti.

La gloria futura di questa casa sarà piú grande di quella di una volta, dice il Signore degli eserciti; in questo luogo porrò la pace».

(Aggeo 2:3-9)

giovedì 24 settembre 2009

Don Milani

Mi è stato chiesto che cosa penso di don Milani. Beh, quando è morto (1967) ero ancora un ragazzo (avevo dodici anni). Il primo contatto con lui lo ebbi al ginnasio, quando, durante l’ora di religione, leggemmo alcune pagine di Lettere a una professoressa; ma, sinceramente, non ci trovai niente di interessante. Già a quell’epoca, era diventato un’icona della sinistra. Per questo motivo, in un periodo cosí ideologizzato come quello, io, che mi consideravo un accanito anticomunista, non potevo simpatizzare per un tipo come don Milani. Bastava un’espressione come “L’obbedienza non è piú una virtú” per alienargli le mie simpatie. Non che lo combattessi o lo criticassi (non conoscendolo, sarebbe stato scorretto); semplicemente, lo ignoravo.

Passarono molti anni. Un giorno, quando ormai avevo abbracciato la vita religiosa (ma non ero ancora diventato sacerdote), viaggiando in macchina con un mio confratello, non so come, il discorso cadde su don Milani. Il mio confratello mi chiese se lo conoscessi. Al che risposi di no. E lui mi invitò a leggere qualcosa di lui, perché — mi disse — “è una bella figura, con una profonda spiritualità”. Rimasi interdetto: don Milani, una bella figura con una profonda spiritualità? Ma se per me non era mai stato nulla di piú che un prete politicante... La cosa finí lí. Ma rimase in me la curiosità di sapere chi fosse realmente don Milani. Qualche tempo dopo comprai le Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana, e cominciai a leggerle. Fu una rivelazione: scoprii un personaggio straordinario, di cui condividevo buona parte delle idee. Per esempio, il fatto che rifiutasse i metodi pastorali in voga al suo tempo (oratorio, sport, cinema, TV, ecc.) e che in quegli anni stavano ormai mostrando tutti i loro limiti, e che avesse puntato tutto esclusivamente sulla scuola, non poteva che riscuotere la mia approvazione.

Diventato sacerdote e studente all’Università di Bologna, ebbi la fortuna di dover leggere, per l’esame di letteratura italiana, Esperienze pastorali. Anche in questo caso, lo trovai un libro straordinario. E non riuscii a capire per quale motivo il Santo Uffizio ne avesse disposto il ritiro dal commercio: non ci trovavo assolutamente nulla di eretico.

Ebbi successivamente modo di approfondire il rapporto, contrastato, di don Milani con i Barnabiti. Quando la sua famiglia si era trasferita a Milano, fu alunno, per un breve periodo, dell’Istituto Zaccaria, e proprio in quel periodo chiese, con grande stupore della famiglia, di ricevere la prima comunione. Quando era priore di Barbiana, non poteva non rimarcare il carattere alternativo della sua esperienza educativa rispetto quella dei Barnabiti, educatori della borghesia. Non esitò però a chiedere in prestito alla Querce un cannocchiale per i suoi ragazzi, e mantenne sempre ottimi rapporti col compianto Padre Luigi Rima.

Che cosa penso oggi di lui? Penso che sia stata una figura importante nella storia recente della Chiesa italiana. Non ho difficoltà ad ammettere che fosse un estremista (non in senso politico, ma per la radicalità delle sue posizioni), un rigorista, oggi diremmo un fondamentalista, un “talebano”. Ma ciò non significa niente; è solo l’involucro esteriore di una esperienza umana, spirituale e pastorale eccezionale.

Certamente aveva un carattere difficile. Ricordo che un giorno, quando ero rettore alla Querce, ebbi l’occasione di incontrare Michele Gesualdi, allora Presidente della Provincia. Tentai di strappargli qualche confidenza; ma lui, molto evasivamente, mi rispose: “Don Lorenzo era un tipo un po’ particolare...”. Certi eccessi, innegabili, possono inoltre essere facilmente ricondotti all’ambiente in cui è vissuto: chi non è mai stato in Toscana non può capire certe cose.

Ma il suo rigorismo ha anche una spiegazione razionale, che non si può non condividere:

«Se la vita è un bel dono di Dio non va buttata via e buttarla via è peccato. Se un’azione è inutile, è buttar via un bel dono di Dio. È un peccato gravissimo, io lo chiamo bestemmia del tempo. E mi pare una cosa orribile perché il tempo è poco, quando è passato non torna».

Fu un cattocomunista? A stare alla famosa lettera a Pipetta, si direbbe proprio di no:

«Ma il giorno che avremo sfondato insieme la cancellata di qualche parco, installato insieme la casa dei poveri nella reggia dei ricchi, ricordati Pipetta, non ti fidare di me, quel giorno ti tradirò. Quel giorno io non resterò lí con te. Io tornerò nella tua casuccia piovosa e puzzolente a pregare per te di fronte al mio Signore crocefisso».

L’obiezione di coscienza? Beh, oggi dovremmo ringraziarlo per quella battaglia, che pose per la prima volta una questione diventata ai nostri giorni di estrema attualità.

Non si può in alcun modo mettere in discussione il suo amore alla Chiesa:

«Non mi ribellerò mai alla Chiesa, perché ho bisogno piú volte alla settimana del perdono dei miei peccati e non saprei da chi altri andare a cercarlo quando avessi lasciato la Chiesa».

«T’ho scritto solo per metterti in guardia contro te stesso e per difendere la mia carissima moglie Chiesa che amo tra infiniti litigi e contrasti (come ogni buon marito usa fare)».

Interessante notare, a questo proposito, che gli ultimi anni della vita di don Milani coincisero con il Concilio Vaticano II. Ebbene, leggendo i suoi scritti, sembrerebbe che quell’evento non sia mai avvenuto: mai una espressione di approvazione nei confronti di un avvenimento che stava suscitando tanti entusiasmi nella Chiesa. Quando i preti cominciavano ad “adattarsi” al mondo, egli non smise mai la sua talare. A quanto mi risulta, il rapporto con Giovanni XXIII, il “Papa Buono”, il profeta della “nuova primavera della Chiesa”, fu di reciproca disistima.

Ma la cosa piú commovente è, secondo me, l’attaccamento ai suoi ragazzi, che rivela la sua profonda umanità e, al tempo stesso, lascia intravedere il mistico che si nascondeva sotto quel carattere burbero:

«Quando avrai perso la testa, come l’ho persa io, dietro poche decine di creature, troverai Dio come un premio».

«[Cari ragazzi], ho voluto piú bene a voi che a Dio, ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo conto».

mercoledì 23 settembre 2009

Il latino nella Chiesa

Ieri il quotidiano Italia Oggi ha pubblicato un articolo di Marco Bertoncini, dal titolo “Latino derelitto in Vaticano”. Prendendo spunto dalla recente pubblicazione dell’edizione latina dell’ultima enciclica di Benedetto XVI Caritas in veritate (che porta la data del 29 giugno 2oo9), l’articolista rileva come il latino sia ormai diventato una specie di cenerentola, oltre che nella Chiesa in genere, anche all’interno delle mura leonine.

Che i preti non conoscessero piú il latino, lo si sapeva da tempo; ma, se devo essere sincero, è da non minor tempo che mi ero reso conto della scarsa padronanza della lingua di Cicerone da parte delle nuove leve nei dicasteri della Curia Romana. Qualche anno fa, quando ero a Roma, nella nostra Curia generalizia, da una delle Congregazioni ci arrivò un decreto di nomina con uno stupefacente “Alexandrius” (che, secondo lo sprovveduto estensore, sarebbe dovuto essere il corrispettivo latino dell’italiano “Alessandro”). E quando fu dichiarata l’eroicità delle virtú di uno dei nostri Servi di Dio, dovemmo apportare non pochi ritocchi al relativo decreto prima della pubblicazione.

A dire il vero, all’uscita dell’enciclica, lo scorso luglio, non mi ero reso conto che il testo ufficiale latino non era stato pubblicato. È però risaputo che qualcosa di simile successe con il Catechismo della Chiesa Cattolica: 1ª edizione, nelle diverse lingue moderne, 1992; edizione latina, “approvata e promulgata” con una specifica lettera apostolica, 1997. In tal caso, forse, la dilazione può essere stata anche provvidenziale, dal momento che permise di “ripensare” il testo e apportarvi alcune modifiche.

C’è da meravigliarsi della presente situazione? Non piú di tanto: la Chiesa non vive fuori dal mondo; non tutto dipende sempre e solo dalle sue decisioni; spesso essa subisce le conseguenze di scelte fatte altrove o, piú in generale, di fenomeni che sfuggono al suo controllo. Personalmente ritengo che l’ignoranza del latino nella Chiesa è il risultato di diversi fattori.

Innanzi tutto, è il risultato della disistima, in Occidente, per la cultura classica. In Italia, ancora ancora, non possiamo lamentarci. In fondo, esiste ancora il liceo classico (dopo aver girato un po’ il mondo, mi sono convinto che si tratta del miglior tipo di scuola in assoluto); ma altrove, dove si studiano ancora le lingue classiche?

C’è poi da considerare le diverse modalità di reclutamento del clero. Fino a cinquant’anni fa, si entrava in seminario da bambini, e tutti seguivano in esso gli studi classici. Oggi si arriva in seminario avanti negli anni, dopo aver compiuto studi di vario genere (spesso anche tecnico-professionale); per quanto in seminario si cerchi di recuperare, mancando le basi, è come costruire sulla sabbia.

C’è infine da ricordare il fenomeno della internazionalizzazione della Chiesa. Oggi, la maggior parte delle vocazioni vengono dal terzo mondo, dove il massimo che si può desiderare è la conoscenza di una lingua europea (inglese o francese). Il latino? Semplicemente, non esiste.

Si dirà: a prescindere dal contesto in cui si vive, la Chiesa dovrebbe organizzarsi per conto proprio al suo interno; nei seminari lo studio del latino dovrebbe essere obbligatorio. Sí, certo. Il problema è che le leggi in tal senso già ci sono; ma rimangono lettera morta, come le gride di manzoniana memoria, appunto perché il contesto in cui si vive, non permette di metterle in pratica.

Scusatemi se faccio riferimento, ancora una volta, alla mia personale esperienza; è solo per farvi capire. Ho vissuto per cinque anni nelle Filippine. I nostri studenti teologi frequentavano (e tuttora frequentano) il Divine Word Seminary dei Verbiti a Tagaytay, dove, come in tutte le altre scuole di teologia, è richiesta, per l’ammissione, la conoscenza del latino, che può essere certificata con una dichiarazione. Siccome io mi rendevo conto che i miei studenti non conoscevano affatto il latino (nonostante dichiarassero di averlo studiato durante il noviziato), proposi ai responsabili del Seminario l’istituzione di una Scuola di lingue classiche e moderne, interna al Seminari stesso, che permettesse uno studio serio delle diverse lingue; per il latino e l’italiano diedi anche la mia disponibilità. Non se ne fece nulla. A quel punto incominciai, per mio conto, a insegnare in casa ai miei studenti latino e italiano (che per il nostro Ordine è un po’ una sorta di lingua franca). All’inizio, potete immaginare le battaglie; ma a poco a poco incominciarono ad apprezzare queste lingue. Anzi, se devo essere sincero, riuscivano meglio in latino (naturalmente, un latino ecclesiastico) che in italiano. Ora ho lasciato le Filippine: pensate che qualcuno continuerà ha insegnare loro il latino? Per l’italiano non ci sono problemi, dal momento che i nuovi responsabili, filippini, hanno tutti studiato in Italia; ma il latino, nessuno lo sa. Un giorno mi divertii a fare una ricerca su internet, per cercare una (dicasi: “una”) facoltà di lingue classiche nelle università filippine, civili o ecclesiastiche. Ebbene, non l’ho trovata: se un filippino volesse studiare il latino o il greco, non troverà in patria nessuna scuola dove farlo (e pensare che il loro eroe nazionale, José Rizal, aveva voti eccellenti in latino e greco!).

Il problema è questo. Facile dire: bisogna che i candidati al sacerdozio studino il latino. Sí, ma chi glielo insegna? Sono d’accordo che non ci si può rassegnare. Bisogna fare qualcosa, ma nella consapevolezza che, se si vuole essere efficaci, lo sforzo sarà notevole e i tempi necessariamente lunghi. L’esperienza raccolta in questi anni mi ha insegnato che non c’è bisogno di ingrullire per cinque anni su Cicerone o sul De bello Gallico per comprendere il latino liturgico o canonico. Esistono delle eccellenti grammatiche che permettono in tempi ragionevoli di orientarsi nei meandri del latino ecclesiastico.

Anche perché non è necessario partire dal piú difficile per arrivare al piú facile; semmai, è vero il contrario. Io ho frequentato il classico, che certamente mi ha dato delle buone basi grammaticali; però, se devo essere sincero, quando ho terminato il liceo, non posso dire che conoscessi il latino. Ho cominciato ad apprezzare quella lingua e a capirci qualcosa, quando sono arrivato all’Angelicum e ho iniziato a leggere San Tommaso nel testo originale. Quel latino medievale facile facile mi ha permesso di prendere dimestichezza con una lingua che, fino ad allora, mi era apparsa decisamente ostica. Poi ho continuato a tenermi in esercizio con la recita dell’Ufficio divino in latino (dove però ancora incontro difficoltà, specialmente in certe traduzioni umanistiche dei padri greci), e sono arrivato al punto di dilettarmi, di tanto in tanto, anche in qualche semplice composizione.

A Roma esistono istituzioni che permettono di uscire dall’impasse: all’Università Salesiana c’è la Facoltà di Lettere Cristiane e Classiche (l’ex Institutum Altioris Latinitatis); alla Gregoriana un tempo c’era la Scuola Superiore di Lettere Latine (non so se esista ancora). Bisognerebbe fare un piano, in modo che tutte le diocesi del mondo, come mandano qualche studente a studiare Sacra Scrittura, teologia o diritto canonico, cosí mandino pure qualcuno a studiare latino, in modo che possa diventare insegnante nei locali seminari. So che non è facile, ma neppure impossibile. È tutta una questione di volontà politica. Certamente non è sufficiente contare, in questo caso, sulla Fondazione Latinitas, che non è competente in materia. Bisognerebbe che la Congregazione per l’Educazione cattolica prendesse in mano la situazione. Volere è potere. Ops! Velle est posse.

martedì 22 settembre 2009

Ancora sulla diaspora arabo-cristiana

La realtà è sempre complessa; la tentazione è quella di semplificarla oltre il necessario, per ridurla entro gli angusti limiti dei nostri schemi mentali. Dovremmo ricordarci sempre di questa verità, se vogliamo rimanere in contatto con la realtà e non rinchiuderci nelle gabbie dell’ideologia. Per questo è utile ascoltare le opinioni di tutti, anche quando queste non collimano totalmente con le nostre, perché in tal modo abbiamo la possibilità di verificare se le nostre idee corrispondano davvero alla realtà o sono semplicemente frutto dei nostri pregiudizi.

Il mio post dell’altro giorno sulla sorte dei cristiani in Terra Santa ha raccolto discreti consensi; segno, questo, che si tratta di una preoccupazione ampiamente condivisa. Cosa che non può che far piacere. David però mi ha scritto invitandomi ad allargare lo sguardo, per rendermi conto che il problema è piú complesso di quanto non sembri; o, per lo meno, può avere diverse spiegazioni. Penso che sia utile per tutti considerare questo altro punto di vista, che può certamente arricchire la nostra riflessione.


«Permettimi due parole sulla “diaspora” degli arabi cattolici (melkiti, maroniti, bizantini, romani, ecc.) dalla Palestina e da Israele, ma anche da Libano, Iraq, Egitto, Siria e Iran... A ben vedere, è un fenomeno che non dipende solo dalle politiche di Israele, ma anche da fattori differenti. Prima di tutto, chi sono questi arabi cattolici? Sono spesso commercianti, professionisti, intellettuali e imprenditori, che emigrano prima di tutto verso le Americhe e non lo fanno da ora, ma da almeno settanta anni: basti guardare quanti vivono in Brasile, in Uruguay, negli Stati Uniti e soprattutto in Argentina, dove oggi sono milioni e esprimono la migliore classe dirigente di quei Paesi. Persino arabi musulmani sono emigrati con loro e sono diventati cattolici, come nel caso dell’ex-presidente Menem. Emigrano in cerca di condizioni di vita migliori, non solo di pace: lo fanno perché se lo possono permettere e perché intendono dare ai loro figli condizioni di vita all’altezza della loro istruzione e della loro cultura. Fanno lo stesso che fecero Irlandesi, Italiani e Bavaresi nell’Ottocento; Polacchi, Slovacchi e Croati anche ai nostri giorni... Cosí facendo portano con sé la loro fede, che non va perduta anzi — specie nelle Americhe — si diffonde e si approfondisce, apportando elementi di coraggio a comunità cattoliche spesso fiaccate e spaventate dopo decenni di governi ateo-massonici. [...]

Se la Chiesa vuole mantenere una “fiaccola” accesa in Terra Santa [...], allora stimoli giovani cattolici europei, asiatici e americani a stabilirsi in loco: i Filippini si troveranno certo meglio che nel Golfo e in Arabia Saudita, dove milioni di lavoratori sono spesso (ma non sempre) privati della libertà di praticare la loro fede. Scoprirà cosí che forse Israele è meno nemico di quanto possa sembrare... Lungi da noi l’idea di proteggere i cattolici di lingua araba come una specie in via di estinzione, forzata a restare in loco solo perché meno istruiti e meno fortunati di altri loro connazionali da tempo stabilitisi in Brasile o in Australia.

Soprattutto, se vogliamo che restino, offriamo loro ragioni per farlo: non vedo perché la Chiesa non stimoli imprenditori cattolici (ce ne sono eccome!) a investire in loco per dare ragioni serie di restare a quanti vogliono farlo. Non possiamo pensare che vogliano solo vendere ninnolini religiosi! In Egitto, per dire, gli imprenditori copto-ortodossi quasi sempre investono dove ci sono comunità di loro correligionari e assumono quanti hanno la loro stessa fede. Se vuol farlo, Pietro non ha che da tirare fuori dalla bocca del pesce la moneta... Ti ricordo le sagge parole di Padre Pio, quando parlava di una follia come costruire un modernissimo policlinico in un paesello depresso e isolato del Sud Italia: “La Madonna apre i cuori... ma apre anche i portafogli!”».


Mi pare che le annotazioni storiche di David siano assai pertinenti: il fenomeno della diaspora non è recente, e attualmente si sta verificando non solo in Terra Santa o in altri paesi arabi. È vero che esso riguarda principalmente i cristiani, non solo perché questi se lo possono permettere, ma anche perché hanno un livello culturale superiore e sono piú sensibili al richiamo dell’Occidente.

Rimane il problema che, in tal modo, il Medio Oriente rischia di perdere la componente cristiana, che ha sempre costituito una realtà importante, per quanto minoritaria, di quella regione. Dice David: rimpiazziamoli! L’idea potrebbe sembrare balzana, ma non lo è poi cosí tanto. In parte, ciò sta già avvenendo. La presenza di lavoratori cristiani (soprattutto indiani e filippini) nei paesi del Golfo è una realtà. I filippini in Terra Santa ci sono già: secondo alcune statistiche del 2004 essi ammontavano a circa 40 mila (prima dell’operazione “Piombo fuso”, ce n’erano un centinaio anche a Gaza). Come ho già avuto modo di dire, sono pienamente consapevole del ruolo che i filippini stanno svolgendo, forse senza saperlo, nel mondo. La Chiesa sarà loro a lungo debitrice.

L’ultima proposta di David mi sembra piuttosto interessante. Forse è vero: la Chiesa, oltre a predicare il Vangelo (cosa che ha sempre fatto e continua a fare), dovrebbe recuperare una certa iniziativa in campo socio-economico-politico. Con tutti i rischi che questo comporta. Col rischio di “sporcarsi le mani”. Ma forse si tratta di un rischio da correre. Una Chiesa purissima, che si limita a richiamare i principi, rischia di essere disincarnata e di perdere una delle sue caratteristiche principali: quella di essere “lievito” della società. Nella fattispecie, una “Chiesa-imprenditrice” (non in prima persona, ma attraverso l’iniziativa economica dei suoi membri) mi sembra un’idea da non scartare. Anche perché ciò ha sempre caratterizzato l’azione della Chiesa nel corso dei secoli. Vogliamo davvero aiutare i cristiani in Terra Santa? Le preghiere sono certo importanti, ma forse un aiutino concreto, che non si riduca alla semplice elemosina, non guasterebbe.

lunedì 21 settembre 2009

Una bella notizia e... retroscena inquietanti

1. Cominciamo con la bella notizia. Come non accogliere con gioia l’annuncio, dato dallo stesso Sommo Pontefice, della convocazione di un’assemblea speciale del Sinodo dei Vescovi per il Medio Oriente? D’accordo che i problemi di quella regione sono tali e tanti, che non ci si può illudere che essi possano essere risolti con un Sinodo di Vescovi. Ma sarà certamente un’occasione per tutti i credenti di prendere coscienza della drammatica situazione in cui versano le popolazioni e, in particolare, i cristiani ivi residenti. Sono convinto che tale Sinodo sarà una fonte di benedizione per la Chiesa e i popoli del Medio Oriente. Grazie, Santo Padre!

Un amico mi ha scritto ieri:

«Pare che il Papa abbia ascoltato il tuo “grido di dolore”: convocato il Sinodo per il Medio Oriente. Ma, politicamente parlando, non vedo per ora resipiscenze di Israele circa la sua dissennata politica di insediamenti nei territori occupati, ostracismo di arabi e cristiani da Gerusalemme e Israele, campagne planetarie di giornalismo spazzatura, minacce e ritorsioni militari asimmetriche e sproporzionate. Forse bisogna avere la pazienza dei tempi storici perché si avverino i desideri dei profeti disarmati».

Certamente il Santo Padre non ha convocato il Sinodo, per altro già atteso, in risposta al mio “grido di dolore” (semmai il grido di dolore veniva dal Patriarca Twal, che parlava a nome del suo piccolo gregge, che si va sempre piú assottigliando, e a nome di tutti gli oppressi di Terra Santa); ma, in ogni caso, non ci si può che rallegrare della fortuita coincidenza.

Quanto alla “pazienza dei tempi storici”, sono convinto che la pazienza sia una virtú che deve contraddistinguere tutti, non solo i “profeti disarmati”; ma sono altrettanto convinto che le situazioni possono cambiare da un momento all’altro, quando meno ce lo aspettiamo. Ricordo che solo qualche tempo prima della caduta del Muro di Berlino, Andreotti era ancora convinto che l’esistenza di due Germanie fosse ormai un dato definitivo, che non potesse in alcun modo essere messo in discussione. Sappiamo come è andata a finire. Specialmente quando sono in gioco la verità e la giustizia, non possiamo rassegnarci allo statu quo.


2. Veniamo ora ai retroscena inquietanti. Ricorderete che, nel bel mezzo della vicenda Boffo, il Direttore dell’Osservatore Romano, Gian Maria Vian, aveva rilasciato un’intervista al Corriere della Sera, nella quale metteva in discussione le scelte editoriali di Avvenire nei confronti del governo Berlusconi. L’intervento poteva sembrare di non molto buon gusto per la tempistica adottata; ma, tutto sommato, si poteva pure condividere. Quando però Dino Boffo scrisse la sua lettera di dimissioni al Card. Bagnasco, si capí che c’era sotto qualcosa: «Se qualche vanesio irresponsabile ha parlato a vanvera, questo non può gettare alcun dubbio sulle intenzioni dei Superiori, che mi si sono rivelate sempre esplicite e, dunque, indubitabili».

Giorni fa, come sapete, c’è stata, a Roma, la presentazione del libro di Andrea Tornielli, Paolo VI. Dopo qualche giorno, Sandro Magister, sul suo blog Settimo Cielo, pubblica un post da titolo “Al montiniano Vian c’è un Paolo VI che va di traverso”, nel quale fa notare che, fino a quella data, L’Osservatore Romano non ha ancora recensito il volume di Tornielli. La cosa incomincia a puzzare.

L’altro giorno, sul Giornale compare un articolo di certa Diana Alfieri dal titolo “Quella falsa congiura laicista per coprire la verità su Boffo”. Diana Alfieri! Chi era costei? Mah, sarà una redattrice del quotidiano di Feltri, certamente una fervente cattolica, visto il linguaggio che usa, e molto bene informata, viste le cose che rivela. Praticamente si tratta di una risposta all’articolo di Socci pubblicato su Libero dell’11 settembre (a cui anche questo blog ha fatto riferimento), per smentire la ricostruzione ivi proposta e invitare a non divagare, ma a concentrarsi di nuovo sulla sostanza del caso Boffo, vale a dire sulla sua non idoneità a dirigere il quotidiano cattolico italiano. In ogni caso, rimane un articolo alquanto misterioso. Fra l’altro, in esso si tira in ballo anche Sandro Magister, «vaticanista dell’Espresso ... notoriamente molto vicino al cardinale Camillo Ruini». Mah.

Lo stesso giorno Magister, sempre sul suo blog, rivela un retroscena: «Diana Alfieri non è una persona in carne ed ossa. È un “nom de plume”, una firma fittizia d’uso corrente al “Giornale” ... Il “non de plume” serve a coprire l’autore vero, la persona reale che è in definitiva l’ispiratore ultimo dell’articolo. Cioè, in questo caso, Giovanni Maria Vian».

Qualcuno sa dirmi che cosa sta succedendo? L’impressione che se ne ha dall’esterno è che siamo ormai arrivati alla resa dei conti. Il che non mi sembra uno spettacolo tanto edificante. Visto che fra i miei lettori ce ne sono alcuni anche in Vaticano, vorrei chiedere loro la gentilezza di far arrivare a chi di dovere, in “terza loggia”, il seguente messaggio: Non sarà il caso che qualcuno prenda in mano la situazione, prima che essa degeneri e si arrivi a un altro scandalo, di cui non si sente, al momento, proprio alcun bisogno?

domenica 20 settembre 2009

XXV domenica "per annum"

«Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà».

È la seconda volta che Gesú parla della sua passione. La prima volta Pietro si era risentito, rimproverando Gesú. Questi, a sua volta, aveva reagito sdegnosamente, addirittura appellando Pietro “Satana”. Questa volta sia i discepoli sia Gesú, forse ammaestrati dalla precedente esperienza, reagiscono in maniera totalmente diversa.

I discepoli «non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo». Come se non bastasse, continuarono nei loro discorsi su chi fosse piú grande. Che abisso! Gesú parla di sofferenze, e loro discettano di onori... Gesú avrebbe avuto tutti i motivi per indignarsi e dare loro una bella lavata di capo. E invece che fa?

«Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: “Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti”».

Gesú si siede. Capite? Con infinita pazienza, conoscendo l’umana debolezza dei suoi discepoli, egli accetta di ragionare pacatamente con loro. Su che cosa? Di nuovo sulla necessità di portare la croce, come aveva fatto la prima volta? No, sarebbe stato inutile; non avrebbero capito. Questa volta adotta una strategia diversa. Neppure li rimprovera per aver espresso il desiderio di primeggiare. Gesú conosce il cuore dell’uomo; sa che in esso c’è un naturale istinto a primeggiare. Sicché dice ai Dodici: “Volete essere i primi? OK, io vi insegnerò il modo per diventarlo. Siate gli ultimi. Volete diventare grandi? Imparate a servire. Il servizio è la strada che vi condurrà alla gloria”.

E la croce? Gesú smentisce quanto aveva detto la volta precedente? Ha capito di aver preso una cantonata? Si è reso conto che i suoi discepoli non accetteranno mai la croce? No, ha solo cambiato tattica. Gesú sa — perché questa è l’esperienza che lui stesso sta facendo — che, una volta che si è accettato di essere gli ultimi e i servi di tutti, si è disposti anche ad abbracciare la croce: chi è pronto a servire è pronto anche a morire. Il servizio è la strada che conduce alla croce, e la croce è la strada che conduce alla gloria.

sabato 19 settembre 2009

Chiese brutte #2

Ancora una volta il mio ex-alunno David mi ha inviato alcune riflessioni, ispirategli dalla lettura del mio post su Chiese brutte: problema educativo o “politico”. Siccome trovo condivisibile buona parte delle sue considerazioni, penso che sia opportuno pubblicare l’intervento, cosicché anche i lettori possano prenderne visione.


«Caro Padre, ti prego, non pensare che voglia sempre dire la mia sul tuo (interessantissimo) blog, ma la questione delle chiese brutte mi appassiona da parecchio. Credo che il problema abbia radici profonde, al di là della formazione estetica dei parroci e delle diocesi che si rivolgono ad architetti e geometri laicisti. Verrebbe da dire: e dove lo troverai mai un progettista e esecutore di chiese di formazione cristiana? Questo è un fronte su cui la Chiesa cattolica ha abdicato da parecchio tempo... Hai notato che in Europa nessuna delle università cattoliche ha una facoltà di architettura? Né il Sacro Cuore né quelle dell’Opus Dei e degli ordini religiosi, tanto meno le università pontificie! Per non parlare poi del design e della moda: quelli sono campi che il clero guarda ancora con disprezzo, quando non con disgusto, lasciandoli spesso nelle mani di depravati e di laicisti.

C’è da chiedersi come sia possibile che chi ha inventato tutti gli stili architettonici e ispirato tutti i movimenti artistici per quasi quindici secoli possa disinteressarsi tanto alla formazione di architetti, ingegneri e designer... Forse il Signore non ha ammonito che se la Chiesa non predicherà il Vangelo del Regno, “grideranno le pietre”? Forse non erano Lui e il padre putativo costruttori o decoratori di case e di strade? Forse non indossò durante la Passione un magnifico abito “tessuto tutto d’un pezzo” che i soldatacci romani seppero apprezzare subito e che sicuramente era passato per le mani di Maria?

Eppure, le chiese oggi sono il trionfo della decorazione minimalista, del cemento armato, delle forme geometriche piú assurde... Già, assurde... perché l’opposto del Mistero, che sta dietro la Fede, non è la ragione, che anzi della Fede è spesso ancella, ma l’assurdo, la sciocchezza esaltata come verità, l’idiozia spacciata per bellezza. E cosí ci troviamo con chiese a forma di libro, di barca, di... astronave. Mi è capitato di passare per Via Baracca a Firenze e pensare che la sede locale di una banca fosse una chiesa e ne ho riso amaramente perché... tante chiese fra Prato e Firenze mi sembrano banche, biblioteche o fabbriche!

La cosa triste è aver perso quello che gli esperti di marketing chiamano il family style: quei pochi elementi comuni a diversi prodotti che rendono riconoscibile la marca. Pensa alle chiese come prodotto (delle loro epoche) e vedrai che ci sono alcuni elementi caratterizzanti tutte le generazioni: l’altare, il tabernacolo, la navata, il crocifisso, gli altari laterali... Se entro in un edificio dove non trovo il Padrone di Casa ad aspettarmi al centro (il tabernacolo) dove l’occhio cade appena oltrepasso la soglia, né trovo distintamente i segni della sua presenza nella vita della casa (altare, pulpito, ambone...), né riesco a identificare tutto attorno altri elementi distintivi di quella dimora (altari laterali, fonte battesimale, santi...), come posso identificarmi io stesso in quel luogo, nella sua storia, integrarmi nella vita del Padrone di Casa? Perché le merendine per bambini e le automobili tedesche si caratterizzano per un’identità piú marcata della Chiesa? Certo, come marketing siamo sempre stati scarsi: ti immagini una religione dove il Fondatore — che conosce tutto, dall’infinitamente piccolo degli atomi all’estremità delle galassie — sceglie un traditore fra i suoi seguaci piú intimi? E un omuncolo come Pietro come suo successore? Come minimo l’ufficio marketing di un’altra religione (Islam, gli stessi evangelici) avrebbe fatto sapere a tutti che il traditore si era sostituito a un giusto inizialmente scelto dal Capo (nel Corano, Giuda è crocifisso al posto di Gesú!). E che Simon Pietro — lungi dal rinnegare il Maestro e darsela a gambe — era in realtà stato catturato con lui e aveva vinto la morte con Lui. Ma scherziamo? Però, la Chiesa non è così...

Quei grandi capolavori che sono le cattedrali gotiche e le certose sono cresciute nel corso dei secoli, spesso finendo in rovina per la miseria (morale, non materiale) degli uomini che le abitavano. Magari sarà cosí anche stavolta: nel corso delle generazioni le chiese brutte saranno abbellite col dono di statue e dipinti, con migliori decorazioni, con interventi architettonici saggi. Intanto, stanno lí, monumento alla nostra epoca. In attesa che lo spirito le riempia di vita come ossa inaridite. Sí, “vieni Spirito dai quattro venti!” E magari fai aprire un politecnico cattolico...»


Se devo essere sincero, non mi ero mai reso conto che non esiste alcuna facoltà ecclesiastica di architettura. A Roma esistono un Pontificio Istituto di Archeologia sacra e un Pontificio Istituto di Musica sacra, ma non esiste un Istituto di Arte sacra. Non sarebbe il caso di incominciare a pensarci?

Quanto al design e alla moda, beh, devo dire che negli anni Trenta del secolo scorso il barnabita Padre Erminio Rondini fondò a Trani la Congregazione delle Piccole Operaie del Sacro Cuore con lo scopo di cristianizzare l’alta moda femminile. Non so con quali risultati, ma per lo meno va apprezzata l’apertura mentale e la lungimiranza di quel religioso.

Parlando di chiese di ogni forma, David mi ha fatto venire in mente una chiesa costruita dai Barnabiti una decina di anni fa a Brasilia. Che cosa vi ricorda?


Non so come sia l’interno (non ci sono mai stato); ma, se devo essere sincero, non spasimo dalla voglia di vederlo...

Invece vorrei mostrarvi un’altra chiesa, costruita sempre dai Barnabiti, questa volta a Varsavia. È stata inaugurata nel 2003, durante l’anno giubilare che era stato indetto in occasione del 5° centenario della nascita di Sant’Antonio Maria Zaccaria (a cui la chiesa è dedicata).


Beh, direi: tutt’altra musica. Si tratta, sí, di una chiesa moderna, ma che si ispira ai canoni classici. Anche l’interno, vi posso assicurare, è molto bello: una chiesa accogliente, “calda”, che favorisce la preghiera. Ci sono ancora degli interventi da fare (pavimento definitivo, vetrate, confessionali, ecc.), ma già ora si presenta molto bene.

Prima di concludere, mi permetto di esprimere qualche perplessità a proposito della possibilità di abbellimento di certe chiese: in certi casi è possibile; in altri, c'è solo da attendere che il tempo le distrugga (e non credo che ce ne voglia molto...).